“Si avvicini il giorno della pace definitiva tra Armenia e Azerbaigian. La favoriscano la prosecuzione delle iniziative umanitarie, il ritorno degli sfollati nelle loro case in legalità e sicurezza, e il mutuo rispetto delle tradizioni religiose e dei luoghi di culto di ogni comunità”. Il messaggio di pace del Papa per i due Paesi del Caucaso è risuonato lo scorso 25 dicembre, alla Benedizione Urbi et Orbi. Parole che, in qualche modo, segnano un percorso per la sopravvivenza dell’Armenia, il primo Stato cristiano del mondo che vive una situazione estremamente difficile. Impegnati da decenni in un conflitto territoriale sulla regione di Nagorno-Karabakh, l’Azerbaigian e l’Armenia hanno combattuto diverse guerre, una tra il 1988 e il 1994, l’altra nell’autunno del 2020. A settembre 2023, dopo un’offensiva lampo dell’Azerbaigian, la regione è ufficialmente tornata sotto il controllo di Baku. Subito dopo questa operazione militare di 24 ore, le autorità di Baku avevano arrestato diversi rappresentanti del Nagorno-Karabakh si era svuotato della quasi totalità dei suoi abitanti, con più di 100 mila persone su 120 mila registrate in fuga verso l’Armenia.
Giorni di festa all’orfanotrofio
Verso il confine turco, a Gyumri, seconda città del Paese, tre suore della congregazione armena dell’Immacolata Concezione gestiscono un orfanotrofio che attualmente accoglie una trentina di bambini. Le celebrazioni natalizie sono l’occasione per portare un po’ di sollievo ai piccoli ospiti, molti dei quali provengono proprio dal Nagorno-Karabakh. “Disegniamo presepi, organizziamo pasti, si fa festa”, spiega suor Nariné, mentre è nel pieno dei preparativi per la giornata di fine anno in cui, all’orfanotrofio, sono attese più di 300 persone, tra ex ospiti e famiglie. Tuttavia, la paura di un’altra guerra è sempre viva: “Non siamo abituati a vivere in pace”, sospira suor Nariné. Nell’orfanotrofio, gli psicologi forniscono supporto ai bambini sfollati, perché a Gyumri, anche se lontana geograficamente dal Nagorno-Karabakh, la guerra è onnipresente. “Possiamo vedere i soldati in città e le famiglie sfollate. Vorremmo che i bambini dimenticassero questa guerra, ma non è facile”. Per quanto riguarda i bambini, suor Nariné ha un solo desiderio per il 2024: “La pace, prima di tutto vogliamo la pace. Tutti la vogliono e noi preghiamo”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-12-29 17:28:542023-12-30 17:30:21Armenia, un Natale tra paura e solidarietà (Vaticannews 29.12.23)
LECCO – L’associazione “Amici Lecco-Vanadzor Italia Armenia” ha lanciato una campagna di informazione e di raccolta fondi che durerà il tempo necessario per raggiungere gli scopi e le finalità solidali con la popolazione armena costretta forzatamente ad abbandonare le proprie case, le loro terre ancestrali, scacciate dal Nagorno-Karabakh dal governo dell’Azerbaijan.
Un grazie particolare va agli studenti dell’Istituto Leopardi di Lecco che si sono prodigati con varie attività alla raccolta fondi, raggiungendo la somma di 770 euro, versati sul fondo appositamente aperto alla Fondazione Comunitaria del Lecchese. Le somme che verranno raccolte saranno destinate alla “scuola dei mestieri” forzatamente chiusa a Stefanakerkh, ex capitale del Nagorno, e dedicata alla scrittrice Antonia Arslan, che verrà ricostruita a Yerevan.
Inoltre l’associazione favorirà la promozione della lingua e cultura italiana in Armenia sostenendo il progetto già intrapreso dalla scuola di Vanadzor. È un esempio significativo che l’associazione vorrebbe fosse replicato anche in altri Istituti e scuole della provincia lecchese. La campagna raccolta fondi proseguirà per tutto l’anno prossimo e troverà un sostegno della associazione per informare gli studenti e promuovere tra loro oltre ai contatti didattici anche degli scambi e visite di reciproca conoscenza.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-12-28 17:46:562023-12-30 17:48:16“AMICI LECCO-VANADZOR”: RACCOLTA FONDI PER LA POPOLAZIONE ARMENA (Lecconews 28.12.23)
Il Patriarcato armeno di Gerusalemme ha denunciato recenti atti di violenza compiuti dai coloni israeliani contro la comunità della diocesi. Lo ha reso noto lo stesso Patriarcato armeno sul proprio profilo X (ex Twitter), dove si legge che 30 uomini armati e con il volto coperto “hanno stordito diversi membri del clero con potenti agenti nervini”.
