Come ho conciliato le mie due identità (Tempi.it 03.05.17)

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Della mia infanzia parigina ricordo la differenza apparentemente insuperabile fra la parte paterna armena e la parte materna ebraica della mia famiglia. I miei parenti armeni erano quasi tutti vecchi, dignitosi, un poco freddi e distanti, non vi erano molti bambini della mia età e parlavano sempre del loro passato di magnati del petrolio a Baku e della crudeltà degli azeri, cugini e alleati dei turchi, non meno atroci nella loro furia antiarmena.

Dalla parte ebraica, c’era molta più vita, molti cugini, molto calore, ma spesso si parlava di arresti, di gente nascosta (a cominciare da mia mamma), di zie e zii che non tornarono mai dai campi di sterminio. Si parlava anche di Raissa Bloch, la cugina che era stata consegnata ai tedeschi dalla gendarmeria svizzera perché aveva dei documenti falsi in cui il suo nome fittizio era scritto in modo incoerente: una volta Mirail, l’altra Miraille. Aveva scelto questo pseudonimo in memoria di suo marito Mikhail Gorlin che era stato arrestato e mandato ad Auschwitz prima di lei.

Ma io da piccolo non legavo mai le due esperienze storiche. Più tardi, sentii parlare del genocidio armeno e mi indignavo contro gli aguzzini turchi e quasi mi rallegravo quando sentivo alla radio le notizie di liquidazioni di diplomatici turchi da parte di gruppi clandestini armeni in lotta contro il negazionismo turco e contro l’indifferenza del mondo. E poi man mano crescendo, capii tutto ciò che univa le due parti della mia storia familiare, le due componenti della mia identità complessa. Capii che quando le forze di Nuri Pasha, il fratello del sinistro Enver Pasha, attaccarono la Transcaucasia nel 1918 e assediarono Baku, continuavano il progetto genocidiario del triumvirato Talaat Pasha, Enver Pasha, Djemal Pasha.

Capii che in quest’estensione della guerra fuori dai confini dell’Impero ottomano, la presenza degli armeni in Transcaucasia era considerata come un ostacolo alla creazione di una grande entità panturaniana da Edirne al Turkestan cinese. Capii meglio perché i racconti familiari su fanciulle di quattordici anni vendute come schiave sessuali a vecchi ufficiali turchi, su bambini buttati nell’aria e raccolti alla loro caduta dalle sciabole o dai pugnali dei carnefici, assomigliavano tanto alla lunga enumerazione di crimini orribili che gli ottomani perpetrarono contro i suddetti armeni del Sultano fra 1894 e 1916. Le atrocità commesse in Transcaucasia sono state il prolungamento cronologico e l’estensione geografica del Metz Yeghern, del grande massacro degli armeni nell’Impero Ottomano.

Parallelamente capii anche tutto ciò che univa la catastrofe della distruzione dell’ebraismo europeo, come la chiamava a ragione Raul Hilberg, alla tragedia armena. In entrambi casi, possiamo vedere un tentativo di eliminare anche nei territori nuovamente conquistati, due minoranze nazionali considerate come inassimilabili, la cui esistenza era percepita come un ostacolo alla ricerca di una purezza etnica, panturaniana da un lato, pangermanica dall’altro.

Nei due casi, gli storici possono ricostruire i prodromi della tragedia (dal 1894, inizio dei massacri hamidiani per quanto riguarda gli armeni; dai pogrom contro gli ebrei in Ucraina, perpetrati negli anni 1918-1920 dai nazionalisti ucraini che in un secondo tempo, durante la Seconda guerra mondiale, prestarono la mano ai nazisti nella Shoah), la pianificazione del massacro, i mezzi usati: deportazioni; uso di vagoni piombati in cui si moriva di sete; incendi di sinagoghe con tutta la popolazione ebraica dello shtetl dentro e incendi di chiese armene dove erano incastrati tutti gli armeni del villaggio; fucilazioni massicce; bagni di sangue e, in genere, la volontà comune di sradicare assolutamente la presenza ebraica in Europa e la presenza armena in Asia Minore.

Anche il fatto di mandare gli armeni di Istanbul a Deir ez-Zor, nel deserto siriano, fa pensare alle deportazioni verso i campi della morte. L’unica differenza era che i turchi non avevano trasformato lo sterminio in un’industria come lo fecero i tedeschi. Anche le marce forzate degli armeni nell’immenso deserto cappadocico fanno pensare alle colonne di detenuti che le SS portarono con loro durante la loro ritirata davanti alle forze sovietiche.

E poi riflettendo meglio sulla similitudine fra le due tragedie e leggendo il libro di Vahakn N. Dadrian, German Responsibility in the Armenian Genocide: A Review of the Historical Evidence of German Complicity, ho capito il ruolo nefasto dei militari tedeschi, alleati degli ottomani nell’organizzazione e nella perpetrazione della strage. Inoltre, l’ammirazione di Hitler per Atatürk e il patto di amicizia fra la Germania nazista e la Turchia di Ismet Inönu, firmato il 18 giugno 1941, mi fecero percepire che, al di là della complicità dei tedeschi con i turchi nel genocidio armeno, vi era un’affinità elettiva, una macabra Wahlverwandtschaft fra il panturanismo e il pangermanismo, fra il nazismo e la dittatura kemalista.

Molti anni dopo la mia emigrazione in Israele, visitai l’equivalente armeno di Yad Vashem, il museo di Tsitsernakaberd su una collina all’uscita di Yerevan e mi sembrò molto simile a Yad Vashem prima dell’apertura del nuovo museo nel 2005. Ebbi anche la piacevole sorpresa di vedere che durante una visita che effettuò a Tsitsernakaberd, il rabbino capo ashkenazita di Israele di allora, Yona Metzger, aveva piantato un albero per manifestare la sua solidarietà alla memoria del genocidio armeno. Questo e altre prese di coscienza riconciliarono le due parti della mia identità e mi fecero intuire che il combattimento contro la relativizzazione della Shoah doveva passare per il riconoscimento dell’ampiezza della catastrofe armena.

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ROBERT GUEDIGUIAN – “Il cinema, l’Armenia, la Francia” (Cinemaitaliano.info 03.05.17)

Guediguian e Ariane Ascaride a Torino – Foto MNC È uno dei più noti e acclamati registi francesi degli ultimi trent’anni, ma i suoi film in Italia arrivano di rado. È stato protagonista di numerose retrospettive e omaggi (l’ultima a maggio 2017, integrale, ad opera del Museo Nazionale del Cinema di Torino), di pubblicazioni e presenze in giuria ai festival più prestigiosi, eppure meno della metà dei suoi 19 film è arrivata nelle nostre sale (o nelle nostre videoteche).
Robert Guediguian, regista legato ai temi operai della sua Marsiglia (e, negli ultimi anni, sempre più anche alle sue radici armene), circondato quasi sempre da un cast a lui familiare (la moglie, Ariane Ascaride, gli amici di una vita), si è confermato nell’intervista che ci ha concesso uomo attento alla realtà che lo circonda, affabile e disponibile, consapevole del suo lavoro e di ciò che vuole raccontare.

A Torino accompagna la proiezione del suo ultimo film, inedito in Italia, “Une histoire de fou”.

È un film che vuole raccontare un secolo di storia armena, perché il 2015 è stato l’anno del centenario del genocidio, e purtroppo – come dicono gli armeni – è stato anche il centenario della “non conoscenza” di quei fatti. Quindi il film è più su come ha fatto quella memoria a sopravvivere, su come si è trasmessa di generazione in generazione.
Volevo far sapere al mondo cosa fosse l’affaire armeno, cosa volesse dire essere armeni.

Come si spiega il fatto che molti suoi film non arrivino in Italia, come ad esempio questo e il precedente, “Au fil d’Ariane”?

