Armenia, il nuovo presidente Sarkisian ha prestato giuramento (Askanews – Euronews 09.04.18)

Armenia: c’è il nuovo presidente, e rimane anche l’ex (Osservatorio Balcani e Caucaso 09.04.18)

Era il dicembre del 2015 quando un referendum costituzionale decretava la trasformazione dell’Armenia da repubblica semi-presidenziale a parlamentare. Due anni dopo le elezioni portavano alla formazione di una nuova maggioranza, sempre dominata dal Partito Repubblicano. Ad inizi del marzo 2018 si è poi svolto il voto per il nuovo presidente. Un’elezione sui generis per almeno due motivi: perché per la prima volta il presidente è stato votato dall’Assemblea nazionale (e non dall’elettorato) e perché Armen Sargsyan, il candidato espresso dal Partito repubblicano, ha corso da solo. Questo perché, per nominare un candidato, si devono avere almeno ¼ dei seggi in parlamento e di quei numeri poteva disporre solo la maggioranza. Il 2 marzo l’Assemblea ha votato Sargsyan con un solido 85% di preferenze, non senza l’appoggio di una parte dell’opposizione.

La fine dell’era Sargsyan I?

Nel corso del mese di aprile il nuovo presidente entrerà in carica e si formerà un nuovo governo. Finisce così il decennio della presidenza Serzh Sargsyan (che non ha relazioni di parentela con il nuovo presidente, ndr), inaugurato nel 2008 con il sangue, fra le proteste che avevano caratterizzato il dopo-voto, e certo non privo di colpi di scena.

Due i grandi eventi di politica estera: l’ingresso a sorpresa nell’Unione Eurasiatica, annunciato da Sargsyan a Mosca, che ha implicato il ritiro del paese dagli accordi di associazione con l’Unione Europea, strappo solo recentemente sanato. Poi nel 2016 la così detta guerra dei 4 giorni con scontri lungo il confine del Karabakh di intensità ben superiore a quelle che sono ormai le continue violazioni del cessate il fuoco.

In politica interna due gli elementi principali: continuità di potere da un lato e stagnazione economica dall’altro. Un quadro in cui si sono insinuate crepe culminate in due crisi: la BaRevolution, crisi post-elettorale al rinnovo del mandato presidenziale e la crescente mobilitazione civile su questioni economico-sociali, il cui apice è stata ElecricYerevan.

Un decennio intenso, ma è davvero finito? Al tempo della riforma costituzionale molti avevano ipotizzato che Sargsyan avrebbe cercato un nuovo mandato di peso candidandosi a primo ministro, una volta terminati i due incarichi presidenziali. Insomma, sul modello russo del tandem Putin-Medvedev. Nel caso andrebbe a sostituire l’attuale primo ministro, Karen Karapetyan, scelto come “volto nuovo”. Un giovane che ha alle spalle due anni di cooperazione con Sargsyan ed è una sua figura di fiducia.

Un subentro come primo-ministro non è da escludere anche perché l’Armenia ha una peculiarità tutta sua nello spazio post-sovietico: è il paese dove gli ex presidenti riescono a rimanere nel paese dopo aver terminato l’incarico, e non solo rimangono ma continuano a svolgere attività politica. L’elezione a primo ministro però rischierebbe di esporre Serzh Sargsyan alle critiche di chi affermava che la riforma costituzionale era fatta su misura per lui. Il presidente uscente potrebbe accontentarsi di controllare il paese attraverso il controllo del partito di maggioranza, il Partito Repubblicano.

Il paese dove l’ex presidente rimane, anche vivo

Esclusi i paesi baltici, nell’ex URSS di norma non si rimane da ex presidenti. Una serie di presidenti in fuga (dall’Ucraina al Kyrgyzstan e alla Georgia), si alternano ad altri il cui incarico è terminato con il loro decesso. Questo fenomeno è legato alla lunghezza dei mandati ottenuti a causa di varie manipolazioni costituzionali, all’assenza di alternanza, al fatto che la fine effettiva dei mandati sia spesso caratterizzata da gravi crisi politiche o da vicende giudiziarie.

L’Armenia fa però eccezione, con ben due ex presidenti, Levon Ter-Petrosyan e Robert Kocharyan, che sono rimasti nel paese a scadenza di mandato e hanno continuato in modo più o meno istituzionalizzato la propria attività politica. A questi si aggiunge ora Serzh Sargsyan.

Come i suoi predecessori ha costruito il suo potere nel proprio partito e nello stato, e una evidente forma di consolidata negoziazione all’interno dell’élite dominante gli permette ora di rimanere nel paese a coltivare quanto costruito in questi anni al timone dell’Armenia. Sinergie fra i massimi poteri dello stato – non necessariamente virtuose – e la continuità di potere garantita da un passaggio di consegne e incarichi che dura ormai da due anni, fa sì che non siano all’orizzonte scenari che mettano a rischio Sargsyan, il suo prestigio nel paese e soprattutto il suo controllo del Partito Repubblicano.

Nel frattempo, lontano dal timore di drammi improvvisi, Serzh Sargsyan ha chiuso la serie dei propri incontri diplomatici a Roma, dove il 5 aprile scorso ha incontrato il Papa. Un’agenda dedicata alle crisi regionali, ai rapporti fra l’Armenia Apostolica e il Vaticano e alla condizione dei cristiani nelle zone di guerra. E poi l’inaugurazione nei giardini vaticani di una statua dedicata a San Gregorio di Narek , mistico armeno dal 2015 dichiarato dottore della Chiesa Cattolica, proprio per volere di Papa Francesco. Papa che ha conquistato popolarità in Armenia parlando apertamente di genocidio armeno.

