Non indicare l’Azerbajgian come l’aggressore aumenterà la sua aggressività contro l’Armenia e l’Artsakh (Korazym 27.09.22)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.09.2022 – Vik van Brantegem] – Due anni fa, nel giorno di oggi, le forze armate dell’Azerbajgian, sostenuta dalla madrepatria turca, con l’aiuto di circa 4.000 correligionari terroristi mercenari reclutati dalla Turchia in Siria, attaccava la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Ancora una volta, i turco-azeri preferivano le armi al dialogo diplomatico. L’attacco turco-azero, con i bombardamenti e l’impiego anche di droni turchi e israeliani, provocò la morte di 3.825 militari e civili armeni, nonché migliaia di feriti. Questo Blog dell’Editore era il primi in Italia a seguire da subito la Guerra dei 44 giorni [QUI] e #noinondimentichiamo

Il Presidente dell’Armenia, Vahagn Khachaturyan, nel II anniversario della guerra dei 44 giorni dell’Azerbajgian in Artsakh, ha rivolto un Messaggio alla Nazione, che riportiamo di seguito nella nostra traduzione italiana dall’inglese:

«Caro popolo,
Cari connazionali,
Il 27 settembre 2020, la Guerra dei 44 giorni è stata scatenata dalle operazioni militari dell’Azerbajgian, vanificando gli sforzi compiuti per anni dai Paesi partner e dalle organizzazioni internazionali volti alla soluzione pacifica e negoziata del conflitto del Nagorno-Karabakh senza l’uso della forza.
Due anni fa in questo giorno, la nostra nazione ha affrontato un’altra prova, le nostre forze armate, i volontari, i medici e i cittadini, nuovamente hanno dovuto difendere sul campo di battaglia i diritti inalienabili dei nostri compatrioti dell’Artsakh di vivere e creare nella propria Patria.
La guerra dei 44 giorni è stata una sfida esistenziale per l’Armenia e l’Artsakh piena di perdite irreversibili.
Esprimo le mie più sentite condoglianze e vicinanza ai parenti dei nostri cari caduti nella battaglia. Mi inchino davanti alla loro memoria.
Oggi, in questo periodo difficile e ricco di prove, è dovere di tutti noi apprezzare degnamente il sacrificio dei nostri eroi caduti e capire che sono caduti per amore della vita, per il diritto insindacabile del nostro popolo alla vita e per la pace per cui stiamo ancora combattendo.
Forza e coraggio a tutti noi per il bene della nostra indipendenza e libertà».

Due anni fa, il 27 settembre 2020, gli Armeni si sono svegliati alla notizia che l’Azerbajgian stava attaccando nuovamente nel Nagorno-Karabakh. Sebbene fosse chiaro da subito, che questa attacco non fosse la solita scaramuccia di confine, nessuno avrebbe potuto prevedere, che questo fosse l’inizio di una guerra totale contro la Repubblica di Arsakh, che sarebbe durata sei settimane e concluso con l’occupazione di una grande parte del territorio, incluso la città simbolo di Sushi.

Infatti, nelle prime ore del 27 settembre 2022, l’esercito di Aliyev scatenò un’offensiva su larga scala lungo tutta la linea di contatto con l’Artsakh, facendo ricorso all’intero arsenale a sua disposizione. In risposta, i Governi di Armenia e di Artsakhi dichiarano la legge marziale e la mobilitazione dei riservisti, mentre molti cittadini si arruolavano volontariamente per essere schierati con l’esercito in prima linea a difendere la Nazione.

Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Con il forte sostegno turco durante tutta la durata delle ostilità, le forze armate azerbajgiane conducevano una guerra di conquista, con bombardamenti indiscriminati di paesi e città di Artsakh, inclusa la capitale Stepanakert. Case, appartamenti, chiese e persino l’ospedale di maternità di Stepanakert sono stati colpiti da bombe e missili azeri.

Durante l’intero corso dell’aggressione, l’esercito azerbajgiano ha usato delle munizioni proibite, anche contro i civili. Ci sono vaste prove delle torture commesse dalle autorità azere contro i prigionieri armeni. Il fatto che la Turchia ha reclutato terroristi mercenari dalla Siria per combattere contro le forze armene, è stato confermato da organizzazioni internazionali indipendenti e da funzionari di diversi Paesi. Alla fine, due siriani catturati sono stati condannati all’ergastolo in Armenia.

