Armenia. Il dopo voto e le difficili sfide del governo Pashinyan (Notiziegeopolitiche 22.12.18)

di Marco Vito Limburgo –

Dopo il successo della rivoluzione di velluto, che in modo assolutamente pacifico ha destituito il governo sempre più autoritario di Serzh Sarkissian, è andata consolidarsi la figura dell’ex giornalista riciclato alla politica nonché principale volto e ideatore delle proteste, Nikol Pashinyan. Divenuto primo ministro dopo le dimissioni forzate del predecessore si è ritrovato con il pesante fardello di parlamento quasi completamente egemonizzato dai partiti avversi (forte era la compagine di deputati della forza politica precedentemente al potere, il Partito Repubblicano) e quindi non ha destato scalpore la decisione del primo ministro di rassegnare le dimissioni e convocare nuove elezioni, sfruttando il successo di risultati ampiamente positivi a livello locale, capitalizzando il prestigio al fine di ottenere una forte maggioranza parlamentare.
Come largamente previsto il partito di Pashinyan, l’”Alleanza Il mio passo”, ha ottenuto una forte vittoria elettorale che con il 70% di voti lascia bene poco spazio alle rimostranze degli oppositori. Quasi completamente cancellato il residuo supporto al Partito Repubblicano che con il 4,70% dei voti rischia di andare in contro a una quasi scontata dissoluzione. A entrare in parlamento, superando la soglia di sbarramento del 5%, solo i conservatori filorussi di “Armenia Prospera” e i liberali pro-Europa di “Armenia luminosa” con rispettivamente l’8,27% e il 6,37%. Restano fuori dai giochi anche i nazionalisti di Sasna Tsrer (protagonisti in negativo della crisi degli ostaggi del 2016 a Yerevan) e la Federazione Rivoluzionaria Armena, storico partito socialista fra i più antiche del paese.
L’affluenza al 49% è stata criticata dagli oppositori come segno della pesante disaffezione dell’opinione pubblica ma è dato ingannevole: nel processo di voto in Armenia si contano anche i cittadini presenti all’estero (la diaspora è sempre stata una componente fondamentale della vita sociale, culturale ed economica della nazione) che per difficoltà e cattiva gestione non sempre riescono attivamente esprimere la propria preferenza nonché le croniche difficoltà nella mobilitazione dei cittadini rurali (carenza di autobus e servizi). Un affluenza che più pragmaticamente si attesta, quindi, intorno al 62%. Gli osservatori delle organizzazioni internazionali non hanno riscontrato palesi irregolarità o pressioni e quindi abbiamo potuto assistere a un processo elettorale trasparente, partecipato e con un risultato ampiamente previsto.
Non sono certo mancate le rimostranze da parte dei partiti sconfitti che hanno denunciato un pesante clima intimidatorio frutto dell’afflato rivoluzionario che tutt’ora pervade la nazione ma il risultato deludente dei repubblicani e di altri partiti considerati establishment non può che essere causato dalle cattive politiche passate che hanno reso il sistema politico armeno fra i più corrotti, nepotisti e clientelari nel Caucaso. Pashinyan ha impegnato notevoli energie personali nella campagna elettorale che lo ha visto organizzare raduni di piazza, tour in ogni angolo del paese e massiccio utilizzo dei social media mentre gli avversari han preferito un approccio più remissivo, sponsorizzando la protezione dei valori tradizionali messi in pericolo da un governo potenzialmente vicino all’Europa o paventando una vittoria troppo larga della compagine “Il mio Passo” che potrebbe trasformare il paese in un’autocrazia a partito unico come nel caso del vicino Azerbaijan. Il controllo quasi totale del parlamento lascerà mano libera alla coalizione del primo ministro ma forse è proprio il clima di grande fiducia e le aspettative che potrebbe maggiormente danneggiare la futura tenuta del governo.
Le sfide che il paese si appresta ad affrontare, dalla politica interna a quella estera, sono relativamente ampie e la necessità di riforme strutturali richiederà dei sacrifici che la già provata popolazione potrebbe dimostrarsi incapace di affrontare e sopportare. Se il vangelo rottamatore di Pashinyan ha sedotto una grande maggioranza trasversale dei cittadini armeni, le politiche realiste e le congiunture internazionali rischiando di diffondere disillusione generale che potrebbe scavare un solco profondo fra cittadinanza e politica aprendo la strada a pericolose derive estremiste o autoritarie.

Una revisione dell’apparato economico deve essere la necessaria priorità del governo; tamponare la proibitiva situazione del deficit di 34,8 miliardi di dram, lotta alla corruzione diffusa, creazione di posti di lavoro nei servizi, diversificazione dell’economia troppo dipendente dall’import-export russo o dalle rimesse dei 6 milioni di immigrati (di questi due lavorano principalmente nelle grandi città russe), attrarre investimenti dai progetti di collaborazione in costante crescita con l’Unione Europea e in ultimo ma non meno importante contrastare il potere economico e di conseguenza politico degli oligarchi legati al vecchio governo con interessi ramificati principalmente nelle province. Contro questi oligarchi si è espresso più volte e con asprezza lo stesso Pashinyan: “Mi riferisco a quei sindaci e amministratori di villaggi: sappiate che personalmente vi verrò a trovare, vi prenderò per la gola e vi butterò fuori dai vostri uffici”. Non dovete camminare nelle strade del paese. Il vostro posto è in prigione e voi tutti, criminali, saccheggiatori e canaglie, ci finirete”. Ma ancora scarse e insufficienti appaiono le misure prese fin ora. Non sarà l’economia l’unico argomento che agiterà il dibattito interno nei prossimi anni ma anche il fortissimo tasso di emigrazione che non accenna a diminuire, complice la fuga di laureati, imprenditori o semplici lavoratori manuali, privando il paese di necessari capitali umani, la crisi demografica sempre più drammatica e l’invecchiamento della popolazione che renderà necessarie nuove e più stringenti leggi in campo pensionistico. L’approvazione nel giugno scorso di una contestata riforma pensionistica avviata quattro anni prima che ha in parte privatizzato un sistema asfittico e non funzionale (280.000 lavoratori nati dopo il 1973 verranno tutelati da fondi pensioni in mano a società europee) ha causato dei malumori e timide reazioni di insoddisfazione anche nella compagine fedele alla linea politica del primo ministro.
Se la politica interna sembra promettere grossi grattacapi al futuro governo del paese la priorità rimane, in una piccola nazione incastonata tra due mortali nemici e ponte fra Caucaso e Medio Oriente, la politica estera. Tralasciando la travagliata ma indispensabile relazione con la Russia, le relazioni con tre paesi costituiscono la priorità dell’agenda politica governativa: Azerbaijan, Turchia e Iran.

