Armenia, storia d’un grande massacro (Il Foglio 24.06.25)

ll’inizio di giugno 1915 l’arcivescovo Angelo Maria Dolci, delegato apostolico a Costantinopoli, era venuto per la prima volta a conoscenza di avvenimenti riguardanti le aree interne dell’Impero ottomano. “Centinaia di armeni – così riteneva ancora in quel frangente e lo scriveva in un telegramma cifrato a Roma – sarebbero in fuga a causa delle persecuzioni perpetrate da musulmani. Voci di massacri, veritiere oppure artatamente diffuse, accompagnano questi flussi di profughi”. Il 22 di giugno venne a sapere che anche ad Adana era in corso un tentativo di “sradicare la componente armena e cristiana dall’intera provincia”. Centinaia di famiglie venivano scacciate con la forza dalle loro case, dai villaggi e dalle città e “messe sulla strada senza avere una meta certa dove recarsi”.

 

All’inizio di luglio gli venne inoltre comunicato che 700 cattolici, tra i quali l’arcivescovo armeno-cattolico mons. Ignatius Maloyan, erano stati vittime di un massacro pianificato. Anche dalle altre province dell’est del paese gli arrivavano notizie di un complessivo allontanamento forzato di tutti gli armeni cattolici e non, e dell’uccisione di migliaia di uomini tra i quali sacerdoti e vescovi. Furono queste le ragioni che lo spinsero a indirizzare, all’inizio di luglio del 1915 una richiesta scritta di grazia al Gran Visir dell’Impero ottomano, Said Halim. Nel frattempo, mentre gli armeni ortodossi a causa delle loro rivendicazioni per l’uguaglianza di diritti politici erano generalmente malvisti, e per i loro contatti con la sede del catholicos di Etchmiadzin, la città santa degli armeni, situata nella parte russa della loro area di insediamento, erano accusati di collaborazionismo con il nemico, non sussisteva alcun dubbio sul fatto che gli armeni legati a Roma fossero tra i più fedeli sudditi del sultano. Anche nel caso in cui i turchi avessero giustificato le deportazioni come misura di prevenzione contro pericolose insurrezioni, non c’era alcun motivo di coinvolgere i cattolici, proprio perché costoro avevano rinunciato a qualsiasi attività politica, causando peraltro una forte irritazione nei loro confratelli ortodossi.

Eppure, per quanto il delegato apostolico facesse presente che con questo atto di clemenza nei confronti dei cattolici armeni si sarebbe accattivato la benevolenza della Santa Sede, il Gran visir non lo degnò della benché minima risposta. “Alla luce del male che questo stato stava causando alle popolazioni non musulmane – scrisse mons. Dolci il 19 luglio del 1915 al cardinal Girolamo Gotti, le potenze cristiane avevano il dovere di intervenire”. Alla fine di luglio l’Osservatore Romano riferiva di massacri contro i cristiani di Diyarbekir. Il mese successivo non c’era più alcun dubbio sulla portata delle aggressioni poste in essere dai turchi. “Questo governo si è reso colpevole di terribili atrocità nei confronti di cittadini armeni innocenti nelle aree interne dell’Impero. In alcune regioni sono stati massacrati, in altre deportati in luoghi sconosciuti, per farli morire di fame lungo il percorso. Ci sono madri che hanno venduto i propri figli, per preservarli da morte certa. Si lavori instancabilmente per fermare questa barbarie”.

 

Questo scriveva il 20 agosto del 1915 monsignor Dolci al cardinal Pietro Gasparri, segretario di stato, per poi aggiungere quello steso giorno “è uno spettacolo barbaro, che mi spezza il cuore e mi riempie di orrore”. Più di ogni altra cosa però lo affliggeva il senso di personale impotenza. “Mi sono recato più volte dal Gran visir e dal sottosegretario per gli affari esteri. Nel corso dei colloqui il Gran visir mi ha sempre dimostrato grande benevolenza nei confronti dei cattolici armeni, la cui fedeltà al suo governo non gli era certo sfuggita, promettendomi che sarebbero stati rispettati. Eppure alle promesse non ha fatto seguito alcuna azione concreta”. E infatti alla fine del mese altri 7.000 cattolici armeni vennero deportati da Angora (Ankara). Altri loro confratelli erano stati già deportati alla fine di luglio: tutti i maschi tra 15 e 70 anni dopo una marcia di sei ore erano tasti aggrediti di sorpresa dalle unità speciali turche e ammazzati a colpi di vanga, martello, ascia e scure, affinché sembrasse un assalto delle popolazioni delle campagne. A molti dei circa 500 cadaveri, che rimasero insepolti sul fondo di una valle per settimane, vennero amputati naso e orecchie e cavati gli occhi.

 

Un mese dopo, il 27 agosto, 1.500 cattolici armeni tutti di sesso maschile vennero arrestati, tra di loro anche il vescovo e 17 sacerdoti. In seguito al loro rifiuto di convertirsi all’islam, vennero privati di ogni proprietà e imprigionati. Due giorni dopo, prima un gruppo di 800 poi i restanti 700 dovettero abbandonare la città, incatenati a coppie. Vennero però esiliati e non uccisi grazie a un intervento comune dell’ambasciata tedesca e austriaca, del mmministro degli esteri bulgaro e di monsignor Dolci, che fecero forti pressioni sul ministro dell’Interno Talaat Bey per una soluzione diplomatica. La settimana seguente vennero deportate le donne e i bambini di Angora, cui spettò il privilegio di vedersi risparmiato un tratto di strada a piedi verso il campo di concentramento nel deserto siriano: poterono infatti viaggiare nei vagoni bestiame di un treno.

 

Proprio questi risultati apparentemente positivi, di cui beneficiarono i cattolici armeni, irritarono gli ortodossi. Anche quando Dolci in un memorandum per il patriarca armeno-ortodosso assicurò di aver avviato un processo di allentamento delle persecuzioni, al quale verosimilmente anche l’ambasciatore statunitense Morgenthau avrebbe dato il suo apporto, disposto com’era a intervenire su Scheich-ul Ilam, Enver Pascha e Talaat Bey così come sul ministro della giustizia Ibrahim Bey, rimase nell’aria un vago sentore di diffidenza. Al Patriarca non piaceva che degli apparenti privilegi fossero riservato ai soli cattolici, il che nel vilayet di Angora aveva portato perfino a dei passaggi in massa di Armeni gregoriani nelle file della Chiesa Cattolica, il che non rientrava certo tra gli auspici del Papa. In questo senso il Segretario di Stato Gasparri raccomandò al delegato apostolico che il suo impegno non fosse circoscritto ai cattolici “io sono padre di tutti i cristiani, anche di quelli che non mi accettano come tale”, sono le parole con le quali Benedetto XV aveva definito un suo “ecumenismo del sangue”.

