Armenia e Azerbaijan finalizzano il trattato di pace (Osservatorio Balcani e Caucaso 18.03.25)

Pochi giorni fa il ministro degli Esteri azero ha rivelato che il testo del trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan è stato finalizzato. La notizia è stata accolta positivamente a livello internazionale, restano però dubbi su dove e quando verrà firmato lo storico accordo

18/03/2025 –  Onnik James Krikorian

La scorsa settimana, Armenia e Azerbaijan hanno confermato che il testo di un accordo per normalizzare le relazioni è stato completato. Il documento, ufficialmente noto come Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali tra Armenia e Azerbaijan, comprende 17 punti.

Giovedì scorso, quando il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov ha fatto l’annuncio a margine del Global Baku Forum, rimanevano solo due punti da risolvere: il ritiro dei casi legali internazionali intentati reciprocamente e il divieto della presenza di “forze straniere” sul confine condiviso di 1.000 chilometri.

Ciò è stato interpretato in particolar modo come un riferimento alla Missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA), dispiegata sul lato armeno del confine nel 2023. A febbraio, il suo mandato è stato esteso per un altro biennio.

Dopo l’annuncio di Bayramov, il ministero degli Esteri armeno ha confermato la notizia, aggiungendo che spera di “avviare consultazioni con […] l’Azerbaijan in merito al momento e al luogo per la firma” dell’accordo. Anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea, insieme a Francia, Germania, Cina, Russia e altri, tra cui la NATO e l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) guidata da Mosca, hanno accolto con favore la notizia.

Sebbene tecnicamente separata dall’effettivo trattato di pace, Baku si aspetta ancora che Yerevan modifichi la costituzione dell’Armenia, facendo riferimento alla parte che riguarda l’inclusione di rivendicazioni territoriali sull’Azerbaijan.

Ciò si riferisce alla Dichiarazione di Indipendenza del 1990 che rivendica il Nagorno Karabakh recentemente sciolto. Baku ha anche altri requisiti. In particolare, afferma che l’ormai defunto Gruppo di Minsk dell’OSCE, l’unico organismo incaricato a livello internazionale di mediare il conflitto del Karabakh, da non confondere con le effettive relazioni tra Armenia e Azerbaijan, dovrebbe essere sciolto. Yerevan ritiene che ciò dovrebbe avvenire solo dopo la firma di un accordo di pace.

Baku spera anche di poter raggiungere un accordo ancora sfuggente sullo sblocco dei trasporti e delle comunicazioni regionali e di un collegamento via terra cruciale tra l’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia.

Attualmente, solo i voli commerciali azeri possono effettuare il viaggio attraverso lo spazio aereo armeno o via terra attraverso l’Iran. Yerevan ritiene che anche questo possa essere risolto quando un accordo entrerà in vigore. Nessuno di questi prerequisiti, se di questo si tratta, è nuovo nonostante le affermazioni di alcuni media.

In ogni caso, a causa della necessità di modifiche costituzionali, la firma del trattato potrebbe non avvenire prima del 2027. Sebbene un piccolo numero di analisti armeni e azeri creda che ciò potrebbe teoricamente verificarsi quest’anno, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha segnalato che la bozza di una nuova costituzione sarà pronta solo entro le prossime elezioni parlamentari a metà del 2026.

L’opposizione continua a sostenere che ciò è risultato della pressione da parte dell’Azerbaijan e ha già annunciato che solleciterà un boicottaggio o lo trasformerà in un referendum sul governo Pashinyan.

Anche alcune parti della società civile armena sono contrarie a un accordo di pace con l’Azerbaijan. Per Baku, tuttavia, è necessario essere certi che la popolazione dell’Armenia sia pronta a voltare pagina per lasciarsi alle spalle tre decenni di conflitto armato.

Tuttavia, il presidente azero Ilham Aliyev ha comunque espresso scetticismo sulla possibilità di fidarsi di Yerevan. “Abbiamo bisogno di documenti”, ha affermato. I critici di Pashinyan accusano Aliyev di non voler firmare comunque un accordo e continuano a riferirsi a qualsiasi accordo come “capitolazione”. Tuttavia, la risposta dell’opposizione finora si è limitata alle parole. Non ci sono state proteste.

Dato che la comunità internazionale ha accolto con favore la notizia dell’annuncio, è improbabile che l’opposizione riesca a raccogliere abbastanza sostegno a livello nazionale, per non parlare di quello internazionale.

La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha elogiato l’Armenia per le sue “coraggiose concessioni”, mentre Iran e Russia, i due paesi su cui l’opposizione ha fatto affidamento in passato, speravano nella “firma di un accordo di pace” tra Armenia e Azerbaijan.

Mentre gli Stati Uniti e la Russia cercano un riavvicinamento sull’Ucraina e l’UE affronta i propri problemi con Washington, c’è poco che il governo armeno possa fare per resistere a questo slancio in un ordine mondiale in cambiamento.

Non cambiare la costituzione potrebbe comunque essere visto da Baku come un casus belli, anche se un referendum fallisse. Dopo l’annuncio, Pashinyan ha parlato con Vladimir Putin e ha accettato un invito a partecipare alle celebrazioni annuali del Giorno della vittoria di quest’anno, il 9 maggio a Mosca. I media riportano che anche Aliyev probabilmente parteciperà.

Sebbene gli indici di gradimento di Pashinyan rimangano bassi, il sostegno all’opposizione guidata dagli ex presidenti Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan è ancora più basso.

