Il maestro Lino Stronati, in arte Stroli, ospite con le sue opere nel Tour Piemonte (viverejesi.it 22.12.16)

Il maestro Lino Stronati, in arte Stroli, ospite con le sue opere nel Tour Piemonte della manifestazione itinerante: Il colore della Libertà: il Popolo Armeno e la sua lotta per la sopravvivenza” per conoscere le tradizioni, i costumi e la storia in un gemellaggio virtuale con il Popolo Armeno in occasione dei cento anni dal Genocidio.

Continuano le esposizioni del Tour Piemonte che con la manifestazione “Il colore della Libertà: il Popolo Armeno e la sua lotta per la sopravvivenza” patrocinato dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e dall’Unione Armeni d’Italia, ricorda i cento anni dal Genocidio Armeno.
Tra le opere si distinguono “Rinascita” e “Miraggio” del maestro Lino Stronati, in arte Stroli, di Jesi (AN), che hanno ulteriormente arricchito la manifestazione integrandosi perfettamente nel percorso storico-lirico che è stato creato per rendere omogenei stili, tecniche e interpretazioni, raccontando le vicissitudini di un intera nazione, gravemente offesa ma ancora integra nella sua dignità di Popolo per il quale attraverso le opere di Stroli si può intravedere una rinascita reale e non più quel miraggio che purtroppo si ripropone per altri popoli. Stroli ha aderito all’invito rivolto ad una rosa di venticinque artisti selezionati tra i migliori rappresentanti dell’Arte contemporanea italiana, per partecipare al ciclo di esposizioni che ha preso avvio dal territorio piemontese e che si sposterà poi in altre regioni italiane, seguendo un percorso sul territorio nazionale prefissato dalle associazioni aderenti al progetto.

La manifestazione ha preso l’avvio lo scorso 21 aprile presso la sala Conferenze della Biblioteca Comunale a Pianezza (TO). In giugno la manifestazione si è spostata a Torino presso la Sala Mostre del Comune, ad ottobre ad Avigliana (TO) presso la Sala Santa Croce e infine a fine novembre a Vinovo presso l’Ala Comunale (TO). Tra pochi giorni sarà di nuovo a Torino.
La manifestazione che oltre alla Compagnia Artisti e Autori di Torino organizzatrice del Tour Piemonte, vede l’adesione di Associazione Artisti del Delta (di Porto Viro-RO), Francesca Guidi Arte (di Pesaro) e Aion Arte (di Leonessa-RI), ha ricevuto anche il Patrocinio del Comune di Pianezza, del Comune di Torino, del Comune di Avigliana e del Comune di Vinovo, si avvale del sostegno della Ditta Serapian Srl di Milano e si concluderà al termine del tour a Pianezza nella serata in cui verrà presentato il primo volume del catalogo ed alla quale parteciperà il Presidente dell’Unione Armeni d’Italia e il suo rappresentante in Piemonte

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L’arte dei Led dell’artista pesarese Francesca Guidi protagonista in Piemonte

ARMENIA: Siglato un nuovo accordo militare con la Russia (Eastjournal 20.12.16)

Nel corso dei mesi di ottobre e novembre Russia e Armenia hanno negoziato e firmato un nuovo accordo militare sull’istituzione di un sistema di difesa aerea comune tra i due paesi.

Nello specifico il patto prevede la creazione di un centro di comando comune per il monitoraggio della situazione dei cieli nel Caucaso del Sud che permetterà a Russia e Armenia di condividere informazioni e analizzare la situazione in modo congiunto.

Secondo l’ex ministro della Difesa armeno Vagharshak Harutyunyan, grazie all’accordo, la difesa aerea dei due paesi dovrebbe funzionare in modo totalmente unificato nel caso di un attacco contro il paese caucasico, integrando nel sistema di difesa anche l’aviazione russa del Caucaso del Nord e le flotte del mar Nero e del mar Caspio.

Il patto estende la già ampia cooperazione militare tra Mosca e Erevan nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza che include anche gli altri membri dell’Unione Eurasiatica (Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan) oltre al Tagikistan. Per questo motivo, non cambierà in maniera sostanziale i rapporti tra Russia e Armenia e l’equilibrio geopolitico della regione caucasica.

