Con Antonia Arslan un viaggio nella civiltà armena con la settimana di eventi del terzo Dessaran Festival, in corso a Padova (Il Mattino 27.11.18)

Una settimana di eventi. Nel segno dello sconfinamento di generi, linguaggi, arti. Una rassegna di incontri, concerti, spettacoli e appuntamenti per ricordare di quanta ricchezza culturale, sapienza umana e capacità di resilienza sia portatore il popolo armeno, anche nella diaspora, dopo l’atroce genocidio (a lungo dimenticato, rimosso, persino negato) perpetrato dall’impero ottomano tra il 1915 e il 1917. La rappresentazione delle diverse forme di questa antica e vitale civiltà è al centro del Dessaran Festival, la settimana della cultura armena che per la sua terza edizione, dopo lìenorme successo delle precedenti, è in corso a Padova: dove, dal 26 novembre fino al 2 dicembre, in sedi diverse della città, protagonisti del panorama artistico e intellettuale italiano e internazionale svelano i molteplici intrecci di una civiltà millenaria in un avvincente viaggio ai confini tra musica, teatro, letteratura, calligrafia, cinema ed enogastronomia.

«Dessaran, in armeno, significa “l’orizzonte, il confine di ciò che vedi”: l’intento della rassegna è appunto quello di esplorare tanti orizzonti diversi, ma anche nessun orizzonte definito ed escludente, in uno scambio fruttuoso e allegro di saperi, cognizioni, suggestioni antiche e moderne», spiega la scrittrice Antonia Arslan, Direttrice Artistica della manifestazione da lei ideata e organizzata con l’Associazione Nairi Onlus, in collaborazione con l’Assessorato alla cultura del Comune di Padova guidato da Andrea Colasio. Non a caso, ad aprire il Festival un intenso spettacolo teatrale, «Una bestia sulla luna», messo in scena in tutto il mondo, vincitore di cinque premi Molière in Francia e tratto da un testo di Richard Kalinoski che ci parla di esilio e rifugiati, il cui futuro, tutto da costruire, affonda le radici nel profondo dolore del passato. Protagonista magistrale, con la regia di Andrea Chiodi, Elisabetta Pozzi (con Fulvio Pepe, Alberto Mancioppi e Luigi Bignone), a suo agio nelle vesti di Seta, donna armena sposata per procura da Aram Tomasian che, sopravvissuto come Seta al genocidio in cui è stata sterminata tutta la sua famiglia, approda nel Milwaukee del 1921 dove vuole disperatamente ricostruirsi una vita e avere una discendenza in America. Ne nascerà una storia d’amore difficile, in bilico tra conflitti e silenzi, tradizione e voglia di cambiamento, dolore del passato e speranze per il futuro.

Tra gli appuntamenti del fitto calendario del Festival (info e prenotazioni: tel. 342/1486878 – dessaran@nairionlus.org) da segnalare il confronto sulle congiunzioni fra Armeni ed Ebrei in Oriente, dal titolo «Tra sottomissione e resistenze», guidato da Antonia Arslan a partire dai libri di Vittorio Robiati Bendaud La stella e la mezzaluna e di Siobhan Nash-Marshall I peccati dei padri, entrambi usciti nella collana “frammenti di un discorso mediorientale”, diretta dalla Arslan per Guerini e Associati. Il 28 novembre alle ore 21, nell’Auditorium del Centro Altinate San Gaetano, nuovo imperdibile appuntamento con Arslan, scrittrice padovana di origini armene, a lungo docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, che, dopo aver ritrovato le proprie radici traducendo Il canto del pane e Mari di Grano di Daniel Varujan, ha pubblicato bestseller amatissimi, tra i quali La masseria delle allodole (trasposto in film dai fratelli Taviani), La strada di Smirne, Il rumore delle perle di legno e Lettera a una ragazza in Turchia  (in uscita il suo ultimo libro, La bellezza sia con te): la scrittrice dialogherà con lo scrittore e docente di lettere e di ecologia letteraria Matteo Righetto, in un incontro («Da Ismene a Jole: viaggi che durano una vita») sul filo dell’intreccio tra suoni, visioni, immagini e parole scandito dalle musiche dal vivo di Maurizio Camardi (sassofoni, flauti etnici, duduk) e Ilaria Fantin (arciliuto), in collaborazione con la Scuola di Musica Gershwin, e da dolci degustazioni: al centro del dialogo, un itinerario tra le frontiere dell’Impero Ottomano e quelle tra l’Italia e l’Austria, in cui le protagoniste mostrano la loro determinazione e il loro coraggio imparando a chinare la testa e poi a risollevarsi piano piano.

