Venti di guerra (L’opinione 19.04.16)

Si sono accusati a vicenda, gli azeri da una parte e le autorità del Nagorno-Karabakh dall’altra, della violazione del cessate il fuoco che ha riacceso drammaticamente nei giorni scorsi il conflitto mai sopito tra Azerbaigian e Repubblica del Nagorno- Karabakh, provocando numerosi morti tra i due schieramenti. Gli osservatori stranieri hanno difficoltà a capire la dinamica dell’accaduto e resta un mistero anche il numero preciso delle vittime: quello che è certo è che lungo la caldissima frontiera si sono affrontati carri armati, elicotteri e l’artiglieria pesante con i razzi Katiuscia. Le fonti delle forze di autodifesa dei secessionisti a Stepanakert, la capitale del Nagorno- Karabakh, sostengono di aver ucciso almeno 200 soldati di Baku, tra i quali diversi elementi delle truppe speciali; il portavoce del ministero della Difesa azero parla invece di 100 caduti nemici e molti mezzi distrutti. Sono stati colpiti però anche insediamenti civili lungo la frontiera, molte case sono state distrutte e ci sarebbero anche vittime innocenti tra la popolazione.

Lo scoppio delle ostilità ha sorpreso anche la Russia, che è il garante della fragile tregua nel Nagorno-Karabakh e che si è subito attivata. Il presidente russo Putin ha rivolto un appello pubblico ai presidenti dell’Armenia, Serž Sargsyan – la popolazione del Nagorno-Karabakh è di origine armena e sono strettissimi i rapporti tra Erevan e la repubblica secessionista – e dell’Azerbaigian, Aliyev, sollecitando un immediato cessate il fuoco e li ha invitati ad usare la massima moderazione per impedire altre vittime. Il ministro della Difesa russo, Sergey Shoygu, ha inoltre telefonato ai colleghi sia di Baku che di Erevan ed ha messo a disposizione le truppe russe che si trovano nell’area per creare una zona cuscinetto tra i due schieramenti. Mosca schiera in Armenia una brigata aerea con i nuovissimi Mig 29S presso la base aerea di Erebuni a pochi chilometri dalla capitale Erevan e la 102 Divisione dell’Esercito russo è di stanza nella città di Gyumri, nella parte nord occidentale del paese.

Il riacuirsi del conflitto in Nagorno-Karabakh preoccupa non poco il Cremlino, che vuole evitare un altro fronte caldo alle porte di casa, con la crisi ucraina ancora da archiviare, la guerra in Siria e le tensioni con la Turchia ancora vive. Il Nagorno-Karabakh è una polveriera sin dai tempi di Stalin, che nel 1923 volle assegnare all’Azerbaigian musulmano l’enclave popolata in prevalenza da armeni cristiani. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1988 gli armeni del Nagorno-Karabakh decisero di staccarsi dal controllo di Baku per riunirsi alla madre Armenia. Le autorità di Baku ovviamente respinsero le istanze secessioniste del Nagorno-Karabakh e iniziarono scontri tra le due fazioni che ben presto assunsero le forme di un conflitto etnico, coinvolgendo direttamente anche l’Armenia che inviò uomini e armi nel Nagorno-Karabakh.

La drammatica guerra tra armeni e azeri è durata fino al maggio del 1994, quando a Biškek, capitale del Kirghizistan, venne firmato tra Armenia, Azerbaigian e Nagorno- Karabakh, l’“Accordo di Biškek”, che prevedeva il cessate il fuoco tuttora in vigore. Il lungo conflitto ha provocato la morte di oltre 30mila persone, moltissimi civili, tra i quali donne e bambini, 80mila feriti, tra cui numerosissimi amputati, e centinaia di migliaia di profughi. In Armenia non sono rimasti più azeri e dall’Azerbaigian sono scappati gli armeni. Da quella data i rapporti tra Erevan e Baku non si sono mai rasserenati, malgrado i frequenti incontri tra le autorità dei due Paesi e gli sforzi di mediazione internazionali, primi tra tutti quelli di Mosca. Il Nagorno Karabakh resta formalmente un’enclave azera – Baku non ha mai accettato l’autoproclamatasi repubblica – che però è di fatto indipendente, con forti legami con l’Armenia.

E la frontiera continua ad essere vigilatissima da parte dei militari dei due schieramenti, con sporadici episodi di cecchinaggio tra i due lati, in una sorta di conflitto congelato. Sulla situazione in Nagorno-Karabakh si sono succedute commissioni dell’Onu che hanno perfino approvato all’unanimità risoluzioni mai poi applicate; l’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha costituito nel 1995 il Gruppo di Minsk allo scopo di incoraggiare una soluzione pacifica e negoziata del conflitto, che però stenta a trovare una quadra tra i due contendenti. Forze di interposizione, prevalentemente russe, sono state poi dispiegate dopo ogni violazione del cessate il fuoco e ce ne sono state diverse da entrambe le parti. L’unica cosa che si è riuscita a ottenere in quasi trent’anni è stata una tregua davvero precaria. Lo schieramento di armi e uomini al confine è massiccio. L’Armenia è sostenuta dalla sua numerosa diaspora in tutto il mondo e dalla Russia; la Repubblica islamica dell’Azerbaigian ha nella Turchia, con cui il Paese vanta storici legami e una lingua simile, il più stretto alleato.

Ankara non ha mancato recentemente di esprimere aperte critiche verso l’Armenia, accusata di fomentare il conflitto contro Baku, attraverso le milizie del Nagorno- Karabakh. Secondo fonti dell’intelligence russa, non verificate, Erdogan avrebbe perfino ordinato ai soldati turchi di rafforzare le posizioni sulla frontiera con l’Armenia. E quando si parla di Turchia e Armenia il ricordo va al martirio di oltre 1,5 milioni di armeni, il cui centenario è stato celebrato lo scorso aprile con una solenne messa a San Pietro da Papa Francesco.

Il Pontefice ha in programma, tra pochi mesi, una visita pastorale in quella parte del mondo e toccherà anche l’Armenia. C’è da augurarsi che il messaggio di pace che il Papa porterà a quelle genti venga ascoltato da chi ha il potere di far cessare le ostilità. Il mondo ha bisogno di pace non di nuovi conflitti.

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Rassegna di Geopolitica. I combattimenti in Nagorno Karabakh e le tensioni tra Azerbaijan e Armenia (Radioradicale.it 18.04.16)

“Il nuovo scenario geopolitico nel conflitto del Nagorno Karabakh” a cura di Cesi-Italia, marzo 2016.

Puntata di “Rassegna di Geopolitica. I combattimenti in Nagorno Karabakh e le tensioni tra Azerbaijan e Armenia – @rass_geopol” di lunedì 18 aprile 2016 , condotta da Lorenzo Rendi .

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Armenia, Azerbaigian, Caucaso, Esteri, Geopolitica, Guerra, Minoranze, Nagorno Karabak, Rassegna Stampa.

La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 11 minuti Vai al sito ed ascolta la puntata

Armenia. Hanno trovato casa due orsi dello zoo più triste del mondo (Quotidiano.it 18.04.16)

Gli animali sono stati accolti dal santuario per plantigradi della Romania e hanno scoperto l’erba per la prima volta. Sistemati anche una leonessa con i cuccioli. Speranze per quelli che ancora restano nelle gabbie fatiscenti

Due coniugi del posto hanno sfamato gli animali abbandonati

 
Roma, 18 aprile 2016 – Capriccio di un miliardario e scaricati anche dalle autorità, alcuni degli animali dello «zoo più triste del mondo» – così è stato ribattezzato dai media – della cittadina armena di Gyumri hanno trovato una nuova casa. La buona notizia è per gli orsi Masha e Grisha che insieme a tre leoni e due porcellini d’india vivevano rinchiusi in anguste gabbie in pessime condizioni di salute. Gli animali facevano parte di un piccolo zoo privato allestito da un miliardario armeno che poi è fuggito abbandonandoli al loro destino.

Armenia: salvati gli orsi dello zoo più triste del mondo (Meteoweb 18.04.16)

Salvi gli orsi dello zoo “più triste del mondo” (Tio.ch 18.04.16)

La Turchia massacra i tesori d’arte, peggio dell’Isis (Linkiesta.it 18.04.16)

I devastatori del patrimonio artistico-archeologico mondiale hanno di solito alcune caratteristiche comuni: l’ignoranza, il fanatismo, un deviato senso di superiorità talvolta etnica talvolta religiosa, e l’avidità. Se in tempi recenti il primato in questa classifica è toccato agli uomini dello Stato Islamico – accecati tanto dall’odio verso gli “idoli pagani” distrutti quanto dal profitto verso quelli venduti al mercato nero -, si può valutare se il secondo posto spetti alla Turchia. Che l’accusa cada su un Paese membro della Nato e alleato dell’Occidente – a cui di recente l’Unione europea ha dato sei miliardi di euro per sostenerlo nella gestione dei profughi siriani – può sorprendere, ma la lista degli scempi turchi è lunga e variegata, e nell’ultimo periodo sotto la presidenza di Recep Tayyp Erdogan si è ulteriormente arricchita.

Bombe

Nella Turchia dell’est si sono avvicendate grandi civiltà, come quelle assira, hittita, persiana, greca, romana e bizantina, che hanno lasciato molte tracce. Fortunatamente alcune sono rimaste sepolte sotto terra ma altre – intorno a cui la Storia ha continuato a scorrere portando popoli, città e Stati nuovi – no, e quando le bombe hanno iniziato a cadere sono spesso rimaste danneggiate o distrutte.
La guerra scatenata, nel corso dell’ultimo anno, da Erdogan contro il Pkk curdo nella regione sud-orientale della Turchia ha già devastato Amida (Diyarbakir in turco), città abitata in maggioranza da curdi, che è sito dell’Unesco. La cinta muraria romana del IV sec d.C. è la seconda fortificazione antica più estesa al mondo dopo la muraglia cinese e pare sia gravemente danneggiata, dei meravigliosi edifici bizantini e medievali all’interno della città vecchia in molti casi restano solo calcinacci – altri sono stati parzialmente abbattuti per allargare le strade e far passare i carri armati turchi – e la cattedrale cattolica armena di San Sergio è andata quasi completamente distrutta. Anche il bazar storico, la moschea di Kurşunlu e un antico hammam sono stati gravemente danneggiati. Nisibi (o Nusaybin), altra città della Turchia sud-orientale abitata da curdi, è un importante sito archeologico di epoca romana e da più di 30 giorni consecutivi viene bersagliato dall’artiglieria turca (purtroppo non trapelano notizie né sulle condizioni della popolazione civile, né su quelle dei monumenti).
E Nisibi è solo un esempio: sono decine le città curde – spesso contenenti tesori archeologici di inestimabile valore – oggetto di bombardamenti turchi da più di un mese di cui non si ha nessuna notizia o quasi.

Dighe

Ma in Turchia non sono solo le bombe a minacciare il lascito delle civiltà antiche. Il colossale progetto per l’Anatolia del sud-est (Güneydoğu Anadolu Projesi, GAP), che tramite un vasto sistema di dighe sui fiumi Tigri ed Eufrate dovrebbe rendere coltivabili e più ricche diverse zone depresse del Paese (e al contempo danneggiare l’Iraq e la Siria, che si trovano a valle lungo il corso dei fiumi), è stato portato avanti con un rispetto pressoché nullo per il patrimonio culturale a rischio di allagamento. Se infatti in Egitto e in Siria, quando furono costruite le dighe di Aswan e di Tabqa, si fecero decine di scavi di emergenza e furono salvati i più importanti reperti (in Egitto i templi di Abu Simbel e molti altri meno noti, in Siria vari minareti medievali e il castello di Jabar), in Turchia la diga Ataturk sull’Eufrate – ultimata nel 1992 – ha sepolto in una tomba d’acqua diversi siti archeologici neolitici, la città romana di Samosata (capitale della Commagene e patria dello scrittore greco Luciano), ancora non scavata, e per metà quella di Zeugma, famosa per i meravigliosi mosaici romani frettolosamente messi in salvo dagli archeologi.
Ora, con Erdogan, la storia sta per ripetersi con la diga di Ilisu sul Tigri. La contestatissima costruzione è al momento interrotta a causa della guerriglia del Pkk, che sabota i lavori nella convinzione che la diga sia funzionale a un progetto di colonizzazione su base etnica-turca dell’intera regione. Se venissero ultimati verrebbe sommersa la città di Hasankeyf – storicamente araba/armena, di recente abitata in prevalenza da curdi -, altra perla archeologica (romana, bizantina, araba, armena e mongola) di una Turchia che sembra però ostentare un sempre maggiore disinteresse per i lasciti di civiltà diverse da quella Ottomana.

Abbandono

Un chiaro esempio del suddetto disinteresse – qui anzi sfociato in aperta ostilità – è la città di Ani, capitale dell’Impero Armeno. Distrutta dai mongoli nel XIII secolo, i suoi resti sono rimasti sepolti fino a inizio ‘900. Portati alla luce dall’archeologo Nikolai Marr furono devastati e ri-sepolti negli anni ’20 dai turchi, quando infuriava la guerra con gli armeni supportati dall’Urss. Successivamente per decenni sono rimasti in stato di abbandono, nonostante le prestigiose e frequenti denunce, e solo di recente qualcosa si è cominciato a fare. La Turchia ha promesso di proporre Ani come sito Unesco nel 2016, ma c’è ancora molto scetticismo. Un precedente poco incoraggiante è quello delle mura di Costantinopoli, gioiello ingegneristico dell’Impero Romano d’Oriente, rimaste in stato di abbandono per decenni e riparate negli anni ’80 solo per via delle pressioni straniere. I lavori furono eseguiti talmente male che quando un terremoto colpì Istanbul nel 1993 le parti restaurate crollarono, mentre quelle originali di 1600 anni prima rimasero pressoché intatte.

Islamizzazione

Ultimo affronto – questo esclusivamente imputabile al governo islamista del Akp e al presidente Erdogan – al patrimonio culturale dell’umanità è la pretesa di “islamizzare” luoghi di culto tradizionalmente altrui o, talvolta, in passato trasformati in museo perché tutti potessero goderne.
Il caso più noto è quello di Santa Sofia, il simbolo stesso di Costantinopoli prima e Istanbul poi, già chiesa e già moschea, ora museo. La voce sulle intenzioni di Erdogan gira da anni, e nel 2015 il neo-ministro della cultura e del turismo turco, Yalcin Topcu, ha detto che riaprire la Basilica di Santa Sofia come moschea è il suo “sogno, ambizione e obiettivo”.
Se per ora pare che tale sogno dovrà rimanere nel cassetto, non così bene è andata ad altre chiese meno note all’opinione pubblica mondiale. Un’altra Santa Sofia (ma stavolta nella città orientale di Trabzon), stupenda basilica del periodo dell’Impero di Trebisonda che era stata trasformata da Ataturk in un museo, nel 2012 è tornata ad essere una moschea. I suoi affreschi sono coperti, così come i suoi mosaici. Perché a quanto pare nella Turchia di Erdogan quello che non è turco, e quello che non è islamico, può essere abbandonato, convertito o distrutto senza troppi scrupoli.

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Indagine ai confini del sacro: “Armenia, i martiri dell’Ararat”. Martedì 19 aprile alle 23.05 su Tv2000 (Tv2000.it 16.04.16)

Storie, interviste, profumi e sangue sul “Metz Yeghern”, il “Grande Male”.  E poi i volti dei nuovi santi dell’Armenia. I volti dei martiri dell’Ararat. Un milione e mezzo di persone trucidate dai turchi durante la prima guerra mondiale perché armene.  David Murgia vi aspetta per una nuova interessante “Indagine ai confini del sacro” dedicato ai “martiri dell’Ararat”. Martiri dell’Ararat, di questo monte sacro dove  – la tradizione vuole – si sia arenata l’Arca di Noè e che – ironia della sorte – cambia significato a secondo di chi la pronuncia.  Ararat infatti in armeno vuol dire “Creazione di Dio”. E in turco invece significa “Montagna del dolore”. Sono passati oltre cento anni  da quello che è riconosciuto come il primo massacro su basi etniche del Novecento. Un massacro che ha innescato polemiche politiche senza fine, lasciato ferite e risentimenti profondi. Secondo le autorità armene e numerosi storici, a perdere la vita nel 1915 durante una deportazione di massa dall’Anatolia orientale verso la Mesopotamia furono un milione e mezzo di armeni: circa i due terzi della comunità  allora residente nell’Impero ottomano. Cifre, queste, sempre contestate dai dirigenti di Ankara secondo cui il numero delle vittime è compreso tra le 250 e le 500mila.  In esclusiva, l’intervista a Michele Wegner, figlio di  Armin. T Wegner il fotografo che ha consegnato al mondo l’unico rullino che ha documentato la drammatica situazione degli Armeni.

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I nostri fratelli cristiani armeni coinvolti in una guerra che bisogna impedire a tutti i costi (Tempi.it 16.04.16)

Pubblichiamo la rubrica “Boris Godunov” di Renato Farina contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

È ripresa la guerra caucasica tra Azerbaigian e Armenia, dopo 22 anni. La notte tra il 1° e il 2 aprile è partita l’offensiva azera, con bombardamenti, carri armati e occupazione di villaggi. Gli armeni del Nagorno Karabakh hanno resistito. Ora c’è una tregua fragilissima, che pare reggere. Difficile però che i guerrieri azeri del Califfo rientrati dalla Siria, il nocciolo feroce delle truppe d’assalto azere, rinuncino a fare il loro turpe mestiere. Circolano fotografie di vecchi con le orecchie mozzate, di soldati ridenti che espongono trionfanti la testa mozzata del prigioniero infedele.

Ecco: infedele! Questa guerra che è ripresa brutalmente e ha causato in poche ora centinaia di morti la si può chiamare in molti modi: irredentista, d’indipendenza, di riconquista. In essa ognuna delle due parti può far valere princìpi di diritto a proprio sostegno. Di certo, da una parte ci sono un popolo e un esercito di una nazione cristiana, dall’altra ci sono un governo e un esercito di un paese musulmano.

Non possiamo lasciar fare: c’è una differenza di potenziale bellico enorme tra i due paesi, tutto a favore dell’Azerbaigian, il quale conta oggi su un alleato niente affatto dormiente. Si sa – e sono notizie di fonte russa – che da Raqqa sono rientrati in Caucaso i guerrieri dello Stato islamico. E ad essi si sono aggiunti i Lupi grigi turchi.

A Boris viene bene di sperare anche qui nella Russia. Ha ragione. Chi oggi difende i cristiani è in conclusione solo Putin. Ha le truppe schierate sul confine con la Turchia. Ha convocato a Mosca gli stati maggiori dei due eserciti. Ne è uscita la fragilissima tregua. Ma in Europa scarse notizie. Le agenzie internazionali si posizionano a Baku, capitale dell’Azerbaigian, molto ricca di caviale, e le notizie hanno quel sapore lì, filo-azere a più non posso.

Bisogna impedire un altro scempio.

C’è una frase da fare accapponar la pelle, per il contesto, i precedenti storici, l’orrore mai riconosciuto. È del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Cento e uno anni dopo il genocidio degli armeni perpetrato dai suoi predecessori al potere ha detto: «Stiamo con i nostri fratelli azeri, preghiamo perché prevalgano nei combattimenti con il minor numero di morti possibile. Supporteremo l’Azerbaigian fino alla fine».

Nessun augurio di pace, solo volontà di vincere, combattendo «fino alla fine».

In quel «fino alla fine» c’è un’eco angosciosa che fa tremare gli armeni dovunque essi siano. Soluzione finale? Quel milione e mezzo di vittime non è bastato? Gli armeni sono tre milioni e mezzo nel piccolo Stato caucasico, dieci milioni nel resto del mondo (30 mila in Italia, uguale numero degli ebrei italiani), discendenti degli scampati all’eccidio dei turchi. Ce ne sono soprattutto circa centocinquantamila in Nagorno Karabakh, una regione montuosa meravigliosa gonfia di acque e smaltata di boschi, situata geograficamente nell’Azerbaigian.

L’accordo che salta sempre all’ultimo minuto In poche righe. La guerra del 1992-1994 fu vinta dagli armeni. Molto sangue, troppo orrore. Accusa reciproca di atrocità. Ci fu una tregua. Da allora si cerca di raggiungere un accordo politico, ma non si riesce a combinare nulla. Un gruppo di paesi tra cui l’Italia (“gruppo di Minsk”) dovrebbe spingere diplomaticamente alla soluzione. Ma quando sembra che la soluzione sia pronta, ecco che accade qualcosa. Si sente dietro il soffio della Turchia, che vuole ridiscutere gli assetti del mondo dove si sente potenza equiparabile alla Russia. C’è un problema grave degli sfollati azeri, che il governo di Baku, ricchissimo per petrolio e materie prime, tiene in condizione di disagio, un po’ come gli arabi usarono e usano i palestinesi contro Israele.

Mentre si cerca una strada per la soluzione, è importante far sentire voci di solidarietà, a chi ci è fratello per civiltà e cultura e ha già pagato tanto: gli armeni. Non per vincere la guerra, ma per impedirla.

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Il suono senza tempo dell’Armenia di Hamasayan (Avvenire.it 15.04.16)

Il pianoforte di Tigran Hamasayan inizia a preludiare in totale solitudine, quasi stesse inseguendo suggestioni eteree, forse anche lontani ricordi; il linguaggio ha evidenti rimandi alla musica jazz ma, proprio quando ci si aspetta l’ingresso di un sassofono o di una tromba, ecco materializzarsi cupa e profonda la voce di un coro, che intona armonie apparentemente sospese nel tempo. È questa la cifra che caratterizza per intero l’album Luys i Luso (Luce dalla Luce), in cui il pianista armeno ha saputo evocare un mondo sonoro dove la tradizione della musica sacra della sua terra, l’idioma della creatività classica contemporanea e l’improvvisazione convivono e si alimentano vicendevolmente. Il repertorio spazia dagli antichi inni del V secolo fino ai brani che risalgono all’inizio del Novecento, lungo le tappe di una storia scavata nel solco del dolore e scandita da guerre, genocidi e diaspore: un lungo cammino di riscoperta e rivisitazione, nel quale trovano spazio arrangiamenti polifonici di melodie tradizionalmente monodiche, nuove composizioni originali e anche una sorta di concerto per pianoforte e voci. L’Armenia è una delle più antiche civiltà cristiane dell’Oriente e Hamasayan, attraverso questo ricco patrimonio di odi, preghiere e sacri canti, ha inteso rendere omaggio alle più profonde radici culturali e religiose del suo popolo. Un ritorno a casa ideale, che l’ha portato ad abbattere barriere tra generi e stili per liberare la potenza espressiva della sua musica, sostenuto dal fondamentale apporto artistico dello Yerevan State Chamber Choir e dei suoi solisti, con il loro caratteristico “suono” che accompagna l’ascoltatore tra i Canti della Resurrezione tratti dalla Divina Liturgia, le sezioni della Santa Messa fino al brano di chiusura (Benedetto è il Signore), che prende avvio da una registrazione d’archivio realizzata a Parigi nel 1912: la voce autentica di una memoria che chiede verità e giustizia per continuare a guardare con fede e speranza verso il futuro.

Tigran HamasayanYerevan State Chamber Choir
LUYS I LUSO
Ecm. Euro 20,00

Armenia e Russia firmeranno accordo su fornitura di armi (Sputnik 15.04.16)

Il governo armeno ha approvato oggi il protocollo di attuazione dell’accordo sull’erogazione di un prestito governativo russo vincolato all’acquisto di armi; i contratti sulle consegne di armi saranno firmati, ha dichiarato il vice ministro della Difesa dell’Armenia Ara Nazaryan.

“Il protocollo dispone al ministro della Difesa di firmare con i corrispondenti dicasteri gli accordi per l’erogazione di un prestito governativo vincolato all’acquisto di armamenti moderni”, — ha detto Nazaryan.

Inoltre è stato disposto alla Banca Centrale dell’Armenia di trattare con la banca russa “Vnesheconombank” le condizioni per un prestito legato all’acquisto di armi. Il ministero della Difesa deve specificare le tipologie delle armi e delle attrezzature militari moderne acquistate, dopodichè deve firmare l’accordo di fornitura con l’agenzia federale per la cooperazione tecnico-militare e la compagnia “Rosoboronexport”.

L’accordo tra Yerevan e Mosca riguardante un prestito agevolato di 200 milioni di dollari per equipaggiare l’esercito armeno con armi moderne era stato firmato nel 2015. Il prestito è stato concesso con un periodo di 3 anni per il pagamento dei soli interessi, mentre il rimborso del valore nominale del prestito ha un orizzonte di 10 anni.

Nell’incontro con il capo del governo russo Dmitry Medvedev dello scorso 7 aprile, il primo ministro armeno Hovik Abramyan ha chiesto di esercitare pressioni su “Rosoboronexport” per accelerare la chiusura dell’accordo relativo alla fornitura di materiale militare in Armenia.

In precedenza il vice premier russo Dmitry Rogozin aveva affermato che Mosca vende armi ad Armenia e Azerbaigian equilibrando gli interessi. Ha sottolineato che, non appena la Russia sospenderà le forniture di armi in uno qualsiasi di questi Paesi, il suo posto verrà preso dagli USA o da altri Stati

Leggi tutto: http://it.sputniknews.com/mondo/20160415/2488457/Azerbaigian-Nagorno-Caucaso-difesa.html#ixzz460TxACbB

SABATO 16 Aprile ore 22.30 – RAI STORIA: IL GENOCIDIO ARMENO Una strage ancora negata

RAI STORIA: IL GENOCIDIO ARMENO

Una strage ancora negata

16/04/2016 – 22:30

Nel corso della prima guerra mondiale, l’Impero Ottomano compie uno dei più grandi genocidi della storia mondiale, uccidendo gran parte della popolazione armena presente nel suo territorio. Le vittime sono oltre un milione, ma ancora oggi la Turchia nega l’intento genocida di questi omicidi di massa. Una tragedia al centro del documentario “Il genocidio armeno”, realizzato da Andrew Goldberg per la Pbs, in onda sabato 16 aprile alle 22.30 su Rai Storia. Il racconto si snoda attraverso le interviste con studiosi di fama, tra cui molti di origine turca, come Peter Balakian, Samantha Power, Ron Suny, Taner Akcam, Halil Berktay e Israele Charny. La narrazione è di Julianna Margulies e include le note storiche di Ed Harris, Natalie Portman, Laura Linney e Orlando Bloom.

Tatul Altunyan Ensemble, folklore e magia al Teatro Orione di Roma (Binrome.com 15.04.16)

Pubblico in piedi per due volte ieri sera al Teatro Orione di Roma per la première italiana del gruppo Tatul Altunyan Ensemble, che ha incantato la platea con le musiche e le danze tipiche della cultura armena.
Lo spettacolo ha visto la partecipazione di rappresentanti diplomatici e religiosi della comunità armena in Italia e di un vasto pubblico internazionale.
Lo scopo dell’evento è commemorare il genocidio del Popolo dell’Arca del 1915 e di mostrare al pubblico la determinazione e la forza dell’identità nazionale di una comunità che ancora oggi continua a soffrire le conseguenze della diaspora.
Lo spettacolo, diviso in due tempi, si costituisce di un sapiente intreccio di canzoni, movimenti e giochi di luce ipnotici che attirano l’attenzione e catturano l’anima in un turbine disordinato di sensazioni ed empatia.
Musiche, danze ed arie trasportano lo spettatore in un’atmosfera ricca di pathos e di momenti struggenti, ma anche colorata, energica e coinvolgente, che ha superato ogni discrepanza linguistica, guadagnando dieci minuti di applausi alla fine della performance.
Il gruppo Tatul Altunyan Ensemble si esibirà nei prossimo giorni a Firenze (15/04), Gubbio (17/04), Bologna (18/04), Padova (20/04) e Milano (21/04).

Tatiana Cintia

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