Confermata l’ordinazione di una diaconessa nella Chiesa armena apostolica (Agenzia Fides 15.01.18)

Teheran (Agenzia Fides) – Si chiama Ani-Kristi Manvelian, ha 24 anni e di mestiere fa l’anestesista, la ragazza ordinata come diaconessa nella Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore di Teheran. L’ordinazione diaconale, conferita lo scorso settembre dall’Arcivescovo Sebouh Sarkissian, alla guida dell’arcidiocesi armeno apostolica di Teheran, è stata confermata con la diffusione di alcune foto che mostrano la diaconessa Ani-Kristi mentre serve all’altare durante la divina liturgia della vigilia di Natale, lo scorso 5 gennaio.
Ani – Kristi Manvelian – riferisce il blog oxbridgepartners.com – è una laica e non appartiene a nessuna congregazione monastica femminile. La sua ordinazione è avvenuta mentre la Chiesa apostolica armena deve ancora formalmente ripristinare l’ufficio di diaconato femminile. “Quello che ho fatto è in conformità con la Tradizione della Chiesa, e nient’altro” ha riferito l’Arcivescovo Sarkissian, la cui arcidiocesi ricade sotto la giurisdizione del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia degli Armeni. L’Arcivescovo ha dichiarato anche che la sua decisione ha l’intento di “rivitalizzare la partecipazione delle donne anche nella nostra vita liturgica”.
Tra le Chiese d’Oriente, anche il Sinodo del Patriarcato greco ortodosso di Alessandria d’Egitto, nel novembre 2016 (vedi Fides 19/11/2016) aveva deciso di ripristinare l’istituto del diaconato femminile, e aveva nominato una Commissione di Vescovi “per un esame approfondito della questione”.
La discussione sull’eventuale ripristino dell’ordinazione diaconale femminile e sul potenziale ruolo delle diaconesse nelle attività pastorali e nell’animazione missionaria è aperto da tempo all’interno di istituzioni teologiche dell’Ortodossia calcedonese. (GV) (Agenzia Fides 15/1/2018).


La Chiesa armena ha ordinato una diaconessa… (Farodiroma.it 15.01.18)

Si chiama Ani-Kristi Manvelian, ha 24 anni e di mestiere fa l’anestesista, la ragazza ordinata come diaconessa nella Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore di Teheran. L’ordinazione diaconale, conferita lo scorso settembre dall’arcivescovo Sebouh Sarkissian, alla guida dell’arcidiocesi armeno apostolica di Teheran, è stata confermata con la diffusione di alcune foto che mostrano la diaconessa Ani-Kristi mentre serve all’altare durante la divina liturgia della vigilia di Natale, lo scorso 5 gennaio. Lo scrive l’agenzia vaticana Fides che cita il blog oxbridgepartners.com.

Ani – Kristi Manvelian è una laica e non appartiene a nessuna congregazione monastica femminile. La sua ordinazione è avvenuta mentre la Chiesa apostolica armena deve ancora formalmente ripristinare l’ufficio di diaconato femminile. “Quello che ho fatto è in conformità con la Tradizione della Chiesa, e nient’altro”, ha dichiarato l’arcivescovo Sarkissian, la cui arcidiocesi ricade sotto la giurisdizione del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia degli Armeni. L’Arcivescovo ha dichiarato anche che la sua decisione ha l’intento di “rivitalizzare la partecipazione delle donne anche nella nostra vita liturgica”.
Tra le Chiese d’Oriente, anche il Sinodo del Patriarcato greco ortodosso di Alessandria d’Egitto, nel novembre 2016 aveva deciso di ripristinare l’istituto del diaconato femminile, e aveva nominato una Commissione di Vescovi “per un esame approfondito della questione”. La discussione sull’eventuale ripristino dell’ordinazione diaconale femminile e sul potenziale ruolo delle diaconesse nelle attività pastorali e nell’animazione missionaria è aperto da tempo all’interno di istituzioni teologiche dell’Ortodossia calcedonese.