Intanto, Sargsyan II

Il quarto presidente armeno, Armen Sargsyan, non è parente del presidente uscente Serzh Sargsyan. Il neopresidente non appartiene a nessun partito, come da nuova disposizione costituzionale ed ha sviluppato la propria carriera politica prevalentemente all’estero. Primo ministro nel biennio 1996-97, è stato poi ambasciatore per ben tre volte nel Regno Unito (dal 2013), dove si trovava quando ha preso forma la sua candidatura nelle fila del Partito Repubblicano, con il sostegno dell’alleato di coalizione, la Federazione Rivoluzionaria Armena.

Proponendo una figura ben nota a Londra, il presidente uscente ha dato segno di voler continuare a coltivare i rapporti con l’Occidente. D’altra parte, Armen Sargsyan, ha anche buone relazioni in Russia e in Kazakistan.

Il Kazakistan rappresenta un nodo non facile per l’integrazione dell’Armenia nell’Unione Eurasiatica. L’interscambio fra i due paesi è praticamente nullo e Astana si è resa protagonista di uno sgambetto nel 2016: nel pieno della crisi bellica con l’Azerbaijan nel 2016 ha rifiutato un incontro organizzato a Yerevan adducendo questioni di sicurezza e non assicurando così il proprio pieno sostegno al partner nell’Unione, palesando posizioni filo-azere.

Sargsyan II non avrà comunque il peso politico del suo omonimo: eletto indirettamente, ha una funzione più cerimoniale che politica. Anche rispetto ad altre repubbliche parlamentari è una figura istituzionalmente debole. Nella veste di presidente, Sargsyan potrà ad esempio solo sollevare questioni di costituzionalità di una legge, ma non rinviarla all’Assemblea. E non sarà comandante supremo delle Forze armate, che fanno capo al governo. Infine ha diritto a un solo mandato di 7 anni, non rinnovabile. Il vero timone sarà altrove, e Sargsyan I rimane in loco per raccogliere la propria eredità, come eminenza grigia o attraverso nuovi incarichi istituzionali.

 


Armenia: giura il nuovo Presidente “sui generis” (Euronews 09.04.18)

Ha prestato giuramento il nuovo presidente armeno Armen Sarkisian, le cui funzioni sono diventate ampiamente protocollari, dopo una revisione costituzionale che non è piaciuta all’opposizione.

Un’elezione sui generis: primo perché per la prima volta il presidente è stato votato dall’Assemblea nazionale (e non dall’elettorato) e secondo perché il candidato espresso dal Partito repubblicano ha corso da solo.

Il nuovo presidente entrerà in carica nel corso del mese di aprile e si formerà un nuovo governo. Finisce così il decennio della presidenza Serzh Sargsyan inaugurato nel 2008 con il sangue, fra le proteste che avevano caratterizzato il dopo-voto.

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Armenia, il nuovo presidente Sarkisian ha prestato giuramento (Askanews 09.04.18)

E’ il primo eletto dopo la fine del suffragio universale

Erevan (Armenia), 9 apr. (askanews) – Il nuovo presidente armeno Armen Sarkisian, le cui funzioni sono diventate ampiamente protocollari, dopo una revisione costituzionale che non è piaciuta all’opposizione, ha prestato giuramento davanti al parlamento di questo piccolo Paese caucasico, ex membro dell’Urss.

In precedenza ambasciatore armeno in Gran Bretagna, Sarkisian, 64 anni, è stato eletto presidente dai deputati all’inizio di marzo. Ha prestato giuramento durante una sessione straordinaria e ha ricevuto la benedizione del patriarca della chiesa armena Karekin II.

Sarkisian è il primo presidente eletto dopo l’abbandono del suffragio universale nel 2015, deciso assieme alla trasformazione dell’Armenia in Repubblica parlamentare, dove il potere reale è ormai nelle mani del primo ministro. (fonte afp)

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Turchi, sterminio degli armeni e guerra ai curdi (Giornaledibrescia 09.04.18)

L’ottimo articolo di Claudio Gandolfo, pubblicato sul GdB del 27 marzo, titolato «Il Sultano Erdogan e lo sterminio dei Curdi» improvvisamente mi fa ritornare in mente ed alla ribalta il popolo armeno ed il suo genocidio, elementi principali di una disputa piuttosto aspra tra il papa Francesco di Roma e le più alte autorità turche. Ed il motivo del contendere, quel genocidio di armeni del 1915 denunciato da Papa Bergoglio, negato come una bestemmia dal governo turco e dal suo dittatore, tra il silenzio connivente dell’Italia e dell’Europa. Parlando di Armeni va chiarita la fisionomia di un popolo cristiano nei secoli, inserito in un mare musulmano, caratterizzato da uno spirito indipendente e da una propria specifica cultura. S

ono queste sue particolari caratteristiche religiose e culturali che provocano nel tempo le feroci persecuzioni da parte dell’Impero Ottomano. Le prime dure discriminazioni portano il nome del Sultano Abdul Hamid II, che nella parte di Armenia ancora sotto Costantinopoli (l’altra era russa in Azerbaigian) promuove tra il 1895 ed il 1897 una feroce repressione che porta alla eliminazione di 200mila armeni, costringendone altri 400mila ad emigrare in Russia, primo esempio di pulizia etnica cui l’Europa assiste con sovrana indifferenza.

