La messa non è finita (Corriere della Sera 15.12.18)

Se cercate una storia di Natale, questa non la batte nessuno. C’è una famiglia braccata, ci sono i pastori e, al posto della capanna, direttamente una chiesa. La famiglia braccata si chiama Tamrazyan, marito, moglie e tre bambinelli piuttosto cresciuti: il più giovane va al liceo. Sono scappati dall’Armenia per salvare la pelle, ma dopo nove anni di protezione il governo olandese ha esaurito la quota prevista di rifugiati e ha invitato i Tamrazyan a tornarsene in patria. E qui entra in scena il primo pastore, Axel Wick, ministro di culto protestante all’Aia. Padre Wick ne sa una più del diavolo e si ricorda di una norma che vieta alla polizia di entrare «nei luoghi destinati a riunioni religiose, o riflessive di natura filosofica, durante le cerimonie o le riflessioni». Una legge che mette sullo stesso piano una funzione religiosa e un simposio di liberi pensatori spiega perché il Nord Europa rimane il lembo più evoluto del pianeta. Ma non divaghiamo. Il pastore dell’Aia recupera le liturgie degli ultimi dieci anni, le rilega in un unico gigantesco papiro e, alle 13 e 30 del 26 ottobre, davanti alla famiglia Tamrazyan al completo, si mette a dire messa. Dopo cinquanta giorni non ha ancora smesso un minuto. Preti e laici di tutte le fedi e di tutte le lingue si danno il cambio sull’altare.

Fuori dalla chiesa, la polizia aspetta che smettano. Dentro la chiesa, i pastori aspettano il miracolo. Forse non si rendono conto di averlo già fatto.

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Il motivo è legato alla necessità di proteggere una famiglia di armeni che, rifugiatisi nel Paese quasi nove anni fa, hanno visto respinta la loro richiesta di asilo e dovrebbero quindi lasciare l’Olanda dove in questi anni i tre figli sono cresciuti, hanno studiato. Sasun e Anousche Tamrazyan con i loro tre figli, Hayarpi, Warduhi e Seyran, hanno chiesto aiuto alla comunità protestante di cui sono membriÈ dal 26 ottobre che nella chiesa protestante di Bethel, all’Aja, non si interrompe la preghiera comune e non si fermano le celebrazioni presiedute da un ministro. Il motivo è legato alla necessità di proteggere una famiglia di armeni che, rifugiatisi nel Paese quasi nove anni fa, hanno visto respinta la loro richiesta di asilo e dovrebbero quindi lasciare l’Olanda dove in questi anni i tre figli sono cresciuti, hanno studiato. Sasun e Anousche Tamrazyan con i loro tre figli, Hayarpi, Warduhi e Seyran, hanno chiesto aiuto alla comunità protestante di cui sono membri. “Quello che sta succedendo all’Aja è il segnale di un problema più grande: la posizione dei bambini richiedenti asilo che sono cresciuti nei Paesi Bassi e che tuttavia sono espulsi”.

 

È Dirk Gudde, presidente del Consiglio delle Chiese nei Paesi Bassi, a spiegare al Sir la situazione che si è creata. Poiché

una legge olandese vieta di interrompere alle forze dell’ordine una celebrazione religiosa in un luogo di culto, da quella data si celebra senza sosta nella piccola chiesa. La famiglia è ospitata nei locali adiacenti.

Lì Hayarpi, la figlia più grande, segue on line i corsi di econometria all’università di Tillburg che stava frequentando. “È una studentessa di grande talento e desiderosa di studiare Ho avuto il privilegio di averla ai miei corsi”, ha dichiarato il professore David Schindler. “Lei e la sua famiglia saranno deportati non appena si fermeranno le celebrazioni nella chiesa di Bethel. Bisogna tenere questi talenti in Olanda”. Sul suo blog Hayarpi scrive anche preghiere e poesie. A sorreggere il pastore di questa piccola comunità si è coinvolta tutta la Chiesa protestante, e da tutta l’Olanda arrivano colleghi che si alternano a guidare i riti. “Anche altre Chiese hanno dichiarato la loro solidarietà e molti ministri e laici collaborano, compresi non pochi cattolici”. La mobilitazione e l’impegno si muovono però anche sul fronte politico: “Il Consiglio delle Chiese il 5 dicembre ha scritto una lettera al primo ministro Mark Rutte e al ministro della giustizia Mark Harbers, con la richiesta di applicare l’Accordo per l’amnistia dei bambini (Regeling Kinderpardon) del 2013 che rivendica il rispetto dei diritti dei bambini che vivono nel Paese da oltre cinque anni” spiega ancora Gudde.

“Questo Accordo però al momento non funziona e meno del 10% delle domande di amnistia è accolto”.

Questa forma di protezione tra le mura di una chiesa (Kerkasiel) “è riconosciuta dal Consiglio delle Chiese come mezzo legittimo in situazioni di gravi ingiustizie” dice ancora Gudde.

La vicenda sta toccando i cuori: tante persone (e adesso tanti gruppi giovanili) si attrezzano per questa incredibile staffetta di solidarietà e di protezione e si organizzano per assistere alle celebrazioni, giorno e notte. La notizia di questa celebrazione “da Guinness” sta avendo una incredibile copertura internazionale e, aggiunge Gudde, “la settimana scorsa è stata deposta una nuova richiesta sostenuta da 250 mila firme perché il caso venga affrontato in Parlamento”.

