Armenia: Commissione elettorale, mandato del nuovo parlamento avrà inizio il 10 gennaio (Agenzianova 08.01.19)

Erevan, 08 gen 11:54 – (Agenzia Nova) – I deputati del nuovo parlamento eletto in Armenia inizieranno ufficialmente il loro mandato nella giornata di giovedì 10 gennaio. Lo ha annunciato il portavoce della Commissione elettorale centrale (Cec) del paese, Hermine Harutyunyan, in un messaggio pubblicato sulla sua pagina Facebook. Stando alle informazioni precedentemente diffusi dalla stampa armena, la nuova Assemblea nazionale conterà 132 parlamentari, 88 dei quali appartenenti al blocco My Step guidato dal primo ministro eletto, Nikol Pashinyan. In aggiunta, ci saranno 26 deputati appartenenti al partito Armenia Prospera, e 18 affiliati ad Armenia Luminosa. La prima seduta, riferisce il portale d’informazione “News.am”, è in programma per la giornata del 14 gennaio. (Res) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Melograno carmosino di Bianco (Lariviera on line 07.01.19)

I melograni erano molto diffusi nel territorio della Locride in diverse varietà, frutto del passaggio sul territorio di numerosissime dominazioni e popoli venuti da mondi lontani, in seguito anche a fughe di fronte a invasioni. Infatti non sarebbero spiegabili altrimenti le diversità presenti di tale specie botanica.
Da Bivongi a Palizzi i frutti sono solo apparentemente uguali, ma analizzandoli attentamente ci si accorge della diversità dalla colorazione esterna, dal periodo della maturazione e dalla diversità dei grani all’interno, differenti sia in forma e grandezza, sia nella loro colorazione, che va dal nero al bianco passando dal rosa e dal rosso rubino.
La differenza si riscontra anche nella partizione interna che è delimitata da una membrana biancastra e amara che a volte è molto contorta e altre molto regolare, come può capitare nell’area che va da Bivongi a Bianco. Come sappiamo, il melograno è originario della Fenicia, tant’è che viene denominato in termini scientifici Punica Granatum, ma secondo i Cazachi e gli Armeni esso è originario delle loro aree. In Armenia, addirittura, esistono delle piante che producono dei frutti che contengono, a detta loro, 365 arilli o grani, uno per ciascun giorno dell’anno. Addirittura vi si produce un vino dalle melagrane premure che è piacevole, non molto alcolico e dal colore rosso rubino.
Naturalmente l’Armenia e la Georgia, stati della Regione del Caucaso, assieme all’alta valle del Khabur nella Mesopotamia settentrionale e all’area dei monti Zagros, nell’Iran sud-occidentale, rappresentano le zone dove avvenne il primo addomesticamento della vite più di seimila anni addietro, per cui vi si produce vino da vitigni primordiali, che probabilmente esistono ancora sporadicamente nelle nostre parti, portati da coloni Armeni già al tempo di Eraclio l’Armeno, imperatore di Costantinopoli, o di Niceforo Foca nel IX secolo d.C.
Nei nostri territori esistono stratificazioni di civiltà leggibili attraverso la presenza dei melograni portati dai popoli che vi passarono, tra i quali portiamo come esempio il melograno nero di Palizzi, conservato e salvato da Francesco Campolo di Pietrapennata ma residente a Palizzi Marina. Esso produce frutti che maturano tra dicembre e gennaio, dai grani rosso scuro, quasi nero, leggermente aciduli.
Anni addietro, lo scultore armeno Avetis, ospite a Brancaleone di Francesco Amodei, direttore dell’Istituto Internazionale di Restauro sito in Palazzo Spinelli, a Firenze, affermò che il melograno nero di Palizzi è originario dell’Armenia.
Un’altra particolarità dei melograni della Locride, da Bivongi fino a Bianco, è quella di presentare una partizione interna dei grani simile agli spicchi delle arance, con numerose gradazioni di colore degli arilli che vanno dal rosso intenso al rosa o addirittura al bianco trasparente.
Comunque sia, la pianta simbolo del benessere e della fertilità è presente nella Locride sin dai tempi della Magna Grecia e addirittura la melagrana è rappresentata nei pinakes locresi, evenienza eccezionale tanto più che nell’antichità classica non erano così diffuse le piante che davano frutti.
Erano infatti più facilmente reperibili le pere, le mele, le noci, le mandorle e pochi altri frutti oltre ai fichi, che venivano essiccati e che per il loro alto apporto calorico costituivano, assieme al miele, la base dell’alimentazione degli atleti che si recavano a gareggiare a Olimpia.
A Bianco sono presenti i melograni Dente di Cavallo e i melograni della varietà Carmosina, che varia, fra l’altro, da paese a paese ed è diffuso da Locri fino all’entroterra di Bovalino.
La Carmosina di Bianco, individuata in un campo della famiglia Spanò nei pressi del villaggio turistico La verde, abbandonato da decenni, è diversa da quella di Benestare, ad esempio, che è più piccola e dai grani più neri, può raggiungere una dimensione ragguardevole che supera i 600-700 grammi di peso e presenta una divisione interna molto regolare, tanto da rendere estremamente semplice staccare i grani che risulteranno molto dolci al gusto e dai semi poco legnosi, quasi inconsistenti.