Risale al 7 dicembre scorso l’ultimo incontro fra il “presidente” azero Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan nel corso dei lavori dell’ultimo summit informale della Comunità degli Stati Indipendenti. I due capi di stato concordano sulla congiuntura positiva delle relazioni bilaterali fra i due paesi e sul prolungamento dello status quo e relativo clima di pace che si registra lungo il confine tra Yerevan, la repubblica non riconosciuta del Nagorno Karabakh e Baku, senza però compiere dei necessari passi avanti per la risoluzione della crisi. Quello in corso nella regione non è altro che l’ennesimo conflitto congelato retaggio dell’epoca sovietica che contrappone una regione etnicamente armena al governo centrale azero che ne pretende la sovranità che ad oggi è cogestita da Armenia e Karabakh in un contesto di parziale autonomia e legittimità.
Il conflitto del 1992 ha lasciato in eredità oltre che un continuo stato di insicurezza, vari sono stati gli sconfinamenti reciproci, i bombardamenti al confine e gli atti intimidatori, un pesante sentimento di reciproca animosità trasversale nei due paesi che rende difficile far avanzare un progetto realistico di risoluzione definitiva del conflitto. In questo frangente le opinioni pubbliche polarizzate, il clima di odio e la strumentalizzazione politica dettano la policy di entrambi i governi che sembrano cosi preferire un precario status quo a dolorose amputazioni di territorio foriere di pesanti ripercussioni a livello elettorale.
La figura stessa e il passato del primo ministro armeno fanno sperare ben poco gli analisti su futuri colpi di scena e lasciano ben poco spazio all’ottimismo. Uno dei figli di Pashinyan ha partecipato in passato ad operazioni militari nella repubblica contesa e il primo ministro stesso non ha lesinato dichiarazioni di fuoco e aperto sostegno alla linea dura ampiamente condivisa nel paese. “Il Karabakh non deve far parte dell’Azerbaijan”, ha dichiarato in un recente discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Uniti denunciando l’intenzione della leadership azera di attuare una pulizia etnica non dissimile a quella operata nel Naxcivan (exclave azera confinante con Yerevan) spiegando cosi l’impossibilità di cedere senza negoziati la repubblica a Baku non prima di reciproci compromessi e in un atmosfera di collaborazione e fiducia reciproca. Dichiarazioni forti non dissimili a quelle del presidente azero Aliyev in grado di rassicurare l’opinione pubblica armena e gli influenti apparati militari vicini ai destini di Stepanakert (capitale del Nagorno Karabakh) ma che allontanano ogni possibile speranza di distensione.

A pesare sulle relazioni con la Turchia resta sicuramente il nodo centrale del genocidio armeno, tragedia nazionale e elemento fondante nella formazione della nazione nonché la chiusura totale della frontiera Yerevan – Ankara: la Turchia infatti non solo non riconosce ad oggi il genocidio compiuto dai Giovani Turchi nel 1915-1917 ma continua a sponsorizzare un nazionalismo panturco (solidale all’alleato azero) negando e riscrivendo la storia in maniera distorta. Nel novembre 2018 Pashinyan ha ribadito che l’Armenia è pronta a normalizzare le sue relazioni con la Turchia senza condizioni preliminari ma ha affermato che il riconoscimento del genocidio non è “una questione di relazioni armeno-turche”, ma è “una questione di sicurezza per noi e una questione di sicurezza internazionale, ed è il nostro contributo al movimento e al processo di prevenzione del genocidio”. La Turchia per il nuovo primo ministro armeno deve fare i conti con il suo sanguinoso passato ma la normalizzazione delle relazioni bilaterali continua ad essere per Ankara una mossa politica rischiosa attualmente impossibile da implementare nonostante le pressioni degli Stati Uniti, a loro volta pressati dall’influente a Washington lobby armeno americana.

Stringere e rafforzare la cooperazione con la repubblica islamica d’Iran rappresenta una scelta obbligata per sfuggire all’accerchiamento turco-azero e alla dipendenza della Russia ma rischia di danneggiare le già tese relazioni con gli Stati Uniti. Uno strano rapporto quello fra Teheran e Yerevan che si nutre delle affinità culturali secolari fra la Persia e il Caucaso e sulla condivisa avversione reciproca nei confronti del panturchismo. L’Iran, a scapito di una cospicua percentuale di cittadini di origine azera (tra il 17 e il 20%), persegue fin dai tempi degli shah un rapporto di fruttuosa cooperazione commerciale e diplomatica con l’Armenia frutto della volontà dei decisori della repubblica islamica di influire maggiormente nel puzzle caucasico e di indebolire l’irredentismo azero. La rivoluzione di velluto ha riacceso le speranze in Rouhani nel ristrutturare e migliorare le relazioni bilaterali danneggiate dalla mancanza di chiara leadership del precedente governo Sargsyan. Il 26 settembre nel corso dell’Assemblea delle Nazioni Unite i leader delle due nazioni si sono incontrati accordandosi sull’ampliamento della zona commerciale di confine di Meghri che oltre che generare necessaria liquidità per entrambe le nazioni schiacciate dalla crisi economica o dalle sanzioni americane, rispettivamente, potrebbe rappresentare uno importante corridoio strategico nell’alveo della difficile relazione fra Iran e Russia. Putin ha più volte espresso il desiderio di voler coinvolgere nell’Unione economica eurasiatica eppure, in passato, è stata proprio la Russia ha sabotare alcune iniziative persiane in Armenia nel campo dell’esportazione di idrocarburi temendo l’eccessiva influenza di Teheran nel piccolo paese caucasico ma il timore dell’offensiva americana che accomuna Russia e Iran rischia di coinvolgere le due nazioni in un potenziale abbraccio euroasiatico che potrebbe strangolare le aspettative decisionali delle élite politiche a Yerevan.
Recepito con timidezza invece il messaggio che Maja Kocijancic, portavoce per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea ha lanciato alla coalizione vincitrice all’indomani dei risultati elettorali: “Siamo ansiosi di lavorare con il nuovo Parlamento democraticamente eletto e il futuro governo per approfondire le nostre relazioni politiche ed economiche sulla base degli impegni congiunti dell’accordo di partenariato globale e rafforzato Ue-Armenia”.
L’Armenia è costretta a giocare un ruolo di primo piano nell’arena geopolitica che ben poco si addice alle sue scarse risorse materiali e umane. Se il nuovo primo ministro sarà in grado di affrontare e vincere le sfide interne e rompere l’accerchiamento lungo le sue frontiere, coltivare alleanze proficui con i partner di sempre tessendo al contempo nuove relazioni con attori emergenti (Cina, Asia, Europa) dipenderà dalla volontà del popolo armeno di compiere sforzi titanici che potrebbero cambiare il destino della nazione.