Da parte russa, la firma dell’accordo conferma (se ancora ci fossero dubbi in proposito) la volontà  di mantenere una forte influenza nel Caucaso del Sud. Si tratta quindi della logica continuazione della linea politica di Mosca, che si è posta su posizioni legittimiste riguardo all’indipendenza delle regioni separatiste georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud e che si è fatta garante della difesa di Erevan, mantenendo una base militare in territorio armeno. Tale posizione nel Caucaso è parte di un più grande disegno strategico russo sul territorio ex sovietico, dove non sono accettate le interferenze di potenze straniere, che anzi sono presentate come una minaccia per la Russia dalla propaganda del Cremlino.

Dal punto di vista armeno, l’alleanza è vitale per lenire le preoccupazioni sulla propria sicurezza causate dalla Turchia e dall’Azerbaijan. In questo senso, lo scorso 8 ottobre, una tripla violazione dello spazio aereo armeno da parte di elicotteri turchi ha allarmato Yerevan, viste le pessime relazioni con Ankara, mentre il breve conflitto con gli azeri dello scorso aprile ha dimostrato quanto sia incerta la situazione del Nagorno Karabakh.

La questione della repubblica separatista non riconosciuta è il grande quesito che pende su tutti gli accordi militari e, in generale, sulle relazioni russo-armene. Formalmente, Mosca non sarebbe obbligata a intervenire nel caso di un attacco azero in Karabakh, poiché l’accordo include solo la difesa del territorio dello stato armeno. Dal punto di vista di Yerevan, quindi, stringere i rapporti con Mosca è considerato come un mezzo per disincentivare le volontà belliciste di Baku fomentate dal grande riarmo che l’Azerbaijan si è finanziato negli ultimi anni coi ricavati della vendita delle materie prime.

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Armenia: strage famiglia, ergastolo per soldato russo (Swissinfo.ch 19.12.16)

La Corte d’appello armena ha confermato la condanna all’ergastolo per Valeri Permiakov, il soldato russo accusato di aver massacrato una famiglia armena di sette persone, tra cui anche un neonato di sei mesi, a Ghiumri nel gennaio del 2015.

Il 23 agosto un tribunale aveva condannato al carcere a vita il militare, che prestava servizio in una base russa in Armenia.

Nel gennaio del 2015 migliaia di persone hanno manifestato sia a Ghiumri sia nella capitale Ierevan chiedendo l’affidamento del soldato russo alla giustizia locale. Permiakov fu arrestato nella notte tra il 12 e il 13 gennaio dell’anno scorso mentre tentava di attraversare il confine con la Turchia.

Il presunto soldato-killer avrebbe ucciso il bimbo di sei mesi a coltellate, mentre si sarebbe servito del kalashnikov per ammazzare gli altri sei membri della famiglia nella loro abitazione. In un processo separato, una corte militare russa nella base di Ghiumri ha condannato Permiakov a dieci anni per diserzione, furto e detenzione illegale di armi.

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La distruzione di Aleppo filmata dal balcone di casa (Internazionale.it 14.12.16)

Houses without doors, del regista siriano armeno Avo Kaprealian, ha vinto il premio per il migliore documentario internazionale all’ultima edizione del Torino film festival. Il film mostra la banalità quotidiana del male attraverso l’orrore dell’assedio di Aleppo. Mentre il regista vive in diretta la morte e la distruzione della sua città, ricorda un’altra guerra, un altro genocidio accaduto cento anni fa.

Aleppo è la più grande città armena del Medio Oriente, ha rappresentato il luogo di rifugio dei sopravvissuti al genocidio in Turchia, che causò la morte di un milione e mezzo di armeni. Kaprealian lo ricorda attraverso immagini e suoni tratti dal film Mayrig di Henri Verneuil: un uomo distrutto interpella il pascià – “Signore, abbiamo i piedi insanguinati, siamo stremati”, e lui, in apparenza magnanimo, gli propone scarpe “che non si rovineranno mai”. Poi ordina di far mettere dei ferri da cavallo sui piedi insanguinati del rifugiato urlante.