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Talenti dall’Armenia, Fabrizio Bosso e Kobrin: grande stagione concertistica al teatro Marrucino (Chietitoday 07.01.19)

Talenti dall’Armenia, Fabrizio Bosso e Kobrin: grande stagione concertistica al teatro Marrucino

Una scommessa la nuova stagione concertistica del teatro Marrucino firmata da Art Ensemble, l’associazione presieduta dal maestro Giuliano Mazzoccante che porterà in città nomi noti nel panorama internazionale e forse un po’ meno famosi in città. Una stagione fatta a misura di pubblico tra grandi classici, passioni contemporanee e tanti giovani talenti.
Il cartellone è stato presentato questa mattina dal presidente del Cda ella deputazione teatrale Cristiano Sicari e dal maestro Mazzoccante.
Sono 14 gli appuntamenti, 11 in sala grande e 3 al foyer, spalmati da gennaio a fine giugno la domenica alle 18 (al foyer il sabato alla stessa ora).
Ad aprire la stagione, il 13 gennaio, il violinista armeno Haik Kazazyan che si esibirà assieme a Mazzoccante al pianoforte in un concerto dedicato a Mozart, Shor, Strauss, de Sarasate; domenica 3 febbraio dall’Armenia arriva il trio classico Khachaturyan (violino, violoncello e pianoforte); il 10 febbraio l’orchestra d’archi Orizzonti musicali e il trombettista Giuseppe Orsini in due concerti per tromba; il 17 febbraio il pianista Ingolf Wunder suonerà Mozart e Chopin.
Domenica 17 marzo arriva un ospite d’eccezione del panorama jazz: Fabrizio Bosso che dividerà il palco con Julian Olivier Mazzariello e Quintessenza brass.
Dal classico e jazz al tango in tutte le sue forme, il 31 marzo, con il Cuarteto del misterio e i ballerini Pablo Moyano e Roberta Beccarini da Ballando con le stelle; domenica 14 aprile piano a quattro mani con il duo spagnolo Belen Navaro e Juan Lago; il 12 maggio young jazz con il Pescara jazz messengers; domenica 19 si esibisce invece il pianista abruzzese Leonardo Pierdomenico; il 9 giugno tocca ai Solisti di Santa Cecilia con Di Rosa, Carbonare e Bossone, rispettivamente primo oboe, primo clarinetto e primo fagotto dell’eccellenza musicale.
Chiude il 29 giugno Alexander Kobrin, uno dei più illustri pianisti russi del panorama internazionale, per un gala pianistico in coppia con Mazzoccante.
Al foyer bar invece suoneranno i Cinedelika sabato 13 aprile, il Maurizio Di Fulvio trio il 4 maggio e Assunta Menna Stardust jazz quintet il 18.
Ogni concerto sarà accompagnato da una degustazione offerta da Slow Food Chieti.
La stagione, a costo zero per il teatro Marrucino, è realizzata con il sostegno dei main sponsor e delle fondazioni. Anche per questa edizione i club service cittadini potranno ‘adottare un concerto’ sostenendone le spese.
I biglietti per i concerti in teatro costano 14 euro (ridotto: 8 euro), quelli al foyer 8 (prezzo unico). Gli abbonamenti 132 euro (ridotto 88 euro)