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Armenia: proteste ad Echmiadzin contro rilascio ex generale Manvel Grigoryan (Agenzianova 22.12.18)

Erevan, 22 dic 12:06 – (Agenzia Nova) – I residenti della città di Echmiadzin, nell’Armenia occidentale, sono scesi in strada questa mattina per protestare contro il rilascio di Manvel Grigoryan, generale in pensione dell’esercito armeno ed ex parlamentare arrestato nel giugno scorso con l’accisa di appropriazione indebita di rifornimenti militari e possesso illegale di armi da fuoco. È quanto riporta l’agenzia di stampa “Panorama”, secondo cui i manifestanti hanno bloccato diverse strade della città, fra cui l’accesso all’autostrada Yerevan-Armavir. Grigoryan è stato rilasciato ieri su cauzione dalla Corte di Erevan. L’ex generale era stato arrestato lo scorso 19 giugno, dopo essere stato privato della sua immunità parlamentare.
(Res)

Per l’Economist il paese dell’anno è…l’Armenia (Reppublica.it 21.12.18)

…l’Armenia. Perché la piccola ex-repubblica sovietica del Caucaso ha risposto a un tentativo di imposizione di un regime autocratico con una pacifica protesta di piazza, l’elezione di un premier riformatore e una campagna contro corruzione e incompetenza. Pur convinto della scelta, l’Economist ricorda che la disputa territoriale con l’Azerbaigian nella regione autonoma del Nagorno-Karabak, fonte di un’aspra guerra dai tempi dell’Urss, rimane irrisolta e potrebbe riaccendersi. “Ma una antica nazione spesso mal governata ha una chance di democrazia e rinnovamento in un’area turbolenta e per questo l’Armenia è il nostro paese dell’anno”, afferma il settimanale. Altra ragione: di sviluppi positivi non ce ne sono stati tanti nel 2018. Accontentiamoci di questo.

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Così la nostra rivoluzione di velluto cambierà l’Armenia (Eastwest.eu 21.12.18)

«L’abbiamo fatta noi la rivoluzione, senza l’aiuto di nessuno», rivendica Lena Nazaryan, esponente di punta di “Il mio passo”, che ha stravinto le prime elezioni in Armenia dopo la rivolta di piazza. E punta ora a smantellare le basi del sistema oligarchico. Senza perdere la bussola tra Ue e Russia

Yerevan – Come previsto, le elezioni anticipate tenutesi il 9 dicembre in Armenia hanno dato una maggioranza costituzionale a Il mio passo (70,42%), il movimento del primo ministro Nikol Pashinyan, in carica da maggio. La sua ascesa al potere è il frutto della “rivoluzione di velluto”, la grande rivolta popolare, andata in scena nei mesi di aprile e maggio, che ha spezzato il monopolio ventennale del Partito repubblicano, segnato dalla corruzione permanente e dal rapporto stretto con le oligarchie economiche.


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Davanti alle proteste di massa, i repubblicani, la cui macchina partitica si è sovrapposta nel corso degli anni a quella dello Stato, hanno preferito fare il passo indietro. Serzh Sargsyan, il loro uomo forte, ex presidente, poi insediatosi come primo ministro al termine del secondo mandato (e questo è stato il casus belli della protesta), si è dimesso lasciando che Nikol Pashinyan fosse nominato alla guida del governo. In questi mesi, il leader della rivoluzione ha governato senza una vera maggioranza, con margini stretti. Così ha convocato le elezioni anticipate, per capitalizzare l’entusiasmo per la rivoluzione e riscuotere il plebiscito.

All’indomani delle elezioni del 9 dicembre abbiamo incontrato insieme a colleghi di altre testate europee Lena Nazaryan, esponente di primissimo piano di “Il mio passo”, terza nella lista elettorale del partito, dopo Pashinyan e il primo vice premier Ararat Mirzoyan. Un colloquio a 360 gradi sulla politica armena, sui progetti per cambiare il Paese e su altri temi, questioni internazionali incl

Il vostro partito ha ottenuto un risultato notevole. I repubblicani sono fuori dal Parlamento. Le altre due uniche forze che saranno rappresentate sono Armenia prospera e Armenia luminosa, che nei mesi scorsi hanno appoggiato la protesta. Sarà un Parlamento senza opposizione?

«Questi due partiti hanno sostenuto i valori della rivoluzione e hanno combattuto insieme a noi il fenomeno atroce della corruzione. Sono inoltre impegnati, anche qui come noi, nella lotta alla povertà (il 30% degli armeni vive al di sotto della soglia di povertà, nda). Non c’è nulla di strano se abbiamo la stessa agenda. Ma è anche naturale che, dopo la prima fase della rivoluzione, ci si divida. Noi al governo, loro all’opposizione». Vedi mappa

Che tipo di partito è il vostro? Che orientamento ideologico ha?

«Non abbiamo dato mai enfasi alla direzione ideologica da assumere. Abbiamo sempre detto che ci collochiamo oltre le linee delle vecchie ideologie, perché nel mondo di oggi le ideologie sono svanite. Nel partito ci sono persone che hanno valori riferibili alle dottrine liberale, conservatrice e socialdemocratica».

Lei a quale vecchia famiglia politica si sente vicina?

«Direi socialdemocratica».

Come farete a conciliare queste visioni e sensibilità tra loro diverse?

