L’Armenia si prepara al voto (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.11.18)

I colpi di scena non sono certo mancati nella vita politica della Repubblica di Armenia dalla fine dell’URSS: la guerra per il Karabakh, la sparatoria in parlamento nel 1999, l’ascesa alla presidenza di Serzh Sargsyan nel 2008 bagnata di sangue. Il 2018 si incastona in questa periodizzazione di eventi che hanno scandito la storia del paese ma con un primato positivo: tutti i processi politici dell’anno sono stati pacifici. Un primo bilancio che permette di ripercorrere i principali momenti dell’anno politico armeno che volge al termine – ma che certo non s’è ancora esaurito – con un blando ottimismo.

Un anno convulso ma pacifico

Nel marzo 2018 le elezioni presidenziali hanno portato all’elezione alla massima carica dello stato di Armen Sarkissian, innescando i processi che hanno poi portato alla cosiddetta Rivoluzione di Velluto. Presidente uscente è stato infatti Serzh Sargsyan (non poteva più ricandidarsi) che a quel punto ha cercato di portare a termine il suo avvicinamento verso la carica di primo ministro, strategia avviata già tre anni fa con l’organizzazione di un referendum che ha trasformato l’Armenia in una Repubblica parlamentare, con il potere politico passato dallo scranno presidenziale a quello del primo ministro.

Il cambio di poltrona si è però rivelato impraticabile per il veterano della politica armena. L’ex presidente, per pochi giorni primo ministro, è stato obbligato alle dimissioni sotto la pressione delle manifestazioni di piazza capeggiate da Nikol Pashinyan che il 1 maggio è divenuto il nuovo primo ministro. Un premierato rimesso il 6 ottobre scorso, quando Pashinyan ha dato le dimissioni innescando una crisi di governo e l’ormai prossimo scioglimento del Parlamento.

Come e perché della crisi

La necessità di rinnovare il Parlamento – o Assemblea Nazionale, come è denominata in Armenia – era stata percepita nell’immediato del dopo Rivoluzione di Velluto. Il motivo è intuibile: Pashinyan si è trovato a capo di un governo di minoranza, in un parlamento largamente dominato dal partito del delegittimato e spodestato Sargsyan. I numeri del parlamento come uscito dalle elezioni del 2017 vedevano il Partito Repubblicano di Sargsyan con 58 seggi su 105, l’Alleanza Tsarukyan con 31, lo Yelk (Via d’Uscita) di Pashinyan con 9 seggi e la Federazione Rivoluzionaria Armena con 7. Come governare con questi numeri, considerando che lo stesso Yelk si era diviso nel periodo della rivoluzione, per poi ricompattarsi solo a fronte del successo largamente personale di Pahinyan? Si è aperta quindi una fase politica di concitate negoziazioni, in cui le quattro forze politiche presenti in parlamento hanno dovuto ridisegnare le proprie strategie davanti a un elettorato mobilitato, critico e più attento, emerso da un’apatia e un disincantato scetticismo che avevano accompagnato il ristagno politico degli ultimi anni.

Una stampella allo Yelk del nuovo primo ministro è arrivata dall’Alleanza Tsarukyan e dalla Federazione Rivoluzionaria Armena. Per i due partiti, ambedue in passato alleati di Sargsyan e del Partito Repubblicano, pur con fasi alterne, la situazione creatasi ha rappresentato una grande chance per scrollarsi di dosso l’etichetta di un passato politico scomunicato dalle piazze e per accedere al governo dell’Armenia post-rivoluzionaria. Vice versa per lo Yelk i due partiti hanno portato i seggi necessari per provare a portare avanti la propria piattaforma politica con il parlamento che c’era, senza screditarsi provando a cooptare parlamentari Partito Repubblicano.

Un’alleanza di governo però fatta di cristallo che si è infranta il 3 ottobre scorso quando Pashinyan ha sollevato dal governo 6 ministri su 17, tutti esponenti dei due partiti-stampella, come effetto di una dura battaglia verso quei ministri che intendevano approvare modifiche ai regolamenti parlamentari che avrebbero ritardato le elezioni. Per Pashinyan era invece importante arrivare a breve allo scioglimento del parlamento perché le elezioni parlamentari anticipate erano una delle condizioni della Rivoluzione di Velluto. Sono seguite le già citate dimissioni del primo ministro, la mancata sua rielezione in due sedute del parlamento e quindi il prossimo scioglimento del parlamento ed elezioni, che probabilmente si terranno il prossimo 9 dicembre.

