San Gregorio Armeno 2025: a Nardò una settimana tra fede, tradizione ed eventi in musica (Lecce tomorrow 07.02.25)

Nardò tornano le celebrazioni in onore di San Gregorio Armeno, un appuntamento ormai consolidato che, anche per il 2025, proporrà una settimana ricca di eventi religiosi e civili. Dal 13 al 19 febbraio, il Settenario aprirà il periodo di preghiera, con le Confraternite riunite nella Basilica Cattedrale Santa Maria Assunta.

Tra gli eventi più attesi, il 15 febbraio si terrà l’inaugurazione del nuovo organo della Cattedrale, resa possibile grazie al contributo dei fedeli. La cerimonia sarà accompagnata dalla distribuzione di un opuscolo commemorativo dedicato allo strumento restaurato.

Il 20 febbraio, alle ore 17:15, in Piazza Salandra, si svolgerà la tradizionale cerimonia dei cento rintocchi, un momento di raccoglimento per ricordare le vittime del terremoto del 1743. La giornata proseguirà con lo spettacolo dell’Orchestra sinfonica Tebaide d’Italia, che si esibirà dalle ore 20:00 con un repertorio di grandi classici della musica nazionale e internazionale.

Tra gli appuntamenti culturali spiccano anche i due concerti CandleLight del 18 febbraio nel Teatro comunale, che offriranno un’esperienza musicale a lume di candela (spettacoli alle 20:00 e 21:00, con ingresso su prenotazione).

Le celebrazioni si chiuderanno il 22 febbraio 2025, con il concerto di Antonio Castrignanò e Taranta Sounds, che animeranno via Grassi a partire dalle 21:00, regalando una serata all’insegna della musica e delle tradizioni popolari.

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A Nardò si prepara la festa per San Gregorio Armeno (Lecce Sette)


 

Intervista a Yervant Gianikian: “Siamo tutti prigionieri della guerra non solo nei film” (Identità 07.02.25)

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono due maestri dell’arte, la coppia di cineasti italiani più conosciuta all’estero. I loro film sono stati visti nei più prestigiosi musei del mondo: Reina Sofia, Jeu de Paume, Louvre, Tate Modern, Centre Pompidou, Moma, soltanto per citarne alcuni. Hanno vinto premi importantissimi: Il Leone d’Oro per Il Padiglione armeno, Biennale d’Arte di Venezia 2015, il premio FIAF. A breve con due mostre l’Italia li vedrà ancora protagonisti unici del Cinema di Avanguardia, ma non svelo qui i luoghi, per lasciare ai lettori il piacere della scoperta.

Qual è il primo ricordo della sua infanzia?
È una coperta sulle spalle, sulle gambe in una cantina di Merano durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Mi sembra di ricordare anche l’odore di umidità, e mia madre che mi teneva in braccio. Il profumo dei suoi capelli.

C’è un collegamento tra il bambino che si rifugia in cantina e il lavoro che insieme ad Angela Ricci Lucchi avete fatto per il vostro Cinema? Vi siete occupati in tanti vostri film della violenza del Secolo scorso, e nella vostra ultima Opera “Frente a Guernica” sottolineate cos’è il male e la guerra.
Certo che c’è un legame. Frente a Guernica l’abbiamo fatto proprio perché c’era e c’è la guerra in Europa, sentivo il bisogno di rispondere in qualche modo alla violenza. Il film ha preso il posto del Terzo Diario di Angela che ho rimandato ancora dopo i primi Due Diari proiettati in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e che poi hanno fatto il giro del mondo.

La guerra evoca la morte, che cos’è per lei la morte?
Oggi la morte è diventata una questione televisiva, durante la guerra dei Balcani c’era questa pornografia sulla morte dove a qualsiasi ora ti mostravano delle immagini terribili. Distruzioni, corpi mutilati, e gli effetti della guerra. Tutto ciò ci aveva spinto nella metà degli anni Novanta a vederle con i nostri occhi: la morte e la guerra.

Soldati mutilati, interventi chirurgici di militari in alcuni vostri film… uomini sotto le bombe. Esiste una vita oltre la morte?
Torno indietro, dopo aver terminato nel 1986 Dal Polo all’Equatore che finiva con la Prima Guerra Mondiale, con la distruzione dei corpi durante i bombardamenti e con la distruzione del supporto stesso del cinema come strumento per far conoscere al mondo cosa accadeva durante i massacri. Cè una forza non quantificabile oltre la vita.

“Prigionieri della guerra” e non è soltanto il titolo di un vostro film.
Io mi sento ancora prigioniero della guerra. Siamo oggi più che mai tutti prigionieri della guerra.

Quando ha pianto l’ultima volta?
Di sicuro l’ultima volta non è stata quando ero bambino.

