Yervant Gianikian: “La nostra guerra per la pace” (Cinecittànews 18.04.24)

Il festival di Bolzano consegna a Yervant Gianikian il premio alla carriera. “Per me, che sono cresciuto a Merano, è una sorta di ritorno a casa”, ci dice l’artista 82enne. Sul palco, intervistato dal critico Paolo Mereghetti, sarà da solo, ma la compagna di lavoro e di vita Angela Ricci Lucchi, scomparsa nel 2018, è sempre accanto a lui e rivive nei Diari di Angela. Sta infatti per vedere la luce il terzo capitolo di questo grande progetto.

Gianikian, di padre armeno e madre italo-austriaca, con studi di Architettura a Venezia, ha trovato in Angela, nata a Lugo di Romagna, allieva in Austria di Oskar Kokoschka, una complice totale per un lavoro di ricerca che parte dal found footage per esplorare la storia del Novecento, con un metodo personalissimo e temi ricorrenti, come la guerra, il colonialismo, la barbarie. A partire dai “film profumati” degli anni ’70, i due si sono sempre mossi tra videoarte, performance e cinema trovando riconoscimenti dal Festival di Cannes al MoMA di New York. Nel 2015 hanno vinto il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia per la loro partecipazione al Padiglione Armeno e il premio FIAF – International Federation of Film Archives. Così li descrive Paolo Mereghetti: “Dopo i lavori iniziali influenzati dall’arte concettuale, che ruotavano intorno all’idea di catalogazione, associazione – di oggetti ma anche di idee e sensazioni – il lavoro di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi prende corpo, sempre all’interno di una costante tensione formale sulla lettura del ‘rimosso cinematografico’ e sull’analisi del materiale preesistente. A partire dal recupero di vecchi archivi documentari, per proseguire coi film sulla guerra o sulla sopraffazione di una cultura sull’altra, i due registi hanno saputo superare la pura dimensione estetica o nostalgica legata all’utilizzo del found footage – il materiale girato ritrovato – per trasformare i loro film in strumenti di conoscenza e critica capaci di interrogare la ‘verità’ tramandata dalla macchina da presa che gli ultimi lavori dedicati alla compagna scomparsa hanno illuminato di una dimensione più personale ed emotiva”.

A Bolzano vengono proiettati sei loro film: Ritorno a Khodorchur. Diario armeno (1986), Lo specchio di Diana (1996), Images d’Orient – Tourisme vandale (2001), Oh! Uomo (2004), Pays barbare (2013), I diari di Angela – Noi due cineasti. Capitolo 2 (2019) e l’ultima fatica Frente a Guernica (versione integrale) (2023).

“Gianikian e Ricci Lucchi – scrive Robert Lumley nella monografia Dentro al fotogramma, pubblicata nel 2011 – sono dei pionieri che hanno pensato a se stessi anzitutto come a degli artisti, lavorando al confine tra generi e ambiti istituzionali, con il risultato che le loro pellicole sono state lette e fatte proprie da spettatori e da mondi culturali molto diversi”.

Siete stati apprezzati e compresi sia nel mondo dell’arte che in quello del cinema.

La nostra opera è stata al centro di retrospettive al Jeu de Paume di Parigi come al MoMA di New York. La nostra trilogia della guerra è stata accolta in tanti luoghi diversi: Oh! Uomo è stato mostrato al Festival di Cannes nel 2004, Prigionieri della guerra, che è il primo capitolo, del ’95, è entrato nella collezione del MoMA insieme ad altri nostri film, Dal Polo all’Equatore, del 1996, è stato acquisito dal MAXXI di Roma due anni fa, lì abbiamo avuto una grande retrospettiva dei nostri film e ci sono anche nostri disegni e altre cose. Abbiamo fatto l’ultima Biennale veneziana di Harald Szeemann nel 2001 con La marcia dell’uomo e poi il mio ultimo film, che viene mostrato stasera a Bolzano, Frente Guernica (versione integrale) è stato prodotto dal Museo Reina Sofia di Madrid, mentre Pays Barbare è stato fatto insieme a Serge Lalou di Les Film d’ici nel 2013, ed è un film con cui abbiamo girato il mondo.

Dunque, i due mondi, dell’arte e del cinema, hanno percepito entrambi l’importanza e il valore della vostra opera.

Nell’ultimo Diario di Angela c’è Enrico Ghezzi che, all’inizio del film, dice che noi siamo artisti più che cineasti, però è anche vero che i Diari sono stati su Raiplay per dei mesi e lo è stato anche Ritorno a Khodorchur. Diario armeno, che è un film molto personale, sulla storia di mio padre che è sopravvissuto al genocidio armeno e che aveva sempre rifiutato di essere ripreso. È curioso poi che questo premio alla carriera ci venga dato a Bolzano, dato che ho vissuto la mia infanzia a Merano.

È quasi un cerchio che si chiude anche rispetto al discorso dell’identità. Il vostro è un cinema in qualche modo apolide. Lei ha un passaporto variegato per le sue origini armene ma c’è anche un forte radicamento nella lingua italiana.

Io sono cittadino italiano e mi sento italiano, come italiani sono i nostri film. Ma c’è anche questo aspetto: Angela stessa aveva studiato con Oskar Kokoschka a Salisburgo, in Austria. Per lei quello è stato un grande insegnamento, una grande lezione di cultura mitteleuropea, cultura a cui sentiamo di appartenere entrambi. Ora sto preparando un terzo diario di Angela e mi interessa molto che questa sera sia dato il mio film su Picasso e su Guernica perché è stato un grande sforzo, ho impiegato quattro anni a farlo.

Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian

Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian

Frente a Guernica aveva debuttato alla Mostra del cinema di Venezia.

Sì, è c’è stata una grande risposta del pubblico e sul web.

Guernica, come molte cose che avete fatto, è un lavoro sugli orrori della guerra e sulla guerra permanente che attraversa il Novecento e che ci portiamo purtroppo nell’oggi.

Abbiamo cominciato nel 1992-93 a costruire la nostra trilogia della guerra: Prigionieri della guerra, Su tutte le vette è pace, Oh! Uomo. Abbiamo continuato a lavorare sul tema e tutti questi film sono stati fatti durante le guerre, nella ex Jugoslavia, ad esempio, dove noi siamo andati anche a mostrarli. Quando Oh! Uomo veniva proiettato a Cannes in contemporanea avvenivano i massacri in Irak e la gente chiedeva che il film fosse mostrato non solo al festival ma nelle scuole e ovunque. Frente a Guernica era quello che a me mancava, un film sulla guerra civile in Spagna, guerra che anticipa la seconda guerra mondiale.

Come si pone oggi rispetto al conflitto in corso in Ucraina e a Gaza?

Noi abbiamo continuato sempre la nostra guerra per la pace. L’abbiamo portata avanti sin dall’inizio, occupandoci dei fascismi, delle ideologie, e continuiamo a farlo. E anche il terzo Diario di Angela sarà su questo.

Angela scriveva ogni giorno questo diario, quindi c’è moltissimo materiale.

Sì, Angela scriveva ogni giorno, ma non voglio anticipare nulla sul nuovo film. 

Se posso farle una domanda personale, la voce di Angela rimane sempre, avete lavorato in simbiosi per tutta la vita e sembra che lei sia ancora lì accanto a lei.

È sempre molto presente e la trovo in queste registrazioni che abbiamo fatto, nelle sue parole che entrano nel film.

