Armenia manterrà buoni rapporti con la Russia e il dialogo con USA e UE (Sputniknews 11.02.17)

L’Armenia continuerà ad avere rapporti con la Russia all’interno del CSTO e proseguirà il dialogo con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, ha dichiarato il vicepresidente dell’Assemblea Nazionale (Parlamento) e portavoce del Partito Repubblicano al governo Eduard Sharmazanov.

Ha illustrato il programma pre-elettorale all’assemblea della direzione del partito, comprese le questioni di politica estera. “L’Armenia continuerà i suoi rapporti d’alleanza con la Federazione Russa nella CSTO e continuerà il dialogo con gli Stati Uniti, l’Unione Europea ed i Paesi della regione”, — ha detto Sharmazanov ai giornalisti.

Secondo il politico, il programma elettorale del Partito Repubblicano è sostanzialmente pronto e sarà ultimato mercoledì o giovedì.

Sharmazanov ha osservato che i punti programmatici principali saranno il mantenimento e il rafforzamento della sicurezza nazionale, lo sviluppo economico e il progresso, lo sviluppo della democrazia e una maggiore credibilità del sistema giudiziario agli occhi dell’opinione pubblica.

In Armenia le elezioni parlamentari sono previste il prossimo 2 aprile

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I fratelli armeni Petrosyan alla Combat & Fitness di Olbia (Buongiornoalghero.it 10.02.17)

Mario Rama ha fatto un regalo speciale ai suoi allievi: uno stage con i fratelli Petrosyan. Giorgio e Armen, due super campioni, pluri titolati, capaci di trascinare il pubblico, di scatenate attenzione dei media e di appassionare migliaia di fans in tutto il mondo. Dalla Russia all’Italia, passando per tutti i paesi europei, il nome dei Fratelli Petrosyan è sinonimo di sportività, professionalità, correttezza, umiltà e forza.

   La palestra Combat & Fitness di Mario Rama, presso la Struttura Air Sporting di Olbia, ha accolto oltre 40 allievi per lo stage più atteso. Giorgio e Armen hanno parlato, spiegato, fatto vedere e aiutato a comprendere la magia della Muay Thai Una vita dedicata allo sport per i fratelli Petrosyan, entrambi eccellenza dello sport internazionale. Un’infanzia complicata che ha trovato nella visione dei film di Jean-Claude Van Damme l’idea per cogliere il piacere di una passione, che alimentata con sacrificio, è diventata professione. “C’è sempre da imparare”, dicono, “Nella vita non si finisce mai, ma non tutti lo capiscono, alcuni credono di sapere tutto, sbagliano!” Giorgio il fratello più grande, ama la sua vita, le diete, gli incontri,le vittorie e la fatica.

  Ha 31 anni, ha vinto tutto ciò che si poteva vincere, si prepara per l’appuntamento della stagione a Mosca il prossimo 18 febbraio, combatterà per la conquista del titolo mondiale. Giorgio è autore di “Con le mie mani” libro arrivato in breve tempo alla sua seconda ristampa. Leggere la sua storia, tormentata ,da combattente è come vivere la sua vita. Nato nell’Armenia insanguinata dalla guerra con l’Azerbaijan, per sfuggire alle violenze nel 1999 parte alla volta dell’Italia con il padre Andrei e il fratello Stepan, arriva in Italia e cresce votandosi anima e corpo alla kickboxing. Sceglie di diventare un campione.

   Inanellando una vittoria dopo l’altra, vince i più importanti titoli mondiali e diventa un’autentica leggenda vivente delle arti marziali. Armen è il fratello più piccolo,ricorda poco dell’Armenia, ricorda che fin da piccolo ha alimentato il desiderio di diventare qualcuno. La coppia di fratelli è affiatata nella vita come sul ring. Sono i portacolori dell’Italia nel mondo, combattono entrambi per la Fight -1 con presidente Carlo Di Blasi e per il team Leone Petrosyan. Lavorano sempre insieme, amano la Sardegna, torneranno da Mario Rama.

  Il Team Rama è ora impegnato nella preparazione in funzione del Petrosyan Mania 4 per le selezioni di Octagon alle quali parteciperà Damian Morisot giovane talento del Team Rama Per Mario Rama, la vita riprende i ritmi della palestra: corsi aperti ai Bambini dai 4 ai 7 anni e dagli 8 ai 12 e poi corsi mirati e dedicati agli adulti.

Bari città ecumenica ieri e oggi: Hrand Nazariantz e il villaggio armeno di Nor Arax (Ilmessaggeroitaliano.it 06.02.17)

Hrand Nazariantz è stato un intellettuale che ha dato un contributo notevole alla storia recente di Bari; le vicende della sua vita, tuttavia, rischiano di finire nell’oblio.

Ultimo nato di una illustre famiglia, egli nacque l’8 gennaio 1886 in una cittadina ubicata nei pressi di Istanbul (che allora era ancora chiamata Costantinopoli).

Dopo aver trascorso diversi anni tra Londra e Parigi per gli studi universitari, egli decise di tornare in patria per dedicarsi al giornalismo e all’impegno sociale attraverso la scrittura: qui contribuì alla fondazione di riviste sulla politica e sull’arte, onorando la sua passione per le letterature straniere.

Purtroppo, nell’impero ottomano iniziavano a spirare venti di guerra, negli anni ’10 del ‘900: i Turchi, non contenti dell’eccidio commesso alla fine del secolo precedente in nome del movimento pan-islamista, minacciavano un nuovo sterminio della popolazione dei cristiani armeni, questa volta con la complicità della Germania.

Fu in tale contesto che il Nazariantz venne colpito da due sentenze che lo condanna-vano a morte, nel 1913, probabilmente per il suo “eccessivo” fervore politico.

