Nagorno-Karabakh, la pace può attendere (Lastampa.it 21.05.16)

Per qualcuno è una guerra dimenticata. Per altri un conflitto congelato. C’è anche chi parla di proxi war, un confronto indiretto tra Turchia e Russia: Ankara alleata alla famiglia Aliyev, da cinquant’anni al potere in Azerbaigian; Mosca al fianco dell’Armenia con il suo consistente contingente militare schierato nella regione. È lo scontro che da quasi venticinque anni contrappone Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh. Questa piccola Repubblica incastrata a sud del Caucaso, negli Anni 90 ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dall’Azerbaigian a cui era stata concessa in epoca sovietica. È uno Stato de facto perché nessuno lo ha mai riconosciuto, neanche la madrepatria armena. Drammatico il bilancio, perché la guerra fino ad oggi è costata trentamila morti, un milione di profughi e miliardi di dollari in armamenti. La tensione tra i due Paesi a inizio aprile ha subito una nuova drammatica escalation: oltre trecento le vittime, centinaia gli sfollati, interi villaggi evacuati, case e scuole distrutte. Per comprendere il dramma in corso, basta uscire pochi chilometri da Stepanakert, capitale del Karabakh. La strada per Martakert e Talish, obiettivi dell’ultima incursione nemica, è forse l’immagine più eloquente della situazione. Una dopo l’altra, non lontano dalla prima linea che segna il confine con l’Azerbaigian, scorrono le città rase al suolo dal conflitto scoppiato nel ‘92. Ci sono le rovine di Aghdam, – un tempo popolata da oltre ventimila azeri uccisi o costretti alla fuga – battezzata Hiroshima del Caucaso. Poco oltre i resti di Maragha, al centro di uno degli episodi più sanguinosi di questa lunga guerra, il pogrom in cui vennero trucidati decine di armeni inermi.

 

A Martakert si fondono gli orrori di ieri e di oggi, perché alle distruzioni di vent’anni fa si sono aggiunti i danni della recente offensiva che, secondo gli armeni, sarebbe stata scatenata da Baku. Opposta la versione azera, che accusa i nemici di aver lanciato per primi l’attacco. In ogni caso la città è stata colpita da razzi che hanno danneggiato seriamente molte abitazioni e ferito o ucciso alcuni civili. Non solo. «Alcuni villaggi sono stati bersagliati con cluster bomb di fabbricazione israeliana» sostiene Halo Trust, fondazione inglese dal 2000 impegnata nello sminamento del Nagorno-Karabakh. «Hanno lanciato centinaia di bombe a grappolo vietate dalle convenzioni internazionali: gli azeri hanno colpito obiettivi civili tra cui i villaggi di Nerkin Horatagh e Mokhratagh» spiega Yuri Shahramanyan, responsabile degli interventi nella regione. A Mataghis ne ha fatto le spese la scuola: un Grad ha centrato l’edificio mandando in frantumi tutti i vetri e solo per un miracolo non ci sono state vittime. Ora la cittadina – a una manciata di chilometri dalla frontiera – è diventata il crocevia dei mezzi militari che a decine, incessantemente, trasportano uomini e rifornimenti verso le trincee. La vecchia strada, dopo l’offensiva di aprile è stata abbandonata perché battuta dall’artiglieria. Ne è stata aperta una nuova protetta da un argine di terra che gli escavatori stanno completando sfidando il tiro dei cecchini. Fuoristrada Uaz ammaccati arrancano a tutta velocità schivando buche e proiettili: oltre la barriera artificiale, campi verdi a perdita d’occhio che resteranno a lungo incolti per il timore che gli azeri sparino anche ai trattori.

Lo sterrato termina a Talish, villaggio fantasma incuneato tra montagne cupe e umide. Ora è popolato da soldati in mimetica: hanno visi stanchi, giacche a vento fradice, mitragliatori Ak47 in spalla. Molti sono volontari, armeni della diaspora giunti da tutto il mondo per difendere questo lembo di terra che chiamano orgogliosamente Artsakh. Gli abitanti hanno invece abbandonato tutto, sono fuggiti a Stepanakert, oltre due ore di macchina che su queste strade sembrano non finire mai. «Lassù era troppo pericoloso – mormora un’anziana sfollata con la nuora e i nipoti nella capitale – mio figlio è invece rimasto là a combattere». A Talish gli azeri hanno trucidato tre anziani. Poi li hanno mutilati, gli hanno reciso le orecchie «come fanno le milizie islamiste: erano mercenari giunti dalla Siria ora al soldo dell’Azerbaigian» sostengono gli armeni. Sul conflitto si è così allungata l’ombra della guerra di religione: «L’Islam è alle porte, siamo l’ultimo baluardo della cristianità» ripete un ufficiale. Il commando si è dileguato sparando all’impazzata contro le case sgangherate abitate da pastori e agricoltori. La battaglia per riprendere il villaggio è stata dura, ovunque macchine dilaniate dalle esplosioni, tetti sfondati dalle granate, muri crivellati da proiettili.

Un razzo Grad è piovuto sulla scuola demolendo l’unica parte terminata del vecchio edificio sovietico: i frammenti hanno ucciso un ragazzino, nelle aule restano banchi ammassati, quaderni sparsi, vetri rotti, la lavagna aggrappata al muro per miracolo. Un altro ordigno ha completamente demolito il fabbricato in cui gli abitanti si radunavano per le feste riducendolo a un ammasso di macerie, lamiere contorte, sedie annerite. Nelle case abbandonate ora si rintanano i soldati che stanno cercando di ricacciare i nemici oltre le alture perdute, a poche centinaia di metri. Non sarà facile, i militari si riparano dietro vecchi muri in pietra che i tiratori scelti azeri battono con precisione chirurgica, mietendo vittime, specie all’imbrunire. Un mese fa è stato un blitz in piena regola: il Karabakh, colto di sorpresa e impreparato, ora accusa Erevan di non aver dato l’allarme. Perchè non è stata una scaramuccia qualsiasi, sul terreno sono rimaste centinaia di vittime, è stato l’attacco più violento dal cessate il fuoco del 1994. «Lo abbiamo respinto con decisione» sostiene un alto funzionario dei servizi segreti. Non ne vuol sapere di svelare il nome, ma mostra senza esitare il video dei carrarmati azeri – mezzi di ultima generazione forniti dalla Russia, il principale alleato dell’Armenia – che avanzano sicuri, vengono colpiti, ripiegano nel caos. «La gente è stanca del doppio gioco di Mosca, che vende armi a entrambi le parti e specula da troppo tempo su questo conflitto», accusa Karen Ohanjanyan, coordinatore locale di Helsinki Initiative 92, organizzazione non governativa impegnata da anni nella pacificazione dell’area. Qualcuno teme una nuova guerra del Nagorno-Karabakh sia alle porte. La prima è durata un quarto di secolo ed è stata combattuta nel silenzio e nell’indifferenza della comunità internazionale.

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