«Gli approcci ai vari temi che si vuole affrontare sono logicamente differenti, ma alla fine sono convinta che ci comporteremo come una forza politica coesa. Bisogna discutere tra di noi e formulare un piano razionale per ogni dato fenomeno. Ci sono questioni in cui occorre essere più conservatori, altre in cui dobbiamo essere socialisti, altre ancora dove deve prevalere una soluzione liberale».

Ci fa un esempio di un campo in cui dovrete essere socialdemocratici?

«L’economia. Prima della rivoluzione, il sistema economico dipendeva da quello politico. Ogni sfera dell’economia era corrotta. Oligarchi e politica detenevano il monopolio sugli investimenti, sul commercio e su molte altre cose. Chi faceva parte di questo sistema si è arricchito moltissimo, comprimendo le possibilità di crescita per il resto della società. Ora noi vogliamo che le opportunità siano per tutti. Vogliamo dare vantaggi a chi ha sofferto per via delle precedenti politiche, in particolare le piccole aziende. Pensiamo di tagliare le tasse, del tutto, per quelle che non superano una certa soglia di fatturato (si discute di porre a 400 euro mensili il netto, nda)».

Azzerare le tasse potrebbe anche sembrare una politica liberista, non trova?

«No, al contrario: se fossimo soltanto liberisti, taglieremmo le tasse e la storia finirebbe lì. Qui invece il progetto è quello di alleviare il carico fiscale per dare opportunità a chi prima non ne aveva, perché le risorse erano concentrate nelle mani di chi era parte del sistema. Stiamo in sostanza redistribuendo risorse».

Gli oligarchi hanno dominato a lungo l’economia. Non spariranno certo dalla scena. Intendete regolare i conti con loro?

«Non toglieremo agli oligarchi le loro proprietà, lo abbiamo detto dall’inizio. Non possiamo farlo, non è legale. Però ci sarà un ricalcolo sulle tasse. Ciò che non è stato versato verrà restituito. Questo processo è già in corso. Ovviamente, bisognerà sempre dimostrare con prove certe e basi legali ogni evasione, ogni illecito. C’è poi l’idea che chi in passato si è arricchito illegalmente possa restituire qualcosa allo Stato. L’ex capo delle dogane, Armen Avetysian, ha per esempio donato un hotel (il Golden Palace resort, tra Erevan e il lago Sevan, valore 10-15 milioni di dollari, nda). Ci sarebbero le prove che fu edificato in modo improprio. Infine, puntiamo sulla creazione di un’agenzia anti-corruzione con tre funzioni: prevenzione, educazione e poteri investigativi».

Farete qualcosa anche per i lavoratori?

«In Armenia esistono i sindacati e ci sono leggi che ne regolano l’attività. Ma nel complesso i sindacati non funzionano come dovrebbero e i diritti dei lavoratori non risultato protetti. Ciò avviene perché le imprese non li mettono a contratto, per non pagare tasse. Dobbiamo modificare o rafforzare le regole sui sindacati e sul lavoro. Pensiamo anche di alleggerire la quota di contributi a carico del lavoratore»

Avete in mente qualche altro intervento sociale?

«Sì, la nostra intenzione è che la sanità sia pubblica, per lo meno per quelle terapie necessarie per la cura di malattie gravi. Per esempio, al momento le famiglie dei bambini malati di tumore sono costrette a pagare una serie di farmaci necessarie per le cure, dieci in tutto. Noi li renderemo gratuiti. Li pagherà lo Stato».

L’Armenia è una società molto conservatrice e voi avete già detto che nei confronti della comunità Lgbt non ci saranno aperture. È questo uno dei casi in cui sarete conservatori?

«Rispettiamo le libertà e i diritti di tutti, non approveremo mai leggi discriminatorie nei confronti di certi gruppi. Però è vero che certi temi possono creare disaccordo e noi non vogliamo che la solidarietà ora presente nella nostra società sia compromessa da certe discussioni. Ricordo inoltre che i nostri avversari, durante la campagna elettorale, hanno usato strumentalmente questo tema per attaccarci, sostenendo che noi vogliamo concedere diritti, per legge, alla comunità Lgbt».

Quindi se la comunità Lgbt chiedesse di organizzare un gay pride vi opporreste? «Probabilmente sì. Anche alla luce di quanto successo anni fa in Georgia, quando ci fu una marcia gay. La gente e alcuni preti ortodossi attaccarono i partecipanti. Non vogliamo minimamente che questo accada. Se permettessimo una marcia, migliaia di persone si radunerebbero in piazza chiedendoci di vietare queste iniziative. È una questione di tempo. La nostra società non è ancora pronta per queste cose. Noi, a ogni modo, non discrimineremo nessuno».

L’Armenia è un Paese molto legato alla Russia, con la quale ha accordi commerciali militari, che Pashinyan non ha intenzione di mettere in discussione. Però il Paese vanta buoni rapporti anche con l’Unione Europea…

«Sia i giornalisti occidentali che quelli russi, quando pongono questo tema, lasciano come intendere, mi sembra, di non credere all’autenticità della rivoluzione. Ma per davvero: l’abbiamo fatta noi, senza l’aiuto di nessuno!».

Non lo mettiamo in dubbio. Vorremo però sapere se la partnership con l’Unione Europea, firmata nel 2015 dal precedente governo, verrà sviluppata? Fa parte del vostro programma?

«Puntiamo certamente a dare attuazione a quegli accordi con l’Ue. Non escludiamo, inoltre, che le relazioni con l’Europa vengano ulteriormente approfondite, con la negoziazione di nuove intese in campi quali cultura e istruzione».

La Turchia sostiene l’Azerbaigian, con il quale resta aperta la questione del Nagorno-Karabakh, fazzoletto di terra armeno situato all’interno dei confini azeri, per il quale l’Armenia combatté una guerra negli anni ’90, vincendola. Che prospettive ci sono, in termini diplomatici, sia con Ankara che con Baku, con le quali non avete relazioni?

«Abbiamo già detto che siamo pronti ad aprire il confine con la Turchia, senza porre condizioni. Se ciò accadesse, si creerebbero grandi opportunità. Per quanto riguarda l’Azerbaigian, come si sa la situazione non è buona. Ma Pashinyan e il presidente azero Ilham Alyev si sono di recente accordati per garantire un effettivo cessate il fuoco lungo la frontiera tra Nagorno-Karabakh e Azerbaigian. E l’accordo tiene, per ora. Quanto ai negoziati di pace sul Nagorno-Karabakh, per noi è importante che il governo locale (il Nagorno-Karabakh è uno stato de facto, nda) torni al tavolo dei negoziati, come accadeva anni fa, prima che il secondo presidente dell’Armenia, Robert Kocharyan, decidesse di rappresentare direttamente gli interessi del Nagorno-Karabakh. Crediamo che non si possano prendere decisioni senza la sua partecipazione. In questo, vogliamo operare una rottura con la prassi degli ultimi anni».