Nello stesso anno questi partì per cercare rifugio a Occidente, trovandolo nella città di

Bari; appena in tempo, poiché Varujan, Siamant’o, Sevag e altri colleghi dello scrittore non ebbero la possibilità di lasciare l’impero ottomano, e non si salvarono dai tristi eventi del 1915. La strage si prolungò per diversi mesi, fino a quando le truppe russe penetrarono nel Caucaso e riuscirono a liberare gli armeni, la cui popolazione ormai era stata decimata. Purtroppo, come è avvenuto (e ancora avviene) per il genocidio commesso da Hitler nei confronti degli ebrei, così c’è chi ha negato il genocidio armeno e continua tutt’oggi a farlo. Il governo turco, con la complicità giustappunto dei tedeschi, ha fatto di tutto per insabbiare e nascondere dalla memoria storica questi tragici avvenimenti.

Tornando al Nazariantz, su di lui avevo accennato al fatto che questi trovò rifugio a Bari, dove rimase fino alla morte: non rivide mai più la sua terra natia.

Egli non perse mai il suo entusiasmo e il desiderio di smuovere le coscienze sulla de-licata questione armena, coltivando nel capoluogo pugliese la sua attività di letterato e pubblicista. Fondò in città il villaggio di Nor Arax, un luogo fisico ma anche “intellettuale” che sarebbe servito come rifugio per i futuri profughi. Qui gli esuli si diedero subito da fare anche in ambito economico, avviando un’industria artigianale di tappeti di alta qualità. Nazariantz entrò in contatto con gli armeni che si erano rifugiati in altre città d’Italia, in particolar modo con quelli di Venezia e di Torino, ma anche con intellettuali italiani, tra cui il barese Franco Nitti Valentini: la collaborazione con questi ultimi anzi si rivelò più agevole e produttiva rispetto a quella con i suoi connazionali. Gli armeni che scrivevano per l’“Organo degli Armeni” a Torino avevano infatti dato una connotazione politica al loro impegno sociale, con un atteggiamento accusatorio e intransigente; l’attività del Nazariantz, invece, si distingueva per lo spirito “universalistico” e di mediazione tra Occidente e Oriente: non solo attraverso la scrittura, ma anche con discorsi e interventi nelle trasmissioni di Radio Bari.

Ecco una testimonianza lasciata dal poeta Enrico Cardile, in un articolo per Il Resto del Carlino, edizione 27 luglio 1939: “Tutto ciò ridesta al nostro pensiero qualche decennio di passione e di battaglia. Alludo al tempo in cui, con Gian Pietro Lucini, e Hrand Nazariantz, s’invocava in Italia, la libertà del popolo armeno, seviziato, martorizzato e disperso dalla brutalità dei turchi, e più specialmente dalle loro masnade guerriere: i Kurdi. (…) Ma il movimento pro Armenia, è stato manifestato in altro tempo vivo, in Italia, specialmente mercè l’opera infaticabile del grande pioniere di libertà e poeta cosmogonico Hrand Nazariantz, fondatore del villaggio armeno pugliese di Nor Arax”.

Il poeta armeno fondò anche la rivista Graal, che purtroppo ebbe successo solo per pochi anni; egli continuò a vivere nell’umiltà e senza un lavoro fisso a Bari, per finire i suoi anni nell’anonimato tra Conversano e Casamassima, dove morì nel 1962.

Massimo Castellana

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Giornata della Cultura Armena (Agenpress 06.02.17)

Agenpress. Armenia in italiano, è una terra lontana, ai piedi del monte Ararat, nel Caucaso. Un paese bellissimo dalla storia gloriosa, di antichissime tradizioni e dalla cultura millenaria. Il popolo armeno si è sempre risollevato dalle tragedie della storia, grazie alla sua identità e all’orgoglio.

Gli armeni oggi vivono in tutto il mondo, oltre che nella terra d’origine. Molti sono presenti anche in Italia da tempo immemorabile, tra cui importanti esponenti della cultura e dell’arte. Musica, poesia, arti visive, cucina, bellezze naturali, ospitalità: l’Armenia è uno scrigno di sensazioni, emozioni e scoperte.

Il Cristianesimo è la base della sua identità nel corso di 1.700 anni, le cui testimonianze si ritrovano nelle circa duemila chiese, monasteri e nel complesso religioso di Echmiadzin, a sede del Khatolikos di tutti gli armeni. Ma ci sono anche tracce della precedente presenza greca e romana. Per saperne di più, l’Associazione Culturale L’albatros e la Biblioteca Vallicelliana hanno organizzato la GIORNATA DELLA CULTURA ARMENA, il 9 marzo 2017, presso il Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana di Roma, con un convegno, una mostra e un pomeriggio artistico che prevede una serie di iniziative culturali e di spettacolo. Garantita la  presenza di rappresentanti delle istituzioni italiane e armene e di studiosi di entrambi i Paesi. Sarà tracciato il profilo dell’Armenia moderna e delle relazioni secolari intrattenute con l’Italia. Nel corso della mattina saranno presentati studi e ricerche in diversi ambiti disciplinari, sulla base di un articolato programma.

Mentre il pomeriggio sarà dedicato allo spettacolo, con la proiezione del documentario L’ARMENIA TRA NOI, reading di poeti armeni a partire da Hrand Nazariantz, vissuto in Italia, e  saranno eseguite musiche popolari armene e di autori classici, a cominciare da Vardapet Komitas e Aram Khachaturian. Sarà anche presentata la pièce teatrale IL COLOMBO IMPAURITO.

In contemporanea sarà inaugurata la mostra di arte contemporanea dedicata all’Armenia, HAIASTAN. FORME E COLORI DA LONTANO, che vedrà la presenza di opere d’importanti artisti armeni: Ivetta Babajan, Spartak Babajan, Artur Charutjunjan, Georgij Franguljan, Aram Grigorjan, Tigran Mangassarian, Sonya Orfalyan e Gregorio Sciltjan.

La GIORNATA DELLA CULTURA ARMENA sarà anche l’occasione per presentare le opportunità di viaggio in questa terra meravigliosa che soltanto pochi conoscono e che merita di essere goduta in tutta la sua bellezza.