 

Per un mese e mezzo Papa Benedetto XV si era affidato al talento diplomatico del suo delegato, a questo punto però prese direttamente lui in mano le redini. Sempre durante il mese di agosto, così venne fatto sapere a Dolci, il Pontefice dapprima si rivolse al kaiser Guglielmo II e all’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe chiedendo loro di intercedere a favore degli armeni presso gli alleati turchi. Quindi prese egli stesso la parola e scrisse di propria mano al sultano. “Il Santo Padre – rese noto il cardinale Gasparri alla nunziatura di Vienna – è sconvolto dalle notizie dei terribili massacri contro gli armeni commessi da musulmani, e con il cuore gonfio di compassione per questi sventurati, ha deciso di scrivere a sua maestà, il sultano Mehmet V, per far sì che Egli, avvalendosi dei suoi poteri istituzionali, ponga fine a questa atroce carneficina”. Attraverso l’ambasciata di Costantinopoli il testo autografo giunse nelle mani di monsignor Dolci, che doveva personalmente recapitarlo al palazzo del sultano. Vi si leggeva testualmente: “Maestà, tra le afflizioni che ci procura la grande guerra nella quale si trova coinvolto il potente impero di Vostra Maestà assieme alle grandi nazioni d’Europa, ci spezza il cuore l’eco dei dolorosi lamenti di un intero popolo, che nel territorio governato dagli ottomani è sottoposto a indescrivibili dolori. La nazione armena ha già visto molti dei suoi figli giustiziati, mentre molti altri sono stati arrestati o mandati in esilio. Tra di loro ci sono anche numerosi religiosi e perfino alcuni vescovi.

 

E ci è stato recentemente riferito che gli abitanti di interi villaggi e città sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, per essere quindi dislocati in remoti campi di raccolta tra grandi dolori e pene indicibili, dove tra angherie psichiche e terribili privazioni, devono sopportare ogni tipo di mancanza e perfino i morsi della fame. Noi crediamo, Maestà, che eccessi di questo genere si siano verificati contro la volontà del governo di Vostra Maestà. Per questa ragione ci rivolgiamo, colmi di fiducia nella Vostra Maestà,  invitandovi fervidamente, nella Vostra sublime Magnanimità, a dimostrare compassione e a intervenire a favore di un popolo che proprio grazie alla religione nella quale si riconosce, viene invitato a servire fedelmente e devotamente la persona della Vostra Maestà. Dovessero risultare tra gli armeni dei traditori della patria o persone responsabili di altri crimini, costoro dovranno essere giudicati e puniti in conformità al diritto vigente. Possa quindi la Vostra Maestà in virtù del suo grande senso di giustizia non lasciare che degli innocenti ricevano la stessa pena di chi è colpevole e possa la Vostra sovrana clemenza raggiungere anche coloro che hanno commesso delle mancanze”.

 

La notizia dell’intervento del Papa venne resa nota dalla stampa, come previsto. Il cardinale Gasparri, segretario di stato, tentò inoltre di mobilitare la diplomazia austriaca e tedesca. In due comunicazioni scritte (del 15 settembre e del 2 ottobre) incaricò ambedue i nunzi, Scapinelli a Vienna e Fruehwirth a Monaco, di adoperarsi preso quei governi “con discrezione ma anche con grande energia”, affinché “venisse posta immediatamente fine a questo barbaro operato”. Se non avessero agito con sufficiente sollecitudine, Austria e Germania si sarebbero rese corresponsabili dei massacri. Con queste parole mons. Fruehwirth si rivolse a Mathias Erzberger, il delegato centrale bavarese e alla commissione missionaria del Comitato centrale dei Cattolici di Germania, che si riunì il 29 ottobre del 1915 a Berlino. In quella stessa giornata l’organismo decise di redigere una petizione rivolta al cancelliere del Reich Friedrich Alfred von Bethmann Hollweg, affinché “venisse posta immediata fine alle misure punitive oltremodo dure che venivano impiegate contro gli armeni da parte del governo turco” e venisse fermato “l’incombente annientamento dell’intero popolo armeno”.

 

In una lettera del 10 novembre il cancelliere agì di conseguenza dando mandato all’incaricato d’affari il Freiherr von Neurath, di “far valere – in qualsiasi occasione gli si presentasse ed esercitando la massima pressione – la sua influenza presso la Sublime Porta a favore degli armeni e di prestare articolare attenzione affinché le misure coercitive della Sublime Porta non si estendessero ad altri gruppi della popolazione cristiana residenti in Turchia”. Questo tentativo però non sortì alcun effetto. Ciononostante l’impegno di ambedue i nunzi fu riconosciuto dal Papa che li elevò al rango cardinalizio il 6 dicembre di quello stesso anno. In quegli stessi giorni monsignor Dolci si trovava di fronte a un problema totalmente differente. La Sublime Porta si rifiutava  infatti ostinatamente di concedergli udienza presso il sultano, che avrebbe ricevuto dalle sue mani la lettera autografa del Papa. Soltanto l’intercessione dell’ambasciata tedesca ottenne il risultato sperato: sei mesi dopo, il 23 ottobre del 1915, il delegato apostolico venne finalmente ammesso al cospetto del sultano.

 

La risposta del sultano si fece attendere altre quattro settimane e giunse il 19 novembre 1915. Tanto più deludente fu però il suo contenuto, che si limitava a sbandierare la bugia propagandistica già diffusa dalla Sublime Porta, secondo la quale “le deportazioni erano la legittima risposta del governo nei confronti di un complotto degli armeni. Per questa ragione era impossibile per lo stato turco e i suoi ufficiali operare una distinzione tra elementi ribelli e pacifici”. Monsignor Dolci sperava comunque che l’iniziativa del Papa avesse quantomeno dimostrato una sua efficacia. “Il risultato era stato assai positivo. Non soltanto si era ottenuto un improvviso miglioramento delle condizioni, ma anche le barbariche persecuzioni erano quasi del tutto cessate”, scriveva il 12 dicembre. Gli era stata perfino promessa un’amnistia per tutti gli armeni in occasione delle festività natalizie. Soltanto poco a poco Dolci si rese conto di quanto fosse stato ingannato e imbrogliato. In nessun caso i cattolici vennero fatti rientrare nelle loro città e nei loro villaggi. Al contrario, “ci sono ulteriori casi di deportazioni e c altri massacri,” dovette infine malinconicamente ammettere rivolgendosi ai suoi referenti a Roma.

 

“Questa promessa (del ministro degli Esteri Halil Bey a monsignor Dolci) , che del resto non era stata espressa in forma vincolante , non è stata mantenuta” dichiarò a Berlino in tono asciutto e referenziale il 27 dicembre anche il nuovo ambasciatore tedesco a Costantinopoli, il conte Paul Wolff Metternich. In realtà in quel periodo le grandi deportazioni nei sette vilayets armeni si erano già da tempo interrotte, solo pochi altri erano stati spediti tardivamente nel deserto. A Costantinopoli quasi nessuno era a conoscenza di quanto accadeva da quelle parti e cioè che nei campi di concentramento non solo ogni giorno centinaia di armeni morivano di fame e per le epidemie, ma venivano anche trucidati dai commando delle forze speciali. “La question arménienne n’existe plus”, “non esiste più una questione armena” aveva spiegato Talaat Bey già il 31 agosto all’ambasciatore tedesco ad interim, il conte Ernst Hohenlohe-Langenburg. Un solo risultato aveva ottenuto l’intervento del Papa: agli Armeni di Costantinopoli era stato risparmiato ogni ulteriore provvedimento o deportazione. Non vennero inoltre adottate altre misure nei confronti delle istituzioni cattoliche.