Nel 1908 sale al potere in Turchia un governo formato da giovani ufficiali, chiamati i Giovani Turchi, per cercare di trasformare il Paese in una nazione moderna. Costoro danno vita al partito Unione e Progresso, che contempla di trasformare l’ex impero in una federazione di popoli. Al contrario invece, nel 1909 la violenza contro gli Armeni riesplode con lo sterminio organizzato a tavolino da Unione e Progresso, di circa 30mila armeni di Cilicia.

Ma anche per questo governo il problema armeno è tutt’altro che risolto, perché lo spirito d’indipendenza, malgrado i massacri e le stragi è rimasto intatto nei superstiti. In quegli anni la situazione della Turchia si fa avvilente: sono ferite dolorose e mai rimarginate la perdita della Libia e le isole dell’Egeo a causa della guerra persa con l’Italia nel 1912, e l’Albania e Macedonia in conseguenza della Prima Guerra balcanica. Di conseguenza aumenta ancor più l’odio verso la minoranza armena ritenuta a torto responsabile di complicità coi compatrioti emigrati in Russia ritenuti nemici della Turchia.

In quest’ottica va citato il massacro del dicembre del 1914 quando decine di migliaia di armeni, uomini, donne, bambini vengono massacrati a Van nel corso di una ritirata dal fronte russo. Ed è soltanto l’anticipo del progetto di totale annientamento del popolo armeno programmato da Unione e Progresso. Ne dà un ampio resoconto Corrado Patera nel suo studio sul popolo armeno in Quaderni di storia del 2005.

«Il 28 aprile del 1915 iniziò il progetto di annientamento deciso da anni da Unione e Progresso, si organizzò una struttura paramilitare denominata Organizzazione Speciale, e squadre irregolari, i techete, ovvero detenuti per omicidio scarcerati per essere addestrati a compiere le azioni più infami. L’Aghet, in lingua armena «catastrofe», comportò innanzi tutto il disarmo dei valorosi soldati armeni inquadrati nell’esercito turco e poi sistematicamente eliminati: poi la deportazione dell’élite armena da Costantinopoli verso l’Anatolia e massacrata lungo il suo calvario.

Tra maggio e lugio del 1915 gli armeni di 7 province ad Est vengono eliminati: gli uomini torturati ed eliminati sul posto, donne e bambini deportati verso il deserto e fatti morire di fame, o uccisi proprio dai curdi. Scompaiono tutti gli armeni dell’Anatolia, della Cilicia, vengono uccisi quasi 2,5 milioni di armeni, e peggio della morte, ragazzini vengono venduti come schiavi ed una parte rieducati come veri musulmani ed altri ceduti ad omosessuali a loro piacimento; le ragazzine marchiate a fuoco (ma anche i bimbi) e destinate a bordelli arabi. Resoconti di molti eccidi vengono registrati dalle diplomazie tedesche, americane, svedesi ed italiane. Viene svuotato un intero territorio, duemila chiese, cappelle e scuole armene in Anatolia non ne resta più traccia».

Direttore, questi i principali fatti conosciuti, pur in una obbligata sintesi e come previsto la querelle tra Vaticano e governo turco ha fatto riesplodere con forza avvelenandolo il principale problema, cioè l’entrata turca nell’Unione Europea, prendendo in contropiede il lavoro diplomatico. Ed un fatto, caro direttore, non olet pecunia, e noi Europa pagando il governo di Erdogan oggi, in ciò che sembra una nemesi, perché tenga lontano dall’Europa continentale profughi e migranti, ci sentiamo a posto.

Ma il Vecchio continente non tiene conto che con la Turchia e con quel sultano, potrebbero entrare in Europa 80 milioni di musulmani. Con tutto ciò che potrebbe comportare a medio o lungo termine una guerra di religione, che già sta invadendo interi continenti, a piccoli o grandi colpi. Anche se sono in pochi, tra i responsabili dei governi occidentali a rendersene conto, od in alternativa, rimandando ad un indefinito domani l’acquisizione della realtà.

Ed intanto a prezzo di 500mila nuovi morti, i curdi dopo essere stati la punta di diamante della lotta all’Isis, come accadde per gli armeni, vengono massacrati da un paese della Nato, nel silenzio più totale.

// Gianluigi Pezzali
Salò

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Italia-Armenia: Mattarella invia messaggio a nuovo presidente armeno Sarkissian (Agenzianova 09.04.18)

Roma, 09 apr 12:15 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al nuovo capo dello Stato armeno, Armen Sarkissian, un messaggio di congratulazioni. “In occasione del suo insediamento alla presidenza della Repubblica di Armenia desidero porgerle, a nome del popolo italiano e mio personale, cordiali felicitazioni e sentiti auguri di successo nello svolgimento del suo alto mandato”, si legge in un comunicato stampa diramato dal Quirinale. “I nostri paesi hanno saputo promuovere – nel solco degli antichissimi legami tra i nostri popoli – relazioni sempre più intense, in ambito culturale, sociale, politico ed economico. La feconda interazione tra le nostre società civili, sostenuta da una presenza armena in Italia particolarmente qualificata e operosa, ha contribuito a questo processo. Sono certo che sotto la sua guida l’Armenia continuerà nel suo percorso di crescita, avvalendosi pienamente anche delle opportunità offerte dal quadro di collaborazione con l’Unione europea, che l’Italia sostiene con convinzione. Con questo spirito – e con la speranza di incontrarla prossimamente a Erevan – rinnovo i più sinceri auguri di benessere per la sua persona e di prosperità per l’amico popolo armeno”, si conclude il messaggio di Mattarella.
(Com)

Armenia, il nuovo presidente Sarkisian ha prestato giuramento (Askanews 09.04.18)

Erevan (Armenia), 9 apr. – Il nuovo presidente armeno Armen Sarkisian, le cui funzioni sono diventate ampiamente protocollari, dopo una revisione costituzionale che non è piaciuta all’opposizione, ha prestato giuramento davanti al parlamento di questo piccolo Paese caucasico, ex membro dell’Urss.