In un’altra inquadratura del documentario, la madre di Avo Kaprealian riesce a malapena a chiudere la sua valigia, rimane a lungo in silenzio, poi chiede al figlio se deve piangere. Perché cento anni dopo, una famiglia armena del quartiere di Al Midan è di nuovo costretta a scappare con una valigia come unico bagaglio, anche se questa volta non in quanto armena: ad Aleppo, tutti i siriani devono prima o poi scappare o morire. “Gli armeni”, scrive il regista nella sua lettera di ringraziamento al festival di Torino, “dicono sempre ‘mai più’ quando parlano del genocidio, e invece l’abbiamo rivissuto, rivisto, risentito, ancora e ancora, in diversi modi, in Siria e in Iraq”.

Prima chiude la farmacia, poi tutti gli altri negozi, spariscono gli uomini che chiacchieravano sotto casa

Houses without doors non vuole essere un’opera artistica. È un documento grezzo, di bruciante attualità. Le riprese sono spesso sfocate, si muovono a scatti, il bambino a cui si annuncia che non andrà più a scuola è ripreso in controluce, quelli che giocano alla guerra tra “esercito siriano” e “opposizione” sono inquadrati in maniera fugace. La festa di capodanno con i bombardamenti in sottofondo mostra molte sigarette, visi a metà, mani, schiene tese.

Nelle scene di interno i personaggi filmati da Avo Kaprealian sono quasi tutti persone della sua famiglia e hanno sempre una parola per il suo girare ossessivo, intrusivo. Sua madre, con il caffè in mano e la lunga sigaretta nell’altra, offre spesso il suo profilo all’obiettivo, si è abituata all’occhio documentarista del figlio. Il padre, di cui non si vede mai il viso, è spaventato, come lo sono sempre stati tutti i siriani, anche prima della guerra: “Ci sono più servizi segreti che abitanti qua Avo, smettila di filmare, o saliranno e ci arresteranno tutti”.

La difficoltà di filmare in Siria non deve essere sottovalutata: quasi nessun giornalista straniero lo fa più e farlo è molto pericoloso anche per gli stessi siriani. Avo filma quasi tutto dal suo balcone. All’inizio dell’assedio riprende un matrimonio da lì e anche il funerale di una ragazza morta sotto i bombardamenti. La situazione è tesa, i suoi genitori, sempre dal balcone, cercano di scovare i cecchini appostati nel quartiere. Ma la vita continua malgrado le violenze, è la famosa resilienza degli essere umani, la loro capacità di far fronte anche agli eventi più traumatici.

A poco a poco, nel corso del film, in questa strada che diventa familiare anche allo spettatore, assistiamo allo svuotamento inesorabile della città e alla lenta scomparsa di tutti i segni di normalità. Prima chiude la farmacia, poi tutti gli altri negozi, spariscono gli uomini che chiacchieravano sotto casa, i giovani sfaccendati, e poi le madri che corrono con le figlie per paura delle pallottole vaganti, e infine arriva il turno degli alberi. Prima perdono i loro colori e poi muoiono, distrutti insieme ai diversi piani del palazzo di fronte. Alla fine – che fine non è, neanche per Aleppo la martire – sparisce la strada. Avo scende di notte per filmare la spessa crosta fatta di calcinacci e detriti provocati dalla guerra che ormai ricopre l’asfalto. Sembra che non ci sia fine alla distruzione di Aleppo.

Avo Kaprealian conclude così la sua lettera a Torino: “Voglio ricordare che noi umani siamo eterni rifugiati in questo bellissimo mondo, dall’oscurità della nostra creazione fino alla nostra morte, che è uguale per tutti”.

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La crisi del Nagorno Karabagh nell’era di Trump (Spondasud 13.12.16)

di Bruno Scapini 

Il conflitto del Nagorno Karabagh, congelato fin dalla firma del “cessate-il-fuoco” del 1994, sottoscritto tra Armenia e Azerbaijan, non accenna a risolversi. In tutti questi anni, i negoziati condotti dalle grandi Potenze, sia nella sede del Gruppo di Minsk dell’ OSCE, sia sul piano bilaterale con la mediazione della Svizzera, non hanno condotto a nessun risultato accettabile per le Parti in causa. Anzi, avrebbero esasperato, per la loro incongruenza, la tensione esistente tra Yerevan e Baku alimentando un crescendo di violazioni del “cessate-il-fuoco” che, da modalità casuali e circoscritte a qualche colpo di cecchino, sono venute assumendo sempre più i caratteri di una aperta belligeranza concretizzatasi nella sua forma più evidente nell’attacco sferrato da parte azera il 1 aprile  scorso. Un’azione militare, quella, portata avanti inaspettatamente da Baku con un impiego di mezzi e uomini senza precedenti, e impegnando sul terreno quasi tutto l’arco confinario della c.d. “linea di contatto”.

