Al Biografilm soffiano forte i ’Venti di vita’ (ilrestodelcarlino 30.05.24)

Dal Nagorno Karabakh di ’Jardin Noir’ firmato Alexis Pazoumian alla Bolognina di ’Romina’ raccontata da Valerio Lo Muzio e Michael Petrolini, c’è tutto il mondo al Biografilm Festival, ventesima edizione, dal 7 al 17 giugno. Non è certo una novità, ma è importante ricordare che la kermesse dedicata ai documentari più importante d’Italia e fondamentale nell’agenda internazionale, è stata capace di portare a Bologna, dal 2005 quando nacque, gli argomenti più incredibili narrati dai cineasti di ogni angolo della terra, dando voce a storie marginali, a comunità sconosciute e a filmmaker intraprendenti che hanno aperto le nostre menti. Un bel salto dall’altra parte dell’industria cinematografica, quella del documentario, che nel 2005 sperimentò una sorta di anno zero.

I direttori artistici Chiara Liberti e Massimo Benvegnù, che guidano il festival dal 2022, proseguendo il lavoro di ricerca in quel terreno reso fertile da Andrea Romeo, che il Biografilm lo inventò (e pure il concetto di guerilla staff), per questa edizione del ventennale hanno guardato circa 600 film, portandone 77 in selezione ufficiale, 58 come anteprime di cui 19 mondiali e hanno scelto ’Venti di vita’ come titolo forte per un momento storico compresso dalle guerre. C’è sempre stato un effetto particolare al Biografilm, quest’anno fruibile in sette luoghi, dal pop up Arlecchino al Lumière e fino al chiostro di Santa Cristina, e si tratta di quello sdoppiamento tra guest reali e ospiti rappresentati sul grande schermo.

Chi sono i grandi protagonisti? Sono autori, registi, attori ma soprattutto coloro che sono rappresentati in queste storie cinematografiche per lo più tratte da episodi reali. Quindi, sui vari red carpet dislocati all’ombra delle Due Torri passeranno il produttore indipendente Ted Hope, il fotografo Joel Meyerowitz, il regista Abel Ferrara, l’attrice Talia Ryder (’The Sweet East’ di Sean Price Williams), l’attore Micha Lescot, la regista candidata all’Oscar Kaouther Ben Hania, l’attrice Barbara Ronchi e la regista Malgorzata Szumowska. Sulla passerella delle immagini però ci sarà un parterre incredibile composto da Enrico Berlinguer, Elsa Morante, i Nomadi, Tony Negri, Patti Smith, Peaches, John Galliano (’High&Low’ di Kevin Macdonald), Carnival of Fools, il regista palestinese Mohamed Jabaly ma anche i diritti delle donne con Olfa e le sue figlie, i migranti naufraghi a Lampedusa, Sanjivani e la sua lotta nell’India Rurale, un agricoltore di Amsterdam, il fiume sacro Whanganui, una comunità psichiatrica di Palermo.

Ecco le tante narrazioni possibili a un festival di cui lnon vogliamo più fare a meno. Basta dare un’occhiata al manifesto di questa edizione, per capire quanto si è imparato in fatto di cinema e biografie in tutti questi anni: abbiamo scoperto Iris Apfel da poco scomparsa, il mitico Sixto Rodriguez nel film Sugar Man, che se n’è andato nel 2023 e che quando venne a Bologna scatenò il mondo della stampa e abbiamo anche imparato a pronunciare il linguaggio del modo documentaristico di Roberto Minervini (sul manifesto non c’è) che finalmente quest’anno è stato consacrato da Cannes con il premio alla regia. Con la stessa curiosità di sempre Bologna aspetta l’inizio venerdì 7 giugno con l’anteprima italiana di Hors du Temps di Olivier Assays e poi la serata di premiazione il 17 quando sarà Abel Ferrara a fare il suo ingresso con ’Turn in the Wound’ sulla guerra in Ucraina.