In precedenza ambasciatore armeno in Gran Bretagna, Sarkisian, 64 anni, è stato eletto presidente dai deputati all’inizio di marzo. Ha prestato giuramento durante una sessione straordinaria e ha ricevuto la benedizione del patriarca della chiesa armena Karekin II.

Sarkisian è il primo presidente eletto dopo l’abbandono del suffragio universale nel 2015, deciso assieme alla trasformazione dell’Armenia in Repubblica parlamentare, dove il potere reale è ormai nelle mani del primo ministro. (fonte afp)

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I Poeti armeni uccisi dal genocidio, vivi nella fede e nella poesia (ACIstampa 08.04.18)

Questo è l’anno del genocidio armeno, durante il quale almeno un milione di persone sono state deportate e poi brutalmente uccise per volontà del regime turco. I loro nomi sono Daniel Varujan,  Siamanto’, Rupen Sevag, , padre Garabed der Sahaghian,  Harutiunian,  Hrant,  Yerukhan,  Rupen Zartarian,  Ciogurian,  Tlgadintzi,  Parseghian.  Nomi che, purtroppo,  sono quasi del tutto sconosciuti alla maggior parte dei lettori italiani, ma che rappresentano il cuore della grande, appassionata cultura armena, che in particolare nella poesia ha raggiunto i suoi esiti più alti.

Per far risuonare ancora quelle voci soffocate nel sangue, per far vibrare il limpido ritmo di quel canto interrotto,  è stata pubblicata una ricca antologia. Si intitola “Benedici questa corona di spighe. ..”, edita da Ares, è stata curata dalla Congregazione Armena Mecharista, con la collaborazione di Antonia Arslan, la scrittrice che forse più di chiunque altro, in questi ultimi anni, ha contribuito a far conoscere la verità della tragedia del popolo armeno, a partire dal suo bellissimo e commovente romanzo “La masseria delle allodole”.

Ricorda la Arslan, nel suo Invito alla lettura dell’antologia,  che “come una folgore improvvisa”, come “un terremoto inaspettato che apre voragini e scuote ogni cosa”, è giunta quella fatidica notte del 24 aprile 1915, quando furono arrestati uno dopo l’altro a Costantinopoli i principali esponenti della comunità armena che si era costituita nell’impero ottomano. “Le ombre degli scrittori assassinati sono riemerse un poco alla volta”, spiega la scrittrice, “sono diventati personaggi reali, protagonisti del racconto infinito di quella tragedia incombente che venne realizzata giorno dopo giorno,  con l’astuzia di tenere i prigionieri all’oscuro del loro destino”.

I loro versi e le pagine dei  romanzi e racconti rievocano, tra il dolore  e la sofferenza generati da un destino di oppressione e di violenza – i massacri di armeni non sono certo iniziati  nel 1915 –  un mondo straordinario spazzato via: quello dei villaggi di campagna e di montagna, delle piccole città e dei quartieri dell’antica Costantinopoli in cui gli armeni hanno vissuto creando bellezza e cultura, attraverso la forza fondante della fede cristiana,  della prima nazione cristiana della storia.

Nei versi di Varujan ( il più noto di questi letterati nel nostro Paese, grazie alle bellissime traduzioni curate dalla Arslan),  di Sevag, di padre Garabed e di Hrant, di tutti coloro di cui oggi possiamo rileggere la parole, rivediamo i  contadini felici nella loro terra, anche quando diventa arida e crudele, ascoltiamo  il loro canto d’amore elevato a Dio, lo sguardo rivolto alle pietre delle chiese antichissime e adorne di fiori e di spighe,  con la speranza è la forza della preghiera.

Un’eco della preghiera armena fatta canto e poesia ora potrà riecheggiare entro le mura vaticane. Il 5 aprile, infatti, è stata inaugurata una statua di San Gregorio di Narek nei giardini vaticani, con una  cerimonia solenne alla presenza di papa Francesco,  e con incontri con il presidente del l’Armenia , Serzh Sargsyan, del Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II e il Catholicos di Cilicia,  Aram I. Un momento importante, all’insegna dell’ecumenismo, che lo stesso Pontefice ha definito “ecumenismo del sangue”.

Con un senso tangibile: quella statua dedicata al grande santo, il monaco armeno vissuto nel X secolo, proclamato proprio da Papa Francesco dottore della Chiesa e considerato tale anche dalla Chiesa apostolica armena. Leggendo i poeti nell’antologia appena pubblicata la mente potrà vagare anche tra la pace  dei giardini all’ombra del Cupolone,  sotto lo sguardo gentile del grande Gregorio e di là volare  verso le valli incantate ai piedi del monte Ararat,  dove ogni cuore armeno vuole sempre tornare. E dove ogni cuore che anela all’ infinito vorrebbe riposare.