Inoltre, anche se circa l’80% degli intervistati in un sondaggio dell’anno scorso era contrario alla modifica della costituzione per placare Aliyev, tale cifra era appena al di sotto del 60% in un sondaggio di inizio mese. Molti sono indecisi.

Inoltre, recenti interviste di Vox Pop con Radio Free Europe nelle strade di Yerevan e Baku sembravano suggerire che molti in entrambe le capitali la sostengano. Tuttavia, gli armeni, come molti analisti locali, credono che Aliyev non firmerà l’accordo mentre gli azeri affermano che Yerevan deve prima cambiare la sua costituzione.

In un discorso alla fine del mese scorso, Pashinyan ha presentato la sua visione per una “vera Armenia” che include modifiche costituzionali. Ha già avviato consultazioni con il pubblico. Ciò distoglierebbe anche dalle critiche dell’opposizione secondo cui non ha un mandato per firmare un trattato. La strada da percorrere, per quanto poco chiara, potrebbe essere intrapresa in fasi.

Si spera, ad esempio, che il processo di demarcazione dei confini dell’anno scorso riprenda ora che l’inverno sta finendo. La scorsa settimana, Pashinyan ha anche incontrato giornalisti turchi a Yerevan, un altro segnale che fa sperare che le relazioni con la Turchia possano essere finalmente stabilite insieme al processo Armenia-Azerbaijan.

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Governo«La Svizzera organizzi un forum sulla pace nel Nagorno-Karabakh» (Corriere del Ticino 18.03.25)

Il Consiglio federale deve organizzare entro un anno un Forum internazionale sulla pace nel Nagorno-Karabakh, regione contesa del Caucaso. È quanto chiede una mozione accolta oggi dal Consiglio degli Stati per 29 voti a 12. Il Nazionale aveva già dato il proprio via libera lo scorso dicembre: l’oggetto viene quindi trasmesso all’esecutivo per la sua attuazione.

L’obiettivo del progetto – elaborato dalla Commissione della politica estera della Camera del popolo – è di permettere un dialogo aperto fra l’Azerbaigian e i rappresentanti della popolazione di etnia armena del Nagorno-Karabakh, da condurre sotto la supervisione internazionale o in presenza di attori rilevanti a livello globale, nell’intento di negoziare il ritorno collettivo, e in tutta sicurezza, degli armeni insediati da generazioni nella regione.

Dall’ultima offensiva militare condotta da Baku nel settembre 2023, il Nagorno-Karabakh è stato svuotato della sua popolazione armena, ha ricordato la relatrice commissionale Tiana Angelina Moser (PVL/ZH). Temendo un nuovo genocidio come quello del 1915, gli abitanti si sono visti costretti a lasciare la propria patria nel giro di pochi giorni, ha aggiunto la zurighese.

Secondo i sostenitori dell’atto, allestendo un vertice per la pace la Svizzera avrebbe l’opportunità di avvalersi del suo comprovato ruolo di intermediario neutrale per avviare un dialogo costruttivo tra le parti in conflitto. Un impegno che consoliderebbe la tradizione umanitaria della Confederazione e rafforzerebbe la sua posizione quale partner affidabile nella diplomazia internazionale.

Una minoranza, sostenuta ad esempio dai “senatori” ticinesi Fabio Regazzi (Centro) e Marco Chiesa (UDC), ha tentato senza successo di rispedire il dossier in commissione per un nuovo esame. “Più aspettiamo e più la possibilità di tornare a casa per le persone interessate scende”, ha replicato Céline Vara (Verdi/NE).

Josef Dittli (PLR/UR), contrario alla mozione, ha fatto notare come qualche giorno fa Azerbaigian e Armenia abbiano già comunicato il raggiungimento di un accordo per mettere fine al conflitto, che si trascina, con varie fasi d’intensità, da decenni.

D’accordo con lui il consigliere federale Ignazio Cassis, il quale ha evidenziato che, secondo il diritto internazionale, il Nagorno-Karabakh appartiene all’Azerbaigian. La Svizzera non riconosce questa enclave, ha insistito davanti al plenum il ministro degli esteri.

Stando a Cassis, organizzare una conferenza fra questi attori sarebbe – a livello giuridico, non umanitario, ha tenuto a precisare – come farlo fra Spagna e Catalogna. La mozione è “come minimo inutile, se non dannosa”, ha riassunto invano il ticinese, ricordando a sua volta il processo di pace in corso di svolgimento.

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Il Consiglio federale organizzerà un Forum internazionale sulla pace nel Nagorno-Karabakh

Armenia. Nagorno Karabakh: un accordo di pace fragile con Azerbaigian (Notizie Geopolitiche 15.03.25)

