In Armenia, alla ricerca delle radici del vino fra le anfore della cantina più antica del mondo (La Repubblica 30.05.26)

YEREVAN. L’Ararat appare all’improvviso, immenso, bianco, sfuggente: difficile distinguerne nitidamente la vetta, spesso velata da un mix di nebbia e nuvole. Con i suoi oltre cinquemila metri il monte – noto in quanto leggendario luogo di approdo dell’Arca di Noè dopo il diluvio universale – domina l’orizzonte di Yerevan e accompagna ogni spostamento, ogni strada, ogni vigneto. È il simbolo dell’Armenia, anche se oggi si trova oltre confine, in territorio turco. Una ferita geografica che racconta bene la storia di questo piccolo Paese incastonato tra Europa e Asia, terra di passaggio e di conquista, di imperi e di resilienza.

L’Armenia porta ancora addosso il peso del genocidio del 1915, la lunga stagione sovietica e la perdita di gran parte di quella che gli armeni chiamano ancora oggi la Grande Armenia, quando il suo territorio si estendeva tra il Mar Nero, il Mar Caspio e il Mediterraneo.

 

I panorami mozzafiato dell'Armenia (@CMB)
I panorami mozzafiato dell’Armenia (@CMB) 

 

Il vino come rinascita

Eppure, c’è qualcosa che oggi racconta una nuova fase della sua storia: il vino. Inteso come bevanda certo, ma soprattutto come orgoglio nazionale, economia, turismo, oltre che storia e racconto collettivo. E come paesaggio: qui le vigne intervallano distese verdi straordinarie che si dipanano in orizzonti a metà fra gli altopiani abruzzesi ai piedi del Gran Sasso e la Nuova Zelanda del Signore degli Anelli.

Per capire la maestosa relazione fra natura, spiritualità e viticoltura, bisogna partire dai monasteri. “Il vino permetteva di comunicare con gli dèi”, racconta Arpi Yeganyan, guida turistica armena, mentre accompagna i visitatori, giudici wine expert del Concorso mondiale di Bruxelles – tra antiche chiese e complessi monastici disseminati tra canyon e montagne. Nei secoli i monasteri non erano soltanto centri religiosi, ma anche il cuore economico delle comunità. Controllavano la produzione agricola, amministravano le terre e producevano vino. “Con il cristianesimo il significato è cambiato, ma il simbolismo è rimasto. E oggi il vino continua a rappresentare il legame tra l’uomo e Dio”, spiega Arpi Yeganyan. Pane e vino, ieri come oggi, sempre molto presenti nella liturgia: venivano lasciati accanto ai defunti dopo i funerali. E il vino veniva visto come elemento di passaggio tra il mondo terreno e quello spirituale.

La grotta di 6000 anni fa

 

Vasi portavino nella cantina più antica del mondo, Areni-1 (@CMB)
Vasi portavino nella cantina più antica del mondo, Areni-1 (@CMB) 

 

Un simbolismo potente, con radici molto profonde, che riflette un legame molto stretto con la religione: si pensi che l’Armenia è stato il primo Paese a proclamare il cristianesimo come religione di Stato già nel 301 d.C.. Non sorprende allora che proprio qui, nella grotta di Areni-1, sia stata scoperta quella che viene considerata la più antica cantina del mondo, datata oltre seimila anni fa. Una grotta dal fascino millenario, dalla temperatura costante, in cui giare, anfore e altri contenitori interrati dove veniva custodito il vino sono rimasti quasi intatti. Nel cuore della regione di Vayots Dzor, lungo il fiume Arpa, gli scavi del complesso Areni-1 sono stati avviati nel 2007 hanno portato alla luce anche reperti straordinari: la più antica scarpa in pelle conosciuta, una gonna di paglia di quasi 6.000 anni fa e persino resti umani eccezionalmente conservati. Finora è stato esplorato solo il 5% del complesso, lasciando intuire quanto ancora ci sia da scoprire in quello che rappresenta uno dei luoghi simbolo delle origini della civiltà del vino.

Ferite del passato, brandy e futuro

Una storia antichissima che però ha rischiato di interrompersi. Durante l’epoca sovietica Mosca assegnò ruoli precisi alle repubbliche dell’Unione. Alla Georgia spettava la produzione di vino. All’Armenia quella del brandy. Per decenni la quantità prevalse sulla qualità. Molti vitigni tradizionali furono sostituiti da varietà più produttive e adatte alla distillazione.

 

 

“Il Kangun era perfetto per il cognac – racconta Ararat Mkrtchyan della cantina Voskeni Wines – Accumulava zuccheri in modo incredibile. Era stato creato proprio per rispondere alle esigenze produttive sovietiche”. La sua storia è quella di molte famiglie armene. Dopo il crollo dell’Urss il padre investì quasi tutti i suoi risparmi per ricomprare ventidue ettari di vigneti appartenuti alla famiglia. “Nessuno di noi veniva dal mondo del vino. Io sono un matematico, mia sorella giornalista, mio padre ingegnere”. Per anni hanno venduto le uve ad altre aziende. “Era come portare una valigia pesantissima senza manico. Difficile da trasportare, ma troppo preziosa per essere abbandonata”, racconta il matematico. Alla fine la famiglia ha deciso di creare la propria cantina. Partendo da zero, ma con una grande attenzione alla qualità: consulenti francesi, investimenti importanti, qualche difficoltà. Ma il lavoro paga sempre. Ed ecco arrivare il primo riconoscimento: una medaglia d’oro a un concorso internazionale. “E finalmente in quel momento abbiamo capito di avere trovato la nostra firma”, dice il produttore. Oggi Voskeni (nome che deriva dall’incrocio fra le due varietà Voskehat e Areni) è impegnata soprattutto nel recupero dei vitigni autoctoni, proprio a partire da Areni e Voskehat. “Crediamo che siano i vitigni indigeni a poter mettere davvero l’Armenia sulla mappa mondiale del vino”.

