Karekin II, il processo passa al giudice Serzh Rushanyan. Ma la domanda resta: può lo Stato decidere chi è Vescovo? (Korazym 11.08.26)
Cambia il giudice, non cambia la questione. Il procedimento penale contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei Vescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo della Chiesa Apostolica Armena è stato assegnato al giudice Serzh Rushanyan (foto di copertina) del Tribunale di primo grado di giurisdizione generale della regione di Armavir.
Lo registra il sistema informativo giudiziario armeno Datalex, dopo l’astensione del giudice Hakob Manukyan, che aveva interrotto praticamente sul nascere la prima udienza del 7 agosto.
Il processo dunque ripartirà. Al momento non risulta ancora fissata la data della nuova udienza. Ma il cambio del magistrato non modifica la domanda di fondo che questo Blog dell’Editore ha posto fin dall’inizio di questa vicenda: può un tribunale dello Stato stabilire chi debba essere Vescovo e, di conseguenza, trasformare in materia penale il rifiuto della Chiesa di applicare una decisione civile che interviene sul governo interno ecclesiastico?
Da Manukyan a Rushanyan
Avevamo raccontato l’8 agosto che il processo si era fermato dopo appena una ventina di minuti. Il giudice Hakob Manukyan aveva dichiarato la propria astensione, determinando la riassegnazione del fascicolo.
Datalex ha ora reso nota anche la motivazione della decisione. Nel 2021, mentre Manukyan frequentava l’Accademia degli Avvocati, Ara Zohrabyan – oggi uno dei rappresentanti legali del Catholicos – era Presidente dell’Ordine degli Avvocati dell’Armenia e presiedeva la Commissione di Qualificazione. Dopo l’esame orale fu proprio Zohrabyan a rilasciare a Manukyan la licenza per l’esercizio della professione forense.
Secondo quanto spiegato dallo stesso magistrato, tale precedente rapporto professionale avrebbe potuto suscitare ragionevoli dubbi sulla sua imparzialità, mettendo in discussione agli occhi delle parti e dell’opinione pubblica l’obiettività del procedimento e l’equità delle successive decisioni. Da qui la scelta di astenersi nell’interesse della corretta amministrazione della giustizia.
Il sistema informatico di assegnazione giudiziaria ha ora affidato il fascicolo a Serzh Rushanyan, giudice del Tribunale regionale di Armavir. Rushanyan, 29 anni, è stato nominato magistrato nel 2023. In precedenza ha lavorato presso il Ministero della Giustizia armeno e, dal 2017 al 2020, è stato Presidente dell’organizzazione non governativa Giustizia e Stato di diritto.
Un nome già comparso nel confronto attorno a Etchmiadzin
Il nome di Serzh Rushanyan non compare per la prima volta nelle vicende giudiziarie legate alle tensioni attorno alla Santa Sede di Etchmiadzin.
Nell’aprile 2026, il Tribunale di primo grado della regione di Armavir, con Rushanyan giudice, accolse infatti un ricorso contro la decisione di non avviare un procedimento penale in relazione agli incidenti verificatisi il 18 dicembre 2025 presso la Santa Sede di Etchmiadzin.
Quel giorno era in corso una manifestazione nel contesto della campagna contro il Catholicos Karekin II. Secondo la denuncia presentata in relazione ai fatti, durante l’uscita di una processione di ecclesiastici si verificarono comportamenti che furono indicati come possibili atti di teppismo. Il tribunale ritenne che vi fossero elementi sufficienti per procedere agli accertamenti e dispose l’avvio dell’indagine penale.
È un precedente che merita di essere ricordato, senza naturalmente anticipare alcuna valutazione sul modo in cui Rushanyan condurrà il nuovo procedimento. Un giudice deve essere valutato sulle decisioni assunte nel singolo processo e non per supposizioni sulle decisioni future.
All’origine del processo c’è ancora il caso Saroyan
Anche dopo il cambio del giudice, il cuore della vicenda rimane esattamente quello che abbiamo descritto nei precedenti articoli.