di Giuseppe Gagliano –

Dopo decenni di scontri, tensioni e una guerra che nel 2023 ha spazzato via le ultime vestigia dell’indipendenza del Nagorno-Karabakh, Armenia e Azerbaigian sembrano finalmente sul punto di firmare un accordo di pace. Il testo del trattato è stato concordato tra le parti, ma la firma definitiva è ancora appesa a un filo.
Il ministero degli Esteri armeno ha annunciato di aver finalizzato la bozza dell’accordo, affermando che “la Repubblica d’Armenia è pronta ad avviare consultazioni con la Repubblica dell’Azerbaigian sulla data e sul luogo della firma”. Anche Baku ha confermato la conclusione dei negoziati sul testo, ma ha posto condizioni che potrebbero ritardarne la ratifica.
La principale richiesta dell’Azerbaigian è la modifica della Costituzione armena, che secondo il governo di Ilham Aliyev conterrebbe ancora rivendicazioni territoriali implicite nei confronti dell’Azerbaigian. Inoltre Baku ha chiesto lo scioglimento ufficiale del Gruppo di Minsk dell’OSCE, un organismo internazionale nato nel 1992 per la risoluzione della disputa sul Nagorno-Karabakh, ma ormai considerato obsoleto.
Se la modifica della Costituzione armena fosse davvero una condizione preliminare alla firma dell’accordo, il processo potrebbe richiedere mesi, se non anni. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha annunciato già a febbraio la volontà di indire un referendum per riscrivere la Costituzione, ma finora non è stata fissata alcuna data. Il rischio dunque è che l’Azerbaigian utilizzi questa richiesta per ritardare la firma o per ottenere ulteriori concessioni da parte di Erevan.
Se da un lato l’accordo rappresenta un passo storico verso la normalizzazione dei rapporti, dall’altro la sfiducia tra le due nazioni rimane altissima. Richard Giragosian, direttore del Regional Studies Center di Erevan, ha definito l’accordo “un progresso senza precedenti”, ma ha anche messo in guardia sulla possibilità che l’Azerbaigian possa avanzare nuove richieste all’ultimo momento.
La recente storia dei rapporti tra i due Paesi è stata segnata da tregue fragili e continue violazioni. Dopo la guerra del 2020 e l’offensiva azera del settembre 2023, che ha portato alla fuga di oltre 100mila armeni dal Nagorno-Karabakh, il governo di Baku ha rafforzato la sua posizione strategica e militare. Da allora, le pressioni internazionali hanno spinto entrambe le parti a riprendere il dialogo, ma la pace rimane un obiettivo difficile da raggiungere.
Diverse potenze occidentali hanno accolto con favore la notizia dell’accordo. Stati Uniti, Unione Europea e Russia hanno tutti sostenuto il processo di pace, ma con approcci differenti.
L’Unione Europea ha cercato di giocare un ruolo di mediatore, ma senza un reale peso nella regione. Gli Stati Uniti hanno più volte espresso il loro supporto a una pace duratura, ma la loro influenza diretta nei negoziati è stata limitata. La Russia, storicamente alleata dell’Armenia ma con legami crescenti con l’Azerbaigian, ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, cercando di evitare un completo allontanamento di Erevan senza compromettere i rapporti con Baku.
Nonostante il clima di apparente distensione, molte questioni rimangono aperte. L’Armenia è politicamente divisa tra chi considera l’accordo un male necessario per garantire la sicurezza del Paese e chi lo vede come una capitolazione di fronte alle pressioni azere. Allo stesso tempo l’Azerbaigian, forte della sua recente vittoria militare, potrebbe non accontentarsi di una semplice normalizzazione diplomatica.
Resta da vedere se questo accordo segnerà l’inizio di una pace stabile nel Caucaso o se sarà solo una tregua temporanea prima di nuove rivendicazioni e nuovi conflitti.

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“VIAGGIO IN ARMENIA”: Silvio Castiglioni alla Galleria Santa Croce di Cattolica (Informazione.it 15.03.25)

Bologna,  (informazione.it – comunicati stampa – arte e cultura)Grazie al festival le Parole di Hurbinek, che ci invitava a riflettere sulla parola ‘razza’, dopo quasi vent’anni siamo tornati a Osip Mandel’stam e al suo Viaggio in Armenia dove si legge: “Non c’è nulla di più istruttivo e gioioso che immergersi nella compagnia di persone di una razza diversa dalla nostra”. Ma perché un piccolo libro del “più grande poeta in lingua russa del Novecento, sottratto alla conoscenza dei suoi contemporanei” (P. P. Pasolini) ci sembra così importante?

Dietro l’apparente appartenenza a un genere – il “diario di viaggio” ma anche la “letteratura di missione”– nella pagine di Viaggio in Armenia si cela una scrittura che si fa “grafico di una costante diserzione”. E proprio in questa diserzione emerge il carattere politico di un libro che a un primo sguardo può apparire mite e perfino svagato; e però evoca un’Armenia fuori dal tempo e disattende le aspettative dei suoi committenti, sfuggendo al compito di celebrare i presunti successi del primo piano quinquennale sovietico. La sfida al nuovo potere non lascia spazio a ulteriori dilazioni, e con la pubblicazione del Viaggio – prima ancora della celebre poesia su Stalin, ‘il montanaro del Cremlino’, per cui fu ufficialmente incriminato – Osip Mandel’štam si consegna definitivamente nelle mani dei suoi carnefici, portando così a compimento il suo destino.

Segreta riflessione sul tempo, la memoria e la morte – e straordinaria metafora di resistenza e di vitalità – Viaggio in Armenia è un sereno, luminosissimo addio; un rito d’addio. Il testo ideale per tratteggiare il profilo di un artista che si dichiarava ostile a tutto ciò che è personale, in tempi intossicati dall’inganno dei reality e dall’illusione del biografismo.

