Sulle tracce di mio padre (Internazionale 03.01.19)

Mio padre si chiamava Setrak. Era nato a Karputh, verosimilmente in un secolo che aveva solo otto anni e non manifestava ancora segni di follia. La sua famiglia faceva parte della comunità armena di Anatolia che all’epoca contava due milioni di anime. Mio padre è fuggito dal suo villaggio in una sera di aprile del 1915, dopo che un’orda di soldati, di gendarmi e di ausiliari curdi – i tchété che hanno assillato le nostre notti d’infanzia – ha invaso la fattoria in cui viveva una famiglia di trenta persone.
Questa gente viveva di poco, ma diversi testimoni affermano che si trattava di persone accoglienti, sempre pronte a offrire un tetto e un pasto ai viandanti che si guadagnavano il pane quotidiano in cambio di qualche giornata di lavoro. Preparare delle forme di sterco di vacca facendole seccare per il focolare dell’inverno era un’attività che occupava tutti permanentemente. Quattro mesi di neve con una temperatura che scendeva a dieci gradi sotto lo zero, e delle estati così calde da far spaccare i muri di argilla, paglia e sassi.
La casa aveva un tetto piatto, e il piccolo Setrak aveva scoperto il piacere di giocare con le palle di neve, perché ai bambini era affidato il compito di liberare il tetto dalla neve. Setrak raccontava anche di quando, durante l’estate, sguazzava nello stagno con una zucca secca legata in vita a mo’ di boa. Quel mondo si è dissolto in qualche ora. La casa era abituata alle incursioni di uomini in divisa che venivano a prelevare imposte particolarmente gravose per le famiglie armene, e che portavano via anche pecore e marmellate per migliorare il loro rancio. Come pure delle monete d’oro: di oro si parlava molto, e solo ora ne ho finalmente capito l’importanza.
Pietà filiale, passaggio obbligato di un lutto, bisogno tardivo di vedere se il sangue dei massacri si è essiccato? Non ho una risposta unica, ma ho sentito un bisogno imperioso di percorrere l’Anatolia, come se fosse arrivato il momento di calcare il suolo di questa terra misteriosa. E nelle città ho visto quest’oro grondare dalle vetrine dei gioiellieri. L’oro che tutti i contadini compravano con il ricavato del raccolto e che sotterravano nel punto più remoto della loro casa o in fondo al pozzo, in previsione dei giorni bui. Quel giorno del 1915 gli adulti hanno pensato di placare il furore dei gendarmi offrendogli le loro ricchezze. Ma neanche questo bastava: obbedivano ad altri ordini e avevano una missione ineludibile da portare a termine. Setrak è salito sul tetto e da una botola ha visto lo sterminio di tutti i suoi, i sussulti di suo padre, il cranio fracassato a colpi di pietre.
In quel momento il bambino è diventato adulto. Ha capito l’atmosfera pesante e i mormorii delle donne, le paure delle ultime settimane sulla piazza del mercato dove i turchi portavano alla cintura i loro lunghi pugnali ricurvi e guardavano gli “infedeli” con occhi sospettosi. È fuggito per un vagabondaggio che gli avrebbe fatto capire cosa sono il terrore, la fame, l’odore della morte, le zanne ferine. Per giorni? Per settimane?
Lingua morta
All’aeroporto di Elazig si respira un’aria di campagna, c’è molta gente che continua a occuparsi delle proprie faccende in tutta tranquillità. Un’ostinazione che già rimpiango mi ha spinto a compiere da solo questo strano pellegrinaggio. Pensavo che mi sarei fatto capire, mescolando le lingue, che avrei trovato un vecchio cicerone armeno che mi avrebbe raccontato la storia del mio villaggio. La realtà s’impone sempre in modo brutale: né in questi luoghi né altrove in Anatolia c’è ancora un’anima viva che parli la lingua che il potere dei Giovani Turchi (movimento riformista e ultranazionalista) ha ostinatamente e metodicamente cancellato, a partire dal 24 aprile 1915.
La città nuova si estende come un lungo nastro che percorre la vallata. Dovrò proprio far pace con questa sensazione di cantiere permanente, con i tondini di ferro che spuntano dappertutto, con le strade dissestate, e la polvere che avvolge tutto. Già in aereo le donne anziane coperte dal velo e le ragazze vestite secondo la moda occidentale mi avevano fatto ricordare che mi trovavo in un altro continente. Però questi uomini… Hanno un che di familiare.
Mi sembra di essere uno straniero che arriva troppo tardi per seppellire le sue illusioni
La forma dei loro baffi è indice, a quanto pare, del loro impegno politico. Di loro ho sempre sentito dire che erano nostri nemici.
A parte qualche frase di cortesia, non parlo il turco. Ma è una lingua che mi è familiare, che riconosco anche se non la capisco. Era la lingua segreta degli adulti, riservata a raccontare le sciagure dalle quali si volevano proteggere i bambini. Quanto all’autista del mio taxi che ha vissuto per alcuni anni in Germania, la nozione di quartiere armeno gli è oscura quanto il linguaggio dei semafori.
A parte l’eleganza dei minareti, l’esotismo dei negozi di “fotocopi”, gli “ambulans”, la “polis” e le cabine di “telefon”, la città trasuda noia non appena ci si allontana dall’opulenza del mercato che trabocca di legumi e di frutti estivi. Melanzane, peperoni, montagne di menta, angurie, ciliegie, albicocche e nespole (che chiamavamo yeni dugna): la cucina, i gusti e gli odori che mi pervadono mi stanno facendo rituffare nella mia Little Armenia di Marsiglia, dove gli esuli dell’Anatolia hanno ricreato i loro villaggi perduti. A dire il vero, e questo nonostante la familiarità dell’ambiente, non mi sento per niente a mio agio, oppresso dal fatto di assomigliare a un turista senza storia in quei luoghi dove la mia immaginazione riesce a scovare solo qualche piccolo frammento della barbarie passata.
Dismisura
Ci siamo lasciati alle spalle la città senz’anima per arrampicarci verso le alture della mitica Karputh. Karputh che mi hanno sempre descritto come un punto d’incontro importante per gli intellettuali armeni, una città dove un tempo si viveva in pace con i turchi in un paesaggio ricco di vigneti, di allevamenti di bachi da seta e di frutteti. Un luogo dove si dividevano le seterie, le fabbriche di tappeti, dove i conciatori di pelli vivevano fianco a fianco con gli artigiani che lavoravano il rame. Dai racconti dell’infanzia di Setrak mi sono fatta un’immagine smisurata del suo borgo. Mi raccontava della cinquantina di città e villaggi che erano legati al suo paradiso perduto dell’infanzia, delle sessanta chiese, dei nove monasteri. Karputh e la sua popolazione di quarantamila armeni che potevano disporre di novanta scuole.
La catena del Tauro svetta all’improvviso sul nostro orizzonte e la cittadella in rovina si staglia sull’alto delle montagne. La fattoria della mia famiglia si doveva trovare da quelle parti, avevo coltivato il sogno che un giorno mi sarei trovato sotto il tiglio a chiacchierare con i nipoti dei curdi, del tutto ignari delle spoliazioni.