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Addio a Goulian, ponte fra Parma e Medio Oriente (Gazzettadiparma.it 07.01.19)

Era un cittadino del mondo, Michel Joseph Goulian, l’imprenditore nativo dell’Armenia scomparso nei giorni scorsi; era diventato parmigiano d’adozione oltre cinquant’anni fa occupando un ruolo di riferimento fra Parma ed il Medio Oriente per le grandi industrie, a cominciare dalla Bormioli.
La sua era una famiglia numerosa. I genitori erano scappati al Cairo dopo le persecuzioni dei turchi dando vita a tredici ragazzi che si erano sparsi nel mondo rivestendo compiti importanti nella finanza e nel commercio. L’arrivo di alcuni dei quarantotto nipoti e dei parenti dall’Australia, dal Canada e da altri paesi lontani ha indotto quelli parmigiani a rinviare a lunedì e martedì prossimi sia il rosario che il funerale programmati nella comunità di Betania a Marore della quale Michel era un fervente sostenitore. Oggi sulla Gazzetta l’annuncio della famiglia.
Michel Joseph Goulian era arrivato a Parma, reduce da un contratto di rappresentanza per la Saint Gobain, come un perfetto sconosciuto, mentre nel 1963 i giornali di Roma l’avevano definito un «eroe» in quanto aveva salvato la vita ad una hostess che rischiava di morire nello schianto e nell’incendio di un aereo atterrato ad Atene, proveniente da Roma. Pur subendo diverse ustioni, Michel aveva strappato alle fiamme la ragazza portandola all’uscita e gettandosi con lei dallo sportello che era stato aperto, riportando nel salto la frattura di entrambe le gambe.
Un’impresa che aveva fornito un quadro del suo coraggio e della sua dedizione nel prodigarsi per chi necessitava di un aiuto. Era rimasto ricoverato alcuni mesi in ospedale, dove aveva ricevuto la visita dell’hostess salvata, sotto i flash dei fotografi. Nella sagrestia del Santuario di Fontanellato fra gli ex voto c’è anche il suo di ringraziamento alla Madonna con l’articolo di un giornale.
Dal Cairo Michel si era trasferito in Francia, trovando lavoro nel mondo del vetro nella Saint Gobain e, dopo i risultati positivi, aveva ricevuto un’offerta di contratto della Bormioli che sarebbe diventata la sua seconda casa. Per l’azienda vetraria parmigiana Michel aveva allacciato contatti nei paesi arabi, dove la sua diplomazia e la conoscenza della lingua e di alcuni dialetti, avevano aperto porte che rimanevano ben chiuse.
A Parma Michel era diventato un sostenitore della squadra di calcio allacciando una bella amicizia con Scala e con diversi giocatori. L’entusiasmo era stato tale da fondare, con l’aiuto dei nipoti, due Parma Club al Cairo e a Beirut, come riportato dalla rivista ufficiale della società allora presieduta da Giorgio Pedraneschi. Il suo posto in tribuna centrale è stato lo stesso sino ai primi sintomi della malattia che ha stroncato il suo pur forte fisico.

