In Armenia un centro di formazione nato sul modello di Ifoa (Reggionline 06.12.18)

Il direttore Umberto Lombardoni ha ricevuto la visita di Hasmik Sahakyan, che guida la International Accountancy Training Centre Educational Fund (Iatc)

In Armenia un centro di formazione nato sul modello di Ifoa

Hasmik Sahakyan e Umberto Lonardoni di Ifoa

REGGIO EMILIA – Nel 1998, nell’ambito di un progetto finanziato dal programma Tacis dell’Unione Europea,  Ifoa esportò in Armenia il proprio modello di formazione e di business school. Nasceva così a Yerevan Iatc, International Accountancy Training Centre Educational Fund, sotto la direzione di Hasmik Sahakyan. Il 3 dicembre scorso, dopo diversi anni, Sahakyan è tornata a Reggio Emilia in visita ad Ifoa.

«In questi anni – ha raccontato  – Iatc ha sviluppato moltissime attività strategiche per formare giovani laureati, donne disoccupate e specializzare persone che già lavorano. Questa visita mi ha permesso di avere spunti e idee innovative da applicare al contesto del mio paese e di ipotizzare lo sviluppo di attività di scambio per future collaborazioni. Ifoa rimane un esempio molto concreto di come la formazione delle persone e le attività di supporto alle aziende siano fondamentali per dare energia al mercato del lavoro: è un’organizzazione unica nel suo genere, in tutta Europa».

Per Umberto Lonardoni, direttore di Ifoa «quella dell’ Armenia è una best practice, un esempio positivo di trasferimento di know how che ha avuto successo grazie anche al grande impegno profuso da Hasmik Sahakyan in tutti questi anni».

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Nagorno-Karabakh. Osce: incontro dei ministri di Armenia e Azerbaijan mediato da Moavero Milanesi (Notiziegeopolitiche.it 06.12.18)

Si è svolto a Milano, in occasione del vertice Osce, lo storico incontro sul tema Nagorno-Karabakh fra i ministri degli Esteri di Armenia, Zohrab Mnatsakanyan, e di Azerbaijan, Elmar Mammadyarov, mediato dalla presidenza di turno italiana, nella fattispecie da Enzo Moavero Milanesi.
Da oltre vent’anni le truppe azerbaigiane combattono contro quelle armene per riconquistare il controllo sull’altopiano del Karabakh e sugli altri sette distretti azeri, occupati dalle forze armene con la guerra svoltasi tra il 1992 ed il 1994 e mai smilitarizzate, nonostante quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (n. 822, 853, 874 e 884 del 1993) richiedano ad Erevan di ritirare le proprie truppe per consentire l’instaurarsi di un clima che possa favorire lo svolgimento delle trattative di pace. Per tentare di contenere le violenze e di arrivare alla pace è stato costituito nel 1992 il Gruppo di Minsk, organismo messo insieme dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), guidato da una co-presidenza attualmente composta da Francia, Russia e Stati Uniti d’America. Fanno inoltre parte del gruppo rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia, oltre a Armenia ed Azerbaigian.
Nella nota emessa dalla Farnesina in merito all’incontro di oggi si legge la dichiarazione del ministro Moavero Milanesi: “Siamo lieti che il Consiglio ministeriale dell’Osce a Milano sia stato l’occasione per una dichiarazione congiunta di Armenia e Azerbaijan, in vista della soluzione di uno dei cosiddetti conflitti protratti in Europa”. “Questi – ha continuato il ministro – sono i risultati concreti che dimostrano l’importanza dell’OSCE come foro di dialogo”.
Nel corso delle recenti visite in entrambi i Paesi e di successivi incontri, il ministro Moavero Milanesi aveva più volte discusso con i ministri degli Esteri di Armenia ed Azerbaijan l’opportunità di cogliere l’occasione della riunione Osce, oggi in corso a Milano, per compiere passi avanti nel rilancio del dialogo volto a favorire una soluzione pacifica e consensuale della vertenza relativa al Nagorno Karabakh.
Nel comunicato congiunto, favorito dal clima positivo instaurato a Milano e facilitato anche dall’azione dei co-presidenti del Gruppo di Minsk, Armenia e Azerbaijan hanno convenuto in particolare di impegnarsi a ridurre la tensione tra loro e a incontrarsi nuovamente nei prossimi mesi per stabilire ulteriori passi concreti.