Secondo quanto riferito dallo stesso profilo istituzionale, i coloni sarebbero entrati dal Giardino delle Mucche, un’ampia area all’interno del quartiere armeno, prima di iniziare il loro assalto “contro vescovi, sacerdoti, diaconi, seminaristi e altri membri della comunità armena a Gerusalemme”, aggiungendo che “diversi sacerdoti e studenti dell’accademia teologica armena sono rimasti gravemente feriti dall’attacco”.
Gerusalemme, coloni ebraici attaccano ‘Cow Garden’: arresti e feriti fra gli armeni
In una nota il patriarcato parla di 30 “provocatori” con indosso maschere, armi che hanno assaltato vescovi, sacerdoti e fedeli. Ma per la vice-sindaco della città i responsabili sarebbero “uomini arabi” che si sono “azzuffati” con gli armeni e la polizia ha effettuato dei fermi “da entrambe le parti”. Dietro il raid il controllo di un’area contesa della città santa.
Gerusalemme (AsiaNews) – Due giovani armeni arrestati dalla polizia israeliana e diversi altri feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. È il bilancio dell’attacco, avvenuto ieri pomeriggio, da parte di decine di estremisti ebraici in un’area contesa a Gerusalemme, appartenente al Patriarcato armeno ma da tempo nel mirino dei coloni e di un imprenditore dalle controverse origini. E, anche in questo caso come in altre vicende del passato, la comunità cristiana è due volte vittima: dell’assalto che ha provocato shock e feriti e della successiva operazione delle forze di polizia israeliana, che finisce per punire chi ha subito – e non chi è causa della – violenza.
Secondo quanto riferisce il Movimento per la protezione e la conservazione del quartiere armeno di Gerusalemme, in seguito a un “attacco” sferrato da “uomini armati” nell’area nota come “Cow Garden” due giovani armeni “sono stati arrestati”. “Domani [oggi, ndr] saranno portati in tribunale. Gli avvocati – prosegue la dichiarazione del movimento – li rappresenteranno durante il procedimento giudiziario”. Gli attivisti si rivolgono al Patriarcato armeno esortandolo a usare “tutti i mezzi possibili” attraverso i suoi collegamenti con la polizia, il comune e il governo per garantire “il rilascio immediato dei giovani” fermati ingiustamente.
Fonti locali riferiscono di almeno 30 “provocatori” con indosso maschere, altri ancora con armi in pugno, protagonisti di un assalto a vescovi, sacerdoti, diaconi e fedeli armeni ieri nella città vecchia, a Gerusalemme. In rete e sui social circolano immagini e video (clicca qui per il filmato) dell’assalto, che secondo una lettera inviata a governo e polizia dal patriarcato armeno sarebbe stato “coordinato e di massa”. “Diversi sacerdoti, studenti e armeni dell’area – continua la nota – sono rimasti feriti in modo grave”. “Ci hanno attaccato in modo deliberato” accusa il vescovo Koryoun Baghdasaryan, direttore del Real Estate Department del Patriarcato, intervistato da The Jerusalem Post (Jp). Per il cancelliere Aghan Gogchyan gli aggressori hanno usato spray al peperoncino e altre sostanze chimiche colpendo gli studenti del seminario, molti dei quali sono stati portati in ospedale.
Nel commentare l’attacco, i vertici della comunità armena di Terra Santa – secondo cui il raid è legato alla causa presentata in tribunale contro il tentativo di esproprio dei terreni – parlano di “un gruppo di 30 coloni estremisti israeliani” vestiti “con abiti neri, passamontagna e armati”. Poco prima dell’una del pomeriggio i componenti della banda si sono avvicinati muniti di “bastoni, pietre e granate lacrimogene”, nell’ennesimo tentativo di “allontanare violentemente la comunità armena dall’area”. Gli armeni “hanno combattuto i coloni ebrei fino all’arrivo della polizia”. Diversa, al limite del paradossale, la versione della vice-sindaco di Gerusalemme Fleur Hassan-Nahoum interpellata dal Jp, che parla di “spiacevole incidente” addossando la responsabilità dell’attacco a “arabi musulmani” che si sarebbero “azzuffati” con gli armeni. Gli agenti sono intervenuti prontamente, aggiunge, effettuando “arresti da entrambe le parti”.