Armenia-Ue: in programma firma di accordo per sostegno tecnico e finanziario al governo di Erevan (Agzneianova 15.12.18)

Erevan, 15 dic 05:00 – (Agenzia Nova) – L’Armenia e l’Unione europea hanno intenzione di stipulare un accordo di sostegno tecnico e finanziario al paese caucasico. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”, aggiungendo che la firma dell’accordo è stata approvata durante la sessione parlamentare di questa settimana. Il documento, riferisce la stampa armena, è teso alla creazione di una serie di condizioni che possano fornire sostegno all’Armenia nella realizzazione di una serie di riforme economiche, e alla fornitura di assistenza tecnica al governo di Erevan nei settori commerciale, energetico, della finanza, degli investimenti e delle telecomunicazioni. L’accordo sarà sovvenzionato dall’Ue nel quadro dello Strumento europeo per il vicinato, per 7,5 milioni di euro. (Res)

La Siria: modello di dialogo culturale e interreligioso (di don Salvatore Lazzara) (Farodiroma.it 14.12.18)

In Siria, per secoli si sono avute relazioni armoniose tra la comunità Cristiana e Musulmana. La Siria, è un luogo unico che offre al mondo l’esempio di pacifica convivenza e tolleranza tra i seguaci di diverse religioni. I conflitti armati che in tempi recenti hanno minacciato la pace e la stabilità per l’intero Medio Oriente, hanno tentato di rompere questo modello osmotico di convivenza. Non ci sono riusciti. La comunità cattolica e cristiana in Siria, è desiderosa di dare il proprio contributo allo sviluppo della vita nazionale. I cristiani sono parte integrante del paese, e senza di essi verrebbe a mancare il sale che ha dato sapore alla cultura e alla stabilità della Siria.

I cristiani e i musulmani, devono continuare a promuovere il rispetto autentico della dignità della persona umana. La guerra purtroppo, ha creato sospetti, ma solo a partire dal riconoscimento della centralità della persona e della sua dignità, rispettando e difendendo la vita, che è dono di Dio e che quindi è sacra -sia per i cristiani che per i musulmani-, solo a partire da questo riconoscimento è possibile trovare un terreno comune per costruire un mondo più fraterno, un mondo in cui i contrasti e le differenze vengano risolti in maniera pacifica e in cui la forza devastante e distruttrice delle ideologie venga neutralizzata. Nella guerra in Siria, “il terrorismo si è trasformato in una rete sofisticata di connivenze politiche. Si tratta di vere organizzazioni dotate spesso di ingenti risorse finanziarie, che elaborano strategie su vasta scala, colpendo persone innocenti, per nulla coinvolte nelle prospettive che i terroristi perseguono. Adoperando i loro stessi seguaci come armi da lanciare contro gli inermi, queste organizzazioni terroristiche manifestano in modo sconvolgente l’istinto di morte che le alimenta.

Il terrorismo nasce dall’odio e genera isolamento, diffidenza e chiusura. Il terrorismo si fonda sul disprezzo della vita dell’uomo. Proprio per questo esso non dà solo origine a crimini intollerabili, ma costituisce esso stesso, in quanto ricorso al terrore come strategia politica ed economica, un vero crimine contro l’umanità. Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l’umanità, manifestando odio nei confronti della vita e del futuro: pertanto tutto può essere violentato e distrutto. Il terrorista ritiene che la verità in cui crede o la sofferenza patita siano talmente assolute da legittimarlo a reagire distruggendo anche vite umane innocenti. Nessun responsabile delle religioni, deve avere indulgenza verso il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare. È profanazione della religione proclamarsi terroristi in nome di Dio, far violenza all’uomo in nome di Dio. La violenza terrorista è contraria alla fede in Dio Creatore dell’uomo, in Dio che si prende cura dell’uomo e lo ama”.

L’integralismo religioso portato dai gruppi jihadisti, non ha nulla a che fare con la convivenza pacifica tra le Fedi che si respira in Siria. Il tentativo di leggere la guerra come il risultato del deterioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani, non ri-sponde alla Verità. Nonostante il fragore delle armi, la gente ha continuato a vivere in pace tra mille difficoltà e incomprensioni. Certo, ci sono tante ferite da rimargina-re, ma il sentimento religioso che parte dal rispetto dell’uomo sanerà le sofferenze e i dolori. Durante la Missione in Siria, ho visitato la città di Latakia. In città e nella periferia, si trovano diversi luoghi di culto frequentati indistintamente da cristiani e musulmani. Ho avuto la possibilità di recarmi al santuario Alauita del luogo, conosciuto con il nome di Margarges. In questo centro, musulmani e cristiani si raccolgo-no in preghiera per i caduti della guerra contro il terrorismo, o semplicemente per meditare e trovare uno spazio silenzioso per mettersi in contatto con Dio. Nei quadri appesi ai muri, sono fissate le foto dei “martiri” (soldati), ma anche dei semplici civili che hanno perso la vita durante la guerra. E’ un luogo di pace e di riconciliazione. Da questi posti, è possibile ripartire per garantire al popolo siriano pace e prosperità. Senza memoria, non è possibile costruire il futuro.