Nonostante tre accordi umanitari di cessate il fuoco, raggiunti durante i 44 giorni di combattimenti, con la mediazione dei Paesi co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Russia, Francia e USA), l’Azerbajgian li ha violati quasi immediatamente dopo essere entrati in vigore. Pesanti combattimenti sono continuati per 44 giorni, finché nella notte tra il 9 e il 10 novembre 2020, l’Armenia e l’Azerbajgian hanno firmato un accordo di cessate il fuoco mediata dalla Russia, noto come Dichiarazione del Presidente della Federazione Russa, il Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian e il Primo Ministro della Repubblica di Armenia. In base a questo accordo di cessate il fuoco, la Federazione Russa ha schierato in Artsakh una forza di pace di circa 2.000 militari.

Comunque, a due anni dalla guerra in Artsakh, l’Azerbajgian non rinuncia alle sue aspirazioni espansionistiche. Ad oggi, l’Azerbajgian si rifiuta di attuare gli accordi del cessate il fuoco e non ha restituito ancora tutti i prigionieri armeni. Dopo le sue conquiste in Artsakh, l’Azerbajgian ha iniziato anche un’aggressione contro l’Armenia direttamente. Nel maggio 2021 le forze armate azere si sono infiltrate nel territorio sovrano dell’Armenia e fino ad ora non si sono ancora ritirati, considerando i territori occupati come “terra azera”. Poi, poco dopo la mezzanotte del 13 settembre scorso, l’Azerbajgian da diverse direzioni ha sferrato un’altro attacco militare su larga scala contro il territorio sovrano dell’Armenia, prendendo di mira non solo obiettivi militari, ma anche insediamenti e infrastrutture civili. Almeno 207 persone sono state uccise o sono disperse a causa di quest’ultima aggressione azera e oltre 20 militari armeni sono stati fatti prigionieri.

La sera del 14 settembre è stato raggiunto un cessate il fuoco con la mediazione della comunità internazionale, che tiene in linea di massima, ma la situazione al confine armeno-azero rimane ancora tesa, con ripetute provocazioni da parte dell’Azerbajgian. Questa mattina alle ore 09.00 locali, la situazione al confine armeno-azero era relativamente stabile e non era stato registrato alcun cambiamento nella situazione, ha affermato il Portavoce del Ministero della Difesa, Aram Torosyan.

Lo scopo delle aggressioni militari dell’Azerbajgian sul territorio sovrano dell’Armenia, a parte le mire espansionistiche (occupare territori armeni considerati “azeri”, fino a rivendicazioni sulla capitale Erevan), è stato confermato e spiegato con chiarezza dal Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, durante il suo delirante discorso [QUI], pronunciato il 21 settembre 2022 a Berdzor (Lachin), città della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dal 26 agosto scorso sotto occupazione delle forze armate azere, insieme ai villaggi di Aghavno (Zabukh) e Sus.

Aliyev ha confermato, che ha occupato posizioni favorevoli per le forze armate dell’Azerbajgian sul territorio sovrano dell’Armenia, per controllare le vie di comunicazione armene: «Siamo sulla nostra terra e stiamo proteggendo la nostra stessa terra. Le nostre posizioni lungo il confine ci danno l’opportunità di anticipare qualsiasi provocazione armena e prendere le misure necessarie. Siamo in una posizione favorevole sul confine tra Azerbajgian e Armenia, dal monte Murov al fiume Araz. Queste posizioni ci danno sia un vantaggio militare, che la possibilità di controllo visivo su una vasta area, compreso il controllo su importanti linee di comunicazione, e siamo già posizionati in queste aree. Non abbiamo avuto accesso a questi confini per 30 anni».

Stepanakert, 27 settembre 2022. Un minuto di silenzio in memoria delle vittime dei 44 giorni di guerra dell’Azerbajgian contro l’Artsakh di due anni fa.

Nel frattempo continuano ad arrivare notizie inconfutabili di crimini di guerra azeri.