 

Galleria Santa Croce – Cattolica

 Martedì 18 – Mercoledì 19 e Giovedì 20 marzo 2025 ore 21.00

VIAGGIO IN ARMENIA
Silvio Castiglioni
liberamente tratto dal libro di Osip Mandel’stam, Adelphi edizioni, a cura di Serena Vitale

riduzione e adattamento Silvio Castiglioni e Giovanni Guerrieri

interprete Silvio Castiglioni
oggetti, scene e costumi Giulia Gallo
immagini Patrizio Esposito
regia Giovanni Guerrieri
una coproduzione Celesterosa / I Sacchi di Sabbia, per il festival Le Parole di Hurbinek 2025
col sostegno di Mic, Regione Toscana, Regione Emilia-Romagna
in collaborazione con Armunia e Comune di Cattolica

Ufficio Stampa

Giancarlo Garoia
47838
retericerca@gmail.com
3338333284

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‘La masseria delle allodole’, i vent’anni del libro di Arslan (IlRestodelCarlino 15.03.25)

Antonia Arslan presenterà, in occasione dei venti anni dalla prima pubblicazione, la nuova edizione del suo romanzo ‘La masseria delle allodole’ (Bur Rizzoli). L’appuntamento è per oggi alle 17.30 alla libreria Ubik di via San Romano 43.

Ispirato ai ricordi familiari dell’autrice, il racconto della tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915, all’inizio dello sterminio degli armeni da parte dei turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia.

In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna” salperanno per l’Italia.

Antonia Arslan è una scrittrice, traduttrice e accademica italiana con origini armene. Laureata in archeologia, è stata professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. È autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla galassia delle scrittrici italiane. Nel 2004 ha scritto il suo primo romanzo, ‘La masseria delle allodole’, che ha vinto il Premio Stresa di narrativa e il Premio Campiello.

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Armenia: “pronti alla pace”. Ma Baku processa i leader armeni catturati (Vari 14.03.25)

Pagine Esteri – I negoziati sul trattato di pace tra Armenia e Azerbaigian sono stati completati con l’accordo sul testo definitivo. Lo ha confermato ieri il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, parlando con alcuni giornalisti nei pressi della sede del partito di governo “Contratto civile” a Erevan. «Il testo è pronto per la firma, ora siamo pronti ad avviare discussioni sui tempi e sul luogo», ha dichiarato Pashinyan.

Per quanto riguarda le modalità della firma, Pashinyan ha ricordato che il ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha espresso disponibilità a trattare il tema in un formato bilaterale. «Loro hanno le loro idee, noi le nostre. Immagino che durante queste discussioni cercheremo di avvicinare le posizioni», ha concluso il premier armeno.

Erevan ha comunicato a Baku, tramite canali diplomatici, l’accettazione delle modifiche e ha proposto di rilasciare una dichiarazione congiunta per ufficializzare il completamento dei negoziati, ma l’Azerbaigian ha optato per un annuncio unilaterale.

Trattato di pace, un percorso accidentato
Con la conferma dell’accordo sulla bozza del “Trattato per l’istituzione della pace e delle relazioni interstatali”, l’Armenia si dichiara pronta a discutere con l’Azerbaigian le modalità per la firma definitiva del documento, che però non sembra all’ordine del giorno.

«Ribadiamo la posizione di principio e di lunga data dell’Azerbaigian secondo cui la condizione principale per la firma del testo negoziato è la modifica della Costituzione armena al fine di eliminare le rivendicazioni contro la sovranità e l’integrità territoriale dell’Azerbaigian» recita infatti una nota emessa dal Ministero degli Esteri azero. In precedenza il ministro degli Esteri azero Ceyhun Bayramov si era rallegrato del fatto che Erevan avesse accettato le proposte di Baku in merito a due articoli controversi del trattato.

Ma il regime azero pretende anche lo scioglimento del Gruppo di Minsk che opera nell’ambito dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), accusata dai funzionari di Baku di essere prevenuta nei loro confronti.

La modifica della Costituzione armena, richiesta da Baku, con la rimozione dal preambolo delle rivendicazioni territoriali su parti del territorio controllato dall’Azerbaigian, potrebbe però allontanare la firma dell’accordo, rafforzando le forze politiche che in Armenia si oppongono alla fine del conflitto con i vicini. Solo due mesi fa, inoltre, il presidente azero Ilham Aliyev aveva accusato l’Armenia di rappresentare una minaccia “fascista” che andava annientata, una dichiarazione che i leader armeni avevano considerato il preludio ad una nuova aggressione militare da parte di Baku.

L’agenzia di stampa statale russa TASS ha citato Pashinyan affermando che l’accordo raggiunto dovrebbe impedire, come richiesto dagli azeri, lo schieramento del personale di paesi terzi lungo il confine tra Armenia e Azerbaigian. Tale disposizione riguarderebbe sia i membri di una missione di monitoraggio civile dell’Unione Europea attualmente dispiegata e fortemente criticata da Baku, sia le guardie di frontiera russe che sorvegliano alcune parti del confine tra i due paesi.

L’Armenia e l’Azerbaigian hanno combattuto una serie di guerre dalla fine degli anni Ottanta, quando le due repubbliche facevano ancora parte dell’Unione Sovietica. L’oggetto dello scontro è stato il Nagorno-Karabakh, una regione dell’Azerbaigian che aveva una popolazione prevalentemente armena e che si rese indipendente da Baku con il sostegno di Erevan. Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha ripreso il Karabakh con la forza, grazie al sostegno della Turchia e di Israele, costringendo i 100.000 armeni che la abitavano a fuggire per rifugiarsi in Armenia.

Proteste a Erevan

Il processo ai leader armeni del Nagorno-Karabakh suscita proteste
Proprio mentre Erevan annuncia il raggiungimento di un accordo con gli storici nemici, i
l processo a Ruben Vardanyan – un importante uomo d’affari armeno ed ex ministro della Repubblica di Artsakh (come si era denominato il Nagorno-Karabakh durante l’indipendenza di fatto) – in corso a Baku ha scatenato nuove proteste contro il governo armeno.