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Messe luterane a ritmo continuo (Italiaoggi.it 20.12.18)

Potrebbe diventare un film, o dovrebbe, quanto sta avvenendo nella Bethelkirche all’Aja. Da sette settimane e quattro giorni nella chiesa protestante si celebra un servizio divino senza pause. Il Gottesdient equivale per i luterani alla nostra messa, e durante una funzione religiosa secondo la legge olandese la polizia non può intervenire in chiesa. Così si cerca di impedire l’espulsione di una famiglia armena, padre madre e tre figli, che ha trovato rifugio nella Bethelkirche. «In Armenia la famiglia non sarebbe al sicuro», ha dichiarato il pastore Derk Stegemann, «e i giovani soprattutto riporterebbero gravi danni psicologici da un’espulsione». I figli hanno tra i 15 e i 21 anni, e sono cresciuti in Olanda, dove la famiglia Tamrazyan giunse nel 2009. Il padre sostenne di venire perseguitato in patria a causa delle sue idee politiche. Da allora, le richieste di asilo sono state respinte, di appello in appello, ed ora si è giunti alla sentenza definitiva.Dalla fine di ottobre si sono alternati al servizio divino, notte e giorno, circa 650 pastori provenienti da ogni parte del paese, e anche dalla Francia, dal Belgio, dalla Germania. E’ stata predisposta una lista d’attesa in modo di chiamare sempre un sostituto se uno dei pastori si trovasse all’improvviso in condizioni di non partecipare. La situazione è pesante per la famiglia. I rifugiati non possono lasciare la chiesa neppure per un’ora se non a rischio di venire arrestati. La Bethelkirche è sorvegliata in permanenza dagli agenti pronti a intervenire se la maratona religiosa venisse interrotta.

Le norme sull’asilo olandesi sono tra le più severe in Europa. Non ci sono misure alternative che consentano una soluzione di compromesso, come in Germania dove se non si viene accettati in via definitiva si può venire tollerati per un periodo più o meno lungo. Due terzi delle richieste si concludono con un rifiuto, e i profughi devono lasciare il paese entro 28 giorni. In casi particolari si può restare fino a dodici settimane. Dopo, chi rimane viene considerato «illegale». I profughi ricevono un’assistenza minima, vitto e alloggio e nient’altro. Chi resta dopo il decreto di espulsione è costretto a vivere all’addiaccio. Nonostante tutto, continuano a arrivare profughi, circa 26mila fino allo scorso luglio, in leggero aumento rispetto all’anno scorso.

Il caso della famiglia armena è particolare. Grazie all’assistenza legale ricevuta si è riusciti a rinviare il decreto di espulsione definitiva. Intanto, i ragazzi si sono integrati, hanno studiato con profitto, e la più grande Hayarpi, 21 anni, sta studiando economia all’università: «Speriamo che le autorità facciano un’eccezione per noi, dichiara, l’Olanda è diventata casa nostra». Al ministero di giustizia sono stati rivolti diversi appelli, per ottenere un permesso di soggiorno.

La legge prevede in realtà un’eccezione per i bambini, il cosiddetto kinderpardon: non vengono espulsi se hanno vissuto per almeno cinque anni in Olanda. Ma i Tamrazyan hanno perduto questa possibilità, perché secondo le autorità si sono rifiutati di collaborare: «O tutti o nessuno, non possiamo separarci dai nostri figli», ha sempre risposto il padre. Una norma che contrasta con il rispetto dei diritti umani, che vieta di separare le famiglie.

Mark Harbers, il sottosegretario competente per il diritto d’asilo, rimane rigido: «Non possiamo fare eccezioni. In Armenia la famiglia Tamrazyan non corre alcun rischio. Non c’è alcuna possibilità che possa continuare a vivere in Olanda».

La permanenza in chiesa non è facile, mancano le condizioni minime per un soggiorno di lunga durata. Davanti all’altare è posto uno striscione con la scritta «Dient van de gebeden, si prega per chi viene perseguitato a causa della sua fede, per i profughi in ogni parte del mondo, e perché il nostro governo ritrovi la saggezza.

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La maratona di preghiera per salvare la famiglia di migranti (Famiglia Cristiana 20.12.18)

Da 55 giorni in una piccola chiesa olandese si celebrano ininterrottamente funzioni religiose: è l’unico modo per impedire l’arresto di una famiglia armena colpita da un provvedimento di espulsione
Sulla copertina di Famiglia Cristiana della scorsa settimana avevamo messo una famiglia ghanese messa in strada dal decreto sicurezza. Una storia simile arriva dall’Olanda e più precisamente dalla chiesa protestante di Bethel de L’Aja, dove dalle 13.30 del 26 ottobre si celebrano ininterrottamente funzioni religiose. L’obiettivo è proteggere la famiglia Tamrazyan, composta da un padre, una madre e tre figli, ospitata al suo interno, che è fuggita dall’Armenia nel 2010. Il Governo ha deciso di rispedirla indietro, ma c’è una legge che impedisce alla polizia di entrare in uno spazio “destinato a riunioni religiose o riflessive di natura filosofica, durante la riunione di culto o di riflessione” e così fino a quando ci sarà qualcuno che pregherà per loro, saranno al sicuro.

Quattrocento pastori da tutto il Paese si alternano nelle letture, nei canti, nelle Messe insieme ai fedeli. La famiglia avevano fatto richiesta di asilo politico perché il padre era un oppositore del governo. Ora dopo le ultime elezioni la situazione in Armenia è migliorata e così le autorità, legge alla mano, hanno deciso che non potevano più restare.