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ARMENIA-AZERBAIGIAN: IL DRAMMA DEI POPOLI DI CONFINE (Opinione 29.05.24)

Armenia, domenica 26 maggio, migliaia di manifestanti hanno protestato contro il Governo chiedendo le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan, in seguito alla scelta governativa di cedere agli azeri territori e villaggi ubicati sulla linea di confine con l’Azerbaigian. Nel marzo scorso, l’Esecutivo armeno ha accettato di “consegnare” quattro villaggi come segno dell’impegno per assicurare un accordo di pace. Questi territori, per la cronaca, erano stati conquistati dall’Armenia successivamente al conflitto divampato tra il gennaio del 1992 e il maggio del 1994. Parliamo dei villaggi di Baghanis, Kirants, Voskepar e Berkaber, dove circa centomila armeni si sono visti sfollare forzatamente tramite una azione coordinata ed eseguita dall’esercito; in questa tragica occasione gli abitanti, prima di abbandonare le loro case, in segno di protesta hanno bruciato campi e proprietà.

Questo accordo del Governo di Yerevan con quello di Baku è giunto a conclusione dopo la campagna militare svoltasi tra il settembre e il novembre del 2020, con cui l’Azerbaigian ha preso il controllo del Nagorno-Karabakh, una regione con una maggioranza armena ma che si trova nel territorio azero, centro di una contesa andata avanti per decenni tra i due Paesi. Il 16 maggio scorso, Baku e Yerevan hanno provveduto a ridelineare un’area di 12,7 chilometri di confine per “spostare” il territorio da proprietà dello Stato armeno a quello dell’Azerbaigian. Lunedì 27 maggio la polizia armena ha dichiarato, successivamente alle proteste di domenica, di aver arrestato più di duecento persone che, mosse dal dissenso dell’azione governativa, hanno sbarrato e occupato le strade di Yerevan. Questa manifestazione è stata l’ultima di una lunga serie che, da tempo, troviamo nella città. Protagonisti sono coloro che fanno parte del movimento Tavush per la patria condotto dall’arcivescovo della chiesa armena della diocesi di Tavush (provincia situata a oriente), Bagrat Galstanyan, il quale ha visto restituire all’Azerbaigian dei villaggi della propria regione.

Galastanyan ha dichiarato di essere pronto a dare le dimissioni dal suo ruolo clericale per impegnarsi in politica, con lo scopo di candidarsi a primo ministro, chiedendo che venissero anticipate le elezioni parlamentari, anche se secondo la normativa dello Stato – essendo l’arcivescovo di origini miste, armeno-canadese – non ha possibilità di partecipare alla tornata elettorale nella veste desiderata.

L’arcivescovo descrive questo movimento come una “campagna nazionale di disobbedienza”La richiesta di dimissioni di Pashinyan, mossa da questo movimento, è incentrata sulla disapprovazione relativa la cessione dei territori di confine, in quanto non garantiscono, come invece dichiarato dal Governo, nessuna garanzia di pace o sicurezza. I territori che sono stati ceduti hanno un’importanza notevole per l’Armenia, in quanto controllano zone verso la Georgia, strade vitali per questo Paese.

In tale contesto geopolitico, tornato ulteriormente alla ribalta dopo la sospetta morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi, vittima di un incidente aereo vicino ai confini azeri il 19 maggio, ci si può chiedere: cosa manca a questa regione per poter raggiungere un accordo di pace, anche se oneroso, per l’Armenia? Dopo l’ultimo conflitto del settembre-novembre 2020, si sono notati pochi sviluppi verso un equilibrio. Si deve considerare il ruolo delle nazioni, Russia e Francia per primi, che in vari modi non hanno contribuito a creare nell’area uno stato di equilibrio. Queste nazioni avrebbero dovuto, oltre che valorizzare l’eroismo dei patrioti armeni, anche dirottare ambizioni e annichilire tensioni. Considerando inoltre che la Turchia, dopo aver armato e sostenuto l’Azerbaigian contro l’Armenia (un ruolo fondamentale lo ha avuto anche Israele per il successo azero), non ha messo particolare impegno per il mantenimento della pace. Ma, come sappiamo, i margini operativi della Turchia rimangano poco chiari in ogni “scacchiere geostrategico” dove è presente. E la “questione” del Nagorno-Karabakh resta l’anello più debole del precario equilibrio della regione caucasica meridionale.