Le sorgenti dell’Eufrate nella regione di Erzurum, Anatolia sudorientale, 1997. (Rainer Drexel)
Con la pianta dei luoghi tra le mani il tassista si addentra nelle stradine, ma le immagini impresse nella mia immaginazione si sfilacciano e le ricche abitazioni annidate ai piedi della scarpata scompaiono. Nella parte più bassa ci sono ancora i resti delle case in rovina, invasi dalle erbacce, dai papaveri che fanno venire la tristezza, dalle lucertole che s’infilano dappertutto. E grandi fosse che squarciano il paesaggio morto. La Karputh dei miei sogni è scomparsa. E con lei il prestigioso collegio dell’Eufrate che immaginavo simile al mio liceo, le missioni protestanti, la chiesa.
Mi sono seduto ai piedi della montagna per impregnarmi del paesaggio dei miei, stringere tra le mani le foglie lanuginose del cotogno, inebriarmi del colore dei melograni, ritrovare il profumo degli alberi di fico. E mi sembra di essere uno straniero che arriva troppo tardi per seppellire le sue illusioni. Devo guardare ancora i noci e gli olivi, riscaldare le mie mani sulle pietre coperte di muschio. Tracce di un ambiente che i miei hanno guardato, calpestato sotto i loro piedi. Forse Setrak
si sarà arrampicato su uno di quegli alberi, un po’ meno alto, in questa luce stranamente provenzale. È là che i bambini giocavano nelle loro capanne? Nella vallata la costruzione di una diga ha sconvolto tutto il paesaggio, e i contadini che si sono arricchiti con i terreni espropriati si sono fatti costruire delle abitazioni di quattro piani, degli “apartman” di tipo cittadino.
Fifty-fifty
Il tassista ha finalmente compreso la mia ricerca e si ferma davanti a delle case dove non risuonano voci, ma io non oso varcarne la soglia. Brilla solo l’immagine del televisore, annunciato dalle parabole che ricoprono i tetti piatti di quest’immutabile architettura di terra. Alcuni giovani vengono verso di noi. I Geld, i “soldi” tedeschi, i gesti, i segni tracciati sul suolo, ma soprattutto il ricordo dei racconti ascoltati con scetticismo, mi fanno capire che per loro io sono uno di quegli armeni che hanno in tasca i punti di riferimento, una mappa, un albero, un pozzo che indica dove è sepolto il tesoro.
Attraverso gesti punteggiati dalle parole “fifty-fifty”, mi fanno capire che si può fare a metà, che loro sono abituati a trattare con i Kharpertsi di Los Angeles, eredi delle grandi famiglie che avevano introdotto la fotografia e la stampa nell’Impero ottomano.

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Arzu Abdullayeva: donna di pace tra Azerbaijan e Armenia (Osservatorio Balcani E Caucaso 02.01.19)