Nella zona, l’etnia dominante è quella Alawita, anche se report riportano una composizione etnica a favore, seppur di pochi punti percentuali, dell’etnia sunnita. Questa valutazione demografica è dovuta al fatto che nell’area amministrativa (Governatorato) di Latakia è compresa tutta una serie di cittadine ad ovest del fiume Oronte, ma prossime ormai ai grandi centri urbani sunniti di Ibdil, Hama e Homs. Se però noi consideriamo la regione Alawita, l’area che arriva al crinale delle montagne che divide il bacino dell’Oronte dei fiumi minori che sfociano direttamente nel mediterraneo, ecco che la regione risulta composta da oltre il 72% di popolazione Alawiti. Chi sono gli alawiti? Sono un gruppo religioso mediorientale diffuso principalmente in Siria. Alauita è Assad, l’attuale presidente siriano, così, come prima di lui, suo padre Hafiz al-Asad. Gli alauiti si fanno chiamare ʿAlawī, per mostrare la loro reverenza ad ʿAlī, cugino e genero del profeta Maometto. Secondo alcune fonti essi erano in origine dei Nusayri, un gruppo che spezzò i legami con gli “sciiti duodecimani” nel IX secolo. Oggi gli alauiti, pur essendo appena il 20% dell’intera popolazione siriana, costituiscono una minoranza religiosa assai influente dal punto di vista politico.

A Latakia, è presente una fiorente comunità Armena, che è stata messa duramente alla prova durante gli anni della guerra. IL 21 marzo del 2014, dal confine turco arrivarono i terroristi dell’ISIS e del fronte Al Nusra che bombardarono Kessab, costringendo l’intera popolazione a fuggire ed a cercare rifugio nella vicina Latakia. L’esercito turco, che presidiava il confine a pochi chilometri da Kessab, non solo la-sciò passare le bande armate, ma addirittura, secondo molti testimoni oculari, li ap-poggiarono con l’artiglieria ed i blindati. Ho visitato la zona di Latakia dove vivono gli armeni. Luogo di pace e di memoria. I leader politici e religiosi hanno il dovere di assicurare il libero esercizio dei diritti umani fondamentali nel pieno rispetto della libertà di coscienza e della libertà di religione di ciascuno. La discriminazione e la violenza che ancora oggi i credenti sperimentano in tutto il mondo e le persecuzioni spesso violente di cui sono oggetto sono atti inaccettabili e ingiustificabili, tanto più gravi e deplorevoli quando vengono compiuti nel nome di Dio. Il nome di Dio può essere solo un nome di pace e fratellanza, giustizia e amore. Le religioni sono chia-mate a dimostrare, con le parole ma soprattutto con i fatti, che il messaggio della fe-de, è indubbiamente un messaggio di armonia e di comprensione reciproca.

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«Cent’anni dopo il genocidio armeno, noi cristiani d’Oriente ne subiamo un altro» (Tempi 14.12.18)

«Noi non abbiamo bisogno di parole vane. Noi rischiamo di vedere sparire la nostra civiltà». È l’appello lanciato a Parigi da monsignor Nicodemus Daoud Sharaf, arcivescovo siriaco ortodosso di Mosul. Insieme a una trentina di responsabili religiosi e politici provenienti da Siria, Libano, Iraq, Egitto e Giordania, ha partecipato l’11 dicembre nella capitale francese a un convegno per dire “Basta alle discriminazioni verso i cristiani e le minoranze in Oriente, Yazidi compresi”.

Tra gli interventi più drammatici, come riportato da Aed, c’è quello di monsignor Sharaf:

«È difficile riassumere quello che il nostro popolo subisce da oltre 15 anni. I cristiani d’Oriente sono marginalizzati. Le persecuzioni contro i cristiani esistono. L’Oriente si dissolverà se i cristiani spariranno da questa terra. Subiamo sofferenze senza nome: siamo vittime di un genocidio. Di un nuovo genocidio, cento anni dopo quello degli armeni. Noi subiamo un genocidio e il mondo resta a guardare. Questa è una vergogna per l’umanità! Dobbiamo parlare con un’unica voce. Dobbiamo invocare pace e fraternità. Abbiamo bisogno di leggi che ci proteggano e che affermino che siamo cittadini come gli altri, che non c’è differenza tra gli uomini».

Al convegno ha partecipato anche Abdel Meneem Fouad, decano della facoltà di Scienze islamiche dell’università di Al-Azhar, la massima autorità del mondo islamico sunnita. Fouad ha denunciato «gli abomini dei gruppi fondamentalisti, che Al-Azhar vuole condannare». Importante anche l’intervento di monsignor George Kourieh, rappresentante del patriarca Ignatius Ephrem II Karim, patriarca siriaco di Antiochia:

«Noi assistiamo a una tragedia umana. Noi dobbiamo rinnovare il nostro impegno e ripartire. Noi dobbiamo costruire ponti di pace e d’amore. La dichiarazione di Parigi deve costituire un nuovo punto di partenza, manifestando una volontà ferma di stabilire la pace».

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Il dilemma del femminismo nella “Nuova Armenia” (Osservatorio Balcani e Caucaso 13.12.18)

Mentre sempre più donne scelgono di entrare in politica nella “Nuova Armenia” rivoluzionaria, il movimento femminista è di fronte a un dilemma: trasformare il sistema patriarcale dall’interno o dall’esterno?

13/12/2018 –  Knar Khudoyan

(Pubblicato originariamente da OC Media il 29 novembre 2018)

“Sono stati i metodi della Rivoluzione di velluto, cioè la de-centralizzazione, l’orizzontalità, che hanno permesso alle donne di partecipare. Nessuno ha dovuto spingere le donne a fare politica: è successo naturalmente. Perché la strada, se non era anarchica, non era nemmeno gerarchica”. Così l’attivista femminista Maria Karapetyan, fra gli organizzatori del movimento “Reject Serzh”, che ha rovesciato decenni di dominio del Partito Repubblicano nel paese, riassume il ruolo delle donne nella rivoluzione.

