Pashinyan minaccia le Istituzioni della Repubblica di Artsakh in esilio. A Washington il Congresso chiede ritorno, giustizia e libertà per i prigionieri (Korazym 17.09.26)

«Le misure più dure». È l’espressione scelta dal Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan per avvertire che il suo governo fermerà ogni tentativo di mantenere in Armenia un governo, un parlamento o altre strutture statali separate riconducibili alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Negli stessi giorni, a Washington, dodici membri del Congresso degli Stati Uniti chiedevano invece che l’espulsione degli oltre 100.000 Armeni dell’Artsakh non venga considerata definitiva: liberazione dei 19 prigionieri detenuti a Baku, ritorno sicuro e protetto degli sfollati, tutela del patrimonio Cristiano armeno e responsabilità per quanto avvenuto nel settembre 2023.

Il contrasto è difficile da ignorare. A Erevan il linguaggio più duro viene rivolto alle residue Istituzioni rappresentative di un popolo espulso e ai suoi rappresentanti; nei confronti del regime azero, che mantiene gli ex rappresentanti dell’Artsakh nelle proprie carceri e riscrive pubblicamente l’identità armena dei suoi monumenti, prevalgono invece cautela, silenzio e continui richiami alla necessità di non compromettere la pace.

«Non possono esserci due Stati e due governi»

Le dichiarazioni di Pashinyan sono arrivate il 16 settembre 2026, durante la sessione di interrogazioni fra Assemblea Nazionale e Governo. La deputata Arega Hovsepyan della fazione Armenia Forte aveva sollevato il problema delle elevate spese di affitto sostenute dagli Armeni sfollati dall’Artsakh e aveva proposto di mettere temporaneamente a loro disposizione alcune residenze governative.

Secondo il resoconto di The Armenian Report, il Primo Ministro ha respinto la proposta, osservando che gli immobili governativi appartengono alla Repubblica di Armenia e non al Capo del Governo. Ha quindi affermato che sarebbero già stati destinati circa 800 miliardi di dram ai programmi di assistenza per gli sfollati, invitandoli a utilizzare le misure predisposte.

Pashinyan ha poi accusato, senza indicare nomi né presentare elementi a sostegno delle affermazioni durante il dibattito, alcuni ex dirigenti dell’Artsakh di possedere edifici e alberghi a Erevan: «Date gli edifici appartenenti agli ex leader del Karabakh alla popolazione e lasciate che vi abiti. Possiedono decine di edifici e decine di alberghi. Dateli al popolo e lasciate che vi abiti».

Quando la discussione si è spostata sulla Rappresentanza permanente dell’Artsakh a Erevan e sulla continuità delle Istituzioni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dopo l’espulsione della popolazione, il tono si è ulteriormente irrigidito.

«Non possono esserci due Stati e due governi nella Repubblica di Armenia», ha dichiarato Pashinyan. La struttura indicata come Rappresentanza dell’Artsakh, ha aggiunto, dovrà «inequivocabilmente» passare sotto il controllo della Repubblica di Armenia.

Il Primo Ministro ha quindi pronunciato l’avvertimento più severo: «In qualità di Primo Ministro della Repubblica di Armenia, tutti i tentativi di istituire all’interno dello Stato un secondo Stato o un secondo governo, un secondo parlamento, saranno fermati con le misure più dure. Lo dico chiaramente, affinché sia assolutamente compreso».

La controversia sull’edificio della Rappresentanza

La questione non riguarda soltanto il futuro politico delle Istituzioni dell’Artsakh. Esiste anche una controversia sulla proprietà dell’edificio al civico 17A di via Nairi Zaryan, utilizzato per decenni dalla Rappresentanza permanente.

Nell’aprile 1997 il governo armeno deliberò di donare l’immobile al governo della Repubblica di Artsakh, incaricando le autorità di Erevan di formalizzare il trasferimento e il relativo diritto d’uso del terreno. Secondo la Procura generale armena, tuttavia, non sarebbe stato successivamente stipulato il necessario contratto di donazione.

Il 22 maggio 2026 il Tribunale amministrativo ha accolto il ricorso della Procura e annullato la registrazione della proprietà dell’edificio e dei diritti sul terreno. I rappresentanti dell’Artsakh hanno impugnato la decisione, sostenendo che la deliberazione governativa del 1997 dimostrasse comunque in maniera inequivocabile la volontà dello Stato armeno di trasferire l’immobile. La vicenda è ricostruita da 301.am.

Dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e l’espulsione dell’intera popolazione armena dell’Artsakh, l’edificio ha continuato a ospitare rappresentanti e organismi della Repubblica. Per questi ultimi non si tratta di istituire un secondo Stato in Armenia, ma di preservare una rappresentanza politica e giuridica degli sfollati, in attesa che siano garantiti i loro diritti collettivi, compreso quello al ritorno.

La posizione di Pashinyan si inserisce quindi in un processo più ampio: prima la negazione della possibilità di mantenere l’indipendenza dell’Artsakh come obiettivo politico; poi la rappresentazione del diritto al ritorno come fattore capace di generare un nuovo conflitto; ora la minaccia delle «misure più dure» contro qualsiasi tentativo di conservare governo, parlamento e strutture rappresentative della Repubblica di Artsakh in esilio.

Avevamo esaminato questa linea nell’articolo Armenia, l’Artsakh divide ancora il Parlamento. Rubinyan: «Il ritorno degli Armeni come obiettivo dello Stato genera conflitto». Ma il diritto al ritorno non è una causa di guerra, ricordando che un diritto riconosciuto dal diritto internazionale non può essere trasformato nella causa della sua stessa negazione.

Washington ricorda ciò che Erevan vuole archiviare

Nelle stesse giornate in cui Pashinyan minacciava la continuità delle Istituzioni dell’Artsakh, a Washington una mobilitazione bipartisan riportava davanti al Congresso degli Stati Uniti le questioni che il processo di pace rischia di lasciare irrisolte.

L’evento Accountability | 2026 — Artsakh: Justice. Freedom. Right of Return, organizzato dall’Armenian National Committee of America, ha riunito dodici membri del Congresso, rappresentanti delle Chiese armene, giuristi e oltre cento attivisti provenienti da più di trenta Stati americani. Secondo il comunicato dell’ANCA, nei due giorni di mobilitazione sono stati raggiunti gli uffici di tutti i 435 membri della Camera e dei 100 senatori.

Le richieste riguardano l’applicazione della Sezione 907 del FREEDOM Support Act, sanzioni ai sensi del Global Magnitsky Act contro funzionari azeri accusati di gravi violazioni, il sostegno all’ARMENIA Security Partnership Act e all’Azerbaijan Sanctions Review Act, la protezione del patrimonio Cristiano armeno e il ritorno sicuro, collettivo e protetto della popolazione dell’Artsakh.

Il deputato democratico Brad Sherman, Vicepresidente del Congressional Armenian Caucus, ha ricordato che sedici Armeni sono stati giudicati davanti a un tribunale militare azero, sulla base di circa 2.500 capi d’accusa e senza osservatori indipendenti. «La guerra è finita. È tempo di liberare i prigionieri di guerra», ha dichiarato, ricordando che la Commissione Esteri della Camera ha approvato con 44 voti favorevoli e 7 contrari un suo emendamento per la liberazione dei prigionieri armeni e dei detenuti politici.

Il repubblicano Vince Fong ha richiamato la situazione dei 19 Armeni ancora detenuti, tra i quali presidenti, ministri, rappresentanti parlamentari ed ex responsabili militari dell’Artsakh: «Dobbiamo chiedere la liberazione immediata e incondizionata di tutti gli ostaggi e prigionieri di guerra Armeni, la cui detenzione illegale e i denunciati maltrattamenti continuano a costituire un ostacolo a una pace duratura».

Jim Costa ha osservato che non può esservi pace stabile senza giustizia, responsabilità e rispetto dei diritti fondamentali. Ha quindi collegato la liberazione dei detenuti alla protezione del patrimonio culturale e religioso armeno e al ritorno sicuro e dignitoso degli sfollati.

I 19 prigionieri che la pace ha lasciato in carcere

La situazione dei detenuti è stata recentemente approfondita da questo Blog dell’Editore negli articoli:

A Washington, l’Avv. Siranush Sahakyan, che rappresenta i detenuti e le loro famiglie nei procedimenti internazionali, ha ricordato che l’accordo di pace parafato da Armenia e Azerbaigian non contiene un impegno esplicito per la loro liberazione né garanzie per il ritorno protetto degli sfollati.