Vai al sito

Fermo, la scrittrice armena Sonya Orfalian presenta il suo libro “Alfabeto dei piccoli armeni” (Corrierenews 18.04.24)

FERMO – Nell’ambito degli incontri con autrici ed autori, la Biblioteca “R. Spezioli” di Fermo ha organizzato per venerdì 19 aprile 2024 alle ore 17.00 nella Sala Lettura la presentazione del libro di Sonya Orfalian “Alfabeto dei piccoli armeni” (Sellerio, 2023), alla presenza della scrittrice armena che dialogherà con il prof. Francesco Castiglioni, docente di Storia e Filosofia al Liceo Classico “A. Caro” di Fermo.

 

Info: Biblioteca Civica “R. Spezioli” tel. 0734. 284462 – biblioteca.centrale@comune.fermo.it

Dalla dark age al poeta armeno Yeghishe Charents, due eventi targati Anassilaos (Reggiotoday 17.04.24)

Due significativi eventi in programma per la settimana e  targati Associazione Culturale Anassilaos.

Mercoledì 17 aprile  alle ore 17  presso la Sala Conferenze del MAaRC si terrà il secondo degli incontri promossi congiuntamente dal Museo Archeologico di Reggio Calabria e dal Sodalizio reggino.

“Mura divine. Modelli insediativi e mobilità nel Mediterraneo nella dark age” è il tema della conferenza della professoressa Elena Santagati, Associato di Storia Greca presso Università di Messina, e del professor Luigi Maria Caliò, associato di Archeologia Classica presso Università di Catania.

A condurre e moderare l’incontro il dotor Fabio Arichetta, Coordinatore degli incontri “La percezione del tempo tra Antico, Moderno e Contemporaneità nel cui ciclo si inserisce la manifestazione. Al centro della riflessione degli studiosi quel periodo della storia greca compresa tra il 1200 e l’800 a.C. che si apre con il crollo della Civiltà Micenea, forse a causa dell’arrivo dei Dori, e si prolunga fino ad Omero e alla nascita delle Poleis.

Tale periodo viene definito dagli storici dark age (età oscura) ma anche Medioevo Ellenico. Seppure le ragioni del crollo della civiltà micenea risultino ancora oscure e siano tuttora oggetto di vivace dibattito tra gli storici, è indubbio che intorno al XII secolo a.C.si avverte una profonda rottura con il passato e l’ emergere di una società diversa, non più organizzata intorno al Palazzo del sovrano, caratterizzata da ristagno economico, sociale e culturale.

Come peraltro avverrà in Occidente nel passaggio dal Medioevo all’Umanesimo, è evidente che il concetto di decadenza legato all’idea di una età oscura vuole definire soltanto un momento di passaggio e transizione da una età all’altra. Non a caso alla fine di tale età buia troviamo Omero, l’Iliade e l’Odissea, la nascita delle Città Stato (poleis) e il fiorire rigoglioso qualche secolo dopo della civiltà greca.

Di più stringente attualità, non fosse altro per le vicende internazionali che investono l’Oriente europeo e l’Armenia, l’omaggio al grande poeta armeno Yeghishe Charents (1897-1937) che si terrà giovedì 18 aprile  alle ore 16,45 presso la Sala Giuffre’ della Biblioteca Pietro De Nava promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos congiuntamente con la stessa Biblioteca, con il Patrocinio del Comune di Reggio Calabria e dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e l’adesione dell’Associazione Xenia Book Fair e della Comunità Armena di Calabria.

L’occasione per un tale incontro la pubblicazione, con testo originale e traduzione a cura della Leonida Edizioni, dell’opera poetica di Charents che può essere considerato come una delle più grandi voci poetiche del Novecento. Egli ha vissuto le immani tragedie del 20^ secolo a partire proprio dal Metz Yeghérn—il Grande Male, l’orribile genocidio del popolo armeno.

Fu rivoluzionario e bolscevico e combatté nell’Armata Rossa contribuendo ad instaurare in Armenia il regime comunista per accorgersi dopo che quella utopia si era trasformata nella oppressione dello stesso popolo armeno, la cui libertà e autodeterminazione, la cui religione e cultura, la cui arte e lingua venivano ancora una volta – dopo l’oppressione ottomana – conculcate da un regime dispotico.

Divenne così un oppositore tenace, pronto a battersi per il proprio popolo con le uniche armi di cui può disporre un poeta: la penna e l’ingegno. Il 26 luglio del 1937 venne arrestato e morì nel gulag di Stalin in circostanze tuttora oscure. All’incontro interverranno il dott. Stefano Iorfida (presidente Associazione Anassilaos), la dottoressa Daniela Neri (Responsabile Biblioteca P. De Nava), il dottor Domenico Pòlito (editore Leonida Edizioni), ilprofessor Giorgio Piras (Università di Roma La Sapienza) e il professor Alfonso Pompella (Università degli Studi di Pisa). Nel corso della manifestazione alla Leonida Edizioni, nel 20° anniversario della Fondazione, sarà consegnato il Premio Anassilaos Cultura 2024.

Vai al sito

La Russia si è ritirata dall’Artsakh, sconfitta nel Caucaso meridionale (Korazym 17.04.24)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.04.2024 – Vik van Brantegem] – Il contingente di mantenimento della pace russo ha lasciato l’Artsakh (Nagorno-Karabakh). Il filmato della partenza del personale e delle attrezzature del contingente è stato pubblicato oggi dall’agenzia di stampa Svezda del Ministero della Difesa della Federazione Russa. L’informazione sul ritiro delle forze di mantenimento della pace russe dall’Artsakh è stata confermata dal portavoce del Presidente russo, Dmitry Peskov.

Secondo quanto riportato dai media russi, il primo gruppo di personale con loro equipaggiamento militare del contingente di mantenimento della pace russo è partito pochi giorni fa dal monastero armeno di Dadivank nella regione di Karvachar. Attualmente, questo monastero è sotto la supervisione dei dipendenti del Ministero degli Interni dell’Azerbajgian.

Copertina video

 

Il contingente di mantenimento della pace russo era di stanza in Artsakh dal novembre 2020, sulla base della dichiarazione tripartita di cessate il fuoco nella guerra dei 44 giorni del 9 novembre 2020 da parte dei leader di Russia, Armenia e Azerbajgian. Il contingente russo era schierato lungo la linea di contatto tra la parte non ancora occupata della Repubblica di Artsakh e l’Azerbajgian e lungo il Corridoio di Lachin, che collegava l’Artsakh con l’Armenia, fino all’occupazione illegale da parte dell’Azerbajgian, con il benestare della Russia.

In precedenza, il Capo di Stato Maggiore delle forze armate russe, Valery Gerasimov, aveva affermato con una faccia di bronzo, che le forze di mantenimento della pace russe “hanno garantito il viaggio sicuro in Armenia a quasi tutta la popolazione del Nagorno-Karabakh”. Tradotto: hanno garantito la deportazione forzata in Armenia di tutta la popolazione della Repubblica di Artsakh, etnicamente pulito e occupato dall’Azerbajgian con la complicità della Russia.

Vale la pena notare che – secondo le disposizioni dell’accordo del 9 novembre 2020 – manca ancora un anno e mezzo alla fine della missione di mantenimento della pace russa in Artsakh.

Comunque, missione compiuta: dopo aver consegnato la Repubblica di Artsakh all’Azerbaigian, le forze di mantenimento della pace russe sono tornati a casa. Nel novembre 2020, Putin aveva promesso sicurezza agli Armeni dell’Artsakh. Tuttavia, con il monitoraggio delle forze russe, gli Armeni dell’Artsakh sperimentarono solo sofferenza. Poi, dopo l’attacco terroristico del 19-20 settembre 2023 dell’Azerbajgian, i militari Russi hanno partecipato alla deportazione forzata degli Armeni dell’Artsakh. Inoltre, non hanno impedito l’arresto illegale di alcuni leader della Repubblica di Artsakh, di cui alcuni si erano rifugiati nella base Russa a Stepanakert.