L’Armenia oggi, viste le sue origini armene… Suo padre Raphael Gianikian era un superstite del Genocidio armeno del 1915.
L’Armenia oggi è un luogo disperato, dove il cuore del Karabakh è stato perduto. Il luogo più profondo della cultura è stato distrutto. È un paese isolato che non riceve aiuti esterni. Soffre anche della sovrappopolazione di chi fugge dalle guerre.

Biden ha dichiarato per la prima volta che quello degli armeni è stato un Genocidio. Cosa le direbbe se potesse incontrarlo?
Amici americani mi avevano scritto di questo fatto. Gli direi “finalmente l’avete fatto. Ha avuto un grande coraggio. Non era stato fatto prima con Bush, con Obama. Gli mostrerei il finale del nostro film Uomini Anni Vita, dove gli armeni fuggono dal Karabakh da allora. E quella parte finale del film riguarda una marcia senza vedere dove il gruppo di esodati arriva. È una fuga, è una ricerca di donne, bambini e uomini di un rifugio. Ci sono due gemelli anziani che portano i corpi di bambini morti.

Ai politici quale film farebbe vedere?
Farei vedere loro Prigionieri della guerra. E poi la parte dell’operazione agli occhi di “Oh! Uomo” per spiegare attraverso i nostri film cos’è la guerra.

Qual è il filo rosso del vostro lavoro?
La violenza. Il Genocidio degli armeni. Lo sterminio senza fine del 1915 e non sufficientemente documentato. La ferocia degli esseri umani che non ha fine. Ma bisogna resistere e trasformare il male patito, così come mio padre mi ha insegnato, Raphael a tal proposito scriveva “audacia, sempre audacia.”

Che lavoro ha in cantiere?
I Diari di Angela Noi due Cineasti Capitolo Terzo.

Quant’è presente ancora Angela Ricci Lucchi nel lavoro cinematografico?
In pratica è sempre qui, che mi indica il nostro lavoro, che mi svela i suoi scritti. La sua ricerca.

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Viaggio in Armenia: una meta sorprendente tra tradizione e modernità (Loneleyplanetitalia 07.02.25)

Dimenticate il turismo di massa. Dimenticate la ressa, le file e il chiasso, dimenticate il sovraffollamento e le foto tutte uguali e puntate verso l’Armenia: è piccola e a portata di mano. E sa essere sorprendente. Vi aspetta una cultura millenaria ma anche cibo in abbondanza, vino e cognac, poi montagne, sentieri e gole da esplorare. E un popolo sorridente che non vi farà mai sentire a disagio.

Armenia, davanti a Sevan. Credits Marina Cioccoloni

Armenia, davanti a Sevan. Credits Marina Cioccoloni
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Un talento innato per le sfumature

Eccomi in Armenia, nazione semi sconosciuta incastrata nel Caucaso, e Yerevan, la capitale, è il punto di partenza di ogni viaggio. Ha quasi tremila anni e li porta benissimo, qui modernità e tradizione si intrecciano come le trame di un tappeto tradizionale, vecchie Lada tagliano la strada a Mercedes ruggenti tra le fontane danzanti di Piazza della Repubblica.

Il passato sovietico è tangibile e parla la lingua dei grandi palazzi di quel periodo, ma ci sono parecchie architetture dei primi del Novecento che sgomitano per farsi notare, tra un ristorante che serve khorovats alla brace (una sorta di spiedini di maiale o agnello) e sforna chilometri di lavash (il sottilissimo pane tradizionale fatto con farina, acqua e sale orgoglio del paese e patrimonio intangibile UNESCO dal 2014), affiancato da un wine bar frequentato da giovani alla moda.

Yerevan e l’Ararat sullo sfondo. Credits Luigi Farrauto

Yerevan e l’Ararat sullo sfondo. Credits Luigi Farrauto

Non sarà il clamore ad attirarvi in Armenia: piuttosto i piccoli dettagli, le sfumature. Il primo, impossibile non notarlo, è l’alfabeto: gli armeni usano una scrittura tutta loro, inventata nel 405 d.C. da Mesrop Mashtots per tradurre la bibbia. Trentanove lettere che assomigliano a battiti d’ali sul foglio; c’è anche uno stile calligrafico che le ritrae in veste di uccelli e ha un nome impronunciabile, trchnakeer, anch’esso patrimonio intangibile Unesco. Secondo la tradizione, la prima frase scritta in armeno è “Riconoscere la saggezza e la sapienza, conoscere le parole geniali”, ed è la frase che campeggia sulla facciata del Matenadaran (in armeno ‘biblioteca’), una collezione di più di 2000 testi, alcuni risalenti fino a mille anni fa. È uno dei luoghi più speciali al mondo perché ne custodisce la memoria tracciata con l’inchiostro, e chiunque subisca il fascino della parola scritta non può non visitarlo.