Una crisi politica quindi condotta in prima persona da Pashinyan, una prova di forza con l’ambizione di ridisegnare un parlamento che sia più rappresentativo della cosiddetta Rivoluzione di Velluto.

Tutti i partiti sapevano che questo momento sarebbe arrivato, ma vi era chi le preferiva prima e chi dopo. Per Pashinyan questo è un buon momento: il fermento rivoluzionario non si è esaurito, il primo ministro è ancora molto popolare e il governo non ha avuto né il tempo né la capacità, essendo di minoranza, di fare nulla che ne intaccasse il seguito e la credibilità. Il movimento di primavera, e le sue probabili estese alleanze a movimenti attualmente extra parlamentari, si sente tra l’altro rinfrancato da un recente successo elettorale, la cui scia potrebbe lambire le elezioni di dicembre: a settembre ci sono state infatti le amministrative del comune della capitale, e l’Alleanza il Mio Passo – che raduna il partito di Pashinyan ed esponenti della società civile a lui vicini – ha ottenuto l’81% dei voti. Con questa sigla, che richiama la marcia rivoluzionaria di primavera, Pashinyan correrà anche alle parlamentari di dicembre.

Il Partito Repubblicano, sprofondato nel voto di settembre, ha già visto in seno dell’attuale parlamento le prime defezioni (i suoi seggi attuali sono 50). Avrebbe voluto portare avanti la legislatura almeno fino all’estate 2019, in modo da avere il tempo per riorganizzarsi dopo il terremoto politico degli ultimi mesi. Non ce l’ha fatta, ma chiude la legislatura con quella che forse è una vittoria di Pirro: ha impedito che venisse cambiata la legge elettorale.

Come si vota?

La legge elettorale con cui si andrà al voto è ancora quella fatta dal governo a guida dei Repubblicani. Sono previste due liste, una chiusa e una con preferenze da indicare. Pashinyan, avrebbe voluto cambiare la legge elettorale abbassando lo sbarramento attualmente del 5% per i partiti e del 7% per le coalizioni, alzando le quote rosa al 30% – attualmente del 25% – e rimuovendo la lista a preferenze che è una misura introdotta dai Repubblicani. Questi ultimi infatti enumerano tra le proprie fila pesi massimi del mondo politico ed economico e permettendo l’espressione delle preferenze in alcune circoscrizioni possono mettere in campo persone in grado di fare man bassa di voti. Rimuovere la loro visibilità ne avrebbe ridotto il peso.

La legge non è passata per l’ostruzionismo dei Repubblicani. Gli elettori decideranno se è stata o meno una vittoria di Pirro.

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Il silenzio sul genocidio armeno (Polesine24.it 19.11.18)

“La bellezza sia con te” è il nuovo libro di Antonia Arslan, uscito lunedì 19 novembre, che la scrittrice ha anticipato sabato scorso durante l’incontro nella biblioteca frazionale di Bottrighe. “Un privilegio che ci ha particolarmente onorato” il commento di Gabriella Veronese responsabile della biblioteca particolarmente emozionata nell’ospitare una personalità di così alto livello morale e culturale. Sala completamente gremita e pubblico attento dalla prima all’ultima parola, per poi mettersi in coda per salutare la scrittrice e farsi fare autografi e dediche.

Arslan ha parlato con grande emozione della storia del popolo armeno, il nonno paterno era armeno, il primo popolo a dichiarare la sua fede cristiana, ancor prima dei romani. Si è soffermata a raccontare le persecuzioni subite da parte del governo ottomano, dell’incredibile indifferenza degli altri Paesi di fronte a migliaia di morti. Tra il 1915 e il 1916 su 2 milioni di popolazione totali, 1 milione e 500mila armeni furono barbaramente trucidati e i rimanenti scamparono alla morte certa solo per casi fortuiti.

