I Curdi, la Siria e l’Europa: ieri come oggi (Gariwo 14.10.19)

Dai villaggi del nord est della Siria un fiume umano si snoda nel deserto e si dirige a sud. Sessanta mila, centomila civili inermi fuggono. Il numero è destinato a crescere. Prima i bombardamenti, poi l’artiglieria e infine l’invasione di terra. “Sorgente di pace” , amara ironia nel nome dato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’invasione militare annunciata qualche tempo fa in sede ONU. Obiettivo: creare una zona cuscinetto, una safe zone, eliminare i “terroristi curdi”, trasportare al loro posto i profughi siriani. Obiettivo mascherato, riprendersi terre appartenenti all’impero ottomano sconfitto 100 anni fa.

Nel passato mi sono recato da Aleppo a Ras Al Ayn, a Raqqa, a Deir es Zor lungo il fiume Eufrate a cercare le ossa rimaste degli armeni nei campi di concentramento e di sterminio. In noi armeni ritornano i fantasmi del passato, alle immagini dell’esodo di oggi si sovrappongono le immagini scattate da Armin Wegner: donne, anziani, bambini, le marce della morte nel deserto di Der es Zor. Un milione e mezzo di armeni sterminati nel 1915. La popolazione curda nell’area è di due milioni e mezzo. Che cosa accadrà se non si agisce? Mentre si permette che un Paese invada un Paese sovrano, il segretario della Nato Jens Stoltenberg, si augura che l’operazione sia “proporzionata e misurata”, il consiglio di sicurezza dell’ONU non giunge ad una dichiarazione comune, l’Europa si limita a sanzioni economiche e al blocco delle forniture di armi. Oggi come 100 anni fa i popoli civili prediligono l’“indifferenza”, la parola più potente di Liliana Segre, per descrivere la violenza oscena dell’uomo sull’uomo. L’Europa che su proposta di Gariwo ha istituito la Giornata europea dei Giusti, ha fatto oggi sentire la sua voce di fronte all’uccisione barbara dell’attivista curda Hevrin Khalaf, protettrice dei deboli che si batteva per i diritti delle donne e per la coesistenza pacifica tra curdi, cristiani e arabi. È stata violentata e lapidata dalle milizie mercenarie di Ankara. Era un ingegnere di 35 anni, apprezzata da tutte le comunità e conosciuta anche all’estero. Auspico che alla voce di Davide Sassoli si uniscano tutte le voci degli Stati europei e del mondo.

Vittorio Emanuele Parsi intitola il suo articolo di fondo nel quotidiano Avvenire del 12 ottobre, “I balbettii degli ignavi”. Mai riflessione più calzante per esplicitare l’ipocrisia dell’Europa sulla pulizia etnica del popolo curdo ad opera del governo di Ankara. I turchi arriveranno a Vienna per la seconda volta? Probabilmente si, ma non saranno armati, non ce ne sarà bisogno. L’Unione Europea si sarà dissolta, colpita al cuore dal problema migratorio affrontato con un cedimento morale di gravità inaudita: abbiamo pagato Erdogan affinché rinchiudesse nei campi gli esuli siriani, e oggi rinunciamo ai nostri principi fondativi se non riusciremo a fermare il secondo genocidio dell’area mediorientale, quello dei curdi. Su questa strada l’Europa sceglierà non il suicidio violento, ma l’eutanasia.

Il confine turco siriano è l’area dove la resistenza del popolo curdo si è manifestata in modo esemplare, ha visto uomini e donne impegnati a fronteggiare l’Isis garantendo in Europa una tregua dagli attacchi dei terroristi.

Quello che avrebbe dovuto essere il Kurdistan siriano, il Rojava, ha sperimentato l’autodeterminazione e una realtà di convivenza democratica e di pluralismo politico, come recita la Carta di Rojava: “Noi popoli delle regioni autonome ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione… La Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale”. Come può oggi l’Europa dimenticare i giorni di resistenza a Kobane? Come può accettare il ricatto di Erdogan? Che cosa rimarrà dell’Unione Europea se viene meno la civiltà giuridica che si fonda, tra gli altri, sul principio del diritto di asilo per i perseguitati e sull’impegno di reagire ad ogni sopraffazione del forte sul debole? Non basta esprimere a parole la solidarietà al popolo curdo e piangere sulle vittime di una invasione “ingiusta”.

L’Europa rinata dalle macerie della Seconda guerra mondiale che ha garantito per anni pace e progresso ai popoli dell’Unione, può crollare proprio a causa del “balbettio degli ignavi” che confligge con il principio di assunzione di responsabilità. Non reagire di fronte all’invasione turca del territorio siriano, rinunciando a difendere chi ha bisogno di essere difeso, significa per l’Europa venir meno ai suoi valori fondativi. Per ragioni di geopolitica non si vede la necessità di porre mano ad un intervento umanitario, come quello in Kosovo dove l’Europa aveva di fronte un “nemico” debole. Ma questa cecità dettata dalla paura può avere costi alti.