Il fatto che in nove anni la famiglia si sia perfettamente integrata, che non abbia mai dato problemi, che i tre ragazzi che hanno 21, 19 e 14 anni studino e non vogliano più tornare nel loro Paese d’origine non conta in quest’Europa in cui la paura e la burocrazia hanno preso il sopravvento sul cuore. E così nella piccola chiesetta si continua ad accendere candele, a cantare e a pregare 24 ore su 24 fino a quando, dicono i fedeli, supportati dalla petizione di oltre 250 mila cittadini il Governo non si deciderà a concedere alla famiglia un permesso di soggiorno illimitato. Il reverendo Joost Roselaers, uno dei pastori, ha detto alla Cnn: “Andremo avanti fino a quando non sarà chiaro che questa famiglia può rimanere”

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Una preghiera lunga 55 giorni per difendere una famiglia armena (Avvenire 20.12.18)

I genitori e tre figli, di 21,19 e 14 anni, erano arrivati 9 nove anni fa, ora il governo vuole espellerli. La legge impedisce di arrestare persone durante le funzioni. Mobilitazione nel Paese

L’interno della chiesa protestante Bethel è semplice. Dietro l’altare c’è una grande parete a mosaico dai colori dorati e tanti lumini sempre accesi. Oltre ad un’icona e alla riproduzione di un quadro del pittore Hans Versteeg, la “Madonna del Mare Nostrum” ricevuto in dono da un’altra comunità dell’Aja. Rappresenta Maria con Gesù in braccio, entrambi con la pelle scura, avvolti da una coperta isotermica (meglio conosciuta come coperta metallina) formata dai due strati, uno argentato ed uno dorato. Lo stesso telo con cui sono involti gli immigrati infreddoliti salvati dai barconi.

La gente prega, si accendono candele, si canta, il pastore legge brani della Bibbia, ognuno testimonia la sua fede e carità. Continua da 55 giorni la maratona di pregh iera nella chiesa protestante Bethel, all’Aja, iniziata il 26 ottobre scorso per proteggere la famiglia armena Tamrazyan, ospitata nel suo interno. I fedeli chiedono al governo di concederle il permesso di soggiorno illimitato nei Paesi Bassi.

I genitori e tre figli rispettivamente di 21,19 e 14 anni, erano giunti in Olanda nove anni fa in quanto il padre, oppositore dell’allora governo in carica, aveva chiesto asilo politico. In tale arco di tempo, i Tamrazyan si erano perfettamente integrati, i ragazzi studiavano e non volevano più tornare nella loro terra d’origine. Ma il governo ha deciso di rimandarli indietro poiché non considera l’Armenia un Paese a rischio.

«Soprattutto ora che la situazione politica è cambiata e migliorata, dopo le dimissioni del premier Serzj Sarkisian (del partito repubblicano Hhk) lo scorso maggio 2018», ha spiegato Inge Drost, segretaria dell’associazione Abovian/Faon. Ricordiamo che l’anno passato sono arrivati pochi migranti armeni in Olanda (57), rispetto ai richiedenti asilo politico di altri Paesi (un totale di 14.545): fra cui 1.080 eritrei, 1.188 iraniani, 2.232 dalla Siria. Nel 2015 erano stati il triplo, 43.093, di cui 18.677 siriani.

«Ma perché respingere dei ragazzi già inseriti in Olanda, che studiano, parlano la lingua, sono felici dove si trovano ora?», ha dichiarato il pastore Theo Hettema. È stato proprio lui a dare il via alla più lunga preghiera della storia, ben sapendo che la polizia non può entrare per “arrestare” i ragazzi ospitati, in quanto, secondo un’antica legge, le forze dell’ordine non possono fare irruzione in un luogo di culto interrompendo una funzione religiosa.

La sua iniziativa è stata accolta da ben seicento cristiani, fra cui anche alcuni preti, che si sono offerti di darsi il turno per continuare il rito, 24 ore su 24, sino a che il governo non accetterà la loro richiesta.

Nel frattempo 250mila cittadini olandesi hanno già firmato una petizione. Liesbeth Kromhoud, una delle partecipanti a questa orazione non stop, attiva nell’opera di sensibilizzazione dei sindaci di varie città sul dovere dell’accoglienza, dice di trovare assurdo che qualcuno debba attendere tanti anni per essere accettato in Olanda, aggiungendo: «Noi olandesi siamo così ricchi e viviamo così bene! Non capisco perchè non lasciamo che altri fratelli godano dei nostri privilegi! Ci sono ancora 400 bambini in attesa di essere naturalizzati. Si parla tanto di umanità, ma umanità è sinonimo di fratellanza, solidarietà, pietà». Lo stesso concetto messo in risalto nella parabola del Buon samaritano narrata nel Vangelo di Luca.

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Perché il 2019 sarà un anno chiave per il Caucaso meridionale. L’opinione di de Waal (Formiche.it 19.12.18)

Cosa porterà in dote il 2019 per gli ex domini sovietici a est dell’Europa? La domanda che si pone Thomas de Waal, senior fellow al Carnegie Europe, è tanto opportuna quanto attuale. Le schermaglie di fine novembre nel Mar d’Azov, che hanno visto la marina militare Russa bloccare il passaggio a un rimorchiatore e a due cannoniere ucraine, hanno ricordato alla comunità internazionale come la crisi ucraina sia tutt’altro che congelata, e che anzi il rischio di pericolose escalation è sempre dietro l’angolo. In un simile contesto, sottolinea de Waal, è lecito chiedersi dove arriveranno le mire del Cremlino, se le future azioni di Mosca si limiteranno a tentativi di destabilizzare ulteriormente l’Ucraina in vista delle prossime elezioni nazionali o se invece i tentacoli russi si estenderanno sino agli altri Paesi della regione. Nel fare queste valutazioni, ammonisce de Waal, occorre però ragionare a mente fredda, cercando per quanto possibile di distinguere tra gli avvenimenti della più stretta attualità dai trend di lungo periodo.

A questo proposito, vale la pena soffermarsi sulla situazione della Transcaucasica, vale a dire la regione geografica del Caucaso meridionale che comprende Georgia, Armenia e Azerbaijan. In questi Paesi, nota l’esperto, l’eredità della dominazione sovietica sta lentamente scomparendo, insieme all’influenza che Mosca riesce a esercitare. Il numero di persone che parlano russo è in constante decrescita, così come l’audience dei programmi televisivi russi.

