Mentre l’Armenia tace sull’Artsakh per non disturbare la pace, Baku porta in Europa l’«Azerbaigian occidentale». A Stoccolma anche Yerevan diventa «terra azera» (Korazym 20.08.26)
Mentre in Armenia si cerca di abbassare il tono su tutto ciò che potrebbe essere interpretato come un ostacolo al processo di pace con l’Azerbaigian, a Baku accade esattamente il contrario. La questione dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e persino il diritto al ritorno degli Armeni costretti a lasciare la loro terra, vengono trattati a Yerevan con crescente prudenza. Dall’altra parte del confine, invece, continua ad essere promossa, anche attraverso strutture dello Stato e rappresentanze diplomatiche, la narrazione del cosiddetto «Azerbaigian occidentale»: un’espressione con la quale viene indicato territorio appartenente alla sovrana Repubblica di Armenia. L’ultimo episodio arriva da Stoccolma. Non da Baku, dunque, ma dal cuore dell’Europa.

A Stoccolma Yerevan – la mia patria che vive nel mio cuore
L’11 agosto 2026, nella capitale svedese, è stato presentato il libro della ricercatrice azera Zarifa Haqverdiyeva, specialista senior del dipartimento di ricerca sui manoscritti dell’Azerbaigian occidentale e del Karabakh presso l’Istituto dei Manoscritti Muhammad Fuzuli dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, dal titolo İrəvan – qəlbimdə yaşayan yurdum, traducibile come Yerevan – la mia patria che vive nel mio cuore, pubblicato il 1° giugno 2026 dal Consiglio Scientifico dell’Istituto.
Non si è trattato semplicemente della presentazione privata di un volume. Secondo quanto riferisce lo stesso Comitato statale della Repubblica dell’Azerbaigian per il lavoro con la diaspora [1], l’iniziativa è stata realizzata con il sostegno del Comitato e dell’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigian nel Regno di Svezia e organizzata dalla Sweden-Azerbaijan Union.
La fonte ufficiale azera presenta l’evento come un’iniziativa volta a conservare la «memoria nazionale», le «verità storiche» e l’amore per la «terra natale». È proprio qui che una presentazione apparentemente culturale assume una rilevanza politica.
Il libro, già presentato nel giugno scorso dall’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, descrive infatti Yerevan come un’«antica città azera». La capitale della Repubblica di Armenia viene così inserita nel più vasto sistema narrativo che Baku identifica ormai sistematicamente con il cosiddetto «Azerbaigian occidentale».
Non è una definizione geografica
Il problema non consiste nel ricordare che popolazioni azere abbiano vissuto nel territorio dell’attuale Armenia, né nel riconoscere il dramma degli Azeri che lo hanno dovuto abbandonare durante le violenze e gli spostamenti di popolazione che hanno accompagnato il conflitto armeno-azero. La memoria delle sofferenze delle popolazioni civili non dovrebbe mai essere negata, da nessuna delle due parti.
Il problema nasce quando una memoria storica viene trasformata in una categoria geopolitica applicata al territorio sovrano di un altro Stato. E «Azerbaigian occidentale» non è un’espressione occasionale. Il Presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato esplicitamente, che quello che definisce «Azerbaigian occidentale» sarebbe «la nostra terra storica» e ha indicato come obiettivo il ritorno degli Azeri nei territori dell’attuale Armenia. Nel dicembre 2022, incontrando esponenti della cosiddetta Comunità dell’Azerbaigian Occidentale, Aliyev affermò inoltre che, una volta «risolto» il conflitto del Karabakh, la questione del ritorno nell’«Azerbaigian occidentale» sarebbe entrata nell’agenda. Parole che acquistano oggi un significato particolare.
Nel settembre 2023 l’Azerbaigian ha infatti conquistato militarmente l’intero territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, e praticamente tutta la sua popolazione armena autoctona è stata costretta ad abbandonarlo [2]. La questione che Aliyev aveva indicato come successiva a quella del Karabakh non è scomparsa. Al contrario, continua ad essere sviluppata.
Una «Comunità» e un «Concetto di ritorno»
Nel 2022 la precedente Society of Azerbaijani Refugees è stata ridenominata Western Azerbaijan Community (Comunità dell’Azerbaigian Occidentale).
Nel gennaio 2023 è stato quindi approvato un vero e proprio Concept of Return (Concetto di ritorno), che definisce un programma per il ritorno degli Azeri nel territorio dell’attuale Repubblica di Armenia. Baku insiste sul carattere pacifico e umanitario di questa rivendicazione e respinge l’accusa che essa nasconda pretese territoriali. Ancora nel maggio 2025 Aliyev affermava che il ritorno degli «Azerbaigiani occidentali» non implica rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Armenia. Il problema, tuttavia, non è soltanto ciò che Baku dichiara di non voler fare. È il linguaggio con il quale costruisce la premessa della propria rivendicazione.
Se il territorio sovrano di un Paese vicino viene sistematicamente descritto come propria «terra storica», se la sua capitale viene presentata come antica città azera e se questa rappresentazione viene diffusa attraverso istituzioni statali, università, organismi della diaspora e rappresentanze diplomatiche, la distinzione tra rivendicazione umanitaria e rivendicazione geopolitica diventa inevitabilmente problematica.
Pashinyan: chiamano così il 60-70% dell’Armenia
Lo stesso Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha spiegato con particolare chiarezza la ragione della preoccupazione di Yerevan. Nel marzo 2025, intervistato da giornalisti turchi, osservò che l’Azerbaigian chiama «Azerbaigian occidentale» circa il 60-70% del territorio sovrano della Repubblica di Armenia. Per questo, secondo Pashinyan, la questione non può essere trattata semplicemente come un problema relativo al ritorno dei rifugiati.