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La storia dimenticata: incontro sul genocidio armeno (Ilrestodelarlino.it 06.01.19)

Ferrara, 6 gennaio 2019 – Occasione unica e preziosa per riflettere sul secondo genocidio del Novecento, quello armeno, troppo spesso dimenticato assieme al primo, quello degli Herero in Namibia, l’incontro di domani, alle 17.30 in Camera di Commercio, con la scrittrice Antonia Arslan (autrice de ‘La masseria delle allodole’), la filosofa americana Siobhan Nash-Marshall e lo studioso Vittorio Robiati Bendaud. Al centro dell’appuntamento la presentazione del libro ‘I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno’ (Guerini editore), scritto da una delle più importanti voci della filosofia americana contemporanea. Docente di filosofia teoretica al Manhattanville College di New York, la pensatrice cattolica ha molto riflettuto su Aristotele, Boezio e Tommaso D’Aquino. Con una formazione che spazia dalla letteratura italiana al pensiero classico, dalla lingua armena alla cultura umanistica statunitense del XX Secolo, Nash-Marshall indaga cause, modalità ed effetti di un buco nero della storia: il massacro sistematico di un milione e 500mila armeni, 800mila cristiani assiri e 300mila cristiani greci del Ponto. Agli assassini, i Giovani Turchi, si unirono per calcoli geopolitici, bellici o di affinità ideologiche, la Germania (dalla seconda metà dell’Ottocento sino al genocidio del 1915), la Russia boscevica e le titubanze e le contraddizioni delle potenze occidentali. Il tutto sulla pelle di un’antica popolazione cristiana autoctona, già provata nei secoli dalla subalternità impostale dall’Islam che la governava (gli Arabi prima, gli Ottomani poi). A tutto ciò ha fatto seguito il negazionismo di Stato su cui si è costruita e sviluppata la Repubblica di Turchia attuale, come sostenuto dallo storico Taner Akçam, oggi fuorilegge per il governo di Erdogan. L’originalità del testo sta nelle riflessioni filosofiche per destrutturare, e così comprendere, il negazionismo, strutturale al genocidio e non accessorio. Non solo: la filosofia moderna, con un percorso accidentato che si snoda da Cartesio a Sorel, dagli idealisti tedeschi (Kant, Fichte, Schelling e Hegel), da Nietzsche a Marx, avrebbe fornito i rudimenti ideologici per l’opera genocidaria, sia da parte dei Giovani Turchi che lessero questi pensatori sia, ancor più, da parte dei sodali tedeschi. Che la filosofia moderna ponga dei problemi in relazione ai due principali genocidi del Novecento, quello armeno e quello ebraico, non è cosa nuova. Ecco quindi la tesi scomoda – che sta già facendo molto discutere negli Usa – di Nash-Marshall, che della filosofia ha fatto la sua ragion di vita. Interessanti le reazioni della nutrita comunità armena americana (circa un milione e mezzo di persone), dove il libro è divenuto in pochi mesi un best seller.

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I germi della violenza genocida vengono dal pensiero di Cartesio (La Lettura 06.01.19)

La filosofa americana Nash-Marshall risponde a un articolo di Marcello Flores su «la Lettura». Il Terrore giacobino prefigura le stragi successive, come quella degli armenid ai turchi nel corso della Prima guerra mondiale

di SIOBHAN NASH-MARSHALL

Sono arrivata in Italia per il Natale, e mi sono trovata sulla scrivania la «polemica» che Marcello Flores ha scritto contro il mio libro e pubblicato su «la Lettura» #368 del 16 dicembre scorso. Conosco da tempo Marcello (abbiamo fra l’altro entrambi partecipato a un seminario sul genocidio tenutosi a Lugano un paio di anni fa) e apprezzo il suo lavoro. Lui sembra non apprezzare il mio, e per ragioni che non posso che credere radicate in un’involontaria incomprensione di me e del mio lavoro. Scrivo per chiarire entrambe queste cose.

Per cominciare, non sono «docente di filosofia cristiana», come scrive Flores. Sono professore ordinario di filosofia teoretica. Ho anche l’onore di avere un’endowed chair: la Mary T. Clark Chair of Christian Philosophy. Definirmi docente di filosofia cristiana simpliciter è confondere il nome della mia endowed chair con la mia disciplina accademica. Sarebbe come dire che sono Mary T. Clark.