La comunità armena di Terra Santa è da tempo al centro di una controversia sulla vendita di terreni nella città vecchia, a Gerusalemme, che ha già creato una profonda frattura interna. A originare lo scontro l’affitto per 99 anni – un esproprio di fatto – di proprietà immobiliari a un imprenditore ebreo australiano dall’impero economico opaco, che muove da dietro le quinte. Il prete “traditore” che ha mediato e sottoscritto l’atto è Baret Yeretzian, ex amministratore dei beni immobili del Patriarcato armeno di Gerusalemme, oggi in “esilio”. Con lui hanno manovrato il patriarca armeno ortodosso Nourhan Manougian, l’arcivescovo Sevan Gharibian e l’uomo d’affari Daniel Rubenstein (conosciuto come Danny Rothman), che nell’area intende costruire un hotel di lusso.
La vicenda ha toccato anche la carica patriarcale, con il primate armeno “sfiduciato” dalla comunità, parte dei fedeli ne hanno invocato le dimissioni, mentre Giordania e Palestina hanno “congelato” di fatto l’autorità. La vicenda è esplosa nel maggio scorso, ma il contratto è stato firmato in gran segreto nel luglio 2021 e prevede l’affitto per quasi un secolo del terreno denominato “Giardino delle Vacche” (Goveroun Bardez), oggi un parcheggio usato per recarsi al muro del pianto. Il suo uso da parte degli ebrei ha provocato l’ira degli armeni, che dal 2021 si battono per tornare a disporne a pieno titolo. Nel contratto sarebbero incluse quattro case armene, il ristorante Boulghourji, attività commerciali ed edifici Tourianashen in via Jaffa, fuori dalla città vecchia. La controversia finisce per interessare anche gli stessi “Accordi di Abramo”, perché una delle compagnie coinvolte è la One&Only, con base a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti (Eau).
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-12-28 17:44:312023-12-30 17:46:21Israele, il Patriarcato armeno di Gerusalemme denuncia un assalto di coloni: “Feriti i sacerdoti” (Agenzia Nova 28.12.23)
La regista armena Hasmik Movsisyan ha ricevuto ieri ad Ancona, negli spazi dell’Accademia 56, il Premio Amnesty International Italia “Short on Rights / A corto di diritti”, assegnato per il film 250 km nel corso dell’ultima edizione di Corto Dorico Film Fest. Per la stessa opera ad Hasmik Movsisyan è stato consegnato anche il secondo riconoscimento ottenuto nell’ambito del Festival: il Premio Gianni Rufini della Giuria Giovani, formata da studenti che hanno seguito un percorso di formazione su cinema e diritti umani.
Storia di coraggio e solidarietà tra persone in fuga dalla guerra, 250 km accende i riflettori su un conflitto poco noto, quello che coinvolge la popolazione civile del Nagorno-Karabakh, regione contesa tra Armenia e Azerbaigian. Un conflitto che risale ai tempi della dissoluzione dell’Unione sovietica e che si è riacceso nel 2020 causando uccisioni, torture e sfollamenti forzati.
Hasmik Movsisyan si è detta onorata di questi riconoscimenti, sottolineando che il suo film, basato su una storia vera, si concentra in particolare sull’impatto della guerra sui bambini mostrando il loro coraggio, non per farne degli eroi ma per sottolineare il loro diritto a vivere in pace e in sicurezza.
Grande interesse da parte dei ragazzi della Giuria Giovani, che hanno sollecitato Hasmik sulle scelte alla base del suo progetto; sulla situazione in Nagorno-Karabakh è intervenuto inoltre il giornalista Pierfrancesco Curzi.
L’evento di premiazione è stato organizzato da Amnesty Ancona in collaborazione con Corto Dorico e Accademia 56.
La mano di Vladimir Putin sul giardino di “casa Russia“. Mosca, spiega il minitro degli Esteri Sergey Lavrov, si aspetta che l’Armenia sia consapevole del fatto che l’avvicinamento alla Nato comporta il rischio di una “perdita della sovranità“, in particolare nel campo della difesa e della sicurezza nazionale.