Originaria di Baku, Arzu Abdullayeva ricorda ancora quando aveva vicini di casa e amici armeni. Tuttavia, dopo una generazione di conflitto sul Nagorno-Karabakh, questa storica attivista per la pace sta diventando sempre più pessimista.
“Hanno detto che sono pro-armena, che ho sangue armeno, che mio padre, mia madre e mio nonno erano armeni. Non era abbastanza per loro: mi hanno minacciata, hanno tenuto una dimostrazione di fronte al mio ufficio e volevano che mi suicidassi. Tutto questo perché sono un’attivista per la pace”, racconta Arzu Abdullayeva, che guida la Helsinki Citizens Assembly a Baku.
La guerra per il Nagorno-Karabakh, la cui fase più intensa è stata tra il 1991 e il 1994, si è conclusa con un cessate il fuoco. Tuttavia, la pace è rimasta precaria: mentre Armenia e Azerbaijan negoziavano per porre fine al conflitto sono continuati combattimenti sporadici.
L’atteggiamento del governo azero nei confronti della costruzione della pace è cambiato nel corso degli anni, afferma Azra Abdullayeva.
“La situazione era migliore sotto l’ex presidente Heydar Aliyev. Non molto tempo dopo il suo insediamento ho fatto appello direttamente a lui e, come risultato, sono stati liberati 38 prigionieri armeni. Più tardi, la situazione è peggiorata. Ora è arrivata al punto che non possiamo attuare alcun progetto di pace”, dice.
Arzu Abdullayeva sostiene che le persone più difficili da raggiungere sono quelle che vogliono la guerra senza rendersi conto della profondità del dolore che porta e i politici che vedono il conflitto del Nagorno-Karabakh come un gioco.
Progetti di pace
Tuttavia, Arzu afferma di aver avuto una buona esperienza nell’attuazione di progetti di costruzione della pace con colleghi dell’Armenia, della vicina Georgia e di altri paesi.
“Certo, abbiamo ottenuto buoni risultati in questo settore. Abbiamo tenuto molti incontri ed eventi”.
Arzu Abdullayeva aggiunge che lei e i suoi colleghi hanno avuto un ruolo importante nel lavoro sui “Principi di Madrid”, uno degli accordi di pace proposti per il conflitto, oltre ad aiutare i familiari di 500 fra le circa 4.000 persone scomparse durante il conflitto.
Nonostante i successi, Abdullayeva vorrebbe poter fare di più.
“Fa male. Forse, se avessimo più esperienza, potremmo salvare più persone”, dice.
Gli stretti rapporti con i colleghi armeni nel Nagorno-Karabakh sono stati di vitale importanza per ogni successo, sottolinea, perché tutti credono nella pace, nell’umanità e nell’agire con coscienza.
“Attraverso di loro siamo riusciti a raggiungere quelle persone scomparse. Se non avessimo creduto nelle stesse cose e condiviso gli stessi sentimenti, nessuno dei nostri successi sarebbe stato possibile”.
Nel 2005, Arzu Abdullayeva ha ampliato il proprio attivismo per la pace e ha contribuito a creare un gruppo internazionale per la risoluzione del conflitto.
La sua organizzazione, insieme all’olandese IKV PAX Christi e alla Finnish Crisis Management Initiative, ha creato il Consiglio pubblico di esperti sulla soluzione del conflitto del Karabakh.
Il gruppo comprende peacekeeper, politologi, sfollati interni, giornalisti e altre figure, ma nessuno di nazionalità armena. Il gruppo sta lavorando su percorsi di risoluzione del conflitto.
“Ci riuniamo e discutiamo notizie e sviluppi relativi al problema del Karabakh e valutiamo la situazione. Poi condividiamo le nostre riflessioni con i nostri colleghi armeni. [La cooperazione] è piuttosto difficile, perché gli armeni non possono venire in Azerbaijan e viceversa”, dice Abdullayeva.
La guerra dell’aprile 2016 ha sottolineato la fragilità degli sforzi del gruppo per la costruzione della pace. Conosciuta anche come “Guerra d’aprile” o “Guerra dei quattro giorni”, è stata la peggior fiammata dal cessate il fuoco del 1994 e ha provocato la morte di almeno 200 persone. Giornalisti, politici e alcuni attivisti pacifisti da entrambe le parti sono diventati temporaneamente propagandisti di guerra online durante i combattimenti.
Abdullayeva rimane filosofica in merito: “La vera natura di una persona emerge in una crisi”, dice.
Durante i quattro giorni di intensi combattimenti, ha lanciato un appello pubblico, esortando entrambe le nazioni a porre fine al conflitto.
“Ho chiesto alle persone di controllare le emozioni, di pensare e agire razionalmente. La guerra non va a vantaggio delle persone in Armenia o in Azerbaijan”, dice Abdullayeva.
Donne e conflitto
Da attivista, Arzu Abdullayeva ha pagato un prezzo pesante per i propri sforzi per portare la pace nel suo paese.
A livello internazionale, tuttavia, il suo lavoro le ha portato elogi e riconoscimenti. Nel 1992 insieme alla collega armena Anahit Bayandur ha ricevuto il premio Olof Palme per la pace per gli sforzi volti a facilitare gli scambi di prigionieri di guerra e promuovere il dialogo durante le fasi più intense del conflitto.
Le due donne hanno anche scritto un libro sul peacekeeping, “Gender and Peace”, ora utilizzato nei corsi di formazione incentrati sui conflitti nel Caucaso meridionale.
Arzu Abdullayeva crede che le donne possano svolgere un ruolo importante nel costruire la pace, ma osserva che “non ci sono molte attiviste nel settore della costruzione della pace”.
“Penso che qualsiasi persona pacifica e gentile possa essere coinvolta nella costruzione della pace tra le comunità”.
Abdullayeva è ancora in lutto per Bayandur, scomparsa diversi anni fa.
“Non è riuscita a vedere la pace che desiderava così tanto. Era una persona giusta e gentile”.
La sua amicizia con Bayandur, in qualche modo, ha fatto eco ai suoi ricordi d’infanzia, ma ha anche sottolineato i legami culturali che i due paesi hanno perso a causa della guerra.
Essendo cresciuta a Baku prima dell’inizio dei combattimenti, Abdullayeva aveva molti amici e vicini armeni.
“Ho avuto molti amici armeni durante i miei anni di scuola. Nel nostro condominio c’erano due famiglie armene che vivevano al nostro piano. Siamo cresciuti insieme ai loro figli. Una di loro, Eliza Mahmutyan, era la mia migliore amica. Non avrei mai immaginato che ci potessero essere scontri tra queste due nazionalità a Baku. Ma è successo. Quando sono tornata a casa da Mosca, dove studiavo, loro [gli armeni che vivevano nell’edificio] non c’erano più”.
Oggi, armeni e azeri hanno contatti limitati. Abdullayeva non ha potuto nemmeno partecipare ai funerali di Bayandur in Armenia.
Ma la reputazione di Abdullayeva e il suo impegno a stringere legami con gli armeni hanno ispirato alcuni armeni etnici che vivono ancora in Azerbaijan a rivolgersi a lei per avere aiuto quando affrontano pregiudizi e ingiustizie, ad esempio essere licenziati, cacciati dalle proprie case e non poter riscuotere le pensioni statali.
“Ho dichiarato che queste persone sono fedeli all’Azerbaijan. Non sono andate da nessuna parte, sono rimaste qui. In cambio, dobbiamo difendere i loro diritti e sostenerli”, dice.
“La mia dichiarazione è stata accolta molto male. Ma stavo difendendo l’umanità”.
Tutti hanno colpa
Sia l’Armenia che l’Azerbaijan hanno perso molto tagliando i loro legami, dice Arzu Abdullayeva, affermando poi che entrambe le parti sono responsabili della rottura, anche se i pogrom degli anni ’80 hanno esacerbato le tensioni.
“È successo in Armenia e in Azerbaijan. È stato un processo doloroso. La nostra gente pensa che solo gli armeni abbiano perseguitato gli azerbaijani lì [in Armenia]. Ma non è vero; anche persone sconosciute in Azerbaijan hanno organizzato queste cose”, dice.
“Quindi, quando lavoriamo con le persone, diciamo sempre che nessuna parte è innocente. Entrambe hanno grandi colpe”.
Sottolinea che entrambi i paesi hanno molte cose in comune e le persone dovrebbero concentrarsi su questo, invece di contendersi la titolarità degli elementi della cultura che condividono.
Abdullayeva nota che la cronologia del conflitto – 26 anni di durata ormai – rappresenta un’intera generazione.
Con il passare del tempo, afferma, sta perdendo l’ottimismo.
“Ho passato tutta la vita a cercare di costruire la pace. Abbiamo cercato di riconciliare armeni e azerbaijani per anni. Sfortunatamente, non è stato possibile. Ecco perché sono delusa. In generale sono ottimista, ma con il tempo sto diventando anche pessimista”.