In programma, anche concerti di canti dall’Armenia (il 29 novembre), con un repertorio pensato appositamente per il Festival con opere di Khachaturian, Fauré, Baghdasaryan, Komitas, David Bek, Tigranian, Stepanian, Emin e di Kristina Arakelyan, compositrice e pianista che accompagna per l’occasione il mezzosoprano Anais Rebecca Heghoyan; incontri di degustazione con la foodblogger Anna Maria Pellegrino (il 30 novembre); un evento speciale dedicato all’arte della calligrafia armena (il primo dicembre) con Ruben Malayan, calligrafo e artista visuale, in collaborazione con Norayr KasperIn della Norayr Kasper Cinema INC, che delineerà la tradizione di una pratica nella sua evoluzione dai segni alfabetici disegnati a mano, dagli inizi del V secolo, fino ai libri di calligrafia dei padrei Mechitaristi a Venezia e a Vienna. Infine, il 2 dicembre, chiusura del Festival con la proiezione del film «Hotel Gagarin» di Simone Spada: commedia che racconta la storia di cinque italiani squattrinati e in cerca di successo che vengono convinti da un sedicente produttore a girare un film in Armenia. Ma i loro sogni vengono purtroppo infranti; e tuttavia, malgrado tutto, la troupe trova il modo di trasformare l’esperienza spiacevole in un’occasione indimenticabile che farà loro ritrovare la spensieratezza e la felicità perdute. Un bel messaggio anche per il nostro presente…

Vai al sito

Paesi Bassi: messa no stop per evitare l’espulsione di una famiglia armena (Euronews 27.11.18)

E’ cominciata il 26 ottobre nella chiesa protestante di Bethel, a L’Aia, va avanti 24 ore al giorno e non si sa quando finirà. Una messa infinita, ma soprattutto un escamotage legale per evitare che una famiglia armena di cinque persone venga espulsa dopo che le autorità hanno rifiutato la loro richiesta di asilo, nonostante i cinque vivano in Olanda da nove anni.

In base alla legge olandese la polizia non può interrompere una funzione religiosa. Motivo per cui preti e fedeli provenienti da tutto il paese si alternano giorno e notte per continuare a celebare la funzione e impedire alle autorità di avvicinarsi.

La famiglia Tamrazyan

La famiglia Tamrazyan è fuggita dall’Armenia nel 2009 per ragioni di sicurezza a causa dell’attivismo politico del padre. Negli ultimi tre anni i cinque componenti della famiglia – marito, moglie e i tre figli 21, 19 e 15 anni – hanno fatto parte della chiesa riformata di Katwijk, comune costiero vicino a L’Aia, e hanno vissuto in un centro locale per i richiedenti asilo.

A metà settembre la famiglia è venuta a conoscenza di un ordine di espulsione contro di loro. La figlia maggiore, Hayarpi Tamrazyan, ha invocato l’intervento dei politici olandesi in un video postato sui social media.

“Questa settimana – dice la giovane nel video – potrei essere espulsa dai Paesi Bassi dopo 9 anni. Chiedo il vostro aiuto in nome di mio fratello e mia sorella”.

La solidarietà della Chiesa

Un portavoce della chiesa di Katwijk ha detto che i cinque si sono spostati nelle sale dell’edificio della chiesa poco dopo, sostenendo di non sentirsi più al sicuro nel centro di accoglienza.

“Speriamo che la famiglia ottenga un permesso di soggiorno nei Paesi Bassi per due motivi – ha detto il portavoce a Euronews -. Il padre potrebbe essere ucciso in Armenia. I figli vivono nei Paesi Bassi da nove anni e sono radicati qui”.

Nonostante l’aiuto della chiesa, sulla famiglia Tamrazyan permaneva la spada di Damocle dell’espulsione. Motivo per cui è intervenuta in suo aiuto la chiesa di Bethel, a L’Aia.