In realtà, questo ritiro è la conferma della vergognosa sconfitta della Russia nel Caucaso meridionale. Non solo la Russia ha perso l’Armenia, ma viene espulso anche dall’Azerbajgian. Quando qualcuno loda Putin come un grande stratega, mostragli il video di questo ritiro. Putin ha consentito la guerra di 44 giorni nel 2020, sperando che le truppe russe restassero nell’Artsakh per decenni. Tuttavia, oggi assistiamo alla ritirata dei militari russi dal Caucaso meridionale.

Foto di copertina dall’agenzia 301: in quanto media indipendente, il team 301 riconosce e utilizza solo una mappa quando riporta notizie armene e questa è la mappa dell’Armenia e dell’Artsakh indipendentemente dallo stato di occupazione.

Vai al sito

Sorrento: grande festa con musica armena al Ristorante Refood (Positanonews 17.04.24)

Sorrento: grande festa con musica armena al Ristorante Refood
Grande festa di compleanno ieri sera al Ristorante Refood di Sorrento, con musica dal vivo e un’atmosfera allegra e conviviale. Il locale, ormai punto di riferimento per la ristorazione in Penisola Sorrentina, ha ospitato un evento speciale che ha visto la partecipazione di numerosi invitati.

 
festa ristorante refood

Il Ristorante Refood conferma ancora una volta la sua vocazione all’eccellenza, non solo per quanto riguarda la qualità del cibo, ma anche per l’attenzione all’intrattenimento e all’organizzazione di eventi speciali. Un luogo ideale per celebrare occasioni importanti o semplicemente per trascorrere una piacevole serata in compagnia di amici e familiari.

La famiglia Savarese è un punto di riferimento per l’ospitalità in Penisola Sorrentina con una grande cucina dello chef Capozzi, una sala meravigliosa, gestita in maniera professionale, e da non perdere la visita alla cantina con una scelta di vini che vengono selezionati personalmente in cantina nelle varie aziende vinicole in Italia, come potranno dirvi i proprietari , ed è una fortuna poter parlarle con i titolari del ristorante, si riveleranno un pozzo di cultura, oltre che di grande umanità e conoscenza del territorio.

Qui si respira cultura, ma anche amore del territorio. Chiedete di Priora e gli si illumineranno gli occhi e il cuore, ebbene qui, dove si spazia fra la collina e il mare producono ortaggi e olio che avrete direttamente a tavola. Non solo, stare qui è sempre un’esperienza meravigliosa.

Vai al sito

Tra le Montagne dell’Armenia: geografia e cultura di una Nazione Antica (Meteoweb 17.04.24)

Con una storia ricca e complessa che risale a millenni fa, l’Armenia è conosciuta per la sua cultura antica, la sua architettura storica e la sua influenza nella regione. La sua capitale, Yerevan, è una delle città più antiche del mondo continuamente abitate, con una vivace vita culturale e una ricca storia. L’Armenia è anche celebre per il suo patrimonio religioso, essendo stata la prima nazione al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di stato nel 301 d.C. La sua posizione geografica tra l’Europa e l’Asia le conferisce un’importanza strategica e culturale unica, rendendola una destinazione affascinante per gli esploratori e i viaggiatori.

Geografia dell’Armenia: ecco dove si trova

Con una storia ricca e complessa che risale a millenni fa, l’Armenia è conosciuta per la sua cultura antica, la sua architettura storica e la sua influenza nella regione. La sua capitale, Yerevan, è una delle città più antiche del mondo continuamente abitate, con una vivace vita culturale e una ricca storia. L’Armenia è anche celebre per il suo patrimonio religioso, essendo stata la prima nazione al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di stato nel 301 d.C. La sua posizione geografica tra l’Europa e l’Asia le conferisce un’importanza strategica e culturale unica, rendendola una destinazione affascinante per gli esploratori e i viaggiatori.

Il Territorio dell’Armenia

L’Armenia è un paese con un territorio variegato e affascinante, che si estende attraverso le catene montuose del Caucaso meridionale. La sua geografia comprende non solo imponenti montagne, ma anche valli fertili, fiumi sinuosi e antiche pianure. Nonostante le dimensioni relativamente ridotte, il territorio armeno è ricco di diversità naturale e paesaggistica.

Le valli offrono terreni agricoli fertili dove vengono coltivate varietà di frutta, verdura e grano, mentre i fiumi come l’Aras e l’Alazani forniscono risorse idriche cruciali per l’irrigazione e l’approvvigionamento idrico. Le pianure, come l’Ararat, sono famose per la loro importanza storica e culturale, offrendo panorami iconici e legami profondi con la mitologia e la storia dell’Armenia. Complessivamente, il territorio dell’Armenia riflette la sua ricca storia, la sua forte identità culturale e la sua connessione profonda con la natura.

C’è il Mare in Armenia?

L’Armenia è una nazione senza sbocchi sul mare situata nel cuore del Caucaso meridionale. Circondata da terreferme e montagne ma priva di una costa marittima, l’Armenia si distingue per la sua posizione unica e suggestiva. Nonostante non abbia accesso diretto al mare, l’Armenia è ricca di bellezze naturali, con paesaggi mozzafiato che comprendono montagne imponenti, valli fertili e fiumi sinuosi. La sua storia e la sua cultura millenaria, arricchite da influenze e tradizioni antiche, hanno contribuito a plasmare un’identità nazionale forte e vibrante. Pur non essendo bagnata dalle acque marine, l’Armenia è un tesoro di scoperte culturali e avventure paesaggistiche che catturano l’immaginazione dei visitatori di tutto il mondo.

Le Montagne dell’Armenia

L’Armenia è una terra di maestose montagne che dominano il suo paesaggio e caratterizzano la sua geografia. Situata nel cuore del Caucaso meridionale, l’Armenia è circondata da catene montuose che offrono panorami mozzafiato e una varietà di ecosistemi unici. Le montagne armeni rappresentano non solo una bellezza naturale straordinaria, ma anche un importante elemento culturale e storico per il popolo armeno. Queste imponenti vette hanno fornito rifugio e protezione alle comunità locali attraverso i secoli, mentre i loro pendii hanno nutrito una ricca tradizione agricola e pastorale. Le montagne dell’Armenia offrono anche un terreno ideale per escursioni, trekking e sport invernali, attirando gli amanti della natura e gli avventurieri da tutto il mondo per esplorare le loro meraviglie.

Fiumi e Laghi in Armenia

L’Armenia è attraversata da diversi fiumi e ospita alcuni laghi pittoreschi che contribuiscono alla sua bellezza naturale. Tra i fiumi più importanti ci sono l’Aras e l’Alazani. L’Aras scorre lungo il confine con la Turchia e l’Iran, contribuendo alla formazione di valli fertili lungo il suo corso. L’Alazani, invece, attraversa la regione settentrionale del paese, giocando un ruolo cruciale nell’irrigazione delle terre agricole e nella fornitura di acqua potabile.

Inoltre, l’Armenia è nota per i suoi laghi incantevoli, tra cui il Lago Sevan, il più grande e più alto lago del Caucaso. Il Lago Sevan, situato nella parte nord-orientale del paese, è una destinazione turistica popolare e una risorsa importante per l’approvvigionamento idrico e la pesca. Altri laghi significativi includono il Lago Parz, il Lago Arpi e il Lago Akna, ciascuno con le proprie caratteristiche uniche e bellezze naturali che attraggono visitatori e amanti della natura.