Nei giorni scorsi la stampa di Erevan ha infatti pubblicato nuovi dettagli sul peggioramento della salute di Vardanyan lanciando accuse di tortura alle forze di sicurezza azere. L’uomo, arrestato dalle autorità azere il 27 settembre del 2023 mentre tentava di rifugiarsi in Armenia, è sotto processo per ben 42 reati, tra i quali quelli di terrorismo e finanziamento del terrorismo.

I suoi avvocati difensori hanno contestato l’imparzialità della corte e accusato la magistratura di Baku di agire per motivi politici. Il 19 febbraio Vardanyan ha anche iniziato uno sciopero della fame per protestare contro quella che descrive come una “farsa giudiziaria”.

Il processo ha scatenato numerose proteste in Armenia. Partiti e associazioni di opposizione a Pashinyan hanno organizzato alcune manifestazioni davanti all’ufficio del Comitato Internazionale della Croce Rossa ed un corteo ha sfilato dalla sede del Ministero degli Esteri al Palazzo del Governo a Erevan, pretendendo che l’esecutivo si spenda per la liberazione dell’ex leader del Nagorno Karabakh e degli altri funzionari armeni imprigionati in Azerbaigian.

Sono infatti 16 gli ex leader delle istituzioni armene del Nagorno Karabakh che sono sotto processo a Baku, ai quali occorre aggiungere tre ex presidenti della repubblica processati separatamente.

Le mobilitazioni e lo sciopero della fame hanno indotto Pashinyan e il Ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan a esercitare nuove pressioni – finora senza esito – sulle autorità azere per il rilascio dei prigionieri. Il premier – da sempre alla ricerca di forti relazioni con gli Stati Uniti e la Francia, in particolare dopo l’abbandono dell’ex repubblica sovietica da parte di Mosca – ha anche cercato di scaricare le responsabilità degli eventi sulla Russia, affermando che Vardanyan era stato inviato in Nagorno Karabakh dal Cremlino.

Da parte sua il governo russo ha declinato ogni coinvolgimento nella vicenda, ricordando che l’ex uomo d’affari aveva deciso spontaneamente di rinunciare alla cittadinanza russa nel 2021 per trasferirsi in Nagorno Karabakh ed entrare a far parte dell’amministrazione dell’autoproclamata Repubblica di Artsakh.

Nato a Erevan durante l’epoca sovietica, Vardanyan ha fatto fortuna in Russia, investendo una parte importante dei suoi capitali in Armenia. Negli ultimi anni, a causa dei suoi legami con l’ex amministratice dell’agenzia statunitense “Usaid” Samantha Power e con l’attore George Clooney è stato spesso accusato di essere una “quinta colonna” filoamericana in Russia e in Armenia.

Al tempo stesso il magnate è stato accusato di gestire in Armenia, attraverso la sua banca, un sistema di riciclaggio di denaro proveniente dalla Federazione Russa, e di operare per garantire gli interessi del Cremlino nel paese di origine.

Tra le altre cose la magistratura dell’Azerbaigian lo accusa di aver contrabbandato mine antiuomo e minerali preziosi mentre era ministro della Repubblica di Artsakh, finché Vardanyan non si è dimesso dal suo incarico su pressione del governo dell’enclave armena e non è stato arrestato al termine dell’operazione militare azera che ha disarmato le forze di difesa armene e posto fine all’esistenza dell’entità armena indipendente.

Baku espelle la Croce Rossa e le agenzie dell’ONU
A causa dello sciopero della fame – in secondo da quanto Vardanyan è stato catturato dagli azeri – le condizioni di salute dell’uomo sono notevolmente peggiorate. I suoi sostenitori sostengono che la sua vita sia in pericolo, soprattutto dopo che il regime di Ilham Aliyev ha ordinato al Comitato Internazionale della Croce Rossa, unico organismo internazionale che ha finora avuto il permesso di visitare i 23 dirigenti armeni detenuti nel paese, di lasciare l’Azerbaigian.

Le autorità hanno accusato la Croce Rossa di aver finanziato illegalmente alcune ong non registrate e di aver spiato l’esercito azero durante le ripetute offensive azere contro il Nagorno Karabakh.

La decisione riguarda anche diverse agenzie dell’ONU e organizzazioni internazionali che finora operavano nel paese. Secondo il regime di Baku, il paese è diventata ormai una potenza economica e non ha più bisogno dell’assistenza da parte degli organismi internazionali, considerati indesiderati testimoni delle continue violazioni dei diritti umani, nonostante le quali l’Azerbaigian ha ospitato lo scorso anno la conferenza COP29 sul clima e sarà la sede l’anno prossimo del World Urban Forum.

In virtù del proprio ruolo di produttore di gas e petrolio e della sua posizione strategica nel Caucaso Meridionale. l’Azerbaigian gode di ottime relazioni sia con la Federazione Russa (anche se i rapporti con Mosca risentono dell’abbattimento per errore di un aereo di linea azero da parte russa alla fine del 2024) sia con gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, in particolare l’Italia e l’Ungheria.

