La musica del Tomadini sbarca in Armenia e Georgia (Udinetoday 29.09.18)

La musica del Tomadini sbarca in Armenia e Georgia

Il Friuli e la sua musica ai confini dell’Europa. Un importante contributo della Fondazione Friuli e della Regione consentirà a studenti e docenti del conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine di portare l’eccellenza della musica italiana nelle città di Yerevan e Tbilisi. «Quattro concerti in sale straordinarie e moltissime ore di lezioni e conferenze: un’occasione unica per i nostri studenti di fare un’esperienza di studio e di produzione internazionale. È un’opportunità eccezionale per far conoscere il nostro conservatorio e il nostro territorio nel mondo.» Così il Direttore del Tomadini, Mo. Virginio Zoccatelli, descrive il progetto che vedrà coinvolti in compartecipazione i conservatori di Yerevan e Tbilisi. E continua: «Abbiamo impostato il viaggio in modo che la musica sia centro ed occasione di un proficuo scambio artistico, umano e culturale tra i nostri studenti e docenti e quelli delle istituzioni dei paesi ospitanti. Tutto il conservatorio di Udine ha collaborato alla definizione di questo progetto e alla sua realizzazione. Condivideremo poi l’esperienza con un documentario, una testimonianza del Friuli e della sua musica nel mondo. Ciò non sarebbe stato possibile senza il contributo della Fondazione Friuli, che da subito ha mostrato un’attenzione particolare al nostro progetto e ci ha permesso di concretizzarlo

Diciannove gli studenti in viaggio e con loro dieci docenti. Porteranno in Armenia e Georgia anche trascrizioni e nuove composizioni ad opera di molti dei loro compagni compositori. Tra i docenti coinvolti Glauco Venier, orgoglio udinese della scena jazz internazionale, il sassofonista Alfonso Deidda, i docenti di canto lirico Paoletta Marrocu ed Emanuele Giannino, l’oboista Sandro Caldini e i compositori Mario Pagotto e Giovanni Albini, quest’ultimo delegato alle relazioni del Tomadini e coordinatore del progetto. «Ogni concerto vedrà la collaborazione di studenti e docenti delle istituzioni coinvolte», precisa Albini, «l’idea è quella di fare musica insieme, senza confini.» Marco Somadossi, docente di strumentazione per banda presso il nostro Istituto, dirigerà gli ensemble. E il docente di tecniche della ripresa e della registrazione audio del Tomadini Andrea Carli, fidato collaboratore di Riccardo Muti e Keith Jarret, coordinerà le riprese e la documentazione sonora.

Il progetto nasce grazie ad una Convenzione che è stata sottoscritta tra il Conservatorio di Udine e la Fondazione Friuli il 24 settembre di quest’anno, che aveva proprio lo  scopo promuovere l’internazionalizzazione dell’attività degli studenti e dei docenti.

La Georgia e l’Armenia negli ultimi anni si stanno sempre più affacciando sulla scena europea, favorendo scambi culturali e commerciali e inserendosi passo a passo nelle dinamiche europee. Con il suo progetto il conservatorio di Udine si inserisce in questo processo, garantendo un posto in prima fila al Friuli ai confini dell’Europa.

4 concerti:

  • il 4 Ottobre alle 19:00 presso la Concert Hall del Conservatorio di Yerevan nel quale saranno presentati alla delegazione italiana strumenti e musiche della tradizione popolare armena;
  • il 5 Ottobre alle 19:00 presso la Concert Hall dell’Aram Khachatryan Museum di Yerevan su musiche composte o trascritte dai compositori del conservatorio di Udine, eseguite da un’orchestra da camera di studenti e docenti dei due conservatori;
  • l’11 Ottobre alle 21:00 una jam session in un jazz club di Tbilisi, condotta dal rettore e sassofonista del Conservatorio di Tbilisi Reso Kiknadze e dai docenti del Tomadini Glauco Venier e Alfonso Deidda con gli studenti del conservatorio di Tbilisi;
  • il 12 Ottobre alle 18:00 presso la Recital Hall del conservatorio di Tbilisi su musiche composte o trascritte dai compositori del conservatorio di Udine, eseguite da un’orchestra da camera di studenti e docenti dei due conservatori.