“Spero che Erevan sia consapevole – queste le raggelanti parole del braccio destro del presidente pronunciate nel corso di un’intervista alla Tass – che l’approfondimento dell’interazione con l’Alleanza porta ad una perdita di sovranità nel campo della difesa e della sicurezza nazionale”. “Ciò non può che preoccuparci – aggiunge Lavrov -. Abbiamo ripetutamente attirato l’attenzione dei nostri colleghi armeni sul fatto che il vero obiettivo della Nato è rafforzare le sue posizioni nella regione e creare condizioni per la manipolazione secondo lo schema del divide et impera“.
Nel frattempo, la partita nel Caucaso tiene banco anche a livello europeo. L’ambasciatore azero Elchin Amirbekov, inviato speciale del presidente Ilham Aliyev, ha spiegato al quotidiano britannico The Guardian che l’Azerbaigian e l’Armenia non sono lontani dal concordare un accordo di pace. “In questa fase cruciale del processo di pace, quando le parti nel loro insieme non sono lontane dal concordare un accordo di pace, è necessario un atteggiamento sincero di Erevan per ottenere risultati concreti”, ha osservato Amirbekov. “Dopo aver consegnato la scorsa settimana alla parte armena l’ultima versione del testo dell’accordo di pace, Baku ora aspetta da Erevan una risposta alle sue proposte”.
Sul punto si è espresso anche l’Iran, altra potenza regionale coinvolta da vicino nella guerra. “Riteniamo che la pace, la stabilità, la tranquillità e lo sviluppo nel Caucaso possano essere raggiunte attraverso la collaborazione tra i Paesi regionali e i vicini di questa regione”, ha affermato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian su X dopo avere incontrato a Yerevan le principali autorità armene. “Durante il mio viaggio in Armenia, ho incontrato il primo ministro Nikol Pashinyan, il ministro degli Esteri Arsen Mikayelyan e il Segretario del Consiglio di sicurezza Grigoryan per colloqui riguardo agli ultimi sviluppi nel Caucaso, a modi per raggiungere una pace duratura nella regione, come anche rispetto alle relazioni bilaterali”.
AgenPress – La Repubblica islamica dell’Iran sostiene l’integrità territoriale e la sovranità dell’Armenia, ha affermato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian durante la conferenza stampa congiunta, esprimendo le congratulazioni al popolo armeno a nome del governo e del parlamento iraniano per il prossimo Capodanno e Natale.
“L’Iran ha avuto relazioni storiche con la vicina Armenia, che si stanno ulteriormente sviluppando, approfondendo e raggiungendo giorno dopo giorno un livello elevato.
Abbiamo avuto importanti discussioni con la mia controparte armena e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sulla necessità di stabilire una pace duratura nel Caucaso meridionale e sul ruolo dell’Iran in tale processo, che può essere una garanzia di stabilità e pace. Abbiamo un’opinione comune su varie questioni di cooperazione.
Attribuiamo grande importanza all’apertura del consolato della Repubblica dell’Iran a Kapan, che offre una gamma di servizi, promuovendo la cooperazione, soprattutto nel settore economico. Ho trasmesso alle autorità armene l’accordo ufficiale di Teheran riguardo all’istituzione del Consolato Generale della Repubblica d’Armenia a Tabriz.
Spero che io e il mio collega saremo testimoni di questo evento all’inizio del nuovo anno partecipando alla cerimonia ufficiale di apertura”, ha osservato il Ministro degli Esteri iraniano.
Secondo il ministro la parte iraniana apprezza molto lo sviluppo delle relazioni bilaterali, risultato del lavoro congiunto degli ultimi due anni, nonché gli importanti accordi raggiunti durante la conversazione telefonica tra Pashinyan e Raisi.
Il ministro degli Esteri iraniano ha sottolineato l’importanza di rafforzare la cooperazione tra le agenzie governative, i parlamenti e il settore privato per garantire che i popoli di entrambi i paesi ottengano risultati tangibili.
“Sosteniamo in particolare il lancio della rotta di transito Nord-Sud e il funzionamento ininterrotto dei canali di comunicazione regionali”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-12-27 19:01:532023-12-28 19:02:37Iran. Ministro Esteri, sosteniamo integrità e la sovranità dell’Armenia. Relazioni storiche si sviluppano ogni giorno di più (AgenPress 27.12.23)
La triste e pericolosa eredità delle guerre spesso assume l’aspetto di mine e ordigni inesplosi. Le regioni intorno al Nagorno Karabakh sono contaminate da migliaia di mine antiuomo e anti carro, oltre a tutti gli ordigni inesplosi. Una questione urgente, ma lo sminamento richiede tempi lunghi
Mentre migliaia di sfollati interni (IDP) ritornano ai loro luoghi di residenza nelle sette regioni che circondano ciò che resta del Nagorno Karabakh, il problema delle mine antiuomo e degli ordigni inesplosi (UXO) è più urgente che mai. Il mese scorso Vugar Suleymanov, presidente dell’Agenzia nazionale per l’azione anti-mine dell’Azerbaijan (ANAMA), ha riferito che 111.207 ettari di terreno contaminato erano stati ripuliti negli ultimi tre anni, dopo la dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco del novembre 2020.