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Salvini e Berlusconi protetti da San Gregorio l’Armeno provano a ricucire (Ilmessaggero.it 06.04.18)

CITTA’ DEL VATICANO – Meno male che Palazzo Doria Pamphili e palazzo Grazioli sono a un tiro di schioppo, divisi da una piazzetta e una viuzza di qualche decina di metri lastricata di sampietrini sghembi. Ieri sera questo breve percorso è stato provvidenziale per una operazione di ricucitura di fino, anche se più che l’arte del ricamo sembrava l’arte del rammendo a mimetizzare la brutta lacerazione politica che si era prodotta qualche ora prima tra alleati, la Lega e Forza Italia, quando Silvio Berlusconi osservando i movimenti all’orizzonte lanciava stilettate all’indirizzo di Matteo Salvini fino a fare esplodere, nel pomeriggio, la sua rabbia e una inevitabile crisi. Solo in serata, durante una cena di gala a Palazzo Doria Pamphili in onore del presidente armeno Serzh Sargsyan e dei due Patriarchi armeni, Aram I e Karenin II, arrivati a Roma per inaugurare in Vaticano con Papa Francesco una grande statua di bronzo dedicata all’eroe della cultura armena, Gregorio di Narek, sono ripartite con una grande accelerata messaggi di chiarimento e qualche schiarita. Matteo Salvini con la compagna Elisa Isoardi, era tra gli invitati selezionalissimi, seduto ad un tavolo con l’ambasciatrice Victoria Bagdassarian e uno dei suoi più stretti collaboratori, Giancarlo Giorgetti. Silvio Berlusconi da casa sua, nello studio di palazzo Grazioli, prospettava scenari, raccogliendo elementi prestando attenzione ai contributi dei suoi collaboratori. Alla cena di gala non era ancora terminato l’aperitivo organizzato dall’ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan, nella seconda sala della pinacoteca, quando sono iniziate ad arrivare telefonate al leader leghista. I primi chiarimenti, franchi e persuasivi. Poi altre precisazioni su whatsup, il cercare una via dell’uscita, il far capire le proprie posizioni, la diffidenza da placare. Le telefonate sembravano divertire la compagna Isoardi, docile e sorridente.

Gli ospiti intanto venivano fatti accomodare nella seconda sala, dove erano stati collocati i tavoli sotto una collezione di dipinti inestimabile. Deputati leghisti e pentastellati, tutti, mescolati. C’erano Manuela del Re, per esempio, o lo spin doctor Emilio Carelli. Non mancava Pierferdinando Casini, anche lui grande amico dell’Armenia e poi cardinali di peso come l’argentino Sandri e il ministro degli esteri del Papa, Gallagher reduce, al mattino, di un illuminante incontro con il presidente armeno sulla persecuzione dei cristiani, entrambi preoccupato per gli effetti negativi futuri sull’intera regione, visto che il cristianesimo ha sempre alimentato, per millenni, stabilità, crescita, aperture culturali rendendo meno monolitico l’Islam.

ll giro a vuoto delle consultazioni quirinalizie della giornata era tra i tavoli la conversazione costante. Inevitabile. Curiosità e voglia di avere particolari sul rebus governativo. Così spesso gli occhi degli ospiti correvano ad uno dei tavoli centrali dove Salvini e Giorgetti si scambiavano impressioni. Tra il primo e il secondo, mentre i camerieri stavano servendo dei filetti alla spigola con fagiolini e patate lesse, Giorgetti si è congedato, alzandosi improvvisamente. Era appena stato investito del compito di andare a Berlusconi, a palazzo Grazioli. L’uomo del dialogo aveva in mano la missione impossibile di rammendare un tessuto piuttosto lacerato nei duecento metri che separavano i due palazzi nobiliari. Ancora una volta le dimore patrizie dove storicamente si costruivano e disfacevano destini, tornavano al centro di snodi politici, stavolta in chiave 2.0. Uno dei vescovi armeni presenti, arrivato per assistere alla inaugurazione nei giardini vaticani della una grande statua di San Gregorio di Narek – simbolo della cultura millenaria dell’Armenia, una specie di Dante Alighieri – svelava ai commensali una suggestiva leggenda. L’opera poetica più famosa di Narek, le monumentali Lamentazioni – studiate a scuola da ogni studente armeno- vengono anche usate da chiunque abbia grandi desideri da raggiungere. Basta mettere il Libro delle Lamentazioni sotto il cuscino la notte, prima di addormentarsi, e c’è da stare sicuri che il potentissimo San Gregorio l’Illuminatore interviene in sogno per indicare la via migliore al richiedente. Chissà se anche Salvini, ascoltando la leggenda, ha seguito la via maestra di queste tradizioni secolari. Una illuminazione

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Ambasciatore Minassyan: San Gregorio di Narek, un ponte tra due mondi (Acistampa.it 06.04.18)

San Gregorio di Narek è un “ponte tra due mondi”, un simbolo dell’ecumenismo del sangue sperimentato dal popolo armeno, e la testimonianza che “nonostante tutto, gli armeni ci sono”. Mikayel Minassyan, ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede, spiega così il senso della statua di San Gregorio di Narek inaugurata il 5 aprile nei Giardini Vaticani.

Una statua di San Gregorio di Narek nei giardini vaticani. Quanto è importante questo evento per l’Armenia?

È molto importante per l’Armenia, è molto importante per il popolo armeno, ed è molto importante per tutti i cristiani. È importante per l’Armenia perché San Gregorio di Narek è l’autore della Costituzione spirituale dell’Armenia e del popolo armeno. È importante per tutto il popolo armeno perché San Gregorio di Narek, tre anni fa, è stato nominato dottore della Chiesa da Papa Francesco, ed è l’unico vero dottore della Chiesa dal punto di vista ecumenico, perché non è cattolico e non è mai stato mai membro di una Chiesa in linea con la Chiesa romana. Perciò, è simbolo di un ecumenismo totale.

