Il revisionismo storico ai danni della Chiesa Armena (Informazioncattolica 26.04.25)

LA CANCELLAZIONE DEL PATRIMONIO DELLA CHIESA ARMENA DA PARTE DELL’AZERBAIGIAN

Con profondo cordoglio ricordiamo la scomparsa di Papa Francesco I, testimone instancabile della giustizia, della verità e della dignità dei popoli perseguitati.

Il 10 aprile 2025, la Pontificia Università Gregoriana di Roma ha ospitato una conferenza intitolata

“Il Cristianesimo in Azerbaigian: Storia e Modernità.” Essa è stata organizzata dal Centro Internazionale del Multiculturalismo di Baku, dall’Istituto di Storia ed Etnologia Bakikhanov dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, dall’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigian presso la Santa Sede e dalla Comunità Religiosa Cristiana Albanese-Udi.

Questo evento non è stato un’iniziativa accademica, ma una piattaforma di revisionismo pseudo-scientifico. Ha promosso narrazioni sponsorizzate dallo Stato miranti a cancellare la presenza storica della Chiesa Armena e ad appropriarsi dei suoi monumenti attribuendoli falsamente agli antichi Albani del Caucaso — un popolo completamente diverso dagli odierni albanesi europei.

L’obiettivo reale era chiaro: delegittimare le radici indigene degli Armeni e presentarli come estranei alla loro stessa terra ancestrale.

I documenti presentati erano parte di una campagna di propaganda ben documentata e decennale volta a distorcere l’eredità millenaria della Chiesa Armena — su suolo armeno oggi occupato da un regime con una comprovata storia di distruzione culturale.

Queste falsificazioni non sono errori accademici innocui, ma veri e propri atti deliberati di aggressione storica.

Esse seguono di meno di due anni l’inumano blocco di nove mesi e l’assalto genocida del settembre 2023 contro il Nagorno-Karabakh, che hanno portato alla pulizia etnica di 120.000 Armeni cristiani autoctoni.

Questo crimine ha fatto seguito alla guerra dei 44 giorni del 2020, quando l’Azerbaigian — sostenuto da mercenari stranieri affiliati all’ISIS e ad Al-Qaeda — ha lanciato un’offensiva non provocata contro civili e siti religiosi, inclusa la Cattedrale Ghazanchetsots a Shushi.

L’aggressione dell’Azerbaigian contro il patrimonio culturale armeno non è una novità. È parte di una politica di genocidio culturale modellata sull’esempio turco, applicata sistematicamente ovunque nel suo territorio.

I casi più eclatanti si sono verificati tra il 1990 e il 2009, quando circa 10.000 khachkar — sacre croci armene scolpite nella pietra — sono stati rasi al suolo a Julfa, nel Nakhichevan, in quello che l’UNESCO e numerosi studiosi hanno definito uno dei peggiori atti di distruzione culturale del XXI secolo.

Ciò che rende questo episodio particolarmente allarmante è la palese complicità del Vaticano. La conferenza si è svolta con la piena conoscenza — e in alcuni casi la partecipazione — di alti funzionari vaticani. Tra questi figuravano Padre Mark Lewis, S.J., Rettore della Pontificia Università Gregoriana; il Cardinale Claudio Gugerotti, Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali; e il Vescovo Vladimir Fekete, Prefetto della Prefettura Apostolica dell’Azerbaigian.

La Pontificia Università Gregoriana ha dichiarato di non essere stata in alcun modo coinvolta nell’organizzazione della conferenza, né di aver concesso patrocinio o collaborazione. Nessuna autorità accademica né professore della Pontificia Università Gregoriana ha rivolto saluti, tenuto lezioni o partecipato all’evento. L’università ha dichiarato di aver semplicemente affittato l’aula. (*) Sebbene l’università affermi di aver solo affittato l’auditorium, la prominente esposizione delle bandiere del Vaticano e dell’Azerbaigian sul palco conferiva all’evento un’apparenza inequivocabile di patrocinio ufficiale.Se la propaganda negazionista da parte dell’Azerbaigian era prevedibile, è invece inaccettabile che tale revisionismo sia stato permesso all’interno di una delle principali istituzioni accademiche della Santa Sede.

Conferenze di questo tipo sono state a lungo organizzate a Baku per scopi propagandistici: questa era la dodicesima conferenza sull’argomento. Ma ospitarne una a Roma, sotto gli auspici vaticani, conferisce una falsa legittimità a menzogne che servono un’agenda genocida.

In una lettera indirizzata alla conferenza, il Cardinale Gugerotti — noto armeniologo — ha vergognosamente ripreso i punti di vista del regime azero. Non ha menzionato le centinaia di chiese armene, cimiteri e monumenti culturali sotto occupazione, né gli attuali sforzi del regime per cancellarne l’identità armena. Al contrario, ha lodato l’Azerbaigian: “L’Azerbaigian, crocevia di popoli e fedi, è una terra antica sulla quale è stata preservata una tradizione cristiana che ha le sue radici nell’epoca dell’Albania caucasica. I monumenti sacri, le chiese, i manoscritti e i ricordi rappresentano non solo testimonianze artistiche, ma espressioni tangibili dell’anima di un popolo che ha saputo onorare Dio in forme diverse e nella fedeltà della propria fede.”

La conferenza è stata avvolta nel segreto, annunciata pubblicamente solo il giorno prima del suo svolgimento. I suoi atti non sono stati resi disponibili online e non è stata pubblicata alcuna lista dei relatori o dei partecipanti — un’offesa a tutte le norme di trasparenza della vita accademica. Questa deliberata opacità suggerisce che sia gli organizzatori sia i funzionari vaticani erano pienamente consapevoli degli obiettivi disonesti dell’evento e cercassero di ridurre al minimo l’esame pubblico.