Il processo diplomatico ha stabilito una cornice per porre fine alle controversie giudiziarie fra i due Stati: l’articolo 15 dell’accordo parafato prevede un termine di un mese per il ritiro dei ricorsi interstatali. Non stabilisce invece alcuna scadenza per la liberazione dei detenuti e per consentire loro di riabbracciare le famiglie.

Inoltre, dopo la chiusura della delegazione permanente del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Azerbaigian, avvenuta nel settembre 2025 su decisione delle autorità azere, nel corso del 2026 non è stata consentita alcuna visita del CICR ai detenuti: è venuto così meno il monitoraggio internazionale indipendente delle loro condizioni

Sahakyan ha riassunto la contraddizione con una domanda: «Se possono essere predisposti accordi perché le merci attraversino i confini, perché non possono essere predisposti perché una famiglia visiti un prigioniero, un rappresentante consolare controlli le sue condizioni o un avvocato indipendente assicuri la sua difesa?».

Il diritto al ritorno non è una dichiarazione di guerra

Il deputato repubblicano David Valadao ha richiamato l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia del 17 novembre 2023, con la quale è stato imposto all’Azerbaigian di garantire che coloro che avevano lasciato il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desideravano ritornarvi potessero farlo «in modo sicuro, senza impedimenti e rapidamente». «È tempo che l’Azerbaigian rispetti quell’ordinanza», ha affermato Valadao. «Una pace duratura non può significare abbandonare queste persone o chiedere alle famiglie armene di accettare semplicemente che non potranno mai tornare alle proprie case».

Rashida Tlaib ha definito quanto avvenuto pulizia etnica: «Sono trascorsi tre anni dalla pulizia etnica degli Armeni dell’Artsakh da parte dell’Azerbaigian. Non c’è stata giustizia. Non c’è stato il ritorno delle famiglie sfollate».

Judy Chu e Laura Friedman, che avevano visitato l’Artsakh prima dell’esodo del 2023, hanno ricordato una terra nella quale la popolazione armena viveva e costruiva il proprio futuro. Friedman ha chiesto la liberazione incondizionata dei detenuti, la cessazione dell’assistenza militare statunitense all’Azerbaigian e garanzie più forti per la sovranità e la sicurezza dell’Armenia.

Jim McGovern, Copresidente della Tom Lantos Human Rights Commission, ha chiesto che l’Azerbaigian sia chiamato a rispondere della pulizia etnica e dello sfollamento forzato, aggiungendo che gli Armeni privati delle case, delle attività economiche e dei mezzi di sostentamento hanno diritto anche a forme di compensazione.

Le Istituzioni, il popolo e la memoria

Il confronto tra Erevan e Washington non riguarda il riconoscimento internazionale di un secondo Stato nel territorio della Repubblica di Armenia. Riguarda la possibilità che un popolo espulso mantenga organismi capaci di rappresentarlo, documentarne i diritti e impedirne la dissoluzione politica.

Le Istituzioni dell’Artsakh non sono separabili dalle persone che rappresentavano. Allo stesso modo, il diritto al ritorno non è separabile dalla tutela delle chiese, dei monasteri, dei cimiteri, dei manoscritti e delle collezioni museali che documentano la presenza armena nella regione.

Nove ex Ministri della Cultura dell’Artsakh – Anahit Hakobyan, Lernik Hovhannisyan, Sergey Shahverdyan, Narine Aghabalyan, Norek Gasparyan, Kamo Atayan, Ashot Ghulyan, Armen Sargsyan e Nelly Voskanyan – hanno perciò indirizzato una lettera aperta al Ministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport dell’Armenia, Zhanna Andreasyan. Hanno chiesto una valutazione pubblica delle distruzioni, appropriazioni e falsificazioni compiute dall’Azerbaigian; un meccanismo statale per monitorare il patrimonio; iniziative presso le organizzazioni internazionali; la documentazione dello status giuridico delle collezioni museali e l’inserimento della loro restituzione nell’agenda internazionale.