Aggiornato il 29 maggio 2024 alle ore 15:22

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La resistenza di Pašinyan a tutte le opposizioni (AsiaNews 29.05.24)

Da tempo sotto attacco da parti dei partiti e movimenti di opposizione e perfino dalla Chiesa apostolica per la sua politica di “normalizzazione” del conflitto con l’Azerbaigian e di emancipazione dalla protezione della Russia, il presidente armeno esclude categoricamente l’ipotesi di elezioni anticipate. Ma anche il Cremlino nopn alza i toni più di tanto sapendo che Erevan non potrà fare a meno dell’appoggio militare ed economico di Mosca.

Erevan (AsiaNews) – Il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pašinyan, è da tempo sottoposto a invettive e attacchi di ogni genere in patria, dai partiti e movimenti di opposizione e perfino dalla Chiesa apostolica, ma anche dall’estero con le critiche di Baku e di Mosca alla sua politica di “normalizzazione” del conflitto con l’Azerbaigian e di emancipazione dalla protezione della Russia. Diversi deputati avversari stanno chiedendo il suo impeachment dopo il cedimento agli azeri di alcuni villaggi di confine, ma dal suo partito dell’Accordo Civile rispondono di prendere queste minacce “con umorismo”, e di escludere assolutamente l’ipotesi di elezioni anticipate.

Le trattative con gli azeri, per cui Pašinyan è accusato di “cedimenti al nemico”, sono paradossalmente la sua migliore garanzia di difesa da ogni attacco, come ritiene l’osservatore Vadim Dubnov, mentre le proteste di piazza vanno lentamente affievolendosi, nonostante le iniziative del nuovo leader del movimento armeno di protesta “Tavowš in nome della Patria”, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, che sta cercando a fatica di unire tutte le opposizioni per far fuori il primo ministro. Anche da Mosca arrivano soltanto moniti piuttosto benevoli, al di là della retorica “filo-europea” di Pašinyan, in quanto il Cremlino sa che l’Armenia non potrà fare a meno dell’appoggio militare ed economico della Russia.

L’assenza del premier armeno alla parata militare della piazza Rossa lo scorso 9 maggio, dove accanto a Putin erano schierati tutti i leader dell’alleanza eurasiatica della Csto, è stata declassata alla necessità di rimanere a Erevan mentre erano in corso le proteste di piazza, animate dall’arcivescovo dell’eparchia di frontiera. Anche se in realtà solo qualche giorno dopo, quando ancora le vie della capitale erano occupate dai manifestanti, Pašinyan si è recato in visita in Danimarca, affidando ai suoi collaboratori il controllo della situazione. Del resto egli non era presente neppure all’incoronazione di Putin del 7 maggio, dove si è limitato a inviare l’ambasciatore in quanto “i capi di Stato non erano segnalati obbligatoriamente nel protocollo della cerimonia”.

Pašinyan in realtà ha preso parte al Consiglio superiore economico eurasiatico, di cui l’Armenia è presidente di turno, ma che si è tenuto a Mosca, dove ha incontrato Putin personalmente, mantenendo quindi un distacco formale più che effettivo. Anche dalla parte russa c’è un atteggiamento ambiguo: le proteste di piazza in Armenia sono dichiaratamente filo-russe, sostenute non solo dagli ecclesiastici, ma anche dalle persone vicine all’ex-presidente Robert Kočaryan, uno dei più stretti amici armeni del Cremlino. Eppure non sono andati oltre gli strepiti, con qualche eco nel parlamento di Erevan.

A esprimere in modo più esplicito la tensione con i russi è il segretario del Consiglio di sicurezza Armen Grigoryan, rivestendo il ruolo polemico nel gioco delle parti. Da giorni egli sta chiedendo a Mosca di ritirare tutte le truppe di “pacificazione” dalle zone di frontiera e soprattutto dall’aeroporto internazionale Zvartnots, nella periferia ovest di Erevan, e parla esplicitamente dell’alleanza con la Russia come di un “errore strategico”. Il ministro degli esteri Ararat Mirzoyan si limita invece ad affermare che “le relazioni con la Russia non sono attualmente al loro massimo livello”, anch’egli astenendosi dal partecipare alle riunioni dei suoi omologhi della Csto e della Csi, lasciando libero il primo ministro di prendere le posizioni più adeguate alle circostanze.