Papa Francesco ha definito gli armeni “fratelli fondati sull’ecumenismo del sangue”. Quanto è reale questa immagine?

Il nostro sangue è stato versato per la fede cristiana, e ancora San Gregorio di Narek è il simbolo di tutto ciò, la sua vita racconta che nonostante tutto gli armeni, il pensiero e la cultura armena ci sono. Ed è il simbolo della distruzione e del genocidio, perché il monastero Narek, dove Gregorio lavorava e viveva, non c’è più, neanche la tomba del santo c’è più: è stata infatti distrutta durante il genocidio degli armeni.

Da dove è nata l’idea di portare la statua di San Gregorio di Narek nei giardini vaticani?

San Gregorio di Narek non è solo un teologo e un mistico illustre. È soprattutto presente nella vita quotidiana degli armeni. Non è solo un modo di dire: il Libro delle Lamentazioni, il suo capolavoro, ancora oggi si usa come un libro per curare i malati. Se lei entra negli ospedali armeni, vedrà vicino ai letti di quasi tutti i malati questo libro. La metà degli armeni non capiscono l’armeno classico nel quale è scritto il libro di San Gregorio di Narek, però lo usano come una medicina, una medicina spirituale, ma anche una medicina fisica.

È per questo che il presidente ha pensato di regalare al Papa una statua di San Gregorio di Narek?

Il presidente Sargsyan ha pensato molto a come ringraziare Papa Francesco donando qualcosa di molto simbolico, e ha chiesto ad un illustre scultore armeno, David Yerevantsi, di creare una piccola statua di San Gregorio di Narek. La statua è riuscita molto bene, ed è molto piaciuta al presidente. Questi, quando ha dato il dono al Santo Padre, ha detto: “Santità, questa è una piccola raffigurazione di San Gregorio di Narek, questo è un dono da parte di tutti noi, tutti gli armeni a lei, e speriamo un giorno di vedere la grande statua a Roma in Vaticano”. Papa Francesco ha guardato la statua e ha detto: “Mi piace molto. Sia la statua che l’idea”. E abbiamo cominciato a lavorare sulla realizzazione del desiderio di Papa Francesco e del presidente.

Armenia e Santa Sede hanno relazioni diplomatiche ormai da 25 anni. Questo rapporto quanto si è stretto negli?

È un rapporto molto importante per tutti noi. È un rapporto che dura da 25 anni, e allo stesso tempo da più di 1700 anni. È un rapporto tra due entità come Santa Sede e la Repubblica di Armenia, ma tra due anche mondi, il mondo armeno e il mondo cattolico. Infatti, alla cerimonia di inaugurazione della statua c’erano il presidente Sargsyan come presidente dello Stato armeno, ma anche il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, il Catholicos di grande casa di Cilicia, Aram I, e il patriarca armeno cattolico Giovanni Pietro XX. È stato un ritrovo tra gli armeni e la Santa Sede.

Sul piano concreto, quali sviluppi può avere questo rapporto bilaterale?

È un rapporto che non riguarda solo gli armeni, ma tutti i cristiani del Medio Oriente. Noi non dobbiamo dimenticare che rappresentiamo una nazione che abita ovunque, ma soprattutto abita in una regione così importante per tutti i cristiani come il Medio Oriente. Gli armeni sono i testimoni viventi della decristianizzazione del Medio Oriente, e qua gli sforzi della Santa Sede e della Repubblica di Armenia adesso corrispondono, sono in parallelo: noi lavoriamo contro questa tendenza.

Quanto peso ha il cristianesimo in Armenia? È la prima nazione cristiana ed è rimasta cristiana nonostante l’impero sovietico, nonostante tutto, nonostante il genocidio. Perché?

Il cristianesimo fa parte della nostra identità, della nostra cultura, della nostra mentalità. Gli armeni non si chiedono perché sono cristiani. Gli armeni sono cristiani. Noi portiamo questa bandiera di essere i primi cristiani con una grande responsabilità. Siamo stati massacrati, siamo stati vittima di genocidi, però non possiamo non essere cristiani. Noi sentiamo la responsabilità di essere i primi cristiani, ma soprattutto sappiamo come essere cristiani in una regione ormai non cristiana. Noi sappiamo come convivere, non sopravvivere, ma convivere con i non cristiani. Guardate le nostre comunità in Iran, dove gli armeni sono rispettati, dove hanno il loro posto, sono cristiani, sono armeni, ma sono fieri cittadini iraniani. Guardate le nostre comunità in Libano, guardate le nostre comunità prima della guerra in Siria. Noi siamo l’esempio di come convivere con non cristiani.

Una ultima parola su San Gregorio di Narek. Come lo potremmo descrivere?

San Gregorio di Narek è un ponte. È un ponte tra la Chiesa Armena e la Chiesa cattolica. Un ponte tra due realtà, tra due mondi: quello armeno e quello occidentale. È un ponte tra Est ed Ovest. È un ponte tra terra e cielo. E noi siamo grati a Papa Francesco per aver riconosciuto l’importanza storica e il ruolo della teologia armena proclamando San Gregorio di Narek dottore della Chiesa.