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Quanto al mio libro, non ho affatto «messo sotto accusa l’intera tradizione filosofica occidentale degli ultimi due secoli e mezzo … di avere preparato il terreno alla violenza genocidaria», come sostiene Flores nella sua «polemica». Sarebbe stato sciocco farlo. La filosofia occidentale non è mai stata – né potrebbe essere – monolitica. Non lo è stata nella sua prima grande fioritura in Atene, quando Aristotele fece intendere che per quanto amicus Plato, magis amica veritas. E non lo è stata ovviamente neppure negli ultimi due secoli e mezzo: Kant non sopportava le teorie morali di Bentham, Jacobi tuonava contro Fichte, Burke contro i philosophes, Russell non sopportava Sartre o Wittgenstein e così via.

In secondo luogo, se Flores avesse capito il ragionamento dell’introduzione che cita, avrebbe visto che io sostengo che è stato l’approccio cartesiano alla realtà e alla conoscenza ad «aver preparato il terreno alla violenza genocidaria». Avrebbe anche compreso che contestare quel ragionamento richiede una di due cose: 1) dimostrare come quell’approccio – la distinzione cartesiana tra la res cogitans e la res extensa, il suo disprezzo per i fatti concreti, la sua affermazione che lo Stato debba essere «rovesciato per essere riedificato», e la sua certezza che il nuovo metodo avrebbe evitato all’essere umano ogni errore – non prepari (o abbia preparato) «il terreno alla violenza genocidaria»; oppure, 2) dimostrare che l’approccio cartesiano non è quello che io dico che sia.

Terzo. Non affermo mai che «regicidio» equivale a «genocidio», come farebbe intendere la citazione tagliata che Flores riporta: «Non c’è nessuna distinzione logica o formale tra rovesciare un Ancien Régime tramite spargimenti di sangue e distruggere un popolo e una cultura: un genos. Se si è convinti che un’idea possa giustificare l’uccisione di un re … allora non si può non giustificare il genocidio». Quello che io invece affermo in quel passaggio è: 1) che non vi è distinzione formaletra ciò che fecero i rivoluzionari francesi agli aristocratici e ai Vandeani e un genocidio; 2) che sia il Terrore che la guerra in Vandea avevano la precisa intenzione di imporre un ordine razionale sulla Francia. Tutto questo è chiaramente detto nella parte omessa della citazione: «della sua corte e di coloro che lo difendono e che la morte di una categoria di persone sia una condizione necessaria per rendere il mondo conforme a un’idea razionale».

Non comprendere questo punto sull’attività del Comitato di salute pubblica è fraintendere sia ciò che condusse Lemkin a definire il crimine di genocidio, sia la Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite. La Convenzione, infatti, afferma inequivocabilmente che è l’intenzione genocidaria a definire il crimine di genocidio. E l’intenzione genocidaria è, per citare la Convenzione stessa, quella di «distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». L’intenzione del Comitato di salute pubblica per quanto concerne «il re, la sua corte e coloro che la difendevano» era inequivocabilmente quella di «distruggerla» nella sua interezza. La fonte di questa intenzione, poi, era quella di ricostruire il mondo ad immagine e somiglianza di un’idea. Flores ha forse dimenticato il Tempio alla Dea Ragione?

Quarto, non ho mai proposto nel mio libro una nuova definizione di genocidio che «sembra sfidare tutte quelle finora suggerite da giuristi, storici, sociologi, e filosofi». Anzi, ho esplicitamente scritto che accetto come definizione di genocidio quella della Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite – e invito gli storici a fare la stessa cosa (p. 51).

Quinto, spero che l’orrore mostrato da Flores verso la mia affermazione che il genocidio è «un esempio tremendo e radicale di male morale» non indichi che crede il contrario. Di certo non può credere che il genocidio sia un bene, una cosa «deliziosa» o «normale». Per quanto concerne la mia affermazione che il male è intrinsecamente irrazionale, lo inviterei alla lettura delle opere dei filosofi che hanno come me sostenuto che lo è. Includono, tanto per citarne alcuni, Platone, Aristotele, Boezio, Kant e Hannah Arendt. Quanto al suo rifiuto della mia affermazione che l’irrazionale è cosa che non ammette spiegazione esaustiva razionale, gli chiederei di insegnarmi come si fa a spiegare razionalmente l’irrazionale.