Il pastore Axel Wicke ha detto che la chiesa ha accolto la famiglia Tamrazyan il 26 ottobre e che i fedeli avrebbero pregato “24 ore su 24, giorno e notte”, in attesa che la richiesta di asilo fosse riesaminata.

Per tutto il mese, i membri della comunità religiosa hanno postato foto e video della funzione sui social media per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla difficile situazione della famiglia Tamrazyan.

Vai al sito

Armenia: premier Pashinyan, se vincerò elezioni riduzione del tasso di povertà entro 5 anni (Agenzianova 27.11.18)

Erevan, 27 nov 10:49 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro incaricato armeno, Nikol Pashinyan, ha dichiarato che ridurrà il tasso di povertà entro cinque anni in caso di vittoria alle imminenti elezioni parlamentari anticipate. “Ridurremo la povertà estrema in Armenia nei prossimi cinque anni, sradicheremo la disoccupazione. Lo faremo creando nuovi posti di lavoro, investimenti e fabbriche. Oggi vengono discussi con il governo quasi 500 milioni di dollari di programmi di investimento in Armenia. Vogliamo incoraggiarvi a impegnarvi nell’imprenditoria”, ha detto Pashinyan durante un comizio elettorale per l’alleanza My Step nella città di Spitak. Il primo ministro, citato dall’agenzia di stampa “Armenpress”, ha detto che fornirà ai cittadini locali quanto necessario per poter costruire autonomamente il loro benessere. “Dobbiamo fornire all’adolescente acqua per l’irrigazione, risorse e assicurare il consumo e l’esportazione dei loro prodotti al di fuori dell’Armenia, dobbiamo aiutare le persone a guadagnare perché il cittadino dell’Armenia deve garantire il suo benessere con un lavoro dignitoso”, ha detto Pashinyan. Le elezioni parlamentari anticipate in Armenia si terranno il 9 dicembre. La campagna elettorale ha avuto inizio il 26 novembre e si concluderà il 7 dicembre. Sono 11 le forze politiche che parteciperanno alle consultazioni. (Res) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Armenia: premier ad interim Pashinyan guida marcia ad Erevan, “inizio rivoluzione non violenta” (Agenzianova 24.11.18)

Armenia: premier ad interim Pashinyan guida marcia ad Erevan, “inizio rivoluzione non violenta”
Erevan, 24 nov 18:51 – (Agenzia Nova) – Con la marcia di oggi ad Erevan è stato segnato “l’inizio di una rivoluzione economica non violenta” per l’Armenia. Lo ha affermato il primo ministro ad interim armeno, Nikol Pashinyan, a conclusione della manifestazione tenutasi oggi nella capitale del paese caucasico, guidata e convocata nei giorni scorsi dallo stesso Pashinyan in vista dell’inizio della campagna elettorale valida per le elezioni parlamentari, dopo lo scioglimento del parlamento. “Oggi abbiamo svolto la marcia più lunga della storia della terza Repubblica dell’Armenia – ha affermato Pashinyan -. La nostra marcia è durata 9 ore e 25 minuti e abbiamo camminato per 37,5 chilometri in un giorno. Ciò che simboleggia tutto questo: in primo luogo, con ciò abbiamo dimostrato ancora una volta che la nostra volontà è più forte della pietra, e il nostro spirito non conosce la resa e nessuno e niente ci fermerà sulla via della costruzione di un’Armenia libera e felice”, ha aggiunto Pashinyan che ha marciato insieme ai membri del governo accompagnati da una folla di sostenitori che si è assembrata per il comizion finale in piazza della Repubblica. (segue) (Res)

Dzyunashogh: ricordi infranti dell’Azerbaijan (Osservatorio Balcani E Caucaso 23.11.18)

La strada per Dzyunashogh è lunga e difficile. I ricordi degli abitanti di questo villaggio remoto, incastonato tra le montagne dell’Armenia e della Georgia, sono come queste strade tortuose.

Trent’anni fa, quando Dzyunashogh era popolata da azerbaijani, il villaggio veniva chiamato Qizil Shafaq o “Alba Rossa”. Ma con l’acuirsi delle tensioni tra Armenia e Azerbaijan nella regione di Nagorno Karabakh, verso la fine degli anni ’80, gli abitanti del villaggio scelsero di scambiare le loro case con quelle di armeni che vivevano nel villaggio di Kerkenj, in Arzebaijan, distante circa 540 chilometri.