Le ragioni di questa inconciliabile confrontazione non vanno tuttavia ricercate in una supposta rigidità delle posizioni assunte dall’Armenia – ben comprensibili  del resto a fronte della retorica bellicosa tenuta dal Presidente azero Alijev  e alla luce della sua comprovata inaffidabilità negoziale –  bensì risiederebbero proprio nella proposta risolutiva sostanziata dall’OSCE nei Principi di Madrid, la cui primaria ispirazione non sembra essere la ricerca di un riconoscimento equo e sereno delle legittime aspettative del popolo del Nagorno Karabagh, – tra l’altro fondate giuridicamente sulla base di quanto disposto  dalla legge della Federazione Russa sulla secessione delle Repubbliche ex sovietiche –, ma l’ ipocrita finzione di porre il principio della integrità territoriale sullo stesso piano di quello della autodeterminazione dei popoli. Un principio, quest’ultimo, che, consacrato nella Carta delle Nazioni Unite, ha alimentato e nutrito le aspirazioni alle libertà fondamentali dei popoli oppressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ovvero promuovendo, nella fase post-colonialista della Storia moderna, la configurazione del nuovo assetto politico internazionale fondato sul riconoscimento di “nazionalità”.

Fino ad oggi, così, hanno prevalso logiche di potere economico nello stabilire a quale di questi due principi occorresse riconoscere priorità; e i grandi “player” internazionali, nell’ottica di proteggere i propri interessi legati alle fonti energetiche di cui l’Azerbaijan –  e non l’Armenia purtroppo – è ricco, hanno gareggiato nel tacere la verità, sostenendo spesso, e più o meno subdolamente, la causa di Baku.

Ma l’ascesa inaspettata alla Casa Bianca di Donald Trump sembra ora aprire la strada verso una nuova impostazione della politica estera americana.

2.

Forse è troppo presto per avanzare delle previsioni che potrebbero essere smentite una volta che il Presidente eletto si sia insediato nella “stanza ovale”.

Ma attenendosi alle sue dichiarazioni programmatiche e ad alcune condotte tenute in questo periodo di transizione, vi sarebbe fondato motivo per credere che Trump intenda seriamente cambiare qualcosa nei rapporti finora intrattenuti tra gli USA e il resto del mondo. E ciò se non altro per una ragione imprescindibile di coerenza nell’attuazione del suo programma di rinnovamento interno del Paese.

La politica estera – sappiamo – non conosce un indirizzo autonomo rispetto alla politica interna. Anzi, ne è la continuazione, con altri mezzi e procedure, in una proiezione esterna, sì da rifletterne le esigenze di fondo attraverso l’adozione di altrettante linee di azione adeguate per finalità e portata. Trump promette di portare il PIL americano a crescere del 3.5%, parla di incrementare la produzione nazionale e di allocare risorse al rinnovamento delle infrastrutture del Paese. Ma tutto questo implicherebbe, da un lato,  una revisione della politica economico-commerciale con l’estero ( nel senso di favorire un certo protezionismo economico ), e, dall’altro – onde reperire le risorse – una significativa riduzione dell’impegno alla cooperazione internazionale e alla protezione militare degli alleati . Tale ultimo obiettivo non sembrerebbe comunque raggiungibile senza un cambiamento decisivo del rapporto con la Russia di Putin risultando, infatti, imprescindibile una intesa con Mosca a garanzia del nuovo “re-setting” delle relazioni con i membri della NATO e con tutti gli altri Paesi ai quali Washington ha finora assicurato il proprio sostegno economico ( leggi Israele, Turchia  ed altri) o protezione militare.

Un rinnovato rapporto con Mosca, fondato sul reciproco riconoscimento di priorità, appare, dunque, come una possibile, ma anche probabile, direttrice della nuova politica estera di Trump, di cui potranno beneficiare presumibilmente anche tutti quegli altri Paesi e  gruppi nazionali che fino ad oggi hanno visto sacrificati i propri interessi e aspirazioni da una relazione conflittiva tra Washington e Mosca  a seguito di quella abitudine, dura a morire – nutrita dalle lobby del “military-industrial complex” americano –  di antagonizzare la Russia rappresentandola sempre come lo Stato da demonizzare, piuttosto che vederla come utile partner per un generale e pacifico riordino mondiale.