Non lo so, sinceramente, è un problema della distribuzione italiana. Io faccio i miei film, li produco, li giro, so che le uscite qui sono difficili. In generale i miei lavori escono, nel mondo, ma ci sono condizioni particolari perché ciò accade.
Conosco bene il mio distributore italiano, Andrea Occhipinti di Lucky Red, mi fido di ciò che mi dice e lui mi parla del problema di uscire ogni anno con film di un certo tipo. Dopo aver visto “Voyage en Armenie” era molto commosso, ad esempio, ma mi disse di essere impossibilitato a portarlo in Italia senza rimetterci molto soldi…

“Une histoire de fou” è del 2015, lei sta già finendo di lavorare sul film successivo.

Sì, si intitola “La Villa” e uscirà in Francia a fine novembre. In questi giorni sono impegnato nelle ultime fasi della post produzione. Il film è una metafora sui cambiamenti del mondo attraverso tre generazioni, su come è cambiata la solidarietà con l’arrivo dei rifugiati. Una situazione che voi in Italia conoscete perfettamente.
È un po’ una mia versione personale de “Il Giardino dei ciliegi”.

In quasi tutti i suoi film lei lavora sempre con lo stesso cast di attori amici, tra cui sua moglie, Ariane Ascaride.

Abbiamo cominciato così, siamo della stessa generazione, all’inizio non avevamo molti soldi per girare i film e quindi ci si doveva arrangiare. I film sono stati fatti, uno dopo l’altro, hanno avuto successo e ottenuto riscontri importanti, e così ho continuato, raccontando sempre la nostra generazione e quindi affidandomi sempre agli stessi volti. Anche nel prossimo sarà così, ci saranno Ariane, Jean-Pierre Darroussin e Gerard Meylan.
Ho fatto anche un paio di film senza di loro, ma non è stata un’esperienza convincente: sento di aver bisogno di loro, dei loro volti, per dare vita ai miei personaggi e alle mie storie.

I suoi film raccontano sempre la realtà quotidiana, ha mai avuto la tentazione di fare dei documentari?

Ne produco molti, la mia casa di produzione ha molta attenzione verso questo genere. Non ho cominciato questo mestiere per fare documentari, ma penso che tutti i miei film abbiano dei tratti in comune con quel genere di narrazione, sono di finzione ma legati alla realtà.
Ho scelto la formula della finzione per molte ragioni, in primis perché amo molto il teatro e questo mi ha avvicinato a questo mondo.

La politica odierna in Francia la ispira? Lei anni fa ha fatto un film su Mitterrand…

No, non scriverò niente su questo. O meglio, ne scrivo in continuazione, sui giornali ad esempio lo faccio in continuazione!
Ma non mi ispira raccontare l’oggi, anche su Mitterrand ho scritto anni dopo la sua morte. Non mi piace lavorare sulla cronaca politica quotidiana, è compito del giornalismo. Non mi piace neanche quando lo fanno altri, contesto proprio l’idea.

Stamattina a Torino è tornato a visitare il Museo del Cinema.

L’ho visitato più volte, è vero. Non abbiamo più lo sguardo che si aveva all’inizio della storia del cinema: guardando i prodotti del pre-cinema, le Lanterne magiche ad esempio, si nota come ci fosse uno sguardo infantile sul mondo che oggi abbiamo perduto. Quell’ingenuità, quel candore non esistono più.

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Genocidio Armeni . Il Parlamento ceco riconosce il genocidio degli armeni (Gariwo.it 02.05.17)

Di solito, quando dalla finestra degli uffici dove lavoro in Na Příkopě, una delle vie più centrali di Praga, sento vociare in strada o sono gli hare krishna, che tornano a casa dal vicino ristorante vegano, oppure è una scolaresca italiana. O entrambe le cose. Ma martedì scorso le voci che avevano attirato la mia attenzione erano diverse. Affacciatomi con i miei colleghi, abbiamo visto una processione di manifestanti, guidati da Barsegh Pilavčjan, l’attuale guida spirituale della chiesa armena in Repubblica Ceca, che chiedevano alla Turchia di riconoscere il genocidio degli armeni.

Ebbene, la notizia importante è che, il 25 aprile 2017, tra l’altro nello stesso giorno della Festa di Liberazione italiana, il parlamento ceco ha finalmente riconosciuto il genocidio degli armeni. Questo il testo: “La Camera dei deputati del Parlamento della Repubblica Ceca condanna i crimini contro l’umanità commessi dai nazisti durante gli anni della seconda guerra mondiali sui cittadini ebrei, rom e slavi nei territori controllati, il genocidio degli armeni e di altre minoranze etniche e religiose sul territorio dell’Impero ottomano all’epoca della prima guerra mondiale.” La dichiarazione è stata approvata a larga maggioranza insieme alla modifica della legge sulle feste nazionali che, tra le altre cose, riconosce quali ricorrenze degne di essere ricordate ufficialmente il 9 marzo, Giornata dello sterminio del campo di concentramento familiare di Terezín ad Auschwitz II – Birkenau, e il 18 giugno, Giornata degli eroi della seconda resistenza.

La risoluzione, la cui inattesa approvazione ha colto di sorpresa molti, è opera soprattutto del deputato Robin Böhnisch, del partito socialdemocratico ČSSD, che da anni segue da vicino la questione. Böhnisch ha sottolineato di aver sempre fatto molta attenzione ad evitare di indirizzare la sua attività a favore del riconoscimento storico contro lo stato turco moderno, affinché fosse chiaro che si trattò di una colpa dell’Impero ottomano che la Turchia dovrebbe riconoscere per poter finalmente venire a patti con la propria storia e superare le ombre del proprio passato.

Gli fa eco il principe Karel Schwarzenberg, ex ministro degli Esteri, sin dai tempi del dissenso e della lotta al regime in prima linea nella tutela dei diritti umani, che ha aggiunto: “vorrei sottolineare che la risoluzione non riguarda la Turchia moderna bensì l’Impero ottomano, e che il genocidio degli armeni corrisponde a verità. Sono felice che abbiamo accolto questa risoluzione perché talvolta le verità vanno ricordate. Sono certo che la Turchia reagirà, soprattutto l’attuale presidente farà un gran baccano, ma noi abbiamo sempre difeso i diritti umani, e oggi è necessario ricordare ciò alla Turchia.”

E infatti non si è fatta attendere la nota di protesta del ministero degli Esteri turco che ha duramente criticato la decisione del Parlamento ceco di riconoscere il genocidio. Note di biasimo sono state espresse anche all’indirizzo del presidente ceco Miloš Zeman che da tempo parla apertamente di genocidio definendolo una delle peggiori atrocità della storia moderna. Nel suo caso, comunque, va tenuto conto che l’appoggio della causa armena non è dettato dal rispetto della verità storica e delle sue vittime, dal medesimo più volte offesa e calpestata, quanto, piuttosto, quale aperto e acritico sostenitore del Cremlino, dall’obiettivo di attaccare uno degli storici nemici dei russi.

Al contrario, comprensibilmente, Yerevan accoglie con favore la notizia. “Si tratta di un contributo prezioso da parte della Repubblica Ceca a favore della prevenzione dei genocidi e dei crimini contro l’umanità,” ha scritto in merito il ministro degli Esteri armeno Edvard Nalbandjan, mentre il vicepresidente del parlamento armeno Eduard Šarmazanov, in collegamento telefonico con Böhnisch, ha dichiarato che “con questo passo la Repubblica Ceca ha confermato la sua dedizione ai valori democratici e alla tutela dei diritti umani. La sua risoluzione rappresenta un altro passo verso la vittoria della luce sulle tenebre.”

Grande soddisfazione è stata espressa anche dal rappresentante della comunità armena locale, l’ambasciatore S.E. Tigran Seiranian per il quale “questa è la vittoria di una lunga maratona, portata avanti con i nostri amici, sia in seno al parlamento che fuori, per spiegare l’essenza delle atrocità accadute cento anni fa nella periferia sudorientale dell’Europa e l’importanza storica di condannarle quale mezzo per prevenire in futuro il ripetersi dei genocidi.”