Il procedimento riguarda Karekin II e sei Vescovi del Consiglio Spirituale Supremo, accusati di ostruzione alla giustizia in relazione alla mancata esecuzione di un provvedimento della magistratura civile riguardante il Vescovo Gevorg Saroyan.
Saroyan era stato rimosso dal proprio incarico ecclesiastico con una decisione del Catholicos. Rivoltosi alla giustizia civile, aveva ottenuto un provvedimento favorevole alla propria reintegrazione. La Santa Sede di Etchmiadzin non vi ha dato esecuzione e successivamente Saroyan è stato ridotto allo stato laicale.
La posizione della Chiesa Apostolica Armena è netta: nomina, trasferimento, disciplina e status canonico dei Vescovi e del clero appartengono all’ordinamento interno della Chiesa e non possono essere determinati da un tribunale dello Stato.
Ed è precisamente qui che una controversia apparentemente processuale assume una portata ben più vasta.
Quando una questione canonica diventa un procedimento penale
Non siamo più soltanto davanti a una controversia tra un Vescovo e l’istituzione ecclesiastica cui apparteneva.
Nel momento in cui un tribunale civile ordina la reintegrazione di un Vescovo e il rifiuto dell’autorità ecclesiastica di eseguire quell’ordine conduce a un procedimento penale contro il Catholicos e sei Vescovi, il problema investe direttamente il confine tra giurisdizione dello Stato e autonomia della Chiesa.
È questa la domanda che abbiamo posto il 5 agosto, quando abbiamo scritto che il processo contro Karekin II rappresentava uno spartiacque nella crisi tra Stato e Chiesa in Armenia. Ed è la stessa domanda tornata con ancora maggiore evidenza l’8 agosto: può uno Stato decidere chi è Vescovo?
Il 9 agosto, commentando l’attenzione dedicata alla vicenda da Der Spiegel, abbiamo osservato che anche nel racconto internazionale rischia di rimanere sullo sfondo proprio questo punto essenziale. Non si tratta semplicemente di stabilire se una decisione giudiziaria sia stata eseguita. Prima ancora occorre domandarsi se quella decisione potesse legittimamente intervenire sulla materia che pretendeva di regolare.
Una crisi che non nasce oggi
Il processo non può inoltre essere isolato dal contesto politico ed ecclesiale nel quale si svolge.
Questo Blog dell’Editore segue da tempo il crescente confronto tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena. Il 2 agosto abbiamo raccontato un episodio dal forte valore simbolico: l’apertura del nuovo Parlamento armeno senza la presenza del Catholicos, una rottura rispetto a una tradizione consolidata e un ulteriore segnale della profondità della frattura tra le istituzioni dello Stato e la Chiesa nazionale.
La difesa di Karekin II e gli ambienti ecclesiastici denunciano il procedimento come un’indebita interferenza dello Stato nell’autonomia canonica della Chiesa. Sul versante governativo, invece, la vicenda viene ricondotta all’obbligo generale di rispettare le decisioni dei tribunali.
È proprio questa contrapposizione che rende il processo assai più importante della singola imputazione.
Cambia il giudice. Non cambia la domanda
Ora il fascicolo è sulla scrivania del giudice Serzh Rushanyan.
Sarà lui, salvo ulteriori sviluppi processuali, a dover affrontare un procedimento che ha ormai superato i confini dell’aula giudiziaria di Armavir. Perché sotto l’accusa di mancata esecuzione di una decisione giudiziaria si trova una questione che riguarda l’autonomia di una delle più antiche Chiese Cristiane del mondo e il limite che il potere civile deve osservare davanti alla libertà di governo di una comunità religiosa.
Non si tratta di sostenere che un’autorità religiosa sia sottratta alla legge dello Stato. Non lo è.
La questione è diversa e molto più precisa: può la legge dello Stato sostituirsi al diritto canonico nel determinare chi esercita un ministero episcopale? È questa la domanda che il cambio del giudice non cancella. Anzi, adesso che il processo può riprendere, diventa ancora più difficile evitarla.