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Ministero degli Esteri italiano felice della dichiarazione di Armenia e Azerbaigian (Sputniknews 06.12.18)

Il Ministero degli Esteri italiano è felice che l’Armenia e l’Azerbaigian abbiano adottato una dichiarazione sul Karabak a Milano.

La dichiarazione congiunta di Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh dimostra l’importanza dell’OSCE come piattaforma per il dialogo, ha detto il capo del Ministero degli Esteri italiano, alla presidenza dell’organizzazione quest’anno.

“Siamo lieti che il Consiglio dei Ministri dell’OSCE a Milano abbia fornito l’opportunità per una dichiarazione congiunta dell’Armenia e dell’Azerbaigian per risolvere una delle crisi più lunghe in Europa. Questi sono risultati concreti che dimostrano l’importanza dell’OSCE come forum di dialogo”, ha dichiarato Enzo Moavero Milanesi, la cui dichiarazione è citata dal Ministero degli Esteri italiano.

Il ministero ha sottolineato che in precedenza, nel corso delle visite in entrambi i paesi, il capo del ministero degli Esteri italiano ha discusso con i colleghi di Armenia e Azerbaigian “della possibilità di utilizzare l’incontro a Milano per raggiungere un progresso nel riavvio del dialogo, per contribuire a una soluzione pacifica per risolvere la controversa questione del Nagorno-Karabakh”.

Il conflitto in Karabakh è iniziato nel febbraio 1988, quando la regione autonoma del Nagorno-Karabakh ha annunciato l’allontanamento dall’Azerbaigian. Nel settembre 1991, nel centro di Nkao Stepanakert, è stata annunciata la creazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh. Le autorità dell’Azerbaigian nel corso del successivo conflitto militare hanno perso il controllo del Nagorno-Karabakh. Dal 1992 sono in corso i negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nell’ambito del gruppo di Minsk dell’OSCE. L’Azerbaigian insiste sulla necessità di mantenere la sua integrità territoriale, l’Armenia protegge gli interessi della repubblica non riconosciuta, la Repubblica autonoma non è parte ai negoziati.

 

Azerbaijan: eravamo vicini di casa (Osservatorio Balcani e Caucaso 06.12.18)

Era una fredda notte d’inverno il 28 febbraio del 1988 quando qualcuno ha bussato alla porta di Gular, a Sumgayit, grande città industriale a nord della capitale dell’Azerbaijan, Baku. La donna era a casa da sola, con i suoi figli. Quando ha aperto la porta si è trovata davanti i suoi vicini armeni, le loro facce pallide, le mani tremolanti.

“Anya, Sveta, Aida e i loro bambini. Mi chiesero ‘Possiamo stare qui questa notte? Solo una notte, partiremo domattina presto’. Ero spaventata anch’io. Ho chiesto cosa stesse accadendo ma non sapevano esattamente neppure loro. Solo che ‘stanno cercando le famiglie armene’”.

Il 28 e il 29 febbraio del 1988 in un’ondata di violenza a Sumgayit vennero uccise 26 persone appartenenti alla comunità armena e 6 azerbaigiani, come riportarono i media internazionali. Il massacro avvenne nel contesto della crescente tensione tra Armenia e Azerbaijan, allora entrambe repubbliche sovietiche, in merito al Nagorno Karabakh, una regione dell’Azerbaijan la cui popolazione armena aveva chiesto l’annessione da parte della vicina Repubblica socialista sovietica dell’Armenia.

Gli scontri a Sumgayit hanno portato alla fuga di quasi tutti gli appartenenti alla comunità armena della città, circa 14.000 persone e a migliaia d’altri nel resto dell’Azerbaijan. Lo riporta nel suo libro “Black Garden: Armenia and Azerbaijan through Peace and War” Thomas de Waal, esperto di Caucaso presso il think tank Carnegie Europe, con sede a Londra. Nonostante le opinioni su cosa abbia causato effettivamente la violenza variano, quei giorni resero evidente che la coesistenza pacifica tra questi due popoli in Azerbaijan era terminata.

Al tempo, comunque, quanto stava avvenendo era difficile da comprendere per molti. Vi furono molti a Sumgayit che aiutarono a proteggere dalle violenze i loro vicini, i loro amici, i loro conoscenti. Gular, oggi settantenne, è una di loro.