È a seguito del massacro degli armeni nella città di Sumgayit, in Arzebaijan, nel febbraio del 1988, che si diffuse l’idea di abbandonare il paese, racconta un ex abitante di Kerkenj.

“Un giorno, mentre stavamo lavorando, un azerbaijano arrivò e disse che dovevamo lasciare il villaggio”, spiega il 63enne Sashik Vardanyan. “Non potevamo crederci. Tutto è iniziato dopo Sumgayit”.

L’obiettivo era quello di tenere unito il villaggio. Un comitato informale iniziò quindi a cercare dei luoghi disponibili in Armenia, dove stabilire la comunità. Si sperava nella Valle dell’Ararat, una ricca pianura agricola situata ai piedi del Monte Ararat, un simbolo culturale per gli armeni. Ma quei villaggi erano già stati occupati da altri armeni sfollati dalla capitale dell’Azerbaijan, Baku.

Rimaneva disponibile Qizil Shafaq (Dzyunashogh), situata circa 52 chilometri a nord di Vanadzor, terza città dell’Armenia. Come gli abitanti di Kerkenj, anche gli abitanti di Dzyunashogh, azerbaijani, avevano lo stesso desiderio, vivere uniti e in pace.

A tutte le 250 famiglie di Kerkenj il comitato propose delle abitazioni in villaggi armeni, ricorda la moglie di Vardanyan, Sonia, 58 anni. In seguito ogni famiglia andò a Qizil Shafaq per parlare direttamente con gli abitanti azerbaijani.

Per entrambi la priorità era assicurarsi la protezione dei cimiteri. Mostrare rispetto per i defunti è una questione di profonda importanza e di onore. Un impegno di responsabilità collettiva preso dai due villaggi, basato sulla fiducia reciproca.

“Fino ad oggi ci siamo presi cura dei cimiteri e abbiamo spiegato ai nostri figli che anche loro dovrebbero farlo”, racconta Sashik Vardanyan.

Ora un cimitero di abitanti armeni sorge accanto a un cimitero azero abbandonato.

Lo scambio degli abitanti avvenne in modo pacifico, tra il maggio e l’agosto del 1989. Governo e partito comunista in carica non svolsero nessun ruolo in questo scambio e non espressero nessun interesse al riguardo, spiega un abitante.

Con poche automobili, lo scambio non fu una questione semplice. Spesso gli abitanti azerbaijani arrivavano a Kerkenj con la stessa macchina presa in prestito che aveva portato gli abitanti di Kerkenj in Armenia, raccontano alcuni abitanti.

Nel caso della famiglia di Sonia Vardanyan, un giovane di Kerkenj che già si era trasferito in Armenia ha fatto ritorno in Arzebaijan, “ed è con lui alle 2 del mattino che abbiamo lasciato il villaggio”, dice. L’ora è stata scelta per motivi di sicurezza. Lo stesso vale per il percorso, invece di attraversare il confine amministrativo azerbaijano con l’Armenia, i migranti viaggiavano a nord verso la Georgia, passando per la regione azerbaijana occidentale di Qazakh e poi a sud verso il nuovo villaggio.

“Siamo stati gli ultimi a lasciare il villaggio (Kerkenj) e le cose erano già peggiorate”, dice Vardanyan. “Non riuscivamo a trovare un’automobile e i nostri bagagli erano già pronti”.

Quando gli abitanti di Kerkenj si trasferirono a Qizil Shafaq il nome del villaggio venne cambiato. Non è chiaro il motivo della scelta di Dzyunashogh.

I pareri in merito al trasferimento erano divergenti. Il clima sulle montagne dell’Armenia del nord era più rigido rispetto a quello di Karkenj. In Armenia erano bestiame, patate e grano – piuttosto che l’uva – le principali fonti di guadagno.

Sonia Vardanyan ricorda che quando gli abitanti di Kerkenj arrivarono dall’Azerbaijan trovarono i terreni già coltivati, con patate orzo e grano.

“Ci siamo dati da fare e chiunque sapesse mungere una mucca lo faceva. Io lavoravo nelle stalle d’inverno e portavo al pascolo il bestiame d’estate, sulle montagne”.

Oggi, le 27 famiglie che ancora vivono qui vendono latte per guadagnare. Solo otto di queste sono originarie di Kerkenj.