La scrittrice ha posto un accento particolare per spiegare il vero significato della parola genocidio. “Si tratta – ha affermato – di un termine di origini recenti, coniato nel 1944 dal polacco Raphael Lemkin proprio per identificare quanto era stato perpetrato ai danni di un intero popolo, termine da non confondere con strage o altri idiomi. Un genocidio si compie quando un governo, quello ottomano, in questo caso, elimina una parte della sua popolazione con l’intento di estirpare la popolazione stessa per motivi etnici, religiosi o altro, tragedia che poco dopo toccò anche al popolo ebraico e, successivamente, nel 1994, in Ruanda, all’etnia Tutsi”.

Durante l’incontro Arslan ha parlato dei suoi libri che ricostruiscono di fatto l’autobiografia culturale e morale di un popolo: “La masseria delle allodole”, uscito nel 2004, ispirato proprio alle vicende del popolo armeno, fino al penultimo “Lettera a una ragazza in Turchia”, del quale ha letto un brano di grande bellezza. “Il pomeriggio si è concluso troppo presto – ha osservato Gabriella Veronese – con il pubblico che, dopo lunghi applausi, ha fatto la coda per salutare la grande scrittrice e chiedere il suo autografo. Anch’io, come la docente del liceo Banfi, che ha ospitato una precedente conferenza della Arslan, voglio terminare con una frase presa da “Il libro di Mush” dove si legge: ‘Cadano tre mele dal cielo: la prima per chi ha raccontato questa storia, la seconda per chi l’ha ascoltata, la terza per il mondo intero’. Questa è la lezione che, sono certa, rimarrà nel cuore e nella mente dei tanti presenti che hanno dedicato un sabato pomeriggio per ascoltare una testimonianza che deve essere la bussola per orientarsi al giorno d’oggi”.

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Armenia: premier designato Pashinyan, cooperazione tra governo e cittadini cruciale per risolvere problemi del paese (Agenzianova 19.11.18)

Erevan, 19 nov 13:02 – (Agenzia Nova) – Un’efficace cooperazione tra governo, comunità e cittadini è cruciale per la risoluzione di tutti i problemi che affliggono l’Armenia. Lo ha dichiarato il primo ministro designato, Nikol Pashinyan, parlando ad un incontro con i leader delle comunità, i direttori delle scuole e i capi delle strutture sanitarie del governatorato di Gegharkunik. “Vogliamo che ci siano pari opportunità per tutti i cittadini, in modo da incoraggiare gli investimenti e incentivare il governo a creare nuovi posti di lavoro”, ha affermato il premier incaricato, aggiungendo che è in corso di valutazione una proposta per rendere le microimprese esenti dalle tasse. (Res)

Italia-Armenia: Mattarella riceve presidente Sarkissian (Agenzianova 18.11.18)

Italia-Armenia: Mattarella riceve presidente Sarkissian
Erevan, 18 nov 08:55 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella ha ricevuto ieri l’omologo armeno Armen Sarkissian. Lo rende noto un comunicato della presidenza armena, secondo cui al centro dei colloqui ci sono state le questioni riguardanti l’ulteriore approfondimento delle relazioni bilaterali. Nel corso dell’incontro Sarkissian ha inoltre informato Mattarella sugli incontri e gli accordi stipulati durante la sua visita a Roma, iniziata mercoledì scorso, ponendo l’accento sulle ampie opportunità di cooperazione esistenti nei settori economico, culturale e scientifico. Durante il suo soggiorno a Roma Sarkissian ha avuto una serie di incontri, tra cui quelli con i dirigenti dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), con l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, e con il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Massimo Inguscio. Il presidente armeno è inoltre intervenuto mercoledì scorso alla conferenza “Geopolitica del digitale: nuovi confini, crescita e sicurezza del paese”, organizzata dal gruppo Elettronica presso la Sala della Scherma del Foro Italico, a Roma, con la collaborazione dello Studio Ambrosetti. (Res)

La Chiesa Apostolica Armena ha un suo rappresentante a Roma (Acistampa 16.11.18)

CITTÀ DEL VATICANO , 16 novembre, 2018 / 2:00 PM (ACI Stampa).-

La nomina dell’arcivescovo Khajag Barsamian a rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede e legato della Chiesa armena nell’Europa Occidentale ha il compito di rafforzare i rapporti di amicizia tra Santa Sede e Catholicossato.