Se la Turchia non avesse sterminato gli armeni e non avesse espulso i greci avrebbe potuto essere uno degli Stati fondatori della Unione Europea e se oggi concedesse larga autonomia ai suoi cittadini curdi sarebbe accettata nell’Unione Europea.

È giunto a mio avviso il tempo di fare entrare Israele nell’Unione Europea, un baluardo verso le pressioni dall’est sempre più frequenti.

Gariwo è impegnata da anni a diffondere il principio di responsabilità etica. La crisi politica che stiamo vivendo oggi impegna ad assumere a tutti i livelli il principio di responsabilità globale. Nella capacità di scegliere si gioca la libertà degli esseri umani.

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Siria: testimonianze da Qamishli dove i cristiani hanno scelto di restare (SIR 14.10.119)

Da Qamishli, la città siriana al confine con la Turchia, teatro degli scontri tra forze curde e esercito turco, parla il parroco armeno-cattolico, padre Antonio Ayvazian. In corso un esodo di almeno 130mila profughi dai villaggi al confine con la Turchia. Nativo di  Qamishli è anche il rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma, padre Nareg Naamo, che lancia un monito, “la popolazione vuole tornare a vivere senza paura di attacchi e attentati” e ringrazia Papa Francesco per le parole rivolte ieri alla “martoriata e amata Siria”

“Il mio pensiero va ancora una volta all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane”. Sono arrivate anche a Qamishli, la città siriana al confine con la Turchia dove in questi giorni sono in corso scontri tra forze curde e esercito turco, le parole di Papa Francesco ieri all’Angelus.

“Sono parole che ci danno un grande conforto” dice al Sir padre Nareg Naamo, rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma. Il sacerdote armeno-cattolico è originario di Qamishli dove vive la madre con il resto della sua famiglia e per questo in costante contatto con la Siria. E dal confine con la Turchia arrivano notizie di “movimenti delle truppe regolari siriane che stanno prendendo posizione lungo le postazioni lasciate dalle forze curde dopo l’accordo con Damasco”. Le colonne militari del presidente Assad sono entrate a Tell Tamer, a 35 km dal confine con la Turchia e puntano a raggiungere Kobane, simbolo della resistenza curda all’Isis, e Manbij, due città nelle mire anche di Erdogan che da quelle parti vuole far passare la sua “zona cuscinetto”. L’esercito siriano, inoltre, è a poche decine di chilometri da Raqqa, già capitale dello Stato islamico.

“La popolazione vuole tornare a vivere senza paura di attacchi e attentati”.

“Le scuole sia pubbliche sia private come quelle cristiane a Qamishli hanno ripreso le lezioni. Vogliamo la pace e le parole del Papa ci donano tanto conforto e non ci fanno sentire abbandonati”, sottolinea padre Naamo che rivendica con orgoglio la presenza cristiana anche lungo questo confine martellato da bombe e razzi. Oggi da Bruxelles i ministri degli Esteri dei Paesi membri hanno lanciato un ultimatum ad Ankara minacciando lo stop alle esportazioni di armi come richiesto da Italia, Germania e Francia. “L’unico modo per fermare questa guerra è, come ribadito dal Pontefice, impegnarsi ‘con sincerità, con onestà e trasparenza’ sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci. Chissà se le potenze militari sapranno farne tesoro”.

Ma nella terra di san Paolo la speranza non viene mai meno, come ricorda da Qamishli il parroco della comunità armeno-cattolica locale (dell’Alta Mesopotamia e della Siria del Nord), padre Antonio Ayvazian: “Nei giorni scorsi abbiamo subito scambi di artiglieria tra i curdi che hanno colpito villaggi oltre il confine e le forze dell’esercito turco che hanno risposto provocando la morte di una famiglia cristiana di rito siriaco-ortodosso, madre e tre figli. I turchi hanno poi colpito e messo fuori uso un grande forno nel quartiere ovest della città ma in 24 ore la produzione è stata ripristinata”. In città la situazione è di calma apparente dopo che, spiega il parroco, “le forze curde hanno consegnato le loro postazioni militari all’esercito regolare siriano che ha così oltrepassato il fiume Eufrate. I soldati hanno potuto prendere il controllo anche delle posizioni sul terreno occupate dalla Coalizione anti Isis guidata dagli Usa. Ora la Turchia ha davanti a sé l’esercito siriano e non gruppi armati curdi. Speriamo che non si vada oltre”. Ma c’è una emergenza umanitaria cui bisogna fare fronte:

“Nelle città e nei villaggi situati sulla linea di confine – dichiara don Ayvazian – si è verificato un grande esodo di abitanti e molti sono rimasti praticamente disabitati. Tantissime persone si sono dirette qui a Qamishli dove il Governo ha aperto scuole e strutture pubbliche per dare loro un ricovero. Al momento si stima in almeno 130mila il numero di sfollati dal confine che vanno ad aggiungersi a quelli già arrivati da tempo da Raqqa e Deir ez Zor”.