 

Verso la fine dell’anno anche Monsignor Dolci dovette rassegnarsi a constatare che un indescrivibile numero di almeno un milione di Armeni gregoriani, tra i quali 48 vescovi e 4.500 sacerdoti, era stato trucidato fino ad allora e un ulteriore mezzo milione doveva seguirli nella tomba nel 1916. Inoltre fino a quel momento erano rimasti vittima dei massacri cinque vescovi armeno-cattolici, 140 sacerdoti, 42 religiosi e circa 85.000 fedeli. Undici Diocesi (Angora, Kaisery, Trebizon, Erzurum, Sivas, Malatya, Kharput, Diyarbekir, Mardin, Musch e Adana) erano state totalmente evacuate, 70 chiese e anche molte scuole erano state confiscate. In altre due diocesi, Aleppo e Marasch, le persecuzioni proseguirono mentre la sola diocesi di Brousse era stata fino ad allora risparmiata.  I turchi avevano palesemente infranto la  promessa di risparmiare i cattolici armeni.

 

Deluso e amareggiato, Dolci scriveva questa lettera a monsignor Eugenio Pacelli, segretario agli affari esteri all’interno della segreteria di stato vaticana, proprio l’uomo che un giorno sarebbe diventato Papa: “Per difendere gli armeni, ho perso il favore di Cesare, il Nerone di questa infelice nazione. Intendo con queste parole il Ministro dell’interno Talaat Pascha, Gran maestro della Massoneria d’Oriente. Deve essere venuto a sapere delle forti pressioni esercitate sulle altre Ambasciate dopo l’intervento scritto del Santo Padre. Lo penso perché da quel momento in poi mi guarda davvero male. Per Benedetto XV non sussisteva alcun dubbio sul fatto che “lo sventurato popolo armeno andasse incontro a un quasi totale annientamento”. L’affermò testualmente il 6 dicembre 1915 in una allocuzione davanti al Concistoro, l’assemblea dei cardinali.  Che avesse ragione lo certifica un rapporto del patriarca armeno-cattolico che giunse a Roma sei mesi dopo, nel giugno del 1916.

 

“Il progetto di annientamento del popolo armeno in Turchia procede sempre a pieno regime. Gli armeni esiliati, esattamente come accaduto in precedenza, vengono condotti nel deserto e privati di ogni mezzo di sussistenza. Periscono così miseramente per la fame, le epidemie, le condizioni climatiche estreme. E’ certo che il governo ottomano ha deciso di eliminare il cristianesimo dalla Turchia prima della fine del conflitto mondiale. E tutto questo accade sotto gli occhi del mondo cristiano. Anche il tentativo da parte di Benedetto XV di fermare il genocidio degli armeni attraverso un intervento diplomatico, fallì miseramente. Eppure il Papa riuscì perlomeno ad attirare l’attenzione dei cristiani sul triste destino dei loro fratelli nella fede nell’Impero ottomano e sui crimini commessi dal regime turco.

 

Michael Hesemann è storico e scrittore tedesco, ha compiuto lunghe ricerche presso l’Archivio segreto vaticano, esaminando oltre 3.000 pagine di documenti fino ad allora inediti. Frutto di questo lavoro è il libro “Voelkermord an Armenien”, “Il genocidio armeno” (Monaco, 2015). Nell’autunno del 2015 ha presentato i suoi lavori all’Accademia statale delle scienze della repubblica di Armenia, che lo ha insignito di un titolo di dottorato ad honorem. Con Georg Ratzinger ha scritto il libro “Mio fratello il Papa”.

Vai al sito

Monsignor Quicke racconta il silenzio imposto a Ruyssen (Assadakh 23.06.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Non si è ancora spenta l’eco della rinuncia del professor Georges Ruyssen, costretto a non partecipare alla conferenza sul genocidio armeno prevista per il 18 giugno nella Chiesa Reale Belga di San Giuliano dei Fiamminghi a Roma. Per fare luce sull’accaduto, abbiamo intervistato il rettore della storica chiesa, Monsignor Gabriel Quicke.

Teologo e uomo di dialogo, Monsignor Gabriel Quicke è una figura autorevole della Chiesa cattolica contemporanea. Nato a Bruges nel 1961, ordinato sacerdote nel 1987, ha vissuto esperienze di insegnamento in Belgio e missione in Libano, prima di lavorare per dieci anni, dal 2009 al 2018, in Vaticano al Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani. Si è specializzato nei rapporti con le Chiese ortodosse orientali e ha partecipato a importanti tavoli di dialogo teologico. Rientrato in Belgio, è diventato presidente del Collegio dello Spirito Santo e del Seminario Leone XIII ed è stato aggregato alla Facoltà di Teologia e Studi Religiosi della KU Leuven (Belgio), dove, tra le diverse cose, ha insegnato nel corso ‘Eastern and Oriental Christianity’. Dal settembre 2021 è rettore della Chiesa e Fondazione Reale Belga San Giuliano dei Fiamminghi e rappresentante legale della Fondazione Lambert Darchis Liegi/Roma. Oltre all’insegnamento, è impegnato con i cristiani in Medio Oriente e in particolare con gli orfani nel Medio Oriente. Il rettore promuove incontri di spiritualità, memoria e cultura. È autore di diversi saggi e libri in lingua fiamminga, inglese e italiana, attento alle radici cristiane dell’Oriente, all’ecumenismo e alla spiritualità di Sant’Agostino.

Monsignor Quicke, che cosa è successo e perché ha tenuto lei la conferenza al posto del professor Ruyssen?

La sera prima della conferenza, prevista per il 18 giugno, il professor Ruyssen mi ha contattato per comunicare la notizia che non poteva tenere la conferenza. Il Generale della Compagnia di Gesù aveva ricevuto una lettera della Segreteria di Stato. Erano stati avvisati diplomaticamente della nostra iniziativa di organizzare una conferenza sul Genocidio armeno. Nella lettera, tra le righe, si chiedeva che l’iniziativa fosse cancellata.

Il professor Ruyssen è stato esplicitamente scoraggiato a tenere la conferenza. Alla fine, ho proposto di assumere il ruolo di mediatore. Non era più possibile per me avvisare tutti. Inoltre, avevamo anche organizzato il ricevimento con il catering.

Il patrone di questa Fondazione è San Giuliano l’Ospitaliere. Nello spirito di ospitalità ho voluto accogliere tutti gli invitati, presentare un’umile introduzione al lavoro scientifico di Padre Ruyssen e dare voce a chi non ha più voce.

Avevo chiesto gentilmente di mantenere la serenità di costruire insieme ponti di pace e di giustizia e “di credere nella verità in modo da poter rinascere nella verità”, come dice Sant’ Agostino: “la verità non appartiene né a me né a chiunque altro, ma a tutti noi” (Confessiones XII, 25, 34).

Non sono un agostiniano, ma in un certo senso mi sento figlio di Agostino che parla di Christus mediator: “Cerchiamo di crescere per saper discernere il bene dal male e sempre più attaccarci al Mediatore che potrà liberarci dal male, con una guarigione interiore” (Tractatus in Iohannis Evangelium, 98, 6).