Si trattava di 30.753 mine antiuomo, 18.531 mine anticarro e 60.268 UXO. C’è ancora molto da fare e ci vorranno decenni, ma questo non è un problema recente. È una situazione che dura da molto tempo e non è limitata solo all’Azerbaijan, anche se lì la situazione è molto peggiore che altrove nella regione. Non solo rimangono mine del conflitto dei primi anni ’90, ma il loro numero è sconosciuto e alcune mappe sono imprecise o addirittura inesistenti.
Nel 2006, nell’ambito di un lavoro decennale sull’argomento, e in particolare sulle attività dell’HALO Trust in Karabakh, ricordo di aver incontrato un campo minato vicino a Lachin. La strada era piena di mine anticarro. Si stima che circa 900 mine antiuomo PMN si trovassero in un campo adiacente. Secondo l’HALO Trust, erano lì da oltre dodici anni, da quando le forze armene le dispersero indiscriminatamente, timorose di una possibile controffensiva da parte dell’Azerbaijan.
Furono sparse così in fretta che alcune spuntavano addirittura dall’erba, sebbene anche le mine fossero colorate di verde. Per anni rimasero lì, dimenticate da tutti. Le mine anticarro non erano esplose perché non passava traffico pesante, mentre gli azerbaigiani erano fuggiti molto tempo prima e nessun armeno si era ancora insediato.
Infatti, è stato solo quando alcuni si sono trasferiti proprio a questo scopo, cercando anche nuovi pascoli per il bestiame, che è stato scoperto il pericolo. Le mine antiuomo, dopo tutto, non fanno distinzione tra etnia o nazionalità.
“Un giorno verrà firmato un accordo di pace”, mi disse nel 2002 Simon Porter, allora responsabile del programma HALO Trust, prima di spiegare perché era così importante eliminarle. “Siamo nella situazione perfetta per affrontare il problema il prima possibile. Altrimenti ci saranno problemi significativi quando gli abitanti dei villaggi cercheranno di coltivare la loro terra, o quando gli sfollati interni torneranno alle loro case”.
Collaborando con le autorità de facto del Karabakh, c’erano almeno alcune mappe, ma anche l’HALO Trust ha dovuto redigere le proprie. C’era anche una linea dedicata che permetteva ai residenti di segnalare incidenti o la scoperta sia di mine che di ordigni inesplosi. Nel 2009, ad esempio, ho accompagnato l’HALO Trust al monastero di Amaras, nel Karabakh meridionale, dove un contadino locale aveva investito una mina anticarro. Fortunatamente, il suo trattore aveva assorbito gran parte dell’esplosione, ma la gamba era rimasta ferita e lui doveva camminare con le stampelle. Non esistevano mappe.
C’era anche il problema degli UXO, munizioni non utilizzate o che non erano esplose durante i combattimenti. All’inizio del 2001, durante il lavoro con l’HALO Trust a Mardakert, ho visto anche un elicottero da combattimento abbattuto in un campo, i suoi cannoni anteriori ancora carichi in un’area con una capsula quasi intatta di missili aria-superficie in un’altra. In Karabakh, un altro problema sono le bombe chiamate Sharik (palle), perché somigliavano a piccole sfere di metallo.
Infatti l’anno successivo, mentre seguivo il collegio per non vedenti e ipovedenti a Yerevan, ho incontrato una di queste vittime di UXO, un bambino che aveva scoperto con i suoi amici quello che pensava fosse qualcosa con cui giocare, ma è esploso loro in faccia. Quel ragazzo era Artak Beglaryan, armeno del Karabakh che in seguito divenne un alto funzionario delle autorità di fatto, ricoprendo incarichi tra cui ministro di Stato e difensore civico per i diritti umani.