Da parte russa si lasciano le invettive contro gli armeni all’esagitata portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, mentre Putin si limita a commenti stringati e tiepidi, come se non credesse davvero all’allontanamento dell’Armenia dalla sua sfera d’influenza. Tutte queste ambiguità alla fine fanno il gioco di Pašinyan, che continua a ripetere che “l’Armenia storica e quella attuale sono cose completamente diverse”, cercando di costruire una nuova immagine del Paese risalendo attraverso le contraddizioni della regione caucasica e delle turbolenze della geopolitica mondiale, in attesa di capire dove porteranno.

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L’Armenia cede quattro villaggi a Baku, arrestati 220 manifestanti (Pagineestere 29.05.24)

Pagine Esteri, 29 maggio 2024 – Il governo armeno ha risposto con la mano dura alle ennesime proteste delle opposizioni nazionaliste nei confronti della politica del primo ministro Nikol Pashinyan.

Domenica ben 220 persone sono state arrestate a Erevan ed in altre località nel corso di massicce manifestazioni organizzate da vari movimenti e partiti politici che chiedevano le dimissioni del premier, accusato di svendere il paese all’Azerbaigian e di orientare troppo la propria politica verso l’occidente.

Le proteste sono cominciate ad aprile dopo che l’esecutivo armeno ha accettato di restituire all’Azerbaigian quattro cittadine al confine occupate nel corso della guerra vinta dagli armeni all’inizio degli anni ’90. Nel 2020, però, il conflitto è riesploso per volontà di un Azerbaigian che nel frattempo è diventato una potenza militare – sostenuta da Israele e Turchia – grazie ai consistenti proventi derivanti dall’estrazione di gas e petrolio nel Mar Caspio. Negli assalti degli ultimi anni Baku ha conquistato varie province che gli erano state sottratte da Erevan e il Nagorno-Karabakh, una regione a maggioranza armena incastonata in territorio azero che per circa venti anni si era costituita in repubblica indipendente de facto. Nel settembre del 2023 la “Repubblica di Artsakh” ha cessato di esistere dopo una guerra lampo e i suoi centomila abitanti armeni sono fuggiti a Erevan per evitare persecuzioni e ritorsioni da parte azera.

In seguito, Baku ha attaccato direttamente il territorio dello stato armeno, occupando alcuni territori al confine, e ha iniziato a rivendicare esplicitamente le province meridionali dell’Armenia, minacciando addirittura di impossessarsene per ottenere la continuità territoriale con il Nakhchivan, una regione autonoma azera che sorge ad est tra l’Armenia, l’Iran e la Turchia.

Dopo la doppia e grave sconfitta negli scontri con l’esercito azero il premier Pashinyan ha accusato Mosca di aver abbandonato l’Armenia (con cui pure Mosca ha un patto di assistenza militare), ha affermato la propria disponibilità ad un trattato di pace definitivo con l’Azerbaigian e ha accettato la maggior parte delle richieste del regime azero di Aliyev, scatenando la rabbia di una consistente parte della popolazione armena.

L’arcivescovo Galstanyan arringa la folla a Erevan

Le proteste si sono di nuovo intensificate negli ultimi giorni, quando i quattro villaggi – il loro nome azero è Baghanis Ayrum, Ashaghi Askipara, Kheyrimli e Ghizilhajili – del nord-est sono state fisicamente consegnate all’esercito di Baku, nonostante la loro importanza strategica derivante dal fatto che in quel territorio passa un’autostrada che collega il paese con la Georgia. Prima di abbandonare le loro case, gli armeni che vivevano nel tratto di confine hanno bruciato le loro abitazioni, proprio come era avvenuto nel Nagorno Karabakh.

Pashinyan, che ora si appoggia principalmente alla Francia e agli Stati Uniti dopo aver allentato le relazioni con la Federazione Russa (che in Armenia possiede però delle importanti installazioni militari), spera che la consegna all’Azerbaigian dei territori contesi possa convincere Aliyev a rinunciare a ulteriori rivendicazioni e consentire la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.
Ma molti armeni temono che i continui cedimenti nei confronti di Baku non facciano altro che indebolire il paese trasformandolo in una facile preda per i propositi espansionisti azeri.

In particolare i residenti armeni degli insediamenti vicini alla porzione di territorio ceduta affermano che la mossa li taglia fuori dal resto del paese e accusano Pashinyan di cedere territorio senza ottenere nulla in cambio.