L’Armenia appare invece relativamente sola, nonostante il riaffacciarsi nel paese dell’influenza occidentale dopo che il governo di Erevan ha accusato la Russia – che in Armenia possiede una grande base militare – di non fare abbastanza per sostenerla. Lo scorso anno Pashinyan ha anche sospeso la partecipazione dell’Armenia al Trattato di Sicurezza Collettiva, guidato dalla Russia. Pagine Esteri

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Pace nel Caucaso meridionale, ma a che prezzo?  (ISPI)


Storico: Armenia e Azerbaigian raggiungono un accordo di Pace (ScenariEconomici)


Approntata una bozza di Accordo di pace per l’istituzione di relazioni interstatali tra Azerbaigian e Armenia (FarodiRoma)


Armenia-Azerbaigian: accordo di pace dopo 40 anni di conflitti (Asianews)


Armenia-Azerbaigian: nonostante la conclusione dei negoziati la firma di un accordo di pace sembra ancora lontana (AgenziaNova)


Armenia e Azerbaigian hanno concordato i termini di un trattato di pace (Eunews)


Armenia e Azerbaigian concordano un accordo di pace (RSI)


Accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian: sarà davvero la fine del conflitto? (UltimaVoce)


Armenia e Azerbaijan hanno finalizzato un trattato di pace (EastJournal)


Armenia e Azerbaigian sono pronti a firmare un accordo di pace (Internazionale)


Armenia. Nagorno Karabakh: un accordo di pace fragile con Azerbaigian (NotizieGeopolitiche)

Jerevan: l’ambasciatore Ferranti a colloquio con la ministra armena della Salute Avanesyan (Aise 14.03.25)

JEREVAN\ aise\ – Mercoledì scorso, 12 marzo, l’ambasciatore d’Italia a JerevanAlessandro Ferranti, è stato ricevuto dalla ministra della Salute della Repubblica di Armenia, Anahit Avanesyan.
Nel dare il benvenuto all’ambasciatore, la ministra Avanesyan ha espresso grande apprezzamento per la collaborazione e il sostegno dell’Italia, menzionando l’assistenza medica fornita ai cittadini che avevano riportato ustioni a seguito dell’esplosione di Stepanakert nel settembre 2023. Avanesyan ha inoltre presentato all’ambasciatore Ferranti le priorità in tema di riforme, con particolare riguardo all’introduzione del sistema di copertura universale, esprimendo vivo interesse per il modello italiano, e alla digitalizzazione del settore.
Nel corso dell’incontro è stato infine fatto riferimento allo sviluppo dinamico delle relazioni bilaterali, improntate a profonda amicizia, e all’approfondimento della collaborazione nel settore dell’assistenza medico-sanitaria, nonché alla condivisione di esperienze e conoscenze tra centri medici dei due Paesi.
A sua volta, l’ambasciatore Ferranti ha sottolineato il notevole potenziale di cooperazione tra Italia e Armenia nel campo della scientifico e della salute, proponendo di vagliare gli ambiti di possibile collaborazione, attraverso attività congiunte e programmi di scambio anche a livello accademico. (aise)

PersecuzioniGuerra a bassa frequenza contro i cristiani di Gerusalemme (Renovatio21 13.03.25)

Le minoranze cristiane di Gerusalemme stanno protestando contro la confisca degli immobili del Patriarcato armeno (ortodosso). È l’ultimo attacco del comune che fa parte di un progetto più ampio volto a sradicare qualsiasi presenza cristiana nella Città Vecchia.

L’attacco del 7 ottobre 2023 e la conflagrazione che ne è seguita in Medio Oriente tendono a oscurare le minacce che gravano sulle comunità cristiane di Gerusalemme. Un tentativo discreto di giudaizzare sistematicamente Gerusalemme Est, la parte storica della Città Santa, è in corso da diversi anni, sia da parte di partiti religiosi che della municipalità stessa.

L’ultimo incidente: il mancato pagamento di una tassa comunale chiamata «arnona», una tassa annuale a cui sono soggetti gli occupanti di immobili, siano essi affittuari o proprietari, privati ​​o commercianti. L’origine di questo nome deriva dall’aramaico, lingua in cui questa parola designava una tassa applicata alla produzione agricola.

Questa tassa, che nel mondo biblico designava una tassa sulla produzione agricola, fu istituita nel 1934 durante il mandato britannico da un’ordinanza relativa alle municipalità. Adottata nella sua versione inglese dallo Stato di Israele quando fu creata nel 1948, questa ordinanza sarebbe stata sostituita nel 1964 dalla legge relativa alle municipalità, scritta in lingua ebraica.

Nel febbraio 2025, il municipio di Gerusalemme ha emesso un ordine di confisca delle proprietà appartenenti al Patriarcato per recuperare somme «astronomiche», risalenti al 1994. Il Patriarcato contesta vigorosamente questo debito, che non è stato chiaramente giustificato. L’importo dovuto è stato esagerato e include tasse su alcune proprietà che dovrebbero essere esenti.

Il 18 febbraio le confessioni cristiane della Città Santa hanno pubblicato una protesta congiunta indirizzata al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «è inconcepibile che le istituzioni cristiane, la cui missione per secoli è stata quella di custodire la fede, servire le comunità e preservare la sacra eredità del Santo Sepolcro, debbano affrontare la minaccia di confisca dei beni sulla base di misure che ignorano il diritto a un giusto processo».

L’udienza in tribunale programmata per il 24 febbraio 2025 per esaminare una richiesta del Patriarcato di bloccare questo sequestro è stata rinviata a tempo «ndeterminato. Senza una decisione favorevole, questi beni rischiano di essere venduti all’asta, cosa che i rappresentanti delle Chiese cristiane descrivono come “legalmente dubbia e moralmente inaccettabile».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che ha una forte influenza in Terra Santa, ha aderito a questa iniziativa, perché i cattolici sono anche nel mirino degli ebrei ultra-ortodossi, che sono uno dei perni dell’attuale governo israeliano. Questa vicenda in effetti rilancia una vecchia lotta sull’imposizione delle tasse.