L’Armenia, in una tale prospettiva, non potrebbe che trarne beneficio. La prevedibile ridimensionata importanza che avrebbe l’Azerbaijan in un contesto di interessi energetici compresso dal neo-protezionismo americano e da una Russia determinata a favorire le proprie vie di transito per gli idrocarburi diretti in Europa, apporterebbe

3.

 

Indubbi vantaggi alla  Yerevan ufficiale nel controbilanciare l’aggressività azera. Non solo, ma la dichiarazione di Trump di voler essere “giusti” con “popoli e nazioni” (non ha parlato infatti di Stati ) sottenderebbe chiaramente l’intendimento del neo-presidente americano di appoggiare quelle cause nazionaliste oggi in sofferenza per una erronea interpretazione dei valori storici. In quest’ottica ne gioverebbero presumibilmente comunità nazionali come quella curda, la palestinese, o Paesi finora marginalizzati come Taiwan, la Corea del Nord e tanti altri ancora, a causa di una “distorta” visione del mondo tenuta in passato dai “grandi” del pianeta.

In questo quadro, il popolo del Nagorno Karabagh potrebbe verosimilmente acquistare importanza nell’attualità internazionale, acquisendo  un ruolo suo proprio non solo come destinatario di un riconoscimento di legittime aspirazioni di libertà, ma anche, e forse più tecnicamente, quale primario soggetto di una trattativa negoziale dalla quale è stato finora ingiustificatamente escluso.

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Tra Renzi e Gentiloni non mettere il Vaticano (L’Occidentale 13.12.16)

Di Gentiloni, “Paolo il freddo”, come è stato definito, in questi giorni si è già detto tutto. Che è il contrario del rissoso Matteo, che ha tre quarti di nobiltà, e poi la sua storia politica, l’ascesa con Rutelli, il ministero della comunicazione e poi degli esteri con Renzi. Il quale Renzi ha spinto la candidatura Gentiloni alla successione ritenendo Paolo uno che non gli farà ombra, come sarebbe potuto accadere se a “Chigi” fosse salito un Padoan o il rivale piddino Franceschini. Matteo può quindi dormire tra i proverbiali due guanciali?

Fossimo in Renzi guarderemmo con un po’ più di attenzione cosa accade Oltretevere. Non per il patto Gentiloni del 1913, quello che Vincenzo Ottorino (imparentato con la famiglia di Paolo) presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana strinse con i giolittiani per riportare i cattolici in politica,  bensì per la comunanza di vedute tra il nuovo premier Paolo e Papa Francesco. Si veda alla voce ecologismo, ma si pensi anche all’immigrazione, alla Turchia e persino alla Cuba castrista.

Gentiloni da ministro degli esteri ha benedetto i corridoi umanitari della comunità di Sant’Egidio – vicinissima al Papa – per portare i profughi siriani in Italia con il pass partout dei “permessi umanitari”; Paolo il freddo fu il primo ministro degli esteri straniero ad arrivare a Cuba dopo l’accordo tra Raul e Obama, folgorato dalla visita lampo del Santo Padre.

E quando scoppiò la polemica tra il sultano Erdogan e la Santa Sede sul genocidio degli armeni, alla cautela del sottosegretario Gozi (“non credo sia opportuno per un governo prendere posizioni ufficiali su questo tema, un governo non deve usare la parola genocidio”), fece da contrappunto la nota più dura dell’allora titolare della Farnesina (“La durezza dei toni turchi non mi pare giustificata, anche tenendo conto del fatto che 15 anni fa Giovanni Paolo II si era espresso in modo analogo”).

Benché il Papa sia lontano dalla politica italiana, e si tenga ancora più lontano dalle polemiche sui temi etici, con le unioni civili Renzi ha raffreddato notevolmente i rapporti con la Chiesa. Anche perché alcuni nella Cei erano convinti di poter incidere sulla legge, appoggiando la pattuglia di cattolici del Pd e chiedendo solo qualche modifica al testo, senza irrigidimenti e conflittualità. Renzi invece ha concesso poco, pochissimo, ignorando l’atteggiamento collaborativo di importanti prelati.