Secondo l’Onu il numero degli sfollati potrebbe aumentare sino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita da questa nuova crisi.

“Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è dare un tetto ai rifugiati, assistenza umanitaria e sanitaria”,

spiega il parroco armeno-cattolico, che aggiunge: “Riceviamo aiuti da Unicef, Fao, Oms e da altre agenzie umanitarie internazionali ma nessuno si aspettava un flusso così grande di profughi e rifugiati. Da parte nostra tutte le riserve di cibo che avevamo in episcopio le abbiamo date per sostenere i più vulnerabili, anziani, donne in attesa e bambini. Negli ospedali, poi, ci sono tanti feriti da accudire, oltre alle vittime”.

Ma c’è un soffio di speranza. “La popolazione appare più tranquilla ora che è arrivato l’esercito. Tantissime persone sono scese in strada per accogliere i soldati e per fare festa”, racconta don Ayvazian che rivela: “Nei giorni scorsi l’ambasciata armena a Damasco ha informato gli armeni con doppio passaporto della possibilità di lasciare la Siria. In una riunione di tutte le fedi e denominazione cristiane della nostra zona abbiamo deciso di restare. Siamo cittadini siriani e vogliamo restare qui, non ce ne andremo via”.

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Turchia, Erdogan segue lo schema del passato. E la colpa è anche di chi lo lascia fare (Ilfattoquotidiano 14.10.19)

La “profondità strategica” di Recep Tayyip Erdogan segue (impunita) lo schema del passato: è pulizia etnica. Oggi la spada del Sultano è puntata contro i curdi, gli unici ad aver combattuto davvero lo Stato Islamico, dopo la retromarcia di Donald Trump che ha lasciato campo libero alle milizie turche. Ma ieri le armi ottomane si sono strette attorno al collo di armeni, ciprioti e greci del Ponto, sempre seguendo la stessa linea: quella del genocidio, quella della repressione violenta e barbara, quella di una vera e propria pulizia etnica.

Come contro i greci del Ponto dopo i massacri di Smirne, contro gli armeni abbandonati anche dal resto del mondo e contro i ciprioti dopo che l’isola fu invasa da 50mila militari turchi, a seguito del tentato golpe di Atene. Quei militari sono ancora nella Katekomena, la parte settentrionale di Cipro. E non se ne vanno.

Dopo la Prima Guerra Mondiale e fino al 1923, almeno 500mila greci (ma c’è chi li stima in più di 5 milioni) vennero trucidati tra omicidi, impiccagioni, fino a stenti e malattie. Una delle mani più efferate fu quella di Ismail Enver, anche consulente per l’esercito tedesco: testimoniò che il ministro turco della Difesa riferì nel 1915 che voleva “risolvere il problema greco allo stesso modo in cui pensava di aver risolto il problema armeno”.

Molti Paesi hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio, prima tra tutte la Grecia nel 1994, seguita da Austria, Canada, Australia, Armenia e anche da alcuni stati Usa, come Carolina del sud, New Jersey, Florida, Massachusetts, Pennsylvania e le città di New York e Cleveland, ma poi le risoluzioni non sono state recepite a livello federale. Ma in Turchia chi usa quel termine rischia la pelle: anzi, il ministero degli Esteri turco ha chiesto al Parlamento greco che ha istituito la giornata del ricordo di scusarsi con il popolo turco per i massacri perpetrati in Anatolia.

Genocidio fu anche a Cipro, dove nel 1974 la Turchia ha bombardato l’isola occupandone la metà settentrionale, nel silenzio delle istituzioni. Quando nel 2004 i ciprioti furono chiamati a decidere sul piano Annan di possibile riunificazione con un referendum, votarono no perché dietro quel piano c’erano sospetti e ombre. I sussurri di quei giorni citavano anche un’isola che si dice fosse stata donata presumibilmente al figlio di Kofi Annan, numero uno dell’Onu che fu regista di quel tentativo, su cui però nulla più si è saputo. Ma il piano fu bocciato da Nicosia perché solo a favore dei turchi, con un trasferimento di ricchezza e risorse dal lato greco a quello turco.

Fatti, ricostruzioni oggettive, con nomi e volti di chi è stato massacrato. Ma nonostante ciò c’è chi ancora nega il sangue versato. Un po’come accadeva negli anni 50, quando si negava l’Olocausto. Ci sono voluti anni, testimonianze, tonnellate di libri e film per raccontare al mondo la barbarie nazista. Ma se ieri la tecnologia non poteva essere di aiuto a chi faceva carte false per nascondere quei crimini, oggi che tutto è visibile e protofanico. Spiace che una buona fetta del mondo giri la testa dall’altro lato. Nato e Casa Bianca in testa.