L’anno scorso, come è noto, Papa Francesco ha istituito una Commissione per studiare la questione e sembra ch ei risultati dello studiuo gli siano stati ormai consegnati e una decisione del Papa si avvicini. Bisogna dunque aspettare ancora ma presto si saprà se anche per Francesco le diaconesse rappresentano “una possibilità per oggi”. In tal caso per la prima volta in questo millennio si riaprirà questa prospettiva che era considerata definitivamente chiusa da una decisione ministeriale di Giovanni Poalo II. Il diaconato, infatti, è il primo grado dell’ordine sacro, seguito dal sacerdozio e dall’episcopato. I diaconi possono amministrare alcuni sacramenti tra i quali il battesimo e il matrimonio e in alcuni paesi ci sono intere regioni nelle quali sostituiscono ormai i sacerdoti nella guida delle comunità parrocchiali. L’apertura prefigurata da Francesco avvicinerebbe la Chiesa Cattolica a quella anglicana dove ci sono donne preti e vescovi. Al Sinodo si era parlato di questo “tema audace” con l’intervento del reverendo Jeremias Schroder, arciabate presidente della Congregazione benedettina di Sant’Ottiliain.

“Sul diaconato femminile la Chiesa non ha detto no”, aveva spiegato già nel 1994 il cardinale Carlo Maria Martini, commentando lo stop di Giovanni Paolo II alle donne prete: una dichiarazione solenne, ad un passo dai crismi dell’infallibilità pontificia ed alla quale Papa Francesco ha detto piu’ volte di volersi attenere. Malgrado quel “no”, per il porporato c’erano pero’ ancora “spazi aperti”, perchè il discorso sul ruolo della donna avrebbe potuto continuare a partire dal diaconato, “che il documento non menziona, quindi non esclude”. Questo perchè, avvertiva il cardinale, occorre evitare che l’ ecumenismo si blocchi proprio sul tema delle donne. Il diaconato è il primo grado di consacrazione “ufficiale” che precede l’ ammissione al sacerdozio e nelle prime comunità cristiane era aperto anche alle donne. Per Martini, dunque, non sarebbe stato male riaprire anche alle donne, pur ammettendo che sul sacerdozio femminile “il documento papale è decisivo, non ammette replica, nè riformabilità”. “Tuttavia credo che il vero compito di fronte a questa lettera – aveva osservato il cardinale – non è l’ esegesi puntigliosa dal punto di vista dogmatico, ma è vedere come, con questa lettera e malgrado le difficoltà che potrà suscitare, è ancora possibile sia un cammino di dialogo ecumenico, sia soprattutto un cammino in cui mostrare presenza e missione della donna a tutto campo. Rispetto a un documento di questo tipo, che sembra chiudere una via, come già altri in passato, mentre in realtà hanno favorito un ripensamento teologico e pratico che ha fatto superare certi scogli e ha fatto comprender meglio la natura e la forza della presenza della donna nella Chiesa, io penso che uno spazio rimanga aperto”.
Va segnalato che una recente decisione di Papa Francesco già “smontava” in parte gli argomenti teologici del “no” al sacerdozio femminile: quella sull’ammissione delle donne alla Lavanda dei piedi che il Papa aveva già attuato nel primo giovedì santo del suo Pontificato, quando andando al carcere minorile di Casal del Marmo, decise che quel giorno anche le ragazze potessero partecipare come protagoniste al rito della Lavanda dei piedi, diventata da quest’anno una possibilità per tutte le parrocchie del mondo. Di fatto il principale argomento per il “no” al sacerdozio femminile è infatti l’assenza delle donne nel cenacolo al momento dell’istituzione dell’Eucaristia.