Per un panorama sulla capitale occorre salire in cima alla Cascata, il Centro per le Arti Cafesjian, dribblando statue di Fernando Botero, Joana Vasconcelos e Saraj Guha e affrontando ben 572 scalini: il cielo su Yerevan è limpido, l’Ararat è davanti a noi e le sue due cime sembrano un dente di squalo che protegge la nazione – ma che dico, non c’è più il mare in Armenia, al massimo i ricordi del diluvio universale e qualche pezzo di legno dell’Arca di Noè. Ci raccontano che durante il regno di Urartu, tra il IX e il V secolo avanti Cristo, l’Armenia era enorme e si estendeva dal Caspio al Mediterraneo – e Urartu era il suo nome babilonese, da cui è derivato Ararat. Che però oggi è in territorio turco (il monte più alto dell’Armenia ha un nome simile, è l’Aragats, 3889 m).

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La scarpa in pelle più antica del mondo al Museo Nazionale di Storia di Erevan. Credits Luigi Farrauto

La scarpa in pelle più antica del mondo al Museo Nazionale di Storia di Erevan. Credits Luigi Farrauto

In centro a Yerevan c’è anche ilMuseo di Storia dell’Armenia, dove sono esposti reperti che vanno dall’età del bronzo ai giorni nostri. Qui si comprende che, pur essendo così piccola, l’Armenia ha un’identità notevole. La sua popolazione ne va giustamente fiera. Mi dicono che gli armeni sono tre milioni nel paese e ben sette in giro per il mondo, i cosiddetti ‘armeni della diaspora’. Un’identità sparsa nei cinque continenti dopo il genocidio subito tra il 1915 e il 1916. Tra i tanti oggetti esposti al museo c’è la scarpa in pelle più antica al mondo (risale al 3500 a.C.!), trovata nel 2008 ad Areni, in una grotta carsica della regione di Vayotz Dzor.

In quell’occasione, proseguendo gli scavi nelle grotte, è emersa anche la cantina con le più antiche attrezzature per la vinificazione mai scoperte, imbastite 6100 anni fa. Già Erodoto, Strabone e Senofonte avevano parlato della vinificazione dell’Armenia, ma nessuno gli aveva davvero creduto. La scoperta è stata l’assist per presentare il vino armeno al mondo, e in grande stile: in pochi anni si è passati da una ventina di produttori a più di duecento, inaugurando ciò che è stato definito il rinascimento del vino armeno. Sì, perché con buona pace di Italia e Francia, è l’Armenia la patria del vino: attualmente non esiste prova storica che smentisca questa tesi. E qui di vino se ne produce tanto (le regioni vinicole sono cinque: Vayots Dzor, Ararat, Aragatsotn, Armavir e Tavush) ed è buonissimo. ‘Bevi’, mi hanno detto durante una delle tante degustazioni, ‘e sentirai il tempo’. Non so se l’ho sentito, forse qualche nota di legno e frutta, ma ho chiesto comunque il bis. Squisito.

Per un wine tour nella capitale fiondatevi a Saryan Street, a nordovest del centro storico. Ci troverete molti pub, un’atmosfera giovane e fiumi di vino per tutti i gusti. E che dire del brandy? La fabbrica di Yerevan ha aperto i battenti nel 1887, e pare che persino Churchill si fosse innamorato dell’Ararat, tra i brandy più famosi (gli appassionati potranno visitare l’Ararat Museum per approfondire le conoscenze in materia, oltre che per degustare, info su en.araratbrandy.com). E se sulla fantasia nei nomi scelti gli armeni potrebbero fare progressi, sulla qualità non c’è niente da dire.

Il monastero di Khor Virap. Credits Luigi Farrauto

Il monastero di Khor Virap. Credits Luigi Farrauto
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Monasteri e spiritualità

Nei dintorni di Yerevan, tappa obbligatoria è il Monastero di Khor Virap, per la sua incredibile posizione, con alle spalle il monte Ararat, e per la sua storia avvincente. È infatti il luogo dove san Gregorio fu imprigionato e torturato per tredici anni in una fossa piena di serpenti. Non solo riuscì a sopravvivere, ma curò anche il malato re Tridate III fino a convertirlo al cristianesimo, che grazie a lui divenne religione di stato dal 301 d.C, 12 anni prima dell’Editto di Milano. Dunque l’Armenia è il primo paese cristiano al mondo (sì, sono tanti i primati dell’Armenia). È per questo che per molti viaggiatori dire Armenia equivale a dire monasteri, e certo, sono ovunque e sono magnifici, ma fermarsi ai luoghi di culto è una prospettiva miope. Come non smettono di ricordarci, ‘In Armenia c’è molto altro oltre ai monasteri’. Io non ho dubbi, ma intanto li voglio vedere tutti.