Mentre molte donne e ragazze hanno ancora la pelle d’oca quando sentono il famoso discorso “Viva le sorelle”, pronunciato da Karapetyan in piazza della Repubblica a Yerevan il 18 aprile scorso, l’attivista ha preso la decisione – che definisce dura – di unirsi al Partito del “Contratto civile” e candidarsi per il parlamento.

Karapetyan non è l’unica donna che pensa che la Rivoluzione di velluto debba continuare nelle istituzioni statali e nei governi locali. Le prime elezioni post-rivoluzionarie nel paese, le elezioni per il sindaco e il consiglio comunale del 23 settembre a Yerevan, hanno visto la partecipazione di alcune attiviste che hanno aderito all’alleanza “Il mio passo”, sostenuta dal primo ministro Nikol Pashinyan.

Con uno schiacciante 81%, “Il mio passo” ha ottenuto 57 dei 65 seggi in ballo, fra cui 15 donne

Il 10 ottobre, Diana Gasparyan ha vinto le elezioni a Vagharshapat (Ejmiatsin), una città appena ad ovest di Yerevan, diventando la prima donna sindaco dell’Armenia. Le elezioni parlamentari previste per dicembre [tenutesi lo scorso 9 dicembre, ndr] vedranno ancora più donne candidate.

Ciò porterà ad una maggiore presenza femminile negli organi decisionali del paese, ma alcuni si chiedono se ciò porterà automaticamente ad una maggiore protezione dei diritti delle donne.

Una fascia del femminismo armeno considera infatti in contraddizione con l’obiettivo della liberazione delle donne lavorare con lo stato, protettore della proprietà privata e della famiglia (la proprietà appartiene agli uomini e la famiglia è il principale luogo di sfruttamento delle donne).

Sostengono invece che la lotta per le donne come “classe” deve passare attraverso l’empowerment delle comunità femminili, creando modelli cooperativi per le relazioni sociali, e non attraverso individuali storie di successo di ragazze che sono riuscite a rompere il soffitto di vetro.

Il patriarcato gentile

Il nuovo primo ministro Nikol Pashinyan ha espresso le sue opinioni sull’uguaglianza di genere. Sottolineando il ruolo delle donne nel suo discorso dell’8 maggio, il giorno del suo insediamento, Pashinyan ha affermato che “la partecipazione massiccia delle donne è un fattore che ci ha permesso di chiamare ciò che è accaduto una rivoluzione di ‘Amore e solidarietà'”.

Tuttavia, ha poi aggiunto qualcosa che ha fatto trasalire le femministe in tutto il paese. “La rivoluzione ha dimostrato che la partecipazione attiva delle donne [in politica] è compatibile con la nostra identità nazionale, la nostra percezione nazionale della famiglia”.

La maggior parte delle femministe è conscia che il nuovo governo non è molto informato sui movimenti delle donne. Molte sono state comprensive, almeno per ora, nella convinzione che sia prioritario combattere il rischio di controrivoluzione.

“In epoca pre-rivoluzionaria, abbiamo dovuto infrangere la legge per partecipare, ad esempio, ad una discussione sulla legge sulla violenza domestica al ministero della Giustizia”, ​​ricorda Lara Aharonyan, co-fondatrice del Women’s Resource Center di Erevan. “Sì, i membri del nuovo governo sono prodotti della stessa società patriarcale. Sono anche persone dalla mentalità patriarcale. La differenza è che sono pronti ad ascoltare, a educare se stessi, a collaborare con la società civile, a differenza dei loro predecessori”.

Aharonyan pensa che, per ottenere la partecipazione delle donne, lo stato deve prima fare alcuni passi avanti. Uno di questi, afferma, sarebbe aumentare le quote per alleviare lo squilibrio di genere in parlamento. Nel parlamento sciolto il primo novembre solo il 18% dei deputati erano donne.

“Le donne devono essere presenti per parlare dei propri bisogni. E se più della metà della popolazione è composta da donne, per giustizia e per una pari rappresentanza, le donne dovrebbero costituire il 50% del parlamento”, sostiene Aharonyan.

Dall’attivismo alla politica di partito

Membro di lunga data del partito della Federazione Rivoluzionaria Armena, Sevan Petrosyan concorda sul fatto che il sistema dei partiti è un compromesso per le femministe convinte.

“Come raccontava Simone de Beauvoir in quanto donna nel Partito comunista francese, doveva combattere su due fronti; all’interno del partito e al di fuori di esso. Questa è l’unica soluzione. Non mi illudevo che questa rivoluzione avrebbe portato le donne in politica a tutta forza. Non era la priorità. A differenza di molte altre femministe, non sono rimasta delusa dal fatto che Pashinyan abbia nominato solo due ministri donne, perché non nutrivo grandi aspettative”.

“Il mio problema era che questo non era un movimento dei poveri. Era un movimento per liberarsi del Partito Repubblicano, della corruzione, della mancanza di trasparenza, e basta. Sì, lo stato si è fatto più vicino a me, posso scrivere una breve domanda al mio amico, che ora è vice ministro. Ma non si può dire lo stesso per un abitante di un villaggio della provincia”, dice Sevan Petrosyan.