 

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L’arte contemporanea si respira al castello di Govone (Gazzettadalba.it 29.09.18)

ESPOSIZIONE L’Art site fest sarà inaugurato oggi, sabato 29 settembre alle 17.30 nel castello di Govone e si potrà visitare sino a domenica 25 novembre.

Le più belle residenze storiche del Piemonte ospiteranno un percorso attraverso i linguaggi della contemporaneità, tra fotografia, scultura, pittura, teatro e musica. Nel circuito sarà coinvolto anche il castello di Govone che, da tempo, guarda all’arte, alla cultura e alla promozione del territorio senza tralasciare il giardino di rose antiche, e dunque la botanica. Insieme alla reggia di Venaria, la palazzina di caccia di Stupinigi, il castello Cavour di Santena, il Museo egizio, palazzo Madama, palazzo Chiablese, palazzo Biandrate e casa Martini a Torino, coinvolgerà artisti provenienti da diversi Paesi come Italia, Germania, Giappone, Argentina, Cina, Corea, Israele, Austria, Turchia, Armenia, Spagna, Slovenia, Serbia, Grecia, Canada, Libano, Bosnia Erzegovina, Iran, Russia e Ucraina, che presenteranno le loro ricerche con lavori realizzati appositamente per le sedi scelte.

Luca Malvicino, presidente dell’associazione Govone residenza sabauda commenta così il festival che, alla quarta edizione coinvolge 52 artisti con oltre 160 opere: «Si tratta di una grande esposizione di arte contemporanea che si inserisce nell’idea di caratterizzare il castello di Govone come polo culturale in grado di connettere due realtà riconosciute patrimoni dell’Unesco come i Paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato e le residenze sabaude».

Ogni edizione di Art site fest ha un paese ospite che per quest’anno è l’Armenia: cinque giovani autori ci restituiranno un panorama tra poesia, pittura e fotografia delle attuali tendenze artistiche nel Paese caucasico.

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Armenia: ministro Esteri Mnatsakanyan incontra segretario generale Osce Greminger a New York (Agenzianova 28.09.18)

Armenia: ministro Esteri Mnatsakanyan incontra segretario generale Osce Greminger a New York
Erevan, 28 set 16:06 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri armeno, Zohrab Mnatsakanyan, ha incontrato a New York il segretario generale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), Thomas Greminger, nel quadro della 73ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”, aggiungendo che, durante i colloqui, è stata discussa una serie di questioni inerenti alle attività dell’Organizzazione nella regione. Le due parti, inoltre, hanno parlato della loro collaborazione nell’ambito del programma “Cooperazione con l’Armenia”. (Res)

I mille anni di San Miniato: con la musica armena di Tigran Mansurian e l’ORT (Met 27.09.18)

Domani giovedì 27 e venerdì 28 settembre (ore 21.00, ingresso libero), appuntamento con l’ORT e le celebrazioni del Millenario di San Miniato al Monte. Tra le mura della Basilica risuoneranno le musiche di Tigran Mansurian tra cui la prima assoluta dell’opera “Seven Prayers” scritta dall’autore armeno su commissione dell’Abbazia e dedicata a Papa Francesco.

Domani l’atteso appuntamento dell’ORT, inserito nel cartellone degli oltre 50 eventi dedicati alla celebrazione dei 1000 anni dell’Abbazia di San Miniato al Monte. Il calendario è stato inaugurato il 27 aprile scorso, giorno in cui 1000 anni fa il vescovo fiorentino Ildebrando recuperò fra le rovine della precedente chiesa carolingia le reliquie del martire Miniato, un esule armeno ucciso nel 250 dai soldati dell’imperatore Decio, e le collocò più dignitosamente in un altare destinato a diventare la prima, vera pietra di fondazione di una nuova Basilica romanica.