Mi fiondo nel cosiddetto ‘Vaticano armeno’Echmiadzin, a Vagharshapat. È la Santa Sede della Chiesa apostolica armena, dove abita il Catholicos (l’analogo del Papa) Karekin II. La cattedrale è straordinaria, e il vicino museo è un luogo curioso, custodisce un pezzo di legno trovato in cima all’Ararat e considerato la prova che l’Arca di Noè si sia incagliata lì dopo il diluvio. Poco importa se la tradizione dell’Arca e del diluvio è molto più antica del Cristianesimo, già presente nella babilonese Epopea di Gilgamesh, scritta secoli prima della Bibbia. Vedere quel legno è toccante. Accanto, poi, c’è anche la Lancia di Longino, che secondo la tradizione fu usata dai soldati romani per trafiggere Cristo. Importa ancora meno se anche Cracovia, Vienna e Roma dichiarano di possederla, vale come per il legno: ammirarla fa un certo effetto.

Il tempio di Garni. Credits Luigi Farrauto

Il tempio di Garni. Credits Luigi Farrauto

Proseguo il mio tour dei monasteri fino a quello di Geghard, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. È un capolavoro scolpito direttamente nella montagna. Qui l’aria è impregnata di incenso, e il silenzio sembra avere un peso quasi sacro.

Uno degli elementi più distintivi del paesaggio armeno sono i khachkar – in tutto il paese sono più di cinquantamila. Sono dei cippi funerari simili a totem con al centro una grande croce scolpita, spesso circondata da un cornicione con motivi geometrici. Il più antico è del IX secolo ma si vedono ancora artisti chini a scolpirli; sono patrimonio intangibile Unesco dal 2010. ‘Non esistono due khachkar uguali’, mi hanno detto.

Sempre nei dintorni di Yerevan gli amanti dell’archeologia potranno visitare il tempio greco-romano di Garni, del 77 d.C., l’unico tempio periptero (circondato da colonne) dell’ex Unione Sovietica, e i resti della cattedrale di Zvartnots (anch’essa patrimonio UNESCO), la cui prima edificazione risale al settimo secolo. Poi l’Ararat sullo sfondo sembra messo apposta per farci scattare la foto perfetta, specie al tramonto.

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Vigne in Armenia. Credits Luigi Farrauto

Vigne in Armenia. Credits Luigi Farrauto

Natura e spazi aperti

Stufi di monasteri e rovine? Ecco dove l’Armenia vi stupirà. Per un po’ di sano edonismo non lontano da Areni c’è Jermuklocalità termale già conosciuta dai sovietici e riportata in auge di recente, dove potrete sollazzarvi tra acque minerali, trattamenti e aromaterapie. Vicino Garni merita invece una visita la Sinfonia di Pietre, nel bacino del fiume Azat: con un nome così sarebbe affascinante anche se fosse un edificio vuoto, invece è una pioggia di pietre basaltiche esagonali alte fino a cinquanta metri, che viste da lontano assomigliano alle canne di un organo gigante che si stacca dal fianco di un monte.

A est della capitale il lago Sevan è una delle destinazioni di villeggiatura preferite dagli armeni. Quota 2000, è il più grande bacino idrico del paese. Ci troverete due immancabili monasteri, il Sevanavank e l’Hayravank, e un panorama struggente, con le acque del lago alle spalle e lo sguardo che si perde tra i monti del Caucaso.

Se viaggiate in Armenia in estate, tenete presente che gli appassionati potranno fare immersioni nel lago (ci sono centri certificati PADI, ma non aspettatevi di immergervi nella barriera corallina e considerate che l’acqua è molto fredda), ma anche concedersi una nuotata dalle spiagge di ciottoli, sulla costa orientale del lago. In inverno, invece, vicino a Sevan c’è il Comprensorio sciistico di Tsaghkadzor, sui pendii del monte Tegenis, costellato di hotel e amatissimo dai turisti russi.

Per completare il quadro sui record armeni, degna di menzione la funivia Wings of Tatev, a sud del paese. È la funivia più lunga del mondo (5,7 km) e sembra sfidare la gravità, sospesa sul canyon del fiume Vorotan. Parte ogni mezz’ora e in meno di 15 minuti raggiunge quota 5.752 metri.