È lo stesso nesso emerso nella recente messinscena organizzata da Hikmet Hajiyev davanti ai diplomatici condotti a Gandzasar e Dadivank. Ne abbiamo riferito negli articoli:

Lo stesso Pashinyan ha definito «inaccettabile e incomprensibile» il comportamento di Hajiyev, ma ha immediatamente richiamato la necessità di non compromettere la pace. Alen Simonyan ha confermato di avere discusso direttamente la questione con il collaboratore di Ilham Aliyev, senza però rivelare se gli abbia esplicitamente contestato la negazione dell’identità armena di Gandzasar. Ha sostenuto che una risposta pubblica più dura potrebbe far sentire meglio gli Armeni per «15 minuti», ma danneggiare i negoziati.

Ne deriva una evidente asimmetria. Hajiyev può condurre circa 150 rappresentanti stranieri nell’Artsakh svuotato, mostrare pagine bianche di riproduzioni museali come presunta prova di una falsificazione armena e presentare monasteri documentatamente armeni come patrimonio dell’Albania caucasica.

La campagna di riscrittura non si è arrestata con la visita organizzata per i diplomatici. Il 17 settembre 2026 l’agenzia di stampa azera APA ha pubblicato un articolo d’opinione dedicato al cosiddetto «patrimonio cristiano dell’Albania caucasica», rilanciando le tesi di Ramil Aghayev, Responsabile del Dipartimento di Storia dell’Atropatene e dell’Albania caucasica presso l’Istituto di Storia ed Etnologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian.

Il contributo presenta esplicitamente Gandzasar – indicato con la forma azera Ganjasar – come uno dei principali monumenti del patrimonio Cristiano dell’Albania caucasica e accusa la parte armena di alterarne l’identità storica. Arriva inoltre a sostenere che le iscrizioni armene presenti nei monumenti avrebbero un valore esclusivamente religioso e non costituirebbero una prova della loro appartenenza culturale armena. Il rilancio, a pochi giorni dalla messinscena di Hajiyev davanti ai rappresentanti stranieri, conferma che non si è trattato di un’affermazione episodica, ma di una narrazione coordinata e persistente, nella quale fonti, iscrizioni e monumenti vengono reinterpretati per recidere il loro legame documentato con la storia e con la Chiesa Apostolica Armena.

All’appello per la tutela del patrimonio armeno si è unito anche Paul Murray, CEO di Save Armenia, che, nell’intervento intitolato They destroyed 108 Armenian churches. Now they’re erasing more, pubblicato il 15 settembre su The Christian Post, ha osservato che il controllo territoriale esercitato dall’Azerbaigian sull’Artsakh/Nagorno-Karabakh non gli conferisce il diritto di riscrivere l’identità del popolo espulso né quella dei luoghi sacri che esso ha lasciato. Murray ha ricordato le iscrizioni armene di Gandzasar e Dadivank e il precedente del Nakhchivan, dove Caucasus Heritage Watch ha documentato la distruzione di 108 monasteri, chiese e cimiteri armeni tra il 1997 e il 2011. Ha quindi chiesto alla comunità internazionale di esigere da Baku un accesso continuativo alla regione per l’UNESCO e per esperti indipendenti, affinché venga realizzato un inventario completo di chiese, monasteri, iscrizioni, manoscritti, khachkar e cimiteri armeni e ne siano salvaguardate l’identità storica e la conservazione. Secondo Murray, le visite guidate e controllate dalle autorità azere non possono sostituire un’osservazione internazionale indipendente.

Anche la Diaspora armena diventa un «ostacolo alla pace»

Un ulteriore elemento è emerso il 17 settembre, quando Hikmet Hajiyev è intervenuto a Dubai in un dibattito organizzato da Euronews nell’ambito dell’Arab Media Summit. L’Assistente del Presidente azero ha associato le cosiddette «forze revansciste» presenti in Armenia alla Diaspora armena, sostenendo che entrambe sarebbero «ancora forti» e cercherebbero di compromettere lo storico processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. Non ha tuttavia indicato organizzazioni, iniziative o attività specifiche che dimostrerebbero tale tentativo di interferenza.