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PAPA: Un nuovo padre nei giardini vaticani (Valledaostaglocal.it 06.04.18)

Si erano salutati davanti al monte Ararat, nel monastero di Khor Virap, liberando in cielo due colombe in un volo di amicizia, di fraternità e di pace. Si sono ritrovati in Vaticano la mattina di giovedì 5 aprile, nei giardini davanti al Governatorato, per l’inaugurazione della statua bronzea di san Gregorio di Narek, grande araldo della solidarietà universale. Papa Francesco e Karekin ii, catholicos di tutti gli armeni, hanno rinnovato così l’abbraccio e la preghiera comune condivisi due anni fa, nel giugno 2016, in occasione della visita del Pontefice in Armenia.

Con loro c’erano anche il catholicos della Chiesa armena apostolica di Cilicia, Aram I, il patriarca cattolico Grégoire Pierre XX Ghabroyan, di Cilicia degli Armeni, e il presidente della Repubblica d’Armenia, Serzh Sargsyan.Il vero “cerimoniere” di questo incontro è stato san Gregorio di Narek, poeta, monaco, mistico e teologo del x secolo, figura cardine della cultura e dell’universo spirituale armeni, autentico ponte tra oriente e occidente, voce di un ecumenismo che affonda le sue radici nei secoli. Papa Francesco, durante la visita del 2016, definì il suo Libro delle Lamentazioni come la «costituzione spirituale» del popolo e parlò di lui come «dottore della pace» citando stralci della sua opera, come il passo in cui scriveva: «Ricordati, Signore, di quelli che nella stirpe umana sono nostri nemici, ma per il loro bene: compi in loro perdono e misericordia. Non sterminare coloro che mi mordono: trasformali! Estirpa la viziosa condotta terrena e radica quella buona in me e in loro».

E nella messa celebrata a Gyumri definì il santo poeta — che lo stesso Francesco ha annoverato tra i dottori della Chiesa universale il 12 aprile 2015 — come «grande araldo della misericordia divina». In quell’occasione, il 25 giugno 2016, il Papa passò tra la folla per salutare la comunità cattolica locale a bordo della jeep volendo accanto a sé Karekin II per lanciare un concreto e visibile messaggio di dialogo, di pace e fraternità.Fu proprio in quel viaggio, durante la visita di cortesia al palazzo presidenziale di Yerevan, che il presidente della Repubblica Sargsyan, donando al Pontefice una piccola statua di san Gregorio di Narek, auspicò che l’immagine del mistico potesse un giorno trovare posto anche in Vaticano.

L’opera, in bronzo, è stata collocata nei giardini vaticani, alle spalle della basilica, tra la stazione e il palazzo del tribunale, lungo la strada che si affaccia sul piazzale di Casa Santa Marta. L’autore è David Erevantsi, artista di Yerevan impegnato nella preservazione delle tradizioni armene in tutto il mondo. È stata realizzata interamente in bronzo in una fonderia della Repubblica Ceca. «Che questa statua di san Gregorio di Narek sia benedetta e santificata dal segno della santa Croce e del santo Vangelo e dalla grazia di questo giorno» ha solennemente scandito Papa Francesco recitando la formula di benedizione durante la cerimonia che è divenuta occasione per un breve momento di preghiera comune.

Il Pontefice è arrivato alle 12.20 insieme all’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia. Ad affiancare il Papa sulla pedana posta di fronte alla statua ancora velata c’erano, oltre a Karekin II, ad Aram I e a Grégoire Pierre XX Ghabroyan, i cardinali Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, e Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Di lato il presidente armeno Sargsyan.

Tra i presenti, oltre alle delegazioni dei patriarchi, c’erano anche il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, l’arcivescovo Raphael Minassian, ordinario per gli armeni cattolici dell’Europa orientale, il vescovo Brian Farrell, segretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, l’ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan, e il rettore del Pontificio collegio armeno, padre Nareg Naamo.

Ad aprire il rito — diretto dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, coadiuvato dal cerimoniere Ján Dubina — è stato Papa Francesco con il segno della croce. Quindi, sette seminaristi del Pontificio collegio armeno hanno intonato un inno dedicato ai santi traduttori e dottori della Chiesa. Dopo la lettura in inglese del passo del Vangelo di Giovanni (15, 9-17) nel quale Gesù, durante l’ultima cena, affida agli apostoli il comandamento dell’amore: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni agli altri», è stata recitata, sempre in inglese, una preghiera di san Gregorio tratta dal Libro delle Lamentazioni. Eccone il testo di grande profondità teologica e bellezza poetica: «Signore, il fuoco è per te come rugiada che rinfresca, e la pioggia, come fiamma che incendia. Sei potente nel configurare la pietra come forma che ispira, ed erigere il razionale come statua che non parla e non respira.

Tu rendi degno degli onori il debitore avvilito, e chi è ritenuto puro, Tu perscrutandolo giudichi nel diritto. Chi è vicino alla morte, Tu lo dimetti nella delizia dei beni, e lo svergognato, lo fai rientrare dopo avergli unto di gioia il volto. Raddrizzi chi è condannato al precipizio delle ordure, e chi è traballante, lo stabilisci nella saldezza della roccia».

Al termine l’ambasciatore Minasyan ha scoperto la statua per la benedizione data da Papa Francesco.Subito dopo, sono stati Aram i, Ghabroyan e Karekin ii a succedersi nelle preghiere di intercessione per la pace. Il rito si è concluso con la recita comune del Padrenostro e con un abbraccio fraterno.