L’arcivescovo Barsamian, 67 anni, è stato dal 1990 al 2018 Primate della Diocesi della Chiesa Armena negli Stati Uniti, ed è una personalità conosciuta come abile a intessere rapporti di amicizia con le altre confessioni cristiane. È arrivato a Roma da qualche settimana, ha accompagnato il Catholicos Karekin II nella sua seconda visita a Papa Francesco in questo anno dopo quella che ha avuto luogo durante la “giornata armena” del 5 aprile 2018, e ha cominciato una serie di relazioni allo scopo di migliorare i ponti di dialogo.

Come la Comunione Anglicana, anche la Chiesa Apostolica Armena si dota così di un rappresentante stabile presso la Santa Sede. Si tratta di un segnale molto forte per un legame che è diventato sempre più stretto.

Un percorso di dialogo che era cominciato con San Giovanni Paolo II, che già nel 1996 aveva firmato con il Catholicos Karekin II una dichiarazione comune in cui venivano affermate le comuni origini della Chiesa Apostolica Armena e della Chiesa Cattolica.

Impossibilitata a partecipare al Concilio di Calcedonia del 451, infatti, la Chiesa Apostolica Armena non ne accettò le conclusioni, e poi rimase isolata dal resto del mondo per anni, oggetto di varie dominazioni, ma anche chiusa in se stessa. Ha mantenuto una identità forte, basata sul culto del libro e sull’alfabeto inventato da Mashtoz, e ha subito anche l’accusa di monofisitismo, cioè di non credere nella doppia natura di Gesù Cristo vero uomo e vero Dio.

Attribuzione che la Chiesa Apostolica Armena non ha mai accettato, mentre ha sempre sottolineato di aderire alla posizione di San Cirillo di Alessandria (370-444) su “l’unica natura incarnata di Dio verbo”.

Dalla dichiarazione di San Giovanni Paolo II e Karekin II nel 1996 ci sono state altre dichiarazioni comuni e di fede cristologica, che hanno superato le incomprensioni teologiche, le difficoltà linguistiche, le diversità culturali e le reciproche differenze.

San Giovanni Paolo II viaggiò in Armenia nel 2001, e così ha fatto Papa Francesco nel 2016, dopo aver superato una crisi diplomatica che aveva avuto luogo con la Turchia per aver menzionato la parola genocidio nella Santa Messa per i fedeli di Rito Armeno del 12 aprile 2015.

Da lì, il dialogo è stato in discesa, e il sempre più stretto legame tra Chiesa Apostolica Armna e Chiesa Cattolica è stato reso simbolicamente visibile dalla “mattinata ecumenica” dedicata all’Armenia lo scorso 5 aprile, avvenuti prima che il Papa si recasse nel giardino tra il governatorato e la caserma della Gendarmeria a inaugurare la Statua di San Gregorio di Narek donata dalla presidenza della Repubblica di Armenia. Un segno che, come fu detto nella dichiarazione congiunta di Papa Francesco e il Catholicos Karekin II durante il viaggio di Papa Francesco in Armenia, “sono più le cose che uniscono che quelle che dividono”.

Quindi, il secondo incontro tra Papa Francesco e Karekin II, del 24 ottobre 2018, ha contribuito a continuare il dialogo, che verte soprattutto sul sostegno ai cristiani del Medio Oriente e sull’educazione comune.

Su questi temi di dialogo sta lavorando ora l’arcivescovo Barsamian, che punta anche ad avere un programma di scambio tra giovani seminaristi cattolici e seminaristi della Chiesa Apostolica Armena, per favorire l’incontro tra le due Chiese.

Nato ad Arpkir, in Turchia, nel 1951, ha cominciato a 13 anni gli studi al seminario armeno della Santa Croce di Istanbul, e quindi ha studiato a Gerusalemme dal 1967 al 1971. Ha poi completato gli studi a New York e Minneapolis, alla Università Gregoriana a Roma e all’Istituto Orientale di Oxford.

Ha servito come pastore della comunità apostolica armena ad Istanbul, a Jaffa, Haifa, Bamieh e quindi negli Stati Uniti, dove per 28 anni è stato primate della diocesi della Chiesa Armena di America.

Tra le sue attività, quella di presidente del Fondo per l’Aiuto agli Armeni, che ha il compito di aiutare lo sviluppo di Armenia e portare assistenza umanitaria ai suoi cittadini. Il fondo ha donato ad oggi 315 milioni di dollari per progetti di sviluppo, in campo medico, agricolo, educativo e in varie altre aree.

