Shushan Avagyan, storia di vite armene rimosse (Il Manifesto 27.10.24)

Pur avendo trascorso un lungo periodo della sua vita negli Stati uniti, Shushan Avagyan è rimasta fedele alla lingua delle sue origini, il dialetto armeno orientale. La casa editrice Utopia annuncia la pubblicazione di alcune delle sue opere in italiano, e comincia da Libro senza nome (pp. 160, € 18,00), romanzo-saggio del 2006, uscito originariamente in forma di samizdat e tradotto da Minas Lourian, direttore del Centro studi e documentazione della cultura armena a Venezia, mentre la prefazione del volume, dall’inglese, è firmata da Deanna Cachoian-Schanz.

Fra queste pagine, una dattilografa-scrittrice (in cui forse si identifica il profilo dell’autrice) discute con una amica del progetto che la appassiona, in un caffè della capitale: ricostruire la vita di due autrici armene, ostacolate dalla storia e dalla tradizione del loro paese. Comincia così il racconto della vita di Shushanik Kurghinian, di cui Avagyan ha tradotto le liriche in inglese, poeta che ai diritti delle donne in una società arretrata ha dedicato gran parte della sua opera.

Ricercata dalla polizia zarista, fu costretta alla fuga dall’Armenia con i figli, e tornò nel 1921 su invito del presidente della repubblica socialista. Le sue poesie irritarono anche il mondo comunista, che valorizzò, in epoca sovietica, solo il nucleo dei testi dedicati alla classe operaia.

L’altra donna raccontata in Libro senza nome è Zabel Yesayan, narratrice in prosa, traduttrice e insegnante a Istanbul, città da cui dovette fuggire al momento della persecuzione degli armeni. Ebbe una vita non meno avventurosa di Kurghinian: fu a lungo a Parigi, fino al ritorno nel 1933 nel suo paese, dove fu arrestata per nazionalismo nel 1937 e deportata. La sua morte è collocata nel 1943, ma la data non è certa.

La suggestione attorno alla quale ruota il romanzo prevede un incontro delle due scrittrici nella capitale armena nel 1926. L’andamento narrativo si alterna a passaggi di interrogazione sulla forma e sulla struttura del racconto. Nel capitolo undicesimo, dal titolo «È lei, dicono, la poeta», trova spazio una riflessione che non sta nel flusso della storia, ma che prelude a tutta la ricerca: «nell’ideologia socialista si annientavano tutte le differenze, anche quelle di genere. Di conseguenza, tutte le discussioni sulle peculiarità dell’esperienza femminile furono criticate e ridotte al silenzio». Libro senza nome dà voce a figure a lungo rimosse, assecondando la propensione a illuminare un paesaggio culturale complesso, stretto fra l’Armenia del passato e quella del presente.

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Il peso della parola secondo Mikayel Ohanjanyan in mostra all’ex stamperia GEA di Milano. (AgendaOnline 27.10.24)

Un nuovo capitolo del lavoro condotto sulla natura dei legami dall’artista Mikayel Ohanjanyan (Yerevan, 1976) è in mostra fino all’8 novembre 2024 negli spazi di Assab One di Milano.

Ohanjanyan è stato uno dei partecipanti alla mostra del padiglione nazionale dell’Armenia, premiato con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2015. Ha inoltre ricevuto il Premio Fondazione Henraux per la Scultura in marmo nel 2014 e il Premio Internazionale dell’Arte Contemporanea “Enrico Marinelli” per il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze nel 2018.

La mostra è curata da Mazdak Faiznia, direttore artistico della Fondazione Famiglia Faiznia e di NOMAD Contemporary Heritage.

E… se non ci fosse la scrittura?” apre infinite possibilità di ricostruire la genesi della parola attraverso l’individuazione di una serie di fattori che appartengono alla cultura e alla lingua madre di ciascun individuo posto in relazione con la società del suo tempo.

La parola restituisce una versione inesatta e parziale del pensiero, un elenco di opinioni che gravitano intorno alla verità, toccando in maniera tangente tutte le scienze della natura e dell’uomo, dall’astronomia alla geologia, la filosofia e la scultura.

Tagliare le sovrastrutture del pensiero per giungere a coglierne l’essenza è un procedimento delicato, un andirivieni tra immagine e parola che tende a chiarificare le motivazioni.

Il passaggio dal linguaggio verbale, orale e scritto, al linguaggio non verbale, come quello visivo, registra un ulteriore affinamento del pensiero che, se da un lato dilata le distanze spazio temporali tra gli interlocutori, dall’altro svela l’interconnessione che li rende parte di un sistema più grande.

Il progetto consiste in un gruppo scultoreo di cinque forme in basalto installate all’interno dello spazio a luce naturale che una volta ospitava le Grafiche Editoriali Ambrosiane, dal 2002 sede di Assab One su iniziativa dell’editrice e giornalista pubblicista Elena Quarestani.