Inutile dire che in cima incontrerete l’ennesimo monastero (la funivia porta proprio lì), ma la vera attrazione qui è il panorama, che sfida ogni senso di vertigine. E se l’adrenalina fosse nelle vostre corde (o se aveste bisogno di smaltire le tante degustazioni di vino), ci sono sia l’Armenian National Trail (1000 km), sia il Transcaucasian Trail, un sistema di sentieri che attraversa Georgia, Armenia e Azerbaijan (cercateli tutti sull’app HikeArmenia). Per i ciclisti invece c’è il Boo Mountain Bike Park, a Vanadzor, a nord della capitale.

Insomma, l’Armenia è piccola ma accontenta tutti. E come suggerisce Best in Travel 2025,è uno dei dieci paesi da visitare quest’anno.

E allora dimenticate il turismo di massa, la ressa e le foto tutte uguali: per il prossimo viaggio scegliete l’Armenia.

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Casatenovo, UTE: la Turchia nei racconti del professor Sironi (Casateonline 07.02.25)

Nel secondo e terzo appuntamento che UTE – Università per tutte le età, ha dedicato alla geografia, il professor Alfio Sironi,   docente di geografia nella scuola secondaria di secondo grado, cultore della materia presso l’Università degli Studi di Milano e organizzatore de “Il libro del Mondo – Festival delle Geografie”, ha condotto una serata alla scoperta della Turchia contemporanea. Lo ha fatto a partire da un viaggio lungo i confini del paese, che ha preso le mosse dalla città di Salonicco, oggi greca, un tempo importante città di porto all’interno dell’Impero Ottomano per poi esplorare le coste del Mar Nero, il confine orientale con l’Armenia e l’Iran e infine il confine sud, nel Kurdistan turco.  L’avvio da Salonicco non è stato scelto casualmente, sottolinea il docente: Salonicco fu una delle città ottomane più contaminate da influenze e idee europee; in città nacque Mustafa Kemal, padre della Turchia contemporanea, e il movimento dei Giovani Turchi ebbe lì una delle sue prime basi d’azione. Salonicco è stata quindi al centro della nascita della Turchia di oggi. Inoltre è una città che ha assistito ad alcune delle grandi tragedie che hanno colpito la regione nelle prima parte del Novecento: lo scambio forzato di popolazioni a seguito del trattato di Losanna del 1923, la deportazione della più vasta comunità ebraica dei Balcani. Storie che collocano Salonicco all’interno delle grandi vicende storiche europee del tempo.

In seguito, Sironi si è soffermato sul confine est del paese, la parte orientale dell’Anatolia, ripercorrendo la storia di territori legati a doppio filo con le vicende della comunità armena. Il genocidio armeno del 1915 ha comportato per queste aree un drammatico cambiamento nella composizione etnica, tuttavia ancora oggi sussistono e percorrendo quelle rotte si trovano tracce di quel passato e delle sue storie.   Cittadine come Van, Kars, il sito archeologico di Ani sono ancora oggi testimoni dei secoli passati, quando erano incluse nello spazio della Grande Armenia storica.

Il viaggio è proseguito poi verso sud passando per Hasankeyf, un sito archeologico di massima importanza, crocevia sulle cui vie si sono susseguite nel tempo le popolazioni sumere, babilonesi e assire; nel 2020 questo patrimonio dell’umanità è stato parzialmente inondato per via della realizzazione della grande diga di Ilisu, parte del faraonico progetto GAP, portato avanti dall’attuale governo turco per il controllo geopolitico dell’acqua dei fiumi Tigri ed Eufrate.
Sempre a sud l’analisi di Sironi si è poi concentrata nelle cittadine del Kurdistan turco, come  Diyarbakır,  Şanlıurfa e Gaziantep. In quelle aree si può comprendere meglio la condizione di vita della minoranza etnica curda nella Turchia di oggi, caratterizzata da limitazioni e vessazioni. Al contempo il docente ha fatto presente l’analoga situazione in cui versa oggi il Kurdistan siriano, ossia le aree siriane oltre il confine turco.

Ultima tappa della conferenza è stata Istanbul. La cittadina più importante del paese, la cui urbanistica porta i segni di ogni curva della storia recente e passata. Oggi città vittima dell’overtourism,  ricca di fermento ma anche di tensioni sociali, sede di alcuni dei movimenti di protesta più ampi contro il governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan, come quello di Gezi Park nel 2013. Da sindaco di Istanbul la carriera dell’odierno Presidente ha preso avvio e forse proprio da Istanbul si produrrà un cambiamento nel futuro politico della Turchia.

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Eurovision 2025, Armenia: svelata la line-up del Depi Evratesil. Ci riprova Athena Manoukian (Eurofestivalsnews 06.02.25)

Sono stati comunicati oggi i nomi dei 12 artisti che parteciperanno al Depi Evratesil, la selezione nazionale che decreterà il rappresentante dell’Armenia all’Eurovision 2025 di Basilea (Svizzera).