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Siria, sacerdote armeno cattolico: le grandi potenze facciano pressione su Ankara (Vaticanews 14.10.19)

Intervista a monsignor Antranik Ayvazian, sacerdote armeno cattolico che opera tra Hassaké e Qamishli. Mentre prosegue l’operazione militare turca nel nord-est della Siria, chi scappa dalla zona dei combattimenti – spiega – ha bisogno di cibo, vestiti, materassi, coperte, perché è in arrivo la stagione fredda. Ad aggravare la situazione, la fuga di centinaia di jihadisti

Giada Aquilino – Città del Vaticano

L’Unione Europea “condanna l’azione militare della Turchia che mina seriamente la stabilità e la sicurezza di tutta la regione”. Queste le conclusioni del Consiglio degli Affari Esteri a Lussemburgo, in cui si sancisce anche “l’impegno degli Stati a posizioni nazionali forti rispetto alla politica di export delle armi” verso Ankara. Richiesto inoltre un “incontro ministeriale della coalizione internazionale contro Daesh”. Ciò che “possiamo fare è esercitare tutta la pressione possibile per porre fine all’azione” turca, aveva detto a inizio lavori il capo della diplomazia spagnola Josep Borrell, futuro Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. Circa un embargo dei Paesi membri alle esportazioni di armi verso la Turchia, Borrell aveva spiegato come fosse “difficile raggiungere accordi unanimi”, perché prevalgono intese “Paese per Paese”.

Profughi e assistenza umanitaria

Sul terreno, i curdi siriani hanno annunciato un accordo con il regime di Bashar al-Assad per il dispiegamento dell’esercito nelle zone di combattimento, al fine di impedire l’avanzata turca.

La testimonianza

L’assistenza che è stata fornita finora “è abbastanza”, ma “nei giorni prossimi quando arriveranno altre persone non sappiamo se basterà, sicuramenti ci sarà bisogno di altri aiuti” spiega a Vatican News monsignor Antranik Ayvazian, sacerdote armeno cattolico del nord-est della Siria, responsabile della comunità armena cattolica locale, che opera tra Hassaké e Qamishli.

L’intervista a monsignor Antranik Ayvazian

R. – La gente del nord-est aveva saputo dell’invasione prima che questa iniziasse (mercoledì scorso, ndr) e aveva quindi lasciato le case, prendendo solo il necessario per sopravvivere. L’indomani, il giovedì, purtroppo i nostri figli curdi hanno sparato sul confine e c’è stata una risposta che ha colpito un quartiere cristiano: una famiglia cristiana, siriaca, la mamma e tre figli sono rimasti uccisi. Adesso c’è un’ondata di profughi diretta verso Hassaké e Qamishli.

Come sono accolti i profughi in arrivo in quelle zone?

R. – Sono accolti nelle scuole che appartengono allo Stato e anche noi, come Chiese cattoliche e ortodosse, abbiamo aperto i nostri istituti. Ieri dai nostri depositi, in collaborazione con l’Unicef e altre organizzazioni internazionali, abbiamo mandato biscotti ricchi di vitamine per i bambini e per le donne incinte. Abbiamo mandato tutto ciò che avevamo per dare aiuto a questa gente.

L’Onu ha lanciato un allarme per i prossimi giorni, per le persone che avranno bisogno di assistenza umanitaria…

R. – L’Onu era già presente lì, sul posto. Finora si era parlato di almeno 130 mila persone. Quello che hanno fatto è abbastanza per ora, ma nei giorni prossimi quando arriveranno altre persone non sappiamo se basterà, sicuramenti ci sarà bisogno di altri aiuti. Al momento, abbiamo accolto tutti nelle scuole, nelle chiese, attraverso un coordinamento tra le Nazioni Unite e gli organismi locali.

Cosa raccontano queste persone che arrivano?

R. – Raccontano la paura. C’è un clima di paura terribile anche nelle città. Ad esempio, a Qamishli, hanno chiesto se casomai si dovesse lasciare la città ed andare via perché siamo a poche centinaia di metri dal confine tra Siria e Turchia! Noi abbiamo incoraggiato la gente, abbiamo detto di non aver paura. Da ieri l’esercito siriano ha oltrepassato il fiume Eufrate: questa mattina era solo a 23 km dal confine.

Ci sono notizie di fuga di miliziani dell’Is, almeno 800. Sono notizie confermate?

R. – Gli americani hanno lasciato sette basi nella regione. In una di queste, c’era una prigione dove avevano messo centinaia per non dire migliaia di affiliati all’Is: circa 870 sono fuggiti. Poi, al confine con l’Iraq, dove i profughi che oltrepassano la frontiera sono almeno in 70 mila, anche lì la gente fugge, soprattutto donne jihadiste.

