Nagorno Karabakh: il conflitto è vivo, le persone vegetano (Osservatorio Balcani e Caucaso 15.04.16)

Mentre i politici ponderano le sorti della “zona di contatto”, le persone aspettano una sola cosa: la fine di una lunga guerra. Reportage

(Originariamente pubblicato da Новая газета, 7 aprile 2016. Titolo originale:Конфликт — живой. А люди — нет)

Il recente inasprimento del conflitto nel Nagorno Karabakh e nelle aree circostanti è il più grave degli ultimi anni. Secondo i dati ufficiali azeri, in Azerbaijan si sono contate 31 vittime militari e 6 civili, centinaia di feriti e decine di case distrutte. La tregua annunciata ufficialmente non porta sollievo agli abitanti del luogo. E mentre a Baku si svolgono comizi a sostegno delle azioni militari nei territori occupati, gli abitanti della “zona di contatto” vogliono una cosa sola: la pace.

Da Baku al fronte sono circa cinque ore di strada. Lungo il percorso il paesaggio cambia radicalmente. Il terreno giallastro e frastagliato lungo la linea del Mar Caspio, disegnata dalle sagome delle piattaforme petrolifere, si trasforma gradualmente in un sottile tappeto d’erba. La linea del Caspio prosegue più a sud, mentre la strada corre lungo le acque scure del fiume Arax, sulle cui rive si erge un alto recinto di filo spinato: il confine con l’Iran. Con l’approssimarsi del fronte, l’ambiente circostante si fa sempre più variopinto e sempre più costellato di veicoli militari, camion Kamaz con personale, mezzi blindati, carri armati, artiglieria, ambulanze e polizia militare. Checkpoint. Le colline sono scavate da rifugi, trincee, postazioni di tiro.

“Fino al primo di aprile là c’era la nostra postazione”, dice un ufficiale, indicando delle rovine carbonizzate su una collina. “Le truppe armene hanno occupato quella collina e nella notte del 2 aprile hanno cominciato a sparare su di noi. Noi abbiamo risposto e abbiamo preso Leletepe”.

L’altura di Leletepe (“Collina dei papaveri”) è fra quelle più strategiche della zona. Controllarla significa anche controllare parte dei distretti di Dzhabrail’ e Fizuli, difendere la città di Goradiz (decine di migliaia di abitanti) e anche diversi insediamenti azeri sparpagliati nei pressi della zona di contatto.

Leletepe, su cui ora sventola la bandiera azera, si affaccia su una pianura. A sinistra si vedono i villaggi iraniani, di fronte la “zona cuscinetto” di Dzhabrail’. Un po’ più a destra, in lontananza, il Karabakh.

Prima dell’inizio del conflitto nel 1991, il Karabakh era un importante distretto meridionale della Repubblica, a popolazione prevalentemente armena (40-45.000 azeri a fronte di circa 145.000 armeni). La popolazione azera viveva prevalentemente nelle pianure circostanti.

Il conflitto fu “congelato” nel 1994, con la firma di un “cessate il fuoco” temporaneo a Bishkek. Allora si prevedeva di trovare, con l’ausilio di mediatori internazionali (principalmente la Russia), una via di uscita dal conflitto in tempi brevi (si parlava di tre mesi).

Fu tracciato pertanto un confine temporaneo, là dove allora si trovavano le postazioni delle parti in guerra. Il risultato fu che sette distretti a popolazione azera furono in tutto o in parte tagliati fuori dall’Azerbaijan. Ebbe inizio un esodo di massa, con oltre mezzo milione di persone costrette a lasciare le proprie case. Queste terre furono chiamate “zone cuscinetto”. Nel linguaggio diplomatico, il confine di una zona cuscinetto si chiama “zona di contatto”. Una particolare tensione si verificò nei distretti di Fizuli e Agdam, zone fertili e densamente popolate.

Secondo le statistiche ufficiali del ministero della Difesa azero, dopo l’inizio dell’ultimo scontro nella notte fra il primo e il 2 aprile, i bombardamenti nel distretto di Agdam hanno colpito 16 villaggi, 42 edifici e 30 linee elettriche.