Per secoli, le Chiese di Gerusalemme hanno beneficiato di esenzioni fiscali ereditate dall’era ottomana. Negli ultimi anni, il comune ha tentato di tassare le proprietà non religiose (scuole, ospizi, ecc.), una misura a cui le comunità cristiane si oppongono in quanto attacco alla loro autonomia finanziaria e alla loro missione.

Anche il Patriarcato armeno sta affrontando controverse transazioni immobiliari. Nel 2021, i funzionari hanno venduto proprietà armene per costruire un hotel di lusso. Il Patriarcato ha annullato l’accordo nel 2023, denunciando irregolarità, ma la prosecuzione dei lavori ha portato a scontri con la comunità armena e interventi della polizia.

Nella loro dichiarazione, i leader delle comunità cristiane intendono sensibilizzare l’opinione pubblica su una politica che potrebbe costituire un pericoloso precedente per tutte le istituzioni cristiane, indebolendo ulteriormente una comunità già ridotta all’1-2% della popolazione:

«Prendere di mira una Chiesa è un attacco a tutti e non possiamo restare in silenzio mentre vengono scosse le fondamenta della nostra testimonianza cristiana nella terra di Cristo», denunciano.

Resta da vedere quale peso avranno le proteste dei cristiani di Gerusalemme, considerati cittadini israeliani di seconda classe, mentre i riflettori restano puntati sulla sorte degli ostaggi israeliani trattenuti nella Striscia di Gaza e sul futuro del fragile cessate il fuoco firmato tra lo Stato ebraico e gli islamisti.

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Dalle banche allo sciopero della fame: Ruben Vardanyan sotto processo a Baku (Osservatorio Balcani e Caucaso 13.03.25)

Arricchitosi in Russia, l’imprenditore armeno Ruben Vardanyan è stato ministro nel Nagorno Karabakh armeno. Arrestato dall’Azerbaijan nel 2023, ora è sotto processo a Baku: in sciopero della fame, Vardanyan ha rilasciato dichiarazioni che creano non pochi grattacapi al premier armeno Pashinyan

13/03/2025 –  Onnik James Krikorian

Dall’inizio di quest’anno, 16 importanti ex leader dell’ex Nagorno Karabakh sono sotto processo a Baku. Il processo è stato ampiamente ignorato dai media locali e internazionali fino alla scorsa settimana, quando uno degli imputati, il miliardario russo-armeno Ruben Vardanyan, ora in sciopero della fame, ha rilasciato una dichiarazione audio dalla sua cella tramite la sua famiglia. Gli altri, tra cui tre ex presidenti de facto, sono processati separatamente.

Nato a Yerevan, Vardanyan ha fatto fortuna in Russia, ma ha investito in aziende e progetti filantropici in tutta l’Armenia. Uno dei più noti è l’UWC Dilijan, un college internazionale fondato nel 2014. Ha anche co-fondato il premio annuale Aurora da un milione di dollari, che gli ha permesso di stabilire legami con personaggi come l’ex amministratrice di USAID Samantha Power e l’attore George Clooney. Nonostante ciò, Vardanyan non è immune da controversie.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sanzionato Vardanyan per i suoi legami con la Russia e nel 2019 l’Organised Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) ha citato accuse provenienti dalla Lituania secondo cui Vardanyan avrebbe gestito un sistema di riciclaggio di denaro multimiliardario russo, la Troika Laundromat, tramite la sua banca. Vardanyan, che nega le accuse, è stato spesso accusato di cercare il potere per mantenere l’influenza di Mosca in Armenia.

Dopo l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, ha rinunciato alla cittadinanza russa e si è trasferito nel Karabakh. Alcuni lo accusano di averlo fatto per evitare ulteriori sanzioni internazionali. Vardanyan è stato nominato ministro de facto nella regione separatista nel settembre 2022. Nonostante i presunti stretti legami con Mosca, tre mesi dopo si è rifiutato di consentire alle forze di pace russe di installare scanner sull’unica strada che collega l’Armenia al Karabakh.

L’Azerbaijan ha affermato che mine antiuomo e minerali preziosi venivano trasportati illegalmente attraverso il territorio de facto azero tra le due entità. Vardanyan ha anche organizzato un gruppo di armeni del Karabakh per impedire ai funzionari azeri di controllare la miniera di Kashen in Karabakh poco dopo, inaugurando il semi-blocco del Karabakh da parte dell’Azerbaijan. Anche allora, mentre molti attivisti in Armenia e nella diaspora affermavano che il Karabakh sarebbe morto di fame, Vardanyan ha dichiarato pubblicamente che non sarebbe successo.

Anche se il primo ministro armeno Nikol Pashinyan continuava ad incolpare Mosca per la situazione, Vardanyan riferiva ai media internazionali che le forze di pace russe portavano rifornimenti in convogli composti da decine di camion quasi ogni giorno.

Tuttavia, nel febbraio 2023, Vardanyan è stato rimosso dalle autorità de facto dell’epoca. Anche allora, la sua rete di organizzazioni caritatevoli nel Karabakh si è assicurata che le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare gli anziani e i disabili, ricevessero pane e pasti caldi. Il semi-blocco è terminato dopo 10 mesi nel settembre 2023, quando Baku ha lanciato un’operazione militare per disarmare le forze di difesa armene del Karabakh. Oltre 100.000 persone sono fuggite dalla regione, tra cui Vardanyan e la precedente leadership de facto.