Già al Forum della Pace di Parigi del novembre 2023 Pashinyan aveva utilizzato parole ancora più nette. Secondo il Primo Ministro armeno, il concetto del cosiddetto «Azerbaigian occidentale» costituisce la preparazione ideologica di un possibile nuovo conflitto contro l’Armenia ed è promosso nelle scuole, nelle università e nei mezzi d’informazione azeri.
La valutazione di Yerevan può naturalmente essere contestata da Baku. Ma il fatto che una delle due parti percepisca come una minaccia territoriale una narrazione promossa dall’altra dovrebbe essere sufficiente, in un autentico processo di pace, per indurre almeno a una prudenza terminologica. Accade invece il contrario.
Una narrazione che esce dai confini dell’Azerbaigian
Il punto più significativo dell’evento di Stoccolma è proprio questo. La narrazione non rimane confinata al dibattito interno azero. Viene esportata. Non è neppure la prima volta. Le strutture legate alla Comunità dell’Azerbaigian Occidentale hanno esplicitamente indicato l’importanza di portare queste tesi all’opinione pubblica europea. Eventi analoghi sono stati organizzati anche all’estero con il coinvolgimento di rappresentanze diplomatiche azere.
A Stoccolma il passaggio appare particolarmente evidente: una capitale europea diventa il luogo nel quale, sotto forma di iniziativa culturale, viene presentata una lettura storica che definisce Yerevan — capitale di uno Stato sovrano internazionalmente riconosciuto — come patria azera. Non significa che la presentazione di un libro equivalga a una dichiarazione di guerra o che ogni ricostruzione della presenza storica azera in Armenia debba essere censurata. Sarebbe una conclusione tanto semplicistica quanto sbagliata. Significa però che occorre chiamare le cose con il loro nome e osservare il contesto nel quale vengono collocate.
Ne parliamo da anni
Su questo Blog dell’Editore di Korazym.org seguiamo da tempo questa evoluzione.
Già 11 febbraio 2022, nell’articolo Azerbaigian: la mitologia storiografica come un’arma di epurazione etnica e culturale, avevamo ricordato che nel 2007 il Ministero della Cultura dell’Azerbaigian aveva pubblicato un volume nel quale l’intero territorio della Repubblica di Armenia veniva definito «Azerbaigian occidentale».
Durante il blocco dell’Artsakh abbiamo poi documentato ripetutamente la crescente presenza di questa espressione nel discorso politico e mediatico azero. Dopo l’esodo forzato degli Armeni dell’Artsakh nel settembre 2023, abbiamo continuato a porre una domanda semplice: se Baku considera chiusa la questione del Karabakh, perché contemporaneamente costruisce una narrazione che guarda oltre i propri confini internazionalmente riconosciuti?
Il 17 gennaio scorso, nell’articolo La “pace” azero-turca per l’Armenia, osservavamo ancora che una pace autentica sarà possibile quando si abbandoneranno il linguaggio della minaccia e le narrazioni territoriali incompatibili con la fiducia reciproca.
La presentazione di Stoccolma dimostra che la questione rimane aperta.
Due linguaggi diversi della «pace»
Ed è questo che rende particolarmente evidente il contrasto con quanto sta accadendo oggi in Armenia. Come abbiamo riferito il 14 agosto nell’articolo Armenia, l’Artsakh divide ancora il Parlamento. Rubinyan: «Il ritorno degli Armeni come obiettivo dello Stato genera conflitto». Ma il diritto al ritorno non è una causa di guerra, a Yerevan persino l’idea che lo Stato armeno debba indicare come proprio obiettivo il ritorno degli Armeni nell’Artsakh viene considerata da esponenti della maggioranza come potenzialmente incompatibile con il processo di pace.
Si può condividere o meno questa strategia. È comprensibile che un Paese uscito sconfitto dalla guerra e sottoposto a una fortissima pressione geopolitica cerchi di evitare qualunque parola che possa essere utilizzata per riaprire il conflitto. Ma proprio per questo il contrasto diventa difficile da ignorare.
Da una parte, agli Armeni sfollati con la forza dall’Artsakh viene chiesto sostanzialmente di non trasformare il loro diritto al ritorno in un obiettivo politico dello Stato, perché ciò potrebbe compromettere la pace.
Dall’altra, l’Azerbaigian sostiene apertamente il «ritorno» degli Azeri nell’attuale Armenia, istituisce organizzazioni dedicate a questo obiettivo, elabora un «Concetto di ritorno», parla di Yerevan come terra storicamente azera e porta questa narrazione nelle capitali europee con il sostegno delle proprie strutture statali e diplomatiche.
La contraddizione merita almeno di essere vista. Perché la pace non consiste nel silenzio di una parte e nella libertà narrativa dell’altra. E non può essere costruita chiedendo a chi ha perduto l’Artsakh di dimenticare il proprio passato mentre chi lo ha conquistato continua a riscrivere il futuro geografico del vicino.
Se davvero Armenia e Azerbaigian vogliono chiudere la stagione della guerra, il riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale non può restare soltanto una formula nei documenti diplomatici. Deve diventare anche un linguaggio. E chiamare Yerevan «Azerbaigian occidentale» non aiuta la pace. Nemmeno quando lo si fa presentando un libro a Stoccolma.
[1] Sito del Comitato statale della Repubblica di Azerbaigian per il lavoro con la diaspora, 11 agosto 2026: Stokholmda Qərbi Azərbaycan haqqında kitabın təqdimatı olub (A Stoccolma è stato presentato un libro sull’Azerbaigian occidentale).
[2] Indice – #ArtsakhBlockade.
Foto di copertina: Yerevan con il Monte Ararat sullo sfondo (Foto di Serouj Ourishian).