In un cortile del piccolo villaggio di Ahmedagaly è comparsa una tenda bianca. All’interno, lunghi tavoli con panche di legno, destinati alle persone che verranno a fare le condoglianze. La presenza di queste tende in un cortile significa che qualcuno è morto in quella casa.

Hadizhat Dadasheva, un foulard nero in testa, dispone sui tavoli tazze di vetro per il tè e barattoli di confetti. Il 5 aprile è morto suo marito, Karash Dadashev, pastore. Una sera, non lontano dalla moschea del villaggio, mentre tornava a casa con il gregge, è stato colpito da una granata. Hadizhat non ha perso solo il marito, ma anche la fonte di sostentamento per la sua numerosa famiglia: anche tutto il gregge è infatti rimasto ucciso.

“Il nostro villaggio è vicinissimo alla linea del fronte, dietro cui ora si trova la nostra Agdam (prima della guerra, Agdam era un’importante città commerciale, il fulcro del distretto, ndr)”, dice serenamente. “Quando vi fu tracciato il confine, praticamente tutti si rifiutarono di andarsene. Quella terra è nostra, la mia famiglia numerosa vive grazie ad essa. In tutti questi anni ci sono stati bombardamenti periodici, ma mai così violenti come negli ultimi giorni”, continua abbracciando la nipotina.

Gli abitanti del luogo affrontano con filosofia le interruzioni di corrente elettrica (i bombardamenti hanno messo fuori uso molte cabine), le cannonate in lontananza e i droni che volano sopra le loro teste.

“Non vi stupite della tranquillità di Hadizhat”, mi dice un suo parente. “Siamo talmente abituati a vivere in un limbo che non ci facciamo più caso. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo per chiunque, come dappertutto. Qui non leggiamo i giornali e non guardiamo la televisione. So solo una cosa: gli armeni del Karabakh non sono nostri nemici. Prima del conflitto vivevamo fianco a fianco e così sarà di nuovo quando la guerra sarà finita. Che si sbrigassero a mettersi d’accordo ai piani alti.

Il distretto di Terter è l’unico rimasto interamente in territorio azero dopo il 1994. Qui morirono soprattutto abitanti del luogo: tre persone, fra cui la sedicenne Turana Gasanli, che non fece in tempo ad uscire in strada quando iniziarono i bombardamenti. Turana morì un’ora prima dell’annuncio ufficiale del “cessate il fuoco”.

Decine di case sono state distrutte dai proiettili. Gli abitanti del luogo non si affrettano a rimetterle in piedi. Si adattano a vivere con i vicini in attesa della fine della guerra.

“Ho mandato mia mamma in ospedale”, raccona Gjul’nara Kerimova, in piedi nel suo salotto mezzo distrutto al secondo piano. È caduta una bomba, grazie ad Allah eravamo in un’altra parte della casa. Ma per la mamma è dura sopportare lo shock. Meglio che stia un po’ in ospedale, mentre io sono dai parenti, tanto qui non si può stare: non c’è gas né elettricità”.

La “zona di contatto” fra le truppe armene e azere si estende su oltre 150 chilometri, da sud a nord. Lungo il fronte si trovano villaggi densamente popolati, i cui abitanti vivono in prima linea.

“A volte mancano le forze per sopportare questo limbo”, si lascia andare un altro abitante del villaggio di Gjul’nara Avaz. “Né guerra, né pace, solo terrore e incertezza. Dicono che il conflitto è ‘congelato’, invece è ben vivo, ci sono continui bombardamenti e sparatorie, e ogni anno muore qualcuno”.

Nei primi anni novanta il deputato azero Rasim Musabekov è stato consigliere dell’allora presidente Heydar Aliyev e si è occupato del tema della risoluzione del conflitto. Proprio lui ha rappresentato la Repubblica nei negoziati con i mediatori nel 1993-1994. Novaja Gazeta gli ha fatto alcune domande sulla natura dell’ultimo conflitto.