Tra i nomi annunciati spicca quello di Athena Manoukian, ultima vincitrice del Depi Evratesil nel 2020 ma non in gara all’Eurovision Song Contest a causa della cancellazione per la pandemia di Covid-19.

Altri nomi di discreto successo oltre a lei sono Anahit Adamyan, seconda classificata allo Junior Eurovision 2016 in coppia con Mary Vardanyan e nativa di Sochi (Russia), e il cantante indie-pop Parg, famoso in patria per la cover – in coppia con il dj J-Marin – di “Snap” di Rosa Linn, in gara all’Eurovision Song Contest 2022 e poi successo globale.

Questa la lista completa degli artisti in gara:

  • Altsight
  • Anahit & Gasoiia
  • Anahit Adamyan
  • Arsen Grigoryan feat. Kamil
  • Athena Manukyan
  • Flora Bichakhchyan
  • Gevorg Harutyunyan
  • Mels Danielyan
  • Milena Mirijanyan
  • Parg
  • Sevagir
  • Simon

Le canzoni con cui gareggeranno saranno rese note domenica 9 febbraio. La finale del Depi Evratesil avrà luogo domenica 16 febbraio al Karen Demirchyan Complex di Yerevan, con diretta a partire dalle 16 (ora italiana). Il vincitore – e futuro rappresentante dell’Armenia all’Eurovision Song Contest 2025 – sarà deciso unicamente dal televoto.

L’Armenia verso l’Eurovision 2025

Per l’emittente armena AMPTV si tratta di un ritorno al passato, organizzando nuovamente una finale nazionale a 5 anni di distanza dall’ultima volta. L’ultima edizione – la terza dopo quelle del 2017 e 2018 – del Depi Evratesil infatti risale al 2020 e vide la vittoria di Athena Manoukian con “Chains on you“. Brano ed artista non arrivarono mai però sul palco eurovisivo, con la cancellazione del contest a causa della pandemia di Covid-19.

Nelle due precedenti edizioni a trionfare furono Artsvik, nel 2017, e Sevak Khanagyan, nel 2018. La prima a Kiev raggiunse la finale, classificandosi 18°, con “Fly with me” mentre il secondo, in gara a Lisbona con “Qami“, marcò la seconda eliminazione dell’Armenia in semifinale 7 anni dopo quella di Emmy nel 2011.

Lo scorso anno AMPTV aveva selezionato internamente i Ladaniva come rappresentanti dell’Armenia all’Eurovision Song Contest 2024. Scelta ripagata a pieno visto che il duo franco-armeno composto da Jaklin Baghdasaryan e Louis Thomas con “Jako” ha chiuso all’8° posto finale, segnando il miglior risultato del paese all’Eurovision Song Contest dal 2016.

Palestinesi come ebrei, armeni e non solo: le pulizie etniche che sporcano la storia del mondo (La Repubblica 06.02.25)

Il progetto di trasferire gli abitanti da Gaza a molti ricorda la persecuzione che hanno subito nel passato molte minoranze. Dall’antichità ad oggi, così in molti conflitti si è tentato di cancellare un intero popolo

LONDRA – “Evitare qualsiasi forma di pulizia etnica a Gaza”: ieri il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres ha risposto così alla proposta di Donald Trump di trasferire in vari Paesi arabi i due milioni di palestinesi della Striscia e farne un

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Palestinesi come ebrei, armeni e non solo: le pulizie etniche che sporcano la storia del mondo (La Repubblica 06.02.25)

LONDRA – “Evitare qualsiasi forma di pulizia etnica a Gaza”: ieri il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres ha risposto così alla proposta di Donald Trump di trasferire in vari Paesi arabi i due milioni di palestinesi della Striscia e farne un

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Anima Armena – 5 fenomenali interpreti (Radio 3 06.02.25)

Con Valerio Corzani. Raja Zahr/John Bilezikjian “Zulu Man” – Djivan Gasparyan & Lian Ensemble “You and I” – Narek Kazazyan “Impromptu” – Arto Tunçboyaciyan/Kamarama/Davit Suskiasyan/Saro Usta “Pyurivet” – Gaguik Mouradian/Jordi Savall/Hesperion XXI/David Mayoral/Haig Sarikouyoumdjian/Viva Biancaluna “Menk Kadj tohmi”

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Armenia – Per gli innamorati San Sarkis e biscotti salati (Assdakah 05.02.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Il 14 febbraio, nel giorno dedicato agli innamorati, in Armenia si onora San Sarkis e si preparano biscotti salati.