Sesto, la frase che Flores riporta e definisce sillogismo («se è vero che le politiche negazioniste … sono parte integrante del Genocidio armeno … ne consegue che il Genocidio armeno è ancora in atto») tecnicamente proprio non lo è, come neppure il mio ragionamento completo sull’argomento.

Per concludere, c’è qualcosa di cui la nostra epoca ha bisogno disperato: l’abitudine al vero dialogo filosofico, cioè comprendere i ragionamenti altrui, mettere in discussione se stessi e le proprie cognizioni acquisite. Questo serve sia a me che all’amico Marcello Flores. L’atmosfera che ci circonda oggi sembra avercelo fatto dimenticare.

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Armenia: Anonymous, Integrity Initiative coinvolta in copertura giornalistica “Rivoluzione di velluto” (Agenzianova 05.01.19)

Washington, 05 gen 10:10 – (Agenzia Nova) – I documenti pubblicati ieri sera dal noto gruppo di hacker Anonymous sul progetto Integrity Initiative coinvolgono anche l’Armenia. Nei materiali relativi alla rete di contro-informazione finanziata dal Regno Unito per contrastare l’influenza russa nel mondo occidentale, figurano anche una lista di giornalisti, articoli e ricevute di pagamento. I documenti, rivelati da Anonymous, includono un elenco di pubblicazioni sui media sulla Russia e sul suo presunto ruolo negativo nel mondo, fra cui l’articolo di un ricercatore, Eduard Abrahamyan, sulle recenti proteste in Armenia, intitolato “Mosca teme che la ‘Rivoluzione di velluto’ armena potrebbe ridurre la sua influenza su Erevan”. A quest’articolo si allega una fattura di 250 sterline destinate ad Abrahamyan per aver “informato il pubblico sulle dinamiche in corso nella politica interna ed estera dell’Armenia”. (Was) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Dalle albicocche ai khachkars i simboli della tradizione dell’Armenia: da Noè all’Ararat l’orgoglio di un popolo (Turismoitalianesa.it 05.01.19)

Simboli che parlano di storia, tradizioni, cultura, arte, perfino gusto e sapori. Ogni Paese ne ha, lo sappiamo bene noi italiani. A questo non sfugge neppure l’Armenia dove albicocche, duduk, vigneti e khachkars (le artistiche croci di pietra) sono autentici patrimoni che contraddistinguono nel mondo questo Paese nel Caucaso meridionale.

(TurismoItaliaNews) Gli armeni ci tengono a ricordare come il loro sia il Paese delle albicocche. In effetti la storia del frutto riconduce direttamente ad Alessandro Magno: è stato proprio lui nel quarto secolo avanti Cristo ad “esportarlo” dall’Armenia in Grecia e da qui fino a Roma, contribuendo alla sua diffusione in Europa. “L’indicazione delle albicocche come ‘mele armene’ (nome scientifico Mela armeniaca, Pomum armeniacum) nelle opere di Plinio, Dioscorida e Columella, confermano ulteriormente questa teoria – ci spiegano allo State Museum of Armenian History – è innegabile che le nostre albicocche, a causa delle condizioni climatiche del Paese, hanno un sapore unico pieno di sole e venti della valle dell’Ararat”. Ancora oggi l’origine armena delle albicocche è ricordata dai botanici che hanno designato il frutto “Armeniaca”.