 

Da Agnana all’Armenia in un college alla Harry Potter (Lariviera online 14.01.18)

Da piccola sognava di andare a studiare in un collegio come quello frequentato da Harry Potter. A 16 anni ha deciso che sarebbe successo. Antonella Sansalone, originaria di Agnana, tra gennaio e febbraio 2017, mentre è al terzo anno di liceo classico, partecipa al Concorso Intercultura e a quello bandito dal Collegio del Mondo Unito, due occasioni che ti permettono di studiare insieme a ragazzi di lingue e culture diverse. Vince entrambi i concorsi e alla fine opta per il Collegio del Mondo Unito: prepara le valigie e sotto il sol leone di agosto parte alla volta dell’Armenia, dove non di rado si raggiungono i -20°. Due anni di studio intenso l’aspettano, un’occasione di crescita che riesce a finanziarsi grazie alla borsa di studio offerta dalla Callipo Group. Dilijan sarebbe stata la sua nuova casa. Lì su quella strada che collega due grandi città moderne, Yerevan e Tbilisi, in un paese situato al confine tra l’Europa e l’Asia, per secoli incrocio degli imperi Persiani, Bizantini, Ottomani e Russi, avrebbe preso parte a un’esperienza che prepara alla vita, apre gli occhi e allarga gli orizzonti, permettendoti di apprezzare la meravigliosa diversità della famiglia umana.
Che cos’è il Movimento dei Collegi del Mondo Unito?
Il Movimento dei Collegi del Mondo Unito (United World Colleges – UWC) è un gruppo di 17 scuole internazionali legalmente riconosciute, tra cui quella di Dilijan. In 155 paesi nel mondo, apposite Commissioni Nazionali selezionano gli studenti in base al merito per offrire loro la possibilità di un’esperienza educativa in un ambiente che unisce un programma accademico di alto livello alla sfida personale e ai valori di inclusione e accettazione degli altri. L’obiettivo di una formazione UWC è lo sviluppo dell’iniziativa personale, dell’ingegnosità, della flessibilità e delle qualità di leadership.
Come avvengono le selezioni?
Le selezioni si articolano in due fasi: una preselezione interregionale con prove scritte di cultura generale, logica-matematica e attitudine linguistica, e una prova orale che consiste in un colloquio individuale su temi attitudinali e di cultura generale; e una selezione nazionale, presso il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico Onlus a Duino, a Trieste, per i candidati che avranno ottenuto i punteggi più alti e che prevede discussioni di gruppo e colloqui individuali.
In quanti avete preso parte al concorso nel 2017?
Eravamo oltre 2000 in tutta Italia, abbiamo superato le prove in 52, e in Calabria sono stata l’unica.
In cosa consistono i corsi?
In tutti i Collegi del Mondo Unito si seguono i corsi del “Baccellierato Internazionale (IB)”. Il Diploma IB si basa su un programma accademico impegnativo che prevede lo studio, in inglese, di materie come biologia, fisica, matematica, materie umanistiche e arte. Si tratta del diploma secondario superiore più prestigioso a livello internazionale e riconosciuto dalle maggiori università del mondo.
Una giornata tipo in collegio?
I ragazzi sono a scuola dalle otto alle due, con ore buche a volte, ma in ogni caso si tratta di un carico abbastanza elevato. La scuola dura dal lunedì al venerdì e nel pomeriggio si svolgono attività sportive, artistiche, sociali. Il sistema di studio è un po’ come all’università: ogni studente sceglie le materie e si sposta da una classe all’altra.
Le materie sono in tutto sei: tre ad alto livello (Economia, Storia e Inglese), tre a livello standard (Matematica, Scienze Biologiche e Russo). Ci sono pochissimi libri di testo: l’insegnante prepara il materiale e quasi tutte le lezioni includono un momento di confronto. Il rapporto con gli insegnanti è completamente diverso rispetto alla scuola italiana: l’insegnante, infatti, fa da tutor e ha il compito di facilitare l’integrazione degli studenti, di risolvere eventuali problemi personali e accademici.
Uno degli obiettivi dei Collegi del Mondo Unito è responsabilizzare i propri studenti…
Esatto. Fa parte della metodologia dei collegi Mondo Unito sviluppare il senso di responsabilità nei ragazzi. I ragazzi di quinta sono responsabili ciascuno di un ragazzo di quarta dal momento del suo arrivo: lo aiutano nel fare nuove amicizie, nel gestire la nostalgia di casa, nella scelta delle materie.
Qual è la prova più dura da affrontare?
Probabilmente quella di imparare a utilizzare al meglio il tuo tempo, trovando un equilibrio ottimale tra studio, attività di volontariato, sport, arti e svago.
Perché hai deciso di concludere all’estero i tuoi studi per conseguire il diploma?
Non riesco a dare un nome al bisogno di partire. So solo che era una necessità per me.
Il più grande insegnamento di questa esperienza?
Convivendo e studiando insieme a ragazzi di lingue e culture diverse si superano i pregiudizi e si impara a conoscersi. Apri il tuo mondo al mondo e mentre scopri gli altri conosci meglio te stesso.