Questo evento fa parte della campagna incessante di genocidio culturale condotta dall’Azerbaigian, successiva alla pulizia etnica dell’Artsakh e all’incitamento all’odio di Stato volto all’annientamento dell’Armenia. La retorica del regime — che definisce la Repubblica d’Armenia “Azerbaigian Occidentale” — non è semplice propaganda: è accompagnata da una politica sistematica di violenza, negazione e cancellazione, sostenuta da un apparato militare e finanziario alimentato dall’armenofobia.

La decisione del Vaticano di collaborare con tale regime rappresenta non solo un fallimento morale, ma anche un grave tradimento dei propri valori fondamentali. È uno scandalo che mina la credibilità della Santa Sede come voce di pace, giustizia e difesa dei popoli perseguitati. Tradisce inoltre i profondi legami spirituali e storici che da secoli uniscono il popolo armeno alla Chiesa Cattolica. Tali legami sono ora minacciati da opportunismo politico e interesse materiale: negli ultimi anni, il Vaticano ha stretto crescenti legami finanziari con il regime autoritario dell’Azerbaigian.

Come documentato da IrpiMedia, l’Azerbaigian ha finanziato restauri delle catacombe romane, dei Musei Vaticani, della Biblioteca Apostolica Vaticana e perfino della Basilica di San Pietro. Nel febbraio 2020, Mehriban Aliyeva — moglie di Ilham Aliyev e vicepresidente dell’Azerbaigian — ha ricevuto l’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza pontificia. La decisione del Vaticano di onorare la rappresentante di un tale regime ha suscitato legittime proteste internazionali.

Il coinvolgimento di alti funzionari vaticani in un’azione che di fatto legittima il genocidio culturale contro l’Armenia — la prima nazione cristiana del mondo — dimostra una profonda bancarotta morale. È in aperta contraddizione con i valori cristiani di giustizia, verità e solidarietà, nonché con i legami storici che uniscono il popolo armeno alla Santa Sede.

Noi, i sottoscritti, chiediamo alla comunità internazionale di condannare senza ambiguità la decisione del Vaticano di ospitare questa conferenza presso la Pontificia Università Gregoriana, a seguito della brutale pulizia etnica di 120.000 Armeni cristiani. Chiediamo inoltre alle Chiese Armene Apostolica, Cattolica e Protestante, insieme alle loro parrocchie in tutto il mondo, al governo armeno, alle istituzioni armene in Armenia e nella Diaspora, e a tutte le organizzazioni e partiti politici armeni, di adottare una posizione ferma e unita: dichiarare il Cardinale Claudio Gugerotti, Padre Mark Lewis e il Vescovo Vladimir Fekete personae non gratae. Con la loro partecipazione o complicità in questo atto di falsificazione storica e tradimento morale, hanno perso ogni diritto ad essere accolti tra i fedeli armeni. Non devono essere ammessi in Armenia, né ricevuti in alcuna chiesa, istituzione o comunità armena. Questa non è solo una questione politica o accademica: è una crisi morale e spirituale. Il silenzio e l’inazione non sono più un’opzione.

(*) Questa petizione è stata aggiornata il 14 aprile 2025 aggiungendo il paragrafo contrassegnato con un asterisco, con la precisazione della Pontificia Università Gregoriana circa il proprio coinvolgimento nella conferenza.

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A Bari il popolo armeno saluta il Papa con la liturgia: «Sempre amico della nostra gente» (Gazzetta del Mezzogiono 26.04.25)

Celebrata una messa in memoria dei Martiri del Genocidio Armeno nella chiesa di San Gregorio in città vecchia, e si è pregato anche per Bergoglio

BARI – Una liturgia in rito armeno in memoria dei Martiri del Genocidio Armeno si è svolta nella Chiesa di San Gregorio a Bari Vecchia (accanto alla Basilica di San Nicola), officiata da P. Bsag Tepirjian, archimandrita della Chiesa Apostolica Armena, a cura del Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari. Durante il rito si è pregato anche per Papa Francesco, amico del Popolo Armeno in contemporanea con le sue esequie a Roma.

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La storia non si cancella, il ricordo del genocidio armeno (Rainews 26.04.25)

Si inserisce nel cartellone del Teatro da Camera e Dialoghi di Carta sotto la direzione artistica di Elena Pau. Si tratta di un doppio evento, che vede protagonista la scrittrice Sonya Orfalian. In apertura, l’autrice dialoga con Irma Toudjian dell’ultimo suo libro, edito da Sellerio, Alfabeto dei bambini armeniTrentasei racconti, quante sono le lettere dell’alfabeto armeno, per altrettante testimonianze e storie di bambini e bambine sopravvissuti al genocidio armeno per mano ottomana, tra il 1915 e il 1923. A seguire, il recital C’era o non c’era – Fiabe d’Armenia tratto da un altro libro di Sonya OrfalianA cavallo del vento. Fiabe d’Armenia, con Anna-Lou Toudjian, voce recitante, e Irma Toudjian al pianoforte. C’era e non c’era – in armeno gar u cigar – è la formula con cui hanno inizio le fiabe armene.

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L’odio religioso lega i due genocidi del Novecento. L’analisi di Robiati Bendaud (Il Foglio 26.04.25)

Il legame tra il genocidio armeno e la Shoah è segnato da un comune denominatore profondo. Le antiche strutture di sottomissione e stereotipi razzisti hanno preparato il terreno per entrambe le tragedie del secolo scorso. Un libro lo racconta con un approccio originale

Il genocidio armeno e quello ebraico sono strettamente interconnessi: quanto più si risale alle origini dell’uno, tanto più si trovano elementi comuni con l’altro. Con un approccio particolare e originale, Vittorio Robiati Bendaud offre una interpretazione “religiosa” di entrambe le grandi tragedie del Novecento. Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno (Liberilibri, 180 pagine, 18 euro) è un saggio di carattere “pionieristico”, scrive Antonia Arslan nella postfazione; possiede cioè un carattere “inedito”, e forse offre “la giusta chiave per lucchetti che attendevano di essere aperti”. Anche se Metz Yeghérn (il “Grande Male”, così gli armeni chiamano la cancellazione del loro popolo) è stato realizzato dal nazionalismo laico dei Giovani Turchi e poi ultimato da Ataturk, le sue radici affondano nell’istituto islamico della dhimma, lo status di sottomissione cui gli armeni (come gli ebrei e altre minoranze cristiane) erano sottoposti da secoli nell’ambito dell’impero ottomano.