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Il genocidio degli armeni è nato nella testa e nelle idee malsane dei teorici tedeschi (Ilfoglio 01.01.19)

Ci sono dei punti fermi, delle ben visibili pietre miliari, in questa straordinaria e tenace tessitura di idee che si va lentamente ma inesorabilmente intrecciando a proposito del genocidio armeno, modello e primo tragico esempio di una prassi di distruzione di massa che avrà tanti imitatori nel corso del Novecento. Si tratta di un percorso di conoscenza che prosegue ormai da una trentina d’anni: ed è già incredibile il fatto stesso che ogni indagine critica, ogni acquisizione di dati (siano essi i racconti dei sopravvissuti e di persone a vario titolo presenti nell’Impero ottomano in quegli anni cruciali, o le scoperte di documenti finora più o meno colpevolmente ignorati, o gli archivi finalmente aperti, come quelli tedeschi o vaticani) non contraddice le informazioni già acquisite, ma le completa, le amplia, le convalida.

Gli storici e studiosi più importanti che se ne sono occupati (armeni e no) sono riusciti a costruire un vero grande archivio di informazioni, dopo decenni in cui – a livello di conoscenza generale – dell’esistenza stessa degli armeni come popolo si era quasi perduta la memoria: penso a Vahakn Dadrian, Taner Akçam, Richard Hovannisian, Yair Auron, Robert Jay Lifton, Raymond Kévorkian, Marcello Flores e i tanti altri che hanno descritto con ricchezza di documenti la tragedia armena, ne hanno definito le caratteristiche genocidarie, controllato meticolosamente le perdite umane e le modalità di sterminio, regione per regione dell’Anatolia. Le numerosissime testimonianze dei sopravvissuti, trascritte o registrate a partire dal 1916, sono state poi raccolte e collazionate, e oggi costituiscono un insieme imponente, in cui le flebili voci dei superstiti si potenziano l’una con l’altra in un coro ripetuto e straziante. Ma, come ben scrive Taner Akçam, lo storico turco che si batte da tanti anni contro il negazionismo di stato del suo paese, il libro di Siobhan Nash-Marshall è qualcosa che ancora mancava in un panorama pur così ricco.

È la voce della filosofia, della riflessione che scava ad ampio raggio e trova le oscure e lontane radici di quelle ideologie e di quei comportamenti che a posteriori appaiono aberranti (come si è tante volte osservato a proposito delle persecuzioni antiebraiche e dei campi di sterminio nazisti), ma di cui spesso non riusciamo a comprendere la ragione profonda, il vero perché. Particolarmente interessante è l’analisi di quello che l’autrice chiama “il principio greco”. È infatti dalla pace di Adrianopoli del 1829, che sancisce il diritto del popolo greco ad avere come sua patria indipendente quella parte dell’Impero ottomano dove vivevano gli antichi greci (e tutta l’Europa, in pieno risveglio romantico, si mosse per sostenere questo diritto), che il diritto di nascita sostituisce, nel sentire comune, il “diritto di conquista”.

L’Impero romano – giusto per fare un esempio – considerava suoi i territori che conquistava, al punto da imporre ai popoli soggetti l’uso della lingua latina. Ma questo fu un disastro per l’Impero ottomano. Si giustificavano così le lotte irredentistiche di tutti i popoli sottomessi, ognuno dei quali rivendicava la sua terra, mentre ai turchi, che governavano lo stato, ma erano venuti dalle steppe d’oriente, una “patria”, un vatan, mancava. Lo cercarono, e lo trovarono, in Anatolia: e tuttavia, per ottenerlo, bisognava allontanare – o meglio, eliminare – gli abitanti autoctoni di quella regione.

È con la sensazione di assistere alla costruzione di una trappola inesorabile che il lettore segue, capitolo dopo capitolo, i tasselli di questo progetto di morte mentre si incastrano lucidamente l’uno nell’altro. Tutto si tiene, e ogni affermazione poggia su riscontri e citazioni precise, tracciando un disegno chiarissimo che va dalla cultura tedesca dell’Ottocento, fra teorie filosofiche e articoli divulgativi sugli armeni “che sono gli ebrei del medio oriente”, fino ai testi degli ideologi dei Giovani Turchi che di quella cultura si sono nutriti. Ed è a partire da queste basi che Siobhan Nash-Marshall, in questo libro affascinante e coraggioso, affronta con ampia documentazione anche il problema dell’accanito negazionismo di stato come “parte integrante del processo genocidario” (rav Giuseppe Laras). Ancor oggi infatti, dopo più di cent’anni, ogni diniego dei fatti, ogni capzioso distinguo rinnova nei cuori e nelle menti dei discendenti delle vittime l’orrore di quella tragedia infinita, la rende attuale e presente, allontana perdono e oblio.

