Karabakh addio (Internazionale 20.06.25)

Le radici del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Le guerre degli ultimi trent’anni, l’esodo degli armeni e il futuro della regione. Un reportage storico per capire una delle crisi più intricate della nostra epoca

Il sole di inizio novembre riscalda dolcemente le strade di Erevan. Sopra la capitale armena si solleva una densa polvere che oscura le montagne circostanti. Anche la più importante, l’Ararat, situata a poche decine di chilometri, oltre il confine con la Turchia.

Leggi qui KARABAKH ADDIO INTERNAZIONALE 20.6.2025

Il conflitto Israele-Iran per Armenia e Azerbaijan (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.06.25)

Due paesi sono particolarmente esposti al conflitto Israele-Iran: Armenia e Azerbaijan. Entrambi confinanti con l’Iran, entrambi con intense relazioni con quest’ultimo, ed entrambi con numerose minoranze che vi risiedono. Un’analisi dei rapporti e delle conseguenze del conflitto

19/06/2025 –  Marilisa Lorusso

Il conflitto Israele-Iran sta rimodellando le dinamiche di sicurezza regionale nel Caucaso meridionale, con un impatto significativo sulle valutazioni rispetto alla propria sicurezza nazionale sia per l’Azerbaijan che per l’Armenia.

Nonostante i passati scontri politici con Teheran, l’Azerbaijan ha a lungo cercato di bilanciare le sue relazioni strategiche tra le potenze regionali concorrenti tra cui Iran, Russia, Israele e Stati Uniti.

Il presidente Ilham Aliyev ha costantemente ribadito  la politica di non allineamento del paese, affermando che il territorio azero non sarebbe mai stato utilizzato come da campo di battaglia per le potenze regionali o globali.

La prospettiva di sicurezza dell’Armenia è segnata dalla preoccupazione di perdere un attore regionale, l’Iran, che più di chiunque altro si è speso per la garanzia di integrità territoriale armena.

Yerevan teme anche che l’Azerbaijan possa sfruttare il confronto Iran-Israele come copertura per una nuova aggressione. Il Comitato Nazionale Armeno d’America (ANCA) ha avvertito  che l’Azerbaijan potrebbe imitare schemi passati – come gli attacchi durante la pandemia di COVID-19 o la guerra in Ucraina – per innescare un conflitto, distogliendo l’attenzione globale.

La situazione è ulteriormente complicata dalla presenza delle numerose diaspore armene e azere, con varie persone che si sono trovate in difficoltà per via dei voli civili dirottati a causa degli attacchi israeliani contro l’Iran.

Questo conflitto ha esposto armeni e azeri gli uni agli altri in una forma inedita. I passeggeri armeni, inclusi cittadini russi di origine armena, si sono allarmati quando i voli dirottati sono atterrati a Baku, considerati i precedenti dell’Azerbaijan in materia di detenzione di armeni.

L’Unione degli armeni di Russia ha chiesto a Mosca di garantire la loro protezione, mentre le autorità armene sono intervenute in seguito all’arrivo inaspettato di cittadini azerbaijani a Yerevan.

Queste vulnerabilità dimostrano come le popolazioni della diaspora diventino vittime involontarie di disordini geopolitici e conflitti.

Il clima attuale solleva timori di ricadute regionali e di una ripresa della guerra. Gli armeni americani hanno esortato gli Stati Uniti a impedire qualsiasi sfruttamento della crisi da parte di Azerbaijan e Turchia.

Un’ulteriore escalation potrebbe destabilizzare la regione e mettere a repentaglio gli sforzi di lunga data per una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale.

L’Iran per l’Armenia

Nel 2025, le relazioni ad alto livello tra Armenia e Iran si sono intensificate, sostenute da una idee condivise su come si dovrebbe sviluppare e garantire la connettività e la sovranità regionale.

Il 14 giugno, l’ambasciatore iraniano in Armenia, Mehdi Sobhani, si è rivolto ai media a Yerevan, confermando il sostegno di Teheran all’Armenia in questioni come il corridoio dello Zangezur e ribadendo che le frontiere tra Armenia e Iran devono essere gestite dalle guardie di frontiera armene, non da quelle di paesi terzi. Per entrambi i paesi quello è un confine storico, più che millenario, e per entrambi un salvacondotto intoccabile.

A marzo c’è stato il viaggio ufficiale del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Yerevan, incentrato sull’approfondimento diplomatico e sui rapporti economici. Successivamente, il Segretario del Consiglio di Sicurezza armeno Armen Grigoryan, ha partecipato al “Forum di dialogo di Teheran 2025” e ha incontrato i massimi funzionari iraniani, tra cui il Presidente Masoud Pezeshkian e il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Akbar Ahmadian, il 19 maggio scorso.

Anche il ministro della Difesa iraniano Aziz Nasirzadeh ha visitato Yerevan intorno al 20 maggio scorso, ribadendo la ferma opposizione dell’Iran a qualsiasi modifica dei confini – un riferimento diretto alle ambizioni dell’Azerbaijan – e riaffermando il rispetto per la sovranità territoriale armena.

Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema dell’Iran, ha pubblicamente elogiato l’assertività di Teheran nel contesto delle tensioni del Corridoio di Zangezur in un’intervista del 10 giugno, sottolineando la forza storica dell’Iran e mettendo in guardia contro i piani di modifica del corridoio che minacciano la connettività tra Armenia e Iran.

Nel complesso, il 2025 ha visto una serie di gesti diplomatici che hanno sottolineato la posizione coerente dell’Iran: sostegno all’integrità territoriale dell’Armenia, resistenza ai progetti infrastrutturali regionali percepiti come minaccia e volontà di impegnarsi in sforzi di rafforzamento dei legami reciproci Yerevan-Teheran.

Nikol Pashinyan - © Asatur YesayantsSHutterstock

Nikol Pashinyan – © Asatur YesayantsSHutterstock

La reazione armena

I funzionari armeni hanno prontamente reagito all’esplosione del conflitto. Il primo ministro Nikol Pashinyan, intervenendo al GLOBSEC 2025, ha condannato l’attacco israeliano  contro l’Iran, avvertendo che mette a repentaglio la fragile stabilità nella regione: “Vorrei esprimere la nostra preoccupazione e condanna in relazione all’ultima azione di Israele… Mette in discussione la fragile stabilità che abbiamo nella regione”.

Allo stesso modo, il Ministero degli Esteri armeno ha definito l’attacco come unilaterale, profondamente preoccupante e minaccia per la pace sia a livello regionale che globale.

Il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan ha tenuto colloqui  urgenti con il presidente iraniano Abbas Araghchi, sottolineando la necessità di gestire il rischio regionale ed evitare un’escalation.

Il Segretario del Consiglio di Sicurezza Armen Grigoryan ha ribadito  questo concetto al forum APRI-2025, definendo gli attacchi una violazione dell’integrità territoriale dell’Iran e mettendo in guardia sui loro effetti sull’Armenia.

