Nagorno-Karabakh: Cremlino, ne hanno parlato Putin e Hollande (Swissinfo.ch 01.07.16)

Il presidente russo Vladimir Putin e quello francese Francois Hollande hanno discusso ieri sera al telefono della situazione in Nagorno-Karabakh e di Ucraina.

Lo riporta il Cremlino, secondo il quale Putin “ha informato Hollande, come capo dello Stato che co-presiede il Gruppo di Minsk dell’Osce sul Nagorno-Karabakh, dei risultati dell’incontro trilaterale del 20 giugno avuto con il presidente azero Ilham Aliyev e quello armeno Serzh Sargsyan, a San Pietroburgo”.

I due leader, spiega la nota del Cremlino, “hanno auspicato che i risultati raggiunti nell’incontro contribuiscano alla promozione del processo di pace” e hanno concordato sul proseguimento del lavoro congiunto all’interno del Gruppo di Minsk dell’Osce.

Questo è guidato da Francia, Russia e Usa e comprende Bielorussia, Germania, Italia, Svezia, Finlandia, Turchia, Armenia e Azerbaijan. Putin e Hollande hanno anche discusso “altre questioni di carattere internazionale, concentrandosi anche sugli sforzi per la soluzione della crisi ucraina”.

È dal 1988 che l’Armenia reclama l’autodeterminazione della regione che Stalin aveva annesso all’Azerbaijan e che, crollata l’Urss, decise per la secessione e l’annessione all’Armenia, scatenando un conflitto tra i due Paesi.

E proprio nello scorso aprile, dopo oltre vent’anni, sono ricominciati gli scontri: 300 i soldati uccisi, mille i feriti. La Turchia appoggia l’Azerbaigian ed Erdogan si dice convinto che il territorio conteso “un giorno tornerà certamente al suo padrone legittimo, l’Azerbaijan”.

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Papa in Armenia: pace e riconciliazione (Osservatorio Balcani e Caucaso 30.06.16)

La recente visita in Armenia di Papa Francesco si è svolta all’insegna della pace e della riconciliazione, senza mancare di fare esplicito riferimento al genocidio del 1915

30/06/2016 –  Simone Zoppellaro Yerevan

Un viaggio di tre giorni destinato a lasciare il segno. Una visita storica, quella effettuata da papa Francesco in Armenia fra  il 24 e il 26 giugno, che segue di quindici anni la prima di un pontefice nel Paese: quella di Giovanni Paolo II nel 2001. Parole e gesti importanti, quelli del papa argentino, che tracciano una linea politica e morale molto chiara nei confronti dei conflitti che affliggono la regione.

Non solo di genocidio – parola destinata a suscitare scandalo, paradossalmente, a più di un secolo da quegli eventi – si è parlato a Yerevan e nelle altre tappe del suo viaggio. Un ruolo di primo piano hanno avuto anche temi quali la riconciliazione fra Turchia e Armenia, e la pace in Nagorno-Karabakh, regione contesa dove ad aprile si sono avuti oltre trecento morti in pochi giorni.

Un “pellegrinaggio”, nelle parole del pontefice, fatto “per attingere alla sapienza antica di quella popolazione” – gli armeni – per la cui storia e tradizioni ha dimostrato un grande affetto. Ultimo motivo conduttore nella visita è stato poi l’ecumenismo, e in particolare il dialogo con la Chiesa apostolica armena, rappresentata dal catholicos Karekin II. Tutt’attorno – sempre presente – il calore della gente, accorsa da ogni angolo dell’Armenia e dai Paesi limitrofi per prestare omaggio a un gigante del nostro tempo.

“Mi inchino di fronte alla misericordia del Signore, che ha voluto che l’Armenia diventasse la prima nazione, fin dall’anno 301, ad accogliere il Cristianesimo quale sua religione, in un tempo nel quale nell’impero romano ancora infuriavano le persecuzioni”. Queste le parole pronunciate da papa Francesco al suo arrivo ad Etchmiadzin, cittadina a pochi chilometri dalla capitale Yerevan, cuore spirituale della Chiesa armena. Questa la prima tappa del viaggio del pontefice, venerdì 24 giugno, dopo la cerimonia all’aeroporto di Yerevan. Al centro della visita, il dialogo religioso.

Genocidio armeno

Dopo l’incontro con Karekin II, massima autorità spirituale armena, si è passati alle autorità civili con la visita al palazzo presidenziale a Yerevan. E qui, alla presenza del presidente Sargsyan, il pontefice è andato subito dritto al nodo fondamentale della sua visita: il ricordo degli eventi del 1915, quando un milione e mezzo di armeni persero la vita nell’allora impero ottomano. “Quella tragedia, quel genocidio, inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli.”.

Parole importanti, in linea con quanto affermato da papa Francesco lo scorso anno, e che ancora una volta hanno destato le ire del governo turco, ostinato nel suo negazionismo. Non è mancato, infine, in questo discorso, un omaggio ai 25 anni dell’indipendenza dell’Armenia, alle sue radici cristiane e alla sua cultura.