Dunque ho voluto essere mediatore! Avendo lavorato per 10 anni nel Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, dove ero responsabile del dialogo con i cristiani ortodossi orientali, e avendo anche seguito da vicino la relazione con la Chiesa apostolica armena, ho fatto un’introduzione al lavoro innovativo svolto dal professor Ruyssen.

In accordo con il professor Ruyssen ho fatto (durante la notte) la traduzione di un testo di un libro in inglese che avevo scritto qualche tempo fa sui cristiani in Medio Oriente (A Spiritual Discovery of Christians in the Middle East, Gompel&Svacina, Oud-Turnhout / ‘s-Hertogenbosch, 2020), in cui parlo anche del genocidio armeno, fra le altre cose.

Alla fine della conferenza ho ripetuto che questa era soltanto una introduzione umile al lavoro scientifico, originale e unico del professor Ruyssen. L’editore Il signor Pirolli aveva messo a disposizione una copia delle sue pubblicazioni sulla Questione Armena e sulla Questione Caldea e Assira. Per valorizzare il lavoro del professor Ruyssen ho incoraggiato tutti i presenti ad ordinare una copia della sua pubblicazione durante il ricevimento. Alla fine ho invitato tutti ad applaudire in onore del professor Ruyssen”.

Vai al sito

Roaco, al via la plenaria: focus su Medio Oriente e territori di guerra (VaticanNews 23.06.5)

Vatican News

La situazione delle Chiese orientali, alla luce anche della cronaca internazionale di queste settimane, a cominciare dal conflitto allargato in Medio Oriente, sarà al centro della 98.ma assemblea plenaria della Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali (Roaco), i cui lavori si svolgeranno nella Sala Congressi del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani a partire da oggi pomeriggio, con lo Steering Committee, fino lunedì 23 giugno con il consiglio direttivo.

Come si legge nel programma, diffuso in una nota del Dicastero per le Chiese Orientali, martedì 24 giugno si terrà la celebrazione eucaristica inaugurale delle ore 8:30, presieduta dal cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali e presidente della Roaco, durante la quale si ricorderanno i benefattori vivi e defunti e si pregherà per la pace, affidando al Signore e all’intercessione della Tutta Santa Madre di Dio i Paesi che soffrono a causa della guerra.

Il focus su Terra Santa e Armenia

Nella prima sessione si entrerà subito nel vivo soffermandosi sulla situazione in Terra Santa, con particolare attenzione alla realtà di Gaza. La situazione sarà analizzata grazie ai contributi del patriarca di Gerusalemme dei Latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa; del Delegato Apostolico a Gerusalemme, monsignor Adolfo Tito Yllana; del Custode di Terra Santa e Guardiano del Monte Sion, padre Francesco Patton, OFM;  del vice-cancelliere della Bethlehem University, fratel Hernan Santos, FSC. Durante il meeting verranno condivise informazioni relative alla Colletta Pro Terra Sancta del 2024.

Nel pomeriggio il focus si sposterà sull’Armenia. Sul tema interverranno il rappresentante pontificio in Armenia, monsignor Ante Jozić, e l’ordinario per i fedeli armeni cattolici in Europa Orientale, l’arciprete Kévork Noradounguian.

La situazione in Siria

La mattinata di mercoledì 25 sarà dedicata all’analisi della situazione in Siria, sconvolta ieri da un attentato suicida in una chiesa di Damasco. Sulla situazione interverrà monsignor Hanna Jallouf, OFM., vicario apostolico di Aleppo, e monsignor Joseph Tobji, arcivescovo maronita della medesima Sede. Al termine della mattinata di mercoledì, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, offrirà una panoramica sull’azione diplomatica della Santa Sede su diversi fronti, con particolare riferimento alle situazioni che coinvolgono la presenza dei cristiani orientali, soprattutto nelle regioni maggiormente interessate da conflitti e da limitazioni nell’ambito della libertà religiosa.

La fragilità dell’Etiopia

La giornata si concluderà con una relazione di Smonsignor Tesfaye Tadesse Gebresilasie, MCCI, vescovo Ausiliare di Addis Abeba, sulla situazione in Etiopia, Paese che attraversa una fase di elevata fragilità istituzionale e politica dopo due anni di guerra che ha provocato migliaia di vittime e milioni di sfollati interni.

L’udienza con il Papa

I lavori si concluderanno con lo Steering Committee di fine plenaria, che programmerà anche gli appuntamenti futuri. Nella mattinata di giovedì 26 Papa Leone XIV, riceverà la Roaco in udienza.

Oltre ai relatori, parteciperanno alla plenaria i rappresentanti delle Agenzie Cattoliche che fanno parte della ROACO, i Superiori e diversi Officiali del Dicastero per le Chiese Orientali, alcuni rappresentanti della Segreteria di Stato, del Dicastero per l’Evangelizzazione, del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale.

Vai al sito


La 98ª plenaria della Roaco (Osservatore Romano)


 

Il Vescovo di Viterbo verso l’Armenia, alle radici della fede (Assadakah 20.06.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Un viaggio inseguito a lungo, sognato forse da sempre. Per la prima volta, la diocesi guidata da S.E. Monsignor Orazio Francesco Piazza si appresta a partire per l’Armenia. La partenza è fissata per venerdì 5 luglio, data simbolica per un pellegrinaggio che non ha nulla di turistico, ma tutto di spirituale. “È come toccare l’Ararat”, confessa il vescovo, evocando la montagna sacra per eccellenza del popolo armeno, simbolo di una storia che unisce il dolore del martirio e la gloria della fede.

“Quando si insegue un sogno per una vita si teme poi di non poterlo più realizzare. Allora mi sono detto che si doveva mettere un punto fermo e andare”. Un bisogno che si fa chiamata dunque, un desiderio che diventa necessità: entrare in contatto con un popolo che ha saputo custodire la propria identità tra le pieghe del tempo, resistendo alla violenza, alla dispersione, all’oblio.

Non è un caso che, per accompagnarlo, abbia voluto alcuni sacerdoti. Monsignor Piazza sostiene che questo viaggio non è un itinerario, ma un ingresso in una civiltà.

“Ho costruito l’itinerario seguendo due coordinate – spiega il vescovo di Viterbo –  quella spirituale, per accostarsi alla tradizione liturgica e alla profondità religiosa armena, e quella storico-culturale, per comprendere una nazione che ha conosciuto il martirio in forme molteplici. Nulla è lasciato al caso: ogni tappa è un approdo, ogni incontro una possibilità di entrare davvero nel cuore di questa terra”.

Un vescovo amico, che vive in Armenia, gli ha detto: “In Armenia non si può andare una volta sola. Le impressioni si sommano e richiedono più ingressi per diventare sintesi”. E proprio questa consapevolezza ha guidato la scelta di evitare un itinerario turistico, in favore di un approccio più profondo e autentico.

E quando a Monsignor Piazza si chiede se pensa che gli armeni siano dimenticati dal Vaticano, lui dissente.

“Un popolo dimenticato dal Vaticano? – dichiara il Vescovo – Non mi sembra. Alcuni Papi sono stati i primi a pronunciare la parola genocidio riferita agli armeni. Papa Francesco lo ha definito il primo del XX secolo. Certo, usare questa parola ha conseguenze nei rapporti tra Stati, ma ciò non deve togliere nulla alla verità”. E ricorda il sostegno della Chiesa in occasione di eventi recenti, come le guerre e i terremoti, tramite la Caritas.