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Armenia: economista Margaryan prevede crescita media 2018 al 6 per cento (Agenzianova 12.01.18)

Erevan, 12 gen 15:40 – (Agenzia Nova) – La crescita economica dell’Armenia per il 2018 potrebbe attestarsi intorno al 5,8 – 6,2 per cento, con un tasso medio vicino al 6 per cento. Lo sostiene l’economista Atom Margaryan, a capo di uno dei centri di ricerca dell’Università statale armena di Economia. Secondo l’esperto, questa congiuntura sarebbe da collegare a fattori positivi sia interni che esterni. A livello internazionale avrebbe contribuito particolarmente la situazione dell’economia russa, che ha mostrato una ripresa. “Anche nell’ambito dei prestiti vi sono dei buoni segnali: le banche sono meglio disposte ad offrirne, anche ai privati, e questo ha favorito l’aumento della domanda, uno dei tipici fattori che influenzano la crescita economica”, ha spiegato l’esperto. La Banca mondiale ha recentemente rivisto al rialzo le proprie previsioni sul tasso di crescita reale del Pil di Tbilisi, che secondo l’istituto di credito sarà probabilmente pari al 3,8 per cento nel 2018; nel 2017 la crescita era stata del 3,7 per cento, contro il solo 0,2 per cento dell’anno precedente. Il trend positivo dovrebbe mantenersi nei prossimi due anni. (Res)

La misteriosa forza del monte Aragats (nationalgeographic.it 11.01.18)

In Armenia il profilo del monte Aragats si erge verso l’alto stagliandosi nel cielo: un massiccio vulcanico con quattro vette che si innalza dalle pianure e dai fiumi che ne circondano la base. La montagna è più che una semplice presenza fisica, è anche un simbolo divino. Si ritiene che Gregorio Illuminatore, il santo patrono dell’Armenia che ha convertito il paese dal paganesimo al cristianesimo nel IV secolo, sia stato irradiato dalla luce di una lanterna sacra mentre pregava in quel luogo, un segno di purezza eterna.

Mentre la religione si radicava all’ombra dell’Aragats, la vita quotidiana procedeva. Nuovi villaggi venivano fondati da contadini e pastori. E alla metà del secolo scorso l’Unione Sovietica ha stabilito qui alcune delle sue più importanti istituzioni scientifiche.

Decenni dopo i suoi ripidi fianchi ospitano un vecchio osservatorio astronomico, che era un tempo il cuore del programma di ricerca sovietico e la sede della Divisione per la ricerca dei raggi cosmici, che sorge quasi sulla sommità del monte.

Come gran parte del paesaggio globale, anche l’Aragats è minacciato dal cambiamento climatico, con la sua cima nevosa e i suoi ghiacciai che vanno lentamente assottigliandosi.

E’ stato questo aspetto della montagna a colpire per la prima volta l’interesse del fotografo britannico Toby Smith. Sostenuto parzialmente dal Project Pressure, un’organizzazione no profit che si occupa di documentare l’andamento dei ghiacciai, e grazie ad un fondo del Luminous Endowment for Photographers, si è impegnato a documentare in che modo i cambiamenti climatici stanno mettendo a repentaglio la vita delle comunità che ancora vivono sull’Aragats.

Smith aveva pianificato il suo viaggio per l’estate scorsa, quando non solo sarebbe riuscito a salire facilmente, ma avrebbe potuto anche documentare la quantità di perdita di neve sulla vetta. Ma, come capita spesso, per una serie di contrattempi, non ha potuto mettersi in marcia prima di novembre, “un periodo in cui stare in cima ad una montagna, con freddo intenso e condizioni meteo estreme, non è certo una buona idea”.