All’interno della Basilica, l’Orchestra della Toscana si esibirà un momento musicale di straordinaria importanza che ribadisce il legame fra San Miniato al Monte e l’Armenia, con le musiche del più grande autore armeno contemporaneo, Tigran Mansurian. La sua musica riflette il patrimonio della tradizione musicale venerabile armena, che risale a più di mille anni fa e spazia dalle melodie di canto medievale ecclesiastico a sistemi scalari specifici e forme musicali. Le sue composizioni sono un’interessante miscela di musica d’arte armena e tradizioni popolari, con melodie luminose ed espressive e squisita tonalità impressionistica.

Il concerto si apre con l’opera Confessing with Faith scritta nel 1998 per la violista Kim Kashkashian e le quattro voci del British Hilliard Ensemble. A seguire la prima esecuzione assoluta di Seven Prayers, una nuova composizione musicale commissionata dall’Abbazia per omaggiare il santo protomartire fiorentino di nascita armena, San Nerses Shnorhali, Catholicos degli Armeni (1102-1173). Con questa opera Mansurian prosegue il lavoro iniziato con “Confessing with Faith”, traendo ispirazione dalla raccolta di orazioni del poeta, musicista e capo religioso del 12.mo secolo, San Nersete detto il “Grazioso” (come recita in armeno il nome Shnorhali). Le 24 preghiere – una per ogni ora del giorno – sono state tradotte nei secoli in greco, latino (Fide Confiteor), italiano e in altre ventinove lingue.
Nel 1994 Mansurian inizio` il lavoro selezionando, per poi metterle in musica, le prime sette preghiere della raccolta, e denominando il brano con il famoso incipit iniziale “Confessing with Faith” (In fede confesso), pubblicato nel 1998. Mentre per la commissione dell’Abbazia, ha arrangiato le successive orazioni, dalla 8 alla 14, confezionando una composizione per baritono, coro e orchestra, dedicata a Papa Francesco Bergoglio. Durante i quattro anni di scrittura di quest’opera, Mansurian ha cercato di avvicinarsi all’ispirazione che conduceva i grandi maestri medievali nel dare vita al “pensiero in musica” che si eleva ai riti cerimoniali, provando a concretizzare tale maestria nel pensiero musicale odierno: “[…] così facendo ho dovuto apprendere nuovamente il processo di trasformazione dalla monodia alla polifonia, dal canto rituale alla scrittura compositiva, e dalla Chiesa alla sala da concerto”.

Tra i protagonisti della serata Stefano Zanobini, prima viola dell’ORT, i cantanti Giulia Peri, Giovanni Biswas, Paolo Fanciullacci, Gabriele Lombardi de L’Homme Armé e il Coro della Cattedrale di Siena “Guido Saracini” condotto da Lorenzo Donati. Sul podio a guidare orchestra e solisti sarà compito di George Pehlivanian, direttore libanese cresciuto a Los Angeles, formatosi sotto la guida di Pierre Boulez e Lorin Maazel.

Entrambi i concerti sono a ingresso libero, fino a esaurimento dei posti disponibili. Non sono previste prenotazioni.

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Una memoria millenaria in mostra: l’Armenia al Metropolitan di New York (Rainews.it 27.09.18)

Una memoria millenaria in mostra: l’Armenia al Metropolitan di New York Inaugurata al Metropolitan Museum di New York una mostra sull’Armenia che rimarrà aperta sino al 13 gennaio prossimo. Il servizio di Dario Laruffa

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Nagorno-Karabakh , diplomatici armeni e azeri riprenderanno i colloqui a ottobre (Agvilvelino.it 27.09.18)

Il ministro degli esteri azero Elmar Mammadyarov e il suo omologo armeno Zohrab Mnatsakanyan hanno raggiunto un accordo durante la loro riunione, tenutasi a margine della sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per continuare i colloqui sulla soluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh in ottobre: lo ha detto il ministero degli esteri azero a Sputnik. I due diplomatici hanno tenuto un incontro con la mediazione dei copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE mercoledì scorso. “L’incontro è durato tre ore. Le parti hanno condotto un interessante e importante scambio di opinioni sugli sviluppi nella risoluzione del conflitto e per garantire una pace stabile nella regione. Le parti hanno convenuto di riprendere i colloqui il mese prossimo”, ha detto il servizio stampa del ministero. I copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE dovrebbero visitare l’area in ottobre, ha aggiunto il servizio stampa.