“Il problema è anche mediatico – osserva – perché oggi tutto passa dalla visibilità. Ma è la conoscenza diretta che conta. Ed è proprio in questa direzione che si colloca il viaggio: conoscere dal vivo, comprendere, testimoniare. Un viaggio verso il cuore del cristianesimo.

L’aspettativa è quella di un viaggio che possa riportarci alle radici del cristianesimo, che in Armenia ha trovato una sua stabilizzazione statuale già nel IV secolo”. Ma non solo. Monsignor Piazza vuole comprendere il senso profondo di una fede che ha resistito a tutto, “perché oggi viviamo in un mondo che ha perso l’identità”.

La figura di San Gregorio Illuminatore, simbolo della trasmissione del Vangelo come criterio di vita, diventa per lui chiave di lettura della realtà armena: “Non è curiosità, ma desiderio di andare al cuore di un’identità che ha saputo mantenersi fedele a se stessa nonostante tutto”.

Contro la frammentazione, la forza di una memoria viva. In un’epoca dove tutto tende a frantumarsi e a banalizzarsi, il vescovo cerca nell’Armenia un modello di resilienza spirituale, sociale e culturale. Un’esperienza che, ne è certo, lo arricchirà moltissimo.

Non resta che partire, con lo sguardo rivolto alla vetta. Non solo quella dell’Ararat, ma quella interiore, dove si annida il senso ultimo del pellegrinaggio: ritrovare sé stessi incontrando l’altro, scoprire la propria fede ascoltando quella di un popolo che l’ha custodita come un fuoco sacro.

Vai al sito

La guerra in Iran e le conseguenze nel Caucaso (Asianews 20.06.25)

L’Azerbaigian si trova in prima linea rispetto allo scontro tra Israele e l’Iran, con il suo ruolo ambivalente di partner strategico di Tel-Aviv e relazioni complesse e contraddittorie con Teheran. Ma anche la vicina Armenia esprime apertamente il timore che il conflitto possa durare a lungo, coinvolgendo anche i Paesi della regione.

Baku (AsiaNews) – Sono molto sensibili i rischi del conflitto tra Israele e Iran per la situazione dell’Azerbaigian, partner strategico di Tel-Aviv con relazioni complesse e contraddittorie con Teheran. E con 689 km di frontiera con l’Iran dove sono possibili le provocazioni, ma anche i possibili attacchi iraniani contro gli obiettivi israeliani in Azerbaigian e la “guerra ideologica” per lo schieramento degli sciiti contro il governo attuale di Ilham Aliev.

Nella visione di Benjamin Netanyahu, questa guerra non è una semplice “operazione speciale” alla maniera russa, non è un episodio o un incidente, ma “una risposta decisa e sistematica a una minaccia esistenziale”, prima che gli ayatollah di Teheran abbiano la possibilità di schiacciare il bottone delle armi nucleari. I colpi inferti da Israele hanno già ritardato il programma nucleare iraniano di 6-7 anni, ma “questo non è sufficiente” per gli israeliani. I commenti da parte dell’Azerbaigian riportano che “noi non lottiamo con il popolo iraniano, ma con chi vuole rendere prigioniero tutto il Medio Oriente da Teheran fino a Beirut e Damasco”.

L’esercito israeliano e i suoi servizi di intelligence agiscono in simbiosi tra la superiorità tecnologica e l’informazione interna, in una guerra decisamente poco classica. La fine del conflitto è pensabile solo nel caso che Teheran ammetta la sconfitta strategica e tecnologica, e cerchi un accordo che riduca al minimo le perdite e permetta di salvare la faccia, elemento questo particolarmente importante per la mentalità mediorientale: senza riconoscere apertamente di avere perso, si può modificare la retorica e passare alle trattative economiche, cercando di mascherare le conseguenze della disfatta.

A Washington e Bruxelles pensano che “basti firmare qualche carta”, osservano i commentatori su Zerkalo.az, e il problema si risolve; a Teheran, invece, ritengono che le pressioni siano umiliazioni alle quali in qualche modo bisogna rispondere, preferibilmente con azioni di forza, piuttosto che con le trattative. Ma qui entrano in gioco gli equilibri tra i tanti attori della regione, dove l’Azerbaigian è ritenuto un “vero amico di Israele nel confronto con il mondo arabo”, in grado di convincere gli Stati del Golfo Persico a considerare Israele come un vicino, piuttosto che come un nemico.

L’Azerbaigian si trova però esposto a possibili turbolenze, con flussi di profughi dall’Iran che sono destinati ad aumentare nei prossimi giorni, mentre già si cominciano ad evacuare le popolazioni delle provincie di confine, con necessità di organizzazione logistica, sanitaria e amministrativa. L’Iran comincia ad accusare Baku di essere un “alleato dei sionisti”; di qui la necessità di una risposta pragmatica, senza cedere alle provocazioni.

Anche l’Armenia sta seguendo con attenzione l’evoluzione della situazione tra Israele e Iran, in questo caso con un orientamento più attento alle posizioni iraniane, con le preoccupazioni espresse dal presidente dell’Assemblea nazionale Alen Simonyan. Per ora non si registrano arrivi di profughi dall’Iran in Armenia, ma c’è la preoccupazione che “questa guerra possa durare ancora a lungo, e trasformarsi in qualcosa di più globale, coinvolgendo i Paesi della regione, mentre a noi servono vicini pacifici”. Gli equilibri della regione sono molto in bilico per tante tensioni passate, che si pensava fossero in fase di superamento, ma ora nuove nubi si addensano anche all’orizzonte del Caucaso meridionale.

Vai al sito

Turchia-Armenia: Erdogan riceve premier Pashinyan in visita a Istanbul (AgenziaNova 20.06.25)

Ankara, 20 giu 23:24 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha ricevuto oggi a Istanbul il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, in visita nel Paese accompagnato dal ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan. Lo riferisce un comunicato della Direzione delle comunicazioni della presidenza della Repubblica turca. “Durante l’incontro sono stati discussi il processo di pace e dialogo nel Caucaso meridionale, in particolare i contatti tra Turchia e Armenia, nonché gli attuali sviluppi che riguardano la regione”, si legge nella nota. Erdogan, recita inoltre il comunicato, ha sottolineato a Pashinyan l’importanza dell’accordo raggiunto nei negoziati tra Azerbaigian e Armenia, sottolineando che Ankara “continuerà a fornire ogni tipo di sostegno agli sforzi intrapresi per lo sviluppo della regione con un approccio win-win”. Le parti hanno anche discusso le possibili misure da adottare nell’ambito del processo di normalizzazione tra la Turchia e l’Armenia. Secondo quanto si legge inoltre nel comunicato, Erdogan ha evidenziato che Ankara “sta utilizzando tutti i mezzi della diplomazia a favore della stabilità non solo nel Caucaso, ma nell’intera regione, e che continua i contatti con i leader per eliminare i rischi derivanti dalla spirale di violenza innescata dagli attacchi di Israele contro l’Iran”. (Tua)


 

Storica visita in Türkiye di Pashinyan, incontro con il presidente Erdoğan

Karabakh addio (Internazionale 20.06.25)

Le radici del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Le guerre degli ultimi trent’anni, l’esodo degli armeni e il futuro della regione. Un reportage storico per capire una delle crisi più intricate della nostra epoca

Il sole di inizio novembre riscalda dolcemente le strade di Erevan. Sopra la capitale armena si solleva una densa polvere che oscura le montagne circostanti. Anche la più importante, l’Ararat, situata a poche decine di chilometri, oltre il confine con la Turchia.