Significative, in chiusura, le parole di Ahmet Begali, ambasciatore turco a Praga, secondo cui “alcuni deputati cechi sono diventati uno strumento della propaganda armena”. Ed è ben questo il seme avvelenato da cui cresce il pomo della discordia: fintantoché la verità storica, che, per quanto complessa e intricata, esiste, sarà letta in chiave politica e propagandistica, rimarremo sempre prigionieri di continue reinterpretazioni ad uso e consumo di contingenti e mutevoli obiettivi geopolitici. Al contrario, come dimostrato dal caso della catarsi autocritica operata dalla Germania rispetto al proprio passato nazista, soltanto un’accettazione e un riconoscimento aperti e incondizionati della verità storica, per quanto spiacevole e dolorosa questa possa essere, aprono la strada a quel processo virtuoso che rende possibile la conciliazione tra vittime e carnefici, tra oppressi e oppressori, tra vinti e vincitori, nel nome della fiducia in un futuro migliore del passato e libero dai suoi condizionamenti.

In occasione ricordiamo la conferenza della Terza Giornata Europea dei Giusti tenutasi a Praga l’11.3.2015 in occasione del centenario del genocidio degli armeni (Qui i link agli interventi in lingua ceca e inglese e l’intervento di Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera, in lingua italiana).

Andreas Pieralli, Giardino dei Giusti di Praga

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Genocidio armeno, il Grande Male (Tempi.it 02.05.17)

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando Daniel Varujan – il grande poeta armeno barbaramente ucciso il 26 agosto 1915 – fu arrestato nella notte del 24 aprile insieme all’élite della minoranza armena di Costantinopoli, non aveva nessun sospetto del destino che l’aspettava. Insieme agli altri, gli toccò affrontare una deportazione senza preavviso verso una destinazione sconosciuta, prima caricati su un treno, poi su carri per strade infernali, per arrivare infine nella minuscola cittadina rurale di Chankiri. Là credettero di essere relativamente al sicuro: in esilio, ma vivi, e con la possibilità di ricevere lettere e sostegno da parenti ed amici rimasti nella capitale. Si inserirono nella vita locale, formarono circoli, giocavano a tric-trac, avevano il loro caffè; qualcuno addirittura fu rilasciato e poté tornare a casa.

Era solo la quiete minacciosa prima della tempesta. Come in un infernale gioco di scacchi le loro vite vennero prese un po’ alla volta, capricciosamente, secondo gli ordini che venivano da Costantinopoli, dall’onnipotente ministro degli Interni Talaat, nel quale i loro supplichevoli e disperati telegrammi suscitavano – è lecito crederlo – una perversa soddisfazione. Ma Varujan, raccontano le testimonianze dei pochi superstiti, si distingueva perché continuava a lavorare, a scrivere incessantemente. Ricorderà molti anni dopo uno di loro, Mikayel Shamadanjian:

Varujan era il più taciturno e appartato membro del nostro gruppo. Si preoccupava solo di scrivere. Una volta, in uno dei giorni più angosciosi, mi lesse alcuni sonetti, e io non potei che esprimergli la mia ammirazione e il mio stupore che, in momenti così terribili come quelli che stavamo vivendo, fosse in grado di mantenere la sua anima così distaccata e incorrotta da creare una poesia dedicata alla natura con una tale profondità. Mi rispose che riusciva ad arrivare a quell’intima pace grazie alla fede che nutriva nel futuro della nazione armena. Ah, perché non gli è stato concesso di vedere realizzarsi la sua speranza?

Quei quaderni fittamente coperti di scrittura scomparvero, scrive un altro, Aram Andonian, con straziante ironia:

Varujan, l’unico fra noi che continuava a lavorare (aveva già scritto sei quaderni di versi) voleva raccontare la storia di Yerevoum [un contrabbandiere di tabacco], facendone l’eroe di una ballata epica. Non so se poi abbia avuto il tempo di scrivere quella poesia. Ma a che cosa sarebbe servito, comunque? Il giorno del suo martirio, gli assassini si impadronirono dei miseri bagagli di Varujan e dei suoi quattro compagni. […] E molto probabilmente il suo vero tesoro, i sei quaderni che aveva scritto a Chankiri, fu buttato al vento. Ma si può pensare che Dishleg Hussein Agha, proprietario del khan davanti al quale vennero uccisi, uno dei testimoni del crimine, li abbia raccolti con cura, e poi, dopo aver lisciato e messo in ordine le pagine, li abbia perforati con uno spago per incartare formaggio e olive per i suoi clienti…

Affondati nell’oscurità
Invece il Canto del pane sopravvisse, ritrovato in modo rocambolesco e pubblicato postumo: un’opera di altissima poesia, che segna il momento più alto di una reciproca fruttuosa influenza fra Oriente e Occidente, che si intreccia magicamente nei versi cristallini di questo poemetto incompiuto. Echi di Leopardi e Manzoni e dei poeti decadenti, la fede dei suoi padri ritrovata e le atmosfere dei suoi anni a Venezia raggiungono un punto di fusione allucinata e serena che fa ben comprendere quale tragica ampiezza abbia raggiunto la distruzione operata dal genocidio, non solo eliminando gli armeni dalla terra natale, ma bloccando per sempre lo sviluppo della loro cultura e di quell’effimero “rinascimento” (Zartonk) che prometteva la fioritura di ingegni e di creatività degli anni fra il 1900 e il 1915. Il futuro sviluppo della nazione armena che sognava Varujan è stato compromesso per sempre, e noi siamo qui dopo cento e più anni a cercare di comprenderne le cause.

È vero che da una dozzina d’anni l’interesse per la “questione armena” è molto cresciuto in Italia. Convegni, mostre, dibattiti, articoli in giornali e riviste hanno esplorato la tragedia del 1915-1922 (il Metz Yeghern, il “Grande Male”), ma anche la grande civiltà e la cultura armena in molti dei suoi aspetti più originali. L’empatia e la solidarietà dimostrata dagli italiani verso questo popolo vittima del primo genocidio del Ventesimo secolo sono state straordinarie, soprattutto se teniamo conto dell’esiguità della comunità armena risiedente nel nostro paese, che si valuta in poche migliaia di persone, meno delle dita di una mano.

L’attenzione è cresciuta anno dopo anno. Dopo il successo dei libri che raccontano alcune delle terribili e drammatiche storie di quel periodo, come Pietre sul cuore di Alice Tachdjian o la mia Masseria delle allodole (col film dei fratelli Taviani che ne è stato tratto), e naturalmente la ristampa del capolavoro di Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, si è sviluppata in molti la viva curiosità di comprendere come mai – per circa sessant’anni – questo popolo e il suo tragico destino fossero affondati nell’oscurità, tanto che le parole stesse “Armenia” e “armeni” erano diventate ignote ai più (non dimenticherò mai l’equivoco di un volenteroso assessore che aveva scambiato “armeni” con “rumeni”…).

Il Parlamento italiano è stato fra le prime istituzioni politiche mondiali a riconoscere il genocidio armeno, e non è un caso. Gli italiani sono fra i viaggiatori più assidui ed entusiasti nell’attuale Armenia indipendente: e neanche questo è un caso. Un gruppo di professori di scuola superiore – tutti italiani – hanno ottenuto che finalmente all’interno delle pagine dedicate dai manuali di storia alla prima guerra mondiale venisse inserita qualche informazione sul massacro di oltre un milione di vittime civili innocenti in Anatolia: e neppure questo possiamo ritenerlo un caso. Il fatto è che il lungo “silenzio assordante” sulla questione armena stimola una percezione di ingiustizia sofferta; e rinasce l’antica simpatia verso un popolo che con l’Italia ha avuto legami antichissimi.

Senza la conoscenza di quegli avvenimenti, di ciò che questo genocidio ha rappresentato nello svolgersi della storia del Novecento, il quadro storico generale risulta manchevole o falsato, anche in rapporto all’invenzione del termine stesso “genocidio” da parte del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin (che in una celebre intervista affermò di essersi occupato prima di tutto della tragedia armena) e al collegamento sempre più evidente fra il Metz Yeghern armeno e la Shoah ebraica.