“Erano nostri vicini”, afferma riferendosi a tre donne armene ed ai loro bambini a cui diede rifugio quella notte del 1988. “Avevamo cresciuto i nostri figli insieme, abbiamo riso e pianto insieme, ma soprattutto questa gente non ci aveva mai fatto nulla di male”.

Mentre ci si inoltrava nella notte, nessuna di loro dormiva, continua Gular (il cui cognome non è stato inserito per garantirne la sicurezza).

“Anya mi diceva della folla per strada e si preoccupava per i propri figli. Sveta provava a capire da suo marito dove potessero andare. Ed io ero tanto spaventata quanto i miei vicini. È stato così stressante!”.

“È così che trascorremmo quella notte. Tutti in silenzio, in una piccola stanza. Ce ne stavamo seduti per terra, abbracciando le nostre ginocchia, così fino al mattino. Dissi loro che potevano stare quanto volevano ma mi risposero che prima o poi dovevano andarsene”.

Il cortile delle case dove risiedeva Gular – Chai Khana

Circa alle 5 del mattino “ci siamo abbracciati, abbiamo pianto e se ne sono andati”.

E, semplicemente, scomparvero. Da allora Gular non ha più saputo niente dei suoi vicini armeni. Suo figlio li ha anche cercati on-line, tramite Facebook, ma senza alcun risultato.

Ricordi dei suoi vicini rimangono tra i suoi oggetti personali. Conserva ancora un vaso in cristallo, dono di Aida. E vestiti che Aida, sarta, confezionò gratuitamente per lei, per suo figlio e per altri scolari del quartiere.

“Non ha mai voluto che la pagassimo. E noi le portavano regali dalla nostra regione [Nagorno Karabakh]. Non ho mai buttato nessun vestito che Aida ha cucito per me. È come se fossero stati confezionati ieri….”.

In quei giorni, aggiunge: “Non potevamo immaginare che si sarebbe scatenato un conflitto così duro”.

Kamo, figlio di Aida, era appassionato di fotografia e Gular conserva ancora foto scattate da lui che raffigurano momenti di vita insieme, prima della guerra.

“Ha immortalato i nostri giorni migliori, le vacanze, le feste di compleanno. Ai tempi non era facile avere una macchina fotografica. Come possiamo dimenticarci di questi momenti? Li abbiamo vissuti assieme”.

Le relazioni tra la famiglia di Gular e i loro vicini armeni riflettono il melting pot del loro quartiere, sino ai tardi anni ’80. Allora le differenze tra russi, ebrei, ucraini, azerbaigiani e armeni non contavano, afferma Gular.

“Era raro chiedere a qualcuno ‘Di dove sei?’. Ricordo che nel nostro stesso edificio abitavano altre tre famiglie armene e molte altre russe. Non sapevamo le differenze, eravamo tutti vicini”.

I suoi bambini spesso andavano nell’appartamento di Aida e del marito Artush per guardare l’unica televisione a colori dell’intero vicinato. “Nessuno ha mai detto loro ‘Non sedere qui’. Ai giorni nostri è raro trovare una pazienza come quella nei confronti dei figli degli altri”.

Durante la festa azera per celebrare la primavera, il Novruz, i suoi bambini e i loro amici armeni “coloravano e cuocevano assieme le uova, mentre chiacchieravano tra loro”, continua.

“I dolci di Sveta erano fantastici; era bravissima nel cucinarli. Sono stati ospiti al nostro matrimonio ed eravamo fianco a fianco, in mutuo sostegno, ai funerali”.

Gular cerca ancora di trovare un senso per la scomparsa di quella comunità. Ritiene che il conflitto aveva ragioni politiche e non fu responsabilità dei cittadini ordinari di Armenia e Azerbaijan.

“Dico sempre che Dio ha maledetto i responsabili di questa guerra! Ciò che abbiamo perso sono i nostri vicini e la nostra gioventù. Abbiamo perso il senso di comunità e l’amicizia”, continua.

La stessa Gular si è poi trasferita in un altro quartiere di Sumgayit. A volte però torna nel suo vecchio quartiere, dove vivevano insieme ai loro vicini armeni.

“Vado e guardo alle finestre ed ai poggioli. Sono altre persone a guardar fuori da quelle finestre che in passato erano le mie, quelle di Aida, di Sveta, di Anya. Sono solo pochi i vecchi vicini che rimangono qui da visitare”.

