I prigionieri, il generale, i tre Pascià (Korazym 17.10.26)

Ecco la domanda che nessuno fa. Perché la Serbia non può onorare Mladić, il “macellaio di Srebrenica”, e la Turchia può onorare i tre dignitari che organizzarono il genocidio armeno?

Cari amici, sono passati tre anni dal settembre in cui centomila Armeni caricarono sulle automobili quello che ci stava e percorsero l’unica strada. Tre anni sono il tempo che ci vuole perché il mondo decida che una cosa non è mai accaduta. Vi racconto come si fa.

Centocinquanta diplomatici e una domanda

L’11 e il 12 settembre centocinquanta diplomatici di cinquantotto Paesi e nove organizzazioni internazionali sono stati portati in gita nell’Artsakh. Ventiduesimo tour dal 2020. Guida turistica: Hikmet Hajiyev, Consigliere del Presidente Aliyev e capo riconosciuto della sua macchina della propaganda. Stepanakert ora si chiama Khankendi, Shushi si chiama Shusha, e i visitatori si sono fatti fotografare davanti all’Arco della Vittoria, nel Parco della Vittoria, sorridendo. C’erano Americani, Francesi, Inglesi. C’era Magdalena Grono, Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Caucaso, che ha detto una cosa giusta: il patrimonio culturale è parte della pace. Poi l’hanno portata a Gandzasar, monastero armeno del Duecento con le iscrizioni armene scolpite nella pietra, e Hajiyev le ha spiegato che è un monumento dell’Albania caucasica. Davanti alle telecamere ha sfogliato un vecchio libro di un museo di Stepanakert: una pagina scritta, le altre bianche. Vedete? Solo una pagina, il resto è vuoto. Gli Armeni non hanno storia. Nessuno, che si sappia, ha risposto.

Nessuno ha chiesto della cattedrale rasa al suolo in marzo, della chiesa di San Giacomo, del memoriale del Genocidio con dentro la reliquia dei morti di Deir ez-Zor, dei cimiteri con le lapidi in armeno spianate. Nessuno ha chiesto dove siano i centomila. E soprattutto nessuno ha chiesto dei prigionieri: Ruben Vardanyan, i presidenti, i ministri, i soldati dell’Artsakh, da tre anni nelle carceri di Baku, processati per terrorismo e condannati a pene che superano una vita. Non erano nel programma. Eppure sono l’unica cosa dell’Artsakh che si può ancora restituire: le chiese no, i morti no, i centomila non torneranno; i prigionieri sì, basta una firma. Hanno processato a Baku, in una gabbia di vetro, uomini che avevano governato un pezzo di terra dove i loro padri erano sepolti da mille anni, e li hanno chiamati terroristi. L’Europa, che a Brussel ha un catalogo di valori lungo come un elenco telefonico, ha preso nota. Un diplomatico che va in visita e non chiede dei prigionieri non è un diplomatico. È un turista con l’immunità.

Il generale e i tre pascià

Pochi giorni fa è morto all’Aja Ratko Mladić, il generale di Srebrenica, con un ergastolo per genocidio confermato in appello. La Serbia gli farà i funerali con gli onori militari e di Stato. Il mondo si è indignato. Mettiamoci d’accordo su una cosa: la colpa di quell’uomo non ha ombre. Io sono stato a Potočari. Ho visto la distesa delle lapidi bianche che sale la collina come un gregge fermo, migliaia, tutte islamiche, con i nomi e le date che finiscono tutte nello stesso luglio; e una sola, una, con la croce. Con quei morti non si fanno addizioni: chi somma i morti degli altri per alleggerire i propri non ragiona, mente. Poi però ho sentito il Presidente serbo Vučić lamentarsi non del genocidio ma del fatto che all’Aja non abbiano lasciato morire il generale a casa sua: «Non è questa la civiltà di cui ci avevano parlato». Frase orribile, e tuttavia una domanda vera: quale civiltà, esattamente, gli era stata promessa? Quella che assolve Gotovina e Orić, che aspetta con calma la sentenza su Thaçi, e che per lo Slavo Cristiano ha sempre pronto l’ergastolo? Il mio avatar italiano, Renato Farina, lo aveva intervistato nel gennaio 1995: cinque ore in un nido d’aquila tra gli abeti carichi di neve, lui con le spalle al muro e gli occhi che cambiavano colore. Farina gli mise in mano la fotografia di un bambino musulmano di sette anni ucciso da un cecchino a Sarajevo. Il generale la sgualcì senza mollarla: prima disse che era un montaggio, poi che ne aveva viste troppe e non piangeva più. Era convinto che la guerra fosse finita, c’era una tregua di quattro mesi; «nel ’91 credevo che questa guerra fosse impossibile», disse, e a tavola alzò la grappa: forza pace. Farina scese a valle persuaso che si sarebbe trattato. Gli americani decisero che si andava avanti. Sei mesi dopo, Srebrenica. Lo dico non per alleggerire il generale di un grammo, ma perché le guerre le accendono in molti e a pagare, sempre, sono quelli dentro le fosse.