«Su piattaforme azere di Telegram, il 14 settembre 2022 sono stati creati 119 adesivi pubblici con foto di soldati e civili armeni torturati e smembrati. Gli adesivi includevano anche la guerra aggressiva del 13-15 settembre 2022 dell’Azerbaigian contro l’Armenia. In 5 giorni sono stati registrati 20.000 casi di download. Con il nostro aiuto specializzato è stato bloccato» (Arman Tatoyan).

«Militari azeri hanno ucciso un soldato armeno, gli hanno scattato una foto, filmato un video e inviato la foto a sua moglie tramite WhatsApp, pubblicato il video su “Storia” di WhatsApp. Il video ha altri militari armeni uccisi in gruppo. Prove oggettive verificate dal Centro Legge e Giustizia Fondazione Tatoyan» (Arman Tatoyan).

All’ONU, Pashinyan denuncia i crimini di guerra dell’Azerbajgian e si rivolge ad Aliyev: “Mostrami la mappa che sei pronto a riconoscere”. Il rischio di una nuova aggressione contro l’Armenia rimane alto – 23 settembre 2022

#NoiStiamoConArmenia L’Azerbajgian è un partner dell’Unione Europa inaffidabile, guerrafondaio e ingordo. I crimini di guerra – 19 settembre 2022

La mancanza di accountability da parte dell’Azerbajgian potrebbe portare ad una maggiore aggressività contro l’Armenia

I recenti attacchi militari dell’Azerbajgian contro l’Armenia sono giunti a dimostrare che, in assenza di adeguate misure di responsabilità, è probabile che le politiche di aggressione dell’Azerbajgian continuino e aumentino, ha affermato il Rappresentante permanente dell’Armenia presso le Nazioni Unite, l’Ambasciatore Mher Margaryan, in risposta alle dichiarazioni dell’Azerbajgian nel contesto del dibattito plenario della 77ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.

“L’ultima offensiva militare scatenata dall’Azerbajgian all’inizio di questo mese, ha preso di mira le regioni orientali e sudorientali dell’Armenia, provocando più di 200 morti. Almeno 20 militari sono stati catturati, circa 8.000 persone, per lo più donne, bambini e anziani sono temporaneamente sfollati”, ha detto Margaryan.

“In flagrante violazione delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale umanitario, l’Azerbajgian ha catturato, torturato e ucciso un certo numero di militari armeni, tra cui diverse donne, che sono state esposte alle più spregevoli barbarie, tra cui aggressioni sessuali, omicidi violenti e mutilazioni [QUI]. Le atrocità sono state videoregistrate, acclamate e ampiamente celebrate sui social network in Azerbajgian. L’enorme quantità di prove inquietanti che dimostrano la condotta criminale dell’esercito azero è inconfutabile. È sempre più imperativo che tutti gli atti di atrocità siano indagati a fondo e gli autori siano assicurati alla giustizia”, ha osservato l’Ambasciatore Margaryan. “Sullo sfondo di violenze brutali, insensate e del tutto ingiustificabili scatenate contro l’Armenia e il popolo armeno, sentire il Ministro degli Esteri dell’Azerbajgian dichiarare apertamente dalla tribuna dell’Assemblea Generale, che il suo Paese “ha adottato misure adeguate per neutralizzare la minaccia contro la sua sovranità” e che le forze armate dell’Azerbajgian hanno dimostrato la massima moderazione e professionalità” è a dir poco ridicolo. Nonostante tutti i discorsi su “provocazioni”, “minacce” o qualsiasi altro pretesto che l’Azerbajgian ha cercato di fabbricare per giustificare l’ingiustificabile, resta il fatto che non c’è stato un vero attacco armato dell’Armenia contro l’Azerbajgian”, ha sottolineato Margaryan.

“Nella riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell’ONU, convocata il 15 settembre su richiesta formale dell’Armenia, abbiamo ascoltato gli appelli dei membri del Consiglio, che sono stati forti e chiari: gli attacchi sul territorio dell’Armenia sono inaccettabili; tutte le forze armate devono tornare urgentemente alle loro posizioni iniziali e un cessate il fuoco completo deve essere osservato e rispettato incondizionatamente”, ha affermato Margaryan. “I membri del Consiglio sono stati unanimi negli appelli: non ci può essere una soluzione militare o violenta del conflitto. Dodici giorni dopo la riunione del Consiglio di sicurezza, l’Azerbajgian non ha ancora ascoltato gli appelli dei membri del Consiglio. Le forze armate azere continuano a rimanere all’interno del territorio dell’Armenia, i prigionieri di guerra armeni sono ancora in cattività e il potenziamento militare alle frontiere dell’Armenia prosegue”, ha aggiunto Margaryan.