“Tutto è accaduto così rapidamente che non abbiamo nemmeno saputo chi è entrato al posto loro nell’appartamento. Lo hanno scambiato o venduto? O è stato occupato da altri? Non lo so…”

Dopo aver chiacchierato per un po’ Gular si è improvvisamente azzittita.

“Viviamo in tempi in cui io ho paura anche solo a dire che avevamo dei buoni vicini. La situazione è molto dura da accettare”.

La guerra ha bloccato tutti quegli scambi tra persone e luoghi che prima si davano per scontati.

Gular, il cui fratello è stato ucciso nei combattimenti, non può più recarsi in visita nel luogo dove è nata, Jabrayil, in Karabakh che ora si trova oltre il fronte armato con l’Armenia.

Nonostante gli orrori del conflitto Gular però continua ad essere convinta che in quella notte di febbraio del 1988 ha fatto la cosa giusta. Nella guerra, sottolinea, la maggior parte delle persone ordinarie sono innocenti.

“A volte mi dicono ‘gli armeni hanno occupato la tua regione di nascita, come fai ad avere nostalgia dei tuoi vicini armeni’?”. Gular scuote al testa. La sua risposta è semplice ma profonda: “Non è colpa loro”.

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“IL Barocco romano. La scuola di Benini in mostra a Jerevan (Aise 06.12.18)

JEREVAN\ aise\ – Per oltre due mesi, sino al 18 febbraio 2019, a Jerevan in Armenia si potranno ammirare 55 capolavori del Barocco romano. È stata infatti inaugurata il 4 dicembre nelle sale della Galleria Nazionale dell’Armenia la mostra “Il Barocco romano. La scuola di Bernini“, che presenta al pubblico le opere provenienti da Palazzo Chigi in Ariccia.
L’esposizione, che è stata individuata per essere inclusa nell’Anno europeo del patrimonio culturale, rappresenta anche un omaggio all’Armenia in occasione del centenario della nascita della prima Repubblica nel 1918.
“Mai prima così tanti capolavori artistici italiani sono stati portati in Armenia”, ha dichiarato il viceministro della Cultura di Jerevan, Tigran Galstyan, inaugurando la mostra. “Questo è un grande evento per il nostro Paese”.
L’importanza della cultura come uno dei pilastri su cui porre le basi per lo sviluppo delle relazioni italo-armene è stata sottolineata anche dall’ambasciatore d’Italia, Vincenzo Del Monaco, il quale, ricordando la visita di fine luglio del presidente Mattarella nel Paese caucasico, ha parlato del 2018 come di “un anno importante per i rapporti tra Italia e Armenia”. (aise)

Armenia-Italia: capo dello Stato Sarkissian riceve vicepresidente Senato Taverna (Agenzianova 06.12.18)

Armenia-Italia: capo dello Stato Sarkissian riceve vicepresidente Senato Taverna
Erevan, 06 dic 15:02 – (Agenzia Nova) – Il presidente dell’Armenia Armen Sarkissian ha ricevuto oggi una delegazione guidata dal vicepresidente del Senato, Paola Taverna. Lo ha riferito l’ufficio presidenziale di Erevan in una nota. La delegazione è arrivata in Armenia per monitorare le elezioni parlamentari anticipate del 9 dicembre con il personale della missione di osservazione dell’Osce. Il presidente Sarkissian ha detto che l’Armenia oggi è in una fase di cambiamenti chiave e attribuisce importanza al progresso nel rafforzamento della democrazia, esprimendo la fiducia che le elezioni si svolgeranno in modo libero ed equo. Le parti hanno anche parlato delle relazioni armeno-italiane e hanno convenuto che si stanno sviluppando con successo. Il capo dello Stato si è detto ottimista in merito al futuro delle relazioni bilaterali e ha evidenziato in particolare il grande potenziale nei rapporti economici e culturali e la necessità di espandere la cooperazione. Sarkissian ha affermato che alcune società italiane stanno già operando in Armenia, mentre altre mostrano interesse nei confronti del paese caucasico. Secondo il presidente l’Armenia può fungere da ponte tra l’Unione europea e l’Unione economica eurasiatica (Uee), di cui è un paese membro, aprendo così nuove opportunità per gli uomini d’affari e gli investitori stranieri. (Res)

Galleria Nazionale di Armenia a Jerevan. In mostra 55 capolavori (9colonne.it 06.12.18)

Cinquantacinque capolavori del Barocco Romano e della Scuola del Bernini, provenienti dalla collezione di Palazzo Chigi in Ariccia, saranno esposti da oggi fino al 18 febbraio 2019, presso la Galleria Nazionale di Armenia a Jerevan. La mostra è stata realizzata dall’Ambasciata d’Italia in Jerevan in collaborazione con il Ministero della Cultura della Repubblica di Armenia e con la Delegazione dell’Unione Europea in Armenia.