Leggi qui KARABAKH ADDIO INTERNAZIONALE 20.6.2025

Il conflitto Israele-Iran per Armenia e Azerbaijan (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.06.25)

Due paesi sono particolarmente esposti al conflitto Israele-Iran: Armenia e Azerbaijan. Entrambi confinanti con l’Iran, entrambi con intense relazioni con quest’ultimo, ed entrambi con numerose minoranze che vi risiedono. Un’analisi dei rapporti e delle conseguenze del conflitto

19/06/2025 –  Marilisa Lorusso

Il conflitto Israele-Iran sta rimodellando le dinamiche di sicurezza regionale nel Caucaso meridionale, con un impatto significativo sulle valutazioni rispetto alla propria sicurezza nazionale sia per l’Azerbaijan che per l’Armenia.

Nonostante i passati scontri politici con Teheran, l’Azerbaijan ha a lungo cercato di bilanciare le sue relazioni strategiche tra le potenze regionali concorrenti tra cui Iran, Russia, Israele e Stati Uniti.

Il presidente Ilham Aliyev ha costantemente ribadito  la politica di non allineamento del paese, affermando che il territorio azero non sarebbe mai stato utilizzato come da campo di battaglia per le potenze regionali o globali.

La prospettiva di sicurezza dell’Armenia è segnata dalla preoccupazione di perdere un attore regionale, l’Iran, che più di chiunque altro si è speso per la garanzia di integrità territoriale armena.

Yerevan teme anche che l’Azerbaijan possa sfruttare il confronto Iran-Israele come copertura per una nuova aggressione. Il Comitato Nazionale Armeno d’America (ANCA) ha avvertito  che l’Azerbaijan potrebbe imitare schemi passati – come gli attacchi durante la pandemia di COVID-19 o la guerra in Ucraina – per innescare un conflitto, distogliendo l’attenzione globale.

La situazione è ulteriormente complicata dalla presenza delle numerose diaspore armene e azere, con varie persone che si sono trovate in difficoltà per via dei voli civili dirottati a causa degli attacchi israeliani contro l’Iran.

Questo conflitto ha esposto armeni e azeri gli uni agli altri in una forma inedita. I passeggeri armeni, inclusi cittadini russi di origine armena, si sono allarmati quando i voli dirottati sono atterrati a Baku, considerati i precedenti dell’Azerbaijan in materia di detenzione di armeni.

L’Unione degli armeni di Russia ha chiesto a Mosca di garantire la loro protezione, mentre le autorità armene sono intervenute in seguito all’arrivo inaspettato di cittadini azerbaijani a Yerevan.

Queste vulnerabilità dimostrano come le popolazioni della diaspora diventino vittime involontarie di disordini geopolitici e conflitti.

Il clima attuale solleva timori di ricadute regionali e di una ripresa della guerra. Gli armeni americani hanno esortato gli Stati Uniti a impedire qualsiasi sfruttamento della crisi da parte di Azerbaijan e Turchia.

Un’ulteriore escalation potrebbe destabilizzare la regione e mettere a repentaglio gli sforzi di lunga data per una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale.

L’Iran per l’Armenia

Nel 2025, le relazioni ad alto livello tra Armenia e Iran si sono intensificate, sostenute da una idee condivise su come si dovrebbe sviluppare e garantire la connettività e la sovranità regionale.

Il 14 giugno, l’ambasciatore iraniano in Armenia, Mehdi Sobhani, si è rivolto ai media a Yerevan, confermando il sostegno di Teheran all’Armenia in questioni come il corridoio dello Zangezur e ribadendo che le frontiere tra Armenia e Iran devono essere gestite dalle guardie di frontiera armene, non da quelle di paesi terzi. Per entrambi i paesi quello è un confine storico, più che millenario, e per entrambi un salvacondotto intoccabile.

A marzo c’è stato il viaggio ufficiale del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Yerevan, incentrato sull’approfondimento diplomatico e sui rapporti economici. Successivamente, il Segretario del Consiglio di Sicurezza armeno Armen Grigoryan, ha partecipato al “Forum di dialogo di Teheran 2025” e ha incontrato i massimi funzionari iraniani, tra cui il Presidente Masoud Pezeshkian e il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Akbar Ahmadian, il 19 maggio scorso.

Anche il ministro della Difesa iraniano Aziz Nasirzadeh ha visitato Yerevan intorno al 20 maggio scorso, ribadendo la ferma opposizione dell’Iran a qualsiasi modifica dei confini – un riferimento diretto alle ambizioni dell’Azerbaijan – e riaffermando il rispetto per la sovranità territoriale armena.

Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema dell’Iran, ha pubblicamente elogiato l’assertività di Teheran nel contesto delle tensioni del Corridoio di Zangezur in un’intervista del 10 giugno, sottolineando la forza storica dell’Iran e mettendo in guardia contro i piani di modifica del corridoio che minacciano la connettività tra Armenia e Iran.

Nel complesso, il 2025 ha visto una serie di gesti diplomatici che hanno sottolineato la posizione coerente dell’Iran: sostegno all’integrità territoriale dell’Armenia, resistenza ai progetti infrastrutturali regionali percepiti come minaccia e volontà di impegnarsi in sforzi di rafforzamento dei legami reciproci Yerevan-Teheran.

Nikol Pashinyan - © Asatur YesayantsSHutterstock

Nikol Pashinyan – © Asatur YesayantsSHutterstock

La reazione armena

I funzionari armeni hanno prontamente reagito all’esplosione del conflitto. Il primo ministro Nikol Pashinyan, intervenendo al GLOBSEC 2025, ha condannato l’attacco israeliano  contro l’Iran, avvertendo che mette a repentaglio la fragile stabilità nella regione: “Vorrei esprimere la nostra preoccupazione e condanna in relazione all’ultima azione di Israele… Mette in discussione la fragile stabilità che abbiamo nella regione”.

Allo stesso modo, il Ministero degli Esteri armeno ha definito l’attacco come unilaterale, profondamente preoccupante e minaccia per la pace sia a livello regionale che globale.

Il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan ha tenuto colloqui  urgenti con il presidente iraniano Abbas Araghchi, sottolineando la necessità di gestire il rischio regionale ed evitare un’escalation.

Il Segretario del Consiglio di Sicurezza Armen Grigoryan ha ribadito  questo concetto al forum APRI-2025, definendo gli attacchi una violazione dell’integrità territoriale dell’Iran e mettendo in guardia sui loro effetti sull’Armenia.

In quanto paese transfrontaliero, l’Armenia sta utilizzando il confine per favorire lo sfollamento dei proprio connazionali, ma anche quelli di paesi alleati  . Più di un centinaio di indiani hanno preso la via della fuga dall’Iran e sono riparati in Armenia.