In quanto paese transfrontaliero, l’Armenia sta utilizzando il confine per favorire lo sfollamento dei proprio connazionali, ma anche quelli di paesi alleati  . Più di un centinaio di indiani hanno preso la via della fuga dall’Iran e sono riparati in Armenia.

C’è poi l’allerta nucleare. A seguito degli attacchi israeliani contro i siti nucleari iraniani, l’Armenia ha inviato esperti in materia di radiazioni nella provincia di Syunik, coprendo le aree di Meghri, Agarak e Kajaran.

Il Centro Scientifico-Tecnico per la Sicurezza Nucleare e delle Radiazioni non ha per ora riscontrato alcun aumento delle radiazioni di fondo naturali, affermando che è in corso un monitoraggio continuo.

Israele e Azerbaijan, e il suo ruolo di mediatore

Le relazioni israelo-azerbaijane si sono notevolmente approfondite negli ultimi anni, riflettendo un allineamento strategico che abbraccia difesa, energia, diplomazia e mediazione regionale.

Nel 2025 l’assistente del Presidente dell’Azerbaijan Hikmet Hajiyev ha incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. I funzionari hanno descritto i colloqui come un momento di svolta per il rafforzamento di solidi legami bilaterali.

Questo incontro ad alto livello ha fatto seguito a mesi di attività diplomatiche, tra cui una lettera del 28 aprile del presidente Ilham Aliyev al presidente israeliano Isaac Herzog, in occasione del Giorno dell’indipendenza di Israele, e una visita programmata, sebbene rinviata, di Netanyahu a Baku all’inizio di maggio.

In questo caso si è messa di traverso la Turchia, che non avrebbe consentito a Netanyahu di sorvolare sul proprio territorio, a riprova delle diverse posizione dei due partner strategici verso Israele.

Il ministro dell’Economia azerbaijano Mikayil Jabbarov ha visitato Israele ad aprile, e il viaggio del ministro della Difesa Zakir Hasanov ha incluso incontri con il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e il capo di Stato Maggiore delle IDF, tenente generale Eyal Zamir.

Queste interazioni hanno evidenziato non solo la cooperazione militare, ma anche il ruolo geopolitico dell’Azerbaijan come mediatore.

I media israeliani hanno riferito che Baku ha ospitato i colloqui turco-israeliani all’inizio di maggio. L’Azerbaijan ha svolto un ruolo modesto ma di grande impatto nelle relazioni tra Turchia e Israele, in particolare come interlocutore di fiducia in periodi di tensione.

Nel 2023 Baku ha contribuito a mediare il primo processo di riconciliazione tra Turchia e Israele dopo anni di relazioni tese. Il suo equilibrio diplomatico – offrire energia a Israele tramite oleodotti mantenendo al contempo i legami culturali e storici con la Turchia, nonché una partnership strategica che non ha eguali nella regione – gli ha permesso di mantenere aperte le comunicazioni anche in periodi di forte polarizzazione.

Baku ha ospitato nuovi round di mediazione nel maggio 2025, con funzionari israeliani che cercavano di risolvere il conflitto in Siria, dove sia Israele che la Turchia detengono zone di influenza.

La posizione neutrale e la leva diplomatica dell’Azerbaijan gli hanno permesso di facilitare discussioni, in particolare per quanto riguarda il dispiegamento di armi strategiche e la presenza di attori ostili vicino ai confini israeliani.

L’Azerbaijan nella nuova guerra

Alla luce delle recenti azioni militari di Israele contro l’Iran, l’Azerbaijan è stato oggetto di speculazioni sul suo potenziale coinvolgimento. Baku ha categoricamente smentito queste voci.

Il 13 giugno, l’assistente del presidente Aliyev, Hikmet Hajiyev, ha dichiarato che le affermazioni secondo cui l’Azerbaijan avrebbe reclutato azeri in Iran come agenti al servizio di Israele erano completamente infondate e inventate. Ha definito tali notizie come disinformazione volta a destabilizzare la reputazione dell’Azerbaijan e ad alimentare tensioni etniche in una regione altamente sensibile.

Inoltre, il ministro degli Esteri Jeyhun Bayramov ha ribadito il 14 giugno scorso che nessun Paese può utilizzare il territorio dell’Azerbaijan contro un Paese terzo, incluso il vicino e amico Iran.

Queste smentite fanno parte di un più ampio sforzo diplomatico per affermare la neutralità dell’Azerbaijan e prendere le distanze dalle accuse di coinvolgimento diretto nelle operazioni israeliane.

I funzionari azeri sono pienamente consapevoli del delicato equilibrio necessario per mantenere partnership strategiche con Israele ed evitare provocazioni nei confronti dell’Iran, un vicino potente con una relazione complessa con Baku.

Come stato frontaliero, e che detiene un legame anche etno-culturale con l’importante minoranza azera in Iran, Baku si deve muovere con estrema cautela. Per la prima volta dalla pandemia, l’Azerbaijan ha riaperto il confine via terra con l’Iran per favorire lo sfollamento dei cittadini azeri in fuga dalla guerra.

Ilham Aliyev - © Drop of Light/Shutterstock

Ilham Aliyev – © Drop of Light/Shutterstock

Azerbaijan e Iran

L’Azerbaijan e l’Iran hanno avuto una serie di incontri diplomatici ad alto livello nel 2025, segnando un significativo disgelo nelle relazioni bilaterali.

All’inizio di febbraio, l’assistente presidenziale azero Hikmet Hajiyev ha visitato Teheran e ha incontrato il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e altri alti funzionari.

Il presidente iraniano Pezeshkian ha ricambiato con una visita ufficiale a Baku ad aprile, durante la quale è stato firmato un piano strategico completo che definisce il quadro per un’intensificazione della collaborazione bilaterale.

In precedenza, il vice primo ministro azero Shahin Mustafayev ha incontrato la sua controparte iraniana Farzaneh Sadegh a Teheran per la sedicesima Commissione economica congiunta. Anche il primo ministro azero Ali Asadov si è recato in Iran, dove ha incontrato il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref e il presidente Pezeshkian.

Queste visite rientrano in una dinamica regionale più ampia, che comprende i colloqui trilaterali pianificati tra Iran, Azerbaijan e Russia.

Un pilastro del recente slancio diplomatico è lo sviluppo del Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud, una rotta strategica che collega la Russia all’Oceano Indiano attraverso l’Iran e l’Azerbaijan.

I due Paesi hanno partecipato al 3° Forum Economico del Caspio insieme a Russia, Kazakistan e Turkmenistan, sottolineando il loro impegno per la connettività regionale.

Inoltre, l’Azerbaijan sta portando avanti progetti che migliorano il coordinamento nei settori doganale, energetico e dei trasporti, in parte per ridurre la dipendenza da corridoi politicamente sensibili.

Durante la Commissione Economica Congiunta di gennaio, l’Azerbaijan e l’Iran hanno firmato un Piano di Cooperazione Strategica per l’implementazione e la gestione del Terminal di Astara, un hub cruciale per il transito merci.