“Solo l’archetipo misogino” – scrive Bendaud –  “basato sulla subalternità della donna dominata al maschio dominante, spiega e rende tristemente ben evidente nel sistema politico-religioso della dhimma il significato di parole quali protezione, fedeltà, infedeltà, ribellione, arroganza, nonché l’unilateralità assoluta di tali giudizi”. Analogamente, la Shoah avviene fattualmente per mano dei nazisti, ma scaturisce dalla sedimentazione di un substrato plurisecolare di antigiudaismo cristiano. Centrali, nell’analisi di Bendaud, sono gli studi dello storico tedesco Stefan Ihrig e della filosofa cattolica americana Siobhan Nash-Marshall. Entrambi mettono in rilievo come l’anti-armenismo tedesco, di impronta schiettamente razzista, abbia preparato il terreno per l’odio anti-ebraico del nazismo. I grandi massacri degli armeni a fine Ottocento sono l’avvio del processo genocidario, e possono contare sulla piena copertura ideologica e politica della Germania guglielmina.

Nel 1898 il Kaiser Guglielmo II si proclama a Damasco “amico dei musulmani di tutto il mondo”, mentre gli intellettuali del Reich definiscono gli armeni “razza astuta e sediziosa” e propongono lo stereotipo dell’“usuraio armeno”, fino alla definizione degli armeni come “super-ebrei”: un accostamento che ispirerà Adolf Hitler, anch’egli alla ricerca – come la nuova Turchia – di uno “spazio vitale” per il popolo tedesco e di una “soluzione finale” per una minoranza mostrificata. Il saggio si conclude con riferimenti di strettissima attualità: “E’ individuabile un fil rouge nel modus operandi del dispotismo islamico – da Abdul Hamid II al contemporaneo Ilham Aliyev, dai Fratelli Musulmani a Hamas, dal tardo Ottocento ai giorni nostri (…): si tratta del ribaltamento della realtà e della sua mistificazione, raggiungendo livelli paradossali di menzogna”. E ancora: “L’indipendenza di questo antico popolo cristiano risulta insopportabile (…). Una situazione non dissimile da quanto accade a Israele: minuscolo nei fatti, ma enorme nell’ossessione di una soverchiante maggioranza arabo-islamica che si estende, sovrana e indiscussa, su territori immensi”.

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Papa Francesco: Karekin II (Chiesa apostolica armena), “ha difeso la giustizia e la pace, mostrando compassione verso i bisognosi” (SIR 25.04.25)

“Papa Francesco era un leader amato in tutto il mondo, umile, coraggioso e pieno di bontà; ha seguito con fedeltà le orme di Cristo”. Con queste parole il Katolikos di tutti gli Armeni, Karekin II, ha voluto rendere omaggio a Papa Francesco, con un messaggio di cordoglio pubblicato dal Centro informazioni della Santa Sede di Etchmiadzin. “In tempi difficili ha assunto la grande responsabilità del papato, testimoniando il Vangelo, difendendo la giustizia e la pace, mostrando particolare compassione verso i bisognosi e contribuendo al rafforzamento dei rapporti tra le Chiese”, scrive Karekin II, ricordando con riconoscenza che “nelle sue preghiere non mancava mai il ricordo del mondo ferito da guerre e ingiustizie, e in particolare del nostro popolo colpito dalle conseguenze del conflitto del Karabakh”. Il Katolikos ha infine citato con gratitudine la messa per il centenario del genocidio armeno nella basilica di San Pietro, la proclamazione di san Gregorio di Narek come Dottore della Chiesa e la visita del Papa in Armenia.

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Una retata, poi violenze e deportazioni. I 110 anni dal massacro degli armeni (Avvenire 24.04.25)

C’è un forte nesso tra guerra e genocidio, poiché la prima è il contesto in cui tutte le atrocità sono possibili. La cultura del nemico consente operazioni difficilmente concepibili e realizzabili in tempo di pace