Molto prima della Rivoluzione di velluto, un’alleata chiave di Pashinyan, Lena Nazaryan, fu una delle prime donne a lasciare l’attivismo per la politica di partito. Attivista ambientalista e giornalista critica per molti anni, Nazaryan è fra i fondatori del Partito del “Contratto civile” di Pashinyan nel 2015.

Nazaryan è ora alla guida della fazione Way Out in parlamento. Modello per molte giovani donne, è spesso tormentata da adolescenti in cerca di selfie.

“Non mi piace quando le donne vengono presentate come deboli, come se dovessero essere spinte ad essere attive. No, le donne dovrebbero essere presenti perché sono necessarie. E quando lo sono, dovrebbero provarlo nel loro lavoro”, dice Nazaryan.

“Personalmente preferisco collaborare con le donne, se ne ho la possibilità, perché giocano meglio in squadra, sono interessate al risultato, non a gareggiare”.

Trasformare le relazioni sociali, non le singole donne

Le attiviste che si rifiutano di scendere a compromessi con lo stato lo fanno senza condannare le donne che lo fanno.

“Non dico che le donne non dovrebbero impegnarsi in politica, ma la loro partecipazione non dovrebbe essere fine a se stessa”, dice Anna Shahnazaryan.

“Se una donna entra in parlamento, dovrebbe mettere in discussione il modo in cui le decisioni vengono prese lì. Se una donna entra in un’istituzione per smantellarla dall’interno, per renderla più democratica e centrata sulla persona, è una cosa che incoraggio”.

“Personalmente non mi interessa se il sindaco di Ejmiatsin è una donna se non rappresenta il suo genere […] Il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali è una donna, Mane Tandilyan, ma per me è un problema che lei non parli del lavoro domestico non retribuito delle donne”.

Shahnazaryan e la sua collega Arpine Galfayan sono coinvolte nell’attivismo su molti fronti, tra cui la creazione di movimenti di resistenza collettiva nelle comunità per combattere progetti minerari come quello di Teghut, Amulsar.

Galfayan mette in guardia dalla “trappola” di essere usate come pedine in politica.

“Le donne vengono utilizzate per riempire le quote, per dare la falsa speranza che stia andando meglio”, dice.

“Credo che le istituzioni della democrazia rappresentativa abbiano la logica di mantenere il pieno controllo e non condividere il potere con gli altri”, sostiene Galfayan.

Dice che, a livello globale, il sistema “promuove gli interessi delle élite aziendali più ricche e più inumane. In definitiva è gerarchico; gli uomini (specialmente gli uomini eterosessuali benestanti) hanno da sempre posizioni privilegiate in queste gerarchie, e quindi le donne faticano a diventare parte del ‘club’. Infine, anche quelle poche donne che raggiungono il vertice devono comunque fare gli interessi di questo sistema gerarchico e ingiusto”.

“Preferisco lavorare per smantellare questo sistema piuttosto che renderlo più accattivante. Preferisco sostenere e rafforzare sistemi che ritengo equi e liberatori”, dice Galfayan.

Shahnazaryan sostiene che il punto sia se una donna è consapevole della subordinazione che affronta a causa del suo genere.

“Una donna non deve essere in parlamento per fare politica. Se una casalinga protegge la sua vicina, ostacolando e prevenendo la violenza domestica, sta facendo un’azione politica”.

Smantellare il patriarcato a tutti i livelli

Tuttavia, la maggior parte delle femministe in Armenia concorda sul fatto che non vi è una dicotomia fra “riformismo e femminismo radicale” e che il cambiamento è sempre arrivato da una combinazione delle due forze. Ad esempio, nel movimento delle suffragette nell’Inghilterra del primo Ottocento secolo, i movimenti militanti delle donne hanno lavorato in parallelo con i gruppi femministi conservatori.

Poche donne politicamente attive in Armenia negherebbero che la rivoluzione debba continuare, e che il famoso slogan femminista “il personale è politico” sia ancora valido. Alcune si concentrano sul “personale” della frase; lavorare sodo su di sé per vincere in una battaglia impari con uomini privilegiati, mentre altre lottano per trasformare le relazioni sociali esistenti.

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Elezioni parlamentari

Il premier uscente armeno Nikol Pashinyan, ha ottenuto una schiacciante vittoria alle elezioni parlamentari tenutesi domenica 9 dicembre in Armenia.

L’alleanza da lui guidata, ‘Il mio passo’, che include il suo partito ‘Contratto civile’, ha ottenuto il 70,4% dei voti.

Addirittura fuori dal parlamento l’ex partito di governo, il Partito repubblicano dell’Armenia, che non è riuscito a superare il 5%, quota di sbarramento, fermandosi al 4,7% dei voti. Uniche forze all’opposizione parlamentare saranno ‘Armenia prospera’ e ‘Rinascimento armeno’, che hanno raccolto rispettivamente l’8,27% e il 6,37% delle preferenze.

A seguito del voto Nikol Pashinyan ha scritto sulla propria pagina Facebook: “Cittadini forti, forti, forti. Vi amo e sono fiero di voi e mi inchino a tutti voi!”.

Dal canto suo, Eduard Sharmazanov, portavoce del Partito Repubblicano, all’uscita dei risultati preliminari che dichiarato che il 9 dicembre è un “Giorno di resurrezione per il partito che non è affatto ‘finito’ come dicono alcuni ma che ha 60.000 sostenitori fedeli”.