Le manifestazioni di domenica, che hanno visto scendere in piazza decine di migliaia di persone, sono state indette in particolare dal movimento “Tavush per la patria”, guidato da Bagrat Galstanyan, un arcivescovo della Chiesa armena che guida la diocesi di Tavush, la provincia orientale del paese dove erano state inserite le quattro località azere occupate negli anni ’90.

Nel corso della grande manifestazione di domenica scorsa, Galstanyan ha affermato che rinuncerà al suo incarico di arcivescovo per candidarsi alla carica di primo ministro ed ha chiesto elezioni parlamentari anticipate.

Intanto le relazioni con la Russia continuano a peggiorare: venerdì scorso la portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha annunciato di aver richiamato il proprio ambasciatore a Erevan “per consultazioni” senza aggiungere ulteriori particolari. Pagine Esteri

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L’Avetis String Quartet debutta a Primavera Chigiana: in concerto il 29 maggio (Agenziaimpress 29.05.24)

SIENA – Primavera Chigiana 2024, il festival dedicato alle grandi star della musica da camera internazionale e ai giovani talenti emergenti, entra nel suo clou.

Mercoledì 29 maggio, nel Salone dei Concerti di Palazzo Chigi Saracini, debutta alla Chigiana, l’Avetis String Quartet, ensemble armeno formato da eccezionali musicisti. Anush Nikogosyan, primo violino, vanta un’intensa carriera come solista e come musicista da camera; con lui, Karmen Tosunyan secondo violino, Hayk Ter-Hovhannisya, viola e Mikayel Navasardyan, violoncello, occupano posizioni di spicco all’interno dell’Armenian National Philharmonic Orchestra.

La loro missione principale è quella di diffondere e valorizzare il repertorio per quartetto d’archi in Armenia, ma anche quella di promuovere le opere dei compositori armeni di oggi a livello internazionale.
Di grande interesse, l’esecuzione in prima italiana di Liber Secretorum Henoch per quartetto d’archi di Michel Petrossian.

L’autore franco-armeno tra i più affermati della scena internazionale e vincitore della prestigiosissima “Queen Elisabeth Competition di Bruxelles” nel 2012, sarà ospite speciale della serata.

In apertura di concerto, l’Avetis Quartet presenterà un capolavoro assoluto della musica russa di fine Ottocento, il Quartetto n. 2 in re maggiore di Aleksandr Borodin, opera di straordinaria freschezza e naturalezza.
Gran finale: la talentuosa pianista Maya Oganyan, giovane allieva del corso di Lilya Zilberstein all’Accademia Chigiana, già affermata solista e vincitrice di concorsi, tra cui la recente affermazione al XIII Concorso Soroptimist International d’Italia, si unirà all’Avetis. Insieme eseguiranno il Quintetto n. 2 in la maggiore, per pianoforte e quartetto d’archi, op. 81 del compositore boemo Antonín Dvořák, capolavoro del tardo romanticismo e composizione tra le più conosciute per questo ensemble.

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Più di 220 persone sono state arrestate in Armenia nel corso di proteste antigovernative (Il Post 28.05.24)

Più di 220 persone sono state arrestate in Armenia durante la loro partecipazione a grosse proteste antigovernative organizzate per chiedere le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan. Il ministero dell’Interno ha spiegato in modo generico che gli arresti sono stati fatti perché i manifestanti non avrebbero «rispettato i requisiti legali stabiliti dalla polizia» per manifestare.

Le proteste vanno avanti da parecchi giorni in molte città dell’Armenia, e in particolare nella capitale Yerevan. Erano cominciate a fine aprile dopo che il governo armeno e quello dell’Azerbaijan avevano raggiunto un accordo per il ritiro dell’Armenia da quattro cittadine azere al confine tra i due paesi a cui la maggior parte della popolazione armena si oppone.