Rimozione spensierata
È giusto ricordare infatti che furono proprio alcuni grandi ebrei ad essere fra i primi a testimoniare la tragedia armena – e a collegare la responsabilità del governo dei Giovani Turchi con la Germania imperiale loro alleata – come se fossero stati colpiti, oltre che dalla pietà per le vittime, dal funesto presentimento che l’accurata organizzazione dello sterminio e la sistematicità di esecuzione potessero ben presto diventare un modello da imitare: mi riferisco al diplomatico russo André Mandelstam, a quelli americani Henry Morgenthau e Lewis Einstein, ai fratelli Sarah, Alex e Aaron Aaronsohn (i loro scritti si possono trovare in Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, pubblicato recentemente da Giuntina).

Un capitolo a parte meriterebbero l’indifferenza o l’aperta ostilità dimostrate davanti alle sventurate carovane dei deportati armeni avviati alla morte dagli ufficiali e dai soldati tedeschi, di cui esistono molte angosciose testimonianze. Sicché oggi non si può continuare, se si vuole veramente affrontare la mala bestia del negazionismo, nella «rimozione spensierata di una storia insopportabile» (come ha scritto rav Laras), quella del genocidio armeno, per tante vie, sotterranee e palesi, così profondamente legata alla Shoah ebraica.

Antonia Arslan è una scrittrice

Foto tratta da “Metz Yeghern. Mostra fotografica sul genocidio armeno al memoriale della Shoah”. Dal 27 aprile al 24 maggio, piazza Safra 1, Milano

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Negate, negate lo sterminio degli armeni, qualcosa resterà (Tempi.it 30.04.17)

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – In questo nuovo millennio noi consideriamo raramente le scritture in senso letterale, se per “noi” intendiamo gli occidentali e per “scritture” il Primo e il Secondo testamento. Generalmente la scrittura è ignorata. Quando viene letta, è perlopiù considerata il prodotto di brave persone che non hanno assolutamente niente da dire sulla realtà.

Nonostante questo, ogni volta che penso al negazionismo sul genocidio, non riesco a togliermi dalla testa le parole «Io sono la via, la verità e la vita»: l’intima connessione tra il riconoscimento dell’inestimabile valore della vita, la centralità della verità e la recta via. Il genocidio è l’esplosiva negazione del valore umano più fondamentale: l’esistenza o, più semplicemente, la vita. Quella negazione è costruita su una menzogna: che ci sia qualcosa come una “razza superiore” che ha il diritto di eliminare ciò che chiama lebensunwertes leben – la vita non degna di essere vissuta. Essa impone questa menzogna alle persone, tanto alle vittime quanto ai carnefici. Obbliga tutti coloro che sono complici di questa menzogna – i primi che l’hanno raccontata, quelli che l’hanno imposta al mondo attraverso il sangue delle vittime e chi desidera che questa menzogna venga imposta – a continuare a viverla anche molto dopo la fine del genocidio. Il genocidio plasma la strada delle persone: blocca le loro vie.

Il romanzo di Mark Mustian, La memoria del vento (Piemme), è un valido tentativo di tradurre questo fenomeno. Il suo protagonista, Akhmet Khan, che aveva cambiato nome, sposato una donna americana e si era trasferito negli Stati Uniti, scopre che non può condurre una “vita normale” nonostante la traumatica amnesia che lo ha portato a dimenticare che aveva partecipato nel 1915 alla strage degli armeni. Il suo passato era tornato nei suoi sogni. Lo perseguitava. Lo alienava dal suo ambiente confortevole. Minacciava la sua sanità. Lo sprofondava in un ossessivo bisogno di essere perdonato. La sua via, Akhmet capì, aveva bisogno di essere ricostruita sull’accettazione della verità e sulla redenzione per aver dissacrato il più fondamentale dei valori umani – la vita.

Quella di Mustian non è una favoletta: un pezzo a buon mercato di un romantico sogno ad occhi aperti. Gli esseri umani non possono massacrare un numero enorme di altri esseri umani, o invocare il loro assassinio, e poi continuare a vivere come se niente fosse. Non è per pietà che Himmler supplicò Hitler di trovare un’alternativa al lavoro delle Einsatzgruppen. Lui vide quanto le stragi come quella di Babi Yar devastavano le menti dei suoi squadroni della morte. Molti di loro diventavano alcolisti. Altri cominciavano a rifiutarsi di eseguire gli ordini. Pochi tra loro diventarono sadici pericolosi. Himmler aveva bisogno che meno uomini fossero coinvolti nel genocidio.

Mustian potrebbe essere accusato di nutrire un’eccessiva speranza. Non tutti gli assassini si pentono. Non tutti coloro che hanno perpetrato il genocidio abbandonano le menzogne che li hanno portati a partecipare al genocidio stesso. Alcuni combatteranno per restare nella menzogna e aggiungerne altre alle prime. Gli esseri umani hanno il libero arbitrio, che è la chiave del mistero del male. Le memorie di Halide Edib, House with Wisteria, ne sono una notevole dimostrazione.

Scacciare i fantasmi
Halide Edib era una donna singolare dei primi anni del XX secolo. Brillante, energica e bene educata, è ancora oggi un’eroina per chi si batte per i diritti delle donne. Lei si è ritrovata anche nel bel mezzo del genocidio armeno. Con gli ideologi dei Giovani turchi, Yusuf Akçura e Zika Gökalp, fondò il movimento Halka Dogru (Verso il popolo) il cui obiettivo era “nazionalizzare”, o turchizzare, le masse anatoliche. Edib aveva quello che potremmo chiamare un salotto rivoluzionario a Costantinopoli negli anni che precedettero il genocidio, dove venivano discussi grandi piani per una nuova Turchia, etnicamente e culturalmente omogenea. I suoi ospiti abituali includevano uomini come Djemal Pasha e Talaat Pasha.

Edib recitò una parte nella seconda fase del genocidio armeno: la vittoriosa battaglia dei nazionalisti turchi per assicurare che la patria turca, etnicamente e culturalmente omogenea, che aveva gettato le sue basi con il genocidio, vedesse la luce nonostante la disastrosa sconfitta del Cup nella guerra e nonostante l’insistenza dell’Intesa sul fatto che il Cup fosse il responsabile dei «crimini contro l’umanità e la civiltà». Dopo la sconfitta degli ottomani, Edib si unì alla resistenza nazionalista turca, costituita principalmente da ex membri del Cup. Diventò sergente nell’esercito nazionalista. Ebbe un ruolo anche nella terza fase del genocidio armeno, contribuendo a formulare e diffondere il negazionismo turco: la loro negazione del genocidio. È questo che rende così interessante il suo libro, House with Wisteria: Memoirs of Turkey Old and New.

Le memorie di Edib vorrebbero essere un racconto oggettivo della sua vita. Pubblicato per la prima volta in inglese appena due anni dopo il Trattato di Losanna, si tratta in realtà di un brillante tentativo di riscrivere la storia per scacciare i fantasmi del genocidio armeno che ancora vagavano nelle menti americane ed europee, e cullare le loro coscienze, disturbate dall’orrenda strage di vite innocenti, fino a chetarle. Lo scopo di Edib era persuadere il mondo anglofono che ciò che era accaduto in Anatolia e sugli altopiani armeni negli anni bui tra il 1915 e il 1923, quando circa il 95 per cento della popolazione cristiana autoctona della moderna Turchia semplicemente “svanì”, era solo una storia sui turchi: «Il racconto di una delle più grandi epopee della moderna Europa», come scrive nel suo epilogo. Un’epica, chiarisce, nella quale le aspettative del popolo turco, che «attendeva che il sipario si alzasse di nuovo e rivelasse una nuova e pacifica Turchia in cui i grandi risultati del 1908 si ergessero dritti, ripuliti e purificati dal sangue e dal sacrificio dei grandi figli della Turchia», venivano onorate negli anni che «avevano portato il paradiso e l’inferno alle terre e al popolo turco».