Il giorno seguente, sabato, la visita papale è ripresa da Tsitsernakaberd, il memoriale del genocidio che si trova su un colle subito fuori dal centro di Yerevan. Qui papa Francesco ha deposto una rosa bianca al fuoco perenne, cuore del memoriale, e ha pregato in silenzio. Lungo il percorso del giardino ha benedetto e innaffiato – come da tradizione, in questo luogo – un albero posto a memoria della visita. Ha poi incontrato alcuni discendenti di perseguitati armeni che furono messi in salvo e ospitati a Castel Gandolfo da Papa Benedetto XV e da Papa Pio XI.

Toccanti le parole scritte dal pontefice sul Libro d’Onore del memoriale: “Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro”.

Pace e riconciliazione

Folla a Yerevan per la visita di Papa Francesco (foto S. Zoppellaro)

Folla a Yerevan per la visita di Papa Francesco (foto S. Zoppellaro)

La visita è poi proseguita a Gyumri, seconda città armena, dove si trova concentrata la maggior presenza di cattolici nel Paese. Una città povera e allo stremo, che non si è più ripresa dal terremoto del 1988, quando qui e nei dintorni morirono circa 25.000 persone. Dei 222.000 abitanti registrati nel censimento sovietico del 1984, oggi ne restano poco più di 120.000. Una perdita costante, che non ha avuto fine neanche in anni più recenti.

E proprio dalla memoria del terremoto ha avuto inizio l’omelia pronunciata da Francesco nella piazza principale di Gyumri. Al termine della messa, il Santo Padre ha raggiunto il convento Nostra Signora dell’Armenia, delle suore armene dell’Immacolata Concezione. Qui il Papa ha salutato le religiose, gli orfani curati dalle suore nel Boghossian Educational Centre annesso al convento e gli studenti della scuola professionale Diramayr gestita dalla congregazione.

Ultimo appuntamento di sabato, l’incontro ecumenico e la preghiera per la pace in piazza della Repubblica a Yerevan, al quale hanno preso parte oltre 50.000 persone. Qui papa Francesco è ritornato ancora sulla storia armena e sulla tragedia del genocidio, un dolore che non guarda solo al passato ma che – nelle parole del pontefice – “può diventare un seme di pace per il futuro”. Da qui, il discorso si è mosso sul tema della riconciliazione: “Farà bene a tutti impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace”.

Con un appello ai giovani: “Ambite a diventare costruttori di pace: non notai dello status quo, ma promotori attivi di una cultura dell’incontro e della riconciliazione”. Con un riferimento esplicito sia alla Turchia che al conflitto per il Nagorno-Karabakh, Francesco ha invitato gli armeni a farsi testimoni di un “grande messaggio cristiano di pace”. “Il mondo intero ha bisogno di questo vostro annuncio, ha bisogno della vostra presenza, ha bisogno della vostra testimonianza più pura”.

Nell’ultima giornata di visita, Francesco ha preso parte alla liturgia nel Piazzale di San Tiridate del palazzo apostolico a Etchmiadzin. “Lo Spirito Santo faccia dei credenti un cuore solo e un’anima sola: venga a rifondarci nell’unità”, ha ribadito il papa, muovendo i suoi passi ancora una volta sulla via dell’ecumenismo.

Ultima tappa, la visita al Monastero di Khor Virap, uno dei luoghi sacri della Chiesa armena, ai piedi del Monte Ararat e a poche centinaia di metri dal confine con la Turchia. Qui papa Francesco e Karekin II dalla terrazza del belvedere hanno liberato due colombe che hanno spiccato il volo – quale auspicio di pace – verso il Monte Ararat e la frontiera chiusa da molti anni. Un’immagine divenuta simbolo di questo viaggio, che ha colpito l’immaginario di molti armeni, e che ha avuto ampia diffusione su stampa e TV locali, e sui social media. Nell’isolamento diplomatico e nell’indifferenza delle grandi potenze verso questo piccolo Paese, gesti come questo valgono più di mille parole.

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Il Punto – L’ecumenismo è vivo in Armenia (La Voce 30.06.16)

Sul fronte dell’ecumenismo (il movimento di riunificazione di tutti i credenti in Cristo) da Mosca vengono segnali scoraggianti, almeno in un’ottica di breve periodo. Segnali ottimi invece vengono dall’Armenia. Pochi giorni fa c’è stata la visita di Papa Francesco in quel Paese. Bisogna sapere che laggiù i cattolici – in parte di rito romano, in parte di rito armeno – sono pochissimi; la maggior parte della popolazione appartiene alla Chiesa apostolica armena, affine per certi aspetti a quella ortodossa, ma separata anche da questa, perché gli armeni non accettarono il Concilio di Calcedonia (quinto secolo d.C.), l’ultimo comune a tutta la Chiesa indivisa. Da lì in poi, tra gli armeni, da una parte, e i cattolici e gli ortodossi, dall’altra, nasce una differenza dottrinale che non voglio neanche provare a riferire tanto è lontana dalla mia capacità di comprensione.

In ogni caso, in Armenia il Papa e il Patriarca di quella Chiesa si sono incontrati, puramente e semplicemente, come se appartenessero alla stessa Chiesa; dovunque andava il Papa, il Patriarca era accanto a lui come avrebbe fatto, in una nazione cattolica, il Primate locale. In onore del Papa, domenica scorsa il Patriarca ha celebrato una messa solenne in una grande piazza per il popolo dei suoi fedeli e il Papa assisteva pregando con lui, non come un estraneo, sia pure ospite, ma come uno di loro. È vero che il Papa non ha concelebrato né ha ricevuto l’eucarestia: questo ancora non è possibile perché non c’è ancora piena comunione.