Allora pochi erano interessati all’argomento, anche se oggi la situazione è molto diversa: l’International Crisis Group (ICG) ha riferito all’inizio di quest’anno che almeno 54 azerbaigiani sono stati uccisi e oltre 290 feriti dalle mine da quando è stata firmata la dichiarazione di cessate il fuoco del 2020. Infatti sia il governo armeno che quello azerbaigiano, così come le organizzazioni internazionali, conducono campagne di sensibilizzazione, soprattutto per i bambini nelle scuole in aree che potrebbero essere contaminate sia dalle mine antiuomo che da UXO.
Anche l’Armenia è coinvolta. All’inizio degli anni 2000, le mine avevano influenzato negativamente la possibilità degli abitanti dei villaggi di coltivare la terra disponibile e le autorità regionali stimavano che fossero minati fino a 9.000 ettari della regione nord-orientale di Tavush in Armenia. Si stima che il numero delle mine sia nell’ordine delle migliaia.
Nel 2002, per affrontare il problema, è stato addirittura creato un centro di sminamento finanziato dagli Stati Uniti a Etchmiadzin, a soli venti minuti da Yerevan. A guidare l’addestramento era il tenente colonnello Eric von Tersch, che mi disse che tuttavia non vi era alcuna intenzione di sgombrare posizioni difensive al confine.
Le mine hanno anche un ruolo politico. Non vale la pena approfondire le accuse contro l’HALO Trust, spesso mosse da varie ragioni di parte, ma è degno di nota il fatto che l’Azerbaijan sia riuscito a porre il veto all’ampliamento dell’ufficio OSCE a Yerevan nel 2017 proprio a causa del sostegno alle iniziative di sminamento. La chiusura dell’ufficio OSCE a Tbilisi nel 2008 e in Azerbaijan nel 2015 ha lasciato l’Organizzazione senza una presenza effettiva sul terreno nell’intera regione.
La situazione post-2020, ovviamente, ha visto continuare la politicizzazione con accuse reciproche e persino con lo scambio di mappe delle mine da parte di Yerevan per i detenuti armeni detenuti a Baku. Eppure una volta le cose erano ben diverse.
Nel 2000, ad esempio, le forze speciali statunitensi hanno addestrato gruppi congiunti di sminatori armeni, azerbaijani e georgiani nell’ambito delle misure di rafforzamento della fiducia e della sicurezza (CSBM), richieste dall’OSCE e svolte nell’ambito dell’iniziativa Beecroft. Progetti simili, come ha recentemente osservato a Baku il presidente dell’AzCAL Hafiz Safikhanov, non sono impossibili in futuro. Armenia, Azerbaijan e Georgia potrebbero anche firmare la Convenzione sulla proibizione dell’uso, dello stoccaggio, della produzione e del trasferimento delle mine antiuomo e sulla loro distruzione, meglio nota come Trattato di Ottawa.
A questo scopo, la retorica bellica tra Yerevan e Baku dovrà probabilmente finire e serviranno progressi tangibili verso un accordo per normalizzare le relazioni tra le parti.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-12-27 19:00:442023-12-28 19:01:42Azerbaijan, il problema delle mine inesplose (Osservtorio Balcani e Caucaso 27.12.23)
“ParaSanta” e’ un evento organizzato da cinque anni dal club armeno di parapendio (Vai al video)
Erevan, 27 dic. (askanews) – Per qualcuno, Babbo Natale è ancora un piccolo miracolo, come per i bambini rifugiati del Nagorno-Karabakh, la regione separatista oggetto di un conflitto trentennale fra Armenia e Azerbaigian, che continua a lasciare profonde cicatrici. Sradicati dalla loro terra e dalle loro case, insieme alle loro famiglie hanno trovato rifugio nel villaggio di Akunk, vicino alla capitale dell’Armenia, Erevan.
Il club armeno di parapendio ha organizzato per loro “ParaSanta”, una vera e propria consegna di regali dal cielo. Un modo per restituire loro un momento importante dell’infanzia, come spiegano due dei partecipanti, Alexandre Muoradian e Anait Davtian: “L’evento di oggi si chiama ParaSanta, abbiamo effettuato un volo in parapendio dal monte Atis travestiti da Babbo Natale e gnomi delle nevi, per offrire dei doni ai bambini. Lo facciamo ormai da cinque anni”. “Quest’anno abbiamo invitato bambini di Artsakh (il nome che gli armeni danno al Nagorno-Karabakh, ndr), abbiamo portato loro un piccolo miracolo e abbiamo sentito anche noi questo piccolo miracolo e lo spirito dell’anno nuovo è un po’ più vicino”.