Ha osservato che gli ultimi attacchi dell’Azerbajgian sono giunti solo a dimostrare che, in assenza di adeguate misure di responsabilità, è probabile che le politiche di aggressione continuino e aumentino. Questo deve essere fermato e condannato, a tutti i livelli.

“Abbiamo sentito il Ministro degli Esteri dell’Azerbajgian affermare, che ‘gli sforzi di risoluzione del conflitto sotto gli auspici dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OCSE) non hanno prodotto risultati’. Sebbene comprendiamo che incolpare il formato della mediazione è stato e continua ad essere il conveniente modus operandi per l’Azerbajgian, la verità è che per molti anni l’Azerbajgian ha costantemente rifiutato le proposte di soluzione diplomatica, in palese disprezzo verso il suo obbligo preminente di aderire rigorosamente ai principi del non uso della forza o della minaccia della forza e della risoluzione pacifica delle controversie, come prescritto dalla Carta delle Nazioni Unite”, ha affermato il Rappresentante permanente armeno. “Invece, ha cercato di spingere per una narrativa ingannevole che incolpa le vittime come presunta giustificazione per il suo obiettivo di lunga data di risolvere il conflitto con la forza e non con mezzi pacifici. È proprio per questo motivo che l’Azerbajgian si è opposto con tanta veemenza a qualsiasi idea che porti alla creazione di meccanismi di verifica monitorati a livello internazionale per identificare le violazioni del cessate il fuoco. Tali misure, se stabilite, sarebbero strumentali per porre fine al gioco delle colpe e porre fine a sparare e uccidere persone da entrambe le parti”, ha affermato.

Margaryan ha sottolineato che le affermazioni secondo cui l’Azerbajgian ha risolto il conflitto del Nagorno-Karabakh con la forza e i tentativi di cancellare il nome stesso di questa terra armena, sono la dimostrazione di qualcosa che attesta una crisi profonda: una crisi della ragione, dell’intelletto e dell’umanità , rivelando, invece, una politica a dir poco di pulizia etnica e chiari intenti genocidi. “Sono costretto a ricordare che è stato proprio per tale politica e quel tipo di intenti che il conflitto è scoppiato in primo luogo, quando le aspirazioni pacifiche in materia di diritti umani del popolo del Nagorno-Karabakh sono state accolte con violenza di massa e pogrom della popolazione armena a Sumgait nel febbraio 1988 e a Baku, Kirovabad e in altre città all’inizio degli anni ’90. Centinaia di Armeni che vivevano in Azerbajgian sono stati uccisi, torturati e mutilati, centinaia di migliaia sono stati deportati”, ha osservato Margaryan.

“È davvero profondamente inquietante che, a 30 anni di distanza, lo sterminio degli Armeni e lo spargimento di sangue armeno continuino a rimanere il modo più semplice e veloce per ottenere il sostegno popolare nel Paese vicino”, ha affermato l’Ambasciatore Margaryan.

“Abbiamo sentito il Ministro azerbajgiano affermare che ‘l’Azerbajgian è deciso a reintegrare i suoi cittadini di origine armena residenti nei territori colpiti dal conflitto nel suo spazio politico, sociale ed economico, garantendo gli stessi diritti e libertà a tutti i cittadini dell’Azerbajgian’. Siamo ben consapevoli del modo in cui i diritti e le libertà sono garantiti in Azerbajgian, il cui primato in materia di diritti umani è ben noto nel mondo”, ha osservato Margaryan, ricordando alcune classifiche internazionali relative alla democrazia e ai diritti umani nel Paese vicino. Secondo l’indice sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere, l’Azerbaigian è classificato al 154° posto e si qualifica come un Paese in cui l’intero settore dei media è sotto il controllo ufficiale. La Freedom House qualifica l’Azerbajgian come “non libero” nel suo rapporto sulle libertà globali, così come nel rapporto sulla libertà in rete.