Ma si è capito che basta un nulla per superare questi ultimi ostacoli. Alla fine, il Papa ha chiesto al Patriarca di benedire lui e con lui tutta la Chiesa cattolica, e il Patriarca lo ha fatto, come se il Papa appartenesse alla sua giurisdizione: non come superiore ma neppure come inferiore, solo come un fratello accanto al fratello. Perché stupirsi allora se il Papa ha ricordato ancora la tragedia dello sterminio degli armeni di un secolo fa? I turchi si sono risentiti, ma verrebbe da dire: peggio per loro. Il Governo tedesco mica si sente offeso quando si parla della Shoah: i tedeschi hanno riconosciuto quella colpa storica e hanno chiesto perdono. I turchi, mostrandosi offesi, paradossalmente si autodenunciano come colpevoli. Ma la Storia è contro di loro.

Pier Giorgio Lignani

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Papa Francesco in Armenia: non usare la fede per fare le guerre (Korazym 30.06.16)

Alle ore 20.30 di domenica 26 giugno papa Francesco è rientrato in Italia dal viaggio apostolico in Armenia, recandosi alla Basilica Santa Maria Maggiore per ringraziare la Vergine Maria per il suo Pellegrinaggio, che proprio nell’ultimo giorno ha visto le proteste della Turchia. Nel tempio liberiano il Papa si è raccolto in preghiera presso l’icona della ‘Salus populi romani’ per la 37^ visita. Al popolo armeno il papa ha twittato: “La Chiesa armena cammini in pace e la comunione tra noi sia piena”.

La giornata conclusiva ha visto papa Francesco e il Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, firmare una dichiarazione congiunta in cui si dichiara pretestuosa una visione delle fede che fomenta l’odio, ricordando che “in una solenne liturgia nella Basilica di San Pietro a Roma il 12 aprile 2015, nella quale ci siamo impegnati ad opporci ad ogni forma di discriminazione e violenza, e abbiamo commemorato le vittime di quello che la Dichiarazione Comune di Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Karekin II menzionò quale ‘lo sterminio di un milione e mezzo di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo’ (27 settembre 2001)”.

La dichiarazione sostiene che il popolo armeno non ha mai dimenticato la propria fede, nonostante le persecuzioni subite nei secoli, che devono essere conservate come memoria per costruire un mondo di solidarietà, pace e giustizia: “Tuttavia, siamo purtroppo testimoni di un’immensa tragedia che avviene davanti ai nostri occhi: di innumerevoli persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio da continui conflitti a base etnica, politica e religiosa nel Medio Oriente e in altre parti del mondo.

Ne consegue che le minoranze etniche e religiose sono diventate l’obiettivo di persecuzioni e di trattamenti crudeli, al punto che tali sofferenze a motivo dell’appartenenza ad una confessione religiosa sono divenute una realtà quotidiana. I martiri appartengono a tutte le Chiese e la loro sofferenza costituisce un ‘ecumenismo del sangue’ che trascende le divisioni storiche tra cristiani, chiamando tutti noi a promuovere l’unità visibile dei discepoli di Cristo”.

Nella dichiarazione si rafferma che è grave far risaltare le religioni come fomentatrici di odio e si ribadisce che i popoli hanno bisogno di pane e non di armamenti: “Imploriamo i capi delle nazioni di ascoltare la richiesta di milioni di esseri umani, che attendono con ansia pace e giustizia nel mondo, che chiedono il rispetto dei diritti loro attribuiti da Dio, che hanno urgente bisogno di pane, non di armi. Purtroppo assistiamo a una presentazione della religione e dei valori religiosi in un modo fondamentalistico, che viene usato per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza.

La giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile, perché ‘Dio non è un Dio di disordine, ma di pace’ (1 Cor 14,33). Inoltre, il rispetto per le differenze religiose è la condizione necessaria per la pacifica convivenza di diverse comunità etniche e religiose. Proprio perché siamo cristiani, siamo chiamati a cercare e sviluppare vie di riconciliazione e di pace. A questo proposito esprimiamo anche la nostra speranza per una soluzione pacifica delle questioni riguardanti il Nagorno-Karabakh”.

I due ‘capi’ delle Chiese sorelle confermano i progressi avvenuti in questi decenni, auspicando di sviluppare più intensamente le relazioni con una più decisiva collaborazione non solo nella preghiera, ma anche nella teologia: “Esortiamo i nostri fedeli a lavorare in armonia per promuovere nella società i valori cristiani, che contribuiscono efficacemente alla costruzione di una civiltà di giustizia, di pace e di solidarietà umana. La via della riconciliazione e della fraternità è aperta davanti a noi. Lo Spirito Santo, che ci guida alla verità tutta intera, sostenga ogni genuino sforzo per costruire ponti di amore e di comunione tra noi”.

Ancora una volta la Chiesa ha auspicato la riconciliazione tra le nazioni e la collaborazioni tra le religioni, cosa che in sottofondo è apparsa non gradita alla Turchia, che attraverso il vice premier, Nurettin Canlikli, ha criticato l’uso del termine ‘genocidio’ per tutto il Caucaso e il Medio Oriente: “Possiamo ravvisare tutti i segni e i riflessi della mentalità dei crociati nelle azioni del Papa… Non è una dichiarazione obiettiva che corrisponda alla realtà”.