Cooperazione in materia doganale: in vigore l’accordo tra Italia e Armenia (Ipsoa.it 06.02.17)

L’accordo stipulato tra la Repubblica italiana e la Repubblica dell’Armenia per prevenire e contrastare le infrazioni doganali entra in vigore, a seguito dello scambio delle notifiche per il perfezionamento dell’accordo. Lo ha reso noto il 6 febbraio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con comunicato pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Con comunicato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha reso nota l’entrata in vigore, dal 1° febbraio 2017, dell’accordo stipulato tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica dell’Armenia per la cooperazione e la mutua assistenza in materia doganale.
L’accordo è stato perfezionato a seguito dello scambio delle notifiche, e ha lo scopo di prevenire, accertare e reprimere le infrazioni in ambito doganale.
La ratifica è stata autorizzata con la legge n. 215 del 3 novembre 2016.
A cura della Redazione

San Gregorio Armeno, tre giorni di Festa a Nardò. L’intero programma delle iniziative (Leccenews245.it 04.02.17)

Ben tre giorni di festa, a Nardò, in onore di San Gregorio Armeno, patrono della città neretina. Nell’articolo, il corposo programma di appuntamenti civili e religiosi, presentato dagli organizzatori a Palazzo Personè.

 

Conferenza stampa Festa di San Gregorio Armeno

Conferenza stampa Festa di San Gregorio Armeno

 

Nardò. Tre giorni di festeggiamenti in onore di San Gregorio Armeno, patrono della città di Nardò, il 18, 19 e 20 febbraio. Un corposo programma di appuntamenti religiosi e civili che è stato presentato a Palazzo Personè. Grandissimo lavoro del comitato festa patronale, presieduto da Cosimo Caputo, e al sostegno dell’amministrazione comunale e di tanti privati. La novità di quest’anno è rappresentata dal nuovo logo del comitato festa patronale, realizzato da Marcello Gaballo, raffigurante il volto di San Gregorio e tratto dal busto argenteo custodito in cattedrale. Inoltre è in fase di organizzazione un viaggio in Armenia da parte di una delegazione della città, con l’obiettivo di rinsaldare il legame con la comunità della terra armena, patria di San Gregorio. “È la mia prima festa patronale da sindacoha spiegato il sindaco Pippi Mellonee naturalmente, da un punto di vista personale, diversa dalle altre. È l’occasione per rinsaldare il senso di comunità e per riscoprire la nostra identità. L’amministrazione comunale ha sostenuto e sosterrà sempre l’ottimo lavoro del comitato festa patronale, che ringrazio a nome di tutti”.

  • Si comincia sabato 18 febbraio con la presentazione di Karastan, Armenia terra delle pietre, libro di Alessandro Pellegatta, edito da Besa Editrice, in programma alle ore 9:30 al Chiostro dei Carmelitani.
  • Si prosegue domenica 19 febbraio con la passeggiata a cavallo a cura di Cesare Bruno, che partirà alle ore 10 da via Cuoco in zona 167. Sempre domenica, alle ore 18, in cattedrale ci sarà la messa pontificale prima della solenne processione per le vie della città. La processione con il simulacro di San Gregorio sarà accompagnata dal Nuovo Concerto Bandistico Terra d’Arneo della Città di Nardò. Alle 20:30, in piazza Salandra, lo spettacolo musicale con Party Rock Salento.
  • Lunedì 20 febbraio si celebreranno nella cattedrale quattro messe (7:30, 9, 10:30, 18:30) ed in mattinata il Nuovo Concerto Bandistico si esibirà per le vie del centro storico. Mentre in serata, alle ore 20, in piazza Salandra è in programma l’atteso concerto degli Apres la Classe.

Grazie a tutti coloro che hanno contribuito all’organizzazione della festa – ha commentato l’assessore alla Cultura e al Turismo Francesco Planteraa chi sostiene economicamente e logisticamente questo grande appuntamento di comunità. La nostra festa, la festa delle nostre radici religiose e civili. Mi auguro sia un momento di riflessione per tutta la comunità e, visto il programma degli eventi civili, anche di grande partecipazione”.
Tutti gli altri eventi del Salento sulla sezione apposita curata da LecceNews24.it.

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Armenia, storia di un popola e del primo genocidio del ‘900 (Varesenews 03.02.17)

Parlerà il professor Aldo Ferrari, docente di Armenistica e Caucasologia e di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università Cà Foscari di Venezia

L’Associazione Amici del Liceo di Luino, la Parrocchia Prepositurale SS. Pietro e Paolo di Luino, il Liceo “Sereni”, in collaborazione con l’ AISU e col patrocinio della Banca Popolare di Bergamo-UBI Banca e della Città di Luino, hanno organizzato un’interessante conferenza dedicata all’Armenia.

L’incontro pubblico aperto a tutti si terrà questa sera venerdì 3 febbraio alle 18 presso la sala conferenze della Banca Popolare di Bergamo-UBI Banca (Viale Piero Chiara 9 a Luino).

Il titolo del convegno è “Armenia, storia di un popolo e del primo genocidio del ‘900” e vedrà come relatore il prof. Aldo Ferrari, docente di Armenistica e Caucasologia e di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università Cà Foscari di Venezia.
Moderatore sarà il dott. Alessandro Franzetti, cultore della materia di Linguistica e Semiotica e dottorando di ricerca in Diritto e Scienze Umane presso l’Università degli Studi dell’Insubria.
L’area di ricerca del prof. Ferrari riguarda gli studi storici e le relazioni internazionali dell’Europa orientale, del Caucaso, dei paesi islamici e dell’Asia Centrale.

«L’Armenia è stato il primo paese, nel XXX secolo, a convertirsi al cristianesimo e ha una storia millenaria, fatta di una cultura straordinaria, di monasteri su alture stupende e costituisce un vero ponte tra Oriente e Occidente- dichiara il portavoce degli Amici del Liceo Alessandro Franzetti- nel 1915 l’Impero Ottomano allora in dissoluzione commise un orribile crimine contro l’umanità portando a compimento il genocidio del popolo armeno, causando circa 1,5 milioni di vittime innocenti».

«Purtroppo per troppi anni non si è parlato di questo primo genocidio del ‘900, che fu un terribile prologo dei tanti genocidi del ‘900, tra cui la Shoa. Alcune fonti storiche affermano che Hitler ai suoi gerarchi disse “come nessuno ha saputo dell’eliminazione del popolo armeno, nessuno saprà di quella degli ebrei”. Fortunatamente si sbagliava e oggi tutti sanno della Shoa e ricordiamo ogni anno la Giornata della Memoria. Ancora troppo pochi sanno del genocidio armeno perpetrato dai Turchi e quindi occasioni come questa sono utilissime per far conoscere la verità storica», conclude Franzetti.