Sebbene la Russia resti per Armenia, Azerbaijan e la Georgia il vicino più importante, sempre di più Mosca si trova a competere con altre potenze regionali e globali, quali l’Unione Europea, l’Iran e la Turchia. Anche gli Usa sono presenti nella regione, anche attraverso importanti investimenti privati, mentre la Cina vede Caucaso meridionale una cruciale rotta di transito per le sue nuove Vie della Seta.

Mosca possiede una base militare in Armenia e tiene ancora circa 7mila truppe in Georgia, nelle province separatiste Abkhazia e nell’Ossezia del Sud. Questi ultimi due territori, nota de Waal, sono da considerare casi eccezionali. Già parzialmente staccati dalla Georgia dopo i conflitti del 1992 e 1993, entrambi si sono ulteriormente allontanati dal Tbilisi dopo la guerra del 2008, e da allora il loro isolamento dalla capitale non ha fatto altro che aumentare. Oggi, spiega il ricercatore, molti giovani georgiani non vedono il reintegro delle due province come una priorità. Ciò implica che l’integrazione economica di Tiblisi nell’Unione Europea, così come la sua partnership militare con gli Usa, possono procedere più spedite, perché i conflitti prolungati nel nord del Paese non possono più essere usati come una scusa per mancati progressi in questa direzione.

L’Armenia è un esempio ancora più lampante del declino dell’influenza russa nella regione. Da sempre alleato politico economico e militare di Mosca, Erevan è riuscita a liberarsi quest’anno del suo regime filorusso. La Rivoluzione di Vellutoha ha messo in luce l’impotenza di Mosca di fronte agli sviluppi sociopolitici che accadevano nel suo vicinato e più in generale ha confermato l’esistenza di un processo di emancipazione del Paese, che è sempre più deciso ad allontanarsi dalla sfera di influenza di Mosca.

Sia il nuovo primo ministro armeno Nikol Pashinyan sia quello georgiano, Mamuka Bakhtadze, spiega de Waal, appartengono a una generazione che può essere definita come la prima veramente non sovietica ed entrambi riflettono lo sviluppo di un’identità post russa nel Caucaso meridionale. Secondo l’esperto, i tre Paesi caucasici hanno trovato un modo per gestire la loro relazione con Mosca e se i loro leader non faranno errori macroscopici tali da metterli contro le loro popolazioni, hanno buone chance di superare anche il 2019 senza scontrarsi con la Russia. Il percorso da compiere è ancora lungo, ma si può già affermare che i tre Paesi hanno fatto passi da gigante rispetto a quando negli anni ’90 erano dilaniati da conflitti intestini e povertà estrema. Corruzione, povertà ed emigrazione continuano ad essere le principali sfide da affrontare, ma si può già affermare che le nazioni del Caucaso meridionale hanno imboccato la strada giusta per divenire attori autonomi e funzionanti nella scena internazionale.

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Ara Güler, l’occhio di Istanbul (Ultimavoce 17.12.18)

Ara Güler, per molti il ​​più grande fotografo della moderna Turchia, città a cui ha dedicato la sua vita e il suo lavoro, è morto lo scorso 17 ottobre  all’età di 90 anni. Un uomo che storici e fotografi hanno definito la memoria o l’occhio di Istanbul. Migliaia di ammiratori, giovani e vecchi, si sono riuniti, in Piazza Galatasaray, per rendergli omaggio.

Ara-GülerGüler nato – Istanbul nel 1928 – da genitori armeni che erano rimasti in Turchia nonostante le deportazioni e i massacri sotto gli Ottomani all’inizio del XX secolo. Il padre di Güler trascorse gran parte degli anni ’40 a nascondersi per sopravvivere agli attacchi nazionalisti sulle minoranze e per sfuggire a una tassa governativa punitiva imposta agli armeni.

Da suo padre, tuttavia, che come chimico sviluppò il materiale cinematografico turco e divenne familiare con le figure di quell’industria, Güler ereditò un “allegro patrimonio”: le sue amicizie. Infatti, prima che con la fotografia, Guler cominciò con il cinema, ispirato proprio dagli amici artisti del padre. Per molti il lavoro di Guler è stato realizzato con lo spirito dello ‘huzun’, parola che in turco significa malinconia. Considerata una peculiare caratteristica di Istanbul.

Alcune delle sue fotografie, i pescatori di Istanbul, furono pubblicate sul giornale turco-armeno Jamanaknel 1952. Ciò gli consentì di continuare a lavorare per il settimanale ad alta diffusione della Turchia Hayat e, quando la compagnia statunitense aprì un ufficio a Istanbul, per Time-Life. Seguirono commissioni come Paris Match e Sunday Times ; un incontro con Henri Cartier-Bresson a Parigi ha portato Güler ad entrare nel roster di Magnum nel 1953. Di li a poco fotografò artisti del calibro di James Baldwin, Alfred Hitchcock, Salvador Dalí e Winston Churchill.

Giusto e laborioso, Güler si considerava uno storico visivo piuttosto che un artista. Come l’ Uomo con una macchina da presa (1929) di Dziga Vertov , che ha filmato la vita nelle città sovietiche per diversi anni. Ha ossessivamente registrato l’Istanbul degli anni ’60 e ’70, immortalando scene come un treno avvolto nel vapore, un ponte da sogno sul Corno d’oro che collega i quartieri finanziari e storici di Istanbul.

Il libro più famoso di Ara Guler si intitola Istanbul e raccoglie appunto fotografie scattate tra gli anni 50 e 90 del secolo scorso, tutte in bianco e nero.

Figura chiave di Istanbul

Ara-GülerLa sua fama internazionale è dovuta alle straordinarie immagini in bianco e nero di Istanbul. Immagini che vagano da moschee e monumenti noti a rari paesaggi della città imbiancata di neve a scene di vita quotidiana. Immagini che secondo gli ammiratori sono riuscite a catturare più di ogni altro fotografo l’anima di Istanbul. Immortalando le sfaccettature di una città che sta cambiando a un ritmo frenetico.

Sono il ritratto di una città in costante movimento, giorno e notte, attraversata e riattraversata dall’attività sulla terra e sull’acqua, nel labirinto di stradine nei quartieri più vecchi, nonché sulle principali arterie del centro città e del Corno d’Oro . Una città malinconica, avvolta dalla nebbia e non illuminata dagli ostentati resti dell’impero ottomano.