L’occasione per l’ascesa è capitata il giorno del suo arrivo per un soggiorno di due settimane nel paese. La sua guida locale, Mkhitar Mkhitaryan, lo ha prelevato all’aeroporto è insieme si sono avviati subito verso la montagna, cercando di salire il più alto possibile in auto prima di accamparsi per la notte in vista della salita del mattino successivo.

Per arrivare in cima ci sono volute due ore dopo essersi messi in marcia vero le 3. Quando sono arrivati, la visibilità era limitata per colpa delle ripetute nevicate. Non sono rimasti a lungo in vetta, in tutto pochi minuti, ma Smith ha scattato una foto di una croce gelata sulla cima della montagna prima di riscendere a valle. Quella croce è una delle sue immagini preferite, dice, in quanto rappresenta una parte del progetto che ha iniziato a rivelargli se stesso, mano a mano che scopriva un maggior numero di cose su questo paese misterioso.

Il progetto di Smith, che ha intitolato “Heaven and Earth on Aragats” (Paradiso e Terra sull’Aragats), alla fine si è rivelato essere non tanto sulla ritirata dei ghiacciai, quanto sul venir meno delle possibilità di sostentamento delle persone che dipendono dalla montagna.

L’Aragats ha uno strano modo di unificare le persone che provengono da diversi percorsi di vita, ma di cui scalda ugualmente i cuori e le menti.

“I pastori non hanno molto a che fare con i medici e i medici non hanno molto a che fare con i luoghi religiosi”, dice Smith. “E’ la montagna a tenere tutto insieme”.

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Settimana dell’Unità dei Cristiani 2018 – Grosseto (Missiotoscana.it 11.01.18)

L’Ufficio Missionario e per la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Grosseto, l’Ufficio per l’Ecumenismo, l’Ufficio Liturgico e il Settore Adulti dell’Azione Cattolica Diocesana quest’anno han pensato di proporre ai fedeli della Diocesi alcuni momenti di riflessione in occasione della Settimana dell’Unità dei Cristiani ispirandosi al versetto dell’Esodo “Potente è la tua mano, Signore” che ci aiuteranno a leggere la realtà di alcuni paesi le cui popolazioni per diversi motivi storici si ritrovano a vivere anche al di fuori della loro terra di origine, infatti “oggi – ricordava il Papa durante la Messa per il Centenario di fondazione del Pontificio Istituto Orientale – noi viviamo un’altra guerra mondiale, anche se a pezzi. E vediamo tanti nostri fratelli e sorelle cristiani delle Chiese orientali sperimentare persecuzioni drammatiche e una diaspora sempre più inquietante”. La realtà della diaspora dei Cristiani ci tocca in modo particolare, perché sempre più ci troviamo a camminare insieme con persone provenienti da altre tradizioni culturali e religiose c’è quindi la necessità di creare delle occasioni per conoscere le problematiche legate alla migrazione, la storia dei loro paesi e delle diverse tradizioni religiose.

Questo il PROGRAMMA:

Giovedì 18 GENNAIO ore 18:00, Incontro Ecumenico presso la Parrocchia del Crocifisso

Venerdì 19 GENNAIO ore 20.45, Incontro ecumenico per la Pace nella Basilica del Sacro Cuore

Sabato 20 GENNAIO La Diocesi accoglierà il PONTIFICIO COLLEGIO ARMENO di Roma,
Ore 17, Incontro in Cattedrale “Tribolati, ma non schiacciati. Storia del Popolo Armeno tra persecuzioni, fede e speranza ”
Ore 18, in Cattedrale, Santa Messa in Rito Armeno

Giovedì 25 GENNAIO ore 20:30, Incontro Ecumenico presso la Chiesa Evangelica Battista di Via Piave