Centodieci anni fa, mentre infuriava la Prima guerra mondiale, il governo dei Giovani Turchi – il Comitato Unità e Progresso – dava il via all’eliminazione del millet armeno dal corpo dell’Impero ottomano. Il “triumvirato”, che si era sostituito al Sultano alla guida dell’Impero, intendeva infatti costruire, con feroce determinazione, un Paese omogeneo dal punto di vista etnico-religioso e la guerra mondiale fu l’occasione per spingere alla realizzazione di tale tragico disegno.
Tutto inizia appunto il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, con una gigantesca retata, in cui l’élite armena della capitale viene liquidata. Seguono i massacri, un vilayet dopo l’altro, e poi le deportazioni “dei gruppi di popolazione sospetti di spionaggio e tradimento, qualora le necessità militari lo richiedano” Destinazioni prescelte le desolate località siriane di Deir ez-Zor o di Ras al ‘Ain, dove, durante o dopo una marcia a piedi di centinaia di chilometri, un intero popolo viene trucidato nei modi più raccapriccianti, tanto da sollevare le inutili proteste degli ufficiali tedeschi e austriaci (alleati della Sublime Porta nella Grande Guerra) o dei diplomatici neutrali che sanno di quei drammatici eventi.
Obiettivo gli armeni, senza eccezioni, ma molto spesso – e questo è poco noto – anche le altre comunità cristiane, tra cui quella siriaca e caldea. Il caso di Mardin, nel vilayet di Diyarbakir, è significativo di un accanimento che non distingue tra i cristiani, colpendo tutte le comunità. Finiva così una secolare coabitazione, tipica di quell’Impero “mosaico” che era stato il dominio ottomano.
È importante fare memoria di tale tragedia, quando la cronaca dell’oggi ci parla di un Oriente cristiano – con tradizioni risalenti all’epoca apostolica, con una grande eredità teologica e spirituale e con una storia di confronto e convivenza col vissuto islamico – che rischia di scomparire. Quale futuro per i cristiani nel Medio Oriente? È la domanda che ci si pone in un momento difficilissimo per quelle comunità depauperate dall’emigrazione. La città martire di Aleppo, da millenni luogo di compresenza fra popoli e confessioni, è emblematica di quanto accade anche altrove e prefigura forse il destino di un’area più vasta, quasi un’amara resa alle ragioni di chi predica l’ineluttabilità degli scontri di civiltà.
Ricordare ciò che avvenne 110 anni fa in quelle stesse zone è quindi importante per capire il presente. Perché il Metz Yeghérn, il Grande Male, come si dice in armeno, ci mostra che i peggiori abissi sono possibili. C’è un forte nesso tra guerra e genocidio, poiché la prima è il contesto in cui tutte le atrocità sono possibili, con le articolazioni dello Stato impegnate in una lotta in cui sfuma sempre di più il confine tra militari e civili, tra obiettivi “leciti” e illeciti, mentre la cultura del nemico consente operazioni difficilmente concepibili e realizzabili in tempo di pace.
La ricorrenza del genocidio è di fondamentale importanza per tutto il popolo armeno. Ma comprendere il legame tra quanto avvenuto allora e il clima di guerra che si respirava e si viveva, ci aiuta anche a restare vigili e a ripudiare il clima bellicoso di questi ultimi anni, gli appelli al riarmo, la demonizzazione dell’altro. Ogni guerra peggiora il mondo, ogni guerra è gravida di mostri ancora peggiori di quelli della morte in battaglia. Da ogni guerra può nascere un genocidio.
Un capolavoro della letteratura mondiale, I 40 giorni del Mussa Dagh, di Franz Werfel, sulla resistenza armena sull’altopiano tra Cilicia e Siria, descrive bene tanto il tragico disegno dei Giovani Turchi – “Fra l’uomo e il bacillo della peste non c’è possibilità di pace” -, quanto l’ipocrisia di un Occidente che aveva fomentato i nazionalismi e viveva a sua volta un'”inutile strage: “Il nostro governo è venuto a scuola da voi”
La storia rischia di ripetersi, in forme diverse, ma altrettanto violente. Occorre non dimenticare, parlare e operare perché gli esiti non siano gli stessi. Vanno coltivati tutti gli spazi possibili di dialogo e di mediazione e valorizzata ogni tensione unitiva, ricordandoci che siamo tutti sulla stessa barca, perché nessuno possa un giorno parlarci di nuovo dell’altro come di un “bacillo della peste” o rivendicare di aver imparato dalle nostre parole o dai nostri gesti.

Marco Impagliazzo 

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Quello che ci ha insegnato lo sterminio degli Armeni: il genocidio non è sempre opera di spietate dittature (L’Unità 24.04.25)

Un libro di Robiati Bendaud racconta l’orrore del massacro realizzato dai turchi, con l’appoggio dei tedeschi e il silenzio dell’Europa. Può succedere di nuovo

Cultura – di Piero Sansonetti

24 Aprile 2025 alle 11:41
Quello che ci ha insegnato lo sterminio degli Armeni: il genocidio non è sempre opera di spietate dittature

Il primo genocidio del novecento, quello che probabilmente fece da modello anche per Hitler, non fu opera di un dittatore spietato ma di un gruppo di giovani idealisti liberali mazziniani, che avevano combattuto contro la dittatura. Li chiamavano i “Giovani Turchi” ed erano stati a lungo perseguitati dal potere ottomano negli anni a cavallo tra l’ottocento e il novecento. Poi si erano armati e avevano marciato su Istanbul. Erano andati al potere nel 1908 ed erano diventati classe dirigente, quella che poi espresse una figura come Mustafà Kemal Ataturk, padre della moderna repubblica turca.

Questo per dire che non occorre una spietata dittatura per compiere un genocidio. Succede spesso che i genocidi siano messi in moto da poteri democratici. Del resto nel secolo precedente, cioè nell’ottocento, quella che stava diventando la più potente democrazia del mondo, gli Stati Uniti, eseguì scrupolosamente il genocidio dei nativi americani senza suscitare nessuno sdegno nell’intellettualità occidentale. Il genocidio del quale stiamo parlando è stato uno dei più meticolosi e spietati della storia. Lo sterminio degli armeni. Iniziato nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, esattamente 110 anni fa. Erano passate appena due settimane da Pasqua e dalla fine della battaglia dei Carpazi tra russi e austriaci. La prima guerra mondiale era in pieno svolgimento. Il governo turco, alleato con i tedeschi e gli austriaci contro i russi, odiava gli armeni, sia per vecchie rivalità etniche e culturali (l’Armenia è una culla cattolica ed era un popolo fortemente europeo) sia per ragioni militari perché gli armeni erano amici dei russi. In quella notte, a Istanbul vengono arrestati centinaia di intellettuali, giornalisti, professionisti e politici armeni. In sostanza tutto il gruppo dirigente armeno. Poche settimane dopo, il 29 maggio, il parlamento approva la legge Tehcir e autorizza le deportazioni. Che iniziano subito e sono gigantesche e massacranti.