Ma la storia non vuole i colpevoli, in quanto cerca di ristabilire della verità, come ha affermato il presidente armeno, Serzh Sargsyan, nel saluto iniziale al papa: “Noi non cerchiamo colpevoli… Vogliamo semplicemente che le cose siano chiamate con il loro nome, il che consentirà due popoli confinanti di muoversi verso una vera riconciliazione e un comune futuro prospero, riconoscendo il passato e abbracciando il perdono e una coscienza pulita”.

In più nel colloquio con i giornalisti durante il viaggio di ritorno, papa Francesco ha precisato: “In Argentina quando si parlava di sterminio armeno sempre si usava la parola genocidio e nella cattedrale di Buenos Aires, nel terzo altare a sinistra, abbiamo messo una croce di pietra ricordando il genocidio armeno. Io non conoscevo un’altra parola. Quando arrivo a Roma sento l’altra parola ‘Grande Male’ e mi dicono che genocidio è offensiva.

Io sempre ho parlato dei tre genocidi del secolo scorso: quello armeno, quello di Hitler e quello di Stalin. Ce n’è stato un altro in Africa ma nell’orbita delle due grandi guerre ci sono quei tre. Alcuni dicono che non è vero, che non è stato un genocidio. Un legale mi ha detto che è una parola tecnica, che non è sinonimo di sterminio. Dichiarare un genocidio comporta azioni di riparazione. L’anno scorso, quando preparavo il discorso per la celebrazione in San Pietro, ho visto che san Giovanni Paolo II ha usato la parola, e io ho citato tra virgolette ciò che aveva detto.

Non è stato ricevuto bene, è stata fatta una dichiarazione del governo turco che ha richiamato in pochi giorni l’ambasciatore ad Ankara, ed è un bravo ambasciatore! E’ tornato alcuni mesi fa. Tutti hanno diritto alla protesta. Non c’era la parola nel discorso. Ma dopo aver sentito il tono del discorso del presidente armeno, e per il mio uso della parola, sarebbe suonato molto strano non dire lo stesso che avevo detto l’anno scorso.

Ma venerdì scorso ho voluto sottolineare un’altra cosa: in questo genocidio, come negli altri due successivi, le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte. Durante la Seconda Guerra mondiale, alcune potenze avevano la possibilità di bombardare le ferrovie che portavano ad Auschwitz, e non l’hanno fatto”.

In ciò papa Francesco ha compiuto gli stessi gesti di san Giovanni Paolo II durante il viaggio apostolico del 2001, che nella dichiarazione congiunta con Sua Santità Karekin II aveva affermato: “Il martirio per amore di Cristo divenne così una grande eredità per molte generazioni di Armeni. Il tesoro più prezioso che una generazione poteva trasmettere alla successiva era quello della fedeltà al Vangelo cosicché, con la grazia dello Spirito Santo, i giovani divenissero risoluti quanto i loro antenati nel rendere testimonianza alla verità.

Lo sterminio di 1.500.000 di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo, e il successivo annientamento di migliaia di persone sotto il regime totalitario, sono tragedie ancora vive nel ricordo della generazione attuale. Gli innocenti che furono massacrati senza motivo non sono canonizzati, ma molti di loro sono stati certamente confessori e martiri per il nome di Cristo…

A motivo della sua fede e della sua Chiesa, il popolo Armeno ha sviluppato un’unica cultura cristiana, che di fatto è un preziosissimo apporto al tesoro del cristianesimo nel suo insieme… Questa testimonianza sarà ancor più convincente se tutti i discepoli di Cristo potranno professare insieme l’unica fede e sanare le ferite della divisione fra loro. Che lo Spirito Santo guidi i Cristiani, ed anzi tutte le persone di buona volontà, sulla via della riconciliazione e della fraternità.

Qui, nella Santa Etchmiadzin, noi rinnoviamo il nostro impegno solenne a pregare e a operare per affrettare il giorno della comunione fra tutti i membri del gregge dei fedeli di Cristo, con riguardo autentico per le nostre rispettive tradizioni sacre”. Sempre la Chiesa ha ribadito il massacro degli armeni alle cancellerie europee, come ha dimostrato l’impegno di papa Benedetto XVI, che aveva scritto al Sultano la sua preoccupazione:

“Maestà, tra le afflizioni che ci procura la grande guerra nella quale si trova coinvolto il potente impero di Vostra Maestà assieme alle grandi nazioni d’Europa, ci spezza il cuore l’eco dei dolorosi lamenti di un intero popolo, che nel territorio governato dagli ottomani è sottoposto a indescrivibili dolori. La nazione armena ha già visto molti dei suoi figli giustiziati, mentre molti altri sono stati arrestati o mandati in esilio.

Tra di loro ci sono anche numerosi religiosi e perfino alcuni vescovi… Noi crediamo, Maestà, che eccessi di questo genere si siano verificati contro la volontà del governo di Vostra Maestà. Per questa ragione ci rivolgiamo, colmi di fiducia nella Vostra Maestà, invitandovi fervidamente, nella Vostra sublime Magnanimità, a dimostrare compassione e a intervenire a favore di un popolo che proprio grazie alla religione nella quale si riconosce, viene invitato a servire fedelmente e devotamente la persona della Vostra Maestà.