L’Armenia controllava queste zone fin dagli anni Novanta e l’accordo per la loro restituzione è stato considerato un passo avanti per avviare colloqui di pace tra i due paesi, in conflitto da decenni soprattutto per il controllo del Nagorno Karabakh, territorio separatista collocato in Azerbaijan ma fino a pochi mesi fa abitato principalmente da persone di etnia armena. Le proteste si sono intensificate negli ultimi giorni, dopo che è avvenuta l’effettiva riconsegna della quattro cittadine: in azero sono note come Baghanis Ayrum, Ashaghi Askipara, Kheyrimli e Ghizilhajili, e sono considerate di importanza strategica per l’Armenia perché ci passa un’autostrada che la collega con la Georgia, importante dal punto di vista commerciale.

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Armenia, proteste contro primo ministro Pashinyan: 284 arresti/ Opposizione candida l’arcivescovo Galstanyan (Il Sussidiario 28.05.24)

Armenia, proteste per chiedere le dimissioni del primo ministro Pashinyan: 284 arresti. L’opposizione candida l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, accusato di essere finanziato dalla Russia

nikol pashinyan armenia ansa 2024 640x300 Nikol Pashinyan, primo ministro dell’Armenia (Foto Ansa 2024 EPA/EVGENIA NOVOZHENINA / POOL)

Continuano le proteste in Armenia, con il governo che ha represso le manifestazioni di Tavush per la Patria, il movimento che chiede le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan, accusato di aver ceduto territori all’Azerbaigian. A guidare il movimento è l’oppositore Bagrat Galstanyan, arcivescovo accusato invece da media ed esperti filo-governativi e dall’Occidente di essere finanziato dalla Russia per organizzare le proteste. Stando a quanto riportato da Diario Armenia, sono state arrestate 284 persone dalla polizia, che avrebbe anche cercato di entrare con la forza negli uffici del partito Federazione Rivoluzionaria Armena (FRA) per arrestare deputati che godono dell’immunità: «Più di sei dozzine di agenti di polizia hanno cercato di fare irruzione nel centro del FRA “Simon Vratsyan”, provocando e attaccando i leader del partito, che hanno vietato l’ingresso illegale nell’ufficio», recita una nota del partito, secondo cui decine di poliziotti, «usando apertamente la violenza fisica, hanno trattenuto i cittadini, tra cui il presidente dell’organo supremo del FRA armeno, il deputato Ashot Simonyan». Il dito è stato puntato contro il primo ministro, accusato di aver «trasformato le istituzioni e gli organi statali in strumenti del crimine», ma è stato anche lanciato un appello a livello internazionale a chi si occupa di diritti umani e democrazia, affinché vengano valutate le azioni del governo armeno.

L’Ufficio dell’Ombudsman per i diritti umani dell’Armenia ha segnalato che «sono stati registrati casi in cui l’uso della forza contro una persona è continuato in condizioni in cui la persona era già sotto il controllo degli agenti di polizia» e rilevato «molti casi di detenzione senza presentare una denuncia legale, senza chiarire le ragioni e i motivi della detenzione dei cittadini, senza informare le persone dei loro diritti minimi». Anche il Consiglio panarmeno dei diplomatici è intervenuto a difesa dei manifestanti, segnalando che «la rivolta iniziata con la richiesta di profondi cambiamenti in Armenia si è trasformata oggi in un movimento di dissenso popolare» il cui obiettivo è ottenere le dimissioni del governo che, «salito al potere con slogan democratici, ha iniziato a utilizzare l’intera serie di strumenti di repressione contro i partecipanti alle azioni pacifiche e i loro sostenitori». L’organismo segnala arresti diffusi, licenziamenti ingiustificati, intimidazioni, ma anche la repressione in corso nei confronti della popolazione dell’Artsakh, «che è stata privata della propria patria solo pochi mesi fa a seguito della pulizia etnica e della politica genocida scatenata dall’Azerbaigian». Si parla anche di una campagna senza precedenti contro la Santa Chiesa Apostolica Armena, che «viola direttamente i principi fondamentali dei diritti umani e delle libertà e provoca un’escalation interna e di intolleranza».

284 ARRESTI PER LE PROTESTE DI MASSA IN ARMENIA

Le proteste si sono intensificate dopo che il 19 aprile il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha annunciato di aver raggiunto un accordo con l’Azerbaigian per la cessione unilaterale dei territori della regione di confine del Tavush. Si tratta del processo di delimitazione dei confini nella regione di Tavush, i cui accordi si basano sulla Dichiarazione di Alma-Ata del 1991, in base alla quale le repubbliche post-sovietiche accettano di preservare i confini del periodo sovietico. Ci sono state inizialmente proteste su piccola scala in tutta l’Armenia, con blocchi stradali e manifestazioni pacifiche che però sono state represse dalla polizia.