A Palazzo Merulana un convegno e un concerto per ricordare il genocidio armeno (Il Messaggero 13.12.18)

Gli armeni usano l’espressione Medz Yeghern  per ricordare la tragedia che dovettero subire: un genocidio con un milione di morti. E “La memoria del genocidio armeno del 1915 e la prevenzione dei genocidi” è il titolo del convegno che si è tenuto a Roma, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Nei saloni di Palazzo Merulana al numero 121 della via omonima, dopo il saluto introduttivo dell’ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia, Victoria Bagdassarian, sono seguiti gli interventi di Barbara Randazzo, professoressa di Istituzioni di diritto pubblico all’Università degli Studi di Milano, di Marcello Flores, già professore di Storia comparata e Storia dei diritti umani all’Università di Siena, del gesuita Padre Georges-Henri Ruyssen, professore straordinario presso la Facoltà di Diritto Canonico al Pontificio Istituto Orientale a Roma, di Baykar Sivazliyan, professore di lingua armena all’Università degli Studi di Milano e di Antonia Arslan scrittrice e saggista italiana di origine armena. A fare da moderatore, Maurizio Caprara. Al termine del convegno è eseguito un concerto di musica armena con il magico suono del duduk (la musica per duduk è patrimonio Unesco) il flauto armeno suonato da Aram Ipekdjian, con Maurizio Redegoso Kharitian alla viola e con la soprano Marine Grigoryan.

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L’Università 50 & Più e il genocidio del popolo armeno: una proiezione per riflettere (Lagazzettadilucca 12.12.18)

L’associazione 50 & Più Università continua il ciclo incentrato sul genocidio del popolo armeno. Dopo alcune conferenze dedicate al tema, con presentazione di libri della giornalista Letizia Leonardi e dopo la visione dei film “Mayrig”, “Quella strada chiamata Paradiso” e “La masseria delle allodole”, è la volta di “Ararat – Il monte dell’Arca” di Atom Egoyan, con Charles Aznavour e Christopher Plummer. L’appuntamento è per venerdì 14 dicembre alle 16 nella sala convegni della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Un giovane uomo di nome Raffi fa ritorno in Canada, dopo un viaggio in Armenia, con materiale filmico ed un segreto. Durante una normale ispezione doganale, il funzionario, incuriosito, decide di scoprire cosa nasconde Raffi e l’interrogatorio si trasforma in un vero e proprio esame psicologico che rivela frammenti delle loro storie personali. Il film sarà preceduto dall’intervento del noto critico cinematografico Marco Vanelli. Appuntamento venerdì 14 dicembre alle 16 nella sala convegni della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

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Armenia: il nuovo parlamento (Osservatorio Balcani e Caucaso 12.12.2018)

Con il voto per le parlamentari avvenuto domenica 9 dicembre si conclude con successo la scalata di Nikol Pashinyan al potere in Armenia. Il protagonista assoluto della Rivoluzione di Velluto della primavera scorsa ha conquistato con la coalizione da lui guidata, “Il mio passo”, una ampia maggioranza. Ha infatti ottenuto il 70% delle preferenze, trasformatesi in 88 seggi su 132 nel neoeletto parlamento armeno.

Una legittimazione popolare che ci si aspettava ma che sorprendentemente è un po’ claudicante: mancano più della metà dei votanti all’appello. Queste elezioni registrano il minino storico di affluenza alle politiche, con solo il 49% degli aventi diritto che si sono recati alle urne. Erano stati il 61% lo scorso anno, 62% per il quinquennio elettorale precedente. Può avere inciso la frequenza del calendario elettorale, visto che quest’anno si era votato anche per il presidente, il risultato dato per scontato da molti e la rassegnazione di molti elettori legati al partito di maggioranza uscente, il partito Repubblicano. Erano stati proprio i Repubblicani a lanciare appelli agli elettori perché andassero a votare. Un appello che evidentemente non ha convinto un armeno su due, che – indipendentemente dalle preferenze politiche e nonostante la grande mobilitazione dei mesi scorsi – ha preferito astenersi dall’andare a votare.

1.260.840 voti (su 2.573.579 aventi diritto) hanno dato forma al nuovo parlamento: appunto 88 seggi a “Il mio passo”, alleanza di due partiti e vari esponenti della società civile capeggiata da Nikol Pashinyan, coalizione centrista di ispirazione liberal, tendenzialmente europeista ma non disposta a compromettere i rapporti con la Russia; “Armenia prospera”, la creazione dell’oligarca Gagik Tsarukyan, partito di centro-destra, pro-russo, con l’8% delle preferenze cioè 26 seggi; e “Armenia luminosa”, partito liberale di centro-destra, europeista e in passato in alleanza con Pashinyan, con il 6% delle preferenze, quindi 18 seggi. La maggioranza di governo decisamente c’è, ed ha i numeri per portare avanti il proprio programma.

Diventa invece forza extra-parlamentare dopo una permanenza ventennale alla guida del paese il Partito repubblicano. Avevamo scritto prima delle elezioni che i repubblicani avevano forse messo a segno una vittoria di Pirro impedendo l’approvazione della riforma della legge elettorale. Si può constatare ora che oltre a essere stata una vittoria di Pirro, si è rivelato un clamoroso autogol: il partito si è fermato al 4,7%. La soglia elettorale della legge non emendata è del 5%, se fosse passata la proposta Pashinyan sarebbe stata il 3%, e oggi il parlamento armeno ospiterebbe cinque forze politiche invece di tre.

