Gli Armeni detenuti a Baku e nuove denunce di tortura. La migliore tutela resta la loro liberazione (Korazym 17.10.26)
Dopo le parole di Ilham Aliyev sui detenuti Armeni, pronunciate il 15 ottobre al VII Vertice della Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia – CICA (Conferenza sull’Interazione e le Misure di Rafforzamento della Fiducia in Asia) di Baku, arrivano nuove denunce sulle loro condizioni nelle carceri azere. Il 16 ottobre, a Yerevan, l’avvocato Siranush Sahakyan (foto di copertina da Alpha News), che rappresenta gli interessi dei prigionieri Armeni davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), ha denunciato il protrarsi delle torture e degli ostacoli all’accertamento indipendente del loro stato di salute.
La notizia, riferita da Alpha News, prosegue una vicenda che seguiamo da mesi. Il problema riguarda anche la possibilità di verificare che cosa accada dietro le mura delle carceri, di incontrare i detenuti e di assicurare loro contatti riservati con chi possa tutelarli.
Le nuove informazioni sulle condizioni di detenzione
Secondo Sahakyan, l’ultimo contatto diretto con i prigionieri risale al 24 e 25 dicembre 2025. Per il 2026 la legale segnala l’assenza di osservazioni dirette disponibili; le informazioni più recenti sarebbero giunte attraverso la CEDU, sotto forma di documentazione trasmessa dallo stesso Azerbaigian.
Secondo la ricostruzione di Alpha News, la documentazione comprende schede degli istituti penitenziari, fotografie risalenti all’arresto, alcuni esami medici e indicazioni sui luoghi di detenzione. Le immagini delle celle, tuttavia, non mostrerebbero i detenuti: secondo Sahakyan, non consentono quindi di stabilire un collegamento verificabile fra gli ambienti fotografati e le persone che vi sarebbero recluse.
Nella ricostruzione di Alpha News del 16 ottobre, la legale spiega che il lavoro di documentazione si fonda anche sul confronto tra testimonianze di persone rimpatriate e documentazione medica. Questi elementi permetterebbero di ricostruire retrospettivamente episodi di tortura e trattamenti inumani. Le restrizioni all’informazione, osserva, rendono invece più difficile valutare le condizioni attuali di chi resta in carcere.
Sono denunce gravi, che richiedono verifiche indipendenti. La documentazione prodotta dalle autorità detentrici deve poter essere confrontata con visite, colloqui riservati ed esami medici effettuati da soggetti autonomi.
I rapporti riservati e la richiesta di trasparenza
Sahakyan ha richiamato anche le valutazioni degli organismi internazionali sulla tortura in Azerbaigian, impiegando il termine «endemica», e le visite del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, il CPT. Il registro ufficiale del CPT conferma una visita periodica nel Paese dal 22 settembre al 3 ottobre 2025.
La richiesta politica e umanitaria che deriva dai contenuti dei rapporti riservati citati da Sahakyan è concreta: rendere disponibili gli elementi verificabili e consentire l’accesso indipendente ai prigionieri.
Dall’isolamento ai ricorsi a Strasburgo
Nel nostro articolo del 6 settembre sull’isolamento dei prigionieri Armeni avevamo riportato le denunce di Sahakyan sull’assenza di visite dei familiari e di contatti con avvocati e medici indipendenti. La questione delle comunicazioni era già centrale: una telefonata sorvegliata non offre le stesse garanzie di un colloquio riservato.
Il 1° settembre avevamo riferito del ricorso collettivo alla CEDU per quindici detenuti, depositato il 21 agosto, in un passaggio distinto dal procedimento riguardante Ruben Vardanyan. Il deposito del ricorso apre una via giudiziaria per sottoporre le violazioni denunciate all’esame di Strasburgo.
Il 10 settembre avevamo inoltre riportato l’appello di Davit Ishkhanyan sulla mancata consegna di sentenze e atti e sugli ostacoli alla rappresentanza legale. Salute, comunicazioni e difesa effettiva sono aspetti della stessa esigenza di tutela della persona detenuta.
La posizione azera e la necessità di verifiche
Nel comunicato del 5 settembre 2026 pubblicato sul sito dell’Ombudsman azero, Sabina Aliyeva respingeva le accuse di tortura e discriminazione religiosa, sostenendo che non fossero suffragate da prove credibili. Affermava inoltre che i controlli del suo ufficio attestassero il rispetto dei diritti dei detenuti e l’accesso alle cure e agli altri servizi necessari.
Quella risposta precede le dichiarazioni del 16 ottobre. Il contrasto fra le due versioni rende ancora più urgente un controllo esterno, capace di ascoltare i prigionieri senza condizionamenti e di verificare le loro condizioni fisiche.