E anche i genitori, come Lilit Danielian, sono entusiasti: “È stato tutto organizzato in modo così bello e naturale che adesso ho l’impressione di credere anch’io a Babbo Natale!”
Per qualcuno, Babbo Natale è ancora un piccolo miracolo, come per i bambini rifugiati del Nagorno-Karabakh, la regione separatista oggetto di un conflitto trentennale fra Armenia e Azerbaigian, che continua a lasciare profonde cicatrici. Sradicati dalla loro terra e dalle loro case, insieme alle loro famiglie hanno trovato rifugio nel villaggio di Akunk, vicino alla capitale dell’Armenia, Erevan.
Il club armeno di parapendio ha organizzato per loro “ParaSanta”, una vera e propria consegna di regali dal cielo. Un modo per restituire loro un momento importante dell’infanzia, come spiegano due dei partecipanti, Alexandre Muoradian e Anait Davtian: “L’evento di oggi si chiama ParaSanta, abbiamo effettuato un volo in parapendio dal monte Atis travestiti da Babbo Natale e gnomi delle nevi, per offrire dei doni ai bambini.
Lo facciamo ormai da cinque anni”. “Quest’anno abbiamo invitato bambini di Artsakh (il nome che gli armeni danno al Nagorno-Karabakh, ndr), abbiamo portato loro un piccolo miracolo e abbiamo sentito anche noi questo piccolo miracolo e lo spirito dell’anno nuovo è un po’ più vicino”.
E anche i genitori, come Lilit Danielian, sono entusiasti: “È stato tutto organizzato in modo così bello e naturale che adesso ho l’impressione di credere anch’io a Babbo Natale!”
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-12-27 18:57:482023-12-28 19:00:42Nagorno-Karabakh: Babbo Natale arriva in parapendio, porta doni ai bambini rifugiati (Ansa e varie 27.12.23)
VIAGGIO IN ARMENIA. Tra gli sfollati della regione separatista del Nagorno Karabakh, costretti a lasciare in blocco le loro case lo scorso settembre dopo l’offensiva dell’esercito azero. «Non si tratta solo di una contesa territoriale – racconta Monika -, è una questione che riguarda la nostra identità». Per la diaspora, spiega il ricercatore Figari Barberis, «la resa diventa lo spettro di un altro genocidio»
«Queste scarpe sono tutte rovinate, piene di graffi, ma ora non me la sento di buttarle», dice Mary Asatryan mentre percorre il viale del Tsitsernakaberd, il memoriale del genocidio armeno. Dall’alto, osserva i tipici palazzi in pietra rosa di Erevan. «Le ho indossato per quasi un anno durante il blocco – indica, ridendo, le sue sneakers – erano le uniche che avevo».
Mary ha 27 anni ed è figlia della diaspora. Dopo essere cresciuta a Mosca e aver studiato in Belgio, decide di trasferirsi in Nagorno Karabakh, la repubblica separatista armena inserita de iure nei confini dell’Azerbaigian. In questo Stato de facto, da cui proviene una parte della sua famiglia, diventa assistente dell’ombudsman, il difensore civico per i diritti umani.
NEL DICEMBRE 2022, a meno di due mesi dal suo arrivo, un gruppo di “eco-attivisti” azeri blocca però il Corridoio di Lachin, l’unica strada che collega la regione con l’Armenia e il resto del mondo, con il pretesto di «impedire il trasporto di armi e risorse naturali». Negozi e farmacie si svuotano progressivamente, iniziano le interruzioni di gas ed elettricità. Presto la paralisi diventa totale, e scoppia così una crisi umanitaria: anche ai convogli della Croce Rossa e ai peacekeepers russi viene bloccato il passaggio. «C’è stato un momento in cui c’era solo, ogni tanto, del pane non lievitato, razionato e distribuito con dei voucher. Stavamo in fila giornate intere, ma spesso finiva prima del proprio turno» ricorda Mary.
La situazione precipita il 19 settembre, quando, dopo 9 mesi di blocco, l’Azerbaigian lancia un’offensiva militare. In 48 ore le autorità dell’Artsakh – come viene chiamata la repubblica dagli armeni – vengono costrette alla resa. L’attacco scatena un esodo di massa e, in pochi giorni, la quasi totalità degli abitanti fugge verso il Corridoio di Lachin, abbandonando la casa e tutti i propri averi.