Dovessero risultare tra gli armeni dei traditori della patria o persone responsabili di altri crimini, costoro dovranno essere giudicati e puniti in conformità al diritto vigente. Possa quindi la Vostra Maestà in virtù del suo grande senso di giustizia non lasciare che degli innocenti ricevano la stessa pena di chi è colpevole e possa la Vostra sovrana clemenza raggiungere anche coloro che hanno commesso delle mancanze”. Ma la supplica di papa Benedetto XV non trovò riscontro positivo né dal Sultano né dalle diplomazie europee, come ha detto papa Francesco.

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Aznavour, Papa meraviglioso sull’Armenia (Ansa 30.06.16)

MILANO, 30 GIU – “Non voglio disturbare la gente con i miei problemi, se ne parla già molto, il Papa ne ha parlato due volte in modo meraviglioso e lo stesso ha fatto la Merkel”: così Charles Aznavour, oggi a Milano, ha parlato del suo sostegno alla causa armena. Il 92enne artista e diplomatico è di origine armena ed è stato anche ambasciatore presso le Nazioni Unite per il suo popolo.
“La Francia ha riconosciuto il genocidio e lo stesso stanno per fare altri Paesi – ha detto Aznavour, oggi a Milano per presentare il concerto del 14 settembre all’Arena di Verona – non c’è bisogno di me per questo. Non sono un nemico dei turchi, sono solo un uomo che reclama la verità e ho – ha concluso l’artista, che nel 1998 ha fondato l’associazione Aznavour per l’Armenia – tanti amici turchi”.

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Armenia, Georgia e Azerbaigian. Papa: pace è venirsi incontro a piccoli passi (Radio Vaticana 30.06.16)

Nel corso dell’udienza giubilare il Papa ha parlato anche della sua recente visita in Armenia e dei suoi prossimi viaggi apostolici in Polonia, per la Giornata mondiale della gioventù, e in Georgia e Azerbaigian. Il servizio di Sergio Centofanti:

“Pellegrino di fraternità e di pace”, Papa Francesco ricorda la sua intensa visita in Armenia (24-26 giugno), “prima nazione ad avere abbracciato il cristianesimo, all’inizio del quarto secolo. Un popolo – ha detto – che, nel corso della sua lunga storia, ha testimoniato la fede cristiana col martirio”.

Dal 30 settembre al 2 ottobre completerà il suo viaggio nella regione caucasica recandosi anche in Georgia e Azerbaigian, dove i cattolici sono una piccola minoranza tra ortodossi e musulmani, accogliendo l’invito a visitare questi Paesi “per un duplice motivo: da una parte valorizzare le antiche radici cristiane presenti in quelle terre – sempre in spirito di dialogo con le altre religioni e culture – e dall’altra incoraggiare speranze e sentieri di pace”:

“La storia ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro. Proprio per questo il mio auspicio è che tutti e ciascuno diano il proprio contributo per la pace e la riconciliazione”.

Come cristiani – ha sottolineato – “siamo chiamati a rafforzare tra noi la comunione fraterna, per rendere testimonianza al Vangelo di Cristo e per essere lievito di una società più giusta e solidale”:

“Per questo tutta la visita è stata condivisa con il Supremo Patriarca della Chiesa Apostolica Armena, il quale mi ha fraternamente ospitato per tre giorni nella sua casa”.

Salutando, infine, i pellegrini polacchi, il Papa ha ricordato il suo viaggio in Polonia, dal 27 al 31 luglio, in occasione della Giornata mondiale della gioventù:

“Vi prego di continuare a pregare per me e per i giovani che in Polonia e in tutto il mondo cristiano si stanno preparando per il nostro, ormai imminente, incontro a Cracovia”.

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In Arzebaigian per incoraggiare speranze e sentieri di pace (Farodiroma 30.06.16)

Fra tre mesi compirò, a Dio piacendo, un altro viaggio in Georgia e Azerbaigian, altri due Paesi della regione caucasica” per “incoraggiare speranze e sentieri di pace”. Lo ha annunciato Papa Francesco questa mattina all’ultima Udienza giubilare tenuta in piazza San Pietro prima della pausa estiva. “La storia – ha spiegato Bergoglio dopo aver ricordato che la sua missione di pace è iniziata la settimana scorsa in Armenia, prima Nazione ad aver abbracciato il cristianesimo nel 300 – ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro”. “Proprio per questo – ha scandito – il mio auspicio è che tutti e ciascuno diano il proprio contributo per la riconciliazione”, perché come cristiani tutti sono chiamati a rafforzare la comunione fraterna per una società più giusta e solidale. Lo stesso appello Francesco lo ha lanciato sempre in Armenia rivolgendosi al popolo armeno e agli altri paesi della regione caucasica interessati da molti anni da un conflitto drammatico e distruttivo per tutti.

Il conflitto del Nagorno Karabakh nasce con la decisione sovietica del 1923 di assegnare la piccola enclave cristiana alla Repubblica musulmana dell’Azeirbagian. Con la fine dell’Urss, la regione ha deciso di rendersi autonoma federandosi con l’Armenia e questo ha dato avvio a un conflitto armato che a fasi alterne continua ancora.