Sabato 27 GENNAIO La Diocesi accoglierà il PONTIFICIO COLLEGIO UCRAINO di Roma
Ore 11, nella Chiesa della Misericordia Santa Messa in rito Bizantino
Ore 17, in Cattedrale incontro sul tema “Ucraina: la sofferenza e le ferite aperte di una nazione martire” con il Vicerettore del Pontificio Collegio Ucraino
Ore 18, in Cattedrale Santa Messa prefestiva animata dai seminaristi del Pontificio Collegio Ucraino

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Difesa: Armenia, 65 per cento esercito composto da personale a contratto (Agenzianova 09.01.18)

Erevan, 09 gen 08:37 – (Agenzia Nova) – Il 65 per cento dell’esercito armeno è composto da personale a contratto, mentre solo il 35 per cento sono militari coscritti. Lo ha dichiarato il capo di Stato maggiore della Difesa armeno, Movses Hakobyan, durante una conferenza stampa. Hakobyan, citato dall’agenzia di stampa “Armenpress”, ha dichiarato che il livello di formazione dei militari armeni è molto elevato, con riferimento sia alle unità attive sia per quanto concerne i riservisti. “Abbiamo registrato una flessione del tasso di coscritti per 12 anni consecutivi. Questo è l’ultimo anno in cui avremo un decremento. Sappiamo cosa è accaduto durante questi anni e per questo motivo abbiamo contemporaneamente rafforzato l’esercito con militari a contratto. Questa misura non ha avuto alcun impatto nella prontezza al combattimento delle forze armate”, ha spietato il generale armeno. (Res)

Il racconto. Quel Natale armeno all’ombra di San Marco (Avvenire 06.01.18)

Era la grande vanteria coi nostri compagni di scuola: siccome noi eravamo mezzo armeni e mezzo italiani, potevamo festeggiare quindici giorni e ricevere regali dal 24 dicembre in poi       

«Questo va messo da parte per gli zii di Aleppo – disse mamma Vittoria afferrando il pacco e portando in dispensa davanti ai nostri occhi delusi il meraviglioso pandoro che ogni anno il professor Lenarduzzi, un collega senza figli, regalava a papà per noi bambini – e questi marrons glacés (nel frattempo toglieva le manine golose di Carletto dal grande vassoio dorato) bisogna richiuderli subito e avvolgerli bene, perché sono la passione di zio Rupen di Damasco, che quest’anno verrà anche lui per Natale, ma dopo Capodanno. Non vorrete mica fargli un dispetto, con tutto quello che vi porta lui, delinquenti?».

Con la mitica parola ‘delinquenti’ ogni protesta veniva messa a tacere, per forza. Non sarebbe stato saggio insistere con mamma Vittoria, o peggio ancora – provare a penetrare di nascosto in dispensa. Naturalmente lei alludeva al Natale armeno, che arriva il 6 gennaio, insieme all’Epifania. Questa era ogni anno la grande vanteria di cui ci facevamo belli coi nostri compagni di scuola: siccome noi eravamo mezzo armeni e mezzo italiani, potevamo prendere il meglio dagli uni e dagli altri, festeggiare per tutti i quindici giorni di vacanza e ricevere regali dal 24 dicembre in poi, fino alla bellissima festa del 6 gennaio, in cui si andava a Venezia, alla Messa grande all’isola di San Lazzaro degli Armeni, in mezzo alla laguna. Non so perché, ma nei miei ricordi in quel giorno il sole splende sempre, un sole freddo di gennaio, lucido in cielo come un disegno infantile.

Era una giornata piena di delizie. Si cominciava partendo da Padova in gran confusione, come sempre: alcuni bambini stipati nella macchina, altri (soprattutto quelli che soffrivano di mal d’auto, chiamati ‘i vomitanti’) affidati a una zia che pazientemente si offriva per portarli a Venezia col treno. L’appuntamento era a Piazzale Roma, e da lì ci si muoveva tutti insieme in gran fretta verso San Marco col vaporetto, e poi a San Zaccaria, da dove partiva il battello per San Lazzaro. Ma prima, in qualche punto dietro San Marco, c’era la prima tappa sognata da mesi, il carrettino dei caramèi , la frutta infilata su uno stecco e tuffata nello zucchero filato, che tutti adoravamo. Erano allineati dentro una cassettina rettangolare con sopra un coperchio di vetro che si apriva, e brillavano al sole: acini d’uva, castagne, peretti… nessuno riusciva a staccarci di là senza accontentarci, ed era un gran sventolare di fazzoletti, poi, per pulirci sommariamente le mani, che non fossero appiccicaticce quando, arrivati all’isola, avremmo dovuto correttamente inchinarci all’abate e porgergli la mano.