Ora, con questo nuovo incarico, è chiamato a fare da liason tra la Santa Sede ed Etchmiadzin, ma anche a lavorare per le comunità armene dell’Europa occidentale. In Italia, c’è una sola parrocchia apostolica armena, ed è stata costruita a Milano nel 1958. I fedeli della Chiesa apostolica armena in Italia sono 7 mila. In tutto il mondo, ci sono 815 sacerdoti della Chiesa apostolica armena.

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Una chiesa protestante olandese sta tenendo una funzione da tre settimane (Ilpost 16.11.18)

Una legge locale impedisce alla polizia di interrompere le celebrazioni: la chiesa sta usando questo espediente per impedire la deportazione di una famiglia di armeni

Una chiesa protestante nei Paesi Bassi sta tenendo una funzione da circa tre settimane per proteggere una famiglia di immigrati armeni che rischia di essere espulsa. La famiglia – composta da una coppia e da tre figli di 21, 19 e 15 anni – si trova nei Paesi Bassi dal 2010 ma la sua richiesta di protezione internazionale è stata rifiutata, e secondo i giornali olandesi ha esaurito i ricorsi previsti dalla legge. Per impedire che vengano espulsi, la chiesa protestante di Bethel, all’Aia, sta sfruttando un’antica legge olandese che impedisce alla polizia di interrompere una funzione religiosa.

La tv locale Omroep West ha ricostruito che per tenere in piedi la funzione ci vogliono centinaia di pastori, e diversi fedeli che prestino la voce per il coro o dirigano le preghiere. Theo Hettema, presidente delle chiese protestanti all’Aia, ha spiegato di non volere problemi con le autorità, e che la funzione senza limiti di tempo «è solo un espediente temporaneo per attirare l’attenzione sul problema».

Sui giornali olandesi non vengono diffuse molte informazioni sulla famiglia, che di cognome fa Tamrazyan, né su cosa rischiano nel caso siano costretti a tornare in Armenia (un paese che fino a pochi mesi fa era guidato da un leader autoritario e in cui Amnesty International ha registrato diverse violazioni dei diritti umani). Si sa solo che vivevano a Katwijk, una cittadina costiera nei pressi dell’Aia, e che da tempo frequentavano la chiesa protestante locale, prima che del loro caso iniziasse ad occuparsi la comunità protestante della città. Durante un’intervista televisiva Mark Habers, il ministro olandese per l’Integrazione, ha spiegato semplicemente che la famiglia «non ha alcun diritto a ricevere protezione internazionale» e che «non potrà rimanere nei Paesi Bassi».

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Bartolomeo I a Venezia: «In un tempo di fondamentalismi religiosi, la famiglia cristiana torni a parlare in una sola voce» (Genteveneta 15.11.18)

In questo mondo segnato dalla crescita del fondamentalismo religioso, è necessario che la famiglia cristiana torni a parlare in una sola voce, in un percorso di annuncio della Parola di Dio».

È l’auspicio autorevolissimo del Patriarca ecumenico Bartolomeo I, in visita nella tarda mattinata di giovedì 15 novembre, nell’isola di San Lazzaro degli Armeni.

Accolto in isola da mons. Lévon Boghos Zekiyan, arcieparca di Costantinopoli e delegato pontificio per la Congregazione mechitarista, Bartolomeo ha ringraziato per il caloroso benvenuto e ha visitato il monastero dei padri Armeni Mechitaristi, ricordando l’importanza eccezionale della raccolta dei manoscritti qui conservati. In particolare, ha parlato di di San Lazzaro come del luogo «della custodia del più grande patrimonio culturale della Nazione Armena».

«Quest’isola – ha detto ancora il Patriarca di Costantinopoli – è un centro importantissimo di spiritualità e cultura armena ed è veramente un’oasi di pace e di preghiera».