 

 

Il vento del Nord nel calice

La valorizzazione delle peculiarità del territorio, del resto, è l’obiettivo di tutte le cantine, come dimostrano esperienze come quella di Northern Terroir. Fondata nel 2017, la cantina è nata con l’obiettivo di raccontare attraverso il vino l’identità della regione di Tavush, nel nord del Paese. I vigneti, situati nel villaggio di Haghtanak a circa 450 metri di altitudine, beneficiano di un clima continentale caratterizzato da estati calde e inverni miti. Il progetto punta a tradurre nel calice le caratteristiche del territorio, grazie al lavoro di una squadra fortemente legata alla terra e impegnata a valorizzare le peculiarità storiche, culturali e naturali di Tavush. Un luogo dove la viticoltura fa parte della storia da secoli: nell’Alto Medioevo questa regione dell’Armenia storica era conosciuta con il nome di Tus, da cui deriva l’attuale denominazione Tavush. È proprio a questo antico nome che si ispira “Tus”, un progetto che si propone di proseguire una tradizione vinicola radicata nel territorio da generazioni. Tra i vitigni simbolo della zona c’è il Lalvari, il cui nome deriva dall’omonimo monte. È considerato uno dei vitigni storici più rappresentativi dell’area.

“Prima qui c’erano pietre e serpenti”

 

Victoria Aslanian (@CMB)
Victoria Aslanian (@CMB) 

 

La stessa convinzione anima Armas, una delle aziende simbolo della rinascita vitivinicola del Paese. Quando il padre di Victoria Aslanian acquistò la proprietà nel 2007 trovò soltanto rocce. “Niente acqua, niente elettricità, niente strade. Nulla, solo pietre e serpenti”. Oggi quella stessa tenuta si estende per centocinquanta ettari tra vigneti intervallati da papaveri, frutteti, hotel, cantina e altre strutture pensate per l’enoturismo. “Volevamo costruire qualcosa che raccontasse l’Armenia al mondo”. Per farlo sono stati coinvolti decine di tecnici italiani della azienda veneta Granzotto Botti, specializzata in progettazione di impianti enologici. “Abbiamo avuto trentacinque italiani che hanno vissuto qui per quattro anni. Due anni di costruzione e due anni di formazione”. Armas è il simbolo di un nuovo corso: vitigni autoctoni, tecnologia, turismo e apertura internazionale. “Oggi la nostra casa è aperta a tutti: vogliamo far risplendere il nome dell’Armenia, una terra splendida da assaporare nella sua essenza attraverso il vino, e degustarlo di fronte a questo paesaggio è indimenticabile”.

Il vino piace ai giovani

 

 

Ma il cambiamento non riguarda soltanto le aziende. Sta cambiando anche il modo in cui gli armeni bevono. “Per molto tempo siamo stati un Paese del brandy e della vodka”, spiega Zara Muradyan, direttrice della Wine Foundation of Armenia. “Durante il periodo sovietico il brandy era il regalo per eccellenza. Poi si è diffusa la cultura della vodka. Oggi invece i giovani scelgono sempre più spesso il vino”. Wine bar, ristoranti, enoteche, eventi dedicati al vino stanno trasformando il volto di Yerevan, una delle città più antiche del mondo con i suoi 2800 anni. “Bere vino è diventato uno stile di vita”, dice l’esperta.

Anche i mercati internazionali iniziano ad accorgersene. La Russia resta il principale sbocco commerciale, ma crescono le esportazioni verso Europa e Stati Uniti. Una crescita che trova conferma anche nello sguardo di osservatori esterni.

La scelta lungimirante del CMB

Durante il Concours Mondial de Bruxelles, ospitato quest’anno proprio in Armenia, oltre trecento giudici internazionali provenienti da più di 50 Paesi hanno degustato migliaia di vini arrivati da tutto il mondo. Per Quentin Havaux, direttore del concorso, l’Armenia rappresenta uno dei mercati più interessanti da osservare. “In Europa i consumi stanno diminuendo. In Armenia stanno crescendo. I numeri non sono ancora enormi, ma qualcosa sta succedendo”. Secondo Havaux il vino deve diventare più semplice e accessibile. “Molte persone pensano di non capire il vino. Ma non serve capirlo. Bisogna prima goderselo”. Una frase che sembra adattarsi perfettamente all’Armenia. Perché qui il vino è il simbolo di un Paese che continua ostinatamente e con orgoglio a custodire la propria identità.

 

 

Lo si ritrova nei monasteri scavati nella roccia. Nel lavash (il particolare pane locale) che esce dai forni tradizionali, negli zhingyalov hats (focaccine con una sfoglia di acqua, farina e sale sottilissima) lavorati dalle mani sapienti della donne in campagna, farciti di erbe aromatiche in particolare coriandolo. Nei khinkali pieni di carne, nelle fragole, le albicocche e la frutta secca che colorano le tavole. Nei brindisi che accompagnano ogni incontro, nella musica e nel folclore che si respira in ogni angolo del Paese, soprattutto nelle zone rurali. E nei vigneti che risalgono le montagne sotto lo sguardo costante dell’Ararat, con una ricchezza di varietà autoctone inedita nel resto del mondo. Una complessità nel calice che oggi, sempre di più, guarda al futuro, sorretta dalla passione delle nuove generazioni.

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