Altro partito storico armeno restato senza rappresentanza in parlamento è stato la Federazione rivoluzionaria armena, che ha ottenuto il 3,9% di preferenze e che seppur fra varie vicissitudini è sempre stata presente nei banchi dell’Armenia indipendente.

Politica interna

La sfide più grandi per il governo, dopo una tornata elettorale giudicata dagli osservatori internazionali molto positivamente perché libera e competitiva, sono invertire l’esodo migratorio rilanciando l’economia e consolidare i successi democratici dell’ultima elezione.

La legge finanziaria in corso è quella approvata nel settembre del 2018, e riguarda tutto l’anno solare del 2019. Il tema portante della Finanziaria 2019 era quello di investire in infrastrutture di pubblica utilità che potessero fare da volano alle economie locali e portare servizi primari in aree che ancora versano in grandi criticità riguardo l’accesso alle reti stradale, idrica, elettrica.

L’opinione pubblica attende poi il concretizzarsi di una grande operazione di riqualificazione etica dei funzionari del pubblico impiego. Sia la Rivoluzione di Velluto che le promesse della campagna elettorale hanno mantenuto accesa l’attenzione sulla dilagante corruzione, e sugli abusi che hanno gravato tanto sui portafogli quanto sulla qualità del vivere civile e sulla tutela dei diritti dei cittadini armeni. La capacità di generare un ripristino di una società più giusta, meno dominata dall’arbitrio e meno povera rimane il banco di prova più importante della nuova maggioranza.

Politica estera

Per perseguire questi obiettivi ambiziosi Yerevan ha bisogno di pace e un contesto internazionale favorevole agli scambi e agli investimenti. E sul governo Pashinyan si può puntare con un cauto ottimismo. L’intenzione espressa finora come governo di minoranza è stata quella di mantenere buoni i rapporti con la Russia, di tenere la porta aperta verso l’Unione Europea e ben attive le sinergie con l’Iran. I primi complimenti al primo ministro in pectore sono arrivati dalla vicina Georgia, altro tassello importante nella stabilità dell’Armenia.

Per quanto riguarda la difficile questione del Karabakh, Pashinyan è il primo leader dall’indipendenza armena la cui ascesa politica non è legata al conflitto dei primi anni ’90. Questo non vuol dire che il suo mandato non risentirà dell’eredità di quegli anni, ma il suo bacino di voti e il suo entourage è meno legato a posizioni oltranziste. E questo già si può apprezzare nelle mosse distensive da settembre ad oggi e un conseguente decrescere di violazioni del cessate il fuoco. Già sono intensi gli incontri fra i ministri degli Esteri dell’Armenia e dell’Azerbaijan. Due giorni prima del voto c’è stato anche un incontro a San Pietroburgo tra Pashinyan e il presidente azerbaijano Ilham Aliyev.

Pashinyan vi si trovava per un duplice appuntamento: il summit dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettivo e per l’incontro informale dei Capi di Governo della Comunità degli Stati Indipendenti. A latere di quest’ultimo incontro c’è stato lo scambio con Aliyev.

Criticato per queste aperture dai repubblicani durante la campagna elettorale, Panishyan gode ancora di sufficente fiducia popolare per avventurarsi in tentativi di approccio con Baku, anche se i margini di accettazione di possibili compromessi sono molto limitati per l’opinione pubblica armena, e pure per quella azerbaijana.

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Ambasciata USA in Armenia esorta cittadini americani in visita ad essere vigili (Sputniknews 12.12.18)

Mercoledì l’ambasciata degli Stati Uniti a Yerevan ha invitato gli americani ad essere vigili nel visitare l’Armenia durante le festività natalizie.

“All’avvicinarsi delle festività natalizie, l’ambasciata americana a Yerevan ricorda ai cittadini americani la necessità di essere vigili… Durante questo periodo, il numero di rapine, borseggi e scassinamenti potrebbe aumentare”, ha detto una dichiarazione pubblicata sul sito web.

La missione diplomatica ha affermato che vi sono continue minacce da organizzazioni terroristiche transnazionali e individui ispirati all’ideologia estremista.

“Gli estremisti continuano a concentrarsi su luoghi turistici, come centri commerciali, aeroporti, club, ristoranti, luoghi di culto, hub di trasporto”, afferma la dichiarazione.

A sua volta, il capo del dipartimento per le relazioni pubbliche e l’informazione della polizia, Ashot Aharonyan, ha assicurato che la situazione criminale in Armenia è sotto controllo e che il paese è sicuro per i turisti.

“La situazione criminale in Armenia è completamente sotto controllo: numerose organizzazioni internazionali hanno riconosciuto l’Armenia e la sua capitale come assolutamente sicure: la polizia e le altre forze dell’ordine del paese hanno tutte le capacità e i mezzi per garantire la sicurezza dei nostri concittadini e ospiti”, ha detto a Sputnik.

Armenia: Nikol Pashinyan prende ufficialmente le redini del governo (You-ng.it 11.12.18)

Per la prima volta della sua giovane storia, l’Armenia è andata alle elezioni anticipate, causate dalla caduta del governo di Serž Sargsyan in seguito alla cosiddetta rivoluzione di velluto armena, avvenuta nella primavera di quest’anno. A guidare la rivolta è stato il principale leader dell’opposizione, Nikol Pashinyan, che ha assunto la carica di primo ministro ad interim l’8 maggio, venendo poi consacrato dal voto popolare nella giornata di domenica 9 dicembre. L’affluenza alle urne, in netto calo, è stata pari al 48.63%.