La principale strategia di Edib è rendere i turchi stessi – con e attraverso di lei – i protagonisti della vera storia dell’Anatolia, per rappresentarli come eroi “virili” e “cavallereschi” che avevano il vero diritto alle “terre turche” e insinuare che gli eroici turchi, senza commettere alcun errore, erano stati terribilmente fraintesi e maltrattati dall’Occidente.

«Non ha battuto ciglio»
Edib ha dovuto omettere tante cose, stravolgendone molte altre, per rendere il genocidio armeno prima di tutto una storia sul frainteso ed eroico uomo turco. Lei non racconta neanche che andò a scuola con delle ragazze armene da bambina. Si aspettava che i suoi lettori credessero che i grandi armeni, come Gomidas e Sinan, fossero turchi. Deforma gli anni che passò ad Antoura come direttrice dell’orfanotrofio in cui i bambini armeni venivano turchizzati con la violenza. «Perché permetti che i bambini armeni», scrive di aver innocentemente domandato una volta a Djemal Pasha, «vengano chiamati con nomi musulmani? Così sembra che gli armeni vengano trasformati in musulmani e la storia un giorno si vendicherà di questo con le prossime generazioni di turchi». Lei non immaginava, quando ha partorito questa storia, che uno di quei giovani, Karnig Panian, avrebbe molti anni dopo scritto che lei «non ha neanche battuto ciglio» davanti alla selvaggia punizione di due orfani armeni per aver «dissacrato la bandiera turca».

Edib non cambiò posizione fino alla fine. Hitler, come rivelarono i suoi amici, ammirò “l’epica” turca e tentò di emularla. La “nuova e pacifica Turchia” che lei aiutò a costruire ancora vomita le menzogne che lei ha aiutato a raccontare. Il problema è che la Turchia è tutto tranne che “nuova e pacifica”. È stata costruita su una menzogna.

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Viaggio in Armenia. Fra diaspora e mistica (Atribune 29.04.17)

Un milione e mezzo di morti fra il 1915 e il 1916. Checché ne dica – o meglio, checché lo neghi – la Turchia, quello perpetrato ai danni del popolo armeno da parte dell’Impero Ottomano è stato un genocidio in piena regola. Un reportage a quasi due anni dal Leone d’oro come miglior padiglione nazionale che si è aggiudicata la mostra Armenity curata da Adelina Cübeyan von Fürstenberg sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni, proprio nel centenario del genocidio.

Riavvolgere le immagini dei film di Sergej Iosifovič Paradžanov, stranianti, altamente evocative, dense di dettagli e di minuziose ricerche estetiche, è un po’ come immergersi nella storia dell’Armenia. Il colore del melograno (1968) resta ciò che Tarkovskij definì un capolavoro assoluto della cinematografia mondiale, e ci trasporta nelle tradizioni e nella storia di questo piccolo ma strategico Paese caucasico.
Visitare la casa-museo del regista può essere da solo il motivo di un viaggio a Yerevan. Ai bordi di uno dei vecchi quartieri della città, oltre alle immagini dai set dei suoi film, locandine, e cimeli vari, il museo offre una vasta raccolta di opere del regista, ben apprezzato anche come artista e creatore di collage, fotografie, sculture. Le sue opere tendono alla suggestione e all’evocazione emotiva dello spettatore, attraverso l’utilizzo di allegorie, fantasie surrealiste, ambientazioni oniriche. Di grande rilievo sono le scelte cromatiche e l’uso di metafore. Appassionato di storia dell’arte, soprattutto quella rinascimentale italiana, Paradžanov è considerato uno dei maggiori innovatori del linguaggio cinematografico legato alle arti.

YEREVAN E LA DIASPORA

Uscendo da questo viaggio nella memoria e nell’estetica, la città contemporanea travolge.
Yerevan si srotola su un altipiano roccioso. Polverosa e caotica, offre lo sguardo alla montagna sacra per eccellenza: il Monte Ararat, maestoso con i suoi 5.200 metri di altezza e la vetta coperta da nevi perenni. Nel Vecchio Testamento si cita il Monte Ararat come il luogo in cui fu deposta l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale, quindi luogo di salvezza per l’intera cristianità. La Chiesa armena, vicina a quella ortodossa in quanto altamente conservatrice e ritualistica, ha alle sue spalle una tradizione antichissima: basti pensare che l’Armenia fu il primo Paese al mondo ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale.
La città di Yerevan non supera il milione di abitanti. Oltre otto milioni sono invece gli armeni della diaspora – quelle famiglie che riuscirono a fuggire all’eccidio turco del 1915 –, residenti all’estero, suddivisi soprattutto tra Iran, Francia, Libano, Russia e Stati Uniti. La popolazione locale è piuttosto giovane e ha un’età media di trent’anni; è composta da armeni (97%), da una minoranza di curdi (yazidi), russi (molokan), ucraini e greci.

15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Padiglione Armenia. Independent Landscape. Photo Artur Lumen
15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Padiglione Armenia. Independent Landscape. Photo Artur Lumen

L’ARCHITETTURA DELLA CAPITALE

Una stratificazione di stili costituisce la struttura e l’architettura della capitale Yerevan. Dai tipici quartieri in stile bizantino, con vecchie case in legno e i balconi aggettanti, agli enormi soviet block, gigantesche strutture tipo case popolari, realizzate in cemento armato durante il periodo di aggregazione all’ex Unione Sovietica. Più di recente sono sorte nuove costruzioni “monumentali: il Municipio, le sedi dei Ministeri, piazza della Repubblica… Sulle facciate risaltano le due pietre di cui è ricco il Paese: il basalto (scuro) e l’arenaria (rosa chiaro o giallo/arancio), creando un gioco di cromie molto originale. Interessante è la possibilità di seguire una visita della città, guidati dagli studenti dall’Istituto d’Architettura.
Grande attenzione è dedicata anche alle aree verdi, giardini pubblici e parchi, molto amati dai cittadini e frequentati nei periodi estivi (gli inverni qui sono rigidi), ricchi di giochi d’acqua e fontane.

I MUSEI CITTADINI

Tra i musei e le gallerie da visitare, sicuramente il più particolare in assoluto è la Cascade- Cafesjian Art Foundation, un’originalissima struttura a cascata, con giardini pensili e sculture all’aperto appoggiate su una piccola altura, oltre a un museo di arte e design scavato all’interno della collina. L’imponente opera architettonica e la collezione d’arte – che include autori internazionali quali Fernando Botero, Arshile Gorky, Barry Flanagan, Jaume Plensa, Yue Minjun [nella foto], Joana Vasconcelos – sono il dono di Gerard Cafesjian, uno dei maggiori collezionisti armeni della diaspora di New York.
Altro museo da non perdere è Matenadaran – Μuseo degli Antichi Manoscritti, tra i maggiori depositari di antichi manoscritti e miniature al mondo, con oltre 17mila opere di inestimabile valore spirituale e storico. Poi la National Art Gallery, con una ricca collezione di oltre 25mila pezzi di arte armena, russa e occidentale. E il Folk Art Museum, un centro culturale unico, dove sono conservati esempi di arte decorativa, applicata e belle arti del folklore armeno.