Ma a Dzyunashogh il tempo sembra essersi fermato all’epoca dello scambio. La maggior parte delle case sono in rovina o abbandonate.

I migranti armeni provenienti da Baku “non sapevano fare nulla, erano ex abitanti di città”, racconta Sonia. “Quindi le persone iniziarono ad andarsene dal villaggio, una ad una. Sono andati tutti in Russia”. Restarsene qui significava affrontare grandi difficoltà. Nessun trasporto pubblico, nessuna fornitura di gas.

“C’era il servizio di autobus ma non c’è più,” spiega Sonia. “C’era un negozio dove compravamo il pane, chiuso. Tutto è stato privatizzato e spezzettato”.

I nativi di Kerkenj ora vedono Dzyunashogh come casa loro, ma nutrono ancora nostalgia per il villaggio che hanno lasciato.

A parte quelle portate dai giornalisti che visitano entrambi i villaggi, raccontano di non aver modo di ricevere notizie da Kerkenj.

“Abbiamo vissuto fianco a fianco per così tanti anni!” esclama Sonia pensando ai suoi ex colleghi e vicini azerbaijani.

Ricorda i “veri” matrimoni armeni che ogni fine settimana portavano a Kerkenj persone provenienti da ogni parte delle aree vicine. “Il cantante e il batterista erano del nostro paese, il fisarmonicista e il clarinettista di un villaggio armeno vicino. Diventarono amici e ogni settimana suonavano nel nostro villaggio. Ci riunivamo con i vicini e ci divertivamo molto”.

Sashik Vardanyan ricorda la terra. “Kerkenj significa ‘più duro della pietra’ nel dialetto armeno che parlano gli abitanti del villaggio, i cui avi provenivano perlopiù dalla città iraniana di Khoy,” spiega Sashik. “Ma non si trovava nemmeno una pietra là. Tutt’intorno c’erano terra nera, vigneti e acqua dalle sorgenti…”.

Tra gli abitanti resta accesa la speranza che un giorno, in qualche modo, vedranno di nuovo il luogo in cui hanno vissuto in Arzebaijan. Per ora rimangono solo i ricordi a legarli a quello che hanno lasciato.

Vai al sito

Olanda, messa no stop per impedire l’espulsione di una famiglia armena (Ilmessaggero 22.11.18)

Amsterdam – E’ da quasi un mese che in Olanda una catena di preti, religiosi, fedeli volontari si alternano giorno e notte per continuare a celebare una specie di messa infinita che ha lo scopo di salvare una famiglia di armeni dal rimpatrio. La funzione religiosa è in corso nella chiesa protestante di Bethel, all’Aja e costituisce l’escamotage legale che sta evitando a cinque cittadini armeni di essere espulti, dopo che si sono visti rifiutare la richiesta di asilo, nonostante vivano in Olanda da nove anni.

Per legge in Olanda la polizia non puo’ interrompere una funzione religiosa, e per questo pastori e fedeli, provenienti da tutto il Paese, si danno il cambio per non dare la possibilita’ alle autorita’ di avvicinarsi. Una straordinaria testimonianza di solidarieta’, e protezione, per la famiglia Tamrazyan, una coppia cristiana con tre figli di 15, 19 e 21 anni che vive nel Paese dal 2010 e che e’ ora costretta a rifugiarsi in chiesa. Theo Hettema, presidente del consiglio generale della Chiesa protestante a L’Aja, e’ fermamente convinto di cio’ che fa: «Quando abbiamo iniziato, sapevamo che sarebbe stata una lunga celebrazione, che sarebbe durata settimane, se non mesi».

L’obiettivo dell’iniziativa – ha spiegato Hettema – e’ creare anche lo spazio di dialogo con il governo su un dilemma che non dovrebbe porsi per nessuna chiesa: scegliere tra il rispetto della legge e la tutela dei diritti dei bambini. Tuttavia Hettema non si illude: «Potrebbe finire da un momento all’altro». Il ministro per le Migrazioni, Mark Harbers, ha gia’ confermato che la famiglia non puo’ restare nel Paese. «Siamo contenti di tutto il sostegno che stiamo ricevendo, ma non siamo liberi”, ha detto ai media olandesi la Hayarpi, la figlia 21enne, che studia economia all’universita’. La Chiesa si appella alla comunita’ sul proprio sito, a chi volesse dare un contributo: mandare una mail per organizzarsi con in turni, arrivare possibilmente in bici per non infastidire i vicini, sono richiesti in particolare i
nottambuli e i mattinieri e non serve essere religiosi per partecipare