Il convegno vedrà al mattino un’assemblea al Teatro Sociale per le classi quarte e quinte del Liceo “Sereni”.
All’iniziativa ha partecipato fin da subito il prevosto e decano di Luino, don Sergio Zambenetti, che plaude all’iniziativa e da sempre crede al lavoro di squadra tra realtà religiose, culturali e sociali della Città.
“Mentre molti cercano vie per il dialogo e la pace, fermarsi a conoscere la storia del popolo armeno e il genocidio subìto all’inizio del ‘900 può aiutarci a riflettere sulla nostra capacità di costruire la civiltà dell’amore”, commenta don Sergio.
L’invito è dunque a tutti di partecipare per conoscere questa pagina triste del ‘900.

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I piloti russi volano sui MiG-29 in Armenia (Sputnik 03.02.17)

I piloti della base aerea di Erebun, in Armenia, hanno preso il volo in condizioni meteorologiche normali su caccia di quarta generazione, i MiG-29, ha riferito venerdì a Ria Novosti il servizio stampa del distretto militare meridionale.

“Nelle prime lezioni i piloti dei caccia MiG-29 eseguono i compiti essenziali di pilotaggio lungo i percorsi assegnati, voli diurni, di esplorazione, decollo e atterraggio in zone montuose”, ha dichiarato il servizio stampa che ha riferito, inoltre, che nel 2017 i piloti militari del distretto meridionale svolgeranno più di 100 diverse attività, come congiunzione in volo, collaborazione con l’artiglieria, carri armati, unità dei poligoni di montagna Kamut e Alagas, addestrandosi in condizioni critiche, nel volo tattico, nella tattica e tattiche speciali.

Il distretto militare Sud è dislocato nel campo d’aviazione di Erebun a Erevan, costituito nel 1995. Nel novembre 1998 alla base sono stati assegnati i caccia MiG-29. Nel luglio 2001 ad Erebun è stata costituita la base aerea, che è diventata parte della 102° base militare di stanza a Gyumri. Alla fine del 2013 nella composizione della base aerea è entrata una squadra di elicotteri. Nel mese di dicembre 2015 e febbraio 2016 dalla Federazione Russa sono stati assegnati al campo d’aviazione di Erebun gli elicotteri d’attacco Mi-24P e da trasporto Mi-8MT.

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Il potere di Vladimir Putin ha l’odore del gas

-di MAGDA LEKIASHVILI-

Gazprom – una delle più grandi aziende del mondo dell’energia. La Russia con il 50,002% possiede la quota di controllo di Gazprom. L’azienda nasce nel 1989, quando il Presidente di quel periodo Mikheil Gorbachev unisce i ministeri del petrolio e del gas e nomina Gazprom come ente responsabile per la produzione/distribuzione e la vendita di gas. Da allora in poi, l’azienda non lascia più lo spazio occupato nel mercato.

La compagnia statale russa Gazprom è uno dei simboli del potere di Vladimir Putin. Grazie alle enormi risorse di gas naturale presenti sul territorio russo e al vertiginoso aumento del prezzo del gas nello scorso decennio, le esportazioni di Gazprom hanno garantito un enorme afflusso di valuta pregiata nelle casse del Cremlino. Dal 2000 a oggi Putin ha fatto in modo che il controllo della società restasse saldamente in mano ai suoi uomini. Boris Nemtsov, oppositore di Putin, che muore nel febbraio 2015 in un attentato con armi da fuoco per le strade di Mosca (1), nel suo libro Disastro Putin. Libertà e Democrazia in Russia scrive che Gazprom è in mano allo stato e viene manipolata politicamente dal presidente Putin e dal primo ministro Dmitri Medvedev. Sottolinea che undici dei diciotto membri del consiglio di amministrazione sono agenti dei servizi segreti, senza alcuna competenza in materia di gas. “Eppure la dirigono, e gestiscono il 40% del gas fornito all’Europa. I beni della società sono stati ceduti con transazioni dubbie e semicriminali, e i processi di nazionalizzazione e privatizzazione di Gazprom sono stati portati avanti con modalità criminali”- continua Nemtsov.

I punti di vista non cambiano la realtà e Gazprom rimane “una speranza” per i paesi dell’Est Europa. Per esempio l’Armenia è totalmente dipendente dal gas russo. Nel 1997 ArmRosGazprom è stata fondata come progetto di un gasdotto comune russo-armeno, dentro il quale Gazprom, russa, possedeva il 45% delle azioni e un altro 45% apparteneva al Ministero dell’Energia armeno. Nel 2014, Gazprom è diventata l’unica proprietaria della società, ribattezzata come Gazprom Armenia.

Il gas russo in Armenia viene trasportato attraverso il territorio Georgiano. Anche la Georgia portava avanti i rapporti economici con Gazprom. Dopo il 2006 Gazprom dichiara di aver raddoppiato il prezzo del gas che vende alla Georgia, portandolo da 110 a 230 dollari ogni mille metri cubi. Per questo motivo, subito dal 2006, la Georgia ha provato a diminuire la dipendenza energetica dalla Russia sostituendo il gas russo con quello dell’Azerbaigian. Essendo la Georgia un paese di transito, Gazprom le cedeva il 10% del gas naturale trasportato attraverso il paese caucasico verso l’Armenia, come contropartita. Il contratto fra la Georgia e la Russia viene aggiornato ogni anno. Fino adesso la Georgia è riuscita a mantenere il 10% del gas a sua disposizione. Mentre, secondo un nuovo accordo, dal 2018, la Georgia riceverà una compensazione monetaria direttamente proporzionale alla quantità di gas russo che transiterà nel proprio territorio. Avrà anche il diritto di richiedere forniture aggiuntive di gas a un prezzo ribassato, a 185 dollari ogni 1.000 m³ invece di 215 dollari ogni 1.000 m³. Detta cosi sembra davvero un favore da parte di Gazprom. Però in Georgia gli esperti temono che il nuovo accordo porterà come risultato un’ulteriore dipendenza sulla Russia. Come in Armenia, anche in Georgia la vicina Russia riuscirà a imporre le sue regole, non solo in campo di energetico, ma soprattutto in campo politico.