Per capire le ragioni della rivoluzione di velluto (o Velvet Revolution, secondo la dizione inglese) bisogna considerare che, dal 2008, Serž Sargsyan aveva ricoperto il ruolo di presidente della Repubblica, ma, con le elezioni dell’aprile di quest’anno, l’Armenia era passata dall’essere una repubblica presidenziale alla forma di governo della repubblica parlamentare, secondo i risultati del referendum del 2015. Secondo le opposizioni, però, Sargsyan avrebbe spinto per la modifica della forma di governo sapendo che la costituzione non gli avrebbe consentito di candidarsi per un terzo mandato presidenziale nel 2018. Il sessantaduenne capo di stato avrebbe allora puntato a spostare il centro del potere per poi proporsi come nuovo primo ministro, nel tentativo dunque di mantenere la carica di fatto più importante nelle sue mani.

A conferma di questi sospetti, dopo la lettura dei verdetti delle elezioni di aprile, Sargsyan ha assunto la carica di primo ministro, approfittando della vittoria della sua forza politica, il Partito Repubblicano Armeno (Hayastani Hanrapetakan Kusaktsutyun, HHK), generalmente abbreviato nella stampa internazionale in RPA, utilizzando la denominazione inglese. Il risultato ottenuto, pari al 49.17%, è però stato accolto dalle proteste delle opposizioni, che hanno parlato di brogli. La presidenza della repubblica, invece, è stata affidata ad un indipendente come Armen Sarkissian, che pure aveva ricoperto brevemente il ruolo di premier tra il 1996 ed il 1997, ma che soprattutto è stato ambasciatore armeno a Londra per dieci anni (1998-2018).

La personalizzazione del potere da parte di Serž Sargsyan hanno portato alla nascita delle proteste popolari, ed all’emergere del leader dell’opposizione Nikol Pashinyan, che ha costretto Sargsyan a lasciare l’incarico, assumendo, come detto, il ruolo di premier ad interim. Con le elezioni anticipate, però, Pashinyan ha potuto dimostrare di godere dell’appoggio popolare, ottenendo il 70.43% dei consensi con il suo partito, Contratto Civile (K՛aghak՛aciakan paymanagir), inserito nella coalizione denominata My Step Alliance. Gli uomini di Pashinyan hanno così ottenuto 88 seggi sui 132 che compongono l’Assemblea Nazionale del Paese (Hayastani Hanrapetyut’yan Azgayin zhoghov), contro i cinque che aveva conquistato alle elezioni primaverili.

Questo evento, invece, ha probabilmente segnato la fine definitiva della carriera politica di Sargsyan, il cui partito ha perso tutti i cinquantotto scranni conquistati ad aprile, raccogliendo solo il 4.70% dei consensi. Gli unici altri due partiti entrati in parlamento sono dunque il Partito Armenia Prosperosa (Bargavatch Hayastan kusaktsut’yun) di Naira Zohrabyan, che ha conquistato ventisei seggi con l’8.27% dei consensi, ed Armenia Luminosa di Edmon Marukyan, che ha raggiunto il 6.37%, collezionando diciotto seggi.

Per leggere la vita politica armena passata e presente, bisogna sempre tenere conto del fatto che nessuno dei principali partiti è in realtà legato ad ideologie o posizioni ben precise. Pur proponendo politiche vagamente di destra ed avendo qualche slancio nazionalista, l’RPA / HHK era sempre stato un grande partito piglia-tutto, che riusciva a raccogliere ogni tipo di consenso proprio grazie a quel suo modo di rimanere vago su molte questioni. La vita politica armena è invece sempre stata molto legata al carisma dei singoli uomini politici, come Sargsyan, e può essere vista come uno degli esempi più spiccati di personalizzazione della politica, dove a farla da padrone sono soprattutto gli interessi personali. Il pericolo, dunque, è che Pashinyan ed il suo Contratto Civile mettano in piedi un sistema molto simile a quello visto nell’ultimo decennio: non è un caso, infatti, che anche per il nuovo partito di governo gli analisti politici non siano in grado di definire una collocazione precisa nello spettro politico.

Intanto, tra le sue prime mosse, Nikol Pashinyan ha affermato di voler ristabilire relazioni diplomatiche normali con la vicina Turchia, con la quale esistono diverse dispute in sospeso, in particolare quella del riconoscimento del genocidio degli armeni da parte dei turchi. Inoltre, la Turchia è strattamente alleata con l’Azerbaigian, Paese con al quale l’Armenia contende il possesso del Nagorno-Karabakh. Questa è un’area che si trova all’interno del territorio azero, ma popolata quasi unicamente da armeni, e che si è autoproclamata indipendente con il nome di Repubblica del Nagorno-Karabakh o dell’Artsakh, pur restando fortemente legata all’Armenia. Tale situazione ha portato Erevan a stringere rapporti più stretti con la Russia, in contrasto con il governo di Baku, piuttosto in buoni rapporti con gli Stati Uniti e con la suddetta turchia. Il conflitto si è oltretutto riacutizzato proprio nell’ultimo anno, e non ha certamente lasciato indifferenti le grandi potenze occidentali, visto che la regione caucasica è di fondamentale importante per l’approvvigionamento di petrolio e gas da parte dell’Europa. Secondo gli osservatori, il governo azero vorrebbe approfittare di questi momenti di destabilizzazione della vita politica armena per sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

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