Vai al sito

Firmato con Armenia accordo per Ufficio investigativo su incidenti aerei (AGV 22.11.18)

La Russia e l’Armenia hanno firmato un accordo sulla creazione e l’attività di un ufficio internazionale di indagine su incidenti aerei e gravi incidenti all’interno dell’Unione economica euroasiatica (Uee). Lo ha riferito un corrispondente Sputnik, presente alla cerimonia della firma. Il ministro dei trasporti russo Yevgeny Dietrich e Akop Arshakyan, che agisce ministro armeno dei trasporti, delle comunicazioni e delle tecnologie dell’informazione, hanno firmato il documento.

Nell’ambito di questo accordo, i firmatari scambieranno informazioni su incidenti e inconvenienti con l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile. Le commissioni investigative saranno dotate delle attrezzature necessarie, mentre gli investigatori saranno formati. Saranno emesse raccomandazioni sulla sicurezza dei voli e l’accordo promuoverà l’uso efficiente delle risorse tecniche e finanziarie per gli incidenti e le indagini sugli incidenti. Già a metà ottobre, il governo russo aveva approvato una bozza di accordo sulla creazione di un organismo internazionale per le indagini sugli incidenti aerei e gli incidenti all’interno dell’Uee. Attualmente, l’Interstate Aviation Committee (IAC) con sede a Mosca sta indagando sugli incidenti aerei che si verificano sul territorio della Comunità degli Stati Indipendenti, mentre la Russia dovrebbe ritirarsi dalla IAC dopo la creazione dell’ufficio internazionale.

Russia and Armenia signed on Thursday an agreement on creation and activity of an international bureau of aviation accidents and serious incidents investigation within the Eurasian Economic Union (EAEU), a Sputnik correspondent, present at the signing ceremony, reported.

Russian Transport Minister Yevgeny Dietrich and Akop Arshakyan, acting Armenian minister of transport, communications and information technologies, signed the document.

Within this agreement, the signatories will exchange information on accidents and incidents with the International Civil Aviation Organization. Investigative commissions will be provided with necessary equipment, while accident investigators will undergo training. Recommendations on flights safety will be issued, and the agreement will promote efficient use of technical and financial resources for accidents and incidents investigation.

In mid-October, the Russian government approved a draft agreement on creation of an international body for the investigation of aviation accidents and incidents within the EAEU.

Currently, the Moscow-based Interstate Aviation Committee (IAC) is investigating aviation accidents that occur on the territory of the Commonwealth of Independent States, while Russia is supposed to withdraw from the IAC after the international bureau is created.

Vai al sito

Forum della democrazia: Mnatsakanyan (Armenia), “mobilitare le donne per portare messaggi di pace” (SIR 21.11.18)

(Strasburgo) “La partecipazione delle donne alla vita pubblica è una questione di sicurezza, a livello nazionale e globale”, afferma Zohrab Mnatsakanyan, ministro degli esteri ad interim dell’Armenia, aprendo in emiciclo la sessione plenaria su “donne, sicurezza e democratizzazione”, quasi al termine del Forum mondiale per la democrazia, in corso da lunedì 19 novembre a Strasburgo. Perché “le donne hanno il potere di trasmettere messaggi alternativi all’odio. Dobbiamo mobilitare le donne per portare il messaggio di pace”. Indicazione rafforzata da Yves Leterme, presidente di Idea, l’istituto per la democrazia e il controllo delle elezioni. “Le donne sono raramente implicate nei processi di pace, perché non sono considerate legittime”: addirittura “su 1500 accordi di pace, solo 25 affrontano in modo esplicito il ruolo delle donne nella implementazione di questi accordi”. Invece “quando le donne sono incluse, la pace è raggiunta, quasi dappertutto”. E un passo ulteriore: “la partecipazione delle donne e degli uomini insieme è un fattore di pace durevole” e non solo “di pace intesa come fine della violenza”. Perché “se le donne sono incluse, i processi di pace non sono solo negoziazione del potere, ma si concentrano anche sulla sostenibilità”, afferma Adam Lupel, vice-presidente dell’istituto internazionale per la pace (Ipi), che argomenta: “gli studi mostrano che il migliore parametro in un processo di pace è il trattamento riservato alle donne”. Invece succede che “anche se le donne e le ragazze sono vittime di violenza nei conflitti, sono escluse dai processi di pace”.