All’imbarcadero trovavamo tanta altra gente, altri bambini urlanti, altre zie, nonni, parenti di ogni età: erano gli armeni che si ritrovavano e facevano famiglia. Pochi e dispersi sono, in Italia; ma Venezia, da secoli, fin dai tempi più antichi della Repubblica, è stata per loro un approdo sicuro. E l’isola, donata dal doge al monaco Mechitar di Sebaste e ai suoi frati nel 1717, rappresentava e rappresenta ancor oggi un motivo di orgoglio, il faro di cultura e di scienza che aveva conservato quel che restava della loro antichissima civiltà dopo l’immensa tragedia del genocidio. In quei giorni di Natale i sopravvissuti, sulle cui spalle ancora pesavano terribili ricordi e ferite incancellabili, rialzavano la testa, si sentivano protetti, si riaprivano al sorriso e alla fiducia in mezzo ad altri come loro, alle famiglie nuove e ai loro bambini. Ritrovavano il coraggio che le difficoltà del quotidiano tendevano a piegare, e la serenità di stare insieme condividendo le tracce di un vivere comune annientato, liete memorie e la gioia del cibo condiviso. La Messa era suggestiva, emozionante, piena di suoni e di colori. Le musiche straordinarie, l’odore acuto di incenso, la tenda misteriosa, tutta intessuta di fili d’oro, che ogni tanto velava l’altare, i movimenti solenni e misurati dell’abate e dei celebranti nelle vesti maestose, i loro inchini che sembravano incontrarsi nell’aria, le voci forti e armoniose che accompagnavano con i canti della millenaria tradizione ogni momento della cerimonia, componevano un’armonia che è difficile descrivere, ma che faceva piombare tutti (compresi i bambini) in una specie di sogno, di fascinazione incantata.

Ricordo ancora l’attesa nervosa per il canto della Comunione, il famoso Der Voghormià (Signore, abbi pietà), così struggente e potente che, diceva zia Henriette, «sembra la voce di tutti i nostri morti, come un fiume di dolore che viene offerto a Dio», e il purissimo elevarsi del Sanctus, cantato da un solista che raggiungeva note sempre più alte, e mi pareva un filo di cristallo su cui passavano onde sonore sempre più forti, che mi causavano un’ansia deliziosa. E poi la comunione con il pezzetto di pane intinto nel vino, e il grande crocifisso davanti al quale ci si doveva inginocchiare prima di baciarlo, e ogni volta un chierichetto serissimo ci passava sopra con impegno un fazzoletto ricamato. Poi, finita la messa, veniva per tutti il momento del pane sottile, fragrante, con un po’ di marmellata di rose sopra (per noi con un bicchier d’acqua, solo per i grandi accompagnato dal caffè), e dell’inchino davanti all’abate Serapione e alla sua maestosa barba pepe-e-sale («incredibile come non diventi mai bianca, per quanto vecchio lui sia. Forse è un miracolo di santità», bofonchiava mio padre strizzandomi l’occhio).

Infine, alla sera, al caldo, eccoci riuniti davanti al grande albero nella casa di Padova. Gli zii di Siria si rilassavano bevendo tè dolce e spazzolando il pandoro e i marrons glacés, commossi perché la mamma aveva pensato a loro, mentre tutti noi seduti in cerchio aprivamo i nostri pacchetti, pieni di assortite meraviglie orientali: sciarpe di seta di Damasco, dolcetti di zucchero dai sapori misteriosi variamente colorati, scatole di halvà , pistacchi e semini. E una felicità ci avvolgeva piano piano, in cui tutto per un momento sembrava possibile: la famiglia ricongiunta, le ombre del passato dissipate, le pianure dorate d’Anatolia…