Parallelamente, sono stati compiuti progressi nella costruzione di un ponte sul fiume Araz ad Aghbend, facilitando nuovi collegamenti stradali e ferroviari tra lo Zangezur e il Nakhchivan attraverso il territorio iraniano.

Questi progetti infrastrutturali fanno parte della più ampia strategia dell’Azerbaijan per consolidare il suo status di Paese di transito chiave nelle reti commerciali eurasiatiche, cosa che la crisi in corso rischia di minare.

I rapporti, precedentemente tesi, tra Baku e Teheran hanno raggiunto un punto di svolta con la risoluzione dell’attacco all’ambasciata azera di Teheran del 2023.

Nel gennaio 2025, l’Iran ha estradato in Azerbaijan Farid Safarli, un detenuto collegato al caso. Il 22 febbraio, l’aggressore, Yasin Hosseinzadeh, è ​​stato giustiziato dopo la conferma della sua condanna a morte da parte della Corte Suprema iraniana. Questo atto è stato accolto con favore dai funzionari azerbaijani e dalla famiglia della vittima.

In un passo simbolico verso la riconciliazione, i due Paesi hanno avviato le loro prime esercitazioni militari congiunte, “Araz-2025”, tenutesi nei territori liberati dell’Azerbaijan, a ulteriore dimostrazione dell’evoluzione del partenariato strategico.

Questo, però, accadeva prima che la regione venisse stravolta da una nuova guerra che mette a repentaglio fortissimi interessi azeri e costringe il paese a un equilibrismo diplomatico simile a quello in cui si trova verso il conflitto in Ucraina.

Vai al sito

Rivista Terrasanta: i cristiani in Iran sono una presenza plurisecolare (AgenSir 18.06.25)

Su una popolazione di 90 milioni di abitanti, sono poche centinaia di migliaia i cittadini iraniani che professano il cristianesimo. In Iran rimangono solo 150mila cristiani armeni (apostolici, cattolici ed evangelici), 30mila assiri, 24mila cattolici caldei e latini e una manciata di cristiani ortodossi. La comunità armena è la più antica e numerosa. Il suo nucleo è nella città di Isfahan, nell’Iran centrale. L’ultimo numero della rivista Terrasanta, il bimestrale fondato dalla Custodia di Terra Santa, a Gerusalemme, nel 1921, riporta un’ampia descrizione della presenza cristiana in Iran a partire dai monumenti più rappresentativi come la cattedrale di Vank, intitolata a San Salvatore, la chiesa di Bedkhem (Betlemme), la chiesa di San Nicola, la chiesa dedicata al Battista, alla Vergine e a san Gregorio l’Illuminatore, colui al quale si deve la conversione del popolo armeno al cristianesimo. Scrive Giuseppe Caffulli, direttore responsabile della rivista: “Gli armeni sono presenti nell’attuale Iran da millenni, interagendo prima con l’antico impero persiano e, successivamente, con i sovrani musulmani sciiti” facendo fiorire una ricca economia grazie al commercio della seta, la stampa dei libri. In breve tempo, “Isfahan divenne una città prospera, dove i cristiani vivevano in armonia con i musulmani”. “In questi giorni – annota Caffulli – mentre l’Iran e la stessa città di Isfahan sono bersaglio degli attacchi israeliani, val la pena ricordare la presenza – per quanto oggi meno numerosa rispetto al passato – di un’antica comunità cristiana. Le diocesi cattoliche sono sei: quattro di rito caldeo (la cui sede patriarcale è a Baghdad, in Iraq), una armena (ad Isfahan appunto) e una latina, affidata nel 2021 al frate minore conventuale di nazionalità belga, il card. Dominique Joseph Mathieu”. Secondo il direttore ci sarebbe anche “la presenza di una comunità sommersa, costituita da convertiti dall’islam, soprattutto appartenenti a chiese evangeliche o pentecostali, che praticano la loro fede principalmente in ambienti domestici per sfuggire alle restrizioni imposte dal regime”. Nonostante la Rivoluzione iraniana e l’avvento al potere degli ayatollah nel 1979, abbia spinto molti armeni a lasciare il Paese, i cristiani apostolici armeni restano ancora oggi la più grande comunità non musulmana in Iran e continuano a professare la loro fede e ad avere un ruolo attivo nella società, con rappresentanza anche in parlamento. Un quarto di essi vive nell’area di Isfahan, di cui circa ottomila nello storico quartiere di Nuova Jolfa, ambito anche dai musulmani. Cristiani, ebrei e zoroastriani furono riconosciuti in Iran come ‘minoranze religiose’ nella Costituzione del 1906. Nel 1928 venne garantita loro rappresentanza parlamentare. Nel 1943 ottennero anche l’autonomia per gli aspetti del diritto civile che riguardano la famiglia: matrimoni, divorzi, testamenti e adozioni. La Repubblica islamica, di fatto, ha confermato queste prerogative, nel rispetto però delle leggi islamiche: controllo di programmi scolastici, divieto di consumare alcolici e giocare d’azzardo. In più le donne devono coprire i capelli e rinunciare ai cosmetici (in pubblico). Altra caratteristica dei cristiani armeni dell’Iran è quella di far parte di associazioni benefiche, culturali e sportive, fondamentali per trasmettere lo spirito cristiano e la cultura armena. Delle oltre 24 scuole armene che un tempo educavano i bambini della comunità, solo la metà ha oggi un preside armeno; le altre sono dirette da musulmani, segno dell’ingerenza dello Stato nell’educazione. Nella Repubblica islamica dell’Iran, specie lontano da contesti come quello di Now Jolfā, non è semplice per i cristiani (armeni e non solo) mantenere la propria identità in una società pervasivamente musulmana.

Fonte: Agensir

Leone XIV: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis saranno santi il 7 settembre, il 19 ottobre gli altri sette beati (SIR 13.06.25)

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis saranno canonizzati il 7 settembre prossimo. Lo ha annunciato il Papa, durante il suo primo Concistoro, in cui è stata ufficializzata anche la canonizzazione di Bartolo Longo e di altri sette beati, prevista per il 19 ottobre. Diversamente da quanto era stato annunciato da Papa Francesco, non sono previste dunque canonizzazioni durante i prossimi appuntamenti giubilari degli adolescenti e dei giovani. Secondo il calendario dei grandi eventi, infatti, la canonizzazione di Frassati era prevista il 3 agosto, mentre quella di Acutis, prevista ad aprile, era stata sospesa proprio a causa della morte di Papa Francesco. Pier Giorgio Frassati, studente e terziario domenicano, membro della San Vincenzo de’ Paoli, della Fuci e di Azione Cattolica, è stato beatificato nel 1990 da Papa Giovanni Paolo II. Durante l’udienza generale in piazza San Pietro, il 4 giugno scorso, Leone XIV lo aveva citato nei saluti ai fedeli polacchi. “Vi esorto a seguire con coraggio il Signore, rispondendo alla chiamata che Egli rivolge a ciascuno di voi”, l’invito del Papa: “Possano i santi e beati essere guide in questo cammino. Tra loro vi è il beato Pier Giorgio Frassati, patrono dell’Incontro dei Giovani di quest’anno in Polonia, nei Campi di Lednica”. Gli altri beati che verranno canonizzati il 19 ottobre, insieme a Bartolo Longo, sono: Ignazio Choukrallah Maloyan, arcivescovo armeno cattolico di Mardin, martire; Peter To Rot, laico e catechista, martire; Vincenza Maria Poloni, fondatrice dell’Istituto delle Sorelle della Misericordia di Verona; Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, fondatrice della Congregazione delle Serve di Gesù; Maria Troncatti, religiosa professa della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice; José Gregorio Hernández Cisneros, fedele laico.