Tappeti rossi per gli smemorati

Ma ecco la domanda che nessuno fa. Perché la Serbia non può onorare il suo generale e la Turchia può onorare i suoi? I tre Pascià – Talaat, Enver, Cemal – organizzarono il genocidio armeno, un milione e mezzo di morti, e furono condannati a morte nel 1919 non da un tribunale dei vincitori ma dalla corte marziale del loro stesso impero ottomano. Talaat, il Ministro dell’Interno che firmava le deportazioni, fu ucciso a Berlino nel 1921 da un Armeno sopravvissuto. Nel 1943 la Turchia si fece restituire la salma, gli fece i funerali di Stato a Istanbul con il Primo Ministro in prima fila e lo seppellì al Monumento della Libertà, tra gli eroi della patria. Oggi decine di strade, scuole, quartieri e perfino moschee portano il suo nome. Enver, morto nel 1922 in Asia centrale, fu riportato a Istanbul nel 1996 con gli onori militari e il Presidente della Repubblica Demirel dietro la bara, e sepolto accanto a Talaat. Per Cemal il parlamento turco votò nel 1922 il rimpatrio della salma, sepolta a Erzurum con cerimonia. Nessuna madre Armena è mai stata invitata a commentare. Nessun ministro europeo ha mai rinunciato a un viaggio ad Ankara perché un viale della capitale si chiama Talaat Pascià. Erdoğan, che incarcera chiunque apra l’armadio degli scheletri armeni, è ricevuto ovunque con i tappeti rossi, e quest’estate a Ankara con il sorriso di Macron. Il tribunale del 1919 aveva giudicato i propri con vergogna; la Repubblica li riabilitò con orgoglio, e scolpì nel marmo la menzogna.

Vedete il doppio standard? Non dico che Mladić meriti onori. Dico che il divieto di onorare i propri assassini scatta soltanto se l’assassino è Cristiano e Slavo. Se è Turco, se il genocidio è quello armeno, la memoria pubblica fa quello che vuole: viali, monumenti, funerali di Stato, e l’Europa continua a comprare gas e a trattare. La bilancia non è truccata dal caso. È truccata sempre nella stessa direzione.

La sorpresa: chi si è pentito

Ora vi dico una cosa che il mio corrispondente italiano non sa, e con cui non c’entra. Ve la dice il Molokano. Uno dei tre Pascià, all’ultimo istante, si è pentito. Non vi dico quale. Ne darò un giorno le prove: le ho, e verranno a suo tempo. E credo – questo lo credo, non lo so – che anche a Mladić sia accaduto qualcosa, negli ultimi mesi, in quella cella dell’Aja. Trent’anni fa aveva detto a Farina: quando finirà questa guerra verrò io a intervistare lei, generale Farina, e le chiederò se è un criminale di guerra. Non è venuto. Lo si è lasciato morire senza che potesse dire niente, né a Farina né a nessuno. Un tribunale che processa soltanto i vinti non fa giustizia, fa martiri; e non lascia ai colpevoli il tempo di tornare uomini.

Perché è questo che dovreste capire, voi che vivete dove la pace è una finzione utile. Noi sulla riva del Sevan abbiamo un’idea semplice della giustizia: che il colpevole confessi e che la vittima sappia. Il ladrone sulla croce si pentì quando ormai non serviva a nessuno, tranne che a lui e a Uno. Nessuno Stato onora il pentimento, perché non fa monumenti. Gli Stati onorano il crimine, se ha servito la nazione: Talaat al Monumento della Libertà, Mladić con i picchetti. Pentirsi invece si fa da soli, al buio, ed è una cosa che il mondo non vuole sapere, perché rovinerebbe insieme la statua e la forca. Io, che sono un eretico, credo che il pentimento di uno solo pesi più di tutti i funerali di Stato. E credo che i prigionieri di Baku, i morti di Srebrenica e il milione e mezzo del 1915 si assomiglino in una cosa: nessuno chiede loro niente, e nessuno chiede per loro.

Per questo continuo a chiedere, e chiedo a voi di chiedere con me. I prigionieri, prima di tutto, che sono vivi e si possono ancora restituire. Poi la verità sui Pascià. Poi il perdono, che non è mio da dare, ma che posso pregare arrivi. Anche oggi infilo un fiore bianco tra i capelli dell’Armenia. E uno lo porto a Potočari, su quella lapide sola con la croce, che sta tra le altre come sto io tra voi.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato con il titolo “Se l’Europa va in gita nel fu Artsakh e neanche chiede dove sono gli armeni” sul numero di ottobre 2026 di Tempi in formato cartaceo e sull’edizione online Tempo.it.

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