La superficie dell’Armenia

L’Armenia ha una superficie totale di circa 29.743 chilometri quadrati, rendendola uno dei più piccoli paesi del Caucaso meridionale. Nonostante le sue dimensioni ridotte, l’Armenia è caratterizzata da una varietà di paesaggi e ecosistemi, che vanno dalle montagne alle valli e alle pianure.

Le montagne occupano una parte significativa del territorio, con vette che superano i 4.000 metri di altezza, offrendo panorami spettacolari e terreni ideali per attività come l’escursionismo e lo sci. Le valli, invece, costituiscono importanti aree agricole, dove vengono coltivate una varietà di colture.

Le pianure, come la pianura di Ararat, sono caratterizzate da paesaggi aperti e fertili, con una ricca storia e una profonda connessione culturale con il popolo armeno. Nonostante le sue dimensioni ridotte, l’Armenia è una terra di grande bellezza naturale e importanza storica, che attrae visitatori da tutto il mondo per esplorare la sua ricca cultura e i suoi paesaggi mozzafiato.

La Popolazione dell’Armenia

L’Armenia ha una popolazione stimata di circa 2,9 milioni di abitanti, secondo le ultime stime. Nonostante le dimensioni relativamente piccole del paese, la sua popolazione è nota per la sua diversità etnica e culturale. La maggioranza della popolazione è costituita dagli armeni, che rappresentano un’etnia omogenea e con una lunga storia e tradizioni culturali. Tuttavia, l’Armenia ospita anche minoranze etniche, tra cui curdi, russi, assiri e altri gruppi.

La densità di popolazione varia significativamente in tutto il paese, con la maggior parte degli abitanti concentrati nelle aree urbane, in particolare nella capitale Yerevan e nelle principali città come Gyumri e Vanadzor. Queste aree urbane sono centri vitali per la vita culturale, economica e politica del paese, offrendo una varietà di opportunità e servizi ai residenti.

Nonostante le sfide economiche e sociali, la popolazione armena è nota per la sua resilienza e la sua forte identità nazionale, che è stata plasmata da secoli di storia, cultura e tradizioni condivise.

Fauna e Flora dell’Armenia

L’Armenia ospita una varietà di flora e fauna uniche, grazie alla sua posizione geografica tra l’Europa e l’Asia e alla diversità dei suoi paesaggi. Tra le specie vegetali più comuni ci sono querce, faggi, pini, betulle e tigli, che crescono nelle foreste sparse delle montagne e delle valli. L’Armenia è anche nota per la sua ricca diversità di fiori selvatici, che includono tulipani, gigli, papaveri e molti altri.

Per quanto riguarda la fauna, l’Armenia è la patria di diverse specie di mammiferi, tra cui lupi, orsi, gatti selvatici, cinghiali e caprioli, che abitano le foreste e le montagne. Negli altipiani e nelle pianure si possono trovare specie come lepri, volpi, marmotte e gatti selvatici. Tra gli uccelli, l’Armenia è un importante punto di passaggio per le rotte migratorie, con una varietà di specie che sostano durante le loro migrazioni annuali. Si possono trovare anche rapaci come l’aquila reale, il falco pellegrino e il grifone, che si ergono sopra le montagne armeni con maestosità.

Tuttavia, la biodiversità dell’Armenia è minacciata da diversi fattori, tra cui la perdita di habitat, l’inquinamento e il cambiamento climatico. Di conseguenza, sono in corso sforzi per proteggere e conservare la ricca flora e fauna del paese attraverso riserve naturali, aree protette e iniziative di sensibilizzazione ambientale.

La Lingua dell’Armenia

La lingua ufficiale dell’Armenia è l’armeno, che è una lingua indoeuropea appartenente al ramo delle lingue armene. L’armeno è una lingua antica con una storia millenaria e una ricca tradizione letteraria, che ha subito influenze da varie lingue nel corso dei secoli, ma ha mantenuto la sua unicità e identità distintiva.

L’armeno moderno si divide in due principali dialetti: l’armeno occidentale e l’armeno orientale. L’armeno occidentale è parlato principalmente dalla diaspora armena in Europa occidentale e in America settentrionale e meridionale, mentre l’armeno orientale è la forma predominante parlata in Armenia e nelle regioni circostanti. Entrambi i dialetti hanno una grammatica e un vocabolario simili, ma differiscono leggermente nella pronuncia e nella sintassi.

Oltre all’armeno, altre lingue minoritarie sono parlate in Armenia, principalmente dalle comunità etniche minoritarie. Queste includono il russo, che è ampiamente compreso e utilizzato a scopi commerciali e ufficiali, e altre lingue minoritarie come il curdo, l’assiro e il russo. Tuttavia, l’armeno rimane la lingua predominante e l’elemento centrale dell’identità nazionale e culturale del popolo armeno.

I Confini dell’Armenia

I confini dell’Armenia sono determinati dalle sue nazioni confinanti e sono stati oggetto di cambiamenti nel corso della storia. Attualmente, l’Armenia confina con quattro paesi: a ovest con la Turchia, a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaigian e a sud con l’Iran.

Il confine con la Turchia è stato oggetto di dispute storiche e politiche, in particolare a causa della questione del genocidio armeno e del territorio di confine noto come “confine occidentale”, che è stato chiuso dalla Turchia dal 1993.

Il confine settentrionale con la Georgia è relativamente stabile e rappresenta una frontiera di importanza strategica per entrambi i paesi, poiché collega l’Armenia con le rotte commerciali e di trasporto verso il Mar Nero.

Il confine orientale con l’Azerbaigian è stato al centro di conflitti territoriali, in particolare per la regione del Nagorno-Karabakh, una regione a maggioranza armena che ha dichiarato l’indipendenza dall’Azerbaigian nel 1991, scatenando una guerra che è durata fino al 1994. Anche se formalmente cessato, il conflitto sulla regione del Nagorno-Karabakh ha visto una recrudescenza delle tensioni nel 2020.

Infine, il confine meridionale con l’Iran rappresenta una frontiera relativamente stabile e ha un’importanza economica significativa per il commercio e i legami culturali tra i due paesi.

Complessivamente, i confini dell’Armenia sono il risultato di una storia complessa e di dinamiche geopolitiche in evoluzione, che continuano a influenzare le relazioni regionali e la politica internazionale.

Vai al sito

Francia richiama il suo ambasciatore a Baku per consultazioni (Trt 17.04.24)

Francia richiama il suo ambasciatore a Baku per consultazioni sulle azioni unilaterali dannose per le relazioni”

Il Ministero degli Affari Esteri precisa che il ritiro è stato deciso a causa di “azioni unilaterali dannose per le relazioni” tra Francia e Azerbaigian.

Sono tese le relazioni tra due paesi dal 2023 quando la Francia aveva inviato 50 carri blindati in Armenia, provocando la reazione dell’amministrazione di Baku.

L’Azerbaigian ha criticato il governo di Parigi per aver aumentato il suo sostegno materiale militare all’Armenia. A febbraio, il ministro della Difesa francese Sebastien Lecornu, durante la sua visita ufficiale in Armenia, ha annunciato di essere pronto a fornire a questo paese sistemi di difesa aerea a corto, medio e lungo raggio. Alla fine dello scorso anno, l’Azerbaigian aveva dichiarato “persona non grata” due dipendenti dell’ambasciata francese a Baku, mentre a gennaio un cittadino francese era stato arrestato con l’accusa di spionaggio nel Paese.