Il governo armeno fra impegno dichiarato e protezione effettiva
Anche la posizione del governo armeno deve essere considerata. Il 24 agosto 2026, presentando in Parlamento il programma quinquennale dell’esecutivo, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha ribadito che la liberazione e il ritorno dei cittadini Armeni detenuti in Azerbaigian resteranno nell’agenda governativa fino alla soluzione della questione. Nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riferito il 25 settembre, ha nuovamente ricordato l’attesa per il ritorno dei detenuti, nel contesto del percorso di normalizzazione con Baku.
Un risultato concreto è stato il rimpatrio di quattro prigionieri il 14 gennaio 2026. Resta tuttavia aperta la questione delle garanzie per chi è ancora nelle carceri azere.
Le dichiarazioni del governo si confrontano anche con le contestazioni dei rappresentanti dei detenuti. Il 16 ottobre Siranush Sahakyan ha denunciato difficoltà nella consegna delle lettere: secondo la legale, mentre le autorità armene indicavano la possibilità di spedire la corrispondenza attraverso HayPost, i tentativi effettuati incontravano il rifiuto dell’operatore postale.
La responsabilità del trattamento dei prigionieri ricade sulle autorità azere che li detengono. L’impegno del governo armeno deve però potersi misurare anche attraverso risultati verificabili: comunicazioni con le famiglie, accesso indipendente, assistenza medica e legale e, soprattutto, ritorno a casa. L’avanzamento delle relazioni diplomatiche ed economiche rende ancora più pressante la richiesta che anche la sorte dei prigionieri trovi una soluzione concreta.
Sul piano internazionale gli appelli attendono risultati
La sorte dei prigionieri Armeni interpella anche gli interlocutori internazionali di Armenia e Azerbaigian. Come abbiamo riferito nella precedente copertura sulla risoluzione del Parlamento europeo, l’assemblea ha chiesto la liberazione dei prigionieri politici, compresi gli Armeni, insieme al rispetto delle garanzie fondamentali durante la detenzione. La questione resta quella dell’attuazione: quale seguito daranno a queste richieste le istituzioni europee e i governi nei rapporti con Baku?
Sul versante diplomatico, il 5 maggio 2026, durante la visita di Stato in Armenia, il Presidente francese Emmanuel Macron aveva incluso la liberazione dei prigionieri Armeni fra gli obiettivi del dialogo con l’Azerbaigian, accanto alla tutela del patrimonio religioso e culturale armeno. È un impegno pubblico sul quale è legittimo chiedere aggiornamenti e risultati verificabili.
Il tema è riemerso il 15 ottobre a Yerevan, durante la presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres per gli appuntamenti della COP17 sulla biodiversità. Interpellato sulla permanenza dei prigionieri Armeni a Baku, Guterres ha ribadito il sostegno all’accordo di pace e auspicato progressi rapidi nella soluzione delle questioni ancora aperte. In una successiva risposta a NEWS.am sulle iniziative concrete dell’ONU, ha affermato che la questione riveste grande interesse per l’organizzazione, senza indicare in quella risposta misure specifiche o scadenze.
Queste dichiarazioni confermano che il problema è conosciuto ai massimi livelli internazionali. Rendono quindi più pressante la domanda su come tradurre tale attenzione in protezione effettiva e liberazione. Il sostegno alla normalizzazione fra Armenia e Azerbaigian dovrebbe accompagnarsi a richieste precise a Baku: accesso indipendente ai detenuti, comunicazioni regolari con le famiglie, assistenza medica e legale e ritorno a casa.
La diplomazia riservata può avere una funzione, ma la riservatezza non permette, da sola, di valutarne l’efficacia. Per i prigionieri e i loro familiari, il risultato decisivo resta la libertà. La comunità internazionale deve misurare anche su questo esito il successo del percorso di pace che sostiene.
La liberazione dei prigionieri Armeni come misura dell’impegno per la pace
Le nuove denunce riportano l’attenzione sulle persone ancora detenute a Baku e sulle loro famiglie. La responsabilità del loro trattamento ricade sulle autorità azere, mentre gli impegni dichiarati dal governo armeno e dagli interlocutori internazionali devono tradursi in iniziative capaci di assicurare protezione immediata e di ottenerne il ritorno a casa.
La migliore tutela resta la liberazione dei prigionieri Armeni. Le garanzie durante la detenzione sono indispensabili, ma non possono diventare un punto di arrivo né rendere accettabile il protrarsi della prigionia. Il dialogo diplomatico deve servire anche a restituire queste persone ai loro cari.
È su questo risultato che occorre misurare l’efficacia degli sforzi annunciati. La credibilità del percorso di pace dipende anche dalla capacità di dare una risposta a chi continua ad attendere la libertà nelle carceri di Baku.