San Sarkis fu un principe della vicina Cappadocia, un valente generale, del IV secolo, martirizzato insieme a suo figlio Mardiros e altri 14 valorosi guerrieri, per essersi convertito alla fede cristiana. San Sarkis fu anche molto attivo nella predicazione del cristianesimo e nella costruzione di chiese. Quando iniziò la persecuzione dei cristiani, durante il regno di Giuliano l’Apostata (figlio di Costantino), San Sarkis ricevette una rivelazione da Dio di lasciare l’impero. Con suo figlio si trasferì in Armenia, dove regnava Tigran VII, figlio del re Khosrow. Quest’ultimo ordinò a Sarkis di andare in soccorso del re persiano Shapur[1] il cui Paese era minacciato da Giuliano l’Apostata. A tal proposito Sarkis venne nominato comandante delle truppe dell’esercito sassanide e vinse contro l’esercito invasore. Secondo la tradizione, alcuni suoi compagni d’armi, vedendo i miracoli compiuti da Dio per mano di Sarkis, rinunciarono al politeismo e accettarono, anche loro, il cristianesimo. 

Come in molti Paesi del mondo, ormai anche in Armenia, il 14 febbraio si festeggia il patrono degli innamorati. Il culto di San Sarkis come patrono degli innamorati affonda le radici in un episodio particolare del folclore popolare. Secondo la leggenda infatti, al rientro vittorioso da una delle tante battaglie, Sarkis e 39 suoi fedeli, compagni d’arme, furono invitati, per un tranello ordito dal re, a celebrare la vittoria nel palazzo reale.

Il sovrano aveva infatti predisposto il loro assassinio grazie ad un piano per il quale aveva istruito quaranta bellissime fanciulle: queste avrebbero dovuto far bere fino ad ubriacare il gruppo di valorosi soldati per poi, quando caduti tutti in un sonno profondo perché sazi e ubriachi, uccidere ciascuna il proprio guerriero. Trentanove delle donne obbedirono all’ordine e uccisero i soldati. Tutte, tranne una che non ce la fece a eseguire il piano del re. Una di loro infatti, vedendo la bellezza del volto di Sarkis, così sereno nel suo sonno, se ne innamorò perdutamente e, invece di ucciderlo, lo baciò.

Con quel dolce bacio Sarkis si destò e si rese conto dell’accaduto e del tranello. Presa con sé la ragazza, Sarkis tornò al suo cavallo e insieme alla fanciulla si lanciò al galoppo contro le porte della città che cedettero all’impeto del destriero e dei due fuggitivi. Anche le forze della natura furono dalla loro parte: una violenta tempesta di neve si materializzò come d’incanto, nascondendoli così alla vista degli inseguitori. Dato che Sarkis fu salvato, non tanto dalla sua forza quanto dall’amore che, come un dono, arrivò proprio quando era più indifeso e in balìa di una morte per mano non di altro guerriero ma di una donna, egli è venerato come patrono degli innamorati che, con la forza dell’amore, è riuscito a superare ogni ostacolo.

Ma a parte il martirio toccatogli in sorte in quanto cristiano, Sarkis è stato santificato perché ha compiuto molti miracoli e aiutato molti innamorati. Uno di questi si chiamava Gharib ed era un ashugh[3]. Era un uomo povero che amava Shah Sanam, una ragazza ricca. Anche lei era innamorata di Gharib ma il padre della ragazza ostacolò decisamente questo legame perché intendeva darla in sposa ad un uomo facoltoso. Gharib allora decise di andare a lavorare all’estero per accumulare una grossa fortuna e si fece promettere dalla ragazza che lo avrebbe aspettato per sette anni. Passato questo tempo, se non fosse riuscito nel suo intento, Shah Sanam avrebbe potuto sposarsi secondo il desiderio di suo padre. Quei sette anni furono molto difficili per Gharib. Gli pesava molto la lontananza dalla ragazza e il fatto di non poter godere della vista della sua bellezza. Non gli giungevano notizie dall’innamorata ma non si disperava. Desiderava solo che arrivasse presto il giorno in cui si sarebbero di nuovo incontrati, avrebbero creato una famiglia e avrebbero vissuto insieme felici per tutta la loro vita.

Lavorando giorno e notte, passati sette anni, il ragazzo accumulò una vera fortuna e decise che, essendo diventato ricco, era finalmente giunto il momento di tornare a casa. Il destino però si accanì su di lui, disseminando la strada del ritorno di continui problemi e moltissimi ostacoli. Nonostante tutto Gharib non perse mai la speranza di raggiungere la persona che amava. Lui non si arrese e pregò, chiedendo costantemente l’aiuto di San Sarkis. Il Santo ascoltò le preghiere dell’innamorato e apparve al giovane nel turbine sollevato dal suo veloce destriero bianco, mise Gharib sulla sella del cavallo e in un istante lo portò da Shah Sanam. Il padre della ragazza, vedendo la ferrea volontà di Gharib, accettò di dargli in sposa sua figlia e benedì la loro unione. Il miracolo fu così compiuto.