Armenia sostiene la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh attraverso l’Osce

L’Armenia sostiene la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh attraverso la strategia offerta dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Lo ha detto il primo ministro Nikol Pashinyan durante un discorso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA).

“L’Armenia continuerà il suo impegno costruttivo nella risoluzione pacifica del conflitto nel quadro del Gruppo di Minsk dell’OSCE … che ha l’unico mandato riconosciuto a livello internazionale per affrontare il conflitto”, ha detto Pashinyan all’APN di New York martedì.

L’Azerbaijan, ha aggiunto Pashinyan, deve cambiare il suo atteggiamento di mancanza di rispetto verso i negoziati e abbandonare l’idea di qualsiasi soluzione militare.

Il ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha detto a Sputnik all’inizio di questa settimana che i ministri degli esteri dell’Azerbaigian e dell’Armenia discuteranno la soluzione del conflitto nella regione del Nagorno-Karabakh il 26 settembre a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite.

La regione del Nagorno-Karabakh, dominata dagli armeni in Azerbaijan, proclamò la sua indipendenza nel 1991, scatenando un conflitto militare che portò alla perdita di controllo di Baku sulla regione. Le violenze tra le forze dell’Azerbaigian e del Nagorno-Karabakh sono aumentate il 2 aprile 2016, causando numerose vittime. Le parti hanno concordato un cessate il fuoco il 5 aprile, ma gli scontri sporadici sono continuati.

 

Erevan, si dimette il Katolikos Karekin II (?) (Asianews.it 25.09.18)

Erevan (AsiaNews) – Tra il Katolikos (patriarca) della Chiesa apostolica armena, Karekin II, e i nuovi dirigenti del Paese, al potere dopo la “rivoluzione di velluto” dello scorso maggio, sembra sia stata raggiunta un’intesa per le dimissioni dello stesso Primate. Lo ha comunicato il 20 settembre il giornale armeno Zhokhovurd, suggerendo che Karekin lascerebbe ufficialmente per motivi di salute.

Commentando la notizia, il sacerdote Vagram Melikyan, direttore del settore comunicazioni della Chiesa armena alla sede di Echmjadzin, ha dichiarato che “riteniamo necessario costatare che nel corso dei 27 anni di storia della III repubblica armena, tutti i governi senza eccezione hanno manifestato il dovuto rispetto alla Chiesa apostolica nazionale e al suo Katolikos, apprezzando la sua opera in favore di tutti gli armeni e dello sviluppo del nostro Stato, conservando l’unità e la solidarietà nazionale”. La dichiarazione lascia intendere il disappunto della gerarchia ecclesiastica per le proteste e le critiche degli ultimi mesi.

Lo scorso 6 luglio, infatti, la residenza di Karekin è sta messa sotto assedio da una manifestazione di protesta, organizzata dal movimento che si esprime sotto lo slogan “Una nuova Armenia, un nuovo patriarca”, guidato dal leader Karen Petrosyan. Si tratta di un gruppo legato al nuovo primo ministro Nicol Pashinian, che la scorsa primavera è riuscito a coinvolgere la popolazione nel rovesciare la vecchia classe dirigente. Il Katolikos è stato a sua volta accusato di connivenza con i politici “rottamati”.