Inutile ricordare la pratica di corruzione ad alto livello in Azerbajgian che è stata periodicamente segnalata dall’Organized Crime and Reporting Project come parte del Global Anti-Corruption Consortium, ha affermato Margaryan.

“Abbiamo sentito il Ministro dell’Azerbajgian parlare a favore dell’invio di una missione dell’UNESCO, mentre il suo Paese continua a negare l’accesso dell’UNESCO alla zona di conflitto del Nagorno-Karabakh, in un’altra manifestazione dell’intento di distruggere le prove della presenza di civiltà armena nella regione e in diretta violazione dell’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia sulle misure provvisorie. Questa politica segue il noto modello di genocidio culturale dell’Azerbajgian, simile a quello perpetrato nel periodo 1997-2006, quando migliaia di monumenti cristiani armeni furono intenzionalmente distrutti e rasi al suolo a Nakhijevan”, ha affermato Margaryan.

“L’Azerbajgian deve ancora rispettare i suoi obblighi umanitari internazionali nei confronti dei prigionieri di guerra armeni, nonché affrontare la retorica anti-armena, anche a livello di funzionari e istituzioni pubbliche, e impegnarsi, in buona fede, per la conservazione del patrimonio culturale e religioso armeno, come reso dalla Corte Internazionale di Giustizia attraverso le misure provvisorie emesse contro l’Azerbajgian ai sensi della Convenzione sull’eliminazione della discriminazione razziale nel dicembre 2021”, ha affermato l’Ambasciatore Margaryan.

“Il Ministro dell’Azerbajgian ha accusato l’Armenia di ‘massiccia contaminazione da mine antiuomo e del continuo rifiuto di fornire informazioni accurate e complete sulle aree minate’. Abbiamo già sentito le affermazioni dell’Azerbajgian, molto spesso usate come pretesto per giustificare un’aggressione armata contro il nostro Paese. Abbiamo anche visto che tali affermazioni, prive di prove concrete come sono, hanno scarso valore in tribunale. Come l’Armenia ha spiegato alla Corte Internazionale di Giustizia, mentre affrontava un’accusa simile lo scorso anno, per decenni l’Armenia ha cercato di completare un processo di sminamento completo. Tuttavia, l’Azerbajgian ha costantemente bloccato tutti questi sforzi umanitari”, ha continuato Margaryan. “L’Armenia ha una lunga esperienza di collaborazione con l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) su attività legate allo sminamento, anche attraverso l’ufficio dell’OSCE a Yerevan. Tuttavia, è stato l’Azerbajgian a costringere l’OSCE nel 2016 a porre fine a tali sforzi di sminamento. Inoltre, l’Azerbajgian, attraverso manipolazioni procedurali, ha rifiutato di prorogare il mandato dell’Ufficio OSCE di Yerevan, cosicché detto ufficio ⎯ che era l’ultima presenza OSCE sul campo nel Caucaso meridionale ⎯ ha dovuto chiudere nel 2017. Va inoltre notato che, nel contesto della risoluzione di tutte le questioni umanitarie in sospeso, l’Armenia ha fornito le mappe delle aree minate in suo possesso, nonostante non abbia alcun obbligo legale in tal senso. Al contrario, questo gesto umanitario non è stato pienamente ricambiato, poiché l’Azerbajgian continua a negare il ritorno di tutti i prigionieri di guerra armeni e di altre persone detenute attualmente detenute in Azerbajgian, in violazione delle Convenzioni di Ginevra e della Dichiarazione Trilaterale del 9 novembre 2020 sull’instaurazione del cessate il fuoco e la cessazione delle ostilità”, ha sottolineato Margaryan.

Ha osservato, che l’Armenia continuerà a fare appello alle Nazioni Unite e ai suoi rispettivi organi, nonché ai pertinenti attori internazionali affinché si facciano carico delle loro responsabilità per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, e per condannare risolutamente gli attacchi criminali dell’Azerbajgian contro l’integrità territoriale dell’Armenia e il suo popolo, per chiedere il ritiro incondizionato delle truppe dell’Azerbajgian dai territori dell’Armenia, per il rimpatrio immediato di tutti i prigionieri di guerra e di altre persone detenute, e di sostenere le norme del diritto internazionale e i valori di pace e umanità.

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