Genocidio armeno, on line l’archivio perduto con i documenti del piano di sterminio dei turchi (Ilmessaggero.it 05.12.18)

Roma – La memoria ritrovata per arrivare alla verità con la ‘V’ maiuscola oggi a disposizione di tutti grazie al web. Padre Krikor Guerguerian – un sopravvissuto al genocidio armeno – il piano di sterminio costato la vita a un milione e mezzo di persone sotto l’impero ottomano tra il 1915 e il 1920 – ha trascorso tutta la sua vita, raccogliendo e collezionato pazientemente documenti, fotografie, testimonianze puntualmente trascritte relative a ciò che lui stesso aveva vissuto personalmente. L’inferno. Questo prete vide morire i suoi parenti e i suoi familiari. Per questo ha viaggiato a lungo e in largo tutti i luoghi della diaspora cercando le prove di quello che sarebbe poi stato definito il genocidio turco. Prove che oggi ritrovano una nuova collocazione grazie al lavoro di un professore della Clark University, nel Worcester, che ha catalogato e pubblicato quei vecchi con documenti, compreso alcune prove terrificanti, gli ordini di morte cifrati che i burocrati ottomani diffondevano alle province ottomane grazie al telegrafo. I piani di sterminio. Gli studi di padre Krikor Guerguerian, morto negli Stati Uniti nel 1988, furono da lui stesso ordinati in una sorta di tesi che prima di morire affidò al Patriarcato armeno di Gerusalemme. I documenti, invece, si pensavano dispersi fino a che non si è arrivati, solo recentemente, a recuperarli, grazie ad una catena di anziani, figli di sopravvissuti, che avevano certezza dell’esistenza dell’archivio. 20 mila pagine che sono state scannerizzate, indicizzate e tradotte e pubblicate on line e consultabili su:
www.wordpress.clarku. edu/guerguerianarchive.

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Ritagli di Armenia (Iternazionale.it 05.12.18)

Da cinque anni il festival Emerging talents si occupa di promuovere fotografi emergenti da tutto il mondo. La nuova edizione si svolge al Mattatoio di Roma dal 7 dicembre al 6 gennaio, ed è dedicata alle diverse modalità di sperimentazione con l’immagine.

Il festival, diretto da Arianna Catania e Sarah Carlet, ruota intorno a sedici mostre, tra cui The tapestry in my room di Lucie Khahoutian (1990). La famiglia, la religione, le tradizioni, il legame con la Francia sono i temi che hanno segnato la vita dell’artista armena e che ritroviamo rielaborati in questo progetto, attraverso l’uso di collage e foto. “Ho intessuto un ‘arazzo visivo’ di ciò che mi circonda, allo scopo di fornire un universo visivo completo e sottile in cui l’occidente e l’oriente coesistono senza intoppi”, dichiara Khahoutian. The tapestry in my room combina fotografia e collage con lo spirito del gioco, provando a rappresentare qualcosa di magico e inafferrabile: “Mi piace rinnovare gli strumenti usati per narrare la mia storia e distorcere la verità di tanto in tanto, allo stesso modo in cui il tempo distorce la mia memoria”. Il progetto è stato premiato dal concorso lanciato dal festival, vincendo la produzione e l’allestimento della mostra.

Nel primo weekend di Emerging talents (7-9 dicembre) si potranno vedere le mostre accompagnati dagli stessi fotografi, assistere a dibattiti e partecipare a laboratori per bambini e adulti.