I corpi in basalto e i piccoli frammenti satelliti, ottenuti mediante la riproduzione in piombo delle schegge originali, naturalmente ancorate a terra vengono trattenuti da cavi in acciaio come a rafforzarne simbolicamente il legame altrimenti impercettibile. Sono come dei grandi asteroidi, piccoli pianeti da cui spesso si distaccano i meteoriti.

In un’intervista esclusiva, l’artista Mikayel Ohanjanyan confida le motivazioni che hanno accompagnato la sua indagine sul valore della parola e sulle relazioni che intercorrono tra il singolo individuo e la società, e tra le singole particelle e l’universo.

Le rime petrose di Dante descrivono la reticenza e la difficoltà di seduzione della donna-petra. Il poeta russo Osip Mandel’stam distilla in concentrato il destino di un popolo segnato dalle tribolazioni come l’Armenia definendolo “paese delle pietre urlanti”.

A partire dagli studi completati tra l’Accademia di Belle Arti di Yerevan e quella di Firenze, quali sono i riferimenti letterari che riverberano nella tua pratica artistica?

MO: Sono stato sempre attratto dalle mitologie di tutte le civiltà antiche, dalla letteratura mistica, come quella di Georges Gurdjieff, dagli studi scientifici e sociologici. Non potrei non leggere i grandi classici del passato e del contemporaneo, sia della letteratura armena che quella mondiale.

Mi incuriosisce qualsiasi cosa che possa aiutarmi a riflettere e a capire qualcosa in più dell’essere umano, la nostra esistenza e la nostra essenza.

Mi piace molto “leggere” le persone. Trovo molto interessante osservarle mentre attraverso la strada o mentre sono in compagnia. Ognuno è una letteratura unica e universale. I classici mi aiutano molto in questo senso, a interpretare i traumi, le tragedie, le gioie e i sogni delle persone. Sono queste le esperienze che riverberano nella mia pratica artistica.

Nel corso della tua carriera sei passato dall’utilizzo del marmo di Carrara a quello del basalto dimostrando una scrupolosa manualità scultorea sia dinanzi a un materiale pregiato che a un materiale certo più ottuso, entrambi riscontrabili in natura. Il basalto in particolare è associato a un luogo sacro, la “Sinfonia delle pietre” di Garni, a 30 km da Yerevan, un monumento naturale con colonne di forma esagonale e pentagonale alte fino a 50 metri.

MO: Oltre al marmo e al basalto, ho utilizzato anche con altri tipi di materiali lapidei, poi il bronzo e il legno, il ferro e alcuni materiali sintetici. Credo che ogni materiale abbia dentro di sé una sacralità nascosa, all’artista spetta il compito di ricavarne qualcosa di speciale, una propria poesia. Il basalto è una pietra vulcanica che indubbiamente caratterizza l’altopiano armeno. Lo trovo in realtà un materiale nobile, il suo aspetto aspro contiene una delicatezza infinita.

Mi domando se Mandel’stam non fosse incantato proprio da questo connubio di estremi. Il basalto inoltre è la pietra che deriva dalla rigenerazione della crosta terrestre, dal grembo della nostra terra, custodisce un racconto remotissimo, la storia dell’essere umano, la natura, la terra stessa e l’universo. Non direi che trovandomi in Italia guardo con occhi diversi i luoghi a me cari, ma vivendo in Italia ho scoperto l’importanza della mia cultura d’origine.

Da quanto tempo manchi in Armenia? C’è stato un momento in cui dall’Italia hai rivisto con occhi diversi i luoghi a te cari?

MO: Attraversare “i confini” consente se non altro di scoprire l’importanza e l’unicità delle altre culture, compreso quella italiana. In Armenia cerco di tornare spesso, l’ultima volta è stato a aprile quest’anno.

Scolpire la pietra e scolpire le parole nella pietra appartengono a due visioni e procedimenti diversi. Quando l’intervento dello scultore si sofferma sulla forma e quando avverte invece la necessità di fissare un messaggio verbale oltre a quello visivo?

MO: Credo che la pratica di combinare la forma alla scrittura derivi inconsciamente dalla mia cultura d’origine. Mi tornano in mente i blocchi di basalto presenti nelle catene montuose delle regioni di Ghegharkunik o Syunik in Armenia, i Vishapakar (“pietre dei draghi”), una sorta di menhir su cui sono scolpite teste di draghi, pesci o arieti. Rivedo le antichissime scritture cuneiformi urartiani incise sulle pareti rocciose, o i testi sacri, le preghiere e le annotazioni su pareti intere all’interno delle chiese medievali armene. Credo che forma e verbo siano congiuntamente due modi di sintetizzare un’emozione e di cristallizzare un’energia vibrante attraverso la scultura e la scrittura. Il risultato finale deriva da un lungo processo interiore e dal tentativo di unire in modo equilibrato la musica interiore, lo spazio, il tempo e la materia.

 In quale lingua ti senti più a tuo agio quando devi esprimere un concetto più articolato?