Domenica scorsa, di ritorno dall’Armenia, nella conferenza stampa tenuta sull’aereo, il Papa ha affermato che la Chiesa “deve chiedere scusa di aver benedetto tante armi”. E nel discorso all’incontro ecumenico in piazza della Repubblica a Yerevan, capitale di un paese di fatto in guerra con il vicino Azerbaigian per il possesso del Nagorno Karabakh, Francesco ha ripetuto la sua condanna del traffico degli armamenti parlando “di conflitti sempre fomentati dalla piaga della proliferazione e del commercio di armi, dalla tentazione di ricorrere alla forza e dalla mancanza di rispetto per la persona umana, specialmente per i deboli, per i poveri e per coloro che chiedono solo una vita dignitosa”. Conversando con i giornalisti il Papa ha poi ripetuto il suo augurio di pace agli armeni: “Io auguro – ha detto – a questo popolo la giustizia e la pace. E prego per questo, perché è un popolo coraggioso. E prego perché trovi la giustizia e la pace. Io so che tanti lavorano per questo. E io sono stato anche molto contento, la settimana scorsa, quando ho visto una fotografia del Presidente Putin con i due Presidenti armeno e azero: almeno si parlano. E anche con la Turchia: il Presidente della Repubblica Armena nel suo discorso di benvenuto ha parlato chiaro; ha avuto il coraggio di dire: ‘Mettiamoci d’accordo, perdoniamoci e guardiamo al futuro’. Questo – ha concluso il Papa – è un coraggio grande! Un popolo che ha sofferto tanto!”.

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Difesa: Armenia, parlamento ratifica accordo per sistema antiaerei congiunta con Russia (Agenzianova 30.06.16)

Erevan, 30 giu 12:03 – (Agenzia Nova) – L’Assemblea nazionale armena ha ratificato oggi un accordo per la creazione di un sistema unificato di difesa aerea nella regione del Caucaso insieme alla Russia. Su un totale di 131 deputati, 102 hanno votato a favore, mentre solo 8 hanno espresso un parere negativo. “In tempo di pace, le due parti saranno in grado di assumere decisioni autonome su come usare le proprie truppe. Sarà necessaria una comunicazione fra Mosca e Erevan in merito alle rispettive decisioni e azioni intraprese nella regione”, ha spiegato il vice ministro della Difesa armeno Ara Nazaryan, introducendo i termini dell’accordo al parlamento. “L’Armenia avrà il diritto di usare i propri sistemi di difesa aerea per tutte le condizioni che ritiene necessarie”, ha aggiunto Nazaryan. (Res

Il Papa in Armenia al Giardino dei Giusti (Gariwo 29.06.16)

Durante i tre giorni della visita di Papa Francesco in Armenia, sono stati numerosi i gesti che hanno colpito la mente e il cuore degli armeni, in patria e in diaspora. Uno tra i tanti, dopo la presenza silenziosa e raccolta davanti alla fiamma perenne del memoriale del genocidio, segnata da poche brevi preghiere con il Katolikos di tutti gli armeni, Karekin II, il suo cammino verso il Giardino dei Giusti che si trova all’ingresso del viale che conduce al memoriale, e il gesto semplice e forte di piantare un albero e di versare un po’ d‘acqua per farlo vivere e far vivere insieme la speranza della pace. Un messaggio agli armeni, ai turchi, ma anche a tutto il mondo.

Papa Francesco ha toccato l’animo di un popolo che lo attendeva con tutta la gioia e l’accoglienza di cui è capace. Cerimonie, incontri, scambi di Doni, liturgie solenni e una preghiera ecumenica che ha radunato nella grande piazza della “libertà”, piazza della Repubblica di Yerevan, migliaia di persone. Applausi spontanei di una popolazione colma di gratitudine per papa Francesco che ancora una volta, dopo il 12 aprile del 2015, ha ricordato lo sterminio di un milione e mezzo di innocenti e ha pronunciato la parola tanto attesa, “genocidio”. Nello stesso tempo il Pontefice ha scritto indelebili parole di pace sul Libro d’Onore del Memoriale: Qui prego col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro. Un esempio di come si può stare dalla parte della verità, della libertà, della giustizia. Il riconoscimento di come deve essere chiamato il crimine contro l’umanità con cui si è aperto il Novecento, accompagnato dal richiamo alla memoria del Bene capace di prevenire altre tragedie, di demolire il muro del negazionismo, di aprire la strada al dialogo e alla riconciliazione tra i popoli. Le menti e i cuori di tre milioni di armeni in patria e di otto milioni in diaspora, figli, nipoti, pronipoti dei sopravvissuti, sono stati profondamente toccati.

Identità cristiana, quella del popolo armeno, assunta non come un abito, ma come fonte di verità e illuminazione capace di creare l’unità del popolo e di alimentare la sua cultura. Papa Francesco ha manifestato per tutta la durata della sua visita, gesti di fratellanza sincera e il popolo ha sentito fortemente la sua vicinanza.

Mi ha colpito l’insistenza di papa Francesco sulla necessità non solo di camminare insieme, ma di “correre” insieme. Sono tempi in cui si impone alle Chiese universali, ai politici, a tutti noi, di unire le forze, di guardare a questa contemporaneità su cui si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, delle guerre, dei nazionalismi, dei muri, dei fili spinati che fermano il nuovo nemico, l’immigrato, e di reagire.
Come? Papa Francesco ha indicato la strada e l’ha indicata soprattutto alle nuove generazioni: Cari giovani, questo futuro vi appartiene, ma facendo tesoro della grande saggezza dei vostri anziani, ambite a diventare costruttori di pace, non notai dello status quo, ma promotori attivi della cultura dell’incontro e della riconciliazione.