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Difesa: Armenia, trovata scatola nera del Su-25 schiantatosi questa mattina (Agenzianova 04.12.18)

Erevan, 04 dic 15:57 – (Agenzia Nova) – Il Comitato investigativo dell’Armenia, impegnato nelle indagini sull’incidente dell’aereo militare Su-25, ha trovato la scatola nera del velivolo. Lo riporta il rappresentante del Comitato investigativo dell’Armenia, Sona Truzyan, sulla sua pagina Facebook. “Secondo le informazioni preliminari, l’aereo militare Su-25 che effettuava un volo di addestramento di routine si è schiantato il 4 dicembre alle 10:20 circa (le 7:20) nelle vicinanze del villaggio di Karaberd, nei pressi della città di Maralik, nella provincia di Shirak. A causa dell’incidente, il tenente colonnello Armen Slavik Babayan e il maggiore Movses Gevorg Manoukyan sono rimasti uccisi. “La scatola nera è stata scoperta durante l’indagine della scena. Ulteriori informazioni saranno fornite sul processo di indagine”, ha scritto Truzyan. (Res)

Uso del cauterio nella mummia di San Davino Armeno a Lucca (Pisatoday.it 03.12.18)

Uso del cauterio nella mummia di San Davino Armeno a Lucca

Per la prima volta in paleopatologia è stato documentato l’uso medievale del cauterio in relazione al trattamento chirurgico di un trauma cranico. La scoperta viene dalla Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, diretta dalla professoressa Valentina Giuffra, che ha condotto uno studio sul corpo mummificato di San Davino Armeno durante una ricognizione canonica promossa dalla Curia Arcivescovile di Lucca e condotta nel marzo 2018 sotto la supervisione scientifica del professor Gino Fornaciari. Lo studio è stato ritenuto così interessante per gli aspetti paleopatologici e storico-medici da essere pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica ‘The Lancet’.

Nelle fonti agiografiche leggiamo che Davino, originario del Regno d’Armenia, giunse a Lucca nell’anno 1050, dopo un lungo pellegrinaggio che lo avrebbe condotto prima a Gerusalemme e poi a Roma. Morì a Lucca improvvisamente sulla strada per Santiago de Compostela. Il corpo, conservatosi miracolosamente, divenne presto oggetto di grande venerazione ed è stato conservato per secoli nell’altare maggiore della basilica di San Michele in Foro. “Lo studio, che ha incluso l’esame macroscopico e la CT total body della mummia, effettuata presso la Clinica Barbantini di Lucca, ha rivelato trattarsi di un giovane adulto di circa 25 anni – spiega la professoressa Valentina Giuffra – sul cranio sono state rilevate due lesioni traumatiche con segni di lunga sopravvivenza: un taglio superficiale sul frontale lungo 5 cm, prodotto da una lama dentata, e una lesione ellittica con frattura depressa in corrispondenza del tratto di destra della sutura coronale, prodotta da un corpo contundente. Intorno a questa lesione è stato possibile osservare una cicatrice ossea con margini sottili di forma pentagonale, causata dal contatto di un ferro rovente, un cauterio a testa pentagonale, applicato probabilmente per arrestare l’emorragia dopo la toilette chirurgica”.

Uso del cauterio nella mummia di San Davino Armeno a Lucca

La medicina medievale bizantina e araba faceva ampio uso del cauterio, ossia di un ferro rovente da applicare a una lesione o a una ferita a scopo terapeutico. In particolare, il mondo islamico aveva elaborato una dottrina medico-chirurgica che prevedeva in moltissimi casi il ricorso alla cauterizzazione, intervento che aveva il merito di limitare l’effusione del sangue, così come prescritto dalle leggi coraniche. Uno dei maggiori chirurghi islamici del X-XI secolo, lo spagnolo Albucasis, nel celebre trattato ‘al-Tasrif’ descrive con dovizia di particolari le modalità d’uso del cauterio. Nonostante queste attestazioni storiche, rarissimi sono i casi paleopatologici di cauterizzazione individuati direttamente sui resti umani antichi.

I cauteri avevano forma variabile: rotondi, a oliva, quadrati o poligonali, a seconda del loro impiego e dello scopo dell’intervento, ma finora non era stata trovata una prova diretta così evidente di questa pratica chirurgica. Antonio Fornaciari, primo autore del lavoro, aggiunge: “San Davino nella tradizione popolare era il Santo invocato per la guarigione del mal di testa; fino a qualche decennio fa i devoti erano soliti andare a venerare il corpo e indossavano il cappello di San Davino per ottenere la guarigione. È interessante aver trovato sul cranio del Santo l’evidenza di due gravi traumi cranici, di cui uno con evidenza di trattamento medico. È evidente che Davino soffrì di gravi emicranie a seguito dei traumi e che dunque la tradizione ha una relazione con episodi della vita del Santo realmente accaduti”.

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