L’Armenia è un piccolo territorio, senza sbocco al mare, chiuso tra l’Azeirbajan, la Turchia, la Georgia e l’Iran. Il genocidio è condotto in parte dall’esercito turco che attacca le città e i villaggi armeni e non fa prigionieri. In parte con le marce della morte, dalle quali non si salva quasi nessuno. Si muore per sfinimento, per fame, per sete. I turchi non si accaniscono contro i soldati o i maschi in età di guerra. Cioè non puntano semplicemente a impedire che i giovani armeni si uniscono ai russi. Vogliono lo sterminio. Vogliono cancellare l’Armenia e seppellirla sotto montagne di sale. Uccidono le donne, uccidono migliaia e migliaia di bambini.
Gli storici non sono uniti nella valutazione delle cifre. Chi dice un milione di morti, chi addirittura tre milioni. Così come non sono univoci nel calcolo della popolazione armena del tempo. Le valutazioni oscillano tra il milione e mezzo e i tre milioni e mezzo. I calcoli più attendibili e più accreditati dicono che gli armeni, nel 1915 fossero poco più di due milioni e che ne fossero rimasti vivi non più di settecentomila. Le vittime della strage furono circa un milione e mezzo. Le autorità turche ancora non riconoscono il genocidio, e dicono che i morti furono solo 800 mila. Gli armeni chiamano questo genocidio il Mec Egern, che nella loro lingua vuol dire Grande Male.

È uscito in questi giorni un libro scritto da Vittorio Robiati Bendaud, giovane storico e filosofo italiano, 41 anni, presidente dell’ “Amicizia ebraico-cristiana di Milano, Carlo Maria Martini”. Il libro si chiama “Nontiscordardime” (edizioni liberilibri, prefazione di Paolo Mieli). Robiati Bendaud ha scelto una parola molto dolce e delicata per raccontare il primo grande orrore del secolo breve. Il nome di un fiorellino azzurro (che è il simbolo di chi denuncia quel massacro) e di una tenera canzone anni trenta. E ha scritto questo libro proprio per provare a dirci quello che in pochissimi dicono: che fu un vero genocidio, che fu sostenuto dai tedeschi, che non fu in nessun modo condannato e punito dall’Occidente, che ancora oggi è negato. La storia è questa: quando il genocidio fu messo in atto, e fu eseguito in tempi rapidissimi, ad Instanbul c’erano molti ufficiali tedeschi che guidarono le operazioni. Anche il capo delle truppe che eseguirono il genocidio (truppe in gran parte reclutate tra galeotti) era un turco di origini tedesche: Frierdich Bronsart von Shellendorf. Nel 1918, quando i turchi furono definitivamente sconfitti nella guerra mondiale, gli alleati arrestarono 144 ufficiali coinvolti in quella infamia. Li processarono, li assolsero e li mandarono a casa.

Il genocidio armeno è stato cancellato. È riconosciuto solo da 30 paesi in tutto il mondo. Eppure è di dimensioni spaventose. Almeno l’80 per cento della popolazione sterminata. Atrocità senza fine. Torture, infanticidi. Ferocia assolutamente paragonabile alla ferocia nazista. E Robiati Bendaud non si limita a raccontare la storia. Racconta che ancora oggi gli armeni sono vittime di persecuzioni. Soprattutto nel Nagorno, perseguitati dall’Azerbaijan, ma anche, ancora, da parte dei turchi. Nell’indifferenza generale dell’Occidente. Di più: spesso con l’appoggio anche militare dell’Occidente nei confronti dei nemici degli armeni. È una delle grandi vergogne europee. E nessuno la denuncia. E nessuno si oppone. Cosa possiamo imparare da questo? Che non basta dire democrazia. Non basta dire legalità. Non basta dire “mai più”. Siamo ancora dentro, tutti, alle atrocità del novecento che furono molte più di quelle che sappiamo.

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Genocidio degli armeni. La lezione che Hitler assimilò e mise in atto (Il Giornale 24.04.25)

In un momento storico in cui il termine «genocidio» ricorre con frequenza nel dibattito politico, spesso evocato a sproposito, colpisce il silenzio o la sottovalutazione di uno dei più tragici genocidi della storia: quello armeno. Eppure ricorrono 110 anni dallo sterminio di circa tre milioni di armeni avvenuto tra 1915 e 1916 durante l’Impero Ottomano ma, ancora oggi, varie nazioni, tra cui la Turchia, non lo riconoscono. Il genocidio perpetrato dagli ottomani ha segnato per sempre la storia del popolo armeno che ne ha tenuta viva la memoria grazie a romanzi, canzoni, film e memoriali a partire da quello eretto a Yerevan. Nella storia della letteratura rimarranno alcuni libri incentrati proprio sul genocidio armeno, a cominciare da I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel. Scrittore ceco di origine ebraica, in un viaggio nel 1929 a Damasco con la moglie Werfel conosce numerosi esuli armeni sopravvissuti al genocidio e decide di scrivere il suo libro che uscirà nel ’33. È la storia di un gruppo di sette villaggi armeni situati alla base del monte Mussa Dagh che si oppongono con le armi ai turchi.

Nel 2004 la scrittrice italo-armena Antonia Arslan ha pubblicato un romanzo che ha ottenuto successo in Italia, La masseria delle allodole, ispirato ai racconti dei suoi familiari sopravvissuti al genocidio. La Arslan fa emergere un altro aspetto della persecuzione degli armeni, non solo le uccisioni di massa, ma anche i rastrellamenti dei Giovani Turchi e le deportazioni in cui le famiglie armene persero tutto.