C’è poi l’allerta nucleare. A seguito degli attacchi israeliani contro i siti nucleari iraniani, l’Armenia ha inviato esperti in materia di radiazioni nella provincia di Syunik, coprendo le aree di Meghri, Agarak e Kajaran.

Il Centro Scientifico-Tecnico per la Sicurezza Nucleare e delle Radiazioni non ha per ora riscontrato alcun aumento delle radiazioni di fondo naturali, affermando che è in corso un monitoraggio continuo.

Israele e Azerbaijan, e il suo ruolo di mediatore

Le relazioni israelo-azerbaijane si sono notevolmente approfondite negli ultimi anni, riflettendo un allineamento strategico che abbraccia difesa, energia, diplomazia e mediazione regionale.

Nel 2025 l’assistente del Presidente dell’Azerbaijan Hikmet Hajiyev ha incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. I funzionari hanno descritto i colloqui come un momento di svolta per il rafforzamento di solidi legami bilaterali.

Questo incontro ad alto livello ha fatto seguito a mesi di attività diplomatiche, tra cui una lettera del 28 aprile del presidente Ilham Aliyev al presidente israeliano Isaac Herzog, in occasione del Giorno dell’indipendenza di Israele, e una visita programmata, sebbene rinviata, di Netanyahu a Baku all’inizio di maggio.

In questo caso si è messa di traverso la Turchia, che non avrebbe consentito a Netanyahu di sorvolare sul proprio territorio, a riprova delle diverse posizione dei due partner strategici verso Israele.

Il ministro dell’Economia azerbaijano Mikayil Jabbarov ha visitato Israele ad aprile, e il viaggio del ministro della Difesa Zakir Hasanov ha incluso incontri con il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e il capo di Stato Maggiore delle IDF, tenente generale Eyal Zamir.

Queste interazioni hanno evidenziato non solo la cooperazione militare, ma anche il ruolo geopolitico dell’Azerbaijan come mediatore.

I media israeliani hanno riferito che Baku ha ospitato i colloqui turco-israeliani all’inizio di maggio. L’Azerbaijan ha svolto un ruolo modesto ma di grande impatto nelle relazioni tra Turchia e Israele, in particolare come interlocutore di fiducia in periodi di tensione.

Nel 2023 Baku ha contribuito a mediare il primo processo di riconciliazione tra Turchia e Israele dopo anni di relazioni tese. Il suo equilibrio diplomatico – offrire energia a Israele tramite oleodotti mantenendo al contempo i legami culturali e storici con la Turchia, nonché una partnership strategica che non ha eguali nella regione – gli ha permesso di mantenere aperte le comunicazioni anche in periodi di forte polarizzazione.

Baku ha ospitato nuovi round di mediazione nel maggio 2025, con funzionari israeliani che cercavano di risolvere il conflitto in Siria, dove sia Israele che la Turchia detengono zone di influenza.

La posizione neutrale e la leva diplomatica dell’Azerbaijan gli hanno permesso di facilitare discussioni, in particolare per quanto riguarda il dispiegamento di armi strategiche e la presenza di attori ostili vicino ai confini israeliani.

L’Azerbaijan nella nuova guerra

Alla luce delle recenti azioni militari di Israele contro l’Iran, l’Azerbaijan è stato oggetto di speculazioni sul suo potenziale coinvolgimento. Baku ha categoricamente smentito queste voci.

Il 13 giugno, l’assistente del presidente Aliyev, Hikmet Hajiyev, ha dichiarato che le affermazioni secondo cui l’Azerbaijan avrebbe reclutato azeri in Iran come agenti al servizio di Israele erano completamente infondate e inventate. Ha definito tali notizie come disinformazione volta a destabilizzare la reputazione dell’Azerbaijan e ad alimentare tensioni etniche in una regione altamente sensibile.

Inoltre, il ministro degli Esteri Jeyhun Bayramov ha ribadito il 14 giugno scorso che nessun Paese può utilizzare il territorio dell’Azerbaijan contro un Paese terzo, incluso il vicino e amico Iran.

Queste smentite fanno parte di un più ampio sforzo diplomatico per affermare la neutralità dell’Azerbaijan e prendere le distanze dalle accuse di coinvolgimento diretto nelle operazioni israeliane.

I funzionari azeri sono pienamente consapevoli del delicato equilibrio necessario per mantenere partnership strategiche con Israele ed evitare provocazioni nei confronti dell’Iran, un vicino potente con una relazione complessa con Baku.

Come stato frontaliero, e che detiene un legame anche etno-culturale con l’importante minoranza azera in Iran, Baku si deve muovere con estrema cautela. Per la prima volta dalla pandemia, l’Azerbaijan ha riaperto il confine via terra con l’Iran per favorire lo sfollamento dei cittadini azeri in fuga dalla guerra.

Ilham Aliyev - © Drop of Light/Shutterstock

Ilham Aliyev – © Drop of Light/Shutterstock

Azerbaijan e Iran

L’Azerbaijan e l’Iran hanno avuto una serie di incontri diplomatici ad alto livello nel 2025, segnando un significativo disgelo nelle relazioni bilaterali.

All’inizio di febbraio, l’assistente presidenziale azero Hikmet Hajiyev ha visitato Teheran e ha incontrato il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e altri alti funzionari.

Il presidente iraniano Pezeshkian ha ricambiato con una visita ufficiale a Baku ad aprile, durante la quale è stato firmato un piano strategico completo che definisce il quadro per un’intensificazione della collaborazione bilaterale.

In precedenza, il vice primo ministro azero Shahin Mustafayev ha incontrato la sua controparte iraniana Farzaneh Sadegh a Teheran per la sedicesima Commissione economica congiunta. Anche il primo ministro azero Ali Asadov si è recato in Iran, dove ha incontrato il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref e il presidente Pezeshkian.

Queste visite rientrano in una dinamica regionale più ampia, che comprende i colloqui trilaterali pianificati tra Iran, Azerbaijan e Russia.

Un pilastro del recente slancio diplomatico è lo sviluppo del Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud, una rotta strategica che collega la Russia all’Oceano Indiano attraverso l’Iran e l’Azerbaijan.

I due Paesi hanno partecipato al 3° Forum Economico del Caspio insieme a Russia, Kazakistan e Turkmenistan, sottolineando il loro impegno per la connettività regionale.

Inoltre, l’Azerbaijan sta portando avanti progetti che migliorano il coordinamento nei settori doganale, energetico e dei trasporti, in parte per ridurre la dipendenza da corridoi politicamente sensibili.

Durante la Commissione Economica Congiunta di gennaio, l’Azerbaijan e l’Iran hanno firmato un Piano di Cooperazione Strategica per l’implementazione e la gestione del Terminal di Astara, un hub cruciale per il transito merci.

Parallelamente, sono stati compiuti progressi nella costruzione di un ponte sul fiume Araz ad Aghbend, facilitando nuovi collegamenti stradali e ferroviari tra lo Zangezur e il Nakhchivan attraverso il territorio iraniano.

Questi progetti infrastrutturali fanno parte della più ampia strategia dell’Azerbaijan per consolidare il suo status di Paese di transito chiave nelle reti commerciali eurasiatiche, cosa che la crisi in corso rischia di minare.

