Dopo l’espulsione di 120.000 armeno, L’Azerbaigian demolisce i templi cristiani e “reiterpreta” i monsateri (Informazione Cattolica 17.09.26)
RISCRITTURA DELLA STORIA CRISTIANA ARMENA NEL NAGORNO KARABAKH ISLAMICO
L’Azerbaigian ha mostrato a 150 diplomatici i monasteri di Gandzasar e Dadivank presentandoli come eredità di un cristianesimo «albano». Tuttavia, le loro pietre, incise con iscrizioni armene del XIII secolo, raccontano un’altra storia.
I monasteri medievali di Gandzasar e Dadivank, due dei più grandi santuari della cristianità armena, sono stati presentati dal governo dell’Azerbaigian a oltre un centinaio di diplomatici stranieri come vestigia di un’altra tradizione: l’antico «cristianesimo albano del Caucaso».
Questa reinterpretazione rientra in una strategia deliberata per cancellare l’eredità religiosa e culturale armena dalla regione, come denuncia un’analisi di Paul Murray, leader cristiano impegnato nella difesa della libertà religiosa.
Murray sostiene che questa politica si è intensificata a seguito dell’offensiva militare azera del settembre 2023 e dell’esodo di oltre 120.000 armeni dal territorio che essi denominano Artsakh.
A suo avviso, la strategia non si limita alla conservazione o alla distruzione fisica dei monumenti, ma altera la reinterpretazione stessa della loro storia.
Il governo del presidente Ilham Aliyev ha organizzato una visita ufficiale nel Nagorno Karabakh a cui hanno preso parte circa 150 rappresentanti diplomatici provenienti da 58 Paesi e istituzioni internazionali.
Durante la visita a Gandzasar e Dadivank, le autorità azere hanno presentato entrambi i complessi come monumenti del cristianesimo albano del Caucaso, una tradizione cristiana medievale che l’Azerbaigian rivendica come parte del proprio patrimonio storico.
La tradizione storica armena, al contrario, considera entrambi i monasteri patrimonio della Chiesa Apostolica Armena.
Le autorità azere sostengono invece che siano stati gli armeni a modificare questi edifici nel tempo.
A smentire la tesi azera sono le iscrizioni in lingua armena conservate nel monastero di Gandzasar, tra cui una risalente al XIII secolo firmata dal principe Hasan Jalal, che documenta l’edificazione e la consacrazione del tempio nel 1240.
Dadivank, da parte sua, custodisce elaborati khachkar — le tradizionali croci scolpite nella pietra tipiche dell’arte sacra armena — e iscrizioni che attestano il legame diretto di entrambi i complessi con la Chiesa Apostolica Armena.
Questa strategia ha un precedente preciso nella regione. Tra il 1997 e il 2011, secondo la documentazione dell’organizzazione Caucasus Heritage Watch, è stato distrutto il 98% del patrimonio armeno nell’enclave del Naxçıvan, con la perdita di 108 chiese, monasteri e cimiteri storici.
Il monitoraggio satellitare conferma che lo stesso scenario si sta ripetendo nel Nagorno Karabakh.
La località di Karintak è stata praticamente rasa al suolo, mentre a Stepanakert sono stati demoliti due templi armeni, tra cui la cattedrale della Santa Madre di Dio, consacrata nel 2019. A Shushi è stata inoltre verificata la distruzione di un cimitero con tombe medievali e del XIX secolo.
Di fronte a questi eventi, diversi leader ed esperti hanno rivolto un appello urgente alle istituzioni internazionali affinché esigano dall’Azerbaigian l’accesso immediato dell’Unesco e di osservatori indipendenti. Chiedono inoltre un inventario completo che documenti e garantisca la salvaguardia di chiese, manoscritti, iscrizioni e cimiteri di una comunità millenaria che, dopo la propria espulsione, vede minacciata la testimonianza storica della propria fede cristiana.