Vai al sito

A conclusione della sua prima visita in Armenia, il Segretario generale, Alain Berset, esprime forte sostegno alla riforma e alla pace (Consiglio d’Europa 13.06.25)

Nel corso della sua prima visita in Armenia in qualità di Segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset ha riaffermato l’incrollabile sostegno dell’Organizzazione per lo sviluppo democratico del paese e ha chiesto la rapida firma di un accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian.

“Il ritmo di sviluppo, la direzione delle riforme democratiche e l’approccio pragmatico adottato dalle autorità sono segnali incoraggiati dell’impegno democratico dell’Armenia”, ha dichiarato Alain Berset al termine della sua visita ufficiale di due giorni.

Ha inoltre accolto con favore l’impegno dell’Armenia ad approfondire la cooperazione con il Consiglio d’Europa.

“Durante il mio incontro con il Primo Ministro Nikol Pashinyan, ho ricevuto un messaggio chiaro: l’Armenia considera il Consiglio d’Europa un partner chiave nel suo percorso democratico”, ha dichiarato.

“La riforma è un processo che richiede tempo e siamo pronti a fornire sostegno continuo per aiutare il paese a progredire”.

La pace come pilastro della sicurezza democratica

Nel corso degli incontri con il Presidente Vahagn Khachaturyan, il Primo Ministro Nikol Pashinyan, il Presidente dell’Assemblea nazionale Alen Simonyan, la ministra della Giustizia Srbuhi Galyan e i rappresentanti della comunità internazionale, Alain Berset ha sottolineato l’impegno del Consiglio d’Europa a favore di una pace e di una sicurezza democratica a lungo termine nel Caucaso meridionale.

“La firma dell’accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian è indispensabile per la stabilità a lungo termine. Sosteniamo fermamente la sua tempestiva conclusione”, ha dichiarato Alain Berset. “Il prossimo Vertice della Comunità politica europea, che l’Armenia ospiterà nel 2026, è un forte segnale dell’impegno a livello regionale. Il Consiglio d’Europa continuerà a manifestare il suo impegno e il suo sostegno, nel quadro della Comunità politica europea e oltre.”

Partenariato duraturo per la riforma democratica

La visita è stata un’occasione per riaffermare la volontà del Consiglio d’Europa di favorire la trasformazione democratica dell’Armenia attraverso il Piano d’azione 2023–2026. Alain Berset ha accolto positivamente la cooperazione del governo con i principali organi del Consiglio d’Europa e i suoi continui progressi nell’allineare i quadri nazionali alle norme europee.

Ha evidenziato l’impegno dell’Armenia nella lotta contro la corruzione, l’attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e la recente ratifica della Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina e del Protocollo relativo all’abolizione della pena di morte.

La visita ha consentito inoltre di porre l’accento sulle riforme democratiche dell’Armenia nell’ambito della più ampia prospettiva di un Nuovo patto democratico per l’Europa. In un’Europa che conta 46 Stati, l’azione collettiva è essenziale poiché le minacce ora non prendono di mira solo i confini, ma anche le istituzioni, le libertà e i valori. L’Armenia dimostra quanto gli sforzi nazionali possano rafforzare le nostre fondamenta democratiche comuni, prima che sia troppo tardi.

Sostegno concreto ai rifugiati del Karabakh

Alain Berset ha presentato un programma di assistenza di € 2,8 milioni, concepito per sostenere la risposta dell’Armenia alla crisi dei rifugiati del Karabakh. L’iniziativa verte sia sulla protezione dei rifugiati sia sulla resilienza delle comunità ospitanti.

“Interveniamo su due piani: da un lato, si tratta di proteggere i diritti dei rifugiati, rispondere alle necessità di salute mentale e integrare gli operatori sanitari sfollati nel sistema armeno e, dall’altro, rafforzare le comunità locali che li accolgono”, ha dichiarato il Segretario generale.

Il crescente ruolo dell’Armenia nello spazio giuridico europeo

Il Segretario generale ha incoraggiato l’Armenia a considerare l’adesione a nuove convenzioni del Consiglio d’Europa che trattano sfide attuali, tra cui le prove elettroniche nella lotta contro la criminalità informatica, la protezione della professione di avvocato, i reati relativi ai beni culturali e l’intelligenza artificiale e i diritti umani.

Dialogo con le nuove generazioni

Durante una conferenza pubblica presso l’università statale di Erevan, Alain Berset ha dialogato con gli studenti in merito alla sicurezza regionale, alla resilienza democratica e all’importanza del contributo dei giovani alla difesa dei valori europei.

Vai al sito

Il canto di un popolo e il suo silenzio. Il film sul grande Komitas va sottratto all’oblio. La RAI agisca, c’è per questo (Korazym 12.06.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.06.2025 – Renato Farina] – Quando tutto fa cascare le braccia, mi è apparsa di nuovo davanti agli occhi la “croce di pietra” (Khatchkar), che esiste solo in Armenia, e costella ogni angolo della nostra terra. La nostra croce è diversa dalle altre, come le altre è piantata sul calvario, ma ecco dalla base conficcata del Khatchkar, dai piedi di Cristo, balzano su radici fiorite, che parlano già di risurrezione. La morte di Papa Francesco ha questo stesso profumo per noi. Ha donato sé stesso risorgendo come il Cristo vivo nella nostra fede così scadente.

Noi Armeni ci ricorderemo per sempre quando ci ospitò in San Pietro il 12 aprile del 2015, nella Messa per i “martiri Armeni”. Erano cent’anni dal “Grande Male”, la strage (il martirio) di un milione e mezzo di Cristiani. Egli osò dire che “il primo genocidio del XX secolo ha colpito il popolo armeno, prima nazione Cristiana”. Il governo turco, per bocca di Erdoğan, lo accusò di calunnia. Il governo italiano (allora di sinistra, ma che differenza c’è) tacque. Realpolitik, ci fu detto: ma non credevamo fosse sinonimo di viltà.

Ed ecco Leone XIV. Nella sua prima Udienza generale, il 14 maggio, ha detto: “Dalla Terra Santa all’Ucraina, dal Libano alla Siria, dal Medio Oriente al Tigrai e al Caucaso, quanta violenza!”.  Da quanto tempo nessuno citava il Tigrai (in Etiopia). E nessuno aveva uno sguardo al Caucaso: che siamo noi, minacciati perennemente di genocidio da chi negando quello di un secolo fa si prepara a ripeterlo, protraendolo per sempre, ma non riusciranno anche ammazzandoci tutti a finire il lavoro, la nostra croce molokan-armena rifiorirà.