La scultura di Yue Minjun al Cascade di Yerevan
La scultura di Yue Minjun al Cascade di Yerevan

LA SCENA CREATIVA

Per quanto riguarda le arti, i padri della letteratura armena vengono riconosciuti nei due fondatori dell’accademica “Scuola dei Traduttori”, Sahak il Grande e Mesrop Mashtots, già inventore dell’attuale alfabeto armeno, originato delle Sacre Scritture.
Dal 1800 la storia e le vicissitudini del popolo armeno costituiscono il tema principale della letteratura del Paese, con autori quali il poeta Arsiak Ciobanan, Hrand Nazariantz e Antonia Arslan. Se nell’ultimo secolo il panorama armeno ha risentito dell’influenza e degli indirizzi dell’arte sovietica, artisti internazionali come il cantante Charles Aznavour, il regista Atom Egoyan, il pianista jazz Tigran Hamasyan si sono distinti per aver seguito un percorso originale, che li ha spinti a scavare nella tradizione armena, pescando a volte elementi dal folklore.
Tra gli artisti contemporanei, lo scultore Mikayel Ohanjanyan, con le sue opere in basalto, ricorda il genocidio del popolo armeno e sottolinea il legame con la musica e le proprie tradizioni. Tutti gli artisti contemporanei armeni – fra gli altri: Sarkis, Anna Boghiguian, Ayreen Anastas, Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Melik Ohanian, Hrair Sarkissian –, in qualunque parte del mondo vivano, sottolineano la nozione di dislocamento e territorio, di giustizia e riconciliazione, portando con sé memoria, identità e verità delle proprie origini. Con una qualità tale che, durante la scorsa Biennale di Venezia, la mostra curata da Adelina Cüberyan von Fürstenberg è stata premiata con il Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale.

PAESAGGI MISTICI

Infine, i bellissimi paesaggi dell’Armenia: un territorio in prevalenza montuoso, senza sbocchi sul mare, ricco di vulcani spenti, considerato il frutteto dell’ex Urss. Le differenze d’altitudine offrono scenari geograficamente diversificati quali alte vette innevate, valli fertili, cascate, colonne di basalto e sculture di roccia. Il territorio è ricco d’acqua, attraversato da oltre duecento fiumi, ruscelli, laghi. Il Lago Sevan è il principale specchio d’acqua dell’Armenia, occupa una depressione che si trova nella parte centrale del paese a 2mila metri ed è il secondo lago al mondo (dopo il Titikaka) per estensione e altitudine. Il bacino del lago è ricco di monumenti archeologici e storici, con un panorama mozzafiato su boschi di querce, lecci, betulle, e con oltre cento specie di uccelli, alcuni dei quali endemici, come il gabbiano dalmata.
Su queste montagne si trovano i monasteri più suggestivi dell’Armenia, luoghi di preghiera e di riflessione, di riposo e studio. Si narra che George Ivanovič Gurdjieff, filosofo, scrittore, mistico e maestro di danze di origini armene, qui in ritiro, ispirato dal paesaggio e dalla quiete, scrisse alcuni dei suoi saggi più significativi.

15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Padiglione Armenia. Independent Landscape. Photo Martin Manukyan
15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Padiglione Armenia. Independent Landscape. Photo Martin Manukyan

OLTRE L’EREDITÀ SOVIETICA. UN’ISTANTANEA SULL’ARCHITETTURA ARMENA

A più di venticinque anni dalla riconquista dell’indipendenza, l’ex Repubblica Sovietica dell’Armenia continua a manifestare con evidenza i lasciti architettonici del suo tormentato passato. L’eredità dell’Urss è materia viva, riflessa in decine di esempi di edilizia residenziale o con finalità collettive disseminati in tutto il Paese, a partire dalla capitale. Blocchi compatti, unificati dal notevole impiego del calcestruzzo armato e dal rispetto di parametri dimensionali, estendono la memoria del secolo scorso sulla contemporaneità; strutture severe e massicce restituiscono lo spirito di un’epoca.
Per capire cosa si cela oltre l’atemporalità e monotonia di questi complessi e la ieraticità di alcuni monumenti celebrativi, l’architettura dell’Armenia indipendente è stata oggetto di un’analisi, lunga un semestre, condotta proprio in Italia. Il padiglione nazionale presentato alla 15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, infatti, ha promosso la più consistente mappatura del paesaggio armeno dal 1991 al 2016.
Curato da Sarhat Petrosyan – architetto attivo nel contesto di Yerevan – e allestito nella Chiesa di Santa Croce della Congregazione Armena Mechitarista, Independent Landscape ha proiettato in una dimensione internazionale i segni del mutamento in corso nel contesto, soprattutto urbano, del Paese. “Si tratta di cambiamenti tali per cui”, ha messo in luce il curatore, “il loro potenziale e la loro ambizione non vogliono solo rendere diverso lo spazio, ma far sì che, in un secondo momento, a queste alterazioni venga riconosciuto un valore culturale.”
In assenza di interventi in grado di conquistare una risonanza mediatica, come nel caso dell’azione intrapresa dalla municipalità di Baku, attraverso un’indagine multidisciplinare, il padiglione ha rivelato come ai settant’anni della robusta urbanizzazione, pianificata dall’ex Unione Sovietica, siano sopravvissute tracce di sistemi socio-culturali ancora precedenti. In particolare, la documentazione visiva relativa al panorama abitativo di Yerevan può risultare agli occhi dell’osservatore occidentale particolarmente efficace per comprendere cos’ha comportato l’ascesa della proprietà privata, tra i principi fondamentali della carta costituzionale, sommata a un quadro legislativo ancora incerto. Ragioni anche di tipo economico hanno generato negli ultimi anni forme di “espansione volontaria”, il cui moltiplicarsi genera una metamorfosi continua nello skyline cittadino.
Seguendo una logica dettata da una volontà di personalizzazione, queste “architetture spontanee” e informali producono estensioni in ogni dimensione: si occupano cortili, si chiudono balconi, nascono mansarde e superfetazioni. Non a caso, dunque, Petrosyan ha sottolineato come “il valore di questa ricerca e delle sue risultanze dovrà essere necessariamente salvaguardato dalla società e dallo Stato”.

Claudia Zanfi e Valentina Silvestrini

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Tolfa, il consiglio delibera il “Riconoscimento del genocidio del Popolo Armeno” (Terzobinario.it 27.04.17)

Riceviamo e pubblichiamo – Il consiglio comunale di Tolfa nell’ultima seduta ha approvato una delibera per il “Riconoscimento del genocidio del Popolo Armeno” promosso su proposta dell’associazione Assoarmeni. Il comune collinare avrà il privilegio di figurare così nel “Giardino dei Giusti” di Yerevan. Al consiglio erano presenti oltre al Sindaco Luigi Landi e ai Consiglieri, anche delegati di associazioni di Tolfa, alunni della scuola media di Tolfa, il Padre Tyrair Hakobyan della Chiesa Apostolica Armena di Roma, la presidente dell’Associazione Assoarmeni Anush Torunyan, Alessandro Battilocchio che da anni segue il tema con il locale Parlamento – dove si recherà in visita nei prossimi giorni – e una folta rappresentanza di armeni di Roma e del Lazio.

Il Sindaco Landi, prima di procedere, ha preso la parola ricordando che la città di Tolfa ha avuto nel tempo una particolare attenzione alla causa armena e che le sue tragiche vicende non vanno dimenticate. Dopo la lettura dell’atto ufficiale con il quale il Comune di Tolfa ha riconosciuto il genocidio del Popolo Armeno, ha preso la parola la presidente di Assoarmeni che ha manifestato la più sentita gratitudine al Consiglio Comunale di Tolfa per aver dimostrato sensibilità politica e umana nel riconoscere la verità storica, ribadendo “l’augurio che al primo passo importante segua l’impegno concreto di approfondire le conoscenze storiche sul genocidio degli armeni, restituendone la memoria attraverso pubblici eventi, studi ed altre iniziative alle quali l’associazione darà la sua piena disponibilità di collaborazione”.

E’ stato letto il messaggio di S.E. l’ambasciatrice in Italia Victoria Bagdassarian, soddisfatta dell’importante risultato perché raggiunto con lo strumento legislativo, mezzo di democrazia, di consapevolezza e di pace per eccellenza.  L’assemblea si è diretta poi verso il Giardino Comunale, dove dopo l’inaugurazione della croce armena da parte del Sindaco, che è stata installata al centro dell’aiuola dedicata al ricordo e ai diritti umani, è seguita una breve introduzione di Anush Torunyan sull’antica tradizione dei khachkar, come elemento identitario dell’arte cristiana armena e sulla simbologia rappresentata nella croce in cui si sono incrociate l’abilità orafa e fabbrile dell’artista Sinanyan.