Molti membri dell’amministrazione de facto sono stati arrestati mentre attraversavano il posto di blocco diretti in Armenia. Ora sono sotto processo a Baku. Per Vardanyan, tuttavia, la posta in gioco è più alta. Non solo era stato il più esplicito nel respingere qualsiasi discorso sulla graduale integrazione del Nagorno Karabakh nell’Azerbaijan, ma aveva anche rilasciato una controversa intervista in cui citava operazioni che avevano assassinato diversi funzionari turchi azeri e ottomani un secolo prima. Si ritiene che il presidente azero Ilham Aliyev l’avesse presa come una minaccia personale.

In detenzione preventiva da oltre un anno, Vardanyan ha iniziato lo sciopero della fame per la seconda volta il 19 febbraio. In una dichiarazione audio rilasciata dalla sua famiglia la scorsa settimana, afferma di farlo non per chiedere il rilascio immediato, ma per protestare contro quella che lui afferma essere una “farsa giudiziaria”, chiedendo osservatori internazionali al suo processo e di stare al fianco degli ex funzionari armeni del Nagorno Karabakh. Fino a poco tempo fa, il governo di Pashinyan è rimasto in gran parte in silenzio.

Pashinyan e Vardanyan sono da tempo in conflitto. Il primo trova anche sospetto che il secondo abbia rinunciato alla cittadinanza russa e si sia trasferito nel Karabakh. I funzionari armeni hanno iniziato a commentare solo ora dopo che l’ex presidente de facto, Arayik Harutyunyan, ha ammesso durante il proprio processo che è stato Pashinyan a ordinare attacchi missilistici alla città di Ganja in Azerbaijan durante la guerra del 2020.

In risposta, Pashinyan afferma che ad Harutyunyan sono stati somministrati farmaci psicotropi, cosa che l’ex funzionario nega. Yerevan ora accusa Baku di aver tenuto “processi farsa”. Tuttavia, l’avvocato americano di Vardanyan, a cui è impedito di visitare l’Azerbaijan per incontrare di persona il suo cliente, accusa ancora il governo di Pashinyan di non aver “adottato misure di base”.

La scorsa settimana, una finalista del premio Aurora di Vardanyan, l’attivista pakistana per i diritti umani Syeda Ghulam Fatimasays, ha annunciato che intende visitare Baku per assistere al processo. Vardanyan ora parla anche di pace e sembra aver ammesso il massacro di civili azeri a Khojaly nel 1992. Ha collegato la tragedia al precedente pogrom degli armeni a Sumgait nel 1988. Questo ciclo di violenza continuerà finché non verrà stabilita una “vera pace a lungo termine”, ha affermato.

Vardanyan, dall’aspetto sempre più fragile, ha anche riconosciuto l’umanità di alcuni dei suoi rapitori azeri, pur lamentando l’atteggiamento negativo nei suoi confronti da parte di altri in Armenia. Ciò segna un’inversione di tendenza da parte sua. Nel 2023, aveva persino invitato i residenti di Yerevan a rimuovere i “traditori” al potere durante le elezioni comunali, un chiaro riferimento al Contratto civile di Pashinyan, esortando gli elettori a scegliere un candidato del partito Country for Living da lui finanziato.

All’inizio di questo mese, anche la leader del partito, Mane Tandilyan, ha lanciato il suo sciopero della fame affinché Vardanyan interrompesse il suo. Data la notevole perdita di peso, i suoi sostenitori affermano che la sua vita è in pericolo. Tali preoccupazioni sono aumentate dopo la notizia che il Comitato internazionale della Croce Rossa, unico organismo internazionale con accesso ai 23 armeni etnici ancora detenuti nel paese, ha ricevuto da Baku l’ordine di lasciare l’Azerbaijan.

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Il genocidio degli armeni dell’Impero Ottomano: la mostra storica al Memoriale della Shoah (Sortiraparis 13.03.25)

Dal 1° aprile 2025, il Memoriale della Shoah presenterà una nuova mostra interamente dedicata al genocidio armeno, un capitolo oscuro della storia del XX secolo.

Per commemorare il centodecimo anniversario del genocidio degli armeni e nell’ambito del dovere di memoria storica, il Memoriale della Shoah presenta dal 1° aprile (fino al 4 novembre 2025) una mostra dedicata a questo grande tragico evento della storia.

La mostra ripercorre gli eventi che hanno provocato, prefigurato e portato al genocidio di cui gli armeni sono stati vittime nel corso del XX secolo: considerato oggi un crimine contro l’umanità, il genocidio fatica ancora a essere riconosciuto da alcune nazioni. Perpetrato tra il 1915 e il 1916, più di due terzi degli armeni che allora vivevano sul territorio dell’ImperoOttomanofurono sterminati in condizioni disumane. Deportazioni, carestie, marce della morte e massacri costrinsero i sopravvissuti e i loro discendenti alla fuga. A ottant’anni dalla pubblicazione della legge del 29 gennaio 2001 che riconosce il genocidio degli armeni, la mostra ripercorre, spiega, documenta e sensibilizza su questo genocidio, in commemorazione degli eventi.

La mostra, allestita all’aperto lungo l’Allée des Justes, è aperta a tutti.

Visuels musée et monument - mémorial de la ShoahIl Memoriale della Shoah: il luogo della memoria a Parigi
Il Memoriale della Shoah di Parigi ci apre le sue porte gratuitamente, invitandoci a ricordare e a comprendere la storia degli ebrei di Francia, soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale. [Per saperne di più]

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