Si assiste ad un mosaico di forze diverse in campo…

R. – Ci sono anche francesi, britannici, polacchi, c’è di tutto! Questo Paese è stato configurato come senza sovranità.

Il Papa all’Angelus ha pregato per le popolazioni locali, tra cui molte famiglie cristiane. Ha invocato un dialogo sincero, onesto e trasparente per la Siria. È possibile?

R.- Sì, quando non c’è interferenza straniera. Ma se le grandi potenze prendessero una decisone molto diretta verso il potere ad Ankara affinché lasciasse il Paese, io dico che non ci sarebbero più problemi nella regione.

Proprio di fronte a questo flusso di persone che arriva verso Hassaké e Qamishli, di fronte alle vittime, qual è la cosa più urgente che serve alla popolazione locale?

R. – Per ora un alloggio e il necessario per vivere. Poi vedremo. Adesso cibo, vestiti, materassi, coperte, perché arriva l’inverno. Questo è ciò che è necessario e speriamo che tutto questo non duri a lungo.

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Ani, metropoli tra Turchia e Armenia (Giornale di Sicilia 14.10.19)

Viaggi

© ANSA

ANI (TURCHIA) – “Lasciatemi vedere Ani prima di morire”, chiedeva in una delle sue opere più famose Hovhannez Shiraz, il poeta del popolo armeno. Le rovine di Ani, capitale dell’impero bagratide (l’antica Armenia) dopo un millennio resistono pochi metri oltre il confine ma non sono raggiungibili: la frontiera tra Turchia e Armenia è ancora chiusa e anche i flebili sforzi diplomatici degli anni scorsi sembrano essersi arenati. È la conseguenza più concreta del genocidio armeno di un secolo fa, quando i turchi deportarono a morte dall’est dell’Anatolia oltre un milione di persone. Anche il padre di Hovhannez fu ucciso dai turchi, nel 1920, durante la guerra di invasione dell’Armenia. E così Ani, il simbolo della grandezza armena, per decenni è rimasta dimenticata nella desolata steppa della Turchia orientale. Un sito archeologico di importanza straordinaria, che in silenzio ha combattuto contro l’oblio, mantenendo in piedi i suoi monumenti più importanti. Nel 2016 è arrivata la possibile svolta: Ani, “la città delle 1.001 chiese”, “la culla della civiltà”, “la città del mondo”, a seconda del soprannome che si preferisce, è stata inserita nella lista dei patrimoni Unesco per l’umanità. Il risultato è un boom di visitatori e turisti.
Nei primi sei mesi del 2019 sono arrivati in 70mila, in un trend in continua crescita: sono numeri importanti perché arrivare fino al confine con l’Armenia, a 50 chilometri dalla prima città degna di questo nome – Kars – non è per tutti, ma regala un’esperienza indimenticabile.
Ani sorge sull’ultimo lembo di terra turco e una parte degli scavi sconfina in territorio armeno (i due Stati sono divisi solo da un fiume). Intorno, in sostanza, non c’è nulla. La steppa è una pianura senza fine, interrotta da piccoli villaggi, campi coltivati, mandrie di mucche e soprattutto oche, la specialità del menu del luogo, che passano la giornata attraversando la strada. Via che si interrompe di fronte alle mura della città, ricostruite e decisamente poco affascinanti.
Dietro, però, si apre una visione così insolita che non può lasciare indifferenti. Ani, un insediamento antico tremila anni, ha attraversato almeno una decina di imperi e ha vissuto il suo periodo più felice durante il periodo armeno, tra il 961 e il 1046, e quello bizantino (1046-1064), prima di cadere in mano araba. La città era una tappa fondamentale sulla via della Seta e proprio il mutare degli itinerari ne determinò il declino in un paio di secoli. Da allora la città è rimasta immutata. E così dietro le mura, a distanza di centinaia di metri l’una dall’altra, sono rimasti in piedi i monumenti di una capitale che doveva essere immensa e brulicante di persone (gli abitanti superarono quota 100mila).
Le chiese armene sono le più affascinanti. La cattedrale, disegnata da Trdat, il più importante architetto armeno dell’epoca, e conclusa nel 1001, con la sua affascinante cupola crollata che dà verso il cielo. La chiesa di san Gregorio, dove le decorazioni sembrano essere state completate ieri e gli affreschi raccontano la vita dei santi cari alla chiesa ortodossa. E soprattutto, la chiesa del Redentore, che è diventata il simbolo della città: datata 1035, la sua forma circolare, con otto absidi all’interno, la rende assolutamente unica e indimenticabile. Nel 1955 un fulmine l’ha aperta in due, facendone crollare una metà, mostrando la fragilità di questo sito che da mille anni convive, e resiste, all’avanzare della natura e del tempo.