MO: Sicuramente in armeno e in italiano, a seguire in russo e poi in inglese.

Mikayel Ohanjanyan è presente con la mostra “Naturalis Historia” con testo critico di Laura Cherubini dal 10 settembre al 12 ottobre 2024 da Building Gallery in Via Monte di Pietà 23, e con la mostra “Fellings” a cura di Roberto Lacarbonara dal 21 settembre al 3 novembre 2024 tra i comuni di Mornico al Serio e Torre Pallavicina, in provincia di Bergamo.

Mikayel Ohanjanyan
E… se non ci fosse la scrittura? 
a cura di Mazdak Faiznia
27 settembre – 8 novembre 2024
Dal mercoledì al venerdì dalle 15:00 alle 19:00 Sabato su appuntamento
ASSAB ONE, via Privata Assab 1, 20132 Milano (MM2 Cimiano) * Ingresso libero con tessera Assab One 2024 (€10) Per informazioni: info@assab-one.org +39 02 2828546

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Nell’antica capitale del regno d’Armenia i resti di una delle chiese più antiche al mondo (Asianews 26.10.24)

Il luogo di culto, del IV secolo, rinvenuto ad Artaxata. Una scoperta frutto del lavoro congiunto di archeologi dell’università di Münster e dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia. Per gli esperti è un evento “significativo” anche perché il regno è stato il primo nella storia “ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale”.

Erevan (AsiaNews) – Nei giorni in cui papa Francesco nomina nuovo membro del dicastero per le Chiese orientali il patriarca di Cilicia degli Armeni Raphaël Bedros XXI Minassian, un gruppo di studiosi annuncia la scoperta dei resti di una chiesa del quarto secolo ad Artaxata, l’antica capitale del regno d’Armenia. Per gli esperti l’edificio rappresenta uno dei più antichi luoghi di culto rinvenuti al mondo e la più antica dell’area in cui sorgeva il regno che è anche il primo nella storia ad aver abbracciato il cristianesimo come religione ufficiale.

I resti della chiesa, dalla forma ottagonale, sono stati riportati alla luce ad Artaxata, l’antica capitale del regno di Armenia, da una squadra congiunta di archeologi dell’università di Münster e dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia, che hanno lavorato sul sito da settembre. La scoperta “consiste in una struttura con estensioni cruciformi” che “corrisponde a edifici commemorativi paleocristiani” come spiega l’ateneo tedesco in una nota. La costruzione era caratterizzata da “un diametro di circa 30 metri” e aveva “un semplice pavimento in malta e piastrelle di terracotta”.

I ricercatori hanno anche trovato frammenti di marmo che indicano quanto fosse “riccamente decorata” con materiali di pregio da importazione. “Nelle estensioni a forma di croce, i ricercatori hanno scoperto i resti di piattaforme di legno che sono state datate al radiocarbonio” e risalirebbero “alla metà del IV secolo d.C.” prosegue la dichiarazione. Questa datazione ha permesso ai ricercatori di stabilire che la struttura “è la più antica chiesa archeologicamente documentata del Paese e una prova sensazionale del primo cristianesimo in Armenia” come evidenzia Achim Lichtenberger, docente dell’università di Münster.

La città di Artaxata, ora in rovina, situata su una collina nel sud del Paese lungo il confine con la Turchia, è stata fondata nel 176 a.C. e si è sviluppata nel tempo sino a diventare “una importante metropoli”, in particolare durante il periodo ellenistico. Una crescita consistente, spiegano i ricercatori, tanto da farla diventare la “capitale del regno d’Armenia per quasi sei secoli”. La stessa collina, che vanta una vista spettacolare sul monte Ararat, appena al di là del confine turco, ospita Khor Virap, un antico monastero ancora attivo che è anche un luogo di pellegrinaggio.

Interpellata dal Times of Israel l’archeologa classica, biblista e storica delle religioni Jodi Magness, docente all’università di Chapel Hill nella Carolina del Nord (Stati Uniti), parla anche lei di “scoperta significativa”. “La scoperta di questa chiesa – aggiunge – ha senso dal momento che il regno armeno è stato il primo Stato ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale all’inizio del IV secolo”. E nello stesso periodo, conclude, gli armeni hanno stabilito “una presenza a Gerusalemme, che hanno mantenuto attuale sino ad oggi”. Il regno, all’epoca uno Stato-satellite legato all’impero romano, diventa formalmente cristiano nel 301, quando, “secondo la leggenda, san Gregorio Illuminatore converte al cristianesimo il re armeno Tiridate III ad Artaxata”.

Eventi che occorrono ben prima del Concilio di Nicea del 325, che codifica e razionalizza i diversi dogmi del cristianesimo ma, soprattutto, prima dell’Editto di Milano del 313 col quale l’imperatore romano Costantino mette al bando la persecuzione dei cristiani e ne autorizza il culto. Per questo motivo l’Armenia è considerata il primo regno cristiano e la Chiesa ortodossa armena è una delle più antiche confessioni cristiane, oltre alla presenza di un numero significativo di armeni cattolici, che hanno tradizioni distinte sono fedeli al papa e alla Chiesa di Roma.