I rapporti, precedentemente tesi, tra Baku e Teheran hanno raggiunto un punto di svolta con la risoluzione dell’attacco all’ambasciata azera di Teheran del 2023.

Nel gennaio 2025, l’Iran ha estradato in Azerbaijan Farid Safarli, un detenuto collegato al caso. Il 22 febbraio, l’aggressore, Yasin Hosseinzadeh, è ​​stato giustiziato dopo la conferma della sua condanna a morte da parte della Corte Suprema iraniana. Questo atto è stato accolto con favore dai funzionari azerbaijani e dalla famiglia della vittima.

In un passo simbolico verso la riconciliazione, i due Paesi hanno avviato le loro prime esercitazioni militari congiunte, “Araz-2025”, tenutesi nei territori liberati dell’Azerbaijan, a ulteriore dimostrazione dell’evoluzione del partenariato strategico.

Questo, però, accadeva prima che la regione venisse stravolta da una nuova guerra che mette a repentaglio fortissimi interessi azeri e costringe il paese a un equilibrismo diplomatico simile a quello in cui si trova verso il conflitto in Ucraina.

Vai al sito

Rivista Terrasanta: i cristiani in Iran sono una presenza plurisecolare (AgenSir 18.06.25)

Su una popolazione di 90 milioni di abitanti, sono poche centinaia di migliaia i cittadini iraniani che professano il cristianesimo. In Iran rimangono solo 150mila cristiani armeni (apostolici, cattolici ed evangelici), 30mila assiri, 24mila cattolici caldei e latini e una manciata di cristiani ortodossi. La comunità armena è la più antica e numerosa. Il suo nucleo è nella città di Isfahan, nell’Iran centrale. L’ultimo numero della rivista Terrasanta, il bimestrale fondato dalla Custodia di Terra Santa, a Gerusalemme, nel 1921, riporta un’ampia descrizione della presenza cristiana in Iran a partire dai monumenti più rappresentativi come la cattedrale di Vank, intitolata a San Salvatore, la chiesa di Bedkhem (Betlemme), la chiesa di San Nicola, la chiesa dedicata al Battista, alla Vergine e a san Gregorio l’Illuminatore, colui al quale si deve la conversione del popolo armeno al cristianesimo. Scrive Giuseppe Caffulli, direttore responsabile della rivista: “Gli armeni sono presenti nell’attuale Iran da millenni, interagendo prima con l’antico impero persiano e, successivamente, con i sovrani musulmani sciiti” facendo fiorire una ricca economia grazie al commercio della seta, la stampa dei libri. In breve tempo, “Isfahan divenne una città prospera, dove i cristiani vivevano in armonia con i musulmani”. “In questi giorni – annota Caffulli – mentre l’Iran e la stessa città di Isfahan sono bersaglio degli attacchi israeliani, val la pena ricordare la presenza – per quanto oggi meno numerosa rispetto al passato – di un’antica comunità cristiana. Le diocesi cattoliche sono sei: quattro di rito caldeo (la cui sede patriarcale è a Baghdad, in Iraq), una armena (ad Isfahan appunto) e una latina, affidata nel 2021 al frate minore conventuale di nazionalità belga, il card. Dominique Joseph Mathieu”. Secondo il direttore ci sarebbe anche “la presenza di una comunità sommersa, costituita da convertiti dall’islam, soprattutto appartenenti a chiese evangeliche o pentecostali, che praticano la loro fede principalmente in ambienti domestici per sfuggire alle restrizioni imposte dal regime”. Nonostante la Rivoluzione iraniana e l’avvento al potere degli ayatollah nel 1979, abbia spinto molti armeni a lasciare il Paese, i cristiani apostolici armeni restano ancora oggi la più grande comunità non musulmana in Iran e continuano a professare la loro fede e ad avere un ruolo attivo nella società, con rappresentanza anche in parlamento. Un quarto di essi vive nell’area di Isfahan, di cui circa ottomila nello storico quartiere di Nuova Jolfa, ambito anche dai musulmani. Cristiani, ebrei e zoroastriani furono riconosciuti in Iran come ‘minoranze religiose’ nella Costituzione del 1906. Nel 1928 venne garantita loro rappresentanza parlamentare. Nel 1943 ottennero anche l’autonomia per gli aspetti del diritto civile che riguardano la famiglia: matrimoni, divorzi, testamenti e adozioni. La Repubblica islamica, di fatto, ha confermato queste prerogative, nel rispetto però delle leggi islamiche: controllo di programmi scolastici, divieto di consumare alcolici e giocare d’azzardo. In più le donne devono coprire i capelli e rinunciare ai cosmetici (in pubblico). Altra caratteristica dei cristiani armeni dell’Iran è quella di far parte di associazioni benefiche, culturali e sportive, fondamentali per trasmettere lo spirito cristiano e la cultura armena. Delle oltre 24 scuole armene che un tempo educavano i bambini della comunità, solo la metà ha oggi un preside armeno; le altre sono dirette da musulmani, segno dell’ingerenza dello Stato nell’educazione. Nella Repubblica islamica dell’Iran, specie lontano da contesti come quello di Now Jolfā, non è semplice per i cristiani (armeni e non solo) mantenere la propria identità in una società pervasivamente musulmana.

Fonte: Agensir

Leone XIV: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis saranno santi il 7 settembre, il 19 ottobre gli altri sette beati (SIR 13.06.25)

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis saranno canonizzati il 7 settembre prossimo. Lo ha annunciato il Papa, durante il suo primo Concistoro, in cui è stata ufficializzata anche la canonizzazione di Bartolo Longo e di altri sette beati, prevista per il 19 ottobre. Diversamente da quanto era stato annunciato da Papa Francesco, non sono previste dunque canonizzazioni durante i prossimi appuntamenti giubilari degli adolescenti e dei giovani. Secondo il calendario dei grandi eventi, infatti, la canonizzazione di Frassati era prevista il 3 agosto, mentre quella di Acutis, prevista ad aprile, era stata sospesa proprio a causa della morte di Papa Francesco. Pier Giorgio Frassati, studente e terziario domenicano, membro della San Vincenzo de’ Paoli, della Fuci e di Azione Cattolica, è stato beatificato nel 1990 da Papa Giovanni Paolo II. Durante l’udienza generale in piazza San Pietro, il 4 giugno scorso, Leone XIV lo aveva citato nei saluti ai fedeli polacchi. “Vi esorto a seguire con coraggio il Signore, rispondendo alla chiamata che Egli rivolge a ciascuno di voi”, l’invito del Papa: “Possano i santi e beati essere guide in questo cammino. Tra loro vi è il beato Pier Giorgio Frassati, patrono dell’Incontro dei Giovani di quest’anno in Polonia, nei Campi di Lednica”. Gli altri beati che verranno canonizzati il 19 ottobre, insieme a Bartolo Longo, sono: Ignazio Choukrallah Maloyan, arcivescovo armeno cattolico di Mardin, martire; Peter To Rot, laico e catechista, martire; Vincenza Maria Poloni, fondatrice dell’Istituto delle Sorelle della Misericordia di Verona; Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, fondatrice della Congregazione delle Serve di Gesù; Maria Troncatti, religiosa professa della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice; José Gregorio Hernández Cisneros, fedele laico.

Vai al sito