“Quando le truppe si trovano a tiro di granata, succede. Un soldato la notte sente un rumore, spara in risposta. Quando si comincia a sparare, bisogna rispondere, altrimenti il nemico penserà che tutto è permesso. Ultimamente questi casi e l’intensità degli scontri sono aumentati. Non potevamo non reagire. Il motivo principale è che i negoziati partiti nel 1994 con la partecipazione dei mediatori internazionali sono in un autentico vicolo cieco. L’Armenia si pone come chi ha vinto la guerra e può imporre condizioni all’Azerbaijan. Il Gruppo di Minsk non riesce da solo ad affrontare il problema: il livello dei suoi rappresentanti è quello parlamentare. Invece qui è indispensabile avere rappresentanti di alto rango, come Vladimir Putin o il ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Noi speriamo che tale partecipazione possa aiutare a sbloccare i negoziati. La situazione può esplodere in qualsiasi momento. Niente si è ancora calmato”.


Da sapere

Il conflitto ebbe inizio nel 1988 con rivendicazioni irredentiste nella regione autonoma del Nagorno Karabakh, situata nella repubblica sovietica dell’Azerbaijan, ma la cui popolazione era costituita per 3/4 da armeni. A partire dal 1991 il conflitto iniziò a prendere sempre più la forma di una guerra aperta tra Azerbaijan e Armenia, nel frattempo divenute repubbliche indipendenti con la dissoluzione dell’URSS.

La guerra si concluse con gli accordi per il cessate il fuoco firmati a Bishkek (Kirghizistan) nel 1994. Da quel momento, la quasi totalità del Nagorno Karabakh e buona parte di sette distretti circostanti (precedentemente prevalentemente abitati da azeri costretti ad abbandonare le proprie case in seguito al conflitto) sono sotto il controllo di forze armene. Nell’ambito del Gruppo di Minsk dell’OSCE (con tre co-presidenti: USA, Francia e Russia), non si sono mai raggiunti progressi concreti verso la risoluzione del conflitto.

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Turchia: ministro Affari europei, “inaccettabile” riferimento al genocidio armeno nel progress report (Agenzianuova 15.04.16)

Ankara, 15 apr 10:57 – (Agenzia Nova) – Il ministro turco degli Affari europei, Volkan Bozkir, ha definito “inaccettabile” il nuovo rapporto del Parlamento europeo sui progressi di Ankara nel processo d’adesione. Bozkir ha detto che le autorità turche non apriranno il rapporto in quanto contiene un riferimento esplicito all’uccisione di 1,5 milioni di armeni nel 1915, ad opera dell’esercito ottomano, come genocidio. La Turchia nega che il massacro degli armeni rappresenti un genocidio, affermando piuttosto che si trattò di una conseguenza della guerra civile e dei disordini dell’epoca. L’Europarlamento ha approvato ieri a Strasburgo tre distinte risoluzioni su Turchia, Albania e Bosnia-Erzegovina, in cui si chiede ai paesi un impegno maggiore per portare avanti le riforme e per allinearsi agli standard comunitari. I rapporti, redatti sulla base del pacchetto Allargamento presentato dalla Commissione lo scorso novembre, erano già stati discussi e approvati lo scorso marzo a Bruxelles nella Commissione Esteri del Parlamento Ue. Nella risoluzione sulla Turchia, approvata con 375 voti a favore, 133 contrari e 87 astensioni, si sottolinea come la cooperazione dell’Ue con il paese sulla crisi dei rifugiati debba essere tenuta ben distinta dal processo di adesione. Gli eurodeputati riconoscono che la Turchia ospita il più grande numero di rifugiati nel mondo e che il paese è un “partner strategico chiave per l’Unione europea”, ma invitano Ankara a fare di più sullo stato di diritto. (segue) (Tua)

Nella Terra del Terrore – il nuovo libro della LB Edizioni sul genocidio Armeno (Pugliain.net 15.04.16)

Un racconto inchiesta, un giornalismo d’altri tempi attento a cogliere non soltanto gli aspetti della cronaca nuda e cruda, ma anche le diverse sfumature sociologiche, fenomenologiche e storiche. Un libro che ha quasi un secolo di vita (è stato pubblicato in Francia nel 1917) ma che conserva intatta la sua straordinaria attualità in un momento, come quello attuale, dove i conflitti, anche a due passi da casa nostra, non sono meno pericolosi e crudeli, anche se per fortuna meno cruenti. E se oggi è difficile immaginare un genocidio della portata di quello subito dagli Armeni, non siamo certamente immuni dai pericoli della sopraffazione dell’uomo sull’uomo.locandina-barby

Un libro firmato dal grande giornalista Henry Barby, sul genocidio degli Armeni (riconosciuto ufficialmente in Italia con una risoluzione del Parlamento del 16 novembre del 200o), stampato in Italia nel 1934 per i tipi di “Mediolanum” con il titolo “Il martirio di un popolo”, un racconto-inchiesta sul Genocidio degli Armeni scritto dal giornalista francese Henry Barby. Il testo, riedito oggi da LB Edizioni con il Patrocinio della Repubblica di Armenia in Italia e curato dal dott. Carlo Coppola, verrà presentato sabato 16 aprile alle ore 18.00 presso “Casa Niccolò Piccinni” di Bari (p.zza Mercantile). All’incontro, moderato da Luigi Bramato (LB Edizioni), interverranno in qualità di relatori: Kegham J. Boloyan (Università del Salento), Rupen Timurian, Carlo Coppola e Cosma Cafueri (Centro Studi H. Nazariantz).

Si tratta dell’ultimo lavoro della casa editrice LB Edizioni dedicato al Genocidio degli Armeni. Un lavoro su un genocidio, di fatto, dimenticato e di cui restano poche tracce nella storia, e forse ancor meno nella letteratura.

A Luigi Bramato abbiamo chiesto per quale motivo rieditare un libro del genere?

“Perchè ho sempre nutrito – dice Bramato – un profondo rispetto per i “vinti” della Storia. E perchè trovo che lo scritto di Henry Barby, cronista francese, sia un modello straordinario e lucidissimo di inchiesta giornalistica. Il passato, al solito, non smette di sorprendermi e affascinarmi. Più del presente… ne parleremo insieme sabato pomeriggio a Casa Piccinni, a Bari”.

“Ne 1915 – spiega il curatore Carlo Coppola – l’Impero Ottomano cercò di eliminare dalla faccia della terra il popolo armeno, un popolo fiero e primo ad adottare il Cristianesimo come religione nazionale. Il Genocidio perpetrato dai Turchi, con il supporto della Germania del Kaiser, fu descritto da Henry Barby che fu uno dei primi giornalisti europei a visitare le regioni martoriate. Oggi un nuovo Genocidio è preparato dalla Turchia di Erdogan, il quale ha annunciato di voler completare il lavoro iniziato nel 1915. Le modalità, le trappole, i tranelli sono sempre gli stessi. Questo libro, riedito dalla LB Edizioni, svela quei fatti con la medesima forza della verità con cui accaddero”.

Nella immagine civili armeni in marcia verso il campo di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati

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“Nella terra del terrore” Il martirio dell’Armenia (Affariitaliani 15.04.16)

Il 24 aprile si ricorda Medz Yeghern (il Grande Male), nome con cui gli armeni chiamano lo sterminio subito, per mano dei turchi, all’inizio del secolo scorso, che coinvolse centinaia di migliaia di persone e che è stato riconosciuto dagli storici come il primo grande genocidio del Novecento. Quest’anno sarà celebrato il 101^ anniversario.

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Nel 1934 veniva stampato in Italia “Il martirio di un popolo”, il racconto-inchiesta sul Genocidio degli Armeni scritto dal giornalista francese Henry Barby e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1917. Il testo, riedito oggi da LB Edizioni con il Patrocinio della Repubblica di Armenia in Italia e curato da Carlo Coppola, verrà presentato sabato 16 aprile alle ore 18.00 presso “Casa Niccolò Piccinni” di Bari (piazza Mercantile). All’incontro, moderato da Luigi Bramato (LB Edizioni), interverranno in qualità di relatori: Kegham J. Boloyan (Università del Salento), Rupen Timurian, Carlo Coppola e Cosma Cafueri (Centro Studi H. Nazariantz).

“Ne 1915 - dichiara Carlo Coppola - l'Impero Ottomano cercò di eliminare dalla faccia della terra il popolo armeno, un popolo fiero e primo ad adottare il Cristianesimo come religione nazionale. Il Genocidio perpetrato dai Turchi, con il supporto della Germania del Kaiser, fu descritto da Henry Barby che fu uno dei primi giornalisti europei a visitare le regioni martoriate. Oggi un nuovo Genocidio è preparato dalla Turchia di Erdogan, il quale ha annunciato di voler completare il lavoro iniziato nel 1915. Le modalità, le trappole, i tranelli sono sempre gli stessi. Questo libro, riedito dalla LB Edizioni, svela quei fatti con la medesima forza della verità con cui accaddero”.

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Aznavour in Arena 70 anni di carriera in un solo show (Larena.it 14.04.16)

«Fai della tua vita un’avventura, sorprendi gli uomini e le donne intorno a te, con umiltà, gentilezza, semplicità». Questo è Charles Aznavour che ha scelto di celebrare 70 anni di magnifica carriera con un evento unico. Una sola ed esclusiva data italiana, un concerto imperdibile che lo vedrà protagonista, per la prima volta in assoluto all’anfiteatro Arena di Verona il 14 settembre 2016. Cantautore, attore, diplomatico impegnato, alla soglia dei 92 anni Aznavour non smette di stupire. Con la sua voce inconfondibile, tanto da meritare il soprannome di Charles Aznavoice, ha incantato milioni di spettatori in 94 paesi, portando in scena un repertorio impressionate di 1.200 canzoni e 294 album. Sono numeri da record e, nonostante Aznavour preferisca all’appellativo “star” quello più composto di “artigiano”, i risultati sono eccezionali: 300 milioni di dischi venduti nel mondo e 80 film all’attivo.

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Presentazione del libro “Il lungo inverno di Spitak” a palazzo Moroni il 15 aprile 2016 (Padovaoggi 14.04.16)

Presentazione del libro “Il lungo inverno di Spitak” a palazzo Moroni il 15 aprile 2016 Eventi a Padova

In occasione del 101esimo anniversario del genocidio degli armeni, l’associazione Italiarmenia il comune di Padova promuovono una serie di iniziative a partire dalla cerimonia commemorativa del 22 aprile.

SCARICA IL PDF CON IL PROGRAMMA COMPLETO

Nel quadro storico del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex Impero Ottomano in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915-1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo dei Giovani Turchi, che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Gli storici stimano che persero la vita circa i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, quindi circa un milione cinquecentomila persone. “Medz Yegern” (il Grande Male) è l’espressione con la quale gli Armeni nel mondo designano il massacro subito in Anatolia dal loro popolo.

TUTTI GLI EVENTI DELLA RASSEGNA

Venerdì 15 aprile verrà presentato il libro “Il lungo inverno di Spitak” di Mario Massimo Simonelli a palazzo Moroni.

IL PROGRAMMA

  • Venerdì 22 aprile, ore 11: cerimonia commemorativa a palazzo Moroni
    Deposizione di una corona di alloro, presso il bassorilievo in bronzo, a ricordo dei martiri del genocidio armeno;
    intervento del sindaco di Padova Massimo Bitonci e di Aram Giacomelli, presidente dell’associazione Italiarmenia;
    esecuzione musicale del maestro Aram Ipekdjian al duduk, strumento musicale della tradizione armena.

Iniziative collegate

 

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Nagorno Karabakh, soldato azero ucciso sulla linea del fronte (Askanews.it 14.04.16)

Roma, 14 apr. (askanews) – Un soldato azero è stato ucciso oggi sulla linea del fronte nel corso dei combattimenti nel Nagorno-Karabakh, regione nel sud del Caucaso contesa da Azerbaigian e Armenia. Dall’inizio del mese sono almeno 110 le vittime degli scontri e il cessate il fuoco concluso il 5 aprile tra l’Azerbaigian e le autorità separatiste del Nagorno-Karabakh appare sempre più fragile.

Il presidente azero, Ilham Aliyev, si è recato ieri a Istanbul per discutere della questione del Nagorno-Karabakh con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il suo più convinto alleato.

Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh è antichissimo. Dopo la Rivoluzione Russa del 1917, il Karabakh fu inglobato nella Federazione Transcaucasica, che ben presto si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno Karabakh venne rivendicato sia dagli armeni (che all’epoca costituivano il 98% della popolazione) sia dagli azeri.

Dopo la conquista bolscevica del 1920 il territorio venne assegnato, per volere di Stalin, all’Azerbaigian e nel 1923 venne creata l’Oblast Autonoma del Nagorno Karabakh.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, la questione del Nagorno Karabakh riemerse e il fronte militare si riaccese con conseguenze disastrose per la popolazione. La situazione insoluta si trascina sino ad oggi.

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Armenia. Protesta contro vendita di armi russe all’Azerbaijan (Euronews.it 14.04.16)

Centinaia di giovani armeni sono scesi per le strade della capitale Yerevan per denunciare la vendita di armi russe all’Azerbaijan. Dal due aprile Armenia e Azerbaijan sono tornate in guerra nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

La marcia si è spinta davanti all’ambasciata russa, è degenerata in tafferugli tra manifestanti e forze dell’ordine, diverse persone sono state fermate.

Una protesta che arriva a pochi giorni dalle parole del Premier russo Dmitri Medvedev secondo cui se la Russia fermasse la vendita di armi qualcun altro prenderebbe il suo posto alterando gli equilibri della regione.

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Agos, i 20 anni della voce armena in Turchia (Ansamed 14.04.16)

ISTANBUL – “La prima volta che abbiamo usato l’espressione genocidio armeno è stata dopo l’omicidio di Hrant Dink. Quel giorno, è cambiata la storia di questo giornale e di tutta la Turchia”. Yetvart Danzikyan siede dietro al suo computer e davanti a un arazzo dove le lettere dell’alfabeto armeno sono state ricamate una ad una su stoffa colorata. Dal febbraio del 2015 è il direttore di Agos, il primo giornale turco-armeno che 20 anni fa vedeva la luce in una Istanbul molto diversa. Allora, lui faceva parte della cerchia di intellettuali, giornalisti e piccoli imprenditori che si lanciarono nell’avventura di dare voce alla comunità armena della città – oggi circa 60 mila persone, anche se non esistono censimenti ufficiali – parlando in turco e ai turchi. A guidarli Hrant Dink, campione del dialogo interculturale assassinato il 19 gennaio 2007 davanti alla redazione di Agos da un fanatico nazionalista minorenne. “Dopo quasi 10 anni hanno condannato solo l’esecutore materiale e un mandante. Il vero processo, con agenti e funzionari statali imputati, sta iniziando solo adesso: perché noi siamo certi che dietro l’omicidio ci sono apparati dello Stato, e non ci stancheremo di cercare la verità”, dice Danzikyan in un’intervista ad ANSAmed.

Dopo aver contribuito alla fondazione di Agos, aveva iniziato a lavorare per diversi media nazionali. Ma l’omicidio Dink lo ha spinto a dare di nuovo il suo contributo, prima da editorialista e ora come direttore. “In Turchia ci sono 2 storici quotidiani armeni, Marmara e Jamanak. Agos, che è un settimanale, ha allargato la sfera d’interesse, occupandosi anche di altre minoranze e battaglie democratiche, con un approccio molto più politico”. Un impegno che ne ha fatto una delle voci più influenti del panorama dell’opposizione turca. L’attenzione per le opinioni espresse sul giornale va ben al di là delle 5 mila copie che in media circolano ogni settimana. Alla creazione delle 24 pagine in edicola ogni venerdì – 20 in turco e 4 in armeno – contribuiscono una decina di redattori, oltre a diversi editorialisti.

Lo scorso anno la redazione di Agos si è trasferita nei locali di una storica scuola armena, in disuso per la mancanza di studenti. Qui oggi si trova anche la fondazione intitolata a Hrant Dink, che cerca di conservarne la memoria e stimolare il dialogo interculturale. Nella vecchia sede del giornale, vicino a cui Dink venne assassinato, nascerà invece un museo dedicato al suo lavoro.

“Dopo l’omicidio di Hrant, il governo ha fatto dei passi avanti, soprattutto risolvendo alcuni problemi legati alle proprietà che erano state confiscate dallo Stato alle minoranze religiose. Ma il centenario del genocidio non ha portato a delle vere scuse da parte della Turchia e il conflitto con i curdi, riesploso in estate, ha alimentato di nuovo i sentimenti nazionalisti. Molti media vicini al presidente Erdogan accusano gli armeni di combattere con il Pkk”. Dopo 20 anni, il futuro di Agos è incerto come quello di tutti i media. “Stiamo pensando a nuovi modelli, puntando sul web. Non è facile sopravvivere per un piccolo giornale. Ma anche in tempi così difficile, continueremo a impegnarci per far sentire la nostra voce”.

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Nagorno Karabagh. La guerra “lampo” del Caucaso: un’analisi (Spondasud.it 13.04.16)

di Bruno Scapini – ex ambasciatore d’Italia in Armenia

L’attacco sferrato il 2 aprile scorso dall’Azerbaijan contro il Nagorno Karabagh, Repubblica auto-praclamatasi indipendente all’indomani della scomparsa dell’Unione Sovietica, merita certamente un’analisi più approfondita, aldilà del circoscritto contesto negoziale messo in piedi dall’ OSCE con l’obiettivo di pervenire ad una soluzione concordata e condivisa.

Infatti, non si tratta solamente di condannare la violazione del “cessate-il-fuoco”  – la più grave in realtà degli ultimi vent’anni -, né di accertare le responsabilità per tale improvviso atto di guerra – sconcertante per dimensione assunta e per ampiezza delle incursioni azere portate questa volta in profondità nel territorio del Nagorno Karabagh -, né ancora di dirimere una controversia su di  un territorio conteso.  Ma si tratta anche – e forse più opportunamente – di ricontestualizzare l’inusitato attacco militare azero nel quadro delle dinamiche Est-Ovest per coglierne il senso ed il portato politico ad un più alto piano di osservazione. Il  Caucaso del resto, quale regione  di confrontazione tra Stati Uniti e Russia, non è nuovo ad iniziative di destabilizzazione dell’ordine politico sorto a seguito del riposizionamento di Mosca nell’era post-sovietica.  E valga per tutti, a dimostrazione delle tensioni esistenti, l’esempio offerto dalla guerra russo-georgiana dell’agosto del 2008 a seguito della quale, si è consolidata  – ricordiamolo – la dottrina “Putin”  sugli spazi già appartenuti all’Unione Sovietica quali aree di “interessi privilegiati” della Federazione Russa.

Oggi, come allora, si rileva un atto di provocazione: l’infelice tentativo nel 2008 dell’allora Presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, di riprendersi  – col sostegno della NATO e degli USA – i territori dell’ Ossezia del Sud e dell’Abcasia, ora, nel 2016, la tentata riconquista del Nagorno Karabagh, o di sua parte,  messa in atto dal Presidente dell’Azerbaijan, Ihlam Alijev, col sostegno dichiarato  di Erdogan e l’incoraggiamento più indiretto, ma sempre esplicito, di John Kerry.

Entrambi, possiamo dire, risultano tentativi  mirati di destabilizzazione dell’ordine caucasico ai danni di Mosca; entrambi, atti portati ad esecuzione da regimi di dichiarata simpatia pro-occidentale al fine precipuo, e sottilmente inteso, di imbarazzare Mosca creando altra occasione per indebolirne la capacità di reazione su più fronti, a tutto vantaggio di Washington e della NATO.

Ecco spiegato, dunque, il coraggio avuto da Baku oggi  di portare l’affondo militare ben oltre la linea di contatto per ricorrere a vere e proprie incursioni militari condotte su vasta scala, impiegando uomini e mezzi in numeri senza precedenti, e attivando senza scrupoli arsenali di guerra di ultime generazioni.

Che l’ attacco abbia comunque causato turbamento a Mosca è fuori di dubbio. Il Cremlino, nonostante l’ennesima provocazione della Turchia – che avrebbe appoggiato militarmente l’intervento azero – ha preferito ricondurre la pacificazione nel tradizionale alveo del processo negoziale già avviato dall’OSCE, rinunciando in tal modo, almeno per ora, ad un più diretto confronto con Ankara.  Ma l’imbarazzo di Putin si è anche rivelato nei rapporti direttamente intrattenuti con Yerevan e Baku.  Mosca è fornitore di armi per entrambi i Paesi. E tale circostanza non manca ora di suscitare animosità alquanto estese presso gli stessi armeni che lamentano oggi la spregiudicatezza di Mosca nel gestire con disinvoltura gli accordi di cooperazione strategica e, prima di tutti, il Trattato di Sicurezza Collettiva ( CSTO ), là ove si contempla l’impegno dei Paesi membri a non favorire alleanze e azioni pregiudizievoli per un altro Stato parte dello stesso  Trattato.

Ma una certezza comunque emergerebbe tra gli esiti di questa “guerra lampo”: la ripresa del negoziato per trovare una soluzione definitiva al conflitto non potrà più basarsi sui termini e sui criteri fin qui adottati. Da un lato, infatti, il Gruppo di Minsk ha dimostrato di non essere pienamente in controllo della situazione, né di essere sufficientemente convincente a livello propositivo. Dall’altro, la popolazione del Nagorno Karabagh, avendo ancora una volta sperimentato l’efferatezza degli atti di violenza commessi da parte delle unità azere anche sui civili, sarà indotta a rifiutare irreversibilmente qualunque scenario risolutivo che non includa una piena e riconosciuta indipendenza. Dunque una ripresa del negoziato –  se ripresa ci sarà – dovrà necessariamente partire dalle attuali condizioni del Nagorno Karabagh, ad esclusione di qualsiasi regressione di status, prevedendone peraltro la partecipazione – finora non ammessa –  al tavolo delle trattative. Dovessero tali pregiudiziali, infatti, rimanere insoddisfatte, potrebbe rivelarsi  un grave errore per Yerevan tornare al dialogo senza un minimo di garanzie per il futuro.

Il persistere dell’attuale situazione ingenererebbe il convincimento nella dirigenza azera di poter gestire il rischio di guerra a proprio piacere, sostenuta in questo da un esplicito appoggio  dichiarato da Ankara, mentre la popolazione del Nagorno Karabagh resterebbe “sine die”  preda di una pericolosa condizione esistenziale posta tra “pace e guerra” ; una situazione tra l’altro suscettibile di riesplodere in un ben più grave ed esteso atto di guerra qualora sulle ambizioni irrefrenabili di Baku di “recuperare” il territorio del Nagorno Karabagh  si innestassero dinamiche destabilizzanti nel quadro di quella partita che vede confrontarsi nella regione euro-asiatica i noti maggiori “global player”.

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Sollevamento pesi, Europei 2016: doppietta per l’Armenia nella categoria fino a 77kg maschile (oasport 13.04.16)

Doppietta per l’Armenia nella -77 kg maschile ai Campionati Europei di sollevamento pesi in corso di svolgimento a Førde, in Norvegia: oro per Andranik Karapetyan, argento invece per Tigran Martirosyan. 

Il primo ha allungato sul resto della compagnia già dai 170 chili sollevati nello strappo, ben 10 lunghezza oltre la misura del connazionale, suo più immediato inseguitore. Da lì in avanti, per lui, è stata una prova in totale gestione con i 197 dello slancio a suggellare il risultato: oro nei due esercizi e nel totale.

Martirosyan ha chiuso alle sue spalle in entrambi gli esercizi, pur fermandosi a 160 e 129 kg per un totale 352 che l’ha collocato poco sopra il rumeno Dumitru Captari (156, 192, 348).

Per l’Italia era impegnato Pierluigi Mannella, 20esimo. Niente da fare per le prime posizioni con risultati di 125 e 150 chili rispettivamente in strappo e slancio.

Le classifiche:

Strappo:
1)  Andranik Karapetyan (Arm) 170
2) Tigran Martirosyan (Arm) 160
3) Dumitru Captari (Rou) 156

Slancio:
1)  Andranik Karapetyan (Arm) 197
2) Tigran Martirosyan (Arm) 192
3) Dumitru Captari (Rou) 192

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