La guerra infinita tra Armenia e Azerbaigian insegna qualcosa (Haffington pot 17.04.24)

Quando politici e analisti, più o meno improvvisati, discutono di un possibile congelamento del conflitto in Ucraina quale soluzione della crisi, pochi dimostrano di avere un’idea precisa di quanto affermano. Lo riprova il fatto che ben di rado si faccia riferimento a ciò che avviene da oltre trent’anni nel Caucaso meridionale. Perché un conflitto congelato è – o almeno rischia di essere, alla prova dei fatti – una guerra che ritornerà domani più feroce che mai, non appena sarà ultimato il riarmo. Il tragico esempio del Nagorno-Karabakh, dove solo lo scorso anno si è arrivati a quella che il Parlamento Europeo, nelle risoluzioni approvate a larga maggioranza il 5 ottobre 2023 e il 13 marzo 2024, ha definito come “una pulizia etnica” nei confronti della minoranza armena, è a tal proposito un monito inequivocabile.

Perché – sembra un paradosso e non lo è, purtroppo – non è bastata neppure la riconquista dell’intero territorio del Karabakh da parte delle truppe azerbaigiane per porre fine alla guerra e ai morti. Il regime di Baku, galvanizzato dal trionfo bellico, ora è passato a rivendicare con sempre maggior insistenza il territorio vero e proprio dell’Armenia, che la propaganda azerbaigiana non esita a definire “Azerbaijan occidentale.” Un dato, ancora una volta, che dovrebbe far riflettere, pensando all’Ucraina.

Era l’11 maggio 1994 quando a Bishkek, al termine della prima guerra del Karabakh, Baku e Yerevan giungevano a un accordo di cessate il fuoco che – fra continue escalation e violazioni – resterà in vigore fino al 9 novembre 2020, quando ne sarà firmato un altro; e, ancora, fino al 20 settembre 2023, quando ne sarà firmato un terzo, tuttora in vigore. È importante ricordarlo, perché è un errore che mi è capitato di riscontrare più volte sui media italiani: Armenia e Azerbaijan sono a tutti gli effetti ancora due paesi in guerra. Ogni tentativo diplomatico, dagli anni Novanta ad oggi, non è mai andato oltre i tre accordi di cessate il fuoco qui menzionati – senza fermare la violenza.

Eppure, già il bilancio di quella prima guerra era stato drammatico: oltre 30.000 morti e centinaia di migliaia di profughi e sfollati azeri e, in misura minore, armeni, costretti a lasciare le loro terre, in molti casi per sempre. Intere città rase al suolo, come Aghdam, che ho potuto visitare due volte e che conservava intatta solo una moschea, circondata da un paesaggio impressionante di distruzione e macerie; massacri, come quello di Khojaly, costato la vita di duecento azerbaigiani secondo Human Rights Watch, e oltre il doppio secondo un’investigazione parlamentare di Baku; prima ancora della guerra, c’erano poi stati pogrom, come quello anti-armeno di Sumgait nel 1988.

Il Nagorno-Karabakh, territorio storicamente a maggioranza armena, la cui definizione territoriale all’interno del territorio dell’Azerbaijan – allora Repubblica socialista sovietica – risale all’Urss e a Stalin in persona, resterà quindi controllato dalla popolazione autoctona armena auto-costituitasi in Repubblica indipendente de facto con il supporto (ma non il riconoscimento ufficiale) di Yerevan. Sette regioni attorno ad esso, dalle quali l’intera popolazione azerbaigiana sarà espulsa, saranno occupate fino al 2020. Il parlamento edificato dagli armeni al centro di Stepanakert (oggi Khankendi, in lingua azera), sarà raso al suolo solo poche settimane fa, come testimonia il messaggio video di auguri per il Novruz – l’antico capodanno zoroastriano che corrisponde all’equinozio di primavera – dell’autocrate Ilham Aliyev.

Non escludo il ritorno. La Russia s’è defilata in Armenia, ma resta attore chiave nel Caucaso

 di  Carolina De Stefano

Ho iniziato a seguire questo conflitto dieci anni fa esatti, nel 2014, quando vivevo a Yerevan. Si parlava, di rado e distrattamente peraltro, di un conflitto congelato, appunto, nonostante le periodiche escalation che costavano la vita di soldati armeni e azerbaigiani, quasi tutti giovanissimi. Molti rimasero sorpresi nel 2016 quando il conflitto, anche se solo per quattro giorni, a inizio aprile, tornerà ad esplodere nel modo più drammatico. Massacri contro civili, come nel villaggio di Talish che ho potuto visitare pochi giorni dopo, deserto, sotto la minaccia dei cecchini e con le abitazioni crivellati di colpi; ma anche una guerra lungo tutta la frontiera, con un dispiego di droni che anticiperà il futuro di questo e di altri conflitti.

«Bisogna fare di tutto,» dichiarava in quei giorni la cancelliera Angela Merkel, «per evitare che venga versato altro sangue e che si perdano vite umane, perciò gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco sostenibile e duraturo sono ora estremamente urgenti.» Ma poco o nulla di concreto è seguito a queste e altre dichiarazioni, e la diplomazia europea e americana è tornata a cullarsi – finché ha potuto, certo – nell’idea che i conflitti nello spazio post-sovietico fossero una cosa tutto sommato trascurabile e marginale, non pericolosa.

Un tragico errore. Il Nagorno-Karabakh, per cui esisteva – uso il passato, purtroppo, dato che ha trionfato la violenza, nel frattempo – anche un piano di risoluzione del conflitto, i cosiddetti principi di Madrid elaborati nel 2006 e aggiornati nel 2009, avrebbe potuto essere un laboratorio per scongiurare quanto avvenuto in seguito in Ucraina. Certo, così non è andata. Ma l’idea che se, su più piccola scala, si fosse lanciata un’iniziativa diplomatica europea nel Caucaso del Sud capace di portare risultati tangibili – naturalmente, anche Abcasia e Ossezia del Sud potevano essere utili, a tal proposito – forse oggi non saremmo dove siamo, certo non è da scartare.

Il 2016, come dicevamo, è stato un avvertimento a cui nessuno ha prestato ascolto. L’idea egemone, fra gli analisti e nella diplomazia internazionale, che il legame sempre più stretto fra l’Europa e Baku e la mutua dipendenza economica e di risorse sarebbero bastati a scongiurare una nuova guerra si è dimostrata fallace.

Un nuovo conflitto, di ben altre dimensioni e corrispondente a una ennesima catastrofe umanitaria, ha avuto luogo dunque fra il 27 settembre e il 10 novembre 2020. Ancora una volta, migliaia di morti da entrambe le parti, e un assedio mosso dalle truppe di Baku contro la popolazione civile del Karabakh, costretta per oltre un mese a subire continui bombardamenti in tutti i maggiori centri abitati.

Da un punto di vista militare, si è assistito a un rovesciamento dell’esito della prima guerra, quando erano state le forze armene a trionfare. Quello che ho potuto vedere arrivando in Nagorno-Karabakh un mese e mezzo dopo la fine del conflitto, era un territorio altamente militarizzato dove, anche nelle zone ancora ufficialmente sotto il controllo armeno, erano le truppe di Baku e di Mosca, teoricamente dispiegate con funzione di peacekeeping, a controllare il territorio.

La gigantografia di Vladimir Putin all’entrata di Stepanakert, e i continui checkpoint russi – una decina – disseminati nell’unica strada ancora disponibile a legare l’Armenia al Karabakh, non lasciavano scampo a equivoci. Come anche la mancanza di acqua calda, di corrente elettrica e la scarsezza di cibo reperibile in loco, accompagnate da attacchi alla frontiera che, in due occasioni, mi è capitato di appurare personalmente, nonostante il cessate il fuoco.