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Business news:: Russia, governo approva protocollo su mantenimento prezzo vendita gas ad Armenia nel 2018 (Agenzianova 06.01.18)

Mosca, 06 gen 08:00 – (Agenzia Nova) – Il governo russo ha approvato la firma del protocollo per il mantenimento nel 2018 dei prezzi accordati sulle forniture di gas per l’Armenia a 150 dollari per mille metri cubici. È quanto si legge in un ordine del Consiglio dei ministri russo, ripreso dai media locali. Alla fine di novembre la firma del protocollo è stata approvata dal governo armeno. Con un altro decreto, l’esecutivo di Mosca ha approvato un protocollo sulle modifiche all’accordo armeno-russo in merito ai termini di acquisto delle azioni e delle ulteriori attività di ArmRosGazprom, secondo il quale la quota di Gazprom nel capitale della società locale è stata portata dall’80 al 100 per cento (l’Armenia conserva lo 0,09 per cento). (Rum)

A Parigi migliaia di curdi protestano: “Erdogan è un assassino” (Globalist.it 06.01.18)

Manifestazione dei curdi a Parigi contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per denunciare il fatto che le autorità francesi non hanno condannato nessuno per gli omicidi di tre ribelli curde avvenuti nel 2013 proprio nella capitale francese. Proprio ieri, Erdogan è stato ricevuto dal presidente Emmanuel Macron.

Nel gennaio del 2013 i corpi di tre donne – Sakine Cansiz, 54enne, tra le fondatrici del Pkk; F idan Dogan, di 28 anni; e Leyla Soylemez, 24 anni – furono trovati con ferite d’arma da fuoco alla testa e al collo nel centro di Parigi. L’agenzia di intelligence turca Mit negò ufficialmente ogni ruolo negli omicidi, ma gli investigatori francesi ai tempi conclusero che spie turche erano “coinvolte” nel caso, secondo quanto riferisce una fonte giudiziaria. L’unico sospetto, il turco Omer Guney, è morto in prigione nel 2016 prima che si arrivasse al processo. Ali Dogan, fratello di Fidan, ha manifestato con altri membri della famiglia e ha dichiarato che “non c’è più speranza” per la giustizia. “Ho guardato in tv la conferenza stampa di Erdogan e Macron ieri. È triste che il presidente non abbia citato l’omicidio di mia sorella. Sembra che stiamo nascondendo le cose e la Francia non voglia divulgare informazioni per preservare i suoi interessi”, ha dichiarato ad Afp. Anche la comunità armena di Francia ha espresso rabbia per la visita di Erdogan a Parigi, dicendo che ha rivelato che lui è un “dittatore”.

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Infrastrutture: parlamento azero contrario a corridoio Georgia-Armenia per trasporto merci verso Russia (29.12.17)

Baku, 29 dic 2017 17:51 – (Agenzia Nova) – Il parlamento azero ha condannato oggi il proposito del primo ministro georgiano, Giorgij Kvirikashvili, di creare un corridoio per trasporto merci che, attraverso l’Abkhazia e l’Ossezia meridionale, possano giungere in Russia in casi di “forza maggiore”. Kvirikashvili aveva detto che il corridoio potrebbe essere utilizzato non solo dall’Armenia, ma anche dalla Turchia e altri paesi. L’Ossezia meridionale è una regione divenuta de facto indipendente dalla Georgia, che tuttavia la rivendica; la situazione è analoga in Abkhazia. Insieme al parlamentare azero Rasim Musabayov, la proposta del premier georgiano è stata criticata anche dall’opposizione a Tbilisi. L’agenzia di stampa “Trend” riferisce che il parlamentare azero, Oqtaj Asadov, ha sottolineato che l’Azerbaigian ha sostenuto la Georgia nei momenti di difficoltà e ha supposto che qualcuno voglia ora “rompere quest’alleanza”. Asadov ha aggiunto che, ad ogni modo, il gruppo di lavoro azero-georgiano sulle relazioni interparlamentari sarà informato in proposito e la proposta verrà presa in considerazione. (Res)