Nato nel 1951, al secolo Nersisyan Grigorevich Kritch, il Katolikos è ordinato sacerdote nel 1972, in piena epoca sovietica. Dopo un periodo di studi e di servizio in Germania, Karekin torna nel grande monastero di Echmjadzin, il “Vaticano” armeno alle soglie della capitale Erevan, per poi completare gli studi all’Accademia teologica ortodossa di Mosca. La Chiesa armena non è in comunione con gli ortodossi, per le antiche divisioni teologiche del Concilio di Calcedonia, ma il rapporto si basa sulla comune fedeltà al regime sovietico.

Fino al 1999 egli rimane vicario del suo predecessore, il Katolikos Karekin I, per diventare alla sua morte il 132mo patriarca degli armeni (la Chiesa armena è una delle più antiche al mondo). Nelle turbolente vicende della politica armena degli anni post-sovietici, il nuovo Katolikos cerca più volte di proporsi con iniziative di pacificazione nazionale.

Le accuse nei suoi confronti riguardano soprattutto una serie di speculazioni, per cui sarebbero stati alienati diversi tesori della Chiesa armena. Tali accuse sarebbero state rivolte da alcuni sacerdoti della Chiesa stessa, come lo ieromonaco Koriun Arakelyan, uno degli ispiratori delle proteste. L’accusa più infamante sarebbe quella di aver limato e staccato una parte della lancia di Longino per regalarla a un sindaco russo, amico di Karekin.  Secondo la tradizione, la lancia del centurione che penetrò il costato di Cristo sulla croce è stata portata dall’apostolo Taddeo in dono ai cristiani dell’Armenia.

La leggenda vuole che chi possiede la lancia di Longino, chiamata Geghard come il monastero in cui era conservata, sia destinato a governare il mondo. La lancia è oggi esposta nel Museo di Echmjadzin, da cui i manifestanti chiedono che venga messa a disposizione per una verifica della sua integrità. Il delirio di onnipotenza era in effetti l’accusa che veniva rivolta al presidente e primo ministro Serž Sargsyan, a cui il Katolikos era molto vicino, poi scalzato da Pashinyan con il sostegno delle masse popolari. Primo caso nella storia della Chiesa armena, per pacificare il mondo ecclesiastico e la stessa società, il patriarca Karekin, avrebbe accettato di dimettersi nonostante l’età ancora non molto avanzata.

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Tutto indica che la notizia sulla presunta rinuncia del Catholicos Karekin II è falsa (Il sismografo 26.09.18)

Da più parti e diverse fonti autorevoli ci segnalano che la notizia lanciata ieri da AsiaNews sulla presunta rinuncia del Katolikos Karekin II è falsa. Il Katolikos Karekin II si trova attualmente  a New York per l’inaugurazione di una importante mostra al MOMA, accompagnato tra l’altro dall’Arcivescovo Barsamian, già Primate di America, da qualche giorno invece nominato Alto Rappresentante del Catholicos presso la Santa Sede. Ieri in una corrispondenza di Vladimir Rozanskij su AsiaNews si leggeva: “E’ la prima volta nella storia della Chiesa armena. Apparenti pressioni della nuova leadership emersa dalla “rivoluzione di velluto”. Karekin è ritenuto troppo amico dell’ex presidente Serž Sargsyan. Alcuni monaci lo accusano di aver manipolato la reliquia della lancia di Longino, quella che trapassò il cuore di Gesù sulla croce.” La notizia, come già detto, non ha nessun riscontro nei fatti conosciuti fino a questo momento e ovviamente non è stata confermata da nessuna fonte autorizzata.