E proprio quell’unica strada, il corridoio di Lachin, finirà al centro di un blocco imposto da Baku e Mosca insieme. Prima toccherà ai giornalisti (poco dopo la mia visita, già difficoltosa), quindi ai cittadini armeni e alla minoranza armena del Karabakh l’impossibilità di entrare e uscire dal territorio. Un blocco totale che, dal 12 dicembre 2022 fino allo scoppio di una nuova aggressione nel settembre scorso, ridurrà alla fame la popolazione locale, impossibilitata a ricevere anche solo medicine e cure per i malati, oltre che cibo.

Ma non era finita, purtroppo. Ridotta allo stremo, la popolazione autoctona armena subirà un nuovo attacco militare, come detto, che si concluderà il 3 ottobre dello scorso anno con quella che in molti definiscono ormai senza esitazioni una pulizia etnica. Ovvero l’espulsione forzata di oltre centomila armeni del Karabakh, che si trovarono a perdere tutto – casa, averi, lavoro, e persino le tombe dei loro cari – nel giro di pochi giorni.

Nagorno-Karabakh, migliaia di rifugiati arrivano in Armenia

Un trionfo, per la famiglia Aliyev; un regime in cui l’attuale presidente Ilham ha ereditato il potere dal padre, Heydar, e dove la moglie del presidente (caso unico al mondo) è anche la sua vice da un punto di vista istituzionale. Come prevedibile, le ambizioni dell’autocrazia, anziché essere placate, sono aumentate ulteriormente. Oltre alle ambizioni sul territorio armeno già citate, il regime sta colpendo con una violenza spietata anche i pochi giornalisti indipendenti rimasti nel paese e l’esile opposizione interna.

Una doppia guerra, interna e esterna appunto, quella del regime, che grazie ai proventi di gas e petrolio (con l’Italia ai primissimi posti, ricordiamolo) sta procedendo a un riarmo sempre crescente che nulla di buono lascia presagire per il futuro della regione. Se il regime ha dato ampia dimostrazione di essere in grado non solo di sopravvivere, ma di prosperare, nel contesto di una guerra senza fine, la domanda che dobbiamo porci oggi è se sarà invece in grado di sopravvivere anche a una possibile pace che si intravede all’orizzonte.

Come giustificare, da un punto di vista interno, un regime liberticida che produce diseguaglianze drammatiche da un punto di vista economico e che gestisce il potere finanziario e politico come una semplice questione di famiglia in mancanza di un “nemico” come l’Armenia? Per chi conosce e studia il funzionamento del potere in Azerbaijan, appare evidente come l’odio per il vicino sia una questione troppo strutturale per essere messa da parte senza rischiare una seria crisi del regime.

Da parte armena, invece, la sconfitta si sta traducendo in uno sfaldamento statale che rischia di minare la sopravvivenza stessa delle già fragili conquiste democratiche raggiunte dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Nikol Pashinyan, già popolare leader della Rivoluzione di velluto del 2018, oggi appare un leader sconfitto incapace di uscire dalla crisi che il paese ha imboccato.

Il dilemma fondamentale che oggi l’Armenia si trova ad affrontare è quello della sua stessa sopravvivenza: sarà in grado di resistere a un’eventuale uscita dall’alleanza militare che, almeno formalmente, ancora la lega a Mosca? Come affermato a febbraio dallo stesso Pashinyan, infatti, la partecipazione armena all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva guidata dalla Russia è «congelata» (di nuovo questo aggettivo). «Il Trattato di sicurezza collettiva non ha raggiunto i suoi obiettivi per quanto riguarda l’Armenia», ha commentato il Primo ministro armeno, facendo riferimento al mancato supporto russo negli ultimi anni.

Un’auspicabile quanto purtroppo tardivo engagement della diplomazia euro-americana nei confronti di Yerevan è sfociato nell’incontro del 5 aprile fra lo stesso Pashinyan, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken.

Come ha commentato Gabriel Gavin sulle pagine del quotidiano Politico, si tratta del lancio di «un piano dal valore storico per aiutare l’Armenia a uscire dall’orbita della Russia e sostenere la sua economia a fronte delle crescenti tensioni nella regione». 270 milioni di euro saranno stanziati dall’Unione Europea per sostenere l’economia armena nei prossimi quattro anni, nell’ambito di «una nuova e ambiziosa agenda di partenariato», come ha affermato von der Leyen.

Ma basterà questo a scongiurare una nuova esplosione di questa guerra che, senza interruzioni, si trascina fino dagli anni Novanta? Quali sono le garanzie concrete che Washington e Bruxelles possono offrire a Yerevan per scongiurare un nuovo attacco di Baku, che alla pari di Mosca ha espresso forti critiche nei confronti di questo incontro?

Le preoccupazioni, purtroppo, restano molte e giustificate. L’Europa, fino ad oggi, è sempre stata lontana dal Caucaso del Sud, e la sua credibilità – anche da queste parti – mostra segni inequivocabili di crisi.

Vai al sito

Venezia celebra la Giornata del Ricordo del Genocidio Armeno (Ilnuovoterraglio 16.04.24)

Venezia si erge come simbolo di memoria e impegno culturale nel ricordare il Genocidio Armeno, offrendo un omaggio commovente e significativo alle vittime e alla storia di questo tragico evento.

VENEZIA. Venezia, città di meraviglie e di storia millenaria, si è trasformata in un palcoscenico di commemorazione e impegno culturale in occasione della Giornata del Ricordo del Genocidio Armeno, celebrata il 24 aprile di ogni anno. Quest’anno, la terza edizione dell’evento è stata organizzata con cura dal Comune di Venezia e dall’Università Ca’ Foscari, in collaborazione con l’associazione Unione Armeni d’Italia, l’associazione civica Lido Pellestrina e l’associazione Voci di Carta.

L’atmosfera struggente e nostalgica, accompagnata dalle note di un flauto, ha trasportato i partecipanti in un viaggio attraverso le terre e le tradizioni del popolo armeno, ricordando le tribolazioni e le negazioni affrontate nel corso della storia. La cerimonia di apertura, tenutasi all’auditorium di Santa Margherita, ha visto la partecipazione di giovani studenti veneziani, ai quali è stato narrato il patimento di un popolo quasi annientato nel lontano 1915.

Davanti a una platea di giovani studenti della città è stato raccontato il patimento di un popolo quasi azzerato in un lontano 1915, mai percepito come così vicino, per l’odierna situazione di tensione internazionale. E’ stato il primo genocidio del XX secolo, il Grande male, ancor oggi non da tutti riconosciuto come tale.

“Il contributo di Venezia nel ricordare quanto accaduto 109 anni fa è grande proprio perché contribuisce a rompere il ‘silenzio’ che da allora ha sempre avvolto la triste storia armena”, ha detto Baycar Sivazliyan, Presidente dell’Unione armeni d’ Italia. “Fa onore a Venezia, seconda patria per molti armeni, ricordare e trasmettere a voi giovani la nostra storia. L’accoglienza di questa città ha contribuito notevolmente al seguente riconoscimento del Genocidio armeno. Io stesso, nato a Istanbul, ho conosciuto gli eventi del passato solo quando sono approdato a studiare in un collegio qui, in città. E solo dopo, la mia famiglia ha raccontato i patimenti affrontati”.

Un popolo sfortunato l’ha definito Aldo Ferrari, docente di Lingua e letteratura armena a Ca’ Foscari: “Un paese che a fine ‘800 stava per conoscere uno sviluppo economico e culturale simile a quello dei paesi europei, che l’avrebbe condotto all’indipendenza ma, invece di approdare a un “risorgimento”, ha presto conosciuto le stragi e poi il genocidio. E spiace oggi vedere che per il diritto internazionale non tutte le tragedie sono uguali”.