Nel 1995 mi ero recato insieme a Mischa Wegner a Yerevan per deporre, nel Muro della memoria dei Giusti di Dzizernagapert, le ceneri di Armin Theophil Wegner, il padre di Mischa, un “Giusto” per gli armeni e per gli ebrei. Dopo una commovente cerimonia, al suono del “duduk”, ci siamo diretti verso il giardino dove si onoravano i capi di Stato e le personalità di tutto il mondo che avevano voluto condividere la memoria della tragedia del popolo armeno, uno spazio che è diventato anche il Giardino dei Giusti, di fronte al monte Ararat, il sacro simbolo degli armeni di tutto il mondo. A partire da questo primo riconoscimento dell’opera di un testimone di verità, ho fondato il Comitato dei Giusti per gli Armeni “La Memoria è il Futuro”, al quale è seguito nel 2001, grazie all’incontro con Gabriele Nissim, il Comitato Gariwo, la foresta dei giusti. Proprio con Nissim, presidente di Gariwo, al Memoriale di Yerevan, abbiamo piantato un albero in memoria dei Giusti. Ogni anno ho portato la terra tombale di altri Giusti di tutto il mondo che hanno salvato gli armeni o testimoniato la verità del genocidio e l’ho tumulata nel Muro della memoria a loro dedicato. Nel 2012, un giardino dei Giusti è sorto anche nella città di Gyumri, visitata da papa Francesco, che porta ancora i segni delle distruzioni provocate dal terribile terremoto del !988. Con l’aiuto del console italiano a Gyumri, Antonio Montalto, alla presenza di alcuni intellettuali turchi, un cippo è stato dedicato a Hrant Dink, il giornalista assassinato a Istanbul nel 2007, impegnato a far crescere il dialogo tra turchi e armeni.

Gli alberi al Memoriale di Yerevan oggi sono numerosi, il “Giardino” è diventato un bosco; e al Monte Stella di Milano e in tanti altri luoghi in Italia e in Europa, grazie all’impulso di Gariwo, si moltiplicano i Giardini dedicati alla memoria del Bene.

Il gesto del Papa che solleva la terra e si prende cura del nuovo albero è un grande messaggio: avere cura della memoria del Bene, “fonte di pace”, aprire lo sguardo sul mondo di oggi e cercare di sanare le ferite, servendoci attivamente dell’esempio dei Giusti che in tutti i genocidi e totalitarismi del Novecento, ma anche oggi, nelle tragedie del Medio Oriente e in tante altre parti del mondo, cercano di fermare il male.

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L’Azerbaijan nel braccio di ferro Russia-Turchia? (L’Indro 29.06.16)

Papa Francesco aveva appena lasciato l’Armenia quando la tensione con l’Azerbaijan è tornata a salire. La ragione dello scontro è sempre il Nagorno-Karabakh, ma questo riaccedersi di provocazioni e tensioni potrebbe essere riconducibile anche allo scontro diplomatico tra Russia e Turchia e all’insofferenza della Turchia verso il Pontefice, il quale, lasciando l’Armenia ha confermato che in autunno sarà in Azerbaijan. Tutto ciò in un momento in cui la Turchia, che da sempre considera Azerbaijan giardino di casa, si sente minacciata dalla Russia, con la quale ha perso la guerra diplomatica iniziata lo scorso autunno.

Secondo quanto riferito dall’agenzia ‘Nova’ le Forze armate armene hanno violato 17 volte il regime di cessate il fuoco nelle ultime 24 ore: lo ha riferito ieri il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian in una nota, secondo cui l’Esercito avrebbe subito attacchi da postazioni situate nei pressi di alcune località popolate nella regione contesa del Nagorno-Karabakh e nelle zone adiacenti controllate dalla parte armena. La situazione lungo la linea di impegno nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh è peggiorata drammaticamente durante la notte al 2 aprile, quando sono iniziati dei duri scontri. Le parti in conflitto hanno lanciato delle reciproche accuse di violazione della tregua. In particolare il Ministero della Difesa azero aveva denunciato dei bombardamenti attuati dalle Forze armate dell’Armenia, mentre il Ministero della Difesa di Erevan aveva riferito di ‘azioni offensive’ dal lato azero. L’aggravarsi della situazione ha subito una battuta d’arresto con il cessate il fuoco del 5 aprile. Tuttavia, periodicamente emergono reciproche accuse di attacchi. Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per l’area contesa è iniziato nel febbraio 1988, con il crollo dell’Unione Sovietica, Armenia e Azerbaijan hanno combattuto una guerra per la regione del Nagorno-Karabakh, conclusasi nel 1994. Da allora, la regione, che è ufficialmente parte dell’Azerbaijan, è stata sotto il controllo delle forze locali di etnia armena e dei militari armeni.  Le forze armene si sono impadronite anche di porzioni significative del territorio dell’Azerbaijan al di fuori della regione del Nagorno-Karabakh. Gli sforzi internazionali per la negoziazione di una composizione non hanno avuto successo, e la regione ha continuato a essere teatro di scontri sporadici -l’improvvisa esplosione di violenza dello scorso aprile è stata la peggiore dalla guerra del 1994, con almeno 75 soldati uccisi da entrambe le parti. L’Azerbaijan ha fatto affidamento sul sostegno della Turchia, la quale ha continuato a imporre un paralizzante blocco sull’Armenia fin dall’inizio del conflitto per il Nagorno-Karabakh, inasprendo le difficoltà economiche della Nazione. Dal 1992 proseguono i negoziati per la soluzione pacifica del conflitto all’interno del Gruppo di Minsk, formato che opera sotto l’egida dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). L’Azerbaigian insiste sul mantenimento della sua integrità territoriale, mentre l’Armenia protegge gli interessi della Repubblica separatista, dal momento che la Repubblica del Nagorno-Karabakh, in quanto non riconosciuta come entità statale, non fa parte dei negoziati. Lo scorso 20 giugno la Russia ha tentato di assumere un ruolo di mediazione diretta nel conflitto fra Armenia e Azerbaigian relativo alla regione contesa del Nagorno-Karabakh: il Presidente Vladimir Putin ha accolto, infatti, a San Pietroburgo gli omologhi armeno e azero, Serzh Sargsjan e Ilham Alyev. In questa occasione, i tre capi di Stato hanno concordato sulla necessità di dare nuovo impeto al processo di pace nel Nagorno-Karabakh. I Presidenti dei tre paesi hanno concordato su una dichiarazione trilaterale che esprime l’impegno nel cercare progressi concreti per la pacificazione politica. L’iniziativa russa esula dal formato regolare dei negoziati, gestiti dal Gruppo di Minsk (composto da Stati Uniti, Russia e Francia), che si era riunito l’ultima volta lo scorso 16 maggio.