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Matteo Salvini: “Turchia mai nella Ue” (Haffingtonpost 13.10.19)

“Chiedo che vengano fermati i finanziamenti europei e italiani alla Turchia”. A dirlo Matteo Salvini a ‘Mezz’ora in più’ su Rai3, a proposito dell’attacco turco in Siria.

Salvini continua: “Non bastano gli appelli, va cancellata qualsiasi ipotesi di adesione della Turchia nell’Unione europea. Non possiamo cedere al ricatto dei migranti, l’Europa dovrà difendere i suoi confini”.

Il leader della Lega ricorda: “Un secolo fa il massacro, il genocidio degli armeni ad opera dei turchi, dell’Impero Ottomano. Può essere paragonato a quello che succede ora, mettendo al posto degli armeni i curdi”.

Salvini poi spiega: “Se questo governo porta documento efficace che ferma finanziamenti alla Turchia e adesione Turchia in Europa, io lo voto. Bisogna fermare i finanziamenti italiani ed europei al regime turco”.

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Armenia chiama Italia: +47% negli scambi e Sarkissian riceve gli imprenditori italiani (Sputniknews 13.10.19)

La due giorni della delegazione imprenditoriale italiana a Yerevan servirà ad individuare ed analizzare nuove possibilità di business nel paese caucasico. I presupposti ci sono: negli ultimi anni l’intescambio tra Italia e Armenia è cresciuto di pari passo con l’intensificazione del dialogo politico tra i due paesi.

Una delegazione di imprenditori affiliati a Confindustria Russia, guidata dal presidente Ernesto Ferlenghi visiterà la capitale dell’Armenia, Yerevan, il 14-15 ottobre. Lo scopo principale della visita sarà l’incontro con il presidente armeno Armen Sarkissian, nell’ambito del quale verranno discusse le prospettive di cooperazione commerciale e industriale tra Italia e Armenia.

Oltre all’incontro con il presidente armeno, nel programma è fissata una serie di colloqui con rappresentanti del business europeo ed italiano attivi nel paese e la visita al centro di formazione e ricerca sulle tecnologie digitali creative Tumo di Yerevan.

Italia-Armenia, interscambio in crescita

Secondo i dati diffusi da Confindustria Russia, l’interscambio tra Italia ed Armenia è cresciuto sensibilmente nel corso degli ultimi anni: l’ultima rilevazione, datata 2018, ha certificato che l’interscambio tra i due paesi ha raggiunto i 183 milioni di euro, in crescita rispetto ai 150 milioni di euro del 2017 ed i 125 milioni di euro del 2016. Cifre alla mano, si tratta di una crescita del 47% negli ultimi due anni, che risulta ancora più repentina se paragonata al valore dell’interscambio fra Armenia e Italia risalente all’anno 2000, che era di 99 milioni di euro.

Alla luce di questa tendenza positiva nella dinamica degli interscambi tra i due paesi è ora estremamente importante compiere ogni sforzo per consolodarla, nonché per cercare nuove aree di interazione tra imprese italiane e armene. Il dialogo bilaterale avviato dai nostri leader politici, che solo nell’arco dei ultimi 15 mesi si sono visti gia tre volte (nel giugno 2018 a Yerevan, nel novembre 2018 e nel settembre 2019 a Roma), certifica il reciproco interesse tra Italia e Armenia ed è ora necessario che questo dialogo attivo prosegua a livello di rappresentanti dei circoli aziendali – afferma il presidente di Confindustria Russia, Ernesto Ferlenghi.

L’Armenia attualmente e fino a fine 2019 è presidente di turno dell’Unione Economia Euroasiatica, alleanza fondata sulla base di una unione doganale e di un unico spazio economico, di cui fanno parte anche Bielorussia, Kazakhstan, Kirgyzstan e Federazione Russa. L’Unione Economica Euroasiatica ha in vigore accordi di libero scambio con Vietnam, Cina, Iran e Cuba.

Confindustria riunisce circa 150.000 aziende italiane nel mondo. All’interno della Federazione Russa, Confidustria Russia opera per lo sviluppo di rapporti di cooperazione tra le aziende italiane e russe, la creazione di joint-venture ed il trasferimento di know how tecnico ed imprenditoriale. I settori di maggiore attività sono meccanica, costruzioni, energetica, alte tecnologie, alimentare.

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Turchia – Siria. Per i cristiani l’incubo di una nuova persecuzione (Sanfrancesco 11.10.19)

Nella partita che si gioca nel Nord siriano, dove la Turchia ha lanciato un’offensiva militare contro i curdi, vengono spesso dimenticati altri “perdenti”: i cristiani. È difficile fornire delle statistiche precise circa l’attuale presenza cristiana nei territori governati dalle milizie curde. Prima della guerra siriana, si contavano comunità cristiane in tutte le principali località: 1.500 famiglie a Raqqa, metà delle quali greco-ortodosse; mille a Tall Abyad, in particolare armene; 300 a Tabqa (al-Thawra); 150 a Deir ez-Zor, principalmente siro-ortodosse, ma anche latine, siro-cattoliche e armene; senza contare le decine di migliaia di cristiani che popolavano le città di Hassaké e Qamishli, nel nordest, e tutta la Valle del Khabur con i suoi 35 villaggi assiri.