“Revanscisti e la diaspora continuano a tentare di far deragliare il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian”, così ha dichiarato Hikmet Hajiyev. Invece, il processo di pace è ostacolato da:

  • I prigionieri Armeni ancora illegalmente detenuti in Azerbaigian.
  • II territorio sovrano dell’Armenia ancora occupati dalle forze armate azere.
  • Le dichiarazioni sui monasteri armeni dell’Artsakh, la cui storia viene riscritta per screditarne la natura armena.
  • La distruzione del patrimonio armeno nel territorio dell’Artsakh.
  • Il mancato diritto al ritorno degli sfollati armeni (e la perdita di tutte le loro proprietà).

Hajiyev ha inoltre affermato che il Governo e la leadership armena dovrebbero impegnarsi maggiormente per «preparare il proprio popolo alla pace». «Ora abbiamo vinto la guerra, ma stiamo vincendo anche nella pace, che è una lotta in salita», ha dichiarato. In questa rappresentazione, dunque, non soltanto la continuità delle Istituzioni dell’Artsakh, ma anche l’attività politica e civile delle comunità armene all’estero viene collocata nel campo del cosiddetto revanscismo.

Il riferimento alla Diaspora riguarda direttamente le iniziative descritte in questo articolo. Sono infatti soprattutto le organizzazioni armene all’estero a continuare a chiedere la liberazione dei detenuti, il ritorno sicuro e protetto degli sfollati dell’Artsakh e la salvaguardia del patrimonio religioso e culturale armeno. Trasformare queste richieste in un ostacolo alla pace significa identificare la pace con il silenzio sulle questioni che il processo diplomatico ha lasciato irrisolte. Horizon Media osserva che Hajiyev non ha fornito esempi concreti delle attività della Diaspora che avrebbero lo scopo di compromettere i negoziati.

Nello stesso intervento Hajiyev ha definito il Parlamento Europeo «parte del problema» e ha accusato anche alcuni media occidentali di diffondere disinformazione. Ha contemporaneamente assicurato che l’Azerbaigian sarebbe impegnato a preservare il patrimonio Cristiano presente nel proprio territorio, «indipendentemente dalla sua appartenenza», perché parte del patrimonio culturale del Paese. L’affermazione assume un significato particolare dopo la presentazione di Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’Albania caucasica e di fronte alle distruzioni e alterazioni del patrimonio armeno documentate nell’Artsakh. Il resoconto completo delle dichiarazioni è stato rilanciato anche dall’agenzia azera Report.az.

La risposta di Erevan viene invece calibrata parola per parola, affinché la difesa dell’identità armena non entri in conflitto con il processo di pace.

Contemporaneamente, nei confronti delle Istituzioni dell’Artsakh e degli sfollati che si trovano in Armenia vengono annunciate le «misure più dure».

Una pace che non cancelli gli Armeni dell’Artsakh

Il 16 settembre abbiamo raccontato la nascita della Casa digitale della cultura dell’Artsakh nell’articolo L’Artsakh cancellato dalle mappe e custodito nella memoria. Mentre Aliyev rilancia le accuse contro gli Armeni, nasce l’archivio digitale di un popolo espulso.

Quell’archivio conserva dialetti, musica, riti, testimonianze, fotografie e saperi tradizionali. La Rappresentanza di Erevan dell’Artsakh conserva invece una continuità politica e istituzionale. Le famiglie degli sfollati conservano il legame con case, villaggi e cimiteri. I monasteri e le iscrizioni conservano la storia che Baku tenta di riscrivere. Sono forme diverse della stessa resistenza alla cancellazione.

Il problema non consiste nell’istituire «un secondo Stato» entro i confini dell’Armenia. Consiste nello stabilire se la pace debba richiedere agli Armeni dell’Artsakh di rinunciare, uno dopo l’altro, al ritorno, alle Istituzioni, alla rappresentanza, alla memoria e infine alla propria identità collettiva.

A Washington dodici parlamentari hanno ricordato che una pace senza giustizia, senza liberazione dei detenuti e senza ritorno degli sfollati non può considerarsi compiuta. A Erevan il governo minaccia invece le residue Istituzioni che continuano a rappresentare proprio quelle persone.

La distanza tra queste due posizioni non è soltanto politica. Riguarda la domanda fondamentale che attraversa tutta la vicenda dell’Artsakh: la pace dovrà proteggere i diritti di un popolo espulso oppure limitarsi a rendere irreversibili le conseguenze della sua espulsione?