Dalla natura all’artigianato. E sì, perché l’albero dell’albicocco, con il suo legno, fornisce il materiale più adatto – anzi, esclusivamente questo – più adatto per la produzione del più amato e famoso strumento musicale armeno: il duduk. “Lo strumento è stato inventato prima della nostra era, durante i giorni del regno di Urartu – ci dicono alla National Art Gallery of Armenia – il nome armeno originale dello strumento è tsiranapokh ed è realizzato esclusivamente con legno di albicocco, poiché assicura una sonorità speciale. Come nessun altro strumento, il duduk è in grado di esprimere l’anima della nazione armena: il suo suono consente un’esperienza spirituale elevata che a volte può condurti fino alle lacrime”. Provare per credere.
Quando si parla di Armenia il pensiero non può non correre all’Ararat. Anche se oggi questa montagna alta ben 5.137 metri appartiene territorialmente alla Turchia, nelle immediate vicinanze del confine con Armenia, Azerbaijan ed Iran, la sua storia è indissolubilmente legata agli armeni. Secondo la Bibbia, l’Arca di Noè si arenò su questo monte, che divenne in tal modo il luogo di origine del popolo armeno. Ecco perché l’Ararat è considerato una montagna santa, complice forse anche la sua bellezza straordinaria che l’ha portato a simboleggiare la madrepatria per ogni armeno. E il simbolo culturale e nazionale più riconoscibile dell’Armenia può di fatto essere visto ovunque, a partire dall’emblema dello stato e fino ai loghi nazionali. Incluso il famoso omonimo brandy.

L’argomento brandy conduce a parlare di un altro simbolo: l’uva. E pure qui la storia parte da lontano: Noè piantò una vite portata dal giardino dell’Eden quando scese dall’arca. “Si ritiene che da allora le uve siano cresciute sul suolo armeno, simboleggiando ricchezza e abbondanza” sottolineano allo State Museum of Armenian History. E nemmeno a dirlo uno dei piatti più deliziosi della cucina nazionale armena, il dolma, viene preparato utilizzando foglie di vite. Peraltro sin dalla prima vendemmia, Noè è stato in grado di produrre vino.
“Tenendo conto delle tradizioni bibliche e dei fatti scientifici, l’Armenia si può considerare la culla della vinificazione – dicono ancora allo State Museum of Armenian History – in particolare nelle grotte di Areni gli scavi archeologici hanno consentito di individuare la primissima azienda vinicola del mondo, antica di oltre 6.000 anni”. E come culla della vinificazione, l’Armenia considera il vino come uno dei simboli nazionali. Rimanendo fedele alle tradizioni, il primo sabato di ottobre di ogni anno, l’Armenia organizza l’annuale festival del vino pan-armeno: l’Areni Wine Festival, con una mostra e una degustazione di vini. Come diceva Charles Aznavour “il buon vino armeno contiene tutto ciò che puoi sentire, ma non può essere espresso in parole…”.

Infine i khachkars, ovvero le croci di pietra: sono tipicamente armene e identificano la cultura cristiana in Armenia. L’arte del khachkar costituisce il contributo più originale del popolo armeno al patrimonio della cultura mondiale: fondata sull’arte monumentale di antica di tradizione, la produzione di questi simboli si è sviluppata nei primi anni del cristianesimo e ha raggiunto il suo apice nel medioevo. C’è un luogo particolare dove ammirarle tantissime: il cimitero di Noratus – nella regione di Gegharkunik, sulla sponda destra del fiume Gavaraget – è la seconda area più vasta dopo quella di Jugha (Nakhichevan) con i suoi innumerevoli khachkar (più di 2.700), alcuni dei quali si trovano nel cortile di Echmiazin. Tuttavia dal 1998 al 2005 i khachkar di Jugha sono stati sistematicamente distrutti dall’Azerbaigian e dunque Noratus è diventato il primo e più grande museo all’aperto di khachkar al mondo.
Come primo stato ad adottare il cristianesimo (all’inizio del IV secolo) in Armenia, nell’epoca in cui questa fede ha iniziato a diffondersi qui, ha cominciato ad emergere una nuova natura dell’espressione religiosa, che ha lentamente ma inesorabilmente integrato l’identità nazionale. Invece di templi e altari nel Paese hanno iniziato a spuntare croci di legno, poi sostituite (per la loro breve durata) a partire dal nono secolo da croci incise sulle pietre (khach – cross, kar – stone). Oggi sono simboli unici per la cultura armena e considerati di grande valore architettonico. Dal 2010 i khachkar sono inclusi nell’elenco Unesco dei beni culturali immateriali. A Noratus ci sono splendidi esempi di ogni periodo della loro formazione. Le origini dell’arte del khachkar riconducono al periodo prescristiano, quando venivano scolpiti i vishap (drago), pietre monumentali di culto a forma di steli collocate vicino alle fonti d’acqua.“È sorprendente scoprire come ognuno dei simboli nazionali dell’Armenia sia diventato e si siano influenzato a vicenda nel processo di sviluppo storico” sottolineano dallo State Tourism Committee dell’Armenia.