Il Padre Tirayr Hakobyan dopo aver benedetto la croce si è rivolto ai presenti sottolineando che solo una nazione forte e di profonde radici è in grado di affrontare la storia a testa alta e di capire e rispettare il dolore dell’altro, esprimendogli la propria solidarietà e che oggi, così come durante i cento anni passati, il popolo armeno per poter voltare pagina, deve affrontare la sfida del negazionismo. E questo è possibile solo con il sostegno di quelle nazioni in cui scala dei valori la giustizia e l’equità sono prioritarie.

Infine, Rita Pabis di Assoarmeni, ha letto un comunicato nel quale ha ribadito l’importanza di trasmettere ai giovani e alle generazioni che verranno il monito terribile della Storia, mentre la celebrazione è stata chiusa dal Soprano Mariane Grigoryan ha intonato Surb Surb di Yekmalian e Krunk del compositore Komitas.

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Il filo tragico che lega il genocidio armeno e la Shoah è l’Islampolitik (Il Foglio 27.04.17)

– JUDEN UND ÜBERJUDEN, EBREI E SUPEREBREI. Questo titolo delirante, antisemita e – come si vedrà – antiarmeno, corrispose alla normalità della politica, della cultura e dell’informazione tedesca dagli anni Novanta del XIX secolo sino al nazismo. Ciò basti per comprendere l’importanza e la preziosità della grande mostra sul Genocidio Armeno, il Metz Yeghern, che oggi si inaugura al Memoriale della Shoah di Milano.

L’Islampolitik – economica, strategica e culturale – del Kaiser Guglielmo II normalizzò la stampa in chiave antiarmena e filoturca, adottando argomenti e stereotipi antisemiti contro questo antico popolo cristiano. Una delle poche eccezioni fu il Frankfurter Zeitung, quotidiano fondato da due ebrei tedeschi – L. Sonneman e H.B. Rosenthal – schieratosi in difesa degli armeni.

Nel 1913 – dopo i massacri degli armeni di Adana (1909) – l’ambasciatore tedesco Wangenheim, sostenne che quella dell’alleato turco era “la naturale reazione al sistema parassitario dell’economia armena. E’ noto che gli armeni sono gli ebrei di oriente”. E ancora: “Le attività economiche, che altrove sono portate avanti dagli ebrei, ossia la spoliazione dei poveri, sono qui condotte esclusivamente dagli armeni. Nemmeno gli ebrei sefarditi ivi residenti possono competere con loro”. Gli armeni, in pratica, erano peggiori persino di noi ebrei: si trattava di überjuden, “superebrei”!

L’Islampolitik si saldò con i provvedimenti omicidi del “sultano rosso”, il famigerato Sultano-Califfo Abdul Hamid II (1894-1896). Si ripropose poi, con silenzi, connivenze e collaborazioni con i Giovani Turchi nel corso del Genocidio Armeno. Ebbe, infine, un’ulteriore oscena riedizione con la sinergia tra Mussolini, Hitler e i vari movimenti jihadisti, che da allora saldarono all’islam politico innumerevoli elementi nazifascisti, divenuti pandemici sino a oggi.

Lewis Einstein, diplomatico ebreo dell’ambasciata Usa a Istanbul, nel 1917 scrisse da testimone oculare: “In questa guerra di orrori, l’annientamento degli armeni deve rimanere l’orrore supremo. Niente ha eguagliato la distruzione pianificata di un popolo, né i burocrati tedeschi possono facilmente sfuggire alla loro terribile parte di responsabilità per la loro acquiescenza in questo crimine”. Una testimonianza giunge anche dai fratelli Aaronsohn, fieri sionisti, residenti all’epoca dei fatti in Eretz Israel. Aaron Aaronsohn, insigne agronomo e fondatore della rete di spionaggio NILI a favore degli Alleati dell’Intesa, così si espresse nel suo Memorandum (1916): “Centinaia di corpi di uomini, donne e bambini su entrambi i lati della ferrovia e cani che si cibavano di questi cadaveri umani”. E ancora: “Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e la più industriosa – e, badate bene, è un ebreo a dare questa patente – è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine, fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia”. Concluse: “I massacri armeni sono frutto dell’azione pianificata con cura dai turchi, e i tedeschi certamente dovranno condividere per sempre con loro l’infamia di questa azione”.

Ebrei e armeni, due popoli originali e tenaci, esigui quanto a numeri; due minoranze assolute, costitutive sia dell’oriente sia dell’occidente, a cavallo di entrambi i mondi. Una miscela sufficiente per risultare incomprensibili e persino alieni ai più, con antiche, reiterate e violente accuse di “doppia fedeltà” o di tradimento. Questa la sorte, spesso simile, di entrambi.

Nei secoli, armeni ed ebrei hanno egualmente sperimentato, pur da diverse prospettive, la perdita della sovranità nazionale; l’asservimento ad altre potenze e culture; la dhimmitudine; la diaspora; delazioni, massacri, deportazioni ferroviarie, marce della morte e l’annientamento genocidario; la rinascita culturale e politica della propria Nazione sopravvissuta; due diversi negazionismi. In entrambi i popoli la moderna rinascenza culturale è stata preceduta, sollecitata e accompagnata dal risorgimento linguistico e letterario, rispettivamente dell’ebraico e dell’armeno.

Nell’imperversare del Metz Yeghern degli ebrei salvarono degli armeni; nel corso della Shoah degli armeni salvarono degli ebrei. Non è quindi un caso che l’inventore del lemma “genocidio”, il grande pensatore e giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, lungamente abbia meditato anzitutto proprio sulla tragedia sofferta dagli armeni. Henry Morgenthau, in particolare, ebreo e ambasciatore americano presso la Sublime Porta, fu il promotore della prima operazione umanitaria del XX secolo, la Near East Relief, che con un’enorme raccolta fondi – ammontante nel 1922 attorno ai 226 milioni di dollari – salvò le vite di molti armeni, soprattutto bambini (i bambini salvati tra il 1915 e il 1930 furono circa 132 mila, di cui sessantamila armeni).

La passione genocidaria tedesca portò a tre genocidi nel corso del XX secolo: quello africano, in Namibia, degli Herero e dei Nama (1904-1907); il Metz Yeghern (1915-1922) e la Shoah (1939-1945). Negli ultimi due casi, l’islam fu purtroppo ampiamente e attivamente coinvolto. L’istituto della dhimma, con i suoi squilibri e instabilità, le sue contraddizioni e la sua crudele subordinazione, servì a sostenere e giustificare, tra gli altri, i Massacri Hamidiani prima e il Genocidio Armeno poi.

A parte il grande Johannes Lepsius – teologo protestante testimone del genocidio, che lottò strenuamente per gli armeni, difendendoli – e pochi altri, la chiesa luterana tedesca sposò la causa del Kaiser, come precedentemente – nel corso del genocidio degli Herero e dei Nama – poco ebbe a obiettare e come, successivamente, trovò ampie sue frange sostenitrici del nazismo.

Non è un caso che nel 1933 lo scrittore ebreo Franz Werfel, amico di Kafka, abbia scritto il suo libro di maggior successo, I Quaranta Giorni del Mussa Dagh, tributo imperituro al genocidio patito dagli armeni, i cui bambini orfani vide in medio oriente. L’opera di Werfel divenne fuorilegge in Germania nel 1934. Per comprendere il ruolo “iconico” che il Genocidio Armeno ebbe per i nazisti, va evidenziato che per le SS SchwarzeKorps il libro fu il frutto indigesto dell’“ebraismo armeno degli Stati Uniti”!