 

Güler era spesso attratto dalle antiche sagome dei monumenti ottomani o dagli oggetti coperti di polvere del secolo precedente. Determinatamente vecchio stile, mostrò poco interesse per l’architettura modernista. Non gli piaceva Ankara, la fredda capitale della repubblica. I cimiteri, le carceri, le rovine e le strade squallide di Istanbul erano più di suo gusto. Negli anni ’80, mentre Istanbul iniziava ad assomigliare ad una città occidentale di seconda classe, smise di fotografarla.

Ara-Güler

Negli anni ’90, il crescente interessamento per la storia urbana a sua volta ha richiamato l’attenzione sui lavori di Güler. Libri illustrati con le sue fotografie – Living in Turkey (1992), Sinan: Architect of Süleyman the Magnificent e Ottoman Golden Age(1992) e Ara Gü ler’s Istanbul (2009) – passarono di mano in mano tra liberali e islamisti allo stesso modo.

Ara Guler lascia l’interpretazione di un’epoca

Per me, la turbolenta Istanbul emersa dalle squallide sale da musica, dalle minuscole chiese e dalle navi coraggiose nelle immagini di Güler ha sempre avuto un fascino quasi magico. La sua Istanbul ha esortato lo spettatore a partire e vedere se esisteva ancora; la modernizzazione spietata della città rimanda uno indietro alle sue fotografie con ancora più nostalgia.

Ara-GülerTrascorse i suoi ultimi anni intrattenendo fan e giovani fotografi a Kafe Ara nel Galatasaray, progettando il museo di Ara Güler. Aperto per il suo 90 ° compleanno, due mesi prima della sua morte; una selezione curata con gusto delle attrezzature fotografiche e del lavoro di Güler (ha realizzato circa 80.000 immagini in tutto), presto si espanderà per incorporare il suo appartamento trasformato in archivio in Galatasaray.

Oggi, un programma di costruzione inattaccabile trasforma Istanbul in una città che i suoi abitanti faticano a riconoscere, i suoi ponti storici, i vicoli, le banchine e le strette stradine secondarie mantengono la loro vivacità e il loro carattere amato nelle foto di Güler.

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ARMENIA. Putin non si congratula con Pashinyan (Agcnews.eu 16.12.18)

Sui media armeni si parla più che dei risultati delle elezioni dello scorso 10 dicembre, delle mancate, per ora, congratulazioni di Putin a Pashinyan.

Secondo quanto riporta il quotidiano armeno Irates, il nuovo governo di Nikol Pashinyan, legittimato dalla vittoria nelle elezioni, non è certo tra i migliori contatti del regime di Mosca. I mass media russi riportavano interviste a Robert Kocharyan nel tentativo di legittimare l’opposizione in Armenia, nel timore che l’esempio armeno possa essere seguito nella regione. 

Kocharyan è l’ex presidente armeno. Il 26 luglio 2018 il Servizio investigativo speciale dell’Armenia ha accusato Kocharian di voler «rovesciare l’ordine costituzionale dell’Armenia» durante le ultime settimane del suo governo. Il 27 luglio 2018 è stato quindi arrestato. Il 13 agosto 2018 Kocharyan è stato liberato, ma è rimasto indagato per gli stessi capi di accusa che logorarono dietro le sbarre. Il 7 dicembre 2018 Kocharyan è stato nuovamente arrestato a seguito di un’altra sentenza della Corte d’Appello, mentre Mosca lo sponsorizza apertamente.

L’esempio armeno è stato al centro delle manifestazioni in diversi paesi, anche in Russia, in cui i manifestanti hanno lanciato slogan tipo: “Vogliamo essere come l’Armenia.” Per prevenire la creazione di un fronte anti-armeno della piattaforma eurasiatica, Nikol Pashinyan ha annunciato mesi fa che l’Armenia non avrebbe cambiato indirizzo in politica estera e sarebbe rimasta fedele ai suoi impegni. Pashinyan, però, non sembra aver ottenuto la fiducia nello spazio geopolitico eurasiatico e, nel contempo avrebbe perso la fiducia dell’Occidente, vista la mancanza di cambiamenti radicali. Se tra il 10 e l’11 dicembre, Nikol Pashinyan ha ricevuto le congratulazioni  di Ue, Dipartimento di Stato Usa, Germania e Gran Bretagna, Georgia, Iran, l’intero spazio eurasiatico che fa capo a Mosca continua a tacere. 

La domanda sulle congratulazioni di Vladimir Putin assieme al senso vero e reale della sovranità armena restano l’elemento principale al centro del dibattito dei media. L’Armenia ricorda ancora infatti che Putin è stato il primo a congratularsi con Serzh Sargsyan per la sua vittoria anche in assenza di dati ufficiali, perché, prosegue Irates, il governo di Serzh Sargsyan era ritenuto responsabile da Mosca mentre nel caso di Nikol Pashinyan tutto è incerto e sconosciuto. 

Il fatto poi che il 6 dicembre, Pashinyan non avrebbe accettato il patto tra Nazarbaev-Lukashenko sulla nomina del nuovo Segretario generale della Csto, e, il 7 dicembre, Robert Kocharyan è stato di nuovo stato arrestato, così come per l’ex ministro della Difesa Mikael Harutyunyan, residente a Mosca, e quindi non arrestabile dalle autorità dell’Armenia, non facilitano certo i rapporti tra Yerevan e Mosca. 

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Armenia: commissione elettorale, blocco My Step ottiene 88 seggi in parlamento (Agenzianova 16.12.18)

Erevan, 16 dic 12:57 – (Agenzia Nova) – Il blocco My Step del premier ad interim armeno Nikol Pashinyan ha ottenuto 88 seggi su 132 nel parlamento di Erevan: questo il risultato definitivo delle elezioni parlamentari anticipate del 9 dicembre, secondo quanto annunciato oggi dal presidente della Commissione elettorale centrale Tigran Mukuchyan. Il blocco My Step ha ottenuto oltre il 70 per cento dei consensi nelle elezioni di domenica scorsa, mentre l’ex partito di governo (Partito repubblicano) non è riuscito a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento per entrare in parlamento. Armenia Prospera ha ottenuto invece 26 seggi in parlamento, mentre 18 sono quelli riservati agli sponenti di Armenia Luminosa, ha precisato oggi la Commissione elettorale. La prima seduta del nuovo parlamento armeno si dovrebbe tenere il 7 gennaio. (segue) (Res)