Serata armena a Bioggio (Ticinonews 24.04.17)

Il 24 aprile è la data ufficiale per la commemorazione del genocidio perpetrato dai turchi nei confronti del popolo armeno, prima, durante e dopo la prima guerra mondiale.

Un concetto che va oltre la soerenza materiale ma simboleggia il patimento intrinseco a cui è stato sottoposto un popolo che non solo è stato in gran parte sterminato ma che ha anche dovuto patire la perdita della propria patria dalla quale è dovuto scappare per non subire l’annientamento totale. In tutto il mondo il 24 aprile è la giornata della Memoria armena.

Un appuntamento che verrà ricordato anche in Ticino, con una serata pubblica di informazione e dibattito che andrà in scena giovedì 27 aprile 2017 dalle ore 20 presso il parco comunale di Bioggio.

OSPITI

Aldo Ferrari è uno dei massimi esperti di storia e cultura Armena. Il prof. Ferrari insegna letteratura e cultura Armena, Russa, del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Ha pubblicato vari libri. I principali titoli: Breve storia del Caucaso, Alla ricerca di un regno, Il grande paese, e di recente stampa Quando il Caucaso incontra la Russia. Vive e lavora a Venezia.

Avedis Naroyan, cittadino svizzero di origine armena, vive a Bioggio da 25 anni. Lavora presso la società Avaloq SA, appartiene alla 3a generazione dei sopravissuti del genocidio armeno. Avedis, nel 1966 ancora bambino, con la mamma, la nonna e altri 6 fratelli, sono stati costretti ad abbandonare la loro casa, gli animali e le terre appartenenti ai suoi avi da 3000 anni.

Reto Ceschi, moderatore della serata. E’ nato a Locarno il 7 agosto 1962. Il 1 ottobre 1989 entra a far parte della redazione del Telegiornale dove sarà redattore, inviato, capo edizione e presentatore. Per quasi 20 anni conduce l’edizione principale delle ore 20.00. Nel 2009 Reto Ceschi assume la responsabilità del settore Approfondimenti e dibattiti radiotelevisivi.

Al termine della serata sarà offerto un rinfresco con dolci tipici armeni.

Vi invitiamo a voler giungere con la ferrovia Lugano-Ponte Tresa (FLP) oppure a voler utilizzare il parcheggio sterrato adiacente la rotonda di Bioggio che porta alla stazione della ferrovia FLP.

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ASIA/TURCHIA – il Genocidio armeno commemorato anche a Istanbul. Annunciato un messaggio del Presidente USA Trump (Agenzia fides 24.04.17)

Erevan (Agenzia Fides) – Tra le innumerevoli manifestazioni e cerimonie in programma il 24 aprile per commemorare in tutto il mondo il 102esimo anniversario del Genocidio armeno figurano anche eventi commemorativi previsti a Istanbul. Lo riferiscono fonti locali come Agos, il settimanale bilingue armeno e turco stampato a Istanbul, secondo cui nella metropoli turca sono previsti momenti commemorativi a Piazza Sultanhamet e presso il cimitero armeno, nel quartiere Sisli. Gli ultimi eventi commemorativi sono previsti in serata nel distretto urbano di Beyoglu.
Intanto, il diplomatico Rafik Mansour, incaricato d’affari dell’Ambasciata USA in Armenia, ha annunciato che il Presidente USA Donald Trump diffonderà un messaggio in occasione dell’anniversario che ricorda le stragi di massa subite dagli armeni nella Penisola anatolica 102 anni fa. A chi gli chiedeva se il Presidente statunitense utilizzerà la definizione “Genocidio armeno” (espressione finora mai ufficialmente usata dai Capi di Stato USA) il diplomatico ha risposto di non avere informazioni sufficienti per poter rispondere alla domanda. (GV) (Agenzia Fides 24/4/2017).

Erevan, 24 apr 15:07 – (Agenzia Nova) – Ricorre oggi il 102mo anniversario del genocidio armeno, termine con cui Erevan indica le deportazioni e l’eccidio di armeni, in particolare cristiani, perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, e che causarono circa 1,5 milioni di morti. Per l’occasione a Erevan e in diverse città dell’Armenia si svolgono delle cerimonie di commemorazione. Gli armeni usano l’espressione Medz Yeghern proprio per indicare le stragi che si svolsero l’anno dopo che il sultano-califfo Maometto V proclamò la jihad. La decisione colpì soprattutto gli armeni, la cui maggioranza professava fedi diverse rispetto all’Islam, in particolare il Cristianesimo. Diversi paesi, fra cui anche l’Italia, hanno ufficialmente riconosciuto come genocidio gli eventi che seguirono la proclamazione della jihad nel 1914. Esiste tuttavia una corrente di pensiero, guidata dalla Turchia, che nega il genocidio armeno. (Res)

Turchia: presidente Erdogan invia messaggio a patriarca armeno per commemorazione “uccisioni di massa” del 1915 (agenzianova 24.04.17)

Ankara, 24 apr 16:12 – (Agenzia Nova) – Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha inviato un messaggio oggi al patriarca armeno di Istanbul, Aram Atesyan, per commemorare le vittime delle uccisioni di massa della popolazione armena nel 1915 che molti paesi hanno riconosciuto come genocidio. “Quest’anno – afferma Erdogan nel messaggio – mostro ancora una volta il mio rispetto agli armeni che hanno perso la vita sotto l’impero ottomano durante la Prima guerra mondiale e porgo le mie condoglianze ai loro discendenti”. Erdogan aggiunge che “turchi e armeni, come antiche nazioni della regione, condividono una storia e una cultura comune, in un’area dove hanno vissuto fianco a fianco per secoli. Gli armeni, come cittadini uguali e liberi, hanno ruoli importanti nella vita sociale, politica e commerciale del nostro paese, come hanno fatto in passato”, continua Erdogan. “E’ nostro obiettivo comune curare le ferite del passato e rafforzare i nostri legami – afferma Erdogan -. Siamo determinati a rafforzare il nostro impegno e a preservare la memoria degli armeni ottomani”. Oggi si celebra in Turchia anche l’anniversario della battaglia di Gallipoli, sullo stretto dei Dardanelli, dove le forze dell’esercito turco-ottomano nel 1915 sconfissero le unità dei paesi alleati.

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24 Aprile 1915, Il massacro del popolo armeno ancora oggi volutamente ignorato (Agenziacomunica.net 24.04.17)

[ACCADDE OGGI]

Nella notte tra il 23 e 24 aprile 1915 si iniziò quello che è definito nella lingua degli Armeni “il Medz yeghern” e cioè il grande crimine dello sterminio e la deportazione di massa della popolazione cristiana dell’Armenia occidentale. Ma per i turchi responsabili di quell’orrendo crimine si chiama “Sözde Ermeni Soykırımı” ovvero il cosiddetto genocidio armeno. In totale 22 stati (Argentina, Armenia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Lituania, Libano, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Russia, Slovacchia, Svezia, Svizzera, Uruguay, Vaticano, Venezuela) hanno deliberatamente con leggi riconosciuto il genocidio degli armeni. Normale la non adesione dei paesi di religione islamica mentre colpisce il notare l’assenza di paesi come Israele, Regno Unito di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Naturale invece l’assenza dalla lista della Turchia che si rifiuta di ammettere che quello fu il primo grande genocidio della storia moderna, ma meno naturale anche se comprensibile è l’assenza della Germania che all’epoca dei fatti era alleata della Turchia e spalleggiava l’allontanamento degli armeni dal territorio turco in quanto ritenuti amici della Russia zarista che annoverava nel suo esercito battaglioni di volontari armeni.

Oggi 24 aprile, la Repubblica Armenia ricorda le vittime di quel massacro i cui prodomi si ebbero con la cattura a Costantinopoli di oltre mille intellettuali armeni, tra giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari che furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada. Le deportazioni degli armeni ad opera del movimento dei giovani turchi proseguirono per tutto il 1915 e il 1916 e si calcola che quasi un milione e mezzo di persone abbiano trovato la morte lungo le marce forzate, nei campi di concentramento e vie brevi uccise con arma da fuoco o per impiccagione.

Passato un secolo da quegli orribili avvenimenti fa venire i brividi il guardare la strage di un popolo ridotta a materia di negoziazione politica per l’interesse dei rapporti diplomatici sullo scacchiere del mondo lacerato dagli affari e dalle religioni. Lo studioso di storia, il turco Taner Akçam fu condannato a dieci anni di carcere per aver ammesso il genocidio degli armeni da parte dei suoi compatrioti e, riuscito a fuggire in America dove insegna presso l’Università del Minnesota, aspetta insieme ai suoi nuovi connazionali americani che Barack Obama mantenga la promessa di riconoscere il genocidio armeno. Fino ad oggi niente

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Libri: Riccardo Cristiano, in Siria ‘l’ultimo genocidio’ (Ansamed 24.04.17)

ANSAmed) – BEIRUT, 24 APR – Se il Novecento in Europa e’ stato il secolo breve, conclusosi con la caduta del muro di Berlino nell’89, nel Medio Oriente il Novecento sembra proprio il secolo lungo, il secolo dei genocidi. Per questo Riccardo Cristiano, a lungo vaticanista della Rai, presenta nel suo libro “Siria, l’ultimo genocidio” (Castelvecchi, pp. 192, 17,50 euro) gli eventi siriani come l’ultimo anello di una catena di genocidi, cominciati nel 1915 con lo sterminio degli armeni.

Contro tutto questo, afferma Cristiano, si e’ levata nuovamente profetica la voce di papa Francesco, che con coerenza ha cercato di riaccendere i riflettori sulla tragedia siriana che rischia di avere enormi conseguenze non solo sulla geopolitica ma anche sul dialogo interreligioso.

Sono Bergoglio e Bauman le figure che, dall’inizio alla fine del libro, accompagnano il lettore in un’altra visione del mondo e della prospettiva salvifica per il Medio Oriente: la costruzione della cittadinanza.

A partire dal genocidio armeno, considerato difensivo. “I funzionari ottomani erano determinati a smascherare qualsiasi quinta colonna (o presunta tale) che vedesse con favore gli obiettivi territoriali degli Alleati”, scrive Cristiano. E nel corso della storia, prosegue l’autore, le quinte colonne sono state viste ovunque.

In Siria, le quinte colonne sono state viste annidarsi tra i fratelli musulmani arroccati ad Hama (1982); il regime, minando l’intero centro cittadino, lo fece crollare su un numero imprecisato di sepolti vivi, forse 10 mila, forse 50 mila, forse ancora di più. In Iraq, le quinte colonne sono state viste tra i curdi, sterminati da Saddam Hussein con i gas ad Halabja (1988), durante il conflitto con l’Iran.

Quello in atto in Siria e’ dunque l’ultimo genocidio difensivo, stavolta dei siriani sunniti, da espellere dal loro territorio come “possibili” quinte colonne dell’Arabia Saudita.

Aleppo e la Siria sono cosi’ il simbolo della bancarotta politica araba, che ha in panarabismo e panislamismo due ideologie fallite che producono solo regimi cleptocrati e totalitari e terrorismi, scrive Cristiano.

Tutto questo accade – secondo l’autore – mentre nel mondo occidentale e’ in atto una profonda e costante negazione di quanto sta accadendo in Medio Oriente. Si e’ negata dapprima la “rivoluzione siriana” e ora si nega quello che sotto ogni aspetto e’ il genocidio di un popolo.

Un’indifferenza figlia dell’emergenza-terrorismo, dell’ideologia ‘rossobruna’, che accomuna nell’antiamericanismo le radicalità di destra e sinistra; della “teologia della geopolitica sovietica”, secondo cui Mosca e i suoi alleati arabi, nasseriani ma soprattutto baathisti, hanno sempre ragione.

Si e’ arrivati cosi’, afferma Cristiano, a non vedere i massacri “genocidiari” di Saddam Hussein e di Hafez al Assad in passato e quelli di Bashar al Assad oggi, dietro i quali si nasconde l’esportazione della rivoluzione iraniana fino alle coste del Mediterraneo, a mezzo della più feroce operazione di pulizia etnica della storia recente. (ANSAmed).

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‘Guerra’ di film su genocidio armeno (Ansa 23.04.17)

Negli Stati Uniti, grazie all’uscita molto ravvicinata di due drammi di guerra a tinte melò con attori hollywoodiani, si torna a parlare del genocidio armeno. Da una parte c’è The promise di Terry George (Hotel Rwanda), con Christian Bale e Oscar Isaac, in arrivo su oltre 2000 schermi in Usa questo weekend, che affronta le violenze del genocidio portato avanti dall’impero Ottomano tra il 1915 e il 1916, causa di un milione e mezzo di morti. Dall’altra il più piccolo The Ottoman Lieutenant di Joseph Ruben, coprodotto da finanziatori turchi, con Michiel Huisman, Josh Hartnett e Ben Kingsley, uscito da poco, dove non si parla di genocidio come una decisione del governo ottomano ma, scrive Hollywood Reporter, di massacri “nati da gruppi di soldati durante le devastazioni del conflitto”.

Prodotto da un gigante di Hollywood, Mike Medavoy (tra i film che ha realizzato Rocky, Io e Annie, Philadelphia, Il cigno nero) e finanziato interamente con 100 milioni di dollari dal magnate di origini armene Kirk Kerkorian, morto nel 2015, The promise, i cui proventi andranno a organizzazioni benefiche e umanitarie, è bersaglio online di trolls e haters turchi che negano il genocidio, fin dalla sua presentazione a settembre a Toronto. Tra i modi utilizzati per danneggiare la pellicola ci sono state le decine di migliaia di voti negativi dati, prima che uscisse, su siti di cinema come Imdb, dove si è scatenata una guerra di stellette. Il film infatti al momento ha ben 130 mila valutazioni, di cui quasi 62 mila di una sola stelletta (il minimo) controbilanciati dai 66 mila utenti che l’hanno sostenuto con il massimo, 10 stellette. Per difendere The promise sono scesi in campo anche molti volti noti, come Leonardo DiCaprio, che su Facebook ha fatto i complimenti a tutto il team e al “leggendario” Madavoy che “con talento, dedizione e impegno hanno dato a vita a un progetto e a un tema importante”. Entrambi i film utilizzano la chiave romantica per affrontare l’argomento.

In The promise c’è l’intreccio di amicizie e amori nato dall’incontro a Costantinopoli, tra un giornalista americano (Bale) e gli armeni Mikael (Isaac), studente di medicina e Ana (Charlotte Le Bon), cresciuta a Parigi. Con l’inizio della I guerra Mondiale e dello sterminio del popolo armeno, i personaggi devono affrontare e reagire alle violenze. In The Ottoman Lieutenant invece Ismail (l’olandese Huisman, già visto in serie come Nashville e Il trono di spade), è un eroico ufficiale ottomano che durante la I guerra mondiale in Turchia, dove aiuta anche alcuni armeni a salvarsi dai massacri, si innamora di un’infermiera americana (Hera Hilmar). Nel triangolo anche il giovane medico statunitense Jude (Hartnett). I realizzatori di The Ottoman Lieutenant hanno evitato di parlare con la stampa, mentre il regista di The promise Terry George ha definito con Hollywood Reporter il film ‘concorrente’ una “cortina di fumo” che “cerca di confondere le persone”. Invece Christian Bale, commentando l’uscita dei due film si augura che “non aumenti le ostilità e le accuse ma favorisca la ricerca e la conoscenza. Non c’è alcun dubbio che tutto questo sia successo e che si sia trattato di genocidio”.

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Cinema: film riaccendono scontro su genocidio armeno


 

23 aprile 1915: Ha inizio nella notte il genocidio armeno in Turchia (Italnews.info 23.04.17)

Nella notte l’esercito ottomano, in special modo dai “Giovani Turchi”, dà inizio ad una serie di perquisizioni ed arresti ai danni d’élite armena di Costantinopoli. Queste operazioni durano molti giorni e colpirono in un solo mese più di mille giornalisti, scrittori, poeti e delegati del parlamento di origine armena. Tutti furono deportati verso il cuore dell’Anatolia e giustiziati barbaramente lungo la strada. Ha inizio in questo modo il genocidio armeno. Iniziatore delle deportazioni fu il tedesco Friedrich Bronsart von Schellendorf, Maggiore Generale dell’Impero ottomano. Durante le marce della morte, che coinvolsero oltre un milione di armeni, i prigionieri morivano a centinai di migliaia per fame, malattia o sfinimento. Per molti studiosi la causa scatenate del genocidio fu la proclamazione del jihad da parte del sultano ottomano Maometto V nel 1914 per motivi religiosi. Infatti la maggior parte degli armeni sul territorio turco era di fede diversa da quella di stato ed in prevalenza cristiana.

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“Il Papa in Armenia ci ha fatto uscire dal guscio del dolore” (Lastampa.it 23.04.17)

andrea torniellicittà del vaticano
Il viaggio in Armenia che Francesco ha compiuto nel giugno 2016, è una delle poche trasferte che in cuor suo aveva deciso già all’inizio del pontificato. Proprio nelle prime settimane erano scoppiate anche le prime polemiche a proposito di quanto accaduto all’inizio del Novecento in Armenia. Il 3 giugno 2013, Papa Bergoglio aveva infatti ricevuto il patriarca armeno di Cilicia, Nerses Bedros XIX. Uno dei componenti del seguito aveva filmato alcune parole del Pontefice che salutando una persona aveva parlato esplicitamente di «genocidio» e il video era stato subito postato su Youtube. Non si trattava di un incontro pubblico, le parole di Francesco erano state dette privatamente a conforto dei discendenti delle vittime di quelle stragi. Il ministero degli Esteri turco aveva immediatamente espresso il suo disappunto sia all’ambasciata della Santa Sede ad Ankara sia direttamente al Vaticano. Quattro giorni dopo, il 7 giugno, consegnava le sue credenziali nelle mani del Papa il primo ambasciatore residente della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan, che appena insediatosi aveva cercato di gettare acqua sul fuoco per pacificare gli animi. Oggi quelle polemiche, dopo la commemorazione in San Pietro del 2015 e dopo il viaggio papale in Armenia, sono soltanto un ricordo sbiadito. Vatican Insider ha chiesto all’ambasciatore Minasyan che cosa ha rappresentato la visita di Francesco.

Il 24 aprile si commemorano i martiri del genocidio armeno. Che cosa ha significato la visita del Papa al memoriale di Yerevan dedicato alle vittime del Metz Yeghérn, il “Grande Male”?

«Quella visita cosi carica di simboli ed emozioni, ha perfettamente espresso, penso, l’importanza di alcuni valori chiave del pontificato di Papa Francesco come la solidarietà, l’apertura e la libertà. La solidarietà nei confronti del popolo armeno, un popolo che ha molto sofferto e il Papa insegna che non si può non essere solidali con chi soffre. Di apertura perché ha dato agli armeni il coraggio di aprirsi al mondo, di uscire dal guscio del dolore alimentato ancora oggi dal negazionismo del governo turco, e infine di libertà, quella personale, del Papa, che ha sfidato le pressioni per esprimere gli altri due valori. Mi vengono in mente le parole espresse a caldo dal Presidente della Repubblica alla fine di quella cerimonia che forse meglio di tutte caratterizzano il significato della visita di Papa Francesco alla “Fortezza delle Rondini”: Santità, gli disse, oggi lei ha medicato le nostre ferite».

Ha colpito molti il fatto che Francesco abbia scelto, durante la visita al memoriale, di stare in silenzio, di non pronunciare discorsi. È accaduto così anche ad Auschwitz il mese successivo. Che cosa significa questo silenzio?

«Credo che dinanzi a certe tragedie che hanno colpito l’umanità non ci sia altro strumento che quello del silenzio come invito all’ascolto. Sentire cosa abbiano da dire le vittime, non parlare al posto loro, ma pregare per loro e pregare perché non accada all’umanità quanto sia accaduto a loro. Ancora all’apertura della messa del 12 aprile 2015, nel centenario della commemorazione, Papa Francesco aveva indicato in queste tragedie del Primo Novecento la radice di quanto accaduto dopo e di quanto accade purtroppo oggi. In Armenia si sentiva lo sguardo del Pontefice abbracciare i cristiani del Medio Oriente per i quali il Papa invece non si stanca di invocare la pace poiché invece il silenzio non può essere applicato alle tragedie che si consumano dinanzi ai nostri occhi, tenendo sempre in mente i valori che accompagnavano papa Francesco al memoriale del genocidio armeno».

Il martirio dei cristiani non è qualcosa che riguarda il passato: lo abbiamo visto drammaticamente in questa Pasqua insanguinata in Egitto. Il passato ci può aiutare ad affrontare il presente e il futuro?

«È ciò in cui crediamo noi armeni e ciò per cui da oltre un secolo lottiamo instancabilmente. Se allora, cento anni fa, alla tragedia che colpí il mio popolo, fosse stato dato il giusto giudizio, come viene tardivamente fatto dalle nazioni negli ultimi decenni, probabilmente avremmo avuto una situazione diversa per i cristiani oggi in Medio Oriente. Dalla Turchia aspettiamo questo passo e la consapevolezza che la pluralità culturale e politica è stata in passato la sua grande ricchezza e risorsa. Purtroppo però questa comune memoria viene continuamente negata, affossata, dimenticata».

Durante il viaggio in Armenia il Papa ha parlato della memoria non come qualcosa che blocca e irrigidisce nelle divisioni del passato: secondo lei sarà possibile fare dei passi in avanti in un riconoscimento condiviso anche con la Turchia?

«Mi sembra che il Papa abbia molto a cuore il tema della memoria. Ne ha parlato in diverse occasioni ma sempre come qualcosa di profondamente positivo, perché crea legami tra gli esseri umani, tra i popoli, anche quando sono difficili da accettare. Penso che quanto da lui espresso a San Pietro nel centenario del genocidio armeno e poi ribadito durante il viaggio in Armenia l’anno dopo, volesse fare di questa memoria il tesoro su cui costruire pacifiche relazioni tra armeni e turchi, la via della riconciliazione, con la consapevolezza però che per abbattere i muri non si può che partire dalla verità».

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‘Guerra’ di film su genocidio armeno (Ansa.it 22.04.17)

Negli Stati Uniti, grazie all’uscita molto ravvicinata di due drammi di guerra a tinte melò con attori hollywoodiani, si torna a parlare del genocidio armeno. Da una parte c’è The promise di Terry George (Hotel Rwanda), con Christian Bale e Oscar Isaac, in arrivo su oltre 2000 schermi in Usa questo weekend, che affronta le violenze del genocidio portato avanti dall’impero Ottomano tra il 1915 e il 1916, causa di un milione e mezzo di morti. Dall’altra il più piccolo The Ottoman Lieutenant di Joseph Ruben, coprodotto da finanziatori turchi, con Michiel Huisman, Josh Hartnett e Ben Kingsley, uscito da poco, dove non si parla di genocidio come una decisione del governo ottomano ma, scrive Hollywood Reporter, di massacri “nati da gruppi di soldati durante le devastazioni del conflitto”.

Prodotto da un gigante di Hollywood, Mike Medavoy (tra i film che ha realizzato Rocky, Io e Annie, Philadelphia, Il cigno nero) e finanziato interamente con 100 milioni di dollari dal magnate di origini armene Kirk Kerkorian, morto nel 2015, The promise, i cui proventi andranno a organizzazioni benefiche e umanitarie, è bersaglio online di trolls e haters turchi che negano il genocidio, fin dalla sua presentazione a settembre a Toronto. Tra i modi utilizzati per danneggiare la pellicola ci sono state le decine di migliaia di voti negativi dati, prima che uscisse, su siti di cinema come Imdb, dove si è scatenata una guerra di stellette. Il film infatti al momento ha ben 130 mila valutazioni, di cui quasi 62 mila di una sola stelletta (il minimo) controbilanciati dai 66 mila utenti che l’hanno sostenuto con il massimo, 10 stellette. Per difendere The promise sono scesi in campo anche molti volti noti, come Leonardo DiCaprio, che su Facebook ha fatto i complimenti a tutto il team e al “leggendario” Madavoy che “con talento, dedizione e impegno hanno dato a vita a un progetto e a un tema importante”. Entrambi i film utilizzano la chiave romantica per affrontare l’argomento.

In The promise c’è l’intreccio di amicizie e amori nato dall’incontro a Costantinopoli, tra un giornalista americano (Bale) e gli armeni Mikael (Isaac), studente di medicina e Ana (Charlotte Le Bon), cresciuta a Parigi. Con l’inizio della I guerra Mondiale e dello sterminio del popolo armeno, i personaggi devono affrontare e reagire alle violenze. In The Ottoman Lieutenant invece Ismail (l’olandese Huisman, già visto in serie come Nashville e Il trono di spade), è un eroico ufficiale ottomano che durante la I guerra mondiale in Turchia, dove aiuta anche alcuni armeni a salvarsi dai massacri, si innamora di un’infermiera americana (Hera Hilmar). Nel triangolo anche il giovane medico statunitense Jude (Hartnett). I realizzatori di The Ottoman Lieutenant hanno evitato di parlare con la stampa, mentre il regista di The promise Terry George ha definito con Hollywood Reporter il film ‘concorrente’ una “cortina di fumo” che “cerca di confondere le persone”. Invece Christian Bale, commentando l’uscita dei due film si augura che “non aumenti le ostilità e le accuse ma favorisca la ricerca e la conoscenza. Non c’è alcun dubbio che tutto questo sia successo e che si sia trattato di genocidio”.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

Papa Francesco all’Isola Tiberina: sull’altare maggiore della basilica di San Bartolomeo l’icona dei “nuovi martiri” (Agensir 22.04.17)

Nella basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, a Roma, dove oggi pomeriggio Papa Francesco presiederà una “preghiera per i nuovi martiri”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, sull’altare maggiore c’è un’icona dedicata ai martiri del Novecento, che rappresenta l’assemblea descritta dal libro dell’Apocalisse: “Dopo ciò apparve una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. Nell’icona una folla di martiri si dirige festosamente verso il Cristo, portando palme nelle mani con Maria, Giovanni evangelista e Giovanni Battista, con gli apostoli Pietro, Paolo e Andrea, con i santi martiri Bartolomeo e Adalberto, cui è dedicata la basilica. Sotto, secondo la visione del libro dell’Apocalisse, gli angeli stendono la tenda di Dio sopra la terra. Sulla terra al centro è raffigurato il lager, come una grande basilica di filo spinato, il più alto luogo di preghiera e di unità delle Chiese d’Oriente e d’Occidente. Al di sotto, una città con le mura spezzate rappresenta la frattura della coabitazione: molti sono i testimoni della fede ricordati, dagli armeni, ai cristiani in Algeria, in India, in Libano. In una chiesa dissacrata vengono uccisi uomini e donne mentre pregano: figura centrale è un prete albanese ucciso per aver battezzato un bambino, mentre dalla porta della città escono coloro che sono morti a causa di marce estenuanti, come gli armeni.
In basso, a sinistra si ricorda la Chiesa Ortodossa russa, attraverso il lager delle isole Solovki, a destra le Chiese d’Occidente: tra gli altri Dietrich Bonhöffer, il beato Oscar Romero e il beato Giuseppe Puglisi. Risalendo sulla destra: i martiri vivono oggi la passione di Cristo. L’ingiusto processo (e la memoria principale è quella del vescovo anglicano ugandese Luwum); la tortura e lo scherno, l’esecuzione della condanna a morte. Tra i morti di spada i seminaristi hutu e tutsi che a Buta, in Burundi, furono uccisi perché non si vollero separare e padre Alexander Men’. Tra i fucilati il patriarca dei copti d’Etiopia Abuna Petros, i martiri di Spagna e Messico e il beato Zefirino, il martire zingaro ucciso durante la guerra civile spagnola. Risalendo sulla sinistra: le opere dei martiri. La preghiera: nel buio del carcere in Romania cattolici, ortodossi, battisti si dividono la Bibbia per impararla a memoria e poterla recitare gli uni agli altri. Un uomo solo nella cella ricorda i prigionieri in Cina. La carità: san Massimiliano Kolbe, e con lui chi ha dato la vita per i malati, per gli affamati, per aver accolto i nemici. La comunicazione del Vangelo, infine, ricorda tutti i missionari uccisi in ogni continente.

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Il Papa: “I campi profughi sono campi di concentramento” (Lastampa.it 22.04.17)

Molte sono le prove dei giusti, ma da tutte le salva il Signore; egli custodisce tutte le loro ossa, neppure uno sarà spezzato”. Il coro intona le strofe dell’“Inno dei martiri” mentre Bergoglio fa il suo ingresso nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove presiede nel pomeriggio la veglia di preghiera promossa dalla Comunità di Sant’Egidio per i “Nuovi Martiri” del XX e XXI secolo.

In questo luogo scelto da Giovanni Palo II dopo il Giubileo del 2000 come memoriale dei nuovi e antichi martiri, dove la testimonianza dei cristiani uccisi in odio alla fede nei secoli scorsi si intreccia con quella dei seguaci di Cristo perseguitati dalle ideologie del ‘900 o dalle più recenti follie estremiste, Papa Francesco entra come pellegrino e prega per tutti costoro che hanno «hanno avuto la grazia di confessare Gesù fino alla fine, fino alla morte».

«Alcuni sono stati nostri amici, o anche commensali» dice Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio, nel suo saluto iniziale, ricordando alcuni di loro: don Andrea Santoro, assassinato in Turchia; Shabbaz Bhatti, ucciso in Pakistan; Christian de Chergé, massacrato in Algeria; padre Jaques Hamel, sgozzato in Normandia; il vescovo Enrique Angelelli, perseguitato dai militari in Argentina. Di questi e di altri testimoni è conservato nelle cappelle laterali nella Basilica un oggetto personale: la stola, la patena, il breviario, il pastorale, il calice, la bibbia. «Siamo stati loro amici ma non ci siamo liberati dalla volontà tenace di salvare noi stessi», dice Riccardi, mentre loro «non hanno salvato sé stessi». Anzi hanno voluto ricordarci, attraverso la testimonianza usque ad sanguinis effusionem, che «come cristiani non siamo vincenti per potere, armi, denaro consenso, ma abitati dalla forza umile della fede e dell’amore». Cristiani che, al contrario del resto del mondo sconvolto dalla «guerra madre di dolori e povertà», «non rubano la vita ma la donano».

«Il ricordo di questi eroici testimoni antichi e recenti ci conferma nella consapevolezza che la Chiesa è Chiesa se è Chiesa di martiri», esordisce Papa Francesco nella sua omelia. E con un filo di voce aggiunge «un’icona di più in questa Chiesa»: «Una donna, non so il nome ma lei ci guarda dal cielo – dice a braccio -. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne, tre bambini, mi ha guardato e mi ha detto: “Padre, io sono musulmano, mia moglie era cristiana e nel nostro Paese sono venuti i terroristi, ci hanno guardato e ci hanno chiesto la regione e hanno visto lei col crocifisso e hanno chiesto di buttarlo giù. Lei non lo ha fatto: l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto”. Questa è l’icona che porto oggi come regalo qui – afferma Francesco – Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo o è riuscito ad andare altrove. Non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati sono di concentramento per la folla di gente, sono lasciati lì e i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti questo peso, perché gli accordi internazionali sembrano che siano più importanti dei diritti umani. Quest’uomo non aveva rancore, anche lui musulmano aveva questa croce del dolore portata senza rancore, si rifugiava nell’amore della moglie graziata dal martirio».

Il martire è infatti «un graziato», afferma Bergoglio. «Quante volte in momenti difficili della storia, si è sentito dire: “Oggi la patria ha bisogno di eroi”. E il martire può essere pensato come un eroe, ma la (caratteristica) fondamentale del martire è che è stato un graziato. La grazia di Dio, non il coraggio quello che ci fa martiri». I martiri, prosegue il Pontefice citando i passaggi dell’Apocalisse letti nella liturgia, «hanno avuto la grazia di confessare Gesù fino alla fine, fino alla morte. Loro soffrono, loro danno la vita, e noi riceviamo la benedizione di Dio per la loro testimonianza», dice il Papa. E ricorda anche i «tanti martiri nascosti» di oggi, quegli uomini e quelle donne «fedeli alla forza mite dell’amore, alla voce dello Spirito Santo, che nella vita di ogni giorno cercano di aiutare i fratelli e di amare Dio senza riserve».

Papa Bergoglio inquadra la «causa» delle loro persecuzioni: «L’odio del principe di questo mondo verso quanti sono stati salvati e redenti da Gesù con la sua morte e con la sua risurrezione». L’origine dell’odio è questa: «Poiché noi siamo salvati da Gesù, e il principe del mondo questo non lo vuole, egli ci odia e suscita la persecuzione, che dai tempi di Gesù e della Chiesa nascente continua fino ai nostri giorni. Quante comunità cristiane oggi sono oggetto di persecuzione! Perché? A causa dell’odio dello spirito del mondo».

Allora «di che cosa ha bisogno oggi la Chiesa?», domanda il Papa: «Di martiri, di testimoni, cioè dei santi di tutti i giorni, perché la Chiesa la portano avanti i Santi, eh! Senza di loro la Chiesa non può andare avanti. La Chiesa ha bisogno di Santi della vita ordinaria, portata avanti con coerenza; ma anche di coloro che hanno il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine». Fino alla morte.

Tutti costoro sono, per il Papa, «il sangue vivo della Chiesa», i testimoni «che attestano che Gesù è risorto, che Gesù è vivo» e che «ci insegnano che, con la forza dell’amore, con la mitezza, si può lottare contro la prepotenza, la violenza, la guerra e si può realizzare con pazienza la pace».

Prima dell’omelia del Pontefice, momento toccante della celebrazione è stato quello delle tre testimonianze: per prima quella del figlio di Paul Schneider, pastore della Chiesa riformata, ucciso nel campo di sterminio di Buchenwald nel 1939: «Mio padre è stato scelto per testimoniare il Vangelo e questo mi consola», ha detto. È seguito l’intervento di Roselyne Hamel, sorella di padre Jacques, il parroco di Rouen sgozzato da due fondamentalisti nel luglio scorso durante la messa. Mio fratello «non ha mai voluto essere al centro, ma ha consegnato una testimonianza al mondo intero la cui larghezza non la possiamo ancora misurare. Con la sua morte è divenuto un fratello universale», ha affermato la donna. Infine, un amico di William Quijano, ucciso dalle Maras, le terribili bande armate in Salvador, che cercava di «spezzare la catena della violenza» attraverso l’educazione e la formazione dei bambini, nella certezza che «un Paese senza scuole e maestri è un paese senza futuro».

I loro nomi e quelli di tutti i cristiani martirizzati negli ultimi secoli – dalle vittime del genocidio armeno e rwandese, ai copti egiziani morti nelle stragi della Domenica delle Palme – sono stati ricordati nelle preghiere dei fedeli a fine celebrazione. Ad ogni nome o nazione ricordata, è stata accesa una candela. Una candela la accende pure il Papa nelle cappelle laterali che visita una ad una, prima di recarsi nei locali attigui alla Basilica e incontrare un gruppo di rifugiati giunti in Italia grazie ai corridoi umanitari realizzati da Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese.

Di migranti il Papa ha continuato a parlare anche fuori dalla Basilica, prendendo il microfono sul piazzale dell’Isola Tiberina dove ad attenderlo c’era un bagno di folla: «Siamo una civiltà che non fa figli ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio», ha ammonito, condannando anche la «crudeltà che si accanisce, allo sfruttamento della gente che arriva in barconi e poi restano lì nei Paesi generosi come l’Italia e la Grecia, ma poi i trattati internazionali non lasciano». «Se in Italia si accogliessero due migranti per municipio, ci sarebbe posto per tutti», ha detto a braccio. E ha concluso auspicando che «la generosità, nel Sud, in Sicilia, a Lampedusa, a Lesbo, salga un po’ su» e «possa contagiare anche il Nord».

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