Di questa presenza la fondazione tedesca Konrad Adenauer ha tracciato di recente situazione e prospettive in un dossier di 92 pagine che mette in guardia dalle conseguenze di un intervento turco, che sarebbe l’ultimo anello di una serie di sventure che hanno costretto i cristiani all’esodo.

La più dura è stata l’avanzata del Daesh che è riuscita, tra il 2014 e il 2017, a spazzare via buona parte di queste comunità, specialmente nella parte centrale, da Tall Abyad a Raqqa. A Tabqa vivono oggi solo cinque famiglie siro-ortodosse, mentre a Deir Ezzor i cristiani esitano a fare ritorno nonostante la celebrazione, nel febbraio 2018, della prima Messa post-liberazione. In fondo, quei cristiani si definiscono come i “figli dei sopravvissuti”, scampati o al genocidio degli armeni e dei siriaci in Turchia oppure al massacro degli assiri in Iraq.

Il precedente dei cristiani di Afrin, “liberata” dai turchi l’anno scorso, è presente agli occhi di tutti. Tra le truppe dell’Els entrati nel cantone a fianco dei soldati di Ankara c’erano gruppi radicali islamici e addirittura jihadisti. Risultato: i cristiani sono fuggiti verso Kobane dove si contano oggi 300 cristiani, tutti presumibilmente curdi convertiti dall’islam.

La presenza massiccia di cristiani si registra comunque nell’estrema parte nordorientale della Siria. Il vescovo siro-cattolico, monsignor Jacques Behnan Hindo, parla di 5.000 famiglie nella sua diocesi di Hassaké-Nisibi. «In molti si erano già spostati dalle località di frontiera. Ora che il conflitto è diventato più grave temo che saranno in tanti ad emigrare».

Qualcuno cercherà di opporsi al destino con le armi. Tra le milizie che compongono le Forze democratiche siriane (Fds) fanno parte quella del Partito dell’unione siriaca e una sezione femminile detta Forze di protezione delle donne di Bethnarain. Una forza stimata tra 400 e 1000 combattenti cui si aggiunge una forza di polizia, detta Sutoro.

Camille Eid – Avvenire

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Chi sono i curdi, storia di un popolo e di uno Stato mai nato (Skytg24 10.10.19)

Sono circa 35 milioni e vivono nel Kurdistan, a cavallo tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia. Dopo la prima guerra mondiale venne disattesa la promessa degli alleati occidentali di creare una nazione. Da allora i vari gruppi sono diventati minoranze in diversi Paesi

Rappresentano il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente, la loro popolazione è stimata in circa 35 milioni di persone, ma non hanno mai ottenuto uno Stato nazionale permanente. I curdi sono distribuiti tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia nel vasto altopiano del Kurdistan che racchiude i confini dei cinque Paesi. Anche se comunità curde vivono anche in Europa, soprattutto in Germania. Il sogno del Kurdistan non si è mai materializzato e la questione curda è tornata alla ribalta con l’offensiva dei turchi contro le milizie nel Nord-Est della Siria. (USA E UE VALUTANO SANZIONI CONTRO LA TURCHIA)

Il Kurdistan: lo Stato mai nato

Dopo la prima guerra mondiale e la sconfitta dell’Impero ottomano, i vincitori alleati occidentali avevano previsto la creazione di uno Stato curdo nel Trattato di Sevres del 1920. Una promessa che venne disattesa 3 anni dopo, quando il Trattato di Losanna ha fissato i confini della moderna Turchia senza definire confini geopolitici per il Kurdistan. Così i curdi sono rimasti una minoranza nei diversi Paesi in cui si sono ritrovati a vivere. Finora qualsiasi azione dei curdi per creare uno Stato indipendente è stata sempre repressa.

Le differenze fra i vari curdi

I curdi sono a maggioranza musulmana sunnita e formano una comunità distintiva, unita attraverso cultura e lingua, anche se non hanno un dialetto standard. Ogni gruppo nazionale, però, si differenzia l’uno con l’altro per priorità e alleati. I curdi turchi, i curdi siriani e i curdi iracheni, che insieme hanno combattuto contro l’Isis, sono i gruppi finiti nel mirino di Erdogan. I curdi iracheni hanno da tempo una loro regione autonoma all’interno dell’Iraq (il Kurdistan iracheno), mente i curdi siriani soltanto di recente hanno ottenuto il controllo della regione che abitano, il Rojava.