Lo stile di Gentiloni come è noto è assai diverso, e qualche rapporto oltretevere il nuovo premier ce l’ha. Sull’ecologia in particolare, tema molto caro a Papa Francesco, Gentiloni può trovare braccia aperte e buoni appoggi. Il Vaticano, in Italia, non ha più il peso e l’influenza di un tempo, però… A proposito, Michele Emiliano ieri ha detto che vuole un Pd ambientalista come il Papa.

Terreni della Chiesa armena sottratti da Israele (Infopal.it 10.12.16)

Betlemme-PIC. Le autorità di occupazione hanno deciso di sottrarre un vasto appezzamento di terreni appartenenti alla Chiesa Armena, a al-Walaja, a nord-est di Betlemme, e di usarlo come parco “nazionale” per i coloni ebrei.

Membri della comunità armena hanno affermato che le autorità israeliane per la Natura e i Parchi hanno iniziato a prendere controllo dell’area, che è di circa 50.ooo m².

Sono scoppiati scontri con i soldati israeliani, dopo le preghiere nella Chiesa.

La comunità teme che il luogo cristiano diventi un sito ebraico.

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Osce: incontro ad Amburgo fra ministro Esteri armeno Nalbandian e vicesegretario Nato Gottemoeller (Agenzianova 09.12.16)

Amburgo, 09 dic 12:14 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri armeno Edward Nalbandian ha discusso con il vicesegretario generale della Nato Rose Gottemoeller ad Amburgo, a margine del 23mo Consiglio dei ministri dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). I due hanno parlato, in particolare, dei progressi dell’Armenia nel processo di attuazione del Piano d’azione di partenariato individuale (Ipap) con la Nato. Entrambi hanno espresso soddisfazione per lo sviluppo sostenibile della cooperazione e del dialogo politico nel corso degli ultimi anni. In merito all’operazione Resolute support in Afghanistan, la Gottemoeller ha detto che la Nato apprezza molto il contributo dell’Armenia nel mantenimento della sicurezza e della stabilità internazionale. (Res)

Armenia: ricordando il terribile terremoto (Sputniknews.com 07.12.16)

Il 7 dicembre 1988 alle 11.41 nell’Armenia nord occidentale si verificò una delle catastrofi più terribili dei tempi moderni… in 30 secondi la città di Spitak fu rasa al suolo.All’epicentro il terremoto di Spitak ha raggiunto la potenza di 10 gradi (su una scala di 12), a Leninakan 9 gradi, a Kirovakan 8 gradi. L’origine delle scosse si ebbe ad una profondità di 20 chilometri e a sei chilometri a nord-ovest di Spitak.

In totale, il terremoto interessò circa il 40 % del territorio dell’Armenia. Nella zona del disastro vivevano circa 970 000 persone. A causa del rischio di incidenti fu arrestata l’unica centrale nucleare presente in Armenia.

Nelle operazioni di soccorso presero parte più di 20000 soldati e ufficiali insieme a volontari per sgomberare le macerie con l’aiuto di 3000 mezzi militari. In tutta la nazione si organizzarono raccolte di aiuti umanitari. Nella ricostruzione delle regioni presero parte tutte le repubbliche dell’Unione Sovietica. 111 paesi, tra Belgio, Gran Bretagna, Italia, Libano, Norvegia, Francia, Germania e Svizzera, fornirono aiuto all’URSS fornendo attrezzature di emergenza, specialisti, cibo e medicine. Fu garantito aiuto anche nella ricostruzione.

Dalle memorie di uno dei capi delle squadre di soccorso Ivan Dusharin: “Uno degli operatori delle gru fu portato in ambulanza in psichiatria dopo che, al lavoro per sgombrare le macerie in una scuola, aveva sollevato una serie di lastre, sotto il quale c’era una intera classe di bambini morti. Il lavoro dei soccorritori richiedeva nervi d’acciaio e una psiche stabile, ma siamo tutti esseri umani. Abbiamo avuto problemi anche noi. I ragazzi dopo il lavoro non riuscivano a dormire, avevano gli incubi”. Secondo i dati ufficiali a Spitak morirono 25 000 persone, 140 000 rimasero invalidi e 500 000 rimasero senza casa.

