Cuore di metallo: System Of A Down (Rockol.it 25.04.16)

Stati Uniti e Armenia: due mondi agli antipodi che trovano una sintesi – praticamente come per magia – nella musica dei System Of A Down, quartetto con base a Glendale (California), ma fondato da musicisti con radici e discendenze armene. I nomi, del resto, sono più che eloquenti: Serj Tankian (voce, tastiere, chitarra), Daron Malakian (chitarra e voce), Shavo Odadjian (basso, cori), John Dolmayan (batteria).

Attivi dal 1994 – il nome della band deriva da una poesia scritta da Malakian – i SOAD sono dei veri campioni, per non dire la band più rappresentativa, del genere nu-metal/groove metal: un insieme di sonorità che ebbe un momento di grande esposizione a metà degli anni Novanta, per poi scomparire o quasi dalle mappe. Ma non i System Of A Down che, grazie a personalità e stile superiori, hanno trasceso la ciclicità di mode e sensazioni del momento… e infatti sono ancora vitali e creativi, perseguendo il proprio stile.

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Il debutto di Tankian e soci – l’omonimo album del 1998 – è ancora oggi una pietra miliare del metal, oltre a rappresentare un disco che cambiò lo scenario e la prospettiva di molti fan, in pratica portando a compimento e maturazione totale gli spunti di quello che tutti conoscono come nu-metal.
Intransigenti, cupi, capaci di repentini cambi d’atmosfera senza il minimo calo di tensione emotiva… all’epoca del loro debutto qualcuno li descrisse come un mix far il thrash-death degli Slayer più feroci e gli scenari genialoidi, imprevedibili, evocati dai Faith No More al top… una combinazione che sulla carta potrebbe sembrare indigesta, ma che fan e mercato erano più che vogliosi di sperimentare. E lo testimoniano i 12 milioni circa di copie vendute del loro secondo album – l’altrettanto mitico “Toxicity” (2001) – così come i due dischi del 2005, “Mezmerize” e “Hypnotize”, che schizzarono dritti in cima alle classifiche statunitensi all’uscita.

Grandissimi, quindi. Ma anche speciali. Tanto che all’apice della loro popolarità – nel 2006 – decisero di prendersi una pausa di ben quattro anni, per lavorare a progetti solisti e seguire collaborazioni con altri artisti. Un modo per prendere respiro e distaccarsi da un meccanismo che schiaccia tante band, incapaci di gestire il peso successo – tanto che il ritorno del 2010 è stato all’insegna di una ancor maggiore consapevolezza e caratterizzato dall’assoluta mancanza di fretta nel consegnare al mercato nuova musica: i SOAD seguono i propri ritmi e danno la precedenza al messaggio (soprattutto quello legato a temi sociali, politici e alla questione del genocidio del popolo armeno da parte della Turchia).

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