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In trincea con i combattenti armeni. “Difendiamo l’Europa dai jihadisti” (Lastampa.it 06.04.18)

Il rintocco della campana echeggia tra i rilievi imbruniti che incoronano Dadivank. A circa 1900 metri di altitudine, il monastero dedicato alla Madre di Dio e a Santo Stepank resiste dal 1170 ai rigidi inverni e alle minacce jihadiste, simbolo senza tempo dell’orgoglio e della resistenza del popolo del Nagorno Karabakh.

«Il Giardino nero di Montagna» è una repubblica a maggioranza armena proclamatasi indipendente, democratica e cristiana, dall’Azerbaijan islamico della dinastia Alyev (l’11 aprile qui ci saranno le elezioni e il presidente Ilham Alyev otterrà un altro mandato di 7 anni), con cui, dall’inizio degli Anni Novanta, combatte una guerra dimenticata. Ma che ha causato almeno un milione di profughi e 30 mila morti, oltre cento dei quali deceduti durante gli scontri del 2016. Un fuoco che brucia sotto le ceneri, tale da rendere uomini e donne dell’Arzach (questo il nome ufficiale armeno) un popolo in trincea.

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Le liturgie della Chiesa apostolica armena per la ricorrenza pasquale fanno dimenticare tutto questo, almeno per qualche ora. «È la prima volta che celebriamo la Resurrezione con le autorità del Nagorno qui a Dadivank», spiega il vescovo Pargev Madirosyan. Al monastero sono giunti il presidente dell’Arzach, Baku Sahakian, assieme a centinaia di persone, che hanno allestito banchetti con cibarie e la griglia per il capretto. Dadivank è a circa tre ore di auto da Erevan, le capitale armena a cui è collegata da una strada che costeggia Monte Ararat e Lago Sevan per poi inerpicarsi sulle alture dove l’unico punto di riferimento è la frontiera in stile sovietico. «Dialogare con gli azeri? – prosegue l’alto prelato -. Abbiamo rapporti col loro leader religioso, ci siamo incontrati otto o nove volte, aiutiamo la politica e la pace, ma sull’indipendenza non si transige». L’indipendenza dell’Arzach è un mantra per il suo popolo – circa 200 mila anime – sin dalla tenera età, bambini e giovani sognano di fare i poliziotti o i soldati e combattere per il loro Paese. Questa gente del resto si sente assediata, come spiega il ministro della Difesa del Nagorno, Levon Mnatsakanyan: «Ci sono jihadisti di ritorno dalla Siria che stanno ingrossando le fila azere sulla linea di confine». Non è una novità che gli stranieri si schierino con le forze di Baku, rivela il presidente, il quale denuncia anche «l’occulta regia turca».

«Anche durante la prima guerra molti stranieri, tra cui gli afghani di Hekmatyar, sono venuti qui. Oggi accade lo stesso». Sahakian ci invita a mangiare l’agnello nella sua tenda: il profumo è sublime, il sapore di più. Gli domandiamo perché nessun Paese abbia riconosciuto l’indipendenza dell’Arzach: «Vogliono presentare questo conflitto come una guerra di religione, nulla di più sbagliato. Noi combattiamo contro i terroristi». Il pensiero va poi all’Italia, presidente di turno dell’Osce che, attraverso il gruppo di Minsk, è preposta a dirimere il contenzioso del Nagorno. «Ci aspettiamo molto dall’Italia, innanzitutto una visita qui. Ogni volta che c’è un nuovo presidente viene nella regione, ma non nell’Arzach, è ridicolo visto che l’obiettivo è affrontare il problema del conflitto». Chiede poi che venga riconosciuto il loro ruolo di bastione della sicurezza di tutto l’Occidente e, ovviamente, lo status di Paese indipendente. «Abbiamo creato uno Stato democratico e una società civile, vogliamo essere parte integrante dell’Occidente, la nostra gente, le nostre lotte, i nostri martiri hanno spianato la strada al riconoscimento». I martiri appunto, di quella che da alcuni viene soprannominata la «Catalogna del Caucaso». Ma che rispetto alla regione spagnola di sangue ne ha versato tanto, soprattutto sulla linea di confine. È lì che ci dirigiamo insieme con le brigate del Nagorno. La guida è il capitano Gegham, uno dei pochi militari a parlare inglese e con una passione per Adriano Celentano. Dopo aver lasciato Stepanakert, attraversiamo Martuni e ci fermiamo nella base avanzata orientale, dove di stanza ci sono molte donne in mimetica. La marcia riprende su mulattiere dal fondo fangoso, fino alla prima linea, davanti alla terra di nessuno e sotto il tiro dei cecchini azeri.

Il fortino sembra una trincea della Prima guerra mondiale, come del resto il conflitto a bassa intensità che si trascina da un quarto di secolo. Il capitano Armen ha 25 anni, è sposato: il 2 aprile del 2016 era a difendere la posizione qui, sulla loro «linea del Piave»: «Gli azeri ci hanno aggredito noi abbiamo resistito, i combattimenti sono durati 4 o 5 giorni, non abbiamo avuto perdite in questa postazione, probabilmente abbiamo causato perdite al nemico. Alla fine li abbiamo respinti». Se dovesse accadere di nuovo? «Indosso una divisa e sono al fronte, vuol dire che sono pronto anche a morire», dice facendo scorrere la mano sul calcio del suo Seminoff di fabbricazione sovietica. «Vorremmo che la questione si risolvesse pacificamente, ma intanto siamo qui», continua, assicurando che se il nemico dovesse attaccare di nuovo, lui e i suoi uomini sono pronti a fare di questo confine la Caporetto azera.

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