Il 4 maggio è nato il movimento Tavush per la Patria, il cui leader è l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, primate della diocesi di Tavush, il quale durante un comizio a Yerevan ha chiesto le dimissioni di Nikol Pashinyan e annunciato azioni di disobbedienza civile pacifica fino alle dimissioni di Pashinyan o fino alla sua rimozione da parte dell’Assemblea nazionale tramite una procedura di impeachment. Il 26 maggio è stato annunciata la candidatura dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan a primo ministro.

COSA E CHI C’È DIETRO LE PROTESTE IN ARMENIA?

Ma diversi esperti ritengono che dietro le proteste ci siano Stati e organizzazioni straniere, danneggiati dalla risoluzione del conflitto tra Armenia e Azerbaigian, come Russia e Iran. Per quanto riguarda i russi, J. Epstein, fellow dello Yorktown Institute su Newsweek ha spiegato perché la fine del conflitto è svantaggiosa per il Cremlino: «È stata storicamente il guardiano della sicurezza del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Per oltre tre decenni, Mosca ha giocato a fare da paciere, vendendo armi a entrambe le parti e impedendo una vera soluzione per mantenere entrambi i Paesi alle sue dipendenze. Ma l’influenza della Russia nella regione è diminuita negli ultimi anni». Uno degli obiettivi del primo ministro armeno Pashinyan, secondo il think tank israeliano Begin-Sadat Center for Strategic Studies, è quello di eliminare completamente la dipendenza russa.

Per l’analista israeliano Kedar dietro le proteste ci sarebbe anche l’Iran, perché «teme che una soluzione pacifica del conflitto di quasi 200 anni tra Armenia e Azerbaigian possa privare l’Iran dell’influenza regionale. In particolare, l’Azerbaigian sta spingendo per creare un corridoio di trasporto Zangezur che lo collegherà con l’enclave azera di Nakhichevan, che l’Iran vede come una minaccia al suo confine con l’Armenia». Per anni, infatti, «l’Armenia è stata il suo principale mezzo per aggirare le sanzioni. Ma l’attuale leadership armena ha deciso di “andare a ovest” a causa del declino dell’influenza della Russia nella regione». Il think thank parla di molte conferme riguardo contatti diretti tra la leadership della Chiesa armena e quella iraniana: si parla, ad esempio, di incontri a porte chiuse con esperti iraniani. Per quanto riguarda le proteste, il rischio è che in caso di caduta del governo, salti l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian, quindi per il Begin-Sadat Center for Strategic Studies «la regione precipiterà sicuramente in un altro scontro militare».

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Caucaso, proteste in Armenia e in Georgia. Comai (ricercatore senior Osservatorio Balcani Caucaso): “Situazioni che seguono dinamiche di lungo corso” (Tag24 28.05.24)

ARMENIA. RESTITUITI QUATTRO VILLAGGI DI CONFINE ALL’AZERBAIGIAN (Notizie Geopolitiche 27.05.24)

di Alberto Galvi –

Un passo verso la normalizzazione dei legami tra Armenia e Azerbaigian è stato fatto con la restituzione da parte dell’Armenia di quattro villaggi (Baghanis, Voskepar, Kirants e Berkaber) situati al confine all’Azerbaigian. Le due nazioni hanno combattuto due guerre dal crollo dell’Unione Sovietica, una negli anni ’90 e l’altra nel 2020 per il controllo della regione separatista del Nagorno-Karabakh. L’Azerbaigian l’ha riconquistato l’anno scorso con un’offensiva lampo, ponendo fine a tre decenni di dominio separatista armeno sull’enclave e spingendo più di 100mila locali a fuggire in Armenia.
Confermando il passaggio di consegne, le guardie di frontiera azere hanno preso il controllo dei quattro insediamenti. Tuttavia i residenti armeni degli insediamenti vicini affermano che il trasferimento potrebbe tagliarli fuori dal resto del paese e accusano il premier Pashinyan di cedere unilateralmente territorio senza alcuna garanzia in cambio. La mossa del premier ha dato il via a settimane di proteste antigovernative in Armenia.
Questi insediamenti sono strategicamente importanti, poiché si trovano vicino all’autostrada principale dell’Armenia diretta a nord, verso il confine con la Georgia. Gran parte del commercio armeno viaggia su questa strada.
Dopo più di tre decenni di conflitto l’Azerbaigian ha chiesto la restituzione dei villaggi come condizione per un accordo di pace, incentrato principalmente sulla regione del Nagorno-Karabakh. L’Azerbaigian e l’Armenia hanno però ancora altre controversie territoriali irrisolte, con entrambe le parti che chiedono il controllo di accessi ai territori.