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BRICS 2024, verso la pace tra Armenia e Azerbaigian. (Sardegnagol 25.10.24)

Mentre nei tavoli americani ed europei si ottiene ben poco per la risoluzione di conflitti geopolitici, come ricordano i casi dell’Ucraina e del Medio Oriente, nel corso dell’ultimo vertice dei 36 Paesi BRICS, in corso a Kazan, i leader dell’Armenia e dell’Azerbaigian, rispettivamente Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev, hanno discusso sull’avanzamento dell’agenda di pace bilaterale, comprendente l’accordo per la delimitazione dei confini e questioni di reciproco interesse.

Meeting che hanno registrato l’attribuzione dell’incarico ai rispettivi ministri degli esteri per la finalizzazione del trattato di pace. Altro che diplomazia occidentale…

“I ministri degli Esteri hanno ricevuto l’ordine di proseguire i negoziati bilaterali sull’accordo di pace e delle relazioni interstatali per finalizzarlo e concluderlo il prima possibile”, si legge nella dichiarazione del governo armeno.

Dai grandi classici alla tradizione Irlandese e Armena al Teatro Alighieri (Piu Notizie 24.10.24)

Domenica 27 ottobre arriva sul palco della Sala Corelli del Teatro Alighieri il trio formato dal mezzosoprano Victoria Massey, dal clarinettista Claudio Tassinari e dal pianista Pádhraic Ó Cuinneagáin, ospiti della rassegna “Concerti della Domenica” curata dall’Associazione Mariani e realizzata con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna.

Victoria Massey

Concertista internazionale nata a Dublino, Victoria Massey ha cantato come solista in numerosi ruoli operistici come Marcellina in ‘Le Nozze di Figaro’ di Mozart, Dryad in ‘Ariadne auf Naxos’ di Strauss, Dritte Dame in ‘Die Zauberflöte’ di Mozart, Gertrude in ‘Roméo et Juliette’ di Gounod. La sua l’attività solistica in ambito concertistico l’ha vista esibirsi in composizioni importanti come il Requiem di Verdi e di Mozart, Messa in si minore e Magnificat di Bach, Petite Messe Solenelle e Stabat Mater di Rossini, Stabat Mater di Pergolesi, Gloria di Vivaldi, il Messia di Händel e altre opere.

Claudio Tassinari

Claudio Tassinari, nato a Ravenna e diplomato in clarinetto al Conservatorio di Parma, ha ottenuto per due anni consecutivi (88/89) il “Premier Prix” al Conservatorio di Musica di Nizza. Nell’ambito cameristico di particolare rilievo è la collaborazione con l’Accademia Bizantina. Come primo clarinetto dell’Ensemble Italiano di Fiati ha effettuato concerti in Italia, Europa e Sudamerica. E’ stato docente di clarinetto presso il Conservatorio di Bologna e fino al 2022 ha ricoperto il ruolo di clarinetto e clarinetto piccolo nell’orchestra del Teatro la Fenice di Venezia.

Pádhraic Ó Cuinneagáin

Pádhraic Ó Cuinneagáin, originario di Dublino, ha ricevuto la sua educazione musicale presso la Royal Irish Academy of Music e la Schola Cantorum al St. Finian’s College. Attualmente docente di pianoforte alla TU Dublin Conservatory a Mulligar, si è esibito in Irlanda e all’estero come solista e accompagnatore in musica da camera collaborando con importanti cantanti e strumentisti. Ha eseguito in anteprima opere di compositori irlandesi e si è esibito con l’ensemble di musica contemporanea irlandese ‘Concorde’.

Gli artisti, particolarmente sensibili alla tradizione musicale irlandese e armena, presenteranno un programma che accanto a composizioni di autori celebri come Brahms, Pergolesi, Durante, Fauré, Weil, Schubert e Britten, prevede brani meno conosciuti come quelli degli armeni Ganatchian, Aprikian e Abate Mechitar, degli spagnoli Granados e Valverde, dell’irlandese Hughes. Saranno proposte inoltre canzoni della tradizione irlandese.

Alle ore 10 verrà offerta la colazione nel bar del teatro grazie alla collaborazione tra Associazione Mariani e Mercato coperto.

Ore 11 inizio concerto.

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La protesta degli armeni dell’Artsakh (AsiaNews 23.10.24)

Le ong del Nagorno-Karabakh in piazza contyro la chiusura del gruppo di Minsk, l’unica istituzione in possesso di un mandato internazionale per il conflitto con l’Azebaigian. A un anno dalla campagna militare di Baku, gli esuli armeni vivono tuttora in condizioni precarie a Erevan o in accampamenti e nelle zone vicine alla frontiera, nella speranza di tornare nella patria nativa.

