Il Viceministro Cirielli e l’Artsakh. Come promuovere la “causa azera” con una faccia di bronzo meglio di un Ministro di Baku. Contro la verità storica (Korazym 05.12.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.12.2023 – Vik van Brantegem] – In un’intervista con Francesco De Palo per Formiche.net del 1° dicembre 2023, il Viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con la delega per il Caucaso, Edmondo Cirielli (Deputato di Fratelli d’Italia), sposa la “causa azera” nel conflitto in Artsakh meglio di un Ministro dell’Azerbajgian. Ma la verità storica è un’altra, spiega l’ex Ambasciatore italiano in Armenia, Bruno Scapini, in un articolo per Tempi.it, che riportiamo.

A seguire l’intervista a Cirielli, con l’aggiunta di una nota in riferimento al fondatore di Formiche.net e il suo ruolo in Leonardo SpA, che pare spiegare perché questo appoggio totale dato alla “causa azera” è su questo quotidiano, che è – con il suo fondatore-direttore editoriale – nell’orbita di chi vende armi a Baku. Rende anche il perché della posizione presa del governo Meloni e delle forze parlamentari, sia di governo che di opposizione, riguarda al conflitto nel Caucaso meridionale. Pure la scelta da parte dell’intervistatore (come Cirielli stesso) di chiamare l’Artsakh con il nome imposto da Baku, Garabagh (che è il nome turco), e non dico Artsakh (che è il nome armeno) ma neanche Nagorno-Karabakh (che il nome misto russo-turco), è illuminante, a parte della sua impostazione in generale, che supera quella dei giornalisti dei media statali azeri.

La cucaracha, la cucaracha
Ya no puede caminar
Porque no tiene, porque le falta
La patita principal.

En el norte viva Villa
En el sur viva Zapata
Lo que quiero es venganza
Por la muerte de Madero.

Armenia: il voltafaccia dell’Italia
di Bruno Scapini [*]
Tempi.it, 5 dicembre 2023

In un mondo che va decisamente “al contrario” – per dirla alla maniera del Generale Vannacci – non stupisce quanto affermato da Edmondo Cirielli, Viceministro agli Esteri, nell’intervista rilasciata il 1° dicembre scorso alla testata on-line Formiche.net a riguardo dell’Armenia. Non stupisce, ma infastidisce e ripugna per la disinvolta superficialità con cui il politico affronta la spinosa questione della guerra tra l’Armenia e l’Azerbaigian in disprezzo, non solo delle verità storiche, ma anche della stessa documentazione che il medesimo cita a fondamento e giustificazione di una non meglio precisata “postura internazionale” dell’Italia.

Leggendo tra le righe, infatti, chiaramente emerge dall’intervista l’impressione che il nostro Viceministro abbia sposato, nell’interpretare i più recenti sviluppi del conflitto, la “causa azera”; e che anzi la perori ben al di là di un qualsiasi ragionevole dubbio, riuscendo in tale suo intento perfino meglio di un Ministro dello stesso Governo azerbaigiano!

L’origine dell’instabilità

Innanzitutto preme osservare, per amore di trasparenza e verità, come l’affermazione del vice ministro, secondo cui «dietro la destabilizzazione tra l’Armenia e l’Azerbaigian ci sia la Russia», non corrisponda affatto alla realtà storica di un negoziato trentennale condotto in seno all’Osce nell’ambito del Gruppo di Minsk. Sebbene il processo di pacificazione avviato fin dal “cessate il fuoco” del 1994 abbia subito alterne vicende, il suo fallimento non sembrerebbe addebitarsi ad una “malevola” volontà di Mosca di destabilizzare – peraltro a suo stesso svantaggio – le relazioni tra i due Paesi.

Nel Gruppo di Minsk, se ben ricordiamo, facevano parte, oltre alla Russia, gli Stati Uniti e la Francia, affiancati, almeno per un periodo iniziale, da altri Paesi tra cui addirittura lo stesso Governo italiano. Dunque, si tratterebbe, se proprio vogliamo attribuire una colpa a qualcuno per quest’opera di destabilizzazione, di una responsabilità condivisa con i Paesi occidentali e non esclusivamente della Russia.

Ma la instabilità di cui parla il Cirielli ha ben altre origini come sappiamo, e risale al tempo della costituzione della auto-proclamatasi Repubblica indipendente dell’Artsakh nel 1991. Uno sviluppo, quest’ultimo, più che legittimo alla luce di quanto disponeva la Legge n. 13 del Soviet Supremo del 1990 (peraltro usufruita dallo stesso Azerbaigian) in tema di secessione e indipendenza delle Repubbliche ex sovietiche e delle entità sub-statuali presenti al loro interno, come è stato per l’appunto il caso del Nagorno Karabakh.

Interessi mercantili

A determinare lo scoppio delle ostilità, dunque, non è stata l’iniziativa armena, bensì il mancato riconoscimento da parte di Baku di questa libera scelta del popolo armeno dell’Artsakh a fronte della quale l’Azerbaigian ha mosso la prima guerra di aggressione. D’altra parte, non può sfuggire all’attenzione di un buon politico che se, da un lato, si sostiene il principio dell’integrità territoriale, dall’altra, l’aspirazione all’indipendenza nel caso del Karabakh (territorio di insediamento storico millenario degli armeni trasferito negli anni ’20 del XX secolo da Stalin dall’Armenia all’Azerbaigian per compiacersi la Turchia di Ataturk) obbedisce ad un ben più valido e conclamata principio, peraltro sostenuto e difeso dalle Nazioni Unite, quale è quello del “diritto all’auto-determinazione dei popoli”.

Ma tutto questo la politica estera italiana sembra dimenticarlo, o per lo meno, relegarlo a considerazioni marginali nella prevalenza di interessi mercantili di ignobile lignaggio (petrolio e gas) e in virtù di un imperante pensiero unico, allineato con Washington e votato a singolarizzare la Russia quale eterno nemico della democrazia americana!

Risoluzioni dell’Onu

Neanche sul piano giuridico internazionale poi le affermazioni di Cirielli risultano corrispondere alla realtà.

Tutte le Risoluzioni dell’Onu, a partire da quelle del 1993 (n. 822, 853, 874 e 884) si riferiscono non alla condanna dell’Armenia per una presunta aggressione, bensì alle zone poste al di fuori dell’Artsakh occupate dagli armeni durante la Guerra del 1992/94 per motivi di sicurezza territoriale, ma oggetto di restituzione a termini di un pacchetto risolutivo (principi di Madrid) proposto al tempo proprio dai Paesi parti del Gruppo di Minsk e accettato da Yerevan nel corso del negoziato.

Ma esistono ancora ben altre risoluzioni oltre a quelle dell’Onu. E sono quelle con cui si esplicita la condanna dell’Azerbaigian per le gravissime violazioni dei Diritti Umani. Basti ricordare al riguardo le mutilazioni e l’uccisione indiscriminata di civili commesse dagli azeri nel corso dei tanti attacchi sulla linea di contatto, e l’efferato omicidio del sottufficiale armeno Margaryan per mano del collega azero Safarov a Budapest nel 2004 vergognosamente elevato dal Presidente Aliyev a eroe nazionale!

Di tali crimini, di cui l’Occidente sembra oggi rifiutarsi di tenere a memoria, si fa stato in vari atti del Consiglio d’Europa (es. Ris. del 23 giugno 2023) e dello stesso Parlamento Europeo (Ris. del 15 marzo 2023) per non citare gli atti di condanna per la sistematica distruzione del patrimonio monumentale storico-religioso operata dagli azeri sui territori occupati al fine di cancellare la memoria storica di un popolo, peraltro parte della nostra stessa civiltà europea.

Il destino dell’Armenia

Non si tratta, dunque, per l’Armenia – come erroneamente afferma il nostro Viceministro nel spiegare le ragioni di questo conflitto – di revanscismo o di nazionalismo presente in taluni circoli politici armeni, e né di sciovinismo da parte di una Diaspora che ha sempre creduto fin dal tempo del Genocidio del 1915 alla realizzazione di una Giustizia Storica finora ancora mancata per colpevole inerzia occidentale. Qui, invece, è in ballo il destino della stessa Nazione armena, messa a rischio oggi di perdere la propria identità per una visione fallace degli interessi in gioco da parte delle Potenze occidentali.

No, non è, dunque, questo il tempo, e né ve ne sarebbero i presupposti – contrariamente a quanto precisa il vice ministro – di cambiare la narrazione internazionale della disputa. È tempo al contrario che da parte occidentale, e in particolare dell’Italia, si adotti il metro della “verità” nella condotta delle relazioni internazionali e che si assuma il perseguimento della giustizia a contenuto di una “postura” fedele ai valori di libertà dei popoli nel riconoscimento del loro diritto fondamentale ad esistere in totale sicurezza, piena autonomia ed indipendenza.

[*] Bruno Scapini è stato Ambasciatore dell’Italia in Armenia al 2009 al 2013. Ha lasciato la carriera diplomatica nel 2014, ma continua ad occuparsi di relazioni con l’Armenia, in qualità di Presidente onorario dell’Associazione italo-armena per il commercio e l’industria. È autore di ARTSAKH. Confessioni sulla linea di contatto (Calibani Editore 2021, 278 pagine [QUI]), romanzo vincitore del Premio Ginevra al Concorso Internazionale Switzerland International, Premio Speciale della Giuria al Premio Internazionale Lord Byron, Premio Speciale per la Narrativa al Premio Casentino, Menzione Speciale al Premio Vitruvio.

C’è la Russia dietro la destabilizzazione tra Armenia e Azerbaigian. Parla Cirielli
di Francesco De Palo
Formiche.net, 1° dicembre 2023

Intervista al Viceministro degli Esteri: “Questa vicenda è il fondamento della nostra postura internazionale: ricordo che noi stiamo aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. Roma è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente con quei fatti”.

La vicenda in corso tra Azerbaigian e Armenia, spiega a Formiche.net il Viceministro degli Esteri con delega al Caucaso, Edmondo Cirielli, è il fondamento della nostra postura internazionale: “Noi stiamo aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. Roma è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente con quei fatti”. E dopo la recente sentenza della Corte internazionale che ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh, è tempo che cambi anche la narrazione internazionale della disputa. “Per gli azeri il diritto internazionale è stato violato in maniera palese dalla guerra di aggressione mossa dall’Armenia”.

Nel giorno in cui sono ripresi i colloqui diplomatici tra Azerbaigian e Armenia l’europarlamentare del M5S Fabio Massimo Castaldo si è fatto promotore di una lettera inviata alla presidente della Commissione Europea, all’Alto Rappresentante Josep Borrell, e al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, in cui si chiede di “prevenire una catastrofe umanitaria e garantire la sicurezza dell’Armenia e la prosperità nella regione del Caucaso meridionale”. Come commentarla?
Credo che questa azione sia intempestiva e rischi di danneggiare gli accordi di pace finora in corso, è il modo peggiore di operare e intromettersi a gamba tesa in vicende di cui si sa anche poco, sia sulla storia sia dal punto di vista dei rapporti internazionali. L’Europa e l’Italia in maniera particolare dovranno lavorare perché si crei un clima di distensione tra le due parti. Considero il premier armeno sicuramente il più illuminato degli ultimi anni e il primo che ha riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, cosa sicuramente più volte affermata dalle Nazioni Unite in varie risoluzioni. Ma nessuno dei precedenti governi armeni filorussi aveva mai preso in considerazione questa valutazione.

Baku aveva più volte invocato una soluzione pacifica?
Bisogna dire che anche il presidente azero Ilham Aliyev ha cercato in questi tre anni una soluzione pacifica, dopo l’ultimo conflitto che aveva sostanzialmente visto vittoriose sul campo le truppe azere, che però in seguito si sono fermate, dando così la possibilità di trovare una soluzione pacifica alla questione. Purtroppo in Europa c’è stato anche chi ha sempre alimentato il revanscismo e il nazionalismo armeno, illudendo Yerevan su cose che poi oggettivamente non erano neanche previste dal diritto internazionale.

Quindi è possibile escludere la possibilità di un attacco azero, come emerge invece dalla lettera di Castaldo?
Non esiste alcuna valutazione, né politica né di natura militare, che può far pensare ad un’idea del genere, è proprio una follia. L’Azerbaigian non ha mai messo in campo azioni contro il territorio armeno, questo è anche un fatto notorio, testimoniato da commissioni indipendenti dell’Onu. Non è stato fatto nulla dalle truppe azere per provocare l’esodo, che poi effettivamente c’è stato ma da parte di secessionisti che hanno dato fiato a rappresaglie nate da un’idea alimentata da filorussi che nell’area sono molto forti. Con tale esodo hanno voluto creare un ulteriore motivo di tensione.

Come si inseriscono le pressioni dei big players esterni? L’Armenia, dopo anni di vicinanza alla Russia, sembra voler guardare all’Occidente adesso.
Premetto che Aliyev ha escluso categoricamente una qualsiasi iniziativa azera contro i trattati internazionali. È una persona molto pragmatica e certamente sa bene che un attacco all’Armenia sarebbe non solo un atto folle, senza alcun interesse militare strategico, ma oltretutto contrario alla postura che paradossalmente l’Azerbaigian ha sempre avuto in questi trent’anni in cui l’Armenia ha occupato non soltanto il Garabagh ma anche due zone cuscinetto più grandi del Garabagh stesso, abitate prima da azeri che poi, invece, sono stati esclusi da quelle terre. Ciononostante, per trent’anni l’Azerbaigian ha sempre cercato di far valere tutte le sue posizioni di fronte alle corti internazionali nelle sedi multilaterali. Tale occupazione è stata esercitata dall’Armenia sotto la protezione dell’Armata Rossa. Di contro, non dimentichiamo che il premier armeno Pashinyan è stato eletto tutte e due le volte con una chiara polemica nei confronti della Russia e questo è un passaggio che ci fa guardare in maniera positiva al senso delle istituzioni e alla voglia di fare bene del popolo armeno. Il tema vero è che esiste una classe dirigente ancora molto nazionalista e ci sono ambienti esterni all’Armenia che mirano a destabilizzare il Caucaso: ovvero la Russia. Ma non è tutto.

Ovvero?
Vi sono anche le potenti comunità armene che vivono fuori dall’Armenia che magari non sono realmente a conoscenza dei problemi e dello stato attuale, e vagheggiano anche per motivazioni umanamente comprensibili, perché sono figli e discendenti della diaspora armena, ma con una visione molto nazionalista e sciovinista. Ricordo che l’Italia è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente col genocidio e non possono pagare colpe di altri solo perché sono di religione musulmana. Peraltro sappiamo bene che l’Azerbaigian è uno dei paesi più laici e tolleranti del mondo musulmano: è un loro tratto distintivo. Per cui sforziamoci di non usare la religione come elemento di contrasto tra i popoli.

Lo scorso 17 novembre la Corte Internazionale di Giustizia ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh: è questo un buon punto di partenza, nel solco del diritto internazionale, per iniziare a parlare in modo diverso di questo problema?
Questa vicenda è il fondamento della nostra postura internazionale: ricordo che il governo Meloni sta aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. La Russia ha fatto una guerra contro l’Ucraina con la scusa di proteggere i russi che, a loro dire, venivano discriminati dal governo ucraino. La guerra tra Armenia e Azerbaijan è scoppiata perché l’Armenia, con l’appoggio dell’Armata Rossa, ha conquistato il Garabagh, territorio azero, oltre a due zone cuscinetto abitate da soli azeri. Quindi noi come facciamo a sostenere la causa armena quando poi sosteniamo la causa ucraina? Certamente non lo potremmo fare e sarebbe grave se dipendesse da un fatto meramente religioso. C’è una simpatia per gli armeni, per la vergogna che hanno subito nel corso della loro storia, ma di cui gli azeri non hanno alcuna responsabilità.

Quale la posizione dell’Italia?
Noi abbiamo sempre condannato il genocidio armeno con chiarezza, sia come partito che anche personalmente, assieme a tutto quello che è accaduto agli armeni ma, ripeto, che per gli azeri il diritto internazionale è stato violato in maniera palese dalla guerra di aggressione mossa dall’Armenia e che è durata trent’anni. Indirettamente lo ha riconosciuto anche l’Armenia, perché avrebbe potuto risolvere diversamente e più favorevolmente le tensioni. Invece questa ottusità dei vecchi governi armeni filo russi ha prodotto un atteggiamento di chiusura assoluta contro le relazioni internazionali, ma anche contro i tentativi dell’Azerbaigian di risolvere questa vicenda sulla base delle risoluzioni Onu. Oggi la vicenda si è conclusa sul piano militare e credo che qualunque altro Stato forse non avrebbe aspettato trent’anni per risolvere un’occupazione armata: immagini se noi in Alto Adige avessimo avuto un’occupazione armata di sedicenti separatisti altoatesini con l’appoggio dell’esercito, di volontari o piuttosto dell’esercito austriaco. Non penso che sarebbe durata trent’anni. Siamo una nazione democratica e pacifica che ripudia la guerra.

Quale il ruolo che riveste diplomaticamente l’Italia in quella macro area?
Sono convinto che l’Italia possa giocare un ruolo importante su questo. Ma se si continuerà a dipingere gli azeri come coloro che hanno usato la forza contro gli armeni, non si aiuterà la pace. Il modo migliore è avviare una stagione di distensione come sta facendo da tempo la Georgia: nonostante sia un paese cristiano, è al tempo stesso un partner privilegiato per l’Azerbaigian e come l’Italia ha un ruolo di grande capacità di mediazione, perché ha sempre difeso le ragioni giuridiche e internazionali dell’Azerbaigian. Sembra strano che proprio l’Italia, che è un campione della legalità internazionale e di principi dell’Onu, non debba sostenere questa linea.

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Formiche.net e il suo fondatore e Leonardo SpA

Il quotidiano online Formiche.net fa parte del progetto editoriale Formiche2, fondato da Paolo Messa, che comprende anche la testata on line Airpressonline.it e i mensili Formiche e Airpress (specializzato nel settore aerospazio e difesa). Paolo Messa è editore non esecutivo di Formiche, Airpress, Formiche.net e Cyber Affairs (agenzia di stampa specializzata sulla sicurezza informatica).

Paolo Messa è un manager e un intellettuale concentrato sulla sicurezza e sulla politica estera.

Dal 1994 al 2000 è stato Responsabile comunicazione dell’Ufficio protezione ambientale e sicurezza dell’Associazione degli industriali di Bari per conto della Ingegneria dei Servizi Industriali Srl. Dal 2000 al 2001 è stato Direttore editoriale del quotidiano Puglia d’Oggi. Dal 2001 al 2006 ha ricoperto il ruolo di Portavoce e Responsabile della comunicazione dell’UDC (Partito Democratico Cristiano). Dal 2004 al 2005 è stato Consigliere per la Comunicazione del Vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Dal 2006 al 2011 è stato Consigliere di amministrazione delle Srl Base per Altezza, Lola Media Group e L.com. Dal 2011 al 2013 è stato Consigliere per la Comunicazione del Ministro dell’Ambiente. Dal 2014 al 2015 stato Consigliere per la Comunicazione di Invimit Sgr Spa (società del Ministero dell’Economia e delle Finanze). Dal 2015 al 2017 è stato membro del Consiglio di amministrazione della RAI. Da febbraio 2017 fa parte del Comitato Strategico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. È entrato in Leonardo SpA nel 2018, è stato Vice Presidente Esecutivo per le Relazioni Istituzionali dell’Italia ed oggi è Responsabile delle Relazioni Geo-Strategiche con gli USA [*].

È non resident senior fellow presso l’Atlantic Council di Washington e membro del Consiglio ed ex Direttore del Center for American Studies (un think tank indipendente con sede a Roma dedicato alle relazioni tra Stati Uniti e Italia/Unione Europea). È membro del Consiglio di Amministrazione del Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) e del Comitato Strategico del corso di laurea in Global Governance dell’Università di Roma Tor Vergata. È stato docente di Giornalismo politico ed economico” all’Università La Sapienza di Roma ed è docente di Media e Intelligence nei master dedicati all’Intelligence Economica promossi dalle Università di Firenze e di Roma Tor Vergata. È Professore a contratto presso la Business School dell’Università LUISS di Roma. Ha partecipato all’International Visitor Leadership Program 2011, un programma di scambio professionale fornito dal Dipartimento di Stato americano.

È anche “opinion maker”, partecipante a programmi televisivi, autore di numerosi saggi e articoli per numerosi giornali e riviste, e autore di libri: The Age of Sharp PowerThe American PopeFondazioni bancarie tra passato e futuroDc. Il partito che ha fatto l’Italia (con Prefazione di Giulio Andreotti).

[*] Leonardo, una delle aziende leader mondiali in ambito militare e civile, è la più grande azienda produttrice di prodotti per la difesa in Italia.
Sulla vendita di aerei ad uso duale civile-militare da trasporto italiano Leonardo C-27J Spartan dall’Italia all’Azerbajgian e della cooperazione commerciale-militare tra Italia e Azerbajgian, resa nota attraverso comunicati ufficiali dei Ministeri della Difesa di ambedue i Paesi, abbiamo già riferito più volto in passato [per esempio QUIQUIQUIQUI e QUI].

Nell’articolo più recente del 6 agosto scorso [QUI] abbiamo riferito in modo esaustivo sull’acquista del velivolo da trasporto Leonardo C-27J Spartan da parte dell’Azerbajgian. Abbiamo osservato che la cessione, su iniziativa del governo italiano, di aerei da trasporto ad uso duale civile-militare, fabbricati da Leonardo SpA ad uno Stato in conclamata attività belligerante, quindi, è secondo noi una violazione della legge 185/1990, che vieta appunto il commercio di materiale bellico (Legge 9 luglio 1990, n. 185, “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 14 luglio 1990, n. 163. Con modifiche introdotte dalla legge 17 giugno 2003, n. 148 [QUI]).

Indubbiamente, c’è stata violazione della legge 185/1990. Il problema di fondo è che quanto stava succedendo in Artsakh lo sapevano i politici di maggioranza e di opposizione, come lo sapeva il governo in carica presieduto da Giorgia Meloni, che ciononostante insisteva nella politica di collaborazione con Baku, con il consenso dell’opposizione. Sapevano tutto ma se ne fregavano, anteponendo con irrealismo (perché certe cose si pagano) l’economia al bene comune, con un doppio standard orribile.

I nostri governanti e politici non sono ingenui e quindi sapevano. L’intervista a Cirielli pubblicato da Forniche.net né è una conferma eclatante. Nel loro offrirsi come zerbino all’autocrate sanguinario ricco di petrolio e gas di Baku, i nostri governanti e politici ci ricordino il proverbio che chi si fa pecora, il lupo lo mangia. Pensano di guadagnarci ma finiranno ad essere sopraffatte dalle prepotenze del loro partner affidabile. La storia consiglia di adottare un atteggiamento meno sottomesso così da non cadere vittime delle angherie di costui.

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