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Energia: premier armeno Pashinyan, prezzo del gas non aumenterà (Agenzianova 31.12.18)

Erevan, 31 dic 2018 10:24 – (Agenzia Nova) – Il prezzo del gas in Armenia non subirà alcun cambiamento. Lo ha detto oggi il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan in una diretta streaming su Facebook. “Ieri ho avuto due conversazioni telefoniche con il presidente russo Vladimir Putin. L’argomento di queste conversazioni telefoniche è stato il prezzo del gas fornito all’Armenia, e in effetti possiamo dire che siamo giunti a una soluzione almeno per il prossimo futuro”, ha spiegato Pashinyan. Attualmente il paese caucasico beneficia di due canali di fornitura gestiti dalla russa Gazprom e dalla sua filiale locale, Gazprom Armenia. “Gazprom Armenia e Gazprom devono rivedere il prezzo di fornitura del gas. Ci saranno alcuni cambiamenti e un aumento del prezzo. Tuttavia, grazie ai nostri regolamenti interni, non vi sarà alcun cambiamento nei prezzi del gas per i consumatori armeni”, ha spiegato il capo del governo armeno, secondo cui il tema del prezzo del gas sarà una costante nei colloqui fra Erevan e Mosca, con l’intento di impedire a tutti i costi dei riflessi negativi sui consumatori armeni. (Res) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

In Armenia a passo lento (suggestioninviaggio.it 27.12.18)

Da qualche tempo il turismo mostra un certo interesse per la regione caucasica dell’Armenia che viene considerata alquanto tranquilla. Si tratta di un grande impero divenuto un territorio di circa 30.000 chilometri quadrati a est del monte Ararat, racchiusa fra Turchia ad Ovest, Iran a sud, Azerbajan a sud est, Georgia a nord. Ai suoi tre milioni di abitanti si devono aggiungere i circa dieci milioni di Armeni sparsi per il mondo, che contribuiscono ad alimentare le risorse economiche della loro povera nazione. Dal 21 settembre 1991 l’Armenia è uno stato sovrano che risente, come gli altri stati satelliti dell’ex Unione Sovietica, di una grande crisi di risorse, pur con l’apparente benessere della capitale.

Il suo antico nome era Hayastan, ossia terra di Hayq, figlio di Jafet e nipote di Noè; gli Armeni sono uno dei popoli indoeuropei più antichi. Nel I secolo a.C divenne protettorato romano e nel 63 d. C Nerone,fece costruire il tempio di Mitra in stile ellenistico perfettamente conservato che si trova a Garni, a circa trenta chilometri da Yerevan, ed è sulla strada di Gheghard , dove sarebbe stata venerata la lancia che ferì il costato di Cristo. Gli Armeni sono stati accostati al popolo ebraico per la sua storia sofferta che li hanno portati a costruirsi una propria identità.

L’Associazione denominata “Movimento lento” propone un itinerario che dalla capitale Yerevan, in senso orario si spinge a nord sfiorando la Georgia e scende verso sud est, costeggiando il lago Sevan, per arrivare alle pendici dell’Ararat, in Turchia, per una camminata o pedalata di circa 550 chilometri. Lasciando la capitale, città che supera il milione di abitanti, ci si sposta a ovest di 25 chilometri concludendo la tappa a Edjmiadzin, lungo chilometri di fatiscenti case da gioco, in una sorta di Las vegas dei poveri; a metà percorso si possono visitare i resti dell’antica basilica di Zvartnots (sec.VII). La sopracitata località è la sede del catholicòs, il pontefice della chiesa armena ed è un grande parco animato da una moltitudine di fedeli e da cerimonie solenni.Tappe successive sono Aruk, Talin ed Artik con campagne deserte e rilievi fra i quali si erge il monte Ararat, alto 5137 metri.

Si cammina con un programma di tappa ma non sapendo dove si alloggerà al termine della giornata, fra alberghetti o sistemazioni precarie. Dopo sei giorni si raggiunge Gyumri, 160 chilometri a nord della capitale, con circa centomila abitanti, in un’ampia vallata dominata dal monte Aragats che supera i quattromila metri. Spostandosi ad est, superando un colle, si scende su Spitak, seguendo la ferrovia che va in Georgia. Nei dintorni di Stitak è stato costruito, in seguito al terremoto, il villaggio Italia che ora è gestito dai nostri alpini in congedo. A Vanadzor ci si dirige verso nord per raggiungere Alaverdi in due giorni in un paesaggio georgiano, che ha l’aspetto alpino, nonostante la quota sia più bassa. Si notano valli chiuse e strette, più verdeggianti rispetto all’aridità precedente con vasti

altipiani, nascosti in alto. La tradizione dice che nel villaggio pastorale di Odzun,con una chiesa antichissima, sia passato l’apostolo Tommaso. Sopra Alaverdi si trovano due monasteri imperdibili poiché inseriti nel Patrimonio Unesco: Sanhahin e Haghpat, raggiungibili con minibus e fuoristrada. Ridiscendendo verso sud-est, attraversando la regione abitata dai “molocani”, una comunità di contadini (al contrario degli armeni pastori)di origine russa, così denominata per la loro dieta a base di latte, che giunse dalla Russia all’inizio del XIX secolo perché considerata eretica rispetto alla chiesa di Mosca. I due villaggi di Liermontovo e Filetovo, sono incastonati in una piana circondata da montagne.

L’undicesima tappa del viaggio porta al lago Sevan: a poco meno di 2000 metri, con un’estensione di 3650 chilometri quadrati è un ottavo dell’Armenia, tanto che occorrono due giorni di cammino per costeggiarlo da nord a sud. Come fecero gli invasori ed i mercanti, si percorrono le orme di Tamerlano sulle vie della seta e delle spezie. Yeghegnadzor, dal nome impronunciabile, è sede di monasteri e di antiche università; un pellegrinaggio dovuto è quello al monastero di Kor Virap, affacciato alla terra di nessuno che divide l’Armenia dalla Turchia, Dopo una ventina di giorni si rientra a Yerevan, alle comodità e alle certezze quotidiane ma con la nostalgia degli spazi infiniti e il desiderio di riassaporare le molteplici suggestioni accostate.
Giuseppina Serafino

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Olanda. Per evitare il rimpatrio di una famiglia armena la messa va avanti da due mesi (La Stampa 26.12.18)

Agenpress. Va avanti da due mesi esatti, dal 26 ottobre scorso, la funzione religiosa nella chiesa protestante di Bethel, all’Aja, per evitare il rimpatrio di una famiglia armena che si è vista rifiutare la richiesta di asilo, nonostante viva in Olanda da nove anni.

Per legge in Olanda la polizia non può interrompere una funzione religiosa così pastori e fedeli, provenienti da tutto il Paese, si danno il cambio per non dare la possibilità alle autorità di avvicinarsi.

E’ scattato un vero e proprio pellegrinaggio che coinvolge anche persone di altri Paesi che si sono mobilitate per la famiglia Tamrazyan, una coppia cristiana con tre figli di 15, 19 e 21 anni che vive nel Paese dal 2010 e che ora si è trasferita nella chiesa.