Erevan (AsiaNews) – I rappresentanti delle Ong dell’Artsakh, il Nagorno Karabakh riannesso all’Azerbaigian, hanno organizzato un’azione di protesta presso il palazzo del ministero degli esteri di Erevan, chiedendo alle autorità di non sottostare alla pretesa di Baku di sciogliere il gruppo di Minsk dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, l’unica istituzione in possesso di un mandato internazionale per il conflitto tra Armenia e Azerbaigian.

Artur Grigoryan, uno dei rappresentanti delle associazioni, ispirate dal movimento “Tavowš in nome della patria” dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan, ha comunicato di aver consegnato un appello al ministro degli esteri Ararat Mirzoyan, sottoscritto dai membri di oltre 50 gruppi che già a fine settembre avevano presentato analoga richiesta al presidente dell’Osce Ian Borg, il vice-premier di Malta.

Nel documento il “popolo dell’Artsakh” ricorda gli impegni della repubblica dell’Armenia nella difesa del Nagorno Karabakh, in accordo con le norme del diritto sia nazionale, sia internazionale. “L’Azerbaigian pretende sfacciatamente dall’Armenia di firmare una richiesta congiunta di scioglimento del gruppo dell’Osce, ma le autorità di Erevan non devono sottomettersi a questa e altre imposizioni delle autorità di Baku, perché sarebbe umiliante e priverebbe tutti gli armeni dei loro diritti più importanti”, ha affermato Grigoryan, insistendo sul fatto che “la difesa degli interessi dei cittadini dell’Artsakh e dei meccanismi internazionali che li garantiscono, è un aspetto della più importante questione della difesa degli interessi nazionali dell’Armenia”.

Oltre al vescovo Galstanyan, ha espresso il suo pieno appoggio il presidente del Partito Rivoluzionario dell’Artsakh, Artur Osipyan, secondo il quale “il problema del Nagorno Karabakh rimane aperto, e la comunità internazionale non ha dato una definizione esaustiva; perfino i membri dell’Onu hanno dichiarato che lo status della repubblica indipendente deve ancora essere risolto, è un compito di tutto il mondo armeno”.

Gli appelli dei cittadini armeni, ormai profughi, della regione passata sotto il controllo degli azeri, si sono rinnovati dopo il primo anniversario della conquista bellica del 20 settembre 2023, realizzata con un’azione militare di aggressione estesa all’uso di armi pesanti, artiglieria e aviazione d’assalto. Il 28 settembre l’allora presidente dell’Artsakh, Samvel Šakhramanyan, era stato costretto a sciogliere tutte le istituzioni repubblicane, e dal 1° gennaio 2024 l’Artsakh aveva smesso ufficialmente di esistere.

Il popolo degli armeni della regione occupata è stato costretto a un esodo biblico, di oltre 115 mila persone, recandosi nella patria storica, dove tuttora vivono in gran parte in condizioni precarie, senza mai rinunciare a difendere i propri diritti, ritenendo illegittima l’annessione dell’Artsakh all’Azerbaigian. Il governo di Erevan ha realizzato una serie di programmi per assistere i gruppi dei profughi per le necessità più urgenti e per la loro integrazione in Armenia, con una sezione speciale del ministero delle politiche sociali.

Molti profughi hanno trovato una sistemazione pur provvisoria nella capitale e in altre città, ma un numero considerevole vive ancora in accampamenti e nelle zone vicine alla frontiera con l’Azerbaigian, nella speranza di tornare nella patria nativa dell’Artsakh. Una di queste zone è la provincia di Tavowš, da cui la guida della locale eparchia, l’arcivescovo Bagrat, ha guidato il grande movimento popolare di protesta che chiede le dimissioni del ministro Nikol Pašinyan e dell’intero governo, giudicato arrendevole e “traditore”, avendo consegnato senza resistenza l’Artsakh all’Azerbaigian. Lo accusano di essere anche pronto a cedere altri territori, senza difendere l’integrità e l’identità della patria armena.

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AVVENTURE NEL MONDO PRESENTA: ARMENIA, IL REGNO DELL PIETRE URLANTI. RACCONTO DI VIAGGIO ATTRAVERSO LE FOTO DI IAGO CORAZZA (Il Tacco di Bacco 22.10.24)

AVVENTURE NEL MONDO PRESENTA: ARMENIA, IL REGNO DELL PIETRE URLANTI. RACCONTO DI VIAGGIO ATTRAVERSO LE FOTO DI IAGO CORAZZA
Giovedì 24 ottobre, dalle ore 20.30, al circolo “Barion” di Bari (Molo S.Nicola, 5) l’Angolo dell’Avventura di Bari e Avventure Nel Mondo organizzano la serata “Il Regno delle pietre urlanti”, con Iago Corazza e Greta Ropa.
Durante l’evento ci sarà la presentazione dell’ultimo reportage del mitico fotografo Iago Corazza, di National Geographic sull’Armenia, il “Regno delle Pietre Urlanti”.
Con le solite imprevedibili sorprese del coordinatore più stravagante di Avventure nel Mondo, autore di leggendari reportage dalla Papua all’Etiopia, dalle Vanuatu al Giappone…e da Bologna a Miami con 60.000 km fatti in auto. L’ingresso alla sola proiezione è libero fino a esaurimento posti con prenotazione obbligatoria sul sito https://www.viaggiavventurenelmondo.it/eventi/4iqke86kzzhxo
L’eventuale cena a fine serata con spaghetti all’assassina al ristorante del circolo ha un costo di 10 euro.
Info: Elvio D’Addato 3389489853

Web: www.viaggiavventurenelmondo…

Bari (Bari)
Circolo Barion – molo San Nicola, 5 Bari lungomare
ore 20:30
ingresso con prenotazione

Genocidio: parola terribile che perseguita l’umanità. A cura di Cinzia Perrone (Alessandria Today 22.10.24)

A scuola qualcuno avrà studiato il De Bello Gallico, quel formidabile bollettino di guerra scritto da Giulio Cesare, che racconta della strage dei Galli.

La storia la raccontano i vincitori visto che non abbiamo una versione di Vercingetorige sui fatti. Ebbene Giulio Cesare racconta nel suo De Bello Gallico un vero e proprio genocidio che portò alla strage di quasi 1 milione di Galli, chi dice 2.

Non ci dimentichiamo che l’Impero Romano rase al suolo anche la sua rivale Cartagine, la quale scomparve come società dalla storia e i sopravvissuti all’assedio furono venduti come schiavi; Cartagine ricompare nella storia solo secoli dopo.

Il termine genocidio verrà scoperto molto più tardi quando durante la seconda guerra mondiale Hitler fece deportare per poi sterminare diversi milioni di ebrei.

Perché lo sterminio degli Ebrei è stato immediatamente definito come un genocidio nella stessa Germania che l’ha compiuto, mentre ad esempio quello degli Armeni, a distanza di un secolo, è ancora negato dallo Stato turco, che processa chi ne parla?

Se in Europa avesse vinto la follia di Hitler, lo sterminio di sei milioni di esseri umani, sarebbe stato sminuito, negato e rimosso dalla storiografia ufficiale, e i partigiani sarebbero ancora oggi considerati fuorilegge e briganti, anziché eroi.

Hitler ha perso, e per gli ebrei c’è giustizia storica. Gli Armeni hanno perso, e per il milione di Armeni sterminati in Turchia, non c’è verità.

Da quando nel 1944 il professor Raphael Lemkin, ebreo polacco, coniò la parola “genocidio” si è avuto prima l’accoglimento del termine nel diritto internazionale e successivamente la creazione di tribunali internazionali per il perseguimento del crimine di genocidio.

Ma la storia non è quella grande “maestra di vita” perché gli errori e gli orrori continuano a ripetersi suffragati dalla banalità del male e dal senso di dominazione dell’altro.

Facciamo una carrellata a titolo esemplificativo di alcuni tra i più feroci genocidi della storia, sapendo sicuramente di dimenticarne qualcuno, visti quanti ne sono avvenuti, e ahimè forse avverranno ancora.

Il genocidio degli Aborigeni australiani: forse uno dei più crudeli e dimenticati genocidi della storia, fatto contro persone inermi e pacifiche, portato avanti con talmente tanto successo, che ora i pochi superstiti aborigeni rimasti, hanno del tutto dimenticato la propria lingua e le proprie tradizioni.

Il genocidio degli Indiani del Nord e Sud America: anche questo lo possiamo definire un genocidio perfetto; mai nessuno ha protestato, nonostante le decine di milioni di morti in pochi secoli, la cultura indiana è stata praticamente dimenticata da tutti e anzi, questo genocidio è stato osannato per decenni da libri, film, telefilm statue, piazze eccetera.

Il genocidio dei Catari: fatto dalla Chiesa cattolica, in cui donne e bambini furono massacrati per ordine del Vaticano che proclamò ai suoi soldati: “Uccideteli tutti, poi quando saranno morti, sarà Dio a giudicare se sono eretici o no”.

Il genocidio del Ruanda, avvenuto solo pochi anni fa, milioni di morti a colpi di machete, solo per una differenza etnica.

Il genocidio ucraino: perpetrato da Stalin, forse per un enorme errore di giudizio economico del dittatore sovietico, ma resta il fatto che milioni di ucraini furono lasciati a morire di fame.

Il genocidio armeno: fatto dai turchi, che consideravano gli armeni ‘nemici della patria (già citato).

Il genocidio greco: fatto sempre dai turchi, stavolta a danno dei greci che abitavano in Turchia.

Il genocidio Rom: gli zingari da sempre perseguitati in quanto ‘popolo nomade’ quindi diverso dai popoli europei, nel XX° secolo vennero considerati dai nazisti inferiori e deportati in campi di concentramento e in campi di sterminio; ne morirono centinaia di migliaia.

L’Olocausto nero: la deportazione di 10 milioni di schiavi neri, strappati alla loro terra per andare a lavorare nei campi in America del Nord e del Sud.

Il genocidio in Cambogia: 3 milioni di morti, un orrore senza fine perpetrato all’inizio per ragioni politiche e poi in un susseguirsi di atrocità sempre maggiori per la follia di un capo comunista (Pol Pot).

Il genocidio in Congo: fatto dai Belgi – o meglio – da Re Leopoldo di Belgio che aveva degli enormi possedimenti di terra di sua proprietà. Qui migliaia di persone vennero torturate e uccise per scopi commerciali.

Le guerre Herero: un vero genocidio fatto dai tedeschi in Africa nel 1904-1907 in Namibia (che erano le colonie africane tedesche).

Il genocidio Bengalese: a inizio anni ’70 sempre per ragioni politiche ed etniche, le forze militari pakistane attaccarono il Bengala allo scopo di sterminare la nuova classe dirigente. Fu un massacro. Alcuni storici parlano di 3.000.000 di persone uccise, di 400.000 donne torturate e violentate, 10.000.000 di profughi. Il tutto in un brevissimo arco di tempo: si calcolano circa 10.000 persone uccise al giorno.

Il genocidio del popolo Sudanese: si stima che un milione e novecentomila cristiani e animisti siano morti a causa del blocco imposto dal governo di Khartoum all’arrivo degli aiuti umanitari destinati al Sudan meridionale.

Il genocidio Nigeriano: dopo un colpo di stato, gli abitanti del sud-est del Paese furono esclusi dal sistema di potere e nel 1967 il governatore militare di quella zona dichiarò la secessione in Repubblica del Biafra. Iniziò così una guerra civile molto aspra. Non riuscendo ad avere la meglio, i nigeriani iniziarono un durissimo assedio al Biafra. Sono circa tre i milioni di persone morte durante il conflitto per fame o malattie.

Il genocidio del popolo dell’Indonesia: nel periodo 1965 – 67, quasi un milione di comunisti indonesiani sono stati deliberatamente eliminati dalle forze governative indonesiane, mentre tra il 1974 e il 1999 sono stati eliminate da gruppi paramilitari filo-indonesiani 250 mila persone della popolazione di Timor-Est.

Il genocidio dei popoli dell’America Latina: dalla Rivoluzione messicana, ai “desaparecidos” delle dittature militari degli ultimi decenni del XX secolo, sono oltre un milione le vittime innocenti della violenza di Stato dei regimi sudamericani.Inoltre solo in Amazzonia si calcola che quasi 800 mila indios sono morti in un secolo, per le angherie e i soprusi subiti.

Il genocidio dei popoli della Cina: nell’anno 1900, la rivolta dei “Boxer” causò oltre 30 mila morti, in gran parte cristiani, e sono almeno 48 milioni i cinesi caduti sotto il regime di Mao tra il “Grande salto in avanti”, le purghe, la rivoluzione culturale e i campi di lavoro forzato, dal 1949 al 1975.

Per non parlare delle vittime dei genocidi e delle “pulizie etniche” compiute nella ex -Jugoslavia, in Liberia, Sierra Leone, Angola, Libano, Corea del Nord, Sri Lanka, Haiti, Tibet …  con un elenco che continua fino ai nostri giorni. La guerra in Afghanistan nell’autunno 2001 e l’invasione dell’Iraq nella primavera 2003 e la triste situazione della Siria.

Se è vero che la Shoà fu il genocidio per eccellenza, quello per cui è stato inventato questo termine, gli altri furono meno famosi, meno scientifici e con un numero minore di morti, ma avevano sempre il fine ultimo di cancellare dalla faccia della terra il nemico, o presunto tale.

Mai che si parli degli altri genocidi vissuti dall’umanità, a cominciare dall’Inquisizione della religione cattolica, durata oltre 500 anni, che massacrava (bruciandoli vivi sul rogo) gli oppositori alla sua tirannia, definendoli “eretici”, per passare al genocidio, tutt’ora in corso, dei Palestinesi, senza dimenticare il massacro (perché di questo si tratta) perpetrato dagli americani a Hiroshima e Nagasaki (oltre 300.000 vittime in pochi istanti, praticamente tutti civili, inclusi anziani, donne e bambini, oltre alle conseguenze che ancora pagano in salute i contemporanei di quei luoghi).

Ora mi chiedo, di quanto vogliamo allungare ancora questa lista dell’orrore?

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Papa Francesco nomina due Patriarchi nel Dicastero per le Chiese Orientali (ACIStampa 22.10.24)

Due patriarchi faranno parte del Dicastero per le Chiese Orientali  per volere del Papa, saranno Raphaël Bedros XXI Minassian, dell’Istituto del Clero Patriarcale di Bzommar, Patriarca di Cilicia degli Armeni, e Raphael Thattil, Arcivescovo Maggiore di Ernakulam- Angamaly dei Siro-Malabaresi (India).