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Italia-Armenia: presidente Sarkissian, adattamento a cambiamenti globali determinerà nuovi leader (Agenzianova 14.11.18)

Roma, 14 nov 16:50 – (Agenzia Nova) – Il mondo di oggi è caratterizzato da un continuo e rapidissimo processo di cambiamento, e coloro che lo hanno compreso e sono riusciti ad adattarcisi saranno i leader di questo secolo, e quelli che avranno più da guadagnare. Lo ha dichiarato Armen Sarkissian, presidente dell’Armenia, intervenuto oggi alla conferenza “Geopolitica del digitale: nuovi confini, crescita e sicurezza del paese”, organizzata dal gruppo Elettronica presso la Sala della Scherma del Foro Italico, a Roma, con la collaborazione dello Studio Ambrosetti. Il capo dello Stato armeno, dopo aver ringraziato tutti i presenti, ha sottolineato quanto il processo di globalizzazione stia cambiando dal punto di vista politico, economico e tecnologico. “Si può parlare di una nuova globalizzazione quantistica, nel senso che siamo arrivati ad una realtà in cui le persone e le imprese sono strettamente interconnesse”, ha affermato Sarkissian, sottolineando l’importanza della connettività per la diffusione di nuove ideologie, modelli economici e best practices. (segue) (Res) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Il dramma della Siria nel pellegrinaggio Roaco in Libano (Vaticannews.va 14.11.18)

Continua il pellegrinaggio della delegazione della Roaco in Libano guidata dal card. Sandri che ieri ha raggiunto la Valle della Bekaa al confine con la Siria. Il racconto drammatico dei vescovi alla presenza del nunzio apostolico a Damasco il card. Zenari. Le speranze di pace per tutto il Medio Oriente

La Delegazione della Roaco  (Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali) sempre guidata dal card. Leonardo Sandri e dal nunzio apostolico mons. Joseph Spiteri, ha raggiunto la valle libanese della Bekaa, giungendo a pochissimi chilometri dal confine con la Siria, a Tanayel, nella grande casa dei Padri Gesuiti, dove ad aspettarli c’erano il Superiore della Casa, e il card. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, e i vescovi cattolici di Siria che hanno potuto raccogliere l’invito della Roaco.

La presenza dei gesuiti a Tanayel

Dopo la Santa Messa in rito latino concelebrata con i nunzi apostolici, i vescovi e i sacerdoti presenti, ha avuto inizio l’incontro con le parole di accoglienza da parte del Superiore locale dei Gesuiti, che ha spiegato che dopo l’uccisione di tre padri gesuiti durante l’impero Ottomano, la Sublime Porta decise di donare questo terreno tramite la Francia, spazio che attualmente ospita un grande terreno agricolo – coltivato in collaborazione con l’Università Saint Joseph secondo i principi ecologici della Laudato Si – un orfanatrofio, e tre scuole per un totale di 1500 alunni per lo più musulmani, oltre ad un centro di spiritualità per ritiri ed esercizi spirituali.

La speranza del card. Sandri di tornare in Siria

Il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ha introdotto la discussione ricordando il suo ultimo viaggio in Siria, per la consacrazione della cattedrale latina di Aleppo, prima dello scoppio della primavera araba, auspicando che la progressiva normalizzazione possa far giungere il giorno per potervi ritornare, ma dicendosi certo che la presenza costante del nunzio creato cardinale da Papa Francesco anche per onorare il martirio del popolo siriano sia un segno grande di incoraggiamento su cui poter contare costantemente.

Il card. Sandri chiede ai vescovi siriani di invitare a visitare il proprio Paese

Il porporatoha anche chiesto che si avvii quasi una “fase-due” delle testimonianze che molti vescovi offrono sul contesto della Siria recandosi in molti Paesi occidentali: è il tempo che vista la maggiore stabilità possano invitare alcuni a visitare la Siria da un lato, garantendo la vicinanza al popolo santo di Dio che ora più che mai ha bisogno di sentire anche fisicamente vicini i propri pastori. Il Prefetto, ricordando che egli stesso domenica 18 compirà 75 anni e sarà quindi chiamato a presentare la rinuncia dall’incarico al Santo Padre come previsto dal diritto, ha preso spunto dal Motu Proprio ‘Imparare a congedarsi’ per ricordare come il tempo del passaggio per un vescovo sia una esigenza interiore e spirituale vivendo il presente servendo il futuro.