Tra gli appuntamenti, da oggi al 10 maggio, si segnala l’oramai classica visita guidata alla conoscenza dell’isola di San Lazzaro degli Armeni, previa iscrizione a: servizio.produzioni.culturali@comune.venezia.it. Fino ad esaurimento posti. E poi c’è la grande novità di quest’anno: il padiglione dell’Armenia della 60. Esposizione Internazionale d’Arte, ai Magazzini del sale. Prevista per sabato 20 aprile una visita guidata. Anche per questo evento, iscrizioni fino ad esaurimento posti e fino al 17 aprile: armen.yes@gmail.com. Domenica 21 aprile, invece, sono disponibili 30 posti per la visita guidata a Santa Croce degli Armeni. Info e prenotazioni: servizio.produzioni.culturali@comune.venezia.it

Vai al sito

Sabrina Avakian, storia di una vita segnata dal genocidio armeno del 1915 (Ilterritorio 16.04.24)

genocidio

Esistono stragi di cui nel corso della storia si è spesso taciuto e il genocidio armeno iniziato nel 1915 è una di queste. IlTerritorio.net ha intervistato Sabrina Avakian, la cui vita è stata fortemente segnata dal Metz Yeghérn (questa la denominazione armena del massacro messo in atto dall’Impero Ottomano all’inizio del secolo scorso).

Oltre alla chiara volontà di voler trattare un argomento storicamente obliato, a monte di questa intervista c’è l’intenzione di promuovere un incontro letterario che si terrà il 27 aprile, in occasione della commemorazione del genocidio che ogni anno cade il 24 dello stesso mese. L’incontro, realizzato grazie all’impegno di Adele Franchi, si terrà alle 18 presso il Bohemien Cafè di Piazza della Repubblica, a Monterotondo.

genocidio

Chi è Sabrina Avakian?

Sabrina Avakian nasce ad Addis Abeba (Etiopia) da madre italiana e padre armeno. La sua appartenenza a un gruppo minoritario decimato da un genocidio dimenticato dal mondo la motiva a operare nel settore dell’emergenza umanitaria, lavorando in zone di guerra per dare voce ai più “deboli”. I suoi nonni, fuggiti attraverso il deserto siriano e salvati da una nave francese partita da Aleppo, approdarono a Gibuti e furono accolti come rifugiati in Etiopia. Sua nonna Makrwi la cullava tra le braccia cantandole ninne nanne degli eroi armeni.

Sua madre, Adriana Giostra, ha lottato per far ottenere a lei e alle sue sorelle la nazionalità italiana, poiché all’epoca la cittadinanza poteva essere trasmessa solo dal padre. Ecco chi è Sabrina Avakian: il prodotto di una famiglia di sopravvissuti, una donna dal portamento fiero ma umano, una donna che per le sue radici porta con sé un vissuto da apolide! Sabrina si dedica a missioni di pace, all’insegnamento ed è un’esperta nei campi psicologico, educativo e criminologico. Odia la violenza ed è una convinta vegetariana, poiché crede che ogni creatura abbia diritto di vivere“.

Qual è la storia della tua famiglia e come si intreccia con quella del genocidio armeno?

La storia della mia famiglia è un viaggio attraverso l’Armenia, l’Etiopia e l’Italia. Durante il genocidio del 1915 i miei nonni hanno subito violenze e soprusi. Gli armeni, di confessione cristiana, erano allora uniti alla popolazione turca, ma con l’avvento dei “Giovani Turchi”, che desideravano un impero neutro in cui si parlasse solo turco e in cui ci fosse una sola religione, i rapporti si incrinarono. Tuttavia la vera causa scatenante del genocidio, almeno per quanto mio padre mi ha raccontato – poiché è sempre stato difficile per lui parlare di questo argomento – è stata economica: l’intenzione era quella di privare gli armeni dei loro beni per arricchire le élites turche. Pertanto non è stata solo una questione geopolitica: gli armeni erano un popolo troppo diverso e troppo intraprendente.

La storia della mia famiglia, radicata nel cuore di Antaf, testimonia la lotta per la sopravvivenza di intere generazioni di armeni, costrette ad abbandonare le proprie case, le loro terre, la loro storia. Il sacrificio di mio nonno e di tanti altri armeni che si unirono alla lotta per difendere il territorio armeno fu una pagina dolorosa, che si è purtroppo ripetuta nel 2023 con l’esodo di centoventimila armeni dall’Azerbaigian. Ma questa è un’altra vicenda.

I miei nonni hanno marciato attraverso il deserto del Deir ez-Zor, dove hanno visto campi di concentramento in cui donne e bambini morivano di stenti, maltrattamenti e fame. Molte di loro si suicidavano per il troppo dolore, i soldati turchi strappavano i feti dai loro ventri e le ragazze armene venivano stuprate con regolarità. I miei nonni sono riusciti a fuggire strategicamente dopo oltre 10 giorni di marcia, pagando i beduini con i gioielli e le cose che erano riusciti a salvaguardare. I beduini li hanno nascosti, insieme ai loro tre figli e alla sorellina di mia nonna, nelle carovane coperte di sacchi di legna e di carbone. Ma un terribile destino fermò il loro viaggio.

Un gruppo di soldati di Ataturk li fermò e in cambio della loro libertà vollero la giovane ragazza, la sorellina di mia nonna, che fu portata via tra le urla e il dolore della sua famiglia. Venne venduta nei mercati di Damasco come schiava. Dopo giorni di viaggio, i miei nonni riuscirono ad arrivare al Porto di Aleppo, dove delle navi francesi erano in attesa di famiglie armene da salvare. Saliti su quella nave, i miei nonni con i loro tre figli furono dotati di un passaporto francese, che ancora conservo. Questa nave si diresse a Gibuti (Africa), da dove molte famiglie armene raggiunsero la vicina Etiopia, Paese cristiano che offriva rifugio agli armeni. È così che i miei nonni si stabilirono in Etiopia. Ma la storia completa verrà raccontata in un libro che pubblicherò presto”.

Il 24 aprile sarà il giorno della commemorazione del genocidio…

Sì, il 24 aprile di ogni anno si commemora il genocidio armeno, che è stato il primo del XX secolo e uno dei più dimenticati. Hitler lo citava come esempio dell’eliminazione che stava pianificando in Germania, dicendo: ‘Chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?‘.

Il Mez Yegern (il ‘grande male’) ebbe inizio nei territori dell’Impero ottomano nella notte del 24 aprile 1915. I turchi volevano edificare uno “Stato nazionale”, ossia uno Stato linguisticamente e culturalmente omogeneo, con una popolazione composta principalmente da un unico gruppo etnico, limitando le altre popolazioni a piccole minoranze. Per questo motivo, gli armeni, i greci, gli assiri (le tre comunità cristiane più importanti) rappresentarono i primi obiettivi. Il genocidio del 1915 iniziò a Costantinopoli nelle case degli intellettuali, degli studiosi, dei poeti. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada.

Gli arresti e le deportazioni furono principalmente compiuti dai “Giovani Turchi”. Nelle marce della morte, che coinvolsero 1.500.000 persone, molte morirono per fame, malattia o sfinimento. Ancora oggi la posizione ufficiale del governo turco è che le morti degli armeni durante i “trasferimenti” o “deportazioni” non possono essere considerate un “genocidio”. Inoltre, parlare di “genocidio” è considerato un reato punibile con la reclusione da sei mesi a due anni, secondo l’art. 301 del codice penale (“vilipendio dell’identità nazionale”).

Tuttavia, un ampio consenso tra gli storici qualifica questo evento come il primo genocidio moderno e sottolinea la programmazione “scientifica” delle esecuzioni come prova di un disegno genocida. Anche l’Italia ha ufficialmente riconosciuto il genocidio”.