Con loro diventano membri del Dicastero anche il Cardinale José Cobo Cano, Arcivescovo di Madrid e Ordinario per i fedeli orientali residenti in Spagna sprovvisti di Gerarchia della propria Chiesa sui iuris; Salvatore Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione,

Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo; Filippo Iannone, O. Carm., Prefetto del Dicastero per i Testi Legislativi; Laurent Ulrich, Arcivescovo di Paris e Ordinario per i fedeli orientali residenti in Francia sprovvisti di Gerarchia della propria Chiesa sui iuris; Jorge Ignacio García Cuerva, Arcivescovo di Buenos Aires e Ordinario per i fedeli orientali residenti in Argentina sprovvisti di Gerarchia della propria Chiesa sui iuris; Jozef Maxim, dei Monaci Studiti Ucraini, Arcivescovo di Prešov per i cattolici di rito bizantino (Slovacchia); Gregor Maria Hanke, O.S.B., Vescovo di Eichstätt (Germania).

Intanto il Sinodo della Chiesa di Cilicia degli Armeni ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcieparchia di Istanbul degli Armeni, presentata da S.E. Mons. Lévon Boghos Zékiyan, e ha nominato Amministratore eparchiale della medesima Arcieparchia il Rev.do Arciprete Vartan Kirakos Kazanjian, finora Protosincello della stessa.

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Etchmiadzin, riconsacrata la più antica cattedrale del mondo (AciStampa 21.10.24)

Quando nel 2019 Papa Francesco visitò Etchmiadzin, la cattedrale della Chiesa Apostolica Armena era ancora in fase di restauro, e solo un ristretto gruppo di persone vi poté entrare. Alla fine di settembre, dopo dodici anni di lavori, la cattedrale è stata riconsacrata, alla presenza delle più alte cariche dello Stato e di varie delegazioni, tra cui una delegazione della Santa Sede guidata dal Cardinale Leonardo Sandri, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali.

La delegazione vaticana era composta anche dall’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e dall’arcivescovo Michel Jalakh, segretario del Dicastero per le Chiese Orientali. È rimasta ad Etchmiadzin dal 27 al 29 settembre.

La riconsacrazione di quella che è considerata la più antica cattedrale del mondo è arrivata al termine di ben 12 anni di lavori di restauro. In questi dodici anni, la Divina Liturgia si è tenuta nel monastero di San Gayané.

La riconsacrazione della cattedrale ha visto accorrere migliaia di fedeli della Chiesa Apostolica Armena, una Chiesa ortodossa di rito orientale in realtà con differenze nemmeno troppo sostanziali con la Chiesa cattolica. Tuttavia, la celebrazione all’interno della cattedrale era aperta solo al clero.

La riconsacrazione ha interessato tutti gli altari della cattedrale. In particolare, quello di sinistra è stato riconsacrato dal catholicos Karekin II, mentre quello di Sinistra dal Patriarca Sahag II Mashalyan. Vescovi provenienti dalle quattro sedi patriarcali della Chiesa Apostolica Armena di Etchmiadzin, Antelias, Gerusalemme e Costantinopoli hanno riconsacrato la fonte battesimale e 16 colonne, che simboleggiano l’unità della Chiesa Armena. Le colonne rappresentanto i dodici apostoli, i quattro evangelisti, l’apostolo Paolo e San Gregorio l’illuminatore.

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La delegazione vaticana è stata accolta dall’arcivescovo Ante Jozic, che da poco ha prseso il suo posto di nunzio in Gerogia e Armenia, e da monsignor Aleksandr Rahinia, Consigliere di nunziatura.

Il 27 settembre, Karekin II ha accolto la delegazione durante la mattina, mentre nel pomeriggio dello stesso giorno tutte le delegazioni di Chiese e organizzazioni hanno potuto condividere un messaggio e la preghiera finale.

La sera, presso la Cattedrale i cui lavori di restauro sono da poco conclusi, si è tenuta la veglia con la prima parte della cerimonia di consacrazione.

Il mattino del 28 tutti gli ospiti si sono recati in preghiera al Mausoleo che ricorda le vittime del Genocidio, e al cimitero dei caduti nel conflitto in ArtsakH.

Nel pomeriggio, presso l’altare all’aperto a Etchmiadzin si è tenuta le benedizione del Santo Myron, che era stata rimandata di un anno rispetto alla scadenza dei sette anni nel 2022 a causa del conflitto ed anche per consentire la conclusione dei lavori di ristrutturazione e consolidamento della cattedrale.

La mattina di domenica 29 è stata celebrata la consacrazione dell’altare della cattedrale, seguita dalla Divina liturgia, sempre presiedute da S.S. Karekin II

Nel suo messaggio, il Cardinale Sandri ha detto di “pregare che in questi tempi di dure sofferenze per il popolo armeno, queste celebrazioni rappresentano in invito per costruire la vostra esistenza personale e comunitaria sulla Roccia che è Cristo, e porre sulle nostre ferite l’olio della consolazione”.

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