La voce più bella del mondo

Ma accidenti, non dormite fratelli, vigilate vi prego. In questa mia lettera dal Lago di Sevan, tratterò finalmente di un film-capolavoro, e non esiterò a rovinarvi il finale, tanto so che oramai non passerà mai in tivù e nelle sale. Si chiama Soghomoni yergery, in inglese Songs of Salomon, cioè Canti di Salomone (Salomone è il nome di battesimo di Komitas). È del 2019, diretto da Arman Nshanian. Sto annunciando da mesi, senza mai arrivare al sodo, perché la realtà è più imperiosa e stringente di un film. Stavolta però non mi fermo. Cerco di resuscitare questo film sparito, sottratto alla visione del mondo, rintracciabile solo su Vimeo, visione a pagamento. È dedicato a un grande musicista armeno, Komitas Vardabet (Padre Komitas). È molto di più di una rievocazione delle torture e degli assassinii di cui è gonfia la nostra storia. C’è la musica divina di Komitas, una croce fiorita, color del sangue e insieme celeste.

Dovremmo guardarlo tutti. Aiuta a sconfiggere l’odio, induce al perdono e a chiedere perdono. La RAI dovrebbe agire, subito, c’è per questo. Ma io ho il sospetto del perché nessuna rete generalista pubblica o privata, e neppure Netflix, lo sottragga all’oblio.

Komitas era nato lì, a Kütahya, nel 1869, proprio nella città dei massacri hamidici (1894-1896), che precedettero e furono un esperimento di genocidio. Quando si susseguono le stragi in Anatolia, è lontano dalla sua città natale, ha studiato teologia e musica a Berlino, è diventato prete, compositore, musicologo, raccoglierà infine, parole e note, quattromila canzoni armene, turche, greche. La sua ricerca lo fa viandante inquieto. Si apposta dietro gli alberi per fissare sui fogli le note di canzoni che si spandono sul frumento rallegrando i mietitori. La sua preghiera crea inni e canti della divina liturgia armena.

 

Komitas era lontano in quegli anni, ma la sua voce – la più bella del mondo, secondo tante testimonianze di diplomatici forestieri – si era deposta purissima, come una venatura d’oro niveo, nelle invisibili fessure dei muri dove abitava la propria gente, o l’amica gente turca. Essa di notte riposava, ma ad ogni alba il sole compiva il prodigio di scioglierla in melodie di fanciulli e di vecchi che se ne passavano l’eco.

Il giorno del Medz Yeghern

Il film racconta come l’odio nasca senza ragione nelle stanze del potere, e poi corra veloce insinuandosi rapido quale miccia, e incendia le masse, le quali si convincono che questo sentimento sia nato in loro, e diventano folla bruta, sobillata dai servi del sovrano.

I deboli – gli Armeni! – non capiscono: ci vogliamo tutti bene, una passione tanto tremenda non può esistere, un amico non ti afferra alla gola per consegnarti al boia. Ma l’amore è la sola cosa per la quale si possa vivere ma anche morire, restando umani: un capitano Turco si lascia ammazzare dal superiore per salvare una mamma Armena, amica di Komitas, e il suo piccino. La sua vedova musulmana raccoglie il bambino. Anch’ella amava Komitas. La signora, di ricca famiglia, è nel teatro dove, quel fatale 24 aprile 1915 (il giorno del Grande Male, Medz Yeghern) è atteso il grande evento musicale il cui protagonista è il Padre Komitas davanti agli alti pennacchi della Sublime Porta. Lo spettatore del film, dopo aver visto Salomone bambino a Kütahya, lo rivede lì, a Istanbul: è famoso nel mondo, celebrato come la colonna più bella su cui si regge l’Impero ottomano. Quella sera è la sera della morte: l’ordine di deportazione degli Armeni scatta e diventa esecutivo, il medesimo secondo, nei 600mila chilometri quadrati della Turchia. A Costantinopoli-Istanbul non si fecero rastrellamenti, c’erano gli occhi delle ambasciate, bisognava salvaguardare le apparenze. Furono arrestati ottocento intellettuali Armeni, accusati di essere la quinta colonna del nemico Russo, e fatti sparire. Saranno tutti uccisi, meno uno. Perché? Perché lui? Che disegno c’era, non nella testa dei carnefici, ma più in Alto?

Il teatro è la trappola perfetta per impedire che qualcuno trasferisca il grande Maestro in una ambasciata e da lì all’estero, dove sarebbe stato una spina nel fianco. Komitas dirige il suo coro di trecento voci, intona i suoi inni (cercateli sul Web). Un’armonia dolente invade la grande platea affollatissima. C’è come un presentimento che fa vibrare la sala. Talat Pasha, il capo dei Giovani Turchi, insediato nel suo palco odia che questa armonia sgorghi da una sorgente armena. Armenia non viene da armonia, si limita a dare il suo nome all’albicocca, il cui albero è catalogato da Linneo come Prunus Armeniaca, mentre il frutto in veneto è detto armellina. Armonia perduta.

Una scelta di libertà

Alla fine Komitas è preso, ammanettato. Inutilmente gli spettatori si alzano in piedi, si girano verso il palco del genocida, invocando con un applauso provocatorio la liberazione della musica incarnata in quel prete calvo. Da quel momento, chi aveva composto centinaia di meravigliosi cori armeni, e aveva percorso pianure e montagne da cantore di epopee popolari, non pronuncia più una parola, un suono.

Komitas viene quella sera stessa trasferito dove vengono torturati e assassinati i suoi connazionali, mentre la polizia porta via e distrugge le sue raccolte di canti. L’America, non ancora coinvolta nella guerra, si attiva per salvarlo. Sarà però la figlia del sultano, sua allieva, a salvarlo. Sarà preservato, l’unico degli ottocento intellettuali di Costantinopoli a tornare tra i vivi.

E qui comincia l’enigma degli enigmi. È accolto in Francia. Pensano che finalmente tornerà a comporre, cantare, musicare, insomma dica almeno qualcosa, parbleu. Nulla, per vent’anni resterà muto. Lo misero davanti a un organo. Si alzò e andò via. Gli posero in grembo il tar, uno strumento popolare. Lo scostò, con rispetto, delicatamente. Lo portarono in manicomio. Nessuno ha mai potuto stabilire se fosse malato e pazzo, oppure avesse fatto una scelta di libertà. Offrire qualcosa di più prezioso della vita, la sua musica, la sua voce. Le grida dell’orrore, si sarebbero udite meglio in cielo incastonate come rubini di sangue nella purità del silenzio. Salomone Komitas non si presterà ad essere il menestrello consolatore, a ingannare con la dolcezza la brutalità dell’orrore, non anticiperà l’orchestra di Auschwitz, utile a far sorridere quegli scriccioli di bambini in braccio alle mamme, illuse da un motivetto all’ingresso della camera a gas.

Non era pazzo, Komitas: il suo silenzio è la follia del genio. Lo ripeto anch’io, spero nei santi, spero nel silenzio di Komitas. In quel silenzio c’è un Mistero, un canto divino, che udiremo, oh se lo udiremo.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2025 di Tempi in formato cartaceo.

 

 

Foto di copertina: la locandina del film drammatico biografico del 2019 Songs of Solomon diretto da Arman Nshanian, che descrive la vita e la musica di Komitas Vardabet, compositore, etnomusicologo e sacerdote armeno, vissuto durante gli anni del genocidio armeno.
Il film racconta di un’amicizia d’infanzia spezzata da un orribile impero deciso a distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino. Una donna coraggiosa, in un periodo di terribili pregiudizi, rischia la sua vita e quella della sua famiglia per salvare la sua migliore amica, braccata per le sue convinzioni religiose. Questo ritratto epico si svolge a Costantinopoli all’inizio del secolo, trasportandoci in un viaggio emozionante e musicale. Un film di amore, speranza, coraggio, inganno e dolore. E musica, un film altrettanto sulla musica… Musica che avrebbe legato un intero popolo al cielo e alla terra, ai fiumi e alle stelle. La musica di Padre Komitas, noto anche come Padre Salomone.

Vai al sito 

Il 33mo Concours Mondial de Bruxelles nel 2026 in Armenia (Vinonews 12.06.25)

Passaggio di testimone sancito durante la 32ma edizione, in corso in Cina. La sessione vini rossi e bianchi si terrà dal 21 al 23 maggio nella capitale Erevan. Il paese caucasico, dalla tradizione vinicola millenaria, aprirà per la prima volta le porte alla comunità vitivinicola internazionale.

Da un paese in rampa di lancio nei mercati vinicoli mondiali, la Cina, a uno con una tradizione millenaria, l’Armenia. Il Concours Mondial de Bruxelles ha annunciato che la 33ma edizione si terrà dal 21 al 23 maggio a Erevan, capitale del paese caucasico, che aprirà per la prima volta le porte alla comunità vinicola internazionale ospitando la sessione principale del concorso, quella dedicata ai vini rossi e bianchi. Il passaggio di testimone è avvenuto, con la tradizionale cerimonia, a Yinchuan, dove è in corso il 32mo CMB, alla presenza delle delegazioni armene e delle autorità cittadine.
Per l’Armenia, il fatto di ospitare il Concours Mondial de Bruxelles segna un momento storico. “L’Armenia, con la sua tradizione vinicola millenaria, offre un’esperienza unica e autentica ai nostri giudici e ospiti internazionali – afferma il presidente del CMB Baudouin Havaux – Il suo legame con il vino è profondo e radicato. Siamo entusiasti di far conoscere al mondo la sua ricca storia, le sue vivaci varietà autoctone e un settore vitivinicolo moderno e dinamico”.
Zaruhi Muradyandirettrice esecutiva della Vine and Wine Foundation of Armenia, sottolinea l’importanza di questo traguardo per il comparto vinicolo del paese. “Ospitare la sessione vini rossi e bianchi del Concours Mondial de Bruxelles – dice – non è soltanto un grande onore per l’Armenia, ma anche un’occasione strategica di straordinaria rilevanza. In un momento in cui il nostro Paese vive una vera e propria rinascita enologica, questa opportunità ci consente di mostrare al mondo la ricchezza della nostra tradizione millenaria, la peculiarità dei nostri terroir e l’unicità delle nostre uve autoctone. È un passo decisivo per affermare il posto dell’Armenia non solo come terra naturalmente vocata al vino, ma anche come protagonista dinamica e innovativa sulla scena enologica internazionale”.

Con circa 13mila ettari di vigneti distribuiti in cinque principali regioni, l'Armenia offre paesaggi vitati che si estendono dai 400 ai 1800 metri di altitudine
vigneti in Armenia

UNA TRADIZIONE SENZA TEMPO: LA STORIA E LA RINASCITA DEL VINO IN ARMENIA

La viticoltura armena affonda le sue radici in epoche antichissime, come testimoniato da storici come Senofonte (430–354 a.C.), che parlava di “vini gustosi” nei villaggi armeni, Erodoto (484–425 a.C.), che raccontava di “botti piene di vino degli Armeni” importate in Mesopotamia, e Strabone (64 a.C.–24 d.C.), che definiva l’Armenia “una terra vasta e fertile, dove si produce un vino eccezionale”. Il Regno di Van custodiva una profonda tradizione vinicola, come attestano le iscrizioni cuneiformi che parlano di vino sacro e reale. Resti di antichi torchi e strutture vinicole sono emersi in siti archeologici come Agarak e Zvartnots, a conferma di una lunga e continua pratica enologica.
Durante il Medioevo, il vino divenne parte integrante della spiritualità cristiana armena, con riti come la benedizione dell’uva e il suo ruolo centrale nell’Eucaristia. Nemmeno il periodo sovietico interruppe questa vocazione: negli anni ’80, l’Armenia contribuiva in maniera significativa fornendo il 25% del brandy e il 3% del vino prodotti nell’URSS.
Oggi il settore vinicolo armeno sta vivendo una vera e propria rinascita, grazie all’apertura di nuove cantine che uniscono tradizione e innovazione, a importanti investimenti nei vigneti e nelle infrastrutture e all’adozione di tecnologie avanzate per ottimizzare i processi produttivi.

UN PAESE DI TERROIR UNICI E VITIGNI AUTOCTONI

L’Armenia è un luogo dove la viticoltura si esprime con autenticità e una sorprendente varietà. Con circa 13mila ettari di vigneti distribuiti in cinque principali regioni – Armavir, Ararat, Aragatsotn, Tavush e Vayots Dzor – il paese offre paesaggi vitati che si estendono dai 400 ai 1800 metri di altitudine. I suoli di origine vulcanica, uniti a microclimi diversificati e forti escursioni termiche, creano condizioni ideali per la coltivazione della vite, dando origine a vini dal carattere deciso. A conferma della sua ricchezza genetica, l’Armenia conserva oltre 350 varietà di uva autoctona, delle quali 55 sono attualmente utilizzate nella produzione vinicola. Tra le più rappresentative, Sev Areni, uva rossa di Vayots Dzor da vigneti che spesso superano il secolo di vita; Voskehat, varietà a bacca bianca, soprannominata “bacca d’oro” per l’eleganza e la longevità; Kangoun, uva bianca duttile, resistente e adattabile a diversi terroir; Haghtanak, dal colore rubino, con profumi di ciliegia e mora selvatica; Lalvari e Banants, aromatiche varietà bianche originarie della verde Tavush.

Vai al sito

L’Armenia riscopre la Giusta Bodil Katharine Biørn (Gariwo 11.06.25)

Il 6 giugno 2025, nella sala maggiore di Dzidzernagapert presso l’Istituto-Museo del Genocidio Armeno (AGMI), è stato presentato il diario della missionaria norvegese Bodil Katharine Biørn tradotto dal norvegese antico e pubblicato, 110 anni dopo il genocidio armeno, con questo titolo: “Memorie di una testimone oculare: l’eredità di Bodil Katharine Biørn”. La presentazione è avvenuta alla presenza dell’ambasciatore norvegese in Armenia, Bergljot Hovland, del console onorario norvegese in Armenia, di storici armeni e stranieri, di numerosi ospiti.

L’evento si è aperto con la presentazione della mostra temporanea “Documentare il crimine: testimonianze oculari del genocidio armeno”, con una sezione speciale dedicata agli operatori umanitari norvegesi e l’esposizione di vari oggetti, tra cui gli effetti personali di Katharine Bodil Biørn.

La direttrice dell’AGMI, Edita Gzoyan, si è così espressa: “La vita, il lavoro e la missione umanitaria di Bodil Biørn sono un simbolo di testimonianza, coraggio e capacità morale. Sfidando il silenzio, Katharine ha scelto di resistere, di aiutare gli armeni e di documentare quel crimine senza nome“. Ha inoltre ringraziato il nipote della Bodil Biørn, che ha donato al museo i suoi diari, le sue lettere e i suoi oggetti personali che sono diventati una parte importante della collezione, permettendo così di trasmettere la tragedia del genocidio armeno attraverso la prospettiva profondamente umanitaria della missionaria norvegese.

Il libro contiene i diari e le memorie manoscritte di Bodil Katharine Biørn raccolti in otto volumi che coprono gli anni dal 1905 al 1934. Durante la sua missione nell’Impero Ottomano, Biørn ha documentato la vita degli armeni e il genocidio in corso con chiarezza e compassione, lasciando dietro di sé ricchi resoconti etnografici e storici.

Gli ultimi due volumi forniscono descrizioni dettagliate del suo lavoro di soccorso ai sopravvissuti ad Aleppo, con numerose fotografie, meticolosi resoconti di orfani armeni scampati al genocidio e molti dati statistici inediti.

Nel 2008 la terra tombale di Bodil Katharine Biørn era stata tumulata nel “Muro della Memoria” di Dzidzernagapert: https://it.gariwo.net/giardini/muro-della-memoria-di-yerevan/yerevan-2008-2142.html

Vai al sito

Hrand Nazariantz. L’Armenia di un uomo e di un poeta morto in Italia in un insegnamento di verità (Paeseitaliapress 11.06.25)

Nella sua Armenia in cammino nella diaspora, portò la cultura italiana. Con i poeti Intagliò una relazione metafisica tra scrivere e parola vissuta di un esistenzialismo tra le corde testimoniali linguistiche dentro l’Ermetismo. Hrand Nazariantz. Un viaggio in una identità mai perduta. Un solitario che insegnò la pazienza e la religiosità di un popolo che visse un destino tragico nel primo genocidio. C’è sempre un “Paradiso di ombre” che indica la via…

 

Pierfranco Bruni

“…accordami la felicità
d’essere amico dei Giusti e dei Sognatori,
e di far sorridere la primavera sulle labbra degli Amanti
e la canzone di Dio sui loro focolari deserti…”.
Cosa è stato
Hrand Nazariantz nella mia vita e in molti miei studi? È stato quel legame non solo con il mondo armeno ma soprattutto un intreccio tra un certo Oriente cristiano e gli Occidenti inquieti sul piano culturale.
Lo scrittore che portò la cultura italiana in Armenia.
La cultura italiana in Armenia ha sempre avuto un’importanza notevole. Dal mondo classico-greco al Futurismo la presenza letteraria in Armenia è stata molto formativa. Ad offrire un contributo notevole è stato Hrand Nazariantz che ha fatto tradurre molti scrittori italiani ed ha scritto saggi, da poeta, su personalità letterarie.
Tra l’Armenia e l’Italia la cultura Occidentale si intreccia con la tradizione Armena e trova nella letteratura un punto di raccordo fondamentale. Si è portato l’Armenia nel sangue. Un poeta cifra le parole sempre con il cuore. Le terre desolate o lontane. Le terre deserte o richiamanti nostalgie. La sua Armenia ha le ferite mai cucite. Ferite che diventano strozzature di cui la storia testimonia le rughe. E in questa sua Armenia cristiana che è stata devastata dai Turchi e dai comunisti ci sono anche i segni di una cultura che rimanda alla civiltà italiana.

Su questi temi ne parlo in un libro scritto, alcuni anni fa, insieme a Neria De Giovanni: Le parole per raccontare (edito da Nemapress).
Un poeta, dunque. Hrand Nazariantz. Nato a Costantinopoli l’8 gennaio del 1866 e morto il 25 gennaio del 1962 a Conversano (Bari). Giunge a Bari grazie alla cantante e ballerina Lena, ovvero, Maddalena De Cosmis di Casamassima, diventata sua sposa nel Consolato italiano di Costantinopoli nel 1913. Dopo il matrimonio arriva, come esule, a Bari. Comunque il suo interesse per la cultura letteraria italiana era nato in Armenia. Studioso di Futurismo e di quella letteratura italiana che porta i nomi di Marinetti, Govoni, Lucini, Verga, Pirandello.
Traduce in lingua armena Libero Altomare, Enrico Cardile, Torquato Tasso. Significativo resta il suo rapporto con Filippo Tommaso Martinetti. Con Marinetti intrattiene un rapporto epistolare a cominciare dal 1911 e la sua amicizia con Marinetti lo porta a scrivere un importante saggio dal titolo: “F.T. Marinetti e il futurismo”. Un saggio che resta un punto centrale nella storia critica del Futurismo e da Bari Nazariantz costituisce un punto di grande rilevanza in una lettura innovativa dei rapporti letterari tra l’Oriente e l’Occidente.
Le radici di Marinetti, la sua nascita ad Alessandria d’Egitto, sono dati di iniziale riflessione nel poeta armeno tanto che lo portano a studiare i legami mediterranei tra la letteratura armena e quella italiana in uno scavo che toccherà autori che segneranno il Novecento europeo come Ungaretti (nato anch’egli ad Alessandria d’Egitto), Ada Negri, Lionello Fiumi.
Poeti con i quali intaglia una relazione metafisica tra il suo scrivere e la parola vissuta di un esistenzialismo tagliato tra le corde di una testimonianza linguisticamente dentro l’Ermetismo.
Ma il “suo” Futurismo ha radici nella cultura certamente occidentale ma si filtra con l’esperienza di autori e di testi che si sono spesso confrontati con il Mediterraneo. Lo stesso suo saggio su Marinetti ha delle coordinate che rimandano ad una filosofia che trae la sua spirale dalla vita vissuta come avanguardia, ovvero come costante messa in discussione di quella tradizione che resta nell’espressione problematica ma si decifra nei linguaggi.
D’altronde la serata Futurista al Teatro Piccinni di Bari del 26 settembre del 1922 porta sulla scena la parola come azione partendo da una con testualità che è quella del “riflesso” dentro lo specchio parlante dei linguaggi. Ma Nazariantz sembra dividere le vie della letteratura proprio sul pianto strutturale o contestuale. Da una parte la nostalgia che diviene “dono espressivo” dall’altro il peso della parola che vive di rivoluzioni nella (e della) lingua.
Il suo intervento critico è dentro la letteratura e il più delle volte diventa un manifesto di poesia. La sua raccolta di versi del 1952 “Il ritorno dei poeti” va verso questo indirizzo che si apre al superamento di una splendida intuizione che si legge in due titoli che mostrano tutta la loro eleganza: “Paradiso delle Ombre” e “Aurora anima di bellezza”.
Certo, la sua Armenia è un cammino nella diaspora, nella nostalgia e nel sangue. Ma la sua poesia che vive di questi incroci trova nella meditazione dei “crocifissi”, ovvero nell’aurora della cristianità, la metafora più marcata di un intero viaggio umano e letterario. Ma l’Oriente resta il suo viaggio interiore. Vi rimane e permane anche quando la sua rivista “Graal” pone a confronto il senso cosmico e la tragedia come costante quotidianità del vivere. È, comunque, il paradiso metaforizzato dei fiori e del deserto che tocca i labirinti del suo esistere dentro la parola e dentro la poesia che è linguaggio dell’anima.
La sua Armenia è diaspora ma anche favola e leggenda. È il canto dell’arte trascinato nel dolore e nell’esilio. L’esilio non si consumerà e non si ritornerà dall’esilio. Chi l’esilio lo ha vissuto resterà sempre un viandante disperso e ritrovato e il poeta Nazariantz vive l’esilio come la sua vera “abitazione”. Il suo canto armeno è il canto di una Armenia solcata tra le strade dell’Occidente cristiano che non può fare a meno di confrontarsi con una storia ferita e con la nostalgia scavata nell’anima e nel pensiero.
L’esilio di Nazariantz ha il taglio: “Tu sapessi, fratello, come è triste/l’essere al mondo,/soli vivere e senza focolare,/non sapere ove poggiar la testa/e volgere la propria tristezza/verso I silenzi di Dio, camminare/stancamente senza posa, ovunque estranei…”. Il sentirsi estranei o stranieri è un sentimento che nella diaspora del viandante Nazariantz è una dimensione ontologica in cui il concetto di esilio è metafisica dell’anima in un sapere che costantemente si ripete: “…ovunque esiliati,/sapendo vana ogni ribellione/e vana ogni preghiera…”.
Versi che vivono nel sacrificio della Croce. Nazariantz ha nella sua segnatura cristiana il rapporto dialogico tra la “terra e le “stelle” in una sospensione che è religiosità verso l’aurora. Nella sua diaspora il poeta trova l’aurora superando il supplizio del buio. Così l’Oriente e l’Occidente si ritrovano nella loro archeologia della conoscenza, in quel sapere dell’anima che vive la libertà e il sogno. Ma la poesia è religione.
Nel pensare di Nazariantz sono incancellabili queste chiose: “Chi crea per l’effimero soggiace all’effimero. Il vero Poeta si distingue perché la sua vita è il migliore dei suoi poemi”. Alla ricerca di un ulissismo mai vissuto e mai volutamente cercato, senza il lascito di profezie altre, Nazariantz, pur nella sua diaspora e nel suo abitare l’esilio (zambraniano), non smette di viversi dentro la luce della spera e dell’attesa e con le rughe di una ironia che solcano i suoi passi.
La sua poesia è un misterioso incanto che si incastra nella storia di un uomo che ha vissuto l’Occidente negli scavi di un Oriente che è rimasta sempre il suo paese e la sua appartenenza. Ha portato con sé i fiori del deserto, la libertà della tradizione, la rivoluzione dell’arte come nostalgia e come gioco consapevole che l’arte vive sempre nel silenzio, nella solitudine e nella pazienza dell’anima grande che fa i poeti e gli uomini unici.
Un poeta dell’anima tra i silenzi custoditi e le voci raccolte. Un poeta metafisico che ha interpretato il futurismo con le alchimie della memoria. Ma è tutta l’anima Armena che vive nel linguaggio di Nazariantz: lo strazio, la diaspora la religiosità, l’incontro. Un viaggio in una identità mai perduta. Quella identità grazie a lui divenne in me, in tempi lontani, mosaico di civiltà. Un solitario che insegnò la pazienza e la religiosità di un popolo che visse un destino tragico nel primo genocidio di quello che venne definito mondo moderno nella civiltà della Tradizione. C’è sempre un “Paradiso di ombre” che indica la via…

….

Vai al sito

I suoni, sorsi e cose buone di ‘Karas’ a Torino: il nuovo bar armeno dove vino, cultura e musica si incontrano (TorinoCronaca 11.06.25)

“Suoni, sorsi e cose buone”, è questo il motto che accompagna il nome del Karas, il nuovo bar dalle radici armene che ha appena aperto i battenti a Torino. Un locale che promette un viaggio sensoriale tra i profumi del vino armeno, i sapori della tradizione e la musica che fa da sfondo all’esperienza. La serata inaugurale del 6 giugno è stata un successo: ogni tavolo, dentro e fuori dal locale, era occupato da clienti incuriositi e desiderosi di assaporare qualcosa di nuovo. Il tutto è stato animato dal DJ set di Luca Led, Fiore e Carmen San Pio, che hanno creato l’atmosfera perfetta per questa prima festa ufficiale.

Il Karas è il secondo punto di ristorazione in città dedicato alla cultura armena, dopo Casa Armenia, a cui è idealmente legato come una “figlia”. Ma cosa significa Karas? In armeno, il termine indica l’anfora di terracotta, usata sin dall’antichità per conservare vino e olio. Una scelta che omaggia le radici millenarie della tradizione vinicola armena, portando ora questi profumi e sapori in terra italiana. E per chi desidera prolungare l’esperienza a casa, le bottiglie di vino armeno sono anche in vendita nel locale.

Non si tratta solo di gusto: c’è anche una storia affascinante dietro. Lo sapevate che il vino armeno ha oltre 6000 anni di storia? Non è leggenda: nel 2011, una missione archeologica ha scoperto nella grotta di Areni-1, in Armenia, un’antica cantina con anfore e strumenti per la vinificazione, risalenti al IV millennio a.C.

E il cibo? Al Karas, troviamo i tolma (involtini di foglie di vite ripieni), il tabuleh, preparati con cura e ricchi di sapore e tante altre pietanze perfette da accompagnare con un calice di vino di melograno, fiore all’occhiello della casa. Lo staff, gentile e attento, ha accolto ogni cliente con calore e ha persino offerto delle crocchette di riso in omaggio come gesto di ringraziamento per la partecipazione. Un piccolo dettaglio che ha fatto sentire tutti i presenti davvero speciali.

Il Karas si trova in via Borgo Dora 30H e vi aspetta tutti i giorni (tranne il lunedì) dalle 7 del mattino a mezzanotte, con orario prolungato fino alle 2 di notte nel weekend. Un nuovo angolo d’Armenia, pronto a conquistare i palati torinesi.

Vai al sito