Vai al sito

Kerkenj: ripensando all’Armenia (Osservatorio Balcani e Caucaso 21.11.18)

Una volta all’anno, Bayram Allazov, azero di 83 anni, parte da casa sua, distante qualche ora da Baku, e arriva fino alle colline della Georgia meridionale. Lì fa un salto indietro nel tempo. Dal villaggio di Irganchai prova a intravedere l’Armenia, lontana tre chilometri, che ancora considera come casa. Ma inevitabilmente il tentativo fallisce.

“Guardo attentamente. Non c’è nulla. Il vuoto”, dice tristemente Allazov.

Bayram Allazov e la moglie Khanim – foto Chai Khana

Alla fine del 1988 Bayram Allazov, presidente della fattoria collettiva del villaggio azerbaijano di Qizil Shafaq, nel nord dell’Armenia, prese un’importante decisione. Gli abitanti del villaggio avrebbero scambiato le loro case con gli abitanti di Kerkenj, un villaggio di armeni lontano 540 chilometri, in Azerbaijan.

Uno dei suoi figli, allora studente a Baku, capitale azera, lo chiamò per spiegargli la proposta ricevuta da un amico armeno di Kerkenj.

Gli abitanti di Qizil Shafaq la considerarono un’idea ragionevole, dato l’aumento delle violenze tra armeni e azerbaijani nella regione separatista azera del Nagorno-Karabakh.

Del resto i violenti attacchi del febbraio 1988 contro gli armeni della città di Sumagayit, in Arzebaijan, avevano già spinto molti a fuggire dal paese. Alla fine di quell’anno, nemmeno gli azerbaijani presenti in Armenia si sentivano più al sicuro. “Qizil Shafaq, oggi Dzyunashogh, era l’ultimo villaggio azerbaijano rimasto in Armenia”, spiega Allazov a Chai Khana.

Durante uno dei suoi incontri con gli abitanti per condividere le notizie che arrivavano da Baku, Allazov, annunciò la proposta di Kerkenj.

“Gli uomini decisero di andare a vedere,” racconta ora Allanov, parlando del villaggio. “Non c’era tempo e non c’era altra scelta”.

Essenziale per lo scambio fu l’accordo fatto tra le parti al fine di preservare e prendersi cura dei reciproci cimiteri, un simbolo di onore per entrambe le culture. In seguito i capi famiglia di Qizil Shafaq votarono a favore del trasferimento in Azerbaijan.

La migrazione iniziò nel maggio del 1989 e durò tre mesi. 200 delle 330 famiglie di Qizil Shafaq si trasferirono a Kerkenj, le rimanenti optarono per Baku, un centinaio di chilometri più a sud.

Allazov sostiene di essere stato l’ultimo a lasciare il villaggio. “Ero sicuro che dovessimo agire in quel modo”, racconta.

Prima di partire gli abitanti azerbaijani organizzarono un banchetto funebre per dire addio ai loro antenati, sepolti nel cimitero di Qizil Shafaq.

Gli abitanti del villaggio sapevano che molto probabilmente non avrebbero più fatto ritorno.

Oggi, così vengono espressi i ricordi di quel villaggio. “Pascoli, sorgenti, grandi case a due piani, prodotti naturali, 800 vacche sane, un fiume che attraversa il paese, inverni rigogliosi, niente umidità”, ricorda Allazov. “Quando ospiti provenienti da Mosca visitavano Yerevan (la capitale dell’Armenia, ndr), la loro prima destinazione era la città di Kalinino (Tashir), per ammirare questa bellezza”.

Tutti si ricordano come piangevano e come baciavano i muri delle loro case prima di andarsene. E come, una volta trasferitisi a Kerkenj, non volevano entrare nelle loro nuove abitazioni. Così spendevano la maggior parte del tempo in strada.

“Faccio spesso un sogno”, racconta Mamed, 80 anni, ex autista di trattori presso il sovkhoz di Qizil Shafaq. “Sogno il mio villaggio, sogno il mio trattore”.