Una messa no-stop di due mesi per salvare una famiglia dal rimpatrio (La Stampa 26.12.18)

na celebrazione no-stop, 24 ore al giorno, che va avanti ormai da giorni. L’obiettivo non è entrare a far parte dei Guinness dei primati ma impedire il rimpatrio di una famiglia armena (i Tamrazyan) che, dopo aver vissuto in Olanda per 9 anni, si è vista respingere l’asilo politico. La legge del Paese impedisce ai poliziotti di entrare in chiesa durante un rito religioso. E così centinaia di pastori e volontari hanno deciso di trasformare la cappella di Bethel a L’Aia in una sorta di rifugio. Dal 26 ottobre va in scena una lunghissima preghiera di protezione (oltre 1400 ore). Nel corso dei giorni l’evento è diventato molto popolare (ne hanno parlato tra gli altri il New York Times la Cnn), costringendo gli organizzatori a emettere dei biglietti per controllare l’affluso di chi voleva partecipare.

Il pastore Axel Wicke ha detto che il servizio nato per proteggere la famiglia armena è finito col diventare un “pellegrinaggio” che ha coinvolto migliaia di persone da tutti i Paesi Bassi e non solo. «Abbiamo dovuto fare i conti con tantissime persone che vogliono visitare la chiesa durante il periodo natalizio» racconta spiegando che alcuni dei servizi sono stati trasmessi anche in streaming la vigilia e il giorno di Natale.

Finora il ministro olandese per le migrazioni, Mark Harbers, ha rifiutato di intervenire personalmente per risolvere la situazione e consentire loro di restare nel Paese. I rappresentanti religiosi si sono detti delusi dal ministro e hanno promesso di continuare con il servizio. «Quando celebriamo Dio ci sentiamo rafforzati, non possiamo abbandonare la nostra responsabilità nei confronti della famiglia Tamrazyan» ha spiegato in una nota il reverendo Theo Hettema, presidente della Chiesa protestante dell’Aia.

La ventunenne Hayarpi – la figlia maggiore della famiglia di cinque persone – ha dichiarato su Twitter che la partecipazione della Chiesa ha incoraggiato lei e i suoi famigliari ad andare avanti: «Non so davvero quale sarà il risultato, ma speriamo di poter rimanere qui (in Olanda), perché questa è la nostra casa, questo è il posto a cui apparteniamo. Mio fratello, mia sorella e io siamo cresciuti nei Paesi Bassi». Ora sperano in un miracolo natalizio.


 

La messa è infinita. I fedeli si danno il turno per evitare il rimpatrio di una famiglia armena (Rainews 26.12.18)

Va avanti da due mesi esatti, dal 26 ottobre scorso, la funzione religiosa nella chiesa protestante di Bethel, all’Aja, per evitare il rimpatrio di una famiglia armena che si è vista rifiutare la richiesta di asilo, nonostante viva in Olanda da nove anni. Per legge in Olanda la polizia non può interrompere una funzione religiosa così pastori e fedeli, provenienti da tutto il Paese, si danno il cambio per non dare la possibilità alle autorità di avvicinarsi. Dell’evento si sono occupati diversi media internazionali, tra cui Cnn e New York Times, ed è scattato un vero e proprio pellegrinaggio che coinvolge anche persone di altri Paesi che si sono mobilitate per la famiglia Tamrazyan, una coppia cristiana con tre figli di 15, 19 e 21 anni che vive nel Paese dal 2010 e che ora si è traferita nella chiesa. “Siamo contenti di tutto il sostegno che stiamo ricevendo, ma non siamo liberi”, ha detto ai media olandesi la Hayarpi, la figlia 21enne, che studia economia all’università. “Quando abbiamo iniziato, sapevamo che sarebbe stata una lunga celebrazione, che sarebbe durata settimane, se non mesi”, spiega Theo Hettema, presidente del consiglio generale della Chiesa protestante a L’Aja. L’obiettivo dell’iniziativa – dice – è creare anche lo spazio di dialogo con il governo su un dilemma che non dovrebbe porsi per nessuna chiesa: scegliere tra il rispetto della legge e la tutela dei diritti dei bambini. Tuttavia Hettema non si illude: “Potrebbe finire da un momento all’altro”. Il ministro per le Migrazioni, Mark Harbers, ha confermato un mese fa che “la famiglia non può restare nel Paese”. Intanto la Chiesa si è appellata alla comunità sul proprio sito: chi volesse dare un contributo può mandare una mail per organizzarsi con i turni, basta arrivare possibilmente in bici per non infastidire i vicini. Si cercano in particolare “nottambuli e mattinieri” e “non serve essere religiosi” per partecipare.

– See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-messa-infinita-I-fedeli-si-danno-il-turno-per-evitare-il-rimpatrio-di-una-famiglia-armena-cdb60a05-43a9-49cb-a009-4a5ab17ad4f8.html

Alle radici della rivoluzione dei giovani che vuole cambiare l’Armenia (Ilfoglio 23.12.18)

Prosegue il viaggio di Kiosk, giunto alla decima puntata, la penultima di questo 2018. Una puntata ricca di voci e musiche che dedichiamo a un riferimento imprescindibile per la nostra redazione: il pensatore e politico sudtirolese Alexander Langer, scomparso nel 1995. E come Langer, nel nostro piccolo, abbiamo costruito ponti per raccontarvi di Paesi e temi poco battuti dai grandi media: dall’Armenia alla Turchia, fino a una vicenda straordinaria, quella dei profughi polacchi negli anni quaranta, che da Varsavia passa per i gulag siberiani e per l’Iran, per giungere in Africa.

Iniziamo parlando del Paese dell’anno per questo 2018 secondo The Economist: l’Armenia, che dalla Rivoluzione di velluto alle elezioni di dicembre ha dato prova di una grande vitalità politica. Un Paese che sembrava destinato all’immobilismo più totale, dopo dieci anni di presidenza Sargsyan, ma che a partire da questa primavera ha innescato un cambiamento inarrestabile partito dal basso e senza alcun spargimento di sangue. La disobbedienza civile, a Yerevan, si è dimostrata un’arma temibile quanto incruenta.