«ABBIAMO TRASCORSO tre giorni e tre notti in auto per raggiungere il confine, su un percorso che di solito si fa in un’ora e mezza. Decine di persone viaggiavano ammassate nei rimorchi dei camion. Alcuni, per paura che l’esercito azero devastasse i cimiteri, avevano riesumato le bare dei propri cari portandosele dietro – prosegue Mary – da allora mi sono trasferita qui a Erevan».
Basta alzare gli occhi per le vie della capitale, così come nei villaggi più piccoli, per rendersi conto di quanto la questione dell’Artsakh sia ben impressa nel paesaggio urbano e rurale armeno. I murales dei giovani combattenti caduti nei conflitti degli anni ‘90 e del 2020 ricoprono le pareti spoglie di molti palazzi sovietici, striscioni commemorativi contornano le strade. A Goris, la prima città dell’Armenia per chi proviene dal Corridoio di Lachin, la bandiera del Nagorno Karabakh sventola nella piazza principale. Proprio qui hanno fatto tappa tutti gli sfollati, raggiungendo poi le case, gli hotel o gli edifici non residenziali messi a disposizione dal governo per l’emergenza. Altri, invece, si sono appoggiati a amici e parenti che già vivevano oltre confine.
I ricordi di una vita lasciata alle proprie spalle
Secondo i dati della Croce rossa internazionale, a oggi il 70% dei 101.000 sfollati registrati si è trasferito nell’area di Erevan e nei distretti limitrofi, in migliaia ancora ospitati negli alloggi temporanei.
A gravare sulle scelte di chi ha dovuto reinventarsi una nuova vita ha pesato anche la questione della ricerca di una residenza a lungo termine. La capitale negli ultimi anni ha più volte registrato un’impennata nei prezzi degli affitti. Non da ultimo dallo scoppio del conflitto in Ucraina, quando un gran numero di espatriati russi – in prevalenza specialisti del settore tecnologico – si è trasferito in città per lavorare da remoto.
IN BASE A STIME della Croce rossa, diversi sfollati sarebbero ancora in movimento da un rifugio o da una regione all’altra, in cerca di sistemazione permanente e di una fonte di reddito.
«Quando siamo arrivati qui c’erano più di 100 persone. Pensavamo di rimanere solo qualche giorno, visto che non eravamo neanche riusciti a farci una doccia, ma poi abbiamo deciso di rimanere», racconta Nora Gasparyan, un’insegnante di scuola elementare fuggita insieme alla figlia e al marito. Dopo aver dormito un paio di giorni in macchina, Nora giunge in una vecchia colonia estiva riadattata a rifugio temporaneo tra le valli dell’Armenia meridionale. «I colori di queste montagne mi ricordano quelli di casa mia – aggiunge – e questo mi aiuta a sentirmi ancora un po’ là».
CON IL SUPPORTO di un’associazione locale, i residenti della colonia si riorganizzano per ritrovare una quotidianità: un medico adibisce una stanza ad ambulatorio, mentre l’ex insegnante organizza delle lezioni. «Abbiamo iniziato a preparare i bambini per l’inserimento nelle scuole del circondario, e per metterli al passo dei nuovi compagni». Sulla cattedra, di fianco ai sussidiari, conserva un’ampolla d’acqua e un barattolo di terra raccolti nella sua città.
«Incontrerete molti rifugiati che hanno portato con sé un frammento della terra su cui sono nate», spiega Monika Sargsyan, direttrice della fondazione umanitaria Kasa. «Per noi – continua la donna – è da lì che viene la forza. È una credenza che ha radici profonde, che vanno fino alle leggende sui re dell’Età antica».
USCENDO DALL’AULA, le due donne si dirigono verso la sala comune, dove i residenti si ritrovano per il caffè. Su una parete è appesa una foto in bianco e nero: ritrae Monte Melkonian, uno dei partigiani più famosi della prima guerra del Nagorno-Karabakh (1992-1994).
Nato negli Stati uniti, Melkonian era tornato nella terra dei suoi antenati a combattere per l’Artsakh, che considerava un bastione per evitare lo sconfinamento azero verso il mondo armeno. «Non si tratta solo di una contesa territoriale – aggiunge Monika -, la battaglia per l’Artsakh coinvolge in qualche modo la nostra stessa identità».
Questa terra dalla storia tormentata custodisce infatti un valore culturale per gli armeni, grazie anche alla presenza di antichi siti religