Ererouyk e i 7 siti più a rischio in UE: a Radio3Mondo 6 aprile (Mainfatti 05.04.16)

“Si chiama Ererouyk ed è stato in passato uno dei più vasti ed importanti centri di culto della regione armena. E’ stato nominato fra i 7 siti più in pericolo in Europa nel 2016. Anna Mazzone a Radio3 Mondo, in onda su Rai Radio3”, fa sapere in una nota la Rai.

“Si chiama Ererouyk ed è stato in passato uno dei più vasti ed importanti centri di culto della regione armena. Insieme al villaggio di Anipemza in Armenia – viene riferito in un comunicato della Rai -, la fortezza di Patarei Sea a Tallinn in Estonia, l’Aeroporto Helsinki-Malmi in Finlandia, il ponte girevole Colbert a Dieppe in Francia, il quartiere Kampos a Chios in Grecia, il Convento di Sant’Antonio da Padova in Estremadura in Spagna e l’antica città di Hasankeyf con i suoi dintorni in Turchia, è stato nominato fra i 7 siti più in pericolo in Europa nel 2016.”
Dalla tv di Stato diffondono in conclusione: “Oggi grazie ad una joint venture italo-armena, Ererouyk potrà essere salvato. Tra i partners della campagna vi sono organizzazioni e istituzioni armene (Ministero della Cultura e Museo Regionale di Shirak), italiane (Politecnico di Milano), francesi (Laboratoire d’Archéologie Médiévale et Moderne en Méditerranée dell’Università di Aix en Provence) e americane (Global Heritage Fund ). Il programma ‘I 7 più a rischio’ è stato lanciato nel gennaio 2013 da Europa Nostra con l’Istituto della Banca Europea per gli investimenti in qualità di partner fondatore e dalla Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa come partner associato. Si è ispirato ad un progetto di successo gestito dalla US National Trust for Historic Preservation. Mercoledì 6 aprile alle 11.00 Anna Mazzone a Radio3Mondo, in onda su Rai Radio3, ne parla con Gaiane Casnati, architetto capo progetto del Politecnico di Milano e con l’ambasciatore armeno a Roma, Sarghis Ghazaryan.”

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Nagorno-Karabakh: concordata tregua fra Baku e i separatisti (Askanews 05.04.16)

Roma, 5 apr. (askanews) – L’Azerbaigian e le autorità separatiste della regione contesa del Nagorno-Karabakh hanno annunciato oggi di aver concluso un accordo di cessate-il-fuoco dopo quattro giorni di intensi combattimenti che si sono conclusi con almeno 64 morti. L’annuncio è giunto a poche ore dall’inizio di una riunione a Vienna fra americani, francesi e russi, per rilanciare il processo di pace in questa strategica regione del Caucaso. Le due parti non hanno reso noto i dettagli dell’accordo di cessate-il-fuoco e soprattutto sulla sorte dei territori conquistati dall’esercito azero, ma anche di quello armeno durante i combattimenti, i più violenti degli ultimi vent’anni fra i due Paesi. I bombardamenti sono cessati in mattinata dopo una notte di sporadici tiri di artiglieria, secondo testimoni presenti nei pressi della linea del fronte.

L’Azerbaigian afferma di aver preso sabato il controllo di diverse alture strategiche nel Nagorno-Karabakh e ha annunciato l’intenzione di “rafforzarvi” le sue posizioni. Le autorità separatiste, sostenute dall’Armenia, avevano però affermato che sarebbero state pronte a discutere una tregua solo se avessero recuperato il terreno perduto nella regione. Il presidente armeno, Serge Sarkissian, sullo stesso tono, aveva detto che un cessate-il-fuoco sarebbe stato possibile solo se i militari delle due parti fossero ritornati alle posizioni che occupavano prima della ripresa delle ostilità. Prima dell’annuncio della tregua, il ministero della Difesa azero aveva riferito della morte di 16 suoi soldati nelle ultime 48 ore, facendo salire il bilancio ad almeno 64 morti fra i militari e i civili delle due parti da venerdì.

Sul piano diplomatico, una riunione del gruppo di Minsk sul Karabakh, costituito all’interno dell’Osce da rappresentanti di Francia, Stati Uniti e Russia per tentare di trovare una soluzione a questo che de facto è un “conflitto congelato” da più di 20 anni, è stata convocata oggi a Vienna. E’ attesa anche una trasferta dei copresidenti del gruppo “nei prossimi giorni” a Erevan, Baku e nel Nagorno-Karabakh.

Il conflitto ha esarcerbato le tensioni fra la Turchia e la Russia, già ai ferri corti a causa della crisi siriana. Ankara, alleata tradizionale dell’Azerbaigian, nelle ultime ore non ha fatto altro che rilasciare delle dichiarazioni altamente provocatorie in difesa di Baku. L’ultima l’ha pronunciata oggi il Primo ministro Ahmet Davutoglu avvertendo che il suo Paese resterà accanto all’Azerbaigian “fino all’apocalisse”. In questo modo ha fatto eco al presidente Recep Tayyip Erdogan che ieri ha detto che “il Karabakh ritornerà un giorno, senza nessun dubbio, al suo proprietario originale”, l’Azerbaigian.

Il conflitto, le cui origini risalgono a diversi secoli fa, si è così configurato nell’era sovietica quando Mosca attribuì questo territorio abitato in maggioranza da armeni all’allora repubblica socialista dell’Azerbaigian. Il Karabakh si trova in una regione del Caucaso strategica per il trasporto di idrocarburi, in prossimità dell’Iran, della Turchia e del Medio Oriente.

Dopo una guerra che ha provocato 30.000 morti, e centinaia di migliaia di rifugiati, principalmente azeri, il Nagorno-Karabakh è passato sotto il controllo delle forze separatiste vicine a Erevan.

Il Nagorno Karabakh è un conflitto “congelato” dall’armistizio firmato nel 1994. Nessun trattato è stato concluso e dopo un periodo di calma relativa, la regione ha visto negli ultimi mesi una netta escalation delle tensioni culminate poi nei combattimenti di questi giorni.

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Nagorno-Karabakh, verso il cessate il fuoco (La Stampa.it 05.04.16)

Nagorno-Karabakh: stop alle ostilità, raggiunto l’accordo per il cessate il fuoco (Euronews 05.04.16)

Nagorno Karabakh: Aliyev vuole rinnovare la tregua coi separatisti (Notiziegeopolitiche 05.04.16)

Nagorno Karabakh, Putin ad Erevan e Baku: garantire fine ostilità (Askanews 05.04.16)

Mosca, 5 apr. (askanews) – Il presidente russo Vladimir Putin ha invitato con forza i leader di Armenia e Azerbaigian a garantire la fine delle ostilità e la tenuta della tregua in Nagorno Karabakh. Oggi Baku e le autorità separatiste della regione contesa hanno annunciato di aver concluso un accordo di cessate-il-fuoco dopo quattro giorni di intensi combattimenti che si sono conclusi con almeno 64 morti.

“Putin ha chiesto a entrambe le parti di garantire con urgenza la totale cessazione delle ostilità militari e il rispetto del cessate-il-fuoco”, ha annunciato il Cremlino in una nota in cui si precisa che Putin ha sentito il presidente armeno Serzh Sargsian e quello azero Ilham Aliyev in due conversazioni telefoniche separate.

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Nagorno-Karabakh:70 soldati armeni morti (Ansa 05.04.16)

(ANSA) – MOSCA, 5 APR – Il ministero della Difesa azero ha detto che 70 soldati armeni sono stati uccisi nelle ultime 24 ore e che una base militare nei pressi di Matagis è stata distrutta. Lo riporta Interfax. Ma il portavoce del ministero della Difesa della regione contesa (la cui autonomia non è riconosciuta) del Nagorno-Karabah ha smentito i numeri diffusi dagli azeri. “Al contrario degli azeri – ha detto sempre a Interfax – noi non nascondiamo le nostre perdite e diffondiamo informazioni complete”.

Guerra in Armenia, il Papa anticipa la visita a giugno (Il Gazzettino 05.04.16)

CITTÀ DEL VATICANO – Papa Bergoglio ha deciso di anticipare di qualche mese il viaggio in Armenia. Invece che a settembre, come inizialmente aveva ipotizzato, andrà dal 24 al 26 giugno. Si tratta di una visita che si presenta piuttosto complicata, attesa e temuta allo stesso tempo. Se fosse dipeso da lui probabilmente l’avrebbe portata a compimento già l’anno scorso, in occasione del centenario del genocidio armeno. Invece, per via delle forti ostilità turche, e dei bastoni tra le ruote che sono puntualmente arrivati da Ankara, il progetto è slittato a tempi migliori, fino ad oggi. «Sul tavo\lo c’è una promessa fatta ai patriarchi armeni». Così, a giugno, per tre giorni, Papa Francesco andrà a rendere omaggio alla prima nazione al mondo che storicamente adottò il cristianesimo come religione di Stato, più di 1700 anni fa. Prima tappa sarà a Ierevan, la capitale, dove da lì si trasferirà al memoriale del genocidio armeno, la Collina delle Rondini, il luogo che ricorda un milione e mezzo di vittime provocate dal piano sistematico, studiato a tavolino, e realizzato tra il 1915 e il 1920 dal governo turco per incamerare le ricchezze della minoranza cristiana, allora assai influente e ricchissima.

DETTAGLI
La visita in programma è alle battute finali e verrà annunciata a breve. Tra qualche giorno partiranno gli organizzatori vaticani per mettere a punto ogni dettaglio, concordare gli eventi liturgici, pianificare il sistema della sicurezza che si avvarrà della collaborazione dei servizi segreti russi. La visita, una delle più simboliche in cui al centro vi sarà il concetto «dell’ecumenismo del sangue dei martiri», arriva a compimento dopo un lungo braccio di ferro dietro le quinte da parte della Turchia, che ha minato in ogni modo il progetto, cercando di disincentivarlo. Mesi e mesi di sofferte e tribolate trattative sotterranee da parte della diplomazia pontificia per preparare il terreno. L’anno scorso il governo di Ankara è arrivato a ritirare il suo ambasciatore dal Vaticano, aprendo una crisi senza precedenti, durata quasi un anno, solo perché Papa Francesco aveva osato pronunciare la parola «genocidio» durante la messa commemorativa a San Pietro, in occasione del centenario dei massacri del 1915.

IL NAGORNO KARABAKH
I venti di guerra tra l’Armenia e l’Azerbaigian non hanno minimamente modificato il progetto papale. Due giorni fa il governo azero ha annunciato la sospensione unilaterale delle azioni militari nella regione contesa del Nagorno Karabakh. Il presidente Putin, mediatore chiave, nei giorni scorsi, per evitare l’espandersi di un altro focolaio di guerra, aveva lanciato un appello. Gli scontri avevano fatto temere un allargamento del conflitto in un’area strategica, attraversata da oleodotti e gasdotti. Inizialmente la diplomazia vaticana nel tentativo di non urtare la sensibilità del governo turco e di quello azero (generoso finanziatore di un costoso progetto per il recupero dei catacombe), aveva elaborato un progetto di viaggio che si basava sul principio della par condicio. L’idea era di accorpare Azerbaigian e Armenia. Poi la correzione. I patriarchi armeni hanno apprezzato il coraggio e la libertà con la quale il Papa si è espresso, smarcandosi dalla timidezza della diplomazia vaticana che, ancora oggi, preferisce pubblicamente non parlare di genocidio, ma solo di generici massacri.

Qualche settimana fa, il segretario della Cei, Galantino, ha criticato il negazionismo. «Gli armeni fanno ancora fatica a veder riconosciuto il loro Olocausto» aggiungendo che persino «il governo italiano ha ritenuto di non prendere una posizione ufficiale, affermando che i genocidi sono affari degli storici». Uno dei grandi sogni di Papa Bergoglio è di riuscire a pacificare turchi e armeni. «Una cosa che mi sta molto a cuore è la frontiera turco-armena: se si potesse aprire sarebbe una cosa bella». Chissà se riuscirà a fare questo miracolo.

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L’Azerbaijan recluta mercenari dell’IS per combattere in prima linea nel Nagorno Karabakh (Sondasud.it 05.04.16)

(Redazione) – Tra i soldati azeri che in questi giorni combattono in Nagorno Karabakh ci sarebbe anche un numero imprecisato di miliziani che lo Stato Islamico ha reclutato in Siria e in Iraq. La notizia arriva direttamente dal governo armeno, secondo il quale la loro presenza risulterebbe da una serie di fattori cruciali, come il coinvolgimento diretto di migliaia di azeri nelle file dell’IS e la violenza (definita “stile estremista”) nelle uccisioni. Gli azeri non fanno differenza tra soldati e civili. Anzi, proprio l’estrema brutalità che i militari di Baku utilizzano nei confronti della popolazione civile armena fa pensare a quanto viene commesso quotidianamente dai gruppi jihadisti nei conflitti di Siria e Iraq.

L’esempio più terrificante, come è stato ampiamente documentato da Spondasud, è stato l’assassinio di una famiglia nel villaggio di Talish nel Nagorno Karabakh. I soldati azeri hanno ucciso una coppia di anziani (Valera Khalapyan e sua moglie Razmela) nella loro casa. Non si sono accontentati di ucciderli: hanno profanato i loro corpi, tagliando le loro orecchie. La comunità internazionale è abituata a vedere questo genere di crimini contro i civili solo da parte dei terroristi islamici. Le esecuzioni in Siria e quella di Talish da parte dei soldati azeri hanno lo stesso stile. Quasi la medesima firma, una macabra assonanza che fa ritenere che gli azeri che hanno combattuto con l’IS oggi siano stati reclutati per compiere un’operazione di pulizia etnica contro la popolazione armena del Nagorno Karabakh.

Attualmente sul territorio dell’Azerbaigian sono presenti numerosi estremisti che hanno combattuto sotto le insegne del Califfato Islamico. Nel corso degli ultimi mesi, i media di Ankara e di Baku hanno scritto diversi articoli sulla presenza di foreign fighters azeri tornati tornati dalla Siria e dall’Iraq. Circa 300 sono morti nei combattimenti, ma oltre 2500 si troverebbero sul territorio dell’Azerbaigian, al soldo del miglior offerente.  Di conseguenza, nulla potrebbe impedire il presidente Ilham Aliyev di inviare terroristi in Nagorno Karabakh a combattere al fianco delle truppe regolari.  Il massacro nel villaggio di Talish e la decapitazione di un soldato yazido che combatteva con le truppe armene sono più che un indizio, quasi una certezza.

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La ripresa del conflitto in Nagorno Karabakh e i suoi possibili sviluppi (cesi-italia.org 05.04.16)

La notte del 2 Aprile, dopo anni di conflitto “congelato”, si è significativamente riacceso lo scontro tra armeni ed azeri nella Repubblica del Nagorno Karabakh (NKR), attraverso violenti combattimenti caratterizzati da un’intensità che non si registrava dal raggiungimento del cessate il fuoco stabilito dagli Accordi di Pace di Bishkek (Kirghizistan,1994).

Nel corso dei primi tre giorni di ostilità si sono registrati diversi scontri sulla linea di contatto del fronte, più precisamente nella provincia nord orientale di Mardakert (regione controllata da Baku ma rivendicata dall’NKR) e nella regione sud orientale di Jabrail (al confine con l’Iran) occupata dagli armeni ma rivendicata da Baku. L’elevata politicizzazione del conflitto rende difficile una reale ricostruzione degli eventi sia per quanto concerne il numero reale di perdite subite sia nella definizione del reale violatore del cassate il fuoco.

Gli armeni accusano l’Azerbaijan di aver mosso un vero e proprio attacco coordinato con numerosi mezzi pesanti, tra cui artiglieria (in particolare con l’impiego di sistemi lanciarazzi), carri armati e veicoli per il trasporto truppe, tutti coadiuvati e supportati dall’impiego delle forze aeree. Mentre dall’altra parte, il Ministro della Difesa azero Zakir Hasanov ha imputato all’Armenia di aver effettuato, nelle ore immediatamente precedenti lo scoppio degli scontri, più di cento violazioni del cessate il fuoco sulla linea del fronte con lanci di granate e utilizzo di mortai e mitragliatrici pesanti. Oltre alle immediate accuse reciproche per il mancato rispetto del cessate il fuoco, continuano ad essere fornite diverse e contrastanti informazioni riguardo agli esiti delle azioni militari. Secondo le fonti armene, i territori occupati dagli azeri sono già stati liberati (cittadina di Mardakert e paese di Talish). Il Ministero della Difesa armeno Seyran Ohanian ha dichiarato che l’esercito armeno, insieme alle Forze Armate del Nagorno, hanno abbattuto due aerei azeri e 3 droni, oltre ad aver distrutto 16 cari armati. D’altro canto, Baku risponde sostenendo di non aver ceduto le posizioni occupate nelle ultime ore. Le cifre ufficiali, per il momento, mantengono il numero di caduti attorno alla trentina di unità ma è molto probabile che tali stime vadano riviste al rialzo, data l’intensità degli scontri e l’impiego di assetti militari pesanti. L’Azerbaijan parla di 12 vittime tra i suoi soldati e circa 100 uomini uccisi tra le file nemiche. Yerevan, invece, sostiene di aver perso 18 tra i suoi uomini e aver eliminato circa 200 militari azeri tra cui personale delle forze speciali. Ignoto rimane, al momento, il numero reale delle vittime civili.

Dopo più di un ventennio di stallo, talvolta messo a rischio da estemporanei momenti di esclation delle violenze, come nell’agosto del 2014, il conflitto armeno-azero torna ad essere una seria minaccia per l’equilibrio del Caucaso Meridionale. Nonostante nel corso degli anni ci sia stata la mediazione da parte della troika (Russia, Francia, Stati Uniti) del Gruppo di Minsk (organo istituito dall’OSCE-1992) e più di 20 summit tra le rappresentanze dei due Paesi, non si è mai raggiunto un compromesso ma anzi, si è preferito optare per un “congelamento” della guerra che ha contribuito a rendere la piccola Repubblica del Nagorno Karabakh un ostaggio di  diversi interessi economici e strategici.

Infatti, oltre alle acredini tra Baku ed Erevan, la grande rivalità geopolitica tra Mosca ed Ankara per il controllo della regione ha costituito un forte ostacolo al raggiungimento di una risoluzione del conflitto. La Russia ha da sempre considerato il Caucaso Meridionale come una regione parte della propria sfera d’influenza e con Yerevan ha portato avanti rapporti di cooperazione economica ed energetica (Unione Economica Euroasiatica – 2014) nonché di partnership strategica e militare. Grande alleata dell’Armenia dai tempi dell’Unione Sovietica, Mosca le fornisce armi e sistemi di difesa. Allo stesso tempo, con la presenza di due basi militari russe in territorio armeno (a Gyumri e a Erebuni) il Cremlino si presenta come garante della sicurezza territoriale del Paese caucasico, circondato da vicini ostili e alle prese con difficoltà politiche interne. Tuttavia, allo stesso tempo, Mosca mantiene buoni rapporti con l’Azerbaijan, con il quale intrattiene un rapporto di collaborazione tecnico-militare del valore di circa 4 miliardi di dollari.

In opposizione alla Russia, la Turchia si pone in difesa delle rivendicazioni degli azeri, con i quali condivide numerosi interessi sia economici (oleodotto BTC) che politici ma soprattutto culturali ed etnici. Non mancano di essere di impedimento alla pacificazione, le politiche interne di entrambi i Paesi, i quali  attraverso la propaganda giustificano il mantenimento di uno stato di tensione lungo oltre vent’anni, esasperando la percezione dell’altro attraverso l’esaltazione di rivendicazioni storiche ed etniche del passato. Tra la lotta per l’autodeterminazione del popolo armeno da una parte e  l’esigenza dell’integrità territoriale azera dall’altra, uno dei più difficili e intricati nodi da sciogliere è lo status giuridico delle sette province azere, occupate dagli armeni tra il 1992 e il 1993 al fine di garantire la sicurezza dell’NKR. Gli armeni sono disposti a restituire i territori azeri solo in caso del riconoscimento della Repubblica del Nagorno da parte di Baku, punto su cui l’Azerbaijan non è intenzionata a cedere.

Occorre considerare come, in alcuni casi, le improvvise fiammate nel conflitto del Nagorno-Karabakh  sono legate a questioni di politica interna di Armenia e Azerbaijan, che intendono esternalizzare le proprie difficoltà interne attraverso il riacutizzarsi della guerra.

Osservando la situazione interna attuale, l’Armenia soffre per la corruzione in seno alla sua politica in mano agli oligarchi e ha affrontato diverse proteste popolari tra cui l’ultima del 2015 (Electric Yerevan). Mentre dall’altra parte, Baku ha sviluppato una forte crescita economica grazie ai proventi dell’esportazione del greggio e del gas, anche se la recente crisi del prezzo del petrolio ha creato diverse difficoltà per il regime familistico azero, portando in luce tutte le debolezze del suo sistema. Le crisi politiche ed economiche dell’ultimo periodo che entrambi i due Paesi hanno affrontato porterebbe a pensare che la ripresa di una guerra aperta non converrebbe a nessuno dei due ma, allo stesso tempo, condurre proprio verso quel processo di esternalizzazione della crisi citato in precedenza. Con l’intento di distrarre la popolazione dai problemi in casa e tramite una propaganda bellicosa e sciovinista, non è escludibile la volontà di riaprire il conflitto su tutti i fronti.

Nonostante siano arrivati gli inviti alla calma e alla moderazione da parte dei principali attori internazionali e nonostante sia stato dichiarato un nuovo cessate il fuoco, permane il problema della fortificazione delle linee del fronte e il richiamo dei riservisti da parte di Erevan.

Dal 1994, molto è cambiato dal punto di vista della preparazione militare di entrambi i Paesi. L’Azerbaijan, uscito perdente e stremato dalla guerra con gli armeni negli anni novanta, ora si presenta più forte sotto il profilo militare grazie agli ingenti investimenti effettuati con i proventi della vendita di gas e petrolio. Dunque in caso di guerra aperta gli esiti del confronto sarebbero tutt’altro che scontati. In ogni caso, appare certa la necessità di superare gli Accordi di Pace di Bishkek, ormai incapaci di mantenere stabile la situazione nella regione e tenere un freno alle rivendicazioni etniche e territoriali delle parti.

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Nagorno-Karabakh, il Caucaso e le tensioni tra Russia e Turchia (Remocontro 05.04.16)

Nel Nagorno-Karabah si va verso il cessate-il-fuoco. Stando a fonti citate da Sputnik il governo della regione contesa tra Armenia e Azerbaijan starebbe preparando l’accordo bilaterale per la tregua nella zone del conflitto. Secondo diversi analisti, dietro la ripresa delle ostilità c’è l’ombra della tensione tra Russia e Turchia.

Dunque, nel Nagorno-Karabakh verso il cessate il fuoco. Secondo fonti russe, il governo della regione contesa tra Armenia e Azerbaijan starebbe preparando l’accordo bilaterale per la tregua nella zone del conflitto. Almeno 70 soldati armeni uccisi dagli azeri, il bilancio delle ultime 24 ore mentre sarebbero 16 i militari di Baku morti da sabato. Più di 200 soldati e civili sono stati feriti. Si tratta dell’escalation più violenta da quando, nel 1994, l’armistizio firmato tra Erevan e Baku (Armenia e Azerbaijan) aveva ufficialmente chiuso le ostilità senza un accordo sullo status dell’enclave.

Nagorno mappa FB

Uno scontro cruciale per Russia e Turchia. Il Nagorno-Karabakh si trova alla frontiera tra Turchia, Iran, Georgia e Cecenia russa, molto vicino a Iraq e Siria. Secondo diversi analisti, dietro la ripresa delle ostilità in Nagorno-Karabakh c’è l’ombra della tensione tra Russia e Turchia. L’Armenia in pessimi rapporti con la Turchia che rifiuta di riconoscere il genocidio commesso un secolo fa, da sempre vicina alla Russia. L’Azerbaigian, culturalmente turco, è invece molto vicino ad Ankara, anche se la Russia vende armi a Baku per mantenere un piede nell’ex repubblica sovietica.

La contesa dura però da circa un secolo: il territorio del Nagorno-Karabahk è un’enclave armena cristiana ufficialmente parte dell’Azerbaigian musulmano e si estende su una superficie di circa 4.400 chilometri quadrati in una zona montagnosa nel Caucaso sud-orientale. Le attuali tensioni risalgono in gran parte al 1923 quando, nonostante il parere contrario della maggioranza della direzione del partito comunista al potere in Urss, il georgiano Stalin volle che il Nagorno Karabakh fosse incorporato nella Repubblica dell’Azerbaigian, creata l’anno prima.

Ma la popolazione del Karabakh non ha mai superato il desiderio di riunirsi alla ‘madrepatria’, l’Armenia, perché ritiene che l’enclave sia storicamente la ‘culla’ della cultura armena. Il sogno della riunificazione con Ierevan si è tradotto in anni più recenti in lotta armata. Nel 1988, la provincia decise per la secessione dall’Azerbaigian scatenando un conflitto tra i due Paesi che tra il 1988 e il 1994 ha provocato tra i 25.000 ed i 35.000 morti e centinaia di migliaia di profughi. L’Azerbaigian insiste sulla propria integrità territoriale, mentre l’Armenia invoca il diritto di autodeterminazione dei popoli.

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Gabriele Nissim presenta “La lettera a Hitler” (Alessandrianews 05.04.16)

Mercoledì 6 aprile all’Istituto Cellini il giornalista, saggista e fondatore di Gariwo, il Giardino dei Giusti di Milano, presenterà il suo ultimo libro. L’incontro si colloca nell’ambito del progetto “Per non dimenticare” sviluppato da docenti e allievi della scuola

VALENZA – Mercoledì 6 aprile alle 15 nell’aula magna dell’Istituto Cellini (strada Pontecurone 17) Gabriele Nissim, giornalista, saggista e fondatore di Gariwo, il Giardino dei Giusti di Milano, presenterà il suo ultimo libro La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento. L’incontro è aperto agli studenti e alla cittadinanza.

Il testo di Nissim (vincitore del premio Fiuggi Storia 2015) fa scoprire un personaggio davvero straordinario, con la sua travolgente umanità e le sue ambiguità e debolezze. Armin T. Wegner è un artista, uno scrittore che fin da giovane si infiamma di fronte alle ingiustizie e con l’animo indignato compone non solo poesie, romanzi, saggi, ma anche le “lettere aperte” che lo hanno reso famoso, ovvero denunce e testimonianze pubbliche del buio della Storia.
Ragazzo molto sensibile e aperto agli altri, a 14 anni salva una ragazza dall’annegamento e viene decorato al valor civile.

Tra il 1915 e il 1933 compie tre gesti cruciali contro le atrocità che colpiscono milioni di uomini: la denuncia, con foto e conferenze pubbliche, dello sterminio degli armeni compiuto dal governo dei Giovani Turchi; l’abiura del comunismo, dapprima amato e poi ripudiato come un inganno; la protesta contro la persecuzione antisemita di Hitler.
Armin Wegner, con il suo coraggio ma anche con le sue debolezze e contraddizioni, costituisce un chiaro esempio di Giusto universale, onorato a Yerevan e a Yad Vashem per la sua solidarietà con armeni ed ebrei, pagata a caro prezzo.

L’incontro con Gabriele Nissim si colloca nell’ambito del progetto Per non dimenticare sviluppato da docenti e allievi dell’Istituto Cellini di Valenza. Si tratta di un percorso pluriennale che prendendo le mosse dal dramma della Shoah vuole offrire ai ragazzi la possibilità di riflettere, di anno in anno, sui genocidi perpetrati nel corso del Ventesimo secolo (quest’anno si è affrontato il genocidio degli armeni) e li aiuti a capire che queste tragedie non sono “anomalie della storia”, eccezioni irripetibili, ma eventi che hanno la loro origine in comportamenti e circostanze frequenti, spesso considerate innocue se non addirittura “normali”.

La finalità del progetto è dunque quella di aiutare i ragazzi a capire che “avere memoria” di queste tragedie consiste prima di tutto in un impegno, costante, che coinvolge in prima persona, nel bloccare comportamenti di intolleranza e disprezzo nei confronti degli altri che possono essere il punto di avvio di terribili processi genocidari.

Azerbaijan e libertà: bavagli e persone non gradite al governo. Nel mirino anche i social network (Eastonline.eu 04.04.16)

Un inarrestabile giro di vite, che decima l’attiva comunità di organizzazioni e media indipendenti e non governativi che fino a poco tempo fa animavano la libertà di espressione in Azerbaijan. A dirlo è lo Human Rights Watch, attraverso il suo report pubblicato per il 2016. Chiaro segno che a sud del Caucaso le cose stanno cambiando, o che forse la parola “democrazia”, con tutto ciò che da essa consegue, non ha mai realmente attecchito da quelle parti.


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A farne le spese, in termini di libertà appunto, sono, tra le altre, 36 persone italiane, il cui elenco è comparso sul sito del Ministero degli Affari Esteri italiano, alla voce “elenco dei cittadini italiani a cui è vietato l’ingresso nel territorio della Repubblica dell’Azerbaijan”. Una notizia che dovrebbe far riflettere ancor di più su ciò che accade in paesi a noi vicini, con i quali l’Italia stringe accordi commerciali al “sapor” di petrolio. Poco a sud di Baku, capitale dell’Azerbaijan, c’è ad esempio il giacimento che, attraverso il gasdotto TAP (“varato” con lo Sblocca Italia), dovrebbe portare il gas in Europa tramite un tracciato che vede il suo approdo sulle coste pugliesi.

L’elenco

 A comparire nella lunga lista delle “personae non gratae” al governo azero, tanti scrittori, giornalisti, artisti. Ma anche impiegati e addetti culturali. Tra loro, 36 appartengono a nomi noti della stampa e della cultura italiana: Milena Gabanelli, giornalista della Rai e del Corriere della Sera; Simone Benazzo, di East Journal; Roberto Travan, de “La Stampa”; Anna Mazzone, anche lei giornalista; Simone Zoppellaro, corrispondente per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. Non solo: sotto la lente della sicurezza azera ci sono diversi attori e tecnici dei Cantieri Teatrali Koreja, di Lecce. Nella lista compaiono infatti i nomi di Alessandra Crocco, Giovanni Di Monte, dei direttori artistici Salvatore Tramacere e Franco Ungaro.

I primi segnali della stretta del governo si ebbero già a dicembre 2014, quando le forze dell’ordine fecero irruzione negli uffici di Radio Azadlig a Baku, interrogando giornalisti e corrispondenti. Molti di loro poco dopo lasciarono il paese. Poi l’escalation a giugno 2015, quando Baku ospitò per la prima volta gli European Games. Così, uno ad uno, sono caduti avvocati, difensori “veterani” dei diritti umani, e sono stati condannati gli avvocati Intigam Aliyev, Leyla e Arif Yunus, la giornalista investigativa Khadija Ismayilova. La Ismayilova lavorava per il media indipendente Radio Free Europe/Radio Liberty, il cui ufficio a Baku fu chiuso dalle autorità a dicembre 2014, proprio poco dopo l’arresto di Khadija. Si trovano in prigione, per condanne e motivazioni politiche, l’editorialista dell’Azadlig, Seymur Haziyev, e gli attivisti di partiti d’opposizione Siraj e Faraj Kerimlis, e Murad Adilov. Taleh Khasmammadov, un attivista dei diritti umani, è stato condannato a 3 anni di prigione. Tutto questo nonostante la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo abbia affermato che le condanne di cui sono stati vittime giornalisti, attivisti e avvocati azeri siano da considerare illegali.

Oltre ad aver ristretto l’accesso al paese per giornalisti internazionali di diverse emittenti durante il 2015, il governo azero ha bloccato gli uffici nella capitale dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione, tanto che quest’ultima si è rifiutata per la prima volta di inviare una missione di osservatori in concomitanza con le ultime elezioni parlamentari dello scorso anno. Ad oggi, da parte europea, c’è un timido tentativo di provare a fermare questa emorragia di diritti nella zona caucasica: a dicembre, infatti, Thorbjorn Jagland, il segretario generale del Consiglio d’Europa, ha annunciato l’inizio di un’inchiesta con al centro i diritti umani in Azerbaijan.

E sotto la scure, finiscono anche i blog e i social network, come Facebook e Twitter. Sebbene, in Azerbaijan, gli internauti si rivolgano a questi ultimi spesso per diffondere e condividere opinioni critiche nei confronti delle forze governative, così come per porre l’attenzione su questioni spesso ignorate dai media mainstream, negli ultimi anni è comparsa una forte deterrenza al loro utilizzo: in diversi tra avvocati e magistrati prestano il fianco a bollarli come “criminali” e “diffamatori”, aprendo così la strada a nuovi arresti, motivati da ragioni politiche, di blogger e attivisti.

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