In occasione dell’anniversario per i 110 anni dal genocidio, la casa editrice Liberilibri ha pubblicato un libro di Vittorio Robiati Bendaud: Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno. Il titolo prende spunto da un piccolo fiore perenne chiamato nontiscordardime e scelto come emblema del Metz Yeghérn, il genocidio armeno. Robiati Bendaud, studioso dell’ebraismo, fa notare come la Turchia, erede dell’Impero Ottomano, non sia stata sanzionata come accaduto alla Germania dopo il nazismo. Pur essendoci differenze tra Shoah e genocidio armeno è infatti impossibile non cogliere un parallelismo tra i due eventi.

Ripercorrendo la storia armena, Robiati Bendaud arriva ai nostri giorni e alle persecuzioni che gli armeni vivono nei territori dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh). Ancora oggi, spiega l’autore, avvengono fenomeni di negazionismo del Metz Yeghérn, e sostiene che il genocidio armeno è «tuttora in essere». Robiati Bendaud si sofferma su come il genocidio armeno abbia rappresentato per Hitler uno spunto per il piano di sterminio degli ebrei: «l’interrogativo retorico attribuito a Hitler chi si ricorda più del massacro degli armeni?, laddove solitamente si pensa all’oblio come a un formidabile alleato nell’opera genocidaria, evidenziando così la fiducia riposta dal Fürher in un dispositivo mnemonico al contrario per garantirsi l’impunità». In realtà, scrive l’autore, Hitler aveva bene in mente quanto avvenuto nell’Impero Ottomano: «se è stato fatto, può essere compiuto nuovamente. Non solo. Egli ricordava distintamente con quali modalità ciò era stato perpetrato, ossia con la negazione dei fatti nel momento stesso in cui accadevano, con i tipici dispositivi negazionisti di inversione della colpevolezza, laddove il carnefice è giustificato e la vittima è colpevolizzata e demonizzata».

Così, se nella visione giustificazionista dei Giovani Turchi erano gli «armeni a nuocere ai turchi», allo stesso modo «se c’è l’antisemitismo è colpa degli ebrei». Ma i parallelismi, purtroppo, non terminano qui poiché il negazionismo riguarda tanto gli armeni quanto gli ebrei: «Fu il negazionismo, magistralmente perseguito e realizzato, a permettere questa conflagrazione, densissima e contraddittoria, tuttora in essere, tra oblio e ricordo, che ha contribuito a mantenere sotto scacco la memoria condivisa del Metz Yeghérn». Secondo l’autore «la saldatura tra Metz Yeghérn e Shoah, laddove convergono e conflagrano antisemitismo, dhimma, nazionalismi, panislamismo, radicalismo islamico, con un esito genocidario, giungendo sino alla più scottante nostra attualità, costituisce un unicum». Robiati Bendaud conclude sostenendo che «l’antiebraismo sia stato il veicolo e l’archetipo per l’antiarmenismo in Europa». Si tratta di una lettura che trova conferma nel fondamentalismo islamico che mette nel mirino sia gli armeni sia gli ebrei. Come scrive Antonia Arslan nella postfazione: «Noi abbiamo visto, ora per ora, giorno per giorno, la rovina e la resistenza eroica! dell’Artsakh armeno, nel silenzio del mondo, distratto da altro. Noi abbiamo visto i fatti tremendi del 7 ottobre».

Anche per questo oggi è importante perpetrare la memoria del genocidio armeno e, al tempo stesso, rivendicare il corretto uso delle parole quando ci si riferisce alla storia. Non mancano d’altro canto numerose opere che indagano a fondo quanto avvenuto 110 anni fa, dai libri di Marcello Flores agli studi di Aldo Ferrari, fino a Metz Yeghérn. Breve storia del genocidio degli armeni di Claude Mutafian e a Il genocidio armeno. Una storia lunga un secolo di Omar Viganò.

Non c’è però opera più significativa del Viaggio in Armenia di Osip Mandel’tam il cui incipit trasmette la spiritualità di una terra che non meritava di subire ciò che ha vissuto il suo popolo: «Sull’isola io ho vissuto un mese, godendo dell’immobilità dell’acqua lacustre a un’altezza di quattromila piedi e avvezzandomi alla contemplazione di due o tre decine di tombe disseminate alla maniera di aiuole tra le residenze monastiche ringiovanite dai restauri

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RASSEGNA STAMPA. 23, 24 e 25 aprile 2025 – Memoria del Popolo Armeno

Cagliari, a Palazzo Siotto al via Racconti d’Armenia (Mediterranews)

La cerimonia in ricordo del genocidio del popolo armeno (Italpress 23.04.25)

L’iniziativa si svolgerà nella Fondazione Siotto da domani al 26 aprile, nell’ambito della “Giornata della Memoria del Genocidio armeno” (Kalatitanomedia 23.04.25)

Racconti d’Armenia, da giovedì nel Palazzo Siotto di Cagliari tre giornate per riscoprire la cultura di un paese dalle radici millenarie (Sardegnaierigoggidomani 23.04.25)

Paci Dalò e Vanelli in concerto per il popolo armeno e la pace (IlrestodelCarlino 23.04.25)

Paci Dalò e Vanelli per non dimenticare il genocidio armeno (Gagarin 23.04.25)

“Solidarietà con la Repubblica d’Armenia” (Comune Torina 23.04.25)

Memoria viva, Zungri ricorda il genocidio del popolo armeno: la bandiera esposta dal palazzo municipale (Ilvibonese)


ARMENIA, CENTEMERO (LEGA): NON DIMENTICARE GENOCIDIO PER EVITARE TRAGEDIA SI RIPETA (9Colonne 24.04.25)

Il filo di sangue tra Armenia e Siria: nel ricordo del primo genocidio del ‘900 (Spondasud 24.04.25)

Armenia: Sensi (Pd), ‘ogni sforzo per verità negata su genocidio’ (Adnkronos 24.04.25)