I legami tra curdi siriani e Pkk

Il Partito dell’Unione Democratica (la sigla in curdo è Pyd), assicura il governo dei territori sotto il controllo curdo attraverso l’ala militare dell’Ypg, unità di protezione popolare. Il Pyd ha espresso un’idea di società socialista-libertaria, un modello raro e innovativo rispetto alle tradizioni islamiche, un modo di pensare vicino a quello espresso dal Pkk, partito dei lavoratori del Kurdistan, di Abdullah Öcalan. Ed è anche per questa sintonia fra Pyd e Pkk che la Turchia ha fatto partire l’offensiva nel Nord-Est della Siria. Ankara considera infatti il Pkk un’organizzazione terroristica e il leader del partito Öcalan è in carcere in Turchia dal 1990.

La lotta contro l’Isis e il supporto degli Usa

Dei curdi siriani negli ultimi anni si è spesso parlato in Occidente anche per la loro battaglia contro l’Isis. L’Ypg ha anche ricevuto il supporto degli Stati Uniti, che individuarono come propri alleati sul terreno nella guerra contro l’Isis i curdi siriani. Nel corso del 2015 i guerriglieri curdi, con il sostegno Usa, riuscirono a riconquistare i propri territori (noti anche come Rojava, o Kurdistan siriano) che erano stati occupati dall’Isis e riuscirono anche ad espandersi in aree abitate da popolazioni arabe. Negli anni successivi, 2016 e 2017, i curdi-siriani rafforzarono il proprio controllo sul Rojava e contribuirono in modo determinante alla sconfitta finale dell’Isis.

Le simpatie occidentali per la causa curda

La causa curda dell’Ypg ha suscitato così grandi simpatie presso l’opinione pubblica occidentale. Non solo per il contrasto all’Isis, ma anche per l’ideologia espressa dal movimento. In un’ottica post-marxista, alle donne vengono riconosciuti gli stessi diritti che agli uomini. Esistono inoltre anche milizie curdo-siriane composte da donne, come ad esempio l’Ypj, Unità di protezione delle donne, che combattono spesso a capo scoperto contro gli estremisti islamici dell’Isis. Il Rojava, poi, è stato anche un esperimento politico-sociale, con l’adozione di una Costituzione di stampo democratico, pluralista e liberale, che enfatizza l’ambientalismo e il ruolo delle comunità locali nella gestione del potere.

Oggi i curdi siriani si sentono traditi

Attaccati dalla Turchia e abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi siriani si sentono traditi proprio da quel mondo occidentale che aveva espresso sostegno e stima negli ultimi anni. Ilham Ahmed, presidente del Comitato esecutivo del Consiglio democratico siriano, da Bruxelles chiesto alle istituzioni europee di “non abbandonare i siriani” e di non chiudere gli occhi su Erdogan.”Gli Stati dell’Ue devono ritirare al più presto i loro ambasciatori dalla Turchia perché sta violando troppe leggi internazionali e continua a danneggiare la Siria. Questo crimine va fermato e la Turchia deve essere sanzionata per quello che ha fatto”.

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A Montemerano la storia e il genocidio degli armeni. Ne parla Gregorio Zovighian (Grossetonotizie 09.10.19)

Sabato 12 ottobre, alle 17:30, alla biblioteca comunale di storia dell’arte di Montemerano, si terrà l’incontro con Gregorio Zovighian dal titolo “Gli armeni: la storia, il genocidio”.

Gli armeni sono un popolo di origine antichissima che ha sviluppato nel corso dei secoli una civiltà e una cultura ancora in gran parte poco conosciute. Di loro ci si accorge quasi soltanto quando ci si imbatte in uno dei tanti armeni che in ogni luogo del pianeta si sono fatti conoscere per le loro opere e sono diventati famosi. E allora chi armeno non è si chiede il perché di una diaspora che ricorda sia pur in scala minore quella del popolo ebraico e quale storia abbia alle spalle questo popolo.
Degli armeni ci si ricorda anche ogni volta che viene citato il genocidio compiuto ai loro danni dalla Turchia durante la prima guerra mondiale, forse il più grave atto di persecuzione subito da questo popolo nel corso di una storia che purtroppo non è avara di persecuzioni nei loro confronti.
Siamo comunque in presenza di una grande civiltà e quindi il bisogno di conoscerla meglio diventa ineludibile per tutti coloro che credono non si possa prescindere dalla conoscenza della storia dell’intera umanità per interpretare e comprendere l’oggi.
L’Accademia del Libro intende fornire un contributo a questo approfondimento, invitando a parlare degli Armeni e dell’Armenia Gregorio Zovighian, attento conoscitore della materia da sempre impegnato nella diffusione della storia e della cultura armena.
La storia degli armeni, dall’antichità ai giorni nostri, con particolare riferimento al genocidio del 1915, sarà il tema della conversazione che terrà sabato prossimo a Montemerano. Saranno proiettate diverse immagini illustrative e al termine il relatore sarà a disposizione degli intervenuti per rispondere a domande e richieste di chiarimenti.

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