Leggi tutto: https://it.sputniknews.com/mondo/201612073750730-Armenia-ricordando-il-terribile-terremoto/


Accadde oggi, il 7 dicembre del 1988 un terremoto devasta l’Armenia: è uno dei peggiori eventi sismici del XX secolo (Meteoweb)
Il 7 dicembre del 1988 un forte terremoto colpiva la provincia armena di Lori, in quella che a quel tempo era ancora l’Unione Sovietica (URSS). Il sisma ebbe magnitudo Ms 6.8, e l’intensità raggiunse il X grado nella scala MCS (distruttivo). La città più vicina all’epicentro fu Spitak, e per questo il sisma viene ricordato come “terremoto di Spitak”. Ci furono crolli e devastazioni ovunque, ed il numero di vittime – mai del tutto accertato – oscillò fra le 25.000 e le 50.000. Fu uno dei sismi più devastanti del XX secolo nel mondo. A pochi anni dalla caduta dell’URSS (nel 1991 l’Armenia avrebbe dichiarato l’indipendenza), il presidente Gorbaciov chiese aiuto agli USA, con un atto storico: era la prima richiesta di aiuto umanitario al nemico, dallo scoppio della guerra fredda.

Genocidio armeno, alla Corte di Strasburgo la prima causa per chiedere i risarcimenti alla Turchia (Il Messaggero 06.12.16)

di Franca Giansoldati
Città del Vaticano La Corte europea per i diritti umani dovrà pronunciarsi sulla prima azione legale intrapresa dagli armeni contro la Turchia per il genocidio del 1915. L’agenzia vaticana Fides ha reso noto che il Catholicos armeno, Aram I, a giorni, sottoporrà alla Corte Europea di Strasburgo la richiesta di restituzione delle antiche proprietà appartenute del catholicosato armeno. Si tratta di diversi palazzi, chiese e immensi terreni situati nella antica città di Sis, in territorio turco. La richiesta giuridica approda a Strasburgo dopo che la Corte Costituzionale turca ha rigettato l’istanza e, dunque, la possibilità di risolvere il contenzioso patrimoniale all’interno del sistema giuridico turco. Ankara continua ad avere una posizione totalmente negazionista non riconoscendo il genocidio nella sua estensione così come il piano di confisca dei beni appartenuti alla minoranza armena che fu mandata al macello, per un totale di un milione e mezzo di vittime.
Due anni fa il Catholicos armeno Aram I aveva iniziato l’iter giuridico della prima azione legale che sia mai stata tentata, depositando nei tribunali turchi la petizione. “La Turchia deve sempre ricordare che l’Armenia non smetterà mai di combattere per i suoi diritti e far fronte alle ingiustizie”.
“Questa è la prima azione legale – ha rimarcato il Catholicos  – presa contro la Turchia dopo il Genocidio armeno del 1915, è il risultato di lunghe e serie discussioni, studi e consultazioni, ed è basata sulle disposizioni giuridiche internazionali, comprese le decisioni del Trattato di Losanna del 1923, riguardanti le minoranze che vivono entro i confini della Repubblica turca”.
La causa legale non è stata presa in considerazione né dal Ministero della Giustizia turco né dalla Corte costituzionale turca. Ambedue le istituzioni non hanno riconosciuto alcuna base giuridica alla causa. Sis, antica capitale del Regno armeno di Cilicia, corrisponde all’attuale città turca di Kozan.
Due settimana fa Aram I – in visita a Roma – era stato ricevuto da Papa Francesco con il quale aveva avuto lunghi colloqui.
Lo scorso giugno Papa Francesco ha visitato l’Armenia denunciando ancora una volta il genocidio, frutto di un piano studiato a tavolino all’epoca dell’impero ottomano che si è completato tra il 1915 e il 1917. In quel periodo sono state deportate e mandate alla morte un milione e mezzo di persone, donne, bambini, anziani, attraverso marce forzate nel deserto senza viveri e senza acqua. Il piano prevedeva anche l’incameramento dei beni e dei possedimenti delle vittime armene. ” Quella tragedia, quel genocidio, inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli. E’ tanto triste che, sia in questa come nelle altre, le grandi potenze internazionali guardarono da un’altra parte” ha detto Papa Francesco in Armenia dopo avere reso omaggio al memoriale delle vittime del Grande Male.