Il Genocidio armeno: cause, prove storiche e negazionismo turco (Spondasud 24.04.25)

Centodieci anni fa il genocidio armeno: oggi quella memoria è più viva che mai (IlFattoQuotidiano 24.04.25)

Erevan, celebrato il Giorno della Memoria del Genocidio armeno (Ansa 24.04.25)

Il cinema come memoria storica: raccontare il genocidio armeno sul grande schermo (Torino Cronaca 24.04.25)

Un videoreportage e un libro per ricordare il Genocidio armeno (GliStatiGenerali 24.04.25)

Komitas, la voce silenziosa dell’Armenia sopravvissuta all’orrore ma distrutta dal dolore (Torino Cronaca 24.04.25)

Il “Grande Crimine”: il genocidio degli armeni, 110 anni dopo (Insideover 24.04.25)

Il genocidio armeno nel racconto del prof. Aldo Ferrari (Korazym 24.04.25)

Erevan, celebrato il Giorno della Memoria del Genocidio armeno (IlNordEst 24.04.25)

Genocidio armeno, 24 aprile di 110 anni fa l’inizio dello sterminio di 1,5 milioni di persone, Salvini: “Ferita della storia” (Informazione 24.04.25)

Aurora Mardiganian: la ragazza che raccontò il genocidio armeno al cinema (Spondasud 24.04.25)


La comunità armena celebra la memoria dei Martiri del Genocidio e ricorda Papa Francesco (Buonsera24 25.04.25)A 110 anni dal genocidio armeno: «Purtroppo è un termine che siamo costretti ancora ad usare»

A 110 anni dal genocidio armeno: «Purtroppo è un termine che siamo costretti ancora ad usare» (Padovoggi 25.04.25)

Maino (Lega-LV): “La voce del Veneto all’incontro con Antonia Arslan. La memoria è il fondamento della verità storica”

 

Il genocidio armeno: 110 anni di memoria, negazione, giustizia e indifferenza (Torino Cronaca 24.04.25)

Prima del 24 aprile 1915, nell’ex Impero Ottomano si trovavano 2,925 cittadine e villaggi abitati dai vicini armeni. Dopo il 24 aprile il numero si è ridotto tragicamente sotto l’ombra dell’indifferenza mondiale. A distanza di 110 anni, il genocidio degli armeni è ancora una ferita aperta e un dibattito sugli atti premeditati di un paese che continua a negare i fatti, nonostante le prove e le testimonianze di sopravvissuti che nemmeno l’Intelligenza Artificiale può contraffare.

La cosa più scioccante? Nel 2025, in Italia, l’insegnamento del genocidio armeno nelle scuole non è uniformemente integrato nei programmi scolastici nazionali e al mondo solo Germania, Francia e Stati Uniti hanno iniziato da meno di dieci anni a integrare l’argomento nell’educazione, sia scolastica che universitaria. Ma cos’è stato il genocidio armeno? Perché a 110 anni le diaspore armene mondiali continuano a parlarne? E soprattutto, perché la Turchia continua a negarlo? Partiamo dalla prima domanda.

Foto di Armin T. Wegner

Cos’è stato il Genocidio Armeno?

C’è un punto da chiarire: come lo è stato per l’Olocausto, il genocidio degli armeni non aveva coinvolto solo gli abitanti del paese caucasico ma anche curdi, greci e assiri (che si intenderebbe per siriaci o caldei). Com’è nato? Certamente c’è stata una premeditazione: nell’Impero Ottomano, al tempo della Grande Guerra, erano arrivati al potere i Giovani Turchi guidati da Talaat Pasha, l’ideatore numero uno, seguito dal fratello Enver, co-ideatore della politica di pulizia etnica e da Djemal, che supervisionò le deportazioni nel deserto siriano. Durante il primo anno di guerra, i Giovani Turchi avevano intenzione di espandersi e in alcune occasioni sono andati contro l’esercito inglese e russo, e in entrambi i casi sono stati sconfitti in maniere umilianti e per non perdere la fiducia del popolo, dovevano trovare un capro espiatorio a cui dare tutte le colpe, e gli armeni sono stati il bersaglio perfetto.

Non solo armeni, ma anche cristiani, che, secondo Pasha, non sarebbero mai entrati in armonia con i turchi e con le loro politiche. E da qui, parte il piano sistematico e accuratamente orchestrato: già negli anni precedenti alla guerra, il governo aveva effettuato censimenti dettagliati delle popolazioni armene, identificando villaggi, parrocchie, scuole e centri culturali. Allo scoppio della guerra, i soldati armeni arruolati nell’esercito ottomano furono disarmati, isolati e successivamente impiegati in battaglioni di lavoro forzato, dove furono sistematicamente eliminati, mentre i media come i giornali furono controllati e utilizzati per dipingere gli armeni come una “quinta colonna” al servizio della Russia, per giustificare l’imminente repressione.

E poi arriva il 24 aprile 1915, dove 200 persone tra intellettuali, leader religiosi, scrittori, giornalisti e politici armeni furono arrestati a Costantinopoli e deportati nell’interno dell’Anatolia, dove la maggior parte fu giustiziata. E la situazione, da quel giorno, degenera: sotto l’apparente legalità della Legge sulla Deportazione (Tehcir Kanunu), le popolazioni armene furono obbligate a lasciare le loro case con poco preavviso e dovettero marciare per centinaia di chilometri verso il deserto siriano, in condizioni disumane. Le “marce della morte” furono teatro di violenze, stupri, massacri e fame. Le colonne di deportati erano spesso attaccate da milizie locali, bande criminali o dai gendarmi stessi, incaricati in realtà di sterminarli lungo il percorso.

sopravvissuti alle marce venivano concentrati in veri e propri campi di sterminio improvvisati, soprattutto nell’area di Deir ez-Zor, nel deserto siriano, campo che oggi non esiste più ma che molti visitano in ricordo dei fatti accaduti. In questi luoghi, privati di acqua, cibo e ripari, morirono decine di migliaia di armeni. Molti furono uccisi direttamente, altri lasciati morire di stenti. I beni degli armeni – case, terre, botteghe, chiese – furono confiscati dallo Stato o redistribuiti a cittadini turchi o musulmani, spesso con atti formali di esproprio. I bambini sopravvissuti furono spesso islamizzati a forzaaffidati a famiglie musulmane per cancellare la loro identità.