La gestione di beni e aiuti per la Siria

Altro tema toccato nell’introduzione del card. Sandri è stata l’importanza della trasparenza nella gestione degli aiuti e dei beni della Chiesa: citando uno dei punti condiviso al termine della Plenaria del Dicastero nell’ottobre 2017, si è ricordato come ci sia da attuare una doverosa distinzione tra beni personali e beni della Chiesa, l’esigenza della corretta intestazione dei conti correnti, e il servirsi di tutti gli strumenti previsti dal diritto, quali il Consiglio per gli Affari economici e il Collegio dei Consultori di ciascuna Eparchia. Il Prefetto ha ricordato i diversi contributi destinati ai sacerdoti della Siria in questi anni di guerra dal Dicastero, certo che ogni vescovo abbia collaborato nel farli pervenire ai suoi collaboratori nell’esercizio del ministero.

Il card. Zenari per la Siria ha evocato la “bomba” povertà

Il card. Zenari è poi intervenuto riprendendo alcuni contenuti rispetto all’elaborazione di una nuova Costituzione, e dinanzi ai Rappresentanti delle agenzie della Roaco ha ricordato che secondo le statistiche dell’Onu dell’anno scorso – che ora potrebbero essere ben peggiori – esiste una “bomba” pericolosissima per il popolo siriano, cioè quella della povertà. Più del 70% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, e molti sono in una condizione di indigenza quasi totale.

Ad Aleppo la comunità cattolica contava 20mila fedeli, oggi solo 7mila

Di seguito ciascun vescovo ha potuto presentare brevemente la situazione della propria Eparchia. Mons. Marayati, armeno di Aleppo, ha ricordato che prima della guerra la sua comunità contava 20.000 fedeli, ora appena 7.000: la proporzione dei due terzi partiti è quella trasversale per tutte le diocesi. Su sette chiese, tre sono state distrutte, funzionano quattro scuole, mentre nell’Eparchia di Kamichlie – di cui egli è amministratore apostolico – sotto il potere curdo, funzionano due chiese e due scuole. Prima della guerra la comunità armena di Aleppo era autosufficiente, aiuntando altre eparchie armene, ora invece si è in grande difficoltà.

I corridoi umanitari favoriscono la fuga dalla Siria

Mons. Abou Khazen, vicario latino di Aleppo, ha ricordato la presenza nella zona di Idlib di due frati rimasti a tenere aperte le due chiese in un contesto di assoluto pericolo e precarietà, fedeli però alla decisione presa dai frati della Custodia già da qualche anno, che “finchè resterà un solo dei nostri fedeli, resteremo anche noi con loro”. In generale tutti i vescovi hanno espresso la loro preoccupazione per lo svuotamento della presenza cristiana in Siria, e qualcuno di loro ha espresso le proprie riserve su certe forme di aiuto, quali i cosiddetti corridoi umanitari, che però di fatto favoriscono la fuga dei fedeli dalla loro patria.

Il problema dei bambini e dei giovani

Mons. Arbach, arcivescovo Melkita di Homs e presidente di Caritas Siria, ha parlato della preoccupazione della costruzione dell’uomo e in particolare dei bambini e della gioventù. C’è il problema della droga tra i giovani, si sta lavorando molto per la promozione umana e spirituale nei centri di catechesi e nella formazione dei formatori, a partire anzitutto dai sacerdoti. E’ stato sollevato anche il problema, per continuare ad operare, della registrazione presso il Governo di Caritas Siria, di cui deve farsi carico con urgenza l’Assemblea dei Gerarchi cattolici del Paese, presieduta dal Patriarca melkita Yousef Absi.

A febbraio 2019 Sinodo inter-eparchiale

I rappresentanti delle Agenzie si sono presentati e hanno interloquito con i Presuli, rinnovando la richiesta di una presentazione corretta dei progetti di aiuto – soprattutto nell’ambito della pastorale – e la corretta rendicontazione richiesta dalle prassi internazionali. Mons. Marayati infine ha parlato di una bella esperienza in atto tra le sei diocesi cattoliche di Aleppo, e cioè la celebrazione di un Sinodo inter-eparchiale che si terrà a febbraio 2019: sarà una occasione per cercare delle strade comuni, per combattere anche il crescere del fanatismo e la sfida dell’educazione dei giovani, speranza e rischio della Siria di domani.