Proseguiamo raccontando, insieme a Lorenzo Berardi che vi ha dedicato un articolo su Centrum Report, la vicenda di 18mila profughi polacchi accolti in Africa 75 anni fa, dopo essere passati per l’Iran. Ex deportati in Siberia, costretti a lasciare il Paese occupato dall’URSS a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, questi profughi furono spinti verso un’epopea infinita che non si concluse neppure con la fine della guerra. Una storia di accoglienza davvero bella, ma anche un cortocircuito della storia, se pensiamo alle ultime vicende nel nostro continente e alla crisi dei rifugiati.

Passiamo quindi alla Turchia, per parlare dell’inchiesta internazionale #BlackSitesTurkey insieme a Lorenzo Bagnoli, che vi ha partecipato. Rapimenti all’estero, voli misteriosi, deportazioni e torture riservati agli oppositori del regime di Erdogan. Un fenomeno allarmante di cui nessuno ancora aveva scritto e che, a quanto riportano gli autori dell’inchiesta, è condotto dai servizi segreti turchi con la complicità di diverse cancellerie internazionali. Un buco nero, una Guantanamo turca, come è stata definita, dove finiscono (e scompaiono) oppositori provenienti da tutto il mondo.

Concludiamo parlando dell’eredità umana e politica di un grande del Novecento, Alexander Langer, insieme a Edi Rabini, direttore della Fondazione Alexander Langer, che porta avanti con il suo lavoro l’eredità umana e politica straordinaria del politico sudtirolese. E insieme a Rabini, storico collaboratore di Langer, ci siamo interrogati su quale sia il lascito e il significato della sua opera a oltre vent’anni dalla sua scomparsa.

Il tutto condito con musiche tutte ad est, brani di ieri e di oggi, in un viaggio immaginario che ci porta dalla Germania a Israele, passando per l’Iran, l’Afghanistan e l’Armenia. Buon ascolto!

 

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Roma – Si è chiusa in bellezza la maratona di concerti della Roma Youth String Orchestra (Lavoceromana.it 23.12.18)

Nella magnifica chiesa di S.Nicola da Tolentino a Roma i ragazzi dell’orchestra giovanile da camera d’archi diretta dal M° Alberto Vitolo hanno suonato per il terzo giorno consecutivo in uno splendido concerto di musica barocca e brani natalizi. Dopo aver suonato mercoledì 19 nella moderna Chiesa di Sant’Angela Merici, nel quartiere Nomentano e giovedì nell’accogliente Biblioteca Vaccheria Nardi, venerdì 21 hanno riscosso fragorosi applausi da parte di un caloroso pubblico accorso numeroso nella centrale chiesa di S.Nicola da Tolentino, a un passo da piazza Barberini.
Quest’ultima è la Chiesa ufficiale della comunità armena, da quando papa Leone XIII l’ha donata nel 1883 al Pontificio Collegio Armeno, ed è stata l’occasione per aprire a nuovi orizzonti musicali gli eventi organizzati dall’Associazione Culturale Insieme Oltre la Musica, che sostiene i ragazzi dell’orchestra. Nel corso della serata infatti è intervenuto anche il valido soprano lirico Marine Grigoryan, dalla timbrica dolcissima e dall’espressività avvolgente che, accompagnata con maestria all’organo da Anna Manukian, ha interpretato una ninna-nanna, Nnjea vordeak di Galajian e due brani tratti dalla liturgia armena come Surb, surb (Santo, Santo) e soprattutto Hreshtakain “Angelico”, che hanno condotto in un attimo tutto il pubblico negli affascinanti echi sonori della chiesa d’Oriente.
La serata si è aperta con i soli violini (Emilia Nigro, Edoardo Rauco, Gabriel Quaglietta, Chiara Politano, Ludovica Simeoli) e con il M° Alberto Vitolo, che non solo li ha diretti, ma si è messo generosamente in gioco suonando con loro. Insieme hanno fatto risuonare dal transetto alla navata il concerto per quattro violini di Telemann, un brano scritto a soli 17 anni da quello che viene considerato il Vivaldi tedesco, eseguito in quest’occasione da musicisti in media ancora più giovani, ma già in grado di dominare le parti solistiche in forma concertante. Un pezzo perfetto per mettere in evidenza le doti di ogni singolo musicista.
Il brano successivo ha visto l’esecuzione da solista dell’unica viola dell’orchestra, Giovanni Nigro che, con il prezioso supporto dei tre violoncellisti (Giulio Scialpi, Piero Liuzzi e Francesca Lovotti) e del pianista Valerio Tesoro al basso continuo, hanno suonato il Concerto in Sol maggiore per Viola, archi e basso continuo di Telemann. Un concerto in quattro movimenti, propri della Sonata da chiesa e del Concerto grosso corelliani, che nella sua scansione è così lontano dalla tripartizione usata da Vivaldi, tanto da trarre in inganno più volte il pubblico al momento degli applausi.
La viola solista è abilmente messa in risalto da una vera e propria cadenza, soprattutto nell’Andante, alternando ritornelli orchestrali di plastica evidenza a episodi solistici ma contenuti, brillanti e fantasiosi. Un concerto grosso che, anche solo per la sua durata, richiede un notevole esercizio di concentrazione in chi lo esegue: splendida palestra mentale per dei giovani che, oggi come oggi, sono abituati alla comunicazione frammentaria di Whatsapp e delle frasi smozzicate sui social.
Con il concerto in la minore di Bach, anche Emilia Nigro ha potuto dare prova della sua preparazione in qualità di solista, con particolare dolcezza melodica. Per non parlare della figurazione tracciata nell’Andante, in cui il violino solista si contrappone al basso ostinato, sottolineato dagli accordi gravi degli archi in un dialogo di straordinaria efficacia espressiva.
Ancora Bach con “Widerstehe doch der Sünde“, aria col da capo così bene interpretata dal contralto Tiziana Pizzi, alle prese con una cantata di difficile esecuzione, soprattutto per la lunghezza delle frasi e la scarsità di punti in cui prendere fiato. “Resisti al peccato, prima che il suo veleno si impadronisca di te” sono le prime parole di quest’aria in cui il movimento sfuggente delle quartine di semicrome dei violini sembra rappresentare la tentazione, in contrasto con le lunghe note del canto sulla parola “widerstehe” (“resisti”), richiamo alla vigilanza.
L’atmosfera natalizia è stata evocata nel passaggio all’Allegro e Pastorale dal Concerto Grosso op.VI, n.8 “fatto per la Notte di Natale” di Corelli e da due brani tratti dal Messiah di Haendel, “Pifa”, Sinfonia Pastorale e “He shall feed his flock” , duetto per soprano (Roberta De Nicola) e contralto (Tiziana Pizzi), carezzevoli e melodiose, particolarmente affiatate dalla loro pluriennale esperienza comune di artiste nel Coro dell’Accademia di Santa Cecilia e ugualmente generose nella loro esibizione con la Roma Youth String Orchestra.
Trionfo finale di voci ed orchestra, con il prezioso supporto, oltre che del soprano Roberta De Nicola e del contralto Tiziana Pizzi, anche del tenore Paolo Foti e del basso Roberto Montuori, anch’essi artisti del coro dell’Accademia di Santa Cecilia che, insieme al giovane Francesco Percuoco, già cantore della Cappella Sistina e ora valido pianista nella Roma Youth String Orchestra, hanno dato vita con le loro splendide voci ad un’antologia di celebri brani natalizi come “Tu scendi dalle stelle”, “Stille Nacht”, “Adeste fideles” e “White Christmas”: non poteva esserci conclusione migliore per scaldare i cuori ed il pubblico in un concerto proposto a poche ore dal Natale.
Una serata davvero speciale, un concerto intenso da cui è emerso l’impegno profuso su più fronti: dei ragazzi, dell’ospitalità da parte della comunità armena, dei musicisti professionisti e soprattutto dell’attenta cura del Maestro Alberto Vitolo, non solo violinista di pregio, ma concertatore e direttore della Roma Youth String Orchestra, nonché promotore di quest’ambizioso progetto che mira a far crescere musicalmente e a far diventare nel tempo questo gruppo un’orchestra di professionisti, portandoli ad un alto livello musicale attraverso lo studio, l’analisi e le collaborazioni con altri artisti.
Solo con uno studio intenso e continuativo i giovani musicisti che ne fanno parte potranno diventare un giorno soci responsabili dell’orchestra (attualmente lo sono i loro genitori con l’Associazione Culturale “Insieme Oltre la Musica”) e del progetto che hanno costruito nel tempo. In tal modo i ragazzi della Roma Youth String Orchestra potranno trasformare in professione la loro passione per la musica. Un progetto davvero ambizioso, ma soprattutto originale e costruttivo che davvero non ha eguali nel panorama musicale italiano.
Ora l’orchestra si preparerà a nuovi impegni: per questo, a partire dal nuovo anno, si terranno audizioni permanenti per 4-5 violini, una viola e un contrabbasso.