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Armenia: autorità Erevan chiedono a Repubblica Ceca estradizione nipote ex presidente Sargsyan (Agenzianova 04.01.19)

Erevan, 04 gen 13:59 – (Agenzia Nova) – I documenti necessari per l’estradizione del nipote dell’ex presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan, sono stati inviati alle forze dell’ordine della Repubblica Ceca. Lo riferisce il direttore del dipartimento per le pubbliche relazioni dell’ufficio del Procuratore generale armeno Arevik Khachatryan, citato dall’agenzia “Armenpress”. “I documenti richiesti per l’estradizione sono stati inviati dall’ufficio del procuratore generale e agli organi preposti all’applicazione della legge della Repubblica Ceca il 28 dicembre”, ha detto Khachatryan. In base alla Convenzione europea di estradizione, la persona arrestata può rimanere in detenzione preventiva per un massimo di 40 giorni, e se in tale periodo non viene presentata la domanda di estradizione, le autorità possono rilasciare il detenuto. Il periodo di estradizione scade a metà gennaio. (segue) (Res) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Da Teheran gli auguri per il nuovo anno. Vescovo armeno: In Iran c’è libertà di culto (Asianews.it 03.01.19)

Teheran (AsiaNews/agenzie) – Nel messaggio di auguri per il nuovo anno che si è appena aperto, il ministro iraniano degli Esteri Mohammad Javad Zarif – artefice dello storico accordo sul nucleare (il Jcpoa) del 2015 sconfessato da Trump – augura “la pace per tutto il pianeta”. Rivolgendosi ai cittadini e ai leader mondiali, il capo della diplomazia di Teheran auspica una azione comune contro “il terrorismo, le guerre e la fame nell’anno 2019”.
In un post rilanciato su twitter, Zarif afferma di sperare “in un Nuovo Anno felice, sano e pacifico”. Il leader iraniano dice inoltre di pregare perché nessun uomo, donna o bambino innocente debba perdere la propria vita a causa della fame, dei conflitti o del terrorismo.
In precedenza era stato lo stesso presidente Hassan Rouhani a rivolgere un messaggio di auguri ai leader mondiali e ai cristiani iraniani per l’inizio del 2019, dicendosi fiducioso che il mondo possa crescere “il welfare e la prosperità” mediante uno sforzo collettivo. In occasione del Capodanno, egli ha quindi incontrato i parenti del martire armeno iraniano Alfred Gabri e del veterano di guerra Hasou Keshish Danilian.
Il capo di Stato ha ringraziato la comunità armena iraniana per il suo contributo in un’ottica di mantenimento della sicurezza nazionale. “Oggi – ha detto Rouhani – sono pronti a ulteriori sacrifici e questo è davvero ammirevole”. Egli ha quindi sottolineato che i musulmani considerano Gesù Cristo e la Vergine Maria come figure sacre e ha esaltato gli armeni – la più importante minoranza religiosa del Paese – per quanto fatto durante la Rivoluzione islamica del 1979 e la guerra con l’Iraq fra il 1980 e il 1988.
In Iran vivono fra i 300mila e i 500mila cristiani, in maggioranza armeni, assiri e caldei. I cristiani hanno rappresentanti in Parlamento (Majlis) che godono degli stessi diritti e rappresentatività dei loro colleghi musulmani. Ieri il vescovo Sipan Kashjian, leader degli armeni a Isfahan e nel sud dell’Iran, ha ricordato la libertà religiosa di cui godono i cristiani del Paese. “A dispetto della propaganda occidentale – ha dichiarato – i fedeli delle diverse religioni godono di completa libertà di culto e possono praticare in piena libertà e autonomia”. “Spero che il nuovo anno – ha concluso – possa portare maggiore conoscenza e consapevolezza nel mondo sull’Iran”.

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