Visita ai Campi dei rifugiati siriani

Dopo il pranzo condiviso con la comunità dei Gesuiti, raggiunti dal Superiore Provinciale (il cui territorio di competenza raggiunge il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, la Turchia, la Terra Santa, la Giordania e la Terra Santa), i Delegati si sono recati a pochi chilometri, nel centro di Bar Elias, dove in mezzo ad accampamenti di rifugiati siriani, in prevalenza musulmani provenienti da Raqqa, lavorano le scuole condotte dal JRS, Jesuit Refugee Service: servono 1600 studenti, attraverso il sistema dei doppi turni mattutini e pomeridiani, in scuole realizzate in container di legno, che consentono però di offrire un percorso scolastico in mezzo agli accampamenti, evitando che essi debbano spostarsi per chilometri o rinuncino del tutto a percorsi di scolarizzazione. Ogni scuola – la cui certificazione è riconosciuta sia in Libano che in Siria – ha anche il supporto di un equipe di assistenza psicologica e psichiatrica per coloro che soffrono di disturbi da stress post traumatico. Alcuni bambini sono orfani, sono nelle tende insieme ai nonni o agli zii. Il gruppo è poi entrato nella tendopoli, incontrando diverse famiglie e ascoltando alcuni loro racconti: ogni tenda deve essere “pagata” 100 dollari al mese ai proprietari del terreno, ed è sempre difficile arrivare a raccogliere in modo onesto i soldi necessari.

Preoccupazione delle religiose per la legge sulle scuole cattoliche in Libano

Nel tardo pomeriggio infine, la Delegazione si è spostata all’Università USEK gestita dall’Ordine Libanese Maronita, dove si è svolto l’incontro i Superiori Generali e Provinciali degli Ordini e delle Congregazioni presenti in Libano, maschili e femminili. Dopo il saluto di Madre Judith Haroun e dell’Abate dell’Ordine Libanese Maronita, il Cardinale Sandri ha raccolto le preoccupazioni dei Religiosi circa la possibilità di continuare alcune opere, specie quelle educative dopo l’approvazione della legge sulle scuole anche cattoliche in Libano, ma ha rilanciato sul tesoro prezioso e sul “santuario” rappresentato dalla vita religiosa nel Paese dei Cedri. Se non si spegnerà e si rinnoverà la carica profetica insita nella loro stessa esistenza, siamo certi che anche ogni opera potrà continuare o venire ridimensionata, ma non verrà meno il dono della vita dei religiosi e religiose al Libano.

Segni di speranza per il Libano e il Medio oriente

Il dialogo che è seguito si è mosso su due binari: da un lato il racconto di alcune esperienze, di piccole scuole che garantiscono l’insegnamento nei villaggi e consentono la formazione equilibrata delle giovani generazioni, lontane da ogni fanatismo e fondamentalismo, di esperienze al servizio dei disabili e dei rifugiati. Se in alcune voci prevaleva la preoccupazione umana e comprensibile per il futuro – forse a motivo anche della solidità che la storia ha consentito di raggiungere – in altre sembrava di vedere come quelle “scintille nelle stoppie” di cui parla il libro della Sapienza: cuori accesi dalla speranza, ben fondati nella promessa di fedeltà del Signore, capacità di intraprendere percorsi di incontro e di collaborazione nel servizio dei bisogni che il tempo presente sta offrendo. Un segno bello e giovane di speranza per il Libano e per il Medio Oriente.

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Italia-Armenia: ministro Giustizia Zeynalyan incontra presidente Autorità anticorruzione Cantone (Agenzianova 14.11.18)

Roma, 14 nov 09:50 – (Agenzia Nova) – Il ministro della Giustizia incaricato armeno, Artak Zeynalyan, ha incontrato ieri il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione italiana, Raffaele Cantone, a margine della sua visita ufficiale a Roma. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”, alla quale il dicastero di Erevan ha rilasciato alcune dichiarazioni. Al colloquio hanno partecipato anche l’ambasciatore armeno in Italia, Victoria Baghdasaryan, e il viceministro della Giustizia, Suren Krmoyan. L’incontro, riferisce “Armenpress”, si è incentrato su una serie di questioni relative alla politica anti-corruzione dei due paesi e la prevenzione di attività illecite di questo tipo, e il presidente Cantone si è dichiarato pronto ad assistere l’Armenia nella sua battaglia contro la corruzione nel paese. (Res)