Papa Francesco ha scelto l’Armenia, la prima Nazione ad adottare il Cristianesimo come religione ufficiale di Stato nel 301, come meta del suo primo viaggio nell’ex Unione Sovietica.
Sebbene i cattolici siano una ristretta minoranza in Armenia, dal momento che la maggior parte dei suoi 3 milioni di abitanti segue il rito orientale ortodosso, il Vaticano ha definito questa piccola Nazione nel Caucaso meridionale il baluardo della cristianità nella regione.

Già prima della sua visita, Francesco è diventato un eroe per gli armeni quando ha denunciato come genocidio il massacro di 1,5 milioni di armeni ad opera dei turchi ottomani nel 1915.
Anche Papa Giovanni Paolo, durante un viaggio in Armenia 15 anni fa, utilizzò la parola ‘genocidio’ per descrivere tale strage.
La Turchia nega che l’uccisione degli armeni durante la prima guerra mondiale sia stata un genocidio: sostiene, infatti, che sia stata parte di ostilità più ampie e ne contesta il bilancio dei morti. Furiosa è stata la reazione della Turchia al voto del Parlamento tedesco, il quale, all’inizio del mese, si è espresso a favore del riconoscimento del massacro degli armeni come genocidio.
Durante una messa nell’aprile del 2015, Francesco aveva ricordato il centenario del massacro degli armeni per mano dei turchi ottomani descrivendolo come ‘il primo genocidio del XX secolo’, e già allora la Turchia l’aveva presa malissimo. Francesco aveva anche fatto appello alla comunità internazionale affinché lo descriva apertamente come tale. La Turchia aveva risposto richiamando il suo Ambasciatore dal Vaticano. Non vi erano dubbi, quindi, che sarebbe stata infastidita dal discorso di Francesco a Yerevan.
Prima di venerdì scorso, giorno dell’arrivo del Papa in Armenia, il Vaticano aveva mantenuto il riserbo sulla possibilità che Francesco ripetesse la parolagenocidio‘ durante la sua visita di tre giorni. Nel suo discorso presso il Palazzo presidenziale armeno poco dopo il suo arrivo, Francesco ha affermato che il genocidio degli armeni è stata la prima di una serie di catastrofi nel XX secolo. I leader politici e religiosi armeni che hanno presenziato alla cerimonia hanno accolto le sue parole con una standing ovation. Il Presidente armeno Serzh Sargsyan ha poi acclamato Francesco per aver portato al mondo ‘il messaggio della giustizia’.
La reazione della Turchia non si è fatta attendere ed è stata durissima: in un comunicato diffuso dal Ministero degli Esteri turco, si afferma «Il fatto che Papa Francesco sia andato al ‘monumento del genocidio’ durante la sua visita in Armenia tra il 24 e il 26 giugno facendo dichiarazioni infelici sui fatti del 1915, facendo riferimenti inaccettabili ai fatti del 1915 in una dichiarazione congiunta con il Chatolicos degli armeni e dicendo menzogne ​​e calunnie mentre tornava, ha dimostrato che Papa Francesco si attiene in modo incondizionato alla narrazione armena. Ciò non è conforme ai fatti storici o alla legge sui fatti del 1915».

In quella che era stata concepita come una missione per la costruzione della pace, inizialmente Papa Francesco aveva pianificato di visitare anche il vicino musulmano dell’Armenia, l’Azerbaijan, in occasione dello stesso viaggio. Le tensioni delle ultime settimane hanno consigliato il Vaticano di modificare il programma della visita. Si è deciso che Francesco avrebbe visitato solo l’Armenia per poi tornare nella regione due mesi dopo, dal 30 settembre al 2 ottobre, a visitare Azerbaijan e Georgia

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