La notte della vigilia del giorno di San Sarkis i ragazzi e le ragazze adolescenti, dagli 11 ai 16 anni, desiderosi di trovare l’amore, vanno in chiesa, portando con sé una fetta di focaccia salata o un biscotto salato chiamato Aghi plit. Durante la funzione religiosa questo cibo viene benedetto e, al rientro a casa, viene mangiato, prima di andare a dormire, senza bere acqua o altri liquidi. L’arsura che si forma durante la nottata stimola così l’arrivo di chi, in un eventuale sogno divinatorio, offrirà un bicchiere d’acqua. Sarà quello il segno del sopraggiungere dell’amore e colui o colei che, in sogno, porterà l’acqua sarà il futuro marito o moglie. Secondo gli etnografi, l’opinione che le ciambelle dovrebbero essere preparate da una donna anziana e vedova è sbagliata. Piuttosto, deve essere una donna appagata, che ha un grande amore e bambini felici, a fare tali biscotti o ciambelle salati, così da trasmettere serenità e gioia.

Secondo un’altra tradizione San Sarkis dovrebbe passare nelle case di chi cerca l’amore, o è innamorato, accompagnato dagli angeli e lasciare l’impronta dello zoccolo del suo cavallo bianco nella farina o nel pane posto sulla tavola. Se ciò avviene, entro l’anno, a chi pratica questa usanza, arriverà l’amore. C’è anche chi mette fuori di casa un vassoio con la farina. Se San Sarkis passa di notte davanti alla casa e il cavallo lascia un’impronta sulla farina, allora il desiderio dell’innamorato o innamorata si avvererà. I più ricchi, che si potevano permettere di avere la servitù, nel giorno degli innamorati, facevano stare un cameriere sul tetto della casa o sul balcone per aspettare i passi del cavallo del generale Sarkis.

(Foto di Diocese of the Armenian Church)

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Sinergia tra EIB Global e Ameriabank: €105 mln all’Armenia per la sostenibilità delle imprese (EnergiaItalia 05.02.25)

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In virtù di un nuovo accordo tra la Banca europea per gli investimenti (EIB Global) e Ameriabank, l’Armenia è sempre più legata finanziariamente all’Unione Europea, come del resto le sue imprese. Con la più recente linea di credito, le piccole e medie aziende nazionali avranno maggiori risorse da investire, per essere più sostenibili ed efficienti.

Unione Europea e Caucaso

la Banca europea per gli investimenti (BEI Global) e l’Ameriabank, una delle più importanti banche dell’Armenia, hanno formalizzato un nuovo accordo per un prestito da 105 mln di euro.

Una cifra importante, a sostegno dell’implementazione di pratiche di sostenibilità nel settore privato. In particolare, per le piccole e medie imprese (PMI) e mid-caps (le società quotate in un mercato azionario caratterizzate da media capitalizzazione).

In tali termini, si sono affermate delle traiettorie, nonché una struttura geoeconomica di riferimento. Entrambe ben delineate. E lo si è evinto dal fatto che questo prestito sia stato il più grande mai concesso dalla BEI Global a una banca del Caucaso meridionale.

Un aiuto tangibile per le aziende armene

Negli ultimi anni, Yerevan (la capitale dell’Armenia) e Bruxelles hanno rafforzato le loro relazioni diplomatiche e finanziarie. Temi quali ambiente e sostenibilità sono divenuti un volano, attraverso i quali strutturare legami e catene del valore, tra Europa e Caucaso. Tale entità geografica, a sua volta, è un ponte verso l’Asia, regione tra l’altro ai vertici per capacità rinnovabili.

Da qui, il valore aggiungo della più recente linea di credito. Il finanziamento aiuterà circa 400 piccole imprese e garantirà 15.000 posti di lavoro. Almeno il 20% del totale sarà destinato a investimenti ‘verdi’. Grazie al sostegno comunitario, una parte del prestito sarà erogata in dram (valuta locale) per proteggere le imprese dal rischio valutario.

Il supporto dell’Unione Europea per la transizione ‘economica ‘verde’ dell’Armenia ha legittimato nuovamente l’impegno delle istituzioni comunitarie nel Caucaso meridionale. Su quelle direttrici geoeconomiche, potrebbero in effetti intervenire anche diversi investitori esteri. In virtù di un finanziamento a fondo perduto, si garantirà che il tasso di interesse del prestito rimanga accessibile.

La medesima operazione aiuterà la stessa Unione a sostenere, più in generale, l’economia armena. Così operando, si porterà avanti uno dei cinque pilastri per l’Armenia all’interno del Piano economico e di investimento per il partenariato orientale.

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