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L’ultima puntata di Kiosk, la radio sintonizzata sull’est! (Eastjournal 22.12.18)

Prosegue il viaggio di Kiosk, giunto alla decima puntata, la penultima di questo 2018. Una puntata ricca di voci e musiche che dedichiamo a un riferimento imprescindibile per la nostra redazione: il pensatore e politico sudtirolese Alexander Langer, scomparso nel 1995. E come Langer, nel nostro piccolo, abbiamo costruito ponti per raccontarvi di Paesi e temi poco battuti dai grandi media: dall’Armenia alla Turchia, fino a una vicenda straordinaria, quella dei profughi polacchi negli anni quaranta, che da Varsavia passa per i gulag siberiani e per l’Iran, per giungere in Africa.

Iniziamo parlando del Paese dell’anno per questo 2018 secondo The Economist: l’Armenia, che dalla Rivoluzione di velluto alle elezioni di dicembre ha dato prova di una grande vitalità politica. Un Paese che sembrava destinato all’immobilismo più totale, dopo dieci anni di presidenza Sargsyan, ma che a partire da questa primavera ha innescato un cambiamento inarrestabile partito dal basso e senza alcun spargimento di sangue. La disobbedienza civile, a Yerevan, si è dimostrata un’arma temibile quanto incruenta.

Proseguiamo raccontando, insieme a Lorenzo Berardi che vi ha dedicato un articolo su Centrum Report, la vicenda di 18mila profughi polacchi accolti in Africa 75 anni fa, dopo essere passati per l’Iran. Ex deportati in Siberia, costretti a lasciare il Paese occupato dall’URSS a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, questi profughi furono spinti verso un’epopea infinita che non si concluse neppure con la fine della guerra. Una storia di accoglienza davvero bella, ma anche un cortocircuito della storia, se pensiamo alle ultime vicende nel nostro continente e alla crisi dei rifugiati.

Passiamo quindi alla Turchia, per parlare dell’inchiesta internazionale #BlackSitesTurkey insieme a Lorenzo Bagnoli, che vi ha partecipato. Rapimenti all’estero, voli misteriosi, deportazioni e torture riservati agli oppositori del regime di Erdogan. Un fenomeno allarmante di cui nessuno ancora aveva scritto e che, a quanto riportano gli autori dell’inchiesta, è condotto dai servizi segreti turchi con la complicità di diverse cancellerie internazionali. Un buco nero, una Guantanamo turca, come è stata definita, dove finiscono (e scompaiono) oppositori provenienti da tutto il mondo.

Concludiamo parlando dell’eredità umana e politica di un grande del Novecento, Alexander Langer, insieme a Edi Rabini, direttore della Fondazione Alexander Langer, che porta avanti con il suo lavoro l’eredità umana e politica straordinaria del politico sudtirolese. E insieme a Rabini, storico collaboratore di Langer, ci siamo interrogati su quale sia il lascito e il significato della sua opera a oltre vent’anni dalla sua scomparsa.

Il tutto condito con musiche tutte ad est, brani di ieri e di oggi, in un viaggio immaginario che ci porta dalla Germania a Israele, passando per l’Iran, l’Afghanistan e l’Armenia. Buon ascolto!

 

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