 

 

E per le donne la sorte è stata niente meno che atroce: durante le deportazioni, migliaia di donne e ragazze venivano rapite lungo le carovane, spesso da miliziani o bande paramilitari che collaboravano con il governo ottomano. Venivano vendute, scambiate come schiave, o “prese” come concubine. Alcune furono cedute come “spose di guerra” a famiglie musulmane per islamizzarle e cancellarne l’identità. I bambini che portavano in grembo venivano spesso uccisi o strappati loro alla nascita. Donne incinte venivano brutalmente uccise, persino squarciate nel ventre, come riportano vari testimoni occidentali. C’erano episodi di mutilazioni genitaliimpiccagioni di donne nude nei mercati dei villaggi, marchiature a fuoco sul corpo. Le più anziane spesso venivano lasciate morire di fame o gettate in burroni, mentre le giovani venivano tenute come oggetti sessuali o schiavizzate.

Il tutto sotto gli occhi di fotografi e giornalisti che, vedendo gli atti di crudeltà subiti, hanno scattato delle foto che ancora oggi vengono ritenute false dal governo turco: donne crocifisse perché cristiane, uomini impiccati o decapitati, bambini con sguardi persi e corpi scheletrici. Foto nascoste per tanto tempo per paura di essere censurati, com’è stato per il fotografo tedesco Armin T. Wegner, autore delle foto principali del genocidio.

Lo sterminio andò avanti fino al 1917 ma non finì come per la Shoah, con l’abbandono dei nazisti dei campi di concentramenti e con le liberazioni da parte degli eserciti alleati, ma finì gradualmente per una serie di fattori storici e geopolitici legati alla caduta dell’Impero Ottomano e al mutare degli equilibri internazionali alla fine della Prima guerra mondiale fino alle fughe dei Pasha in Germania. Tra il 1915 e il 1917, un milione e mezzo di armeni è stato sterminato.

Perché si continua a parlarne a 110 anni di distanza?

Per rispondere a questa domanda è doveroso riportare una frase: chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?”. Prima di rivelare colui che disse questa frase, è doveroso riflettere su questa domanda retorica e darne una risposta. Chi parla ancora oggi degli armeni? Di quello che hanno vissuto, della separazione forzata delle loro famiglie, della cancellazione della loro cultura, della loro stessa identità? Chi ne parla se non coloro che ne hanno scritto libriscattato fotocreato film muti (come ha fatto Aurora Mardiganian, celebre attrice e autrice di “Ravished Armenia” da cui è stato tratto il film) e cantato canzoni? I discendenti di coloro che sono sopravvissuti, coloro che sono scappati per la paura, quelli che si ricordano vagamente di quello che è stato.

Aurora Mardiganian

Ne parlano gli stranieri che si appassionano alla storia di un paese che c’è stato fin dal diluvio universale, il primo paese al mondo ad aver accettato il cristianesimo come religione ufficiale. Un paese che ha contribuito alla scienza e alla cultura e che continua a combattere contro i paesi che la vogliono estinta dalla faccia della terra.

Chi parla ancora oggi del genocidio armeno? I nipoti, i pronipoti e i discendenti che ogni giorno sentono il peso di tramandare con le loro voci le testimonianze dei loro avi, e di coloro che non hanno potuto raccontare la loro storia, sotto l’indifferenza del mondo, che distoglie lo sguardo e fa finta di non sentire.

“Chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?”. Se lo era chiesto Adolf Hitler.

 

 

Perché la Turchia continua a negarlo ancora oggi?

Questa è una di quelle domande a cui solo Dio potrà dare una risposta. Non è facile pensare ad una risposta concreta e che dia un senso alla premeditazione omicida che ancora non ha portato pace al popolo armeno globale. Diaspore da tutto il mondo, con protestepetizioni e lettere ai capi di stato, persino politici sollevano da più di un secolo la questione della negazione da parte della Turchia di riconoscere gli atti del 1915.

Il presidente turco Erdogan, fin dall’inizio del suo mandato, aveva rilasciato delle sconcertanti dichiarazioni sulle richieste da parte anche dell‘UE di riconoscere il genocidio, definendolo una “conseguenza tragica della guerra” e mai un “genocidio”. E pensare che la stessa parola ‘genocidio’ è stata cognata nel 1944 da Raphael Lemkingiurista polacco ebreo per designare lo sterminio degli armeni perpetrato dall’impero ottomano. Due più due fa quattro.

Raphael Lemkin

110 anni dopo. Che cosa si può fare oggi?

Il genocidio degli armeni è stata uno degli stermini di massa più riusciti del XX secolo. Un piano orchestrato alla perfezione che ha dato ai turchi la chance di negare ciò che è stato. Cosa si può fare oggi per non continuare su questa linea? Canali Youtube, libri, film, canzoni, le stesse persone, che siano armene totalmente, o per metà o di discendenza, sono piccole sfumature di un quadro più grande e più doloroso che deve essere conosciuto e affrontato.

È quindi un dovere, sia degli armeni che vivono oggi, che i non di ricordare, di ascoltare, di conoscere, di vedere. Non è una semplice lezione di storia, ma è una graffetta su un capitolo dell’esistenza umana che rimane fisso con la coda dell’occhio.

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