Quali ripercussioni ha avuto il genocidio sulla famiglia Avakian?

I segni lasciati dal genocidio nella mia famiglia sono stati profondi e le conseguenze delle atrocità compiute sui miei nonni sono rimaste impresse nei loro gesti di sopravvissuti. Mio padre Vasken Avakian non ha mai avuto il coraggio di parlare apertamente del genocidio e della sofferenza dei suoi genitori.

Ha cercato però di trovare la forza di andare avanti attraverso la strada della riconciliazione e del perdono, scontrandosi con le ripercussioni delle proprie ferite psicologiche. Una delle conseguenze più profonde che il genocidio ha lasciato alla mia famiglia è quella di esserci divisi, sparpagliati per il mondo e di non aver più fatto ritorno in Armenia, se non come degli armeni della diaspora“.

Qual è il tuo rapporto con l’Italia?

Il mio rapporto con l’Italia è profondo, fetale. La nazionalità italiana mi ha salvata, perché il mio passaporto etiope, rilasciato dall’Imperatore Haile Sellassie, a seguito del colpo di stato in Etiopia è diventato inutilizzabile. I miei mi hanno voluto che io studiassi nella scuola armena, in quella italiana e poi in quella internazionale affinché potessi parlare tante lingue. Mio padre diceva: “Nel mondo, per salvarti, devi parlare la lingua dei tuoi amici e dei tuoi nemici”. Infatti non c’è un armeno che non parli meno di quattro lingue. Mio padre ne parlava perfettamente undici, incluse il turco, il russo e ovviamente l’italiano, che per lui era la lingua dell’amore.

Come ho già detto, se ho la cittadinanza italiana è solo grazie a mia madre. Mio padre la conobbe ad Addis Abeba, dove è nata e dove è tornata al termine dei suoi studi universitari torinesi. La storia del loro incontro mi ha fatto sempre sorridere. Erano entrambi partecipanti ad una festa per ragazzi. Mio padre era accompagnato dalla sua fidanzata inglese, ma tra la folla notò mia madre, “questa bellissima Italiana” diceva lui molto orgoglioso.

Così, con la scusa di un malessere, riportò la fidanzata a casa e tornò alla festa per conoscere la ragazza dalle chiome brune e occhi verdi. Ma mentre tornava alla festa con la sua Tanus metallizzata, un asinello gli attraversò la strada. Per evitare l’animale, mio padre uscì di strada distruggendo la macchina. Nonostante ciò non desistette. Abbandonò l’auto e raggiunse la festa correndo, solo per conoscere mia madre. Questa è una storia che i miei mi raccontavano sempre in maniera allegra, quasi per placare il passato del genocidio della famiglia di papà”.

Adriana Giostra e Vasken Avakian

Perché, secondo te, alcuni genocidi non hanno la stessa eco storica di altri?

La storia umana è permeata di stermini, massacri, genocidi e crimini di guerra, una triste realtà spesso caratterizzata dall’indifferenza verso le minoranze colpite, lasciate nell’oblio. Il genocidio armeno ne è un esempio lampante, lungamente negato e dimenticato, con i responsabili che, dopo la sconfitta ottomana, trovarono rifugio principalmente in Germania senza subire conseguenze. Durante i trattati tra l’ex Unione Sovietica e la Turchia, gli ambasciatori di Ankara negarono l’esistenza degli armeni in Turchia, cercando di cancellare la loro memoria.

Negazione e oblio si riflettono anche nella distruzione delle chiese, dei monasteri e delle case armene, una violenza che continua nel Nagorno-Karabakh, dove l’Azerbaijan, guidato dall’etnonazionalismo, perpetua atti di violenza. La mancanza di intervento e di denuncia da parte della comunità internazionale, incluso il silenzio del Papa e dell’Italia, è assolutamente sconcertante. La guerra in Nagorno-Karabakh ha provocato l’esodo degli armeni, con il governo azero che aveva bloccato l’unica via di accesso agli aiuti umanitari facendo morire di fame la minoranza armena.

Questo ha portato, nel 2023, alla fine della Repubblica dell’Artsakh, che si era autoproclamata in quell’area geografica, quando gli azeri hanno occupato le case degli armeni. Sono rimasta sorpresa quando ho appreso che Israele ha firmato un accordo con il governo turco per fornito armi al governo azero per sterminare gli armeni, considerando il comune passato di genocidio con gli ebrei. Come diceva Vico, “corsi e ricorsi storici”: la storia sembra ripetersi, con gli armeni che subiscono nuovamente una pulizia etnica in Karabakh sotto lo sguardo silenzioso della comunità internazionale, inclusa l’Italia.

La mancanza di eco per alcuni genocidi è spiegabile dalla ‘fastidiosa’’ presenza delle minoranze per le maggioranze, il timore del diverso e, non da ultimo, gli interessi economici e geopolitici. Si pensi alle politiche di sterminio attuate dagli Stati Uniti e dal Canada contro i nativi americani, dall’Australia contro gli aborigeni e dalla Nuova Zelanda contro i Maori. La vergogna persiste nel fatto che, nonostante la chiusura dell’ultimo istituto australiano per l’educazione dei bambini aborigeni nel 1988, la situazione rimanga immutata.

In Cambogia, il regime di Pol Pot mirava a trasformare il paese in una repubblica socialista agraria, causando la morte di 1,5 milioni di persone tra il 1975 e il 1979. Anche il genocidio di Timor Est, avvenuto nel 1975, testimonia la brutalità umana.

Il genocidio in Ruanda, dove ho lavorato con le Nazioni Unite, evidenzia la fallacia delle missioni di peacekeeping, con un milione di morti e un intervento inefficace della comunità internazionale. L’ostilità tra gli Hutu e i Tutsi, acuita dalla divisione coloniale belga, portò a un massacro sistematico nel 1994, coinvolgendo anche gli Hutu moderati”.

Hai dedicato la tua vita agli altri: è questo il lascito della tua famiglia?

“Sì, è stato il lascito della mia famiglia. Appartenendo ad una minoranza e avendo un padre che mi ha insegnato che la sofferenza degli altri non va ignorata, mi sono sempre dedicata al servizio degli altri. Questo senso di impegno è stato rafforzato dalle parole di mia nonna, che a voce bassa ricordava l’Armenia perduta e le persone care che aveva perso nel genocidio. Anche il fatto di essere nata in Africa e cresciuta lì mi ha spinto ad aiutare gli altri, e quando dico “gli altri”, intendo tutti gli esseri viventi: umani, animali, piante, tutti. Per me, la vita è preziosa. Noi armeni siamo sopravvissuti e io mi sento una guerriera ma non uso le armi, perché non le amo ma amo l’educazione/istruzione“.

Per 23 anni ho lavorato con le Nazioni Unite in paesi colpiti dalla guerra come il Kosovo, il Rwanda, l’Angola, la Bosnia, l’Afghanistan, l’Armenia, la Somalia, il Sudan, eccetera. Ho anche lavorato costantemente con le Nazioni Unite sulle navi della guardia costiera, impegnata nelle operazioni di ricerca e salvataggio dei migranti. Qui ho visto e sentito la vera sofferenza, e ho capito perché le persone cercano rifugio in Italia: perché conosco i loro paesi, ci ho lavorato e ci sono nata. E ora mi dedico all’insegnamento portando le mie esperienze ai ragazzi e il mio messaggio: ‘Nelle vera storia, il conflitto tra Turchi e Armeni non è una frattura tra popoli, ma la rivelazione dell’avidità dei potenti‘”.

Vai al sito