Anche l’Ucraina dipendeva dalla Russia per coprire il fabbisogno nazionale di gas, ma ha sospeso l’acquisizione di gas russo nel novembre 2015. Attualmente Kiev si rifornisce dall’Ue, convinta che il gas sia più economico di quello di Gazprom. A giugno 2016 la Naftogaz Ucraina (2) ha però proposto a Gazprom di riprendere le forniture. Il prezzo medio delle esportazioni Gazprom in Ucraina sarà più alto nel primo trimestre 2017 rispetto all’ultimo trimestre del’2016.

Tutto tornato a favore dell’azienda Russa, che continua a tormentare i paesi vicini e, soprattutto, mantiene l’influenza su di loro grazie alla ricchezza naturale che possiede.

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Cronistoria del conflitto nel Nagorno Karabakh

Non si può comprendere il conflitto nell’Artsakh (Karabakh in lingua turca) prescindendo dal contesto dello scontro geopolitico in atto nel Levante e nella stessa area caucasica. Il Caucaso rappresenta uno snodo di interessi geostrategici cruciali. Ponte tra l’Europa e l’Asia, la Russia e il Medio-Oriente, quest’area geografica connette complessivamente il 70% della popolazione mondiale con il 75% delle risorse energetiche mondiali.
di Daniele Perra – 1 febbraio 2017

 

L’accurata descrizione che Marco Polo fece dell’area caucasica, identificata nella Grande Armenia storica, libera dai paraocchi della modernità e dell’ancora peggiore post-modernismo, e ricca di rimandi alla tradizione ed alla fede religiosa, ci mostra ancora una volta come esista una segreta influenza, sconosciuta agli analisti geopolitici e geoeconomici odierni, esercitata dalle scienze tradizionali sull’immaginario collettivo. Di fatto, come afferma il filosofo russo Aleksandr Dugin, esiste innegabilmente un «profondo impatto residuale degli archetipi della geografia sacra sedimentato nell’immaginario collettivo che determina la struttura stessa del pensiero geopolitico».

«Ancor vi dico che in questa Grande Erminia è l’Arca di Noè in su una grande montagna, ne le confine di mezzodie in verso il levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani, che sono iacopini e nestorini, delli quali diremo innanzi. Di verso tramontana confina con Giorgens, e in queste confine è una fontana ove surge tanto olio e in tanta abbondanza che cento navi se ne caricherebbero a la volta. Ma egli non è buono a mangiare, ma sì da ardere, e buono da rogna e d’altre cose; e vegnoro gli uomini molto da lunga per quest’olio; e per tutta quella contrada non s’arde altr’olio.» (Marco Polo, Il Milione)

Il Caucaso ha per millenni rappresentato una terra di confine; limite ultimo impossibile o quantomeno pericoloso da valicare. L’Arca di Noè, dopo quaranta giorni e quaranta notti, si incaglio sul Monte Ararat, dove si ritiene sia ancora oggi. Credenza religiosa, quella del diluvio e dell’arca, comune a quasi tutte le tradizioni religiose, e che mostra evidenti similitudini con l’Epopea di Gilgamesh: soggetto divino o divinizzato della tradizione sumera e di cui l’attuale popolazione curda dell’area del Vicino Oriente ritiene essere diretta erede. Si veda a tal proposito lo scritto del leader del PKK Abdullah Ocalan Gli Eredi di Gilgamesh. A dimostrare che neanche il pensiero marxista-leninista, seppur più tendente all’anarchismo, del leader curdo, è estraneo a rimandi alla tradizione religiosa dell’area. Ma il Caucaso è anche il luogo in cui Zeus incatenò e condannò ad atroci sofferenze Prometeo, creatore dell’uomo e colui che, rubandolo agli dei, fornì il fuoco all’uomo stesso, condannandolo però alla mortalità ed alla perdita del paradiso, della visione e della condivisione del divino. E proprio alle porte del Caspio, secondo la tradizione islamica, Alessandro Magno, il Bicorne, colui il cui potere si estendeva da Occidente ad Oriente, fece costruire una “sacra muraglia” (costruire confini e muri non è evidentemente prerogativa della sola modernità) contro le demoniache tribù del nord; le genti di Gog e Magog, identificate con gli abitanti delle steppe eurasiatiche. Queste stesse regioni, per lunghi anni, vennero considerate dai teologi cattolici medievali, come un’area geografica abitata dalle altrettanto demoniache tribù israelite disperse dopo la caduta di Babilonia.

Ancora oggi i processi di etnogenesi che hanno portato all’origine delle attuali popolazioni caucasiche rimangono in larga parte oscuri. Si è parlato di una sorta di “memoria indoeuropea” del Caucaso, osservando come queste popolazioni abbiano comunque vissuto a stretto contatto con quelle indoeuropee nel corso dei loro rispettivi processi di formazione etnoculturale. Ed alcuni storici ed antropologi come Thomas Gamkhelidze e Vjaceslav Ivanov hanno avanzato l’ipotesi che proprio l’area compresa tra l’Alta Mesopotamia e l’Anatolia sia stata in realtà la zona principale di irradiamento delle popolazioni indoeuropee. Tuttavia, il Caucaso, nonostante la sua posizione centrale, è sempre stato considerato una zona di confine dalle potenze imperiali che si sono succedute nell’area. E proprio la sua complessità geografica ha in qualche modo favorito l’isolamento dei suoi abitanti. Infatti, terra di confine dai contorni mitici ed allo stesso tempo snodo geostrategico cruciale, il Caucaso, per la sua intrinseca complessità etnica, geografica e culturale, ha sempre rappresentato una sorta di enigma per tutte quelle entità imperiali che nel corso della storia hanno cercato di dominarlo senza tuttavia mai comprenderlo del tutto. I geografi arabi lo definirono Djabal al-Alsun, ovvero “la montagna delle lingue”, sottolineando ancora una volta la molteplicità culturale che colpiva tutti i viaggiatori che percorrevano l’antica via della seta. La stessa conquista zarista, la cui dimensione imperiale, soprattutto nell’Ottocento, ebbe un inusitato afflato mistico, messianico e civilizzatore, concentrandosi essenzialmente sulla difesa della cristianità nell’area e sulle tre etnie principali (armeni, azeri e georgiani), e nonostante il suo intrinseco carattere multietnico e multi-religioso, non riuscì nel proposito di soggiogare totalmente ai proprio interessi le bellicose popolazioni dell’area. Obiettivo che solo l’Unione Sovietica, a seguito di grandi sacrifici e di una pesante repressione, riuscì a portare a compimento definitivo.

Tuttavia, la violenza e le rivendicazioni territoriali, riemerse una volta crollato l’URSS, hanno dimostrato ancora una volta l’artificiosità di confini disegnati senza tenere conto dei processi evolutivi storici e geografici che le popolazioni dell’area caucasica, tanto nella parte settentrionale (di fatto la più complessa dal punto di vista della diversità etnico-religiosa) quanto nella parte meridionale, hanno affrontato nel corso dei secoli. E, di fatto, hanno dimostrato, ancora una volta, come l’adulteramento culturale imposto dalla modernità occidentale, e con precisi scopi geopolitici, risulti intrinsecamente pernicioso in aree geografiche che hanno vissuto larga parte della propria storia all’interno di contesti imperiali che contribuivano, in nome della stabilità, a non fomentare l’odio etnico e religioso. A titolo esplicativo si può prendere in considerazione la storia dell’Armenia: “il paese delle pietre urlanti” come lo definì il poeta Osip Mandel’stam. Il Regno di Armenia, sotto Tiridate III e grazie all’influsso del santo e teologo Gregorio l’Illuminatore, fu la prima entità statuale, seppur tributaria dell’Impero romano, a fare del cristianesimo la religione di Stato nel 301 dopo Cristo. E la stessa Chiesa apostolica armena sancì la sua separazione sia dall’Occidente che dall’Oriente bizantino non riconoscendo l’esito del Concilio di Calcedonia le cui tesi vennero rigettate dal Concilio di Dvin del 455 nel quale la posizione armena si allineò al miafisismo professato da Cirillo di Alessandria. I territori allora occupati dal Regno, orientato soprattutto sull’Anatolia e sull’area costiera del Caucaso nel Mar Nero, come quelli del Tema armeno sotto i bizantini, non corrispondevano in toto con gli attuali confini dello Stato armeno che solo in minima parte occupa i territori ancestralmente popolati dagli armeni. E paradossalmente, più dell’attuale Armenia, è proprio la regione contesa dell’Artsakh (nota con il nome turco di Karabakh – l’odierna enclave armena interna all’Azerbaigian), ad essere storicamente un’area geografica propriamente a maggioranza armena.

Questo fattore spiega in parte la difesa ad oltranza, quasi religiosa, che la popolazione armena dell’Artsakh, nel momento dell’implosione sovietica, ha opposto di fronte alla possibilità della sua assimilazione all’interno del territorio dello storicamente ostile Azerbaigian. E dimostra l’ancestrale attaccamento di un popolo, che si identifica in un comune destino storico, alla propria terra di origine: un sentimento difficilmente spiegabile in prosa ma ben narrato dalla poeticità della lingua armena e dai suoi meravigliosi letterati come Gregorio di Narek e Sayat Nova. Ed un sentimento che in epoca sovietica il regista Sergej Paradzanov fu abile a tradurre in immagini.

La lunga pax mongolica, oltre ad aver dato forma allo sviluppo commerciale dell’area, ebbe altresì il merito di limitare l’inevitabile scontro etnico e religioso tra le popolazioni autoctone della regione e la sempre più cospicua presenza turca e musulmana che raggiunse il suo apice intorno al XIV secolo con le invasioni delle confederazioni tribali turcomanne dei Kara Koyunlu (Montoni Neri) e soprattutto degli Ak Koyunlu (Montoni Bianchi); turchi Oghuz di cui gli odierni azeri si ritengono diretti discendenti. Tuttavia, da questo momento in poi, gli armeni, con l’esclusione proprio dell’Artsakh, che solo nel 1750 divenne a tutti gli effetti parte integrante di un khanato turco, iniziarono a vivere in condizione di sudditanza politica, nonostante le loro innate capacità commerciali favorirono lo sviluppo di una fiorente borghesia mercantile che, alla pari dei Fanarioti greci di Costantinopoli, costituì l’asse portante dell’economia ottomana.

E proprio la rivalità socio-economica, tanto all’interno dell’Anatolia quanto nel Caucaso, alla pari dell’antagonismo religioso e dei sentimenti nazionalistici, scatenò le violenze etniche e settarie che si risolsero nel progressivo sradicamento e sterminio della popolazione armena entro i confini dell’Impero ottomano, prima e durante la Prima Guerra Mondiale, e nella guerra armeno-tatara del 1905 all’interno della Russia zarista che dalla seconda metà dell’Ottocento divenne potenza egemone nel Caucaso a discapito tanto degli ottomani quanto della Persia. Un processo intrinsecamente legato alla colonizzazione turca e curda (proprio i gruppi paramilitari curdi, noti come basi bozuk, ebbero un ruolo primario, su spinta del potere ottomano centrale, nel genocidio armeno) dei territori storicamente popolati dagli armeni ma che solo nell’Ottocento, con l’irresponsabile diffusione da parte delle potenze europee di materiale propagandistico nazionalista, e col malcelato gioco geopolitico volto a sfaldare il “non civilizzato” Impero ottomano con la scusa della difesa della cristianità oppressa, raggiunse i suoi picchi di odio: un odio essenzialmente di classe ma ben mascherato da odio etnico e religioso, visto che la popolazione armena dell’Impero ottomano, nel momento dello scoppio del conflitto mondiale, ma anche nel corso delle precedenti guerre russo – turche, rimase in larga maggioranza fedele al Sultano.

L’odierna situazione di estrema instabilità che contraddistingue la regione caucasica è eredità e risultato di alcune infauste politiche attribuibili in larga parte alla Russia zarista più che alla politica delle nazionalità attuata dai bolscevichi che ha almeno avuto il merito di congelare la conflittualità latente. Si legga a tal proposito lo scritto di Stalin del 1913 Il marxismo e la questione nazionale; uno scritto utile per capire le prospettive ideologiche entro le quali il Vozd (capo supremo) operò le sue scelte politiche nei confronti non solo della regione caucasica ma anche dell’Asia Centrale. Di fatto, la politica staliniana delle nazionalità, volta alla precisa definizione del concetto di nazione come comunità storica e culturale, seppur responsabile dell’artificiosità dei confini delle odierne entità statuali dell’area, ebbe il merito di attenuare quelle tensioni etniche che il regime zarista, solitamente estraneo a tali subdole pratiche, nel momento della sua irreversibile decadenza, aveva invece esacerbato e fomentato pur di infrangere quelle forme di solidarietà di classe che si vennero a creare a causa dell’inusitato sviluppo industriale dovuto essenzialmente alla ricchezza della regione in termini di risorse naturali. Lo scontro violento e brutale tra armeni ed azeri del 1905, non a caso esploso in concomitanza con i moti rivoluzionari nella Russia interna, di fatto, rappresenta il preludio dell’odierno scenario conflittuale che contraddistingue i due paesi dal crollo dell’URSS in poi.

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Distribuzione delle etnie caucasiche

Nel momento unipolare successivo all’implosione dell’Unione Sovietica, il Caucaso è tornato prepotentemente protagonista della scena politica internazionale in quanto zona di frontiera in cui giganteschi interessi geostrategici contrastanti si intersecano con la latente conflittualità interna. La politica statunitense nell’area, da leggere all’interno del progetto di costruzione del “Grande Medio Oriente”, ovvero di un’area geografica totalmente subordinata all’interesse imperialistico nordamericano, era volta essenzialmente alla diversificazione dei fornitori di materie prime ed alla costruzione di infrastrutture che escludessero dal gioco geopolitico tanto l’indebolita Russia quanto l’Iran. Di fatto, l’evoluzione dello scontro geopolitico nel Caucaso, come afferma lo storico Aldo Ferrari, ha portato alla formazione di due assi di alleanze divergenti: l’asse “verticale” composto da Russia, Armenia ed Iran (estremamente ostile nonostante la comune fede sciita proprio al filo-occidentale Azerbaigian); e l’asse “orizzontale”, sostenuto dagli Stati Uniti e costituito da Azerbaigian, Georgia e Turchia. La mai del tutto debellata presenza gihadista nel Caucaso russo e l’attuale recrudescenza della crisi nel Nagorno Karabakh sono entrambi sintomi dell’inasprirsi dello scontro geopolitico nell’area del Levante che al momento vede soccombere la progettualità imperialistica nordamericana ed il progressivo deterioramento di quell’asse orizzontale di alleanza costituito essenzialmente sul mero interesse politico ed economico dei suoi diversi componenti.

Gli scontri tra armeni ed azeri iniziarono, tuttavia, ben prima del definitivo crollo dell’URSS. Già sul finire degli anni Ottanta, Baku lanciò dei veri e propri pogrom anti-armeni per contrastare le rivendicazioni dell’Alto Karabakh ad unirsi alla Repubblica Armena. Pogrom che solo una altrettanto brutale repressione delle truppe sovietiche riuscì a placare. Il plebiscito che sancì l’indipendenza armena nel settembre 1991 e l’elezione a presidente della Repubblica di Levon Ter Petrosian, già leader del Comitato Karabakh, ridiedero vigore alle rivendicazione degli armeni in territorio azero che, attraverso un altro plebiscito, sancirono l’indipendenza della regione col nome di Repubblica armena dell’Artsakh. Tale decisione trasformò lo scontro etnico in una guerra aperta che vide prevalere nettamente gli armeni, grazie all’appoggio russo e iraniano, che non solo hanno espulso gli azeri dell’enclave ma hanno addirittura conquistato diverse posizioni in territori a maggioranza azera occupando militarmente ben sette province/distretti nel territorio dell’Azerbaigian. Questa posizione, di fatto, dal momento del cessate il fuoco del 1994, e nonostante gli scontri a fuoco e le vittime dell’aprile 2016, è rimasta sostanzialmente invariata. E risulta abbastanza facile leggere la recrudescenza di tale conflitto come un tentativo per destabilizzare ulteriormente i rapporti e le posizioni russe e turche nel Caucaso nel momento in cui il conflitto siriano e l’abbattimento, proprio per mano turca, del caccia russo SU-24 stavano conducendo alla definitiva rottura diplomatica tra i due paesi. L’Armenia, una delle più sviluppate repubbliche in epoca sovietica, ha sofferto particolarmente della rottura delle relazioni economiche legate all’esistenza stessa dell’URSS.

La difficile situazione economica venutasi a creare nel momento dell’indipendenza è stata ulteriormente aggravata da una posizione geopolitica non proprio vantaggiosa. Priva di sbocchi al mare e con le sue frontiere bloccate nella doppia morsa turca di Azerbaigian e Turchia, che la esclude da diverse prospettive di sviluppo economico e dal potenziale transito delle risorse energetiche dell’Asia Centrale (è in fase di ultimazione, ad esempio, la linea ferroviaria BTK – Baku, Tbilisi, Kars), la piccola Repubblica armena ha scelto di condurre una politica del “doppio binario”, ben consapevole dell’intrinseco legame culturale che la lega alla Russia, garante della sua sicurezza, senza però tralasciare una sostanziale apertura anche nei confronti dell’Occidente. La diaspora armena è in particolar modo molto attiva tanto negli USA quanto in Francia. Tuttavia, proprio questa apertura verso l’Occidente e la massiccia presenza di ONG occidentali sul territorio armeno, nel momento dell’adesione del paese all’Unione Economica Eurasiatica nel gennaio del 2015, ha indotto al quasi automatico tentativo di rivoluzione colorata, in puro stile Gene Sharp e George Soros, palesatosi col nome di Electric Yerevan: una protesta “popolare” (l’1% della popolazione che pretende di rappresentarne la maggioranza) scaturita dall’aumento della bolletta della corrente elettrica ma che in realtà mirava al ben più aggressivo obiettivo del cambio di regime. Ovviamente le accuse di dittatura nei confronti del “corrotto regime” del presidente Serz Sargsyan non si sono fatte attendere. Paradossalmente anche da parte della dinastia presidenziale azera degli Aliyev; già al centro di un caso che nel 2013 fece giurisprudenza nel campo dell’osservazione elettorale internazionale in quanto venne smascherato l’approccio politico e partigiano con il quale diverse organizzazioni internazionali ed ONG agirono in modo da presentare come libero e corretto un processo elettorale di fatto ampiamente caratterizzato da intimidazioni e violenze.

Non ottenuto l’obiettivo del cambio di regime con la protesta “pacifica” del movimento Electric Yerevan ovviamente hanno fatto la loro comparsa i gruppi paramilitari nazionalisti che accusano il governo armeno di un atteggiamento troppo morbido nei confronti della questione dell’Artsakh. Uno in particolare, il gruppo Parlamento Costituente, nel luglio 2016 ha assediato una stazione di polizia a Yerevan richiedendo il rilascio del suo leader, Jirair Seiflian; militante ultranazionalista, veterano del conflitto nel Karabakh, unitosi nel 2015 al gruppo di opposizione Nuova Armenia di Raffi Hovanisian, strettamente connesso con l’ambasciata statunitense e la Fondazione Soros. È chiaro che una nuova escalation dello scontro nell’Artsakh (l’Azerbaigian ha accusato gli armeni di aver violato il cessate il fuoco per ben trentacinque volte nel solo giorno del 25 gennaio), così come il favorire lo sviluppo di forme di “guerra ibrida” sul territorio armeno, rappresenti un preciso obiettivo geopolitico occidentale, e nordamericano in particolare, mirante a destabilizzare i recenti e notevoli passi in avanti della diplomazia russa che, oltre ad avere ristabilito normali relazioni diplomatiche con la Turchia, hanno favorito il riavvicinamento con l’Azerbaigian (è in fase di studio, ad esempio, un possibile corridoio energetico che colleghi il colosso energetico russo Gazprom al gasdotto turco-azero TAP, oltre al già famoso Turckish Stream).

Nonostante le reciproche accuse, i negoziati per una definitiva risoluzione del conflitto stanno conoscendo una rinnovata attività che non ha avuto precedenti in passato. E soprattutto il presidente azero Ilham Aliyev si è mostrato disponibile ad un compromesso purché la Repubblica dell’Artsakh restituisca almeno le regioni “occupate” a maggioranza azera. Appare evidente che la Russia dovrà giocare un ruolo estremamente cauto se vorrà mantenere buoni rapporti tanto con lo storico alleato armeno quanto con l’Azerbaigian. L’eventuale successo di un nuovo negoziato sancirebbe la rottura definitiva dell’asse orizzontale di alleanza il cui ultimo componente apertamente filo-occidentale e pro-NATO rimane la Georgia. La situazione resta comunque estremamente difficile da sbloccare in quanto si contrappongono due differenti principi giuridici internazionali: l’intangibilità delle frontiere (a favore dell’Azerbaigian) e il diritto all’autodeterminazione dei popoli (a favore degli armeni dell’Artsakh).

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Armenia e possibilità di investimento nel fotovoltaico: incentivi e fondi (Etribuna.com 01.02.17)

Si è svolta nella capitale armena una conferenza rivolta a potenziali investitori nel settore fotovoltaico: l’iniziativa, volta a presentare le opportunita’ di investimento in Armenia per lo sviluppo dell’energia solare, e’ stata organizzata dal locale Fondo per le risorse rinnovabili e l’efficienza energetica (R2E2) e

patrocinata dal Ministero dell’Energia, dalla Banca Mondiale e dai Fondi per gli Investimenti per il Clima-CIFs. Aprendo i lavori, il presidente armeno Serzh Sargsyan ha evidenziato l’impegno del proprio Paese in campo energetico. La strategia governativa prevede lo sviluppo delle fonti rinnovabili a prezzi sostenibili, lo sviluppo dell’efficienza energetica, l’integrazione regionale e la diversificazione delle fonti nonche’ l’aggiornamento della produzione di energia atomica attraverso il temporaneo prolungamento della vita del vetusto impianto di Metsamor (programma cui contribuisce anche la Ue) e, successivamente, la realizzazione di una nuova centrale di tipo moderno e con potenza inferiore a 600MW.

La produzione da fonti rinnovabili beneficia di incentivi: la normativa garantisce per 20 anni l’acquisto dell’energia prodotta tramite fonte solare, eolica o biogas, assicurando pagamenti tempestivi ai produttori con la formula “Take or Pay”. Un particolare accento e’ stato posto sullo sviluppo delle minicentrali idroelettriche (Shpp), in gran parte realizzate da privati. La produzione di energia da Shpp e’ infatti decuplicata nel corso dell’ultimo decennio, grazie anche ad investimenti diretti esteri per circa 300 milioni di dollari; vi sarebbe spazio per realizzare ulteriori centrali.

Il potenziale del fotovoltaico viene stimato in circa 6.000 MW, con  opportunita’ di investimento pari a 8 miliardi di dollari. Una prima gara internazionale rivolta a produttori indipendenti verra’ indetta quest’anno per la realizzazione e la gestione di sei impianti (da 9 a 55 MW). L’energia eolica avrebbe un potenziale complessivo di 800 MW. Le opportunita’ di investimento in tale settore ammonterebbero a circa 1,2 miliardi di dollari. E’ inoltre in corso un progetto pilota nel settore dell’energia geotermica con attivita’ di perforazione per la realizzazione di una centrale da 30 MW. Si prevede che una prima gara internazionale verra’ indetta nel 2018. Le autorita’ ritengono possibile realizzare circa 30 centrali, e le opportunita’ di investimento in tale campo sarebbero pari a 100 milioni di dollari.  (Farnesina)

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