Come altri abitanti, Mamed arrivò a Kerkenj con sua moglie e quattro bambini. Tornò solo poche volte a Qizil Shafaq. La polizia di frontiera e gli ufficiali locali “ci lasciavano farlo senza problemi”, dice Mamed. Ciononostante, il rischio rimaneva e quindi le visite erano molto brevi. “Ero ospite di una famiglia armena nella mia casa, ma non mi sono fermato mai per la notte”, racconta Mamed.

In casa di Bayram Allazov – foto Chai Khana

Pare che il Partito comunista abbia tentato di convincere la gente a non lasciare l’Armenia.

I nuovi abitanti di Kerkenj volevano rinominare il villaggio in Shafaq, ma la richiesta venne loro negata.

Niente distingue oggi Kerkenj dai villaggi vicini.

Su una collina, alla sinistra del villaggio, si trovano le tombe dei precedenti abitanti armeni.

Gli attuali residenti riconoscono che i bambini hanno danneggiato alcune fotografie e ribaltato alcune lapidi, ma dicono che tenere d’occhio i giovani è molto difficile. Sostengono che, nonostante questo, il cimitero sia stato preservato.

Il custode del cimitero, un mullah locale, guardiano di entrambi i cimiteri, azerbaijano e armeno, si è rifiutato di commentare per Chai Khana.

Allazov, anziano del villaggio, ha descritto il danno con una smorfia. Nonostante la sua nostalgia per Qizil Shafaq, non crede che l’amicizia tra Armenia e Arzebaijan possa essere rianimata.

“Immagina, hai un piccolo giardino” dice parlando di Nagorno Karabakh e dei sette territori ora sotto il controllo armeno. “Pianti alberi che danno frutti, pianti fiori, poi arriva il tuo vicino e ti strappa il giardino dalle mani…”.

Il legame con la terra gli sta profondamente a cuore.

A Kerkenj, come a Qizil Shafaq, Allazov è stato il presidente del sovkhoz. Sebbene abbia tentato di vivere a Baku con la moglie, Khanim, dove vive anche sua figlia con tre bambini, dice di non potercela fare.

“Sono nato e ho trascorso tutta la mia vita in campagna. Mi mancava. Volevo sentire il verso del gallo, il muggito delle mucche, un cane che abbaia e il mio gatto miagolare,” continua Allazov.

Così, ogni mattina, si cambia i vestiti e va verso i campi per aiutare. L’ambiente può essere diverso, ma la sua dedizione al lavoro è sempre la stessa.

Vai al sito

Dessaran Festival, la settimana della cultura armena presentato da Antonia Arslan (Padovaoggi 20.11.18)

Dessaran Festival, la settimana della cultura armena presentato da Antonia Arslan
„Torna il Dessaran Festival, che per una settimana (dal 26 novembre al 2 dicembre) porta a Padova una rappresentazione della cultura armena nelle sue diverse forme attraverso sette imperdibili appuntamenti che avranno come protagonisti alcuni tra i più importanti artisti del panorama italiano e internazionale. Le prime due edizioni hanno totalizzato 2.000 presenze complessive con il tutto esaurito ad ogni appuntamento.  “

Dessaran Festival, la settimana della cultura armena presentato da Antonia Arslan

La manifestazione è ideata e curata da Nairi Onlus e Casa di Cristallo e realizzata con il contributo dell’Assessorato alla Cultura e della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e con il Patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia. La direzione artistica del Festival è a cura della scrittrice e intellettuale, Antonia Arslan.

Musica, teatro, letteratura

Un lungo viaggio tra musica, teatro, letteratura, calligrafia, cinema ed enogastronomia che vuole esplorare questa antichissima cultura andando a toccare anche le tante civiltà che ad essa si sono intrecciate nei millenni della sua esistenza. Da qui il titolo Dessaran che in armeno significa “l’orizzonte, il confine di ciò che vedi” e l’obiettivo, come dichiarano la direttrice artistica Antonia Arslan e l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio, di gettare lo sguardo verso «tanti orizzonti diversi, ma anche nessun orizzonte definito ed escludente, in uno scambio fruttuoso e allegro di saperi, cognizioni, suggestioni antiche e moderne».

Potrebbe interessarti: http://www.padovaoggi.it/eventi/cultura/Dessaran-festival-settimana-cultura-armena-padova-20-novembre-2018.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/PadovaOggi/199447200092925