La Germania guglielmina fu il paese culturalmente più vivace dell’occidente, cosicché per ben tre occasioni il genocidio si è accompagnato alla modernità e alla civiltà raffinata. Quella tedesca fu una cultura filosofica e musicale; nelle facoltà tedesche filosofia e teologia, da secoli, si alimentavano vicendevolmente. Una metastasi letale e omicida è dunque latente nel pensiero filosofico, politico e teologico che da Lutero, passando per gli Idealisti, arrivò a Friedrich Naumann – tra i padri della Repubblica di Weimar –, Adolf Von Harnack, Carl Schmitt e Martin Heidegger.

Fu così – tra acquiescenze germaniche, aguzzini turchi e curdi e, non da ultimo, jihad– che 1.500.000 armeni furono perseguitati e trucidati, assieme a centinaia di migliaia di vite di cristiani assiri, di greci del Ponto e di altre confessioni cristiane orientali minoritarie. Terribili furono le sofferenze patite dalle donne e dai bambini armeni, con riduzioni in schiavitù e compravendita di esseri umani nei mercati, islamizzazioni forzate, sevizie e persino crocifissioni.

Si sarà compreso che Genocidio Armeno e Shoah sono inquietantemente collegati a doppio filo. Né il Metz Yeghern né la Shoah si prestano in alcun modo a ermeneutiche generalizzanti – e quindi dissolventi – ma richiedono sorvegliata serietà. Qualsiasi indebita generalizzazione falsa la storia e il pensiero. Per non perderne la comprensione e l’unicità, bisogna considerarli connessi, come avvenne.

Ci sono alcuni fatti atroci occorsi ad armeni ed ebrei che equivalgono ad altrettante tremende rivelazioni sull’umanità dell’essere umano, che può scegliere di essere demone e facilmente educare altri in tal senso.

Vi è tuttavia un fatto positivo, enorme per la forza della sua testimonianza, mai sufficientemente assunto, ricordato e portato a pensiero, talora persino oscurato: il popolo Armeno e il popolo di Israele non hanno smarrito, pur provata, piagata e scossa, la loro fede nel Signore Dio.

Sorgente: Il filo tragico che lega il genocidio armeno e la Shoah è l’Islampolitik – Il Foglio

Parlamento Repubblica ceca riconosce genocidio armeno (Ansa.it 26.04.17)

(ANSA) – TRIESTE – Il parlamento ceco ha approvato martedì una risoluzione con cui riconosce il fatto del Genocidio armeno del 1915 nell’Impero ottomano, come riporta l’agenzia Arka.

Il presidente ceco Milos Zeman ha a sua volta definito genocidio l’assassinio degli Armeni. In occasione dell’anniversario del 24 aprile, il presidente ha inviato una lettera al capo della comunità armena nella Repubblica ceca, Barsega Pilavchian.

“Io concordo – scrive Zeman – con chi dice che la storia non è fatta per essere interpretata dai politici. Al tempo stesso, però, credo che un evento che è costato la vita di un milione e mezzo di innocenti rappresenti un capitolo tragico nella storia non solo della nazione armena, ma dell’intero mondo civilizzato”. (ANSA)

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Nelle ombre della Turchia il genocidio degli armeni (Italiaitaly.eu 26.04.17)

Il primo genocidio del XX secolo ha avuto come vittime oltre un milione di armeni, ma la Turchia non ha mai ammesso gli orrori delle “marce della morte”. Il Parlamento tedesco ha approvato una risoluzione che riconosce come genocidio il massacro degli armeni compiuto dall’Impero Ottomano. La Turchia del presidente Erdogan ha risposto duramente minacciando ritorsioni economiche e militari a danno della Germania, ma la cancelliera Angela Merkel non ha acceso ulteriori polemiche sostenendo che “la nostra amicizia è troppo forte”.

Nel 1915, in piena guerra mondiale, in Turchia si scatenò una spietata violenza contro gli armeni presenti in Anatolia, una comunità cristiana con aspirazioni anche indipendentiste, temuta per il pericolo che si alleasse con i russi in guerra contro …

i turchi. Si consumò così il primo genocidio del XX secolo con oltre un milione di vittime e una storia che in Turchia si continua a negare, fino alle dure reazioni diplomatiche dei nostri giorni.

Nella notte fra il 23 e 24 aprile 1915 si scatenò la prima ondata di repressioni. A Costantinopoli furono arrestati gli esponenti più in vista della comunità armena e nel giro di un mese oltre mille intellettuali armeni, giornalisti e scrittori, poeti e anche delegati la Parlamento furono arrestati e poi trucidati lungo la strada verso l’Anatolia. Seguirono poi massacri e “marce della morte” con innumerevoli vittime e l’eccidio si protrasse anche per tutto il 1916.

Il “caso armeno” è tornato in primo piano con le parole pronunciate da Papa Francesco nella commemorazione delle vittime di poco più di un secolo fa. «La nostra umanità – ha detto – ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo, ha colpito il vostro popolo armeno, prima nazione cristiana». Già nel 2001 papa Giovanni Paolo II e Karekin II, Catholicos della Chiesa armena, avevano parlato di genocidio a proposito del massacro di circa un milione e mezzo di cristiani armeni, ma per il governo di Ankara le parole del Pontefice «sono inaccettabili, lontane dalla realtà storica». Una realtà storica che non è possibile disconoscere, perché stragi e deportazioni di armeni ci furono davvero nei tragici mesi di un secolo fa e la piccola comunità cristiana ebbe oltre un milione di vittime. In una ventina di Paesi, fra cui Italia, Svezia, Olanda, Russia, c’è stato un riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni; in Svizzera, Francia e Slovacchia sono previste anche pene per i negazionisti.

I fatti sono tragici e raccapriccianti, con numerosi morti per esecuzioni sommarie, fame, assideramento, malattie. In pieno clima bellico la Turchia temeva che gli armeni presenti in Anatolia, alla ricerca da tempo di indipendenza e anche perché cristiani, potessero allearsi con i nemici russi. Le persecuzioni avvennero soprattutto per iniziativa dei Giovani Turchi, che secondo molti storici miravano alla creazione di uno stato turco omogeneo etnicamente, mentre alcuni milioni di cittadini erano armeni e cristiani. Perciò anche in uno studio pubblicato nel 2012 (Völkermord an den Armeniern) lo studioso tedesco Michael Hesemann sostiene che sarebbe più esatto parlare di genocidio cristiano.

La strage del popolo armeno è storia e non può essere negata per motivazioni politico-ideologiche. L’Italia è tra i paesi europei che hanno definito il massacro un “genocidio”. Il Parlamento Europeo in una risoluzione ha riconosciuto il genocidio degli armeni, ha deplorato ogni tentativo di negazionismo, ha reso omaggio alle vittime e proposto l’istituzione di una giornata europea del ricordo. Ha anche invitato il Governo turco a “continuare nei suoi sforzi per il riconoscimento del genocidio armeno e ad aprire gli archivi per accettare il passato”. La Turchia ha però reagito con sdegno, respingendo la mozione e accusando l’Europa di complotto.

La nuova Europa, aperta al futuro e alle cui porte bussa anche la Turchia, non può rinunciare ai propri valori fondamentali, basati sulla tolleranza e sulla legalità, ma anche sul riconoscimento dei propri errori. Lo ha fatto la Germania, dopo i tragici eventi del secolo scorso; lo ha fatto l’Italia, voltando pagina dopo il ventennio fascista; lo ha fatto la Spagna dopo il lungo periodo franchista. Non sembra voglia farlo la Turchia, dopo la dura reazione del suo Governo alle dichiarazioni di Papa Francesco e le ricorrenti polemiche internazionali. La dura reazione del presidente turco Erdogan e la svolta autoritaria alle parole del Pontefice getta ombre anche sull’ingresso, auspicabile, di quella grande nazione nella nuova Europa. L’Unione Europea ha valori fondamentali condivisi e riconosce gli errori del passato proprio per costruire un futuro migliore. Anche la Turchia deve fare i conti con la storia e il riconoscimento del genocidio degli armeni è ritenuto fondamentale anche per l’ingresso di quel Paese nell’Unione Europea. (F.d’A.)

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