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Svelato il messaggio del pellegrino armeno sullo stipite della porta della Cattedrale di Salerno. La diretta con la teologa Lorella Parente (RadioAlfa

“Santo Apostolo abbi pietà dell’anima di Daniele e di me pellegrino. Amen”: è la scritta incisa in lingua armena che si trova sullo stipite sinistro della porta centrale della Cattedrale di Salerno.

E’ stata “svelata” nei giorni scorsi e presentata ai fedeli di Salerno per iniziativa dell’Ufficio Cultura e Arte dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, in collaborazione con la Fondazione Alfano I, in occasione dell’evento “L’antica iscrizione del Duomo di Salerno: sulle tracce degli armeni a Salerno e in Italia”. Per l’occasione, è stato presentato l’opuscolo bilingue che racconta e descrive il significato dell’iscrizione lasciata dalpellegrino armeno giunto a Salerno per venerare le Reliquie di San Matteo Apostolo. Inaugurata anche una colonnina descrittiva che consentirà ai visitatori di interpretare l’incisione.

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Armenia, proteste contro il governo per i villaggi ceduti all’Azerbaigian (Euronews 27.05.24)

Proteste contro il governo dell’Armenia per i villaggi ceduti all’Azerbaigian in settimana. Il primo ministro Pashinyan ritiene l’accordo per il confine necessario a evitare nuove violenze dopo la perdita militare del Nagorno Karabakh nel 2023

Decine di migliaia di manifestanti hanno protestato domenica in Armenia, chiedendo le dimissioni del Primo Ministro, Nikol Pashinyan, dopo che il governo armeno ha ceduto diversi villaggi di confine all’Azerbaigian.

La manifestazione è l’ultima di una serie che ha visto protagonista il movimento “Tavush per la patria” guidato da Bagrat Galstanyan, un arcivescovo della Chiesa armena che guida la diocesi di Tavush, una provincia orientale del Paese.

In quest’area si trovano appunto i quattro villaggi che l’Armenia ha consegnato all’Azerbaigian: Baghanis, Berkaber, Kirants e Voskepar (chiamatiBaghanis Ayrum, Asagi Eskipara, Heyrimli and Kizilhacili dagli azeri) i cui pochi abitanti hanno bruciato proprietà e campi prima di andare via, hanno riportato media locali.

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Il governo armeno ha acconsentito alla restituzione a marzo, come parte degli sforzi per assicurare un accordo di pace duraturo tra i Paesi. Il 16 maggio, Erevan e Baku hanno ridisegnato dunque 12,7 km chilometri di confine, che hanno visto il trasferimento dei quattro villaggi conquistati  dall’Armenia durante il conflitto negli anni ’90.

L’accordo del governo di Yerevan con quello di Baku è arrivato dopo la campagna militare con cui a settembre l’Azerbaigian ha preso il controllo del Nagorno-Karabakh, una regione a maggioranza armena ma in territorio azero che è stata al centro di una controversia di decenni tra i due Paesi.

A seguito delle operazioni militari, oltre centomila armeni sono sfollati altrove.

Per Pashinyan, che ha incontrato i residenti dei villaggi coinvolti e di alcuni vicini infuriati per la situazione, l’Armenia ha bisogno di definire rapidamente il confine con l’Azerbaigian per evitare altre violenze.

La replica dei manifestanti è che il primo ministro abbia acconsentito a cedere territori senza alcuna garanzia di pace e di sicurezza in cambio, chiedendo le dimissioni di Pashinyan.

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Migliaia di persone manifestano in Armenia contro la cessione delle terre all’Azerbaigian (Colornews)