Armenia: premier Pashinyan, elezioni parlamentari anticipate indispensabili per economia nazionale (Agenzianova 24.09.18)

Erevan, 24 set 11:01 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha dichiarato di voler convocare al più presto tutte le forze politiche del paese, per discutere i termini e le condizioni sotto le quali dovranno svolgersi le elezioni parlamentari anticipate. L’annuncio è stato rilasciato dal premier durante un incontro con i rappresentanti della comunità armeno-statunitense, svoltosi nell’ambito della sua visita ufficiale a New York. Stando alle dichiarazioni rilasciate da Pashinyan, le elezioni si sarebbero dovute tenere a giugno dell’anno prossimo, ma, a fronte delle incertezze che affliggono gli investitori e di un ambiente competitivo non ancora favorevole a tutti, è ormai indispensabile anticiparle, in modo da portare a termine il processo di ripresa economica del paese. (segue) (Res)

Vanetsyan eletto in Armenia (Uefa.com 24.09.18)

Artur Vanetsyan è stato eletto neopresidente della Federcalcio armena (FFA).

Vanetsyan, 38 anni, rimarrà in carica per quattro anni. Dopo l’elezione, ha dichiarato di voler guidare la federazione secondo il principio “calcio per tutti” e che farà il massimo per portare il calcio armeno a un nuovo livello.

Il neopresidente ha spiegato che la FFA lavorerà per creare un nuovo sistema nazionale di individuazione e crescita dei giovani talenti.

“Dobbiamo ampliare la geografia del calcio armeno e lavorare su larga scala nelle varie regioni – ha evidenziato Vanetsyan -. Ovviamente, durante questo processo collaboreremo con la UEFA”.

Antonia Arslan: «Il genocidio degli armeni e i miei 57 anni di silenzio» (Corriere della Sera 22.09.18)

Quando qualche settimana fa ha visto Sergio Mattarella scendere dalla scaletta dell’aereo a Erevan, capitale dell’Armenia, alla scrittrice Antonia Arslan, 80 anni, s’è allargato il cuore: «Era la prima volta di un presidente della Repubblica nella terra dei miei antenati. Come armena italiana, mi sono sentita finalmente riconosciuta. E anche come armena veneta. Pochi sanno che la Serenissima si salvò dalla bancarotta grazie a 40 mila ducati d’oro prestati dagli Scerimanian, che nel 1612 avevano aperto una sede a Venezia, terminale dei commerci fin dall’anno 1000. Il che spiega perché nel 1717 il doge Giovanni Corner concesse in perpetuo l’Isola di San Lazzaro degli Armeni al monaco cristiano Mechitar».

Gli Arslan d’Italia

Gli Arslan d’Italia discendono da Yerwant Arslanian, pioniere dell’otorinolaringoiatria, nato nel 1865 a Kharpert e giunto nel nostro Paese a soli 15 anni. La sua passione per gli studi lo salvò dal Metz Yeghérn, il Grande crimine, il genocidio del suo popolo a opera dei turchi, iniziato nel 1894, culminato nel 1915 e proseguito fino al 1922. «Era mio nonno. Nel 1923 ottenne dallo stato civile di troncare le ultime tre lettere del cognome. Lo fece per angoscia, per mimetizzarsi. Una precauzione comprensibile: in quella fornace bruciarono le vite di almeno 25 o 30 parenti».

La nipote

La nipote Antonia non riesce a spiegarsi perché ha atteso quasi mezzo secolo prima di dare corpo, nel romanzo La masseria delle allodole, al ricordo di quell’immane tragedia che segnò la storia della sua famiglia, né come sia stato possibile che il libro abbia totalizzato sette edizioni in soli due mesi nel 2004 e da allora sia già stato ristampato ben 37 volte. «Se penso che non doveva nemmeno uscire…».

Tentarono di boicottarlo?
«No, la colpa fu mia. Anche se ho sempre insegnato Letteratura all’Università di Padova, i libri non erano il mio mestiere, per cui mi affidai a un agente letterario. Uno dei più famosi, non mi chieda il nome. Gli mandai il manoscritto a settembre del 2002. A Natale non l’aveva ancora visionato. La mia amica Siobhan Nash-Marshall, docente di Filosofia teoretica a New York, che ospitai per Capodanno, era indignata. Volle telefonargli. “Ma signora! È in lettura”, si stizzì lui. Ad aprile andai a trovare in America la dantista Teodolinda Barolini, capo del dipartimento di italiano della Columbia University. “E il tuo romanzo?”, mi chiese. Arrossii di vergogna».

Non stento a crederlo.
«Fu lei a trovarmi un altro agente. Io telefonai al primo, dicendogli: in nove mesi si fa un bambino, penso che bastino anche per un libro. Sentenziò: “La trama è debole”. Stavo quasi per crederci, se i registi Paolo e Vittorio Taviani, dopo che fu pubblicato, non mi avessero cercato: “Non abbiamo mai letto niente di più potente! Vogliamo farci un film”. Adesso posso dirlo: quell’agente, secondo me, nemmeno lo sfogliò».

«La masseria delle allodole» uscì quando lei aveva 66 anni. Perché non avvertì il bisogno di scriverlo prima?
«Non lo so, me lo chiedo spesso. Mi limitavo a comporre poesie sulla Guerra dei trent’anni, pensi un po’. All’improvviso, ebbi la percezione che dovevo parlare dell’olocausto armeno prima che i vecchi sopravvissuti morissero. Una necessità scaturita dai precordi».

La sua fonte fu nonno Yerwant.
«Sì, un dono che mi fece per i miei 9 anni. Poi non ne parlò mai più. Era il 1947. “Sto per andarmene, quindi devi sapere”, mi disse. Infatti morì dopo pochi mesi. Fu mio nonno ad accogliere in Italia i tre orfani del fratello Sempad, le femmine Arussiag ed Henriette e il maschio Nubar, che scampò al massacro di tutti i maschi perché la madre Shushanig lo aveva travestito da femminuccia. Anche mio zio Nubar divenne otorinolaringoiatra, a Genova».

Come mai suo nonno affidò proprio a lei i suoi atroci ricordi?
«Ero ammalata, una febbre misteriosa che ogni 15 giorni aumentava. Il nonno dovette farmi 36 punture di penicillina, molto dolorose, in cambio di un premio: 50 lire l’una. Se devo morire, ne voglio 100, replicai. Ci accordammo per 75. Mi portò in convalescenza sulle Dolomiti, a Susin di Sospirolo. E lì, sotto i glicini di un albergo liberty, cominciò a raccontare, a partire dalla madre Iskuhi, che lo aveva partorito a 16 anni e che morì a 19 dando alla luce Sempad. Ricordava ancora il profumo di pesca delle sue gote».

Non la sconvolsero i racconti della carneficina?
«No, neppure quando mi spiegò che il fratello Sempad, farmacista, era stato decapitato dai soldati turchi e la sua testa gettata in grembo alla moglie Shushanig. Mi pareva di leggere l’Enciclopedia della fiaba, che mi avevano regalato. Ero onorata dalla sua fiducia e tranquillizzata dal distacco con cui narrava gli eventi. Avevo già visto gli orrori della Seconda guerra mondiale, mia madre alle prese con i nazisti, le mitragliate che mi fecero finire in un fosso, i due bombardamenti di Padova. La vita del nonno mi sembrava un romanzo d’appendice».

Immagino, catapultato dall’Anatolia a Venezia appena quindicenne.
«Un viaggio mitologico. Suo padre lo affidò a dei banditi, dando loro un gruzzolo in banconote tagliate a metà: ebbero l’altra parte solo quando il figlio gli scrisse dal Collegio Armeno. A 18 anni nonno Yerwant rifiutò i sussidi paterni. Si laureò in Medicina a Padova. Per mantenersi, fece l’infermiere durante un’epidemia di colera. Andò a studiare chirurgia a Parigi, dove, non avendo soldi, mangiava solo albicocche secche. Incontro ancora anziani che da piccoli furono operati da lui. Non esistendo l’anestesia, la tecnica era semplice: uno sberlone del papà e uno della mamma, in contemporanea, il bimbo spalancava la bocca urlando per lo spavento e, zac, in un baleno il nonno gli aveva già resecato le tonsille».

Che motivi avevano i Giovani Turchi per annientare gli armeni?
«Venivano dalle steppe. Avevano bisogno di una patria. La trovarono in Anatolia, sbarazzandosi della popolazione autoctona. Molti di loro avevano studiato in Germania. Fu la prova generale della Shoah. I giornali tedeschi a fine Ottocento scrivevano: “Gli armeni sono gli ebrei del Medio Oriente”».

L’Occidente sapeva, ma tacque.
«Il rapporto di Leslie Davis, console americano a Kharpert dal 1914 al 1917, corredato di foto agghiaccianti, è rimasto sepolto per 70 anni al Dipartimento di Stato Usa. Mio nonno mi raccontò come fecero i seguaci di Mustafa Kemal Atatürk ad abolire il fez».

Come?
«A chi usciva di casa con quel copricapo, glielo inchiodavano in testa. Cambiarono persino i nomi delle città, dei monti, dei fiumi. Neppure i nazisti arrivarono a tanto. Subito dopo, la persecuzione colpì l’ultima minoranza: i curdi».

Quanti armeni furono uccisi?
«Tra 1,2 e 1,5 milioni, forse 2 milioni».

Liliana Segre, uscita viva da Auschwitz, mi disse che il tempo della dimenticanza dura meno di un secolo. Poi i genocidi spariscono dai libri di storia.
«Il nostro sparì subito, tanto da far dire ad Adolf Hitler: “Chi si ricorda il massacro degli armeni?”».

Perché la Turchia nega ostinatamente il vostro olocausto?
«È pervasa da uno sciovinismo spaventoso. I bimbi di 4 anni ogni mattina devono cantare l’inno nazionale. Riconoscere vorrebbe dire anche restituire. Io non possiedo nulla che attesti le origini familiari a Kharpert. Eppure mio nonno aveva quattro fratelli medici che giravano per la città cantando: “Siamo i felici dottori Arslanian”. Furono trucidati».

Si fida di Recep Tayyip Erdogan?
«No di certo. È un uomo astutissimo. Sogna di annettersi la Siria e far risorgere l’Impero ottomano, estirpando i curdi».

Sogna anche di entrare nell’Ue.
«Portare 75 milioni di musulmani in Europa? Al fianco della Germania, con cui va d’accordissimo, Erdogan detterebbe legge a Strasburgo. Provo i brividi».

Quali sentimenti suscitano in lei i migranti che sbarcano sulle nostre coste?
«Pietà, perché mi ricordano Arussiag, Henriette e Nubar. Ma anche coscienza che le persone accolte hanno l’obbligo d’imparare la lingua e adeguarsi alle leggi del Paese ospitante. I miei avi lo fecero. Conosco un armeno di Milano che è andato all’Agenzia delle Entrate per segnalare che si erano dimenticati di fargli pagare le tasse su taluni redditi».

Che riflessi ha avuto sulla sua vita lo sterminio degli armeni?
«Mi ha tolto qualsiasi forma di ansietà. Non mi agito per nulla, mai, perché penso a ciò che accadde ai miei progenitori e mi dico che il peggio del peggio lo abbiamo già vissuto. Credo che ogni individuo abbia dentro di sé un lago profondo, da cui trae forza. A me pare di ritrovarla quando ascolto il nostro canto di comunione, Der voghormia, Dio abbi pietà».

C’è qualcosa che in lei abbia provocato lo stesso orrore del Metz Yeghérn?
«L’Holodomor russo, la carestia pianificata per cancellare un intero popolo. Da 3 a 5 milioni di contadini ucraini che Stalin soppresse portandogli via tutto, non solo il bestiame e le scorte alimentari, ma persino le sementi. Bisogna aver letto Tutto scorre… di Vasilij Grossman per capire che cosa significhi morire di fame guardando i propri campi incolti. L’ultimo boccone il padre lo dà al suo bambino. Dopo qualche mese arriva il poliziotto, apre la porta e dice: “Qua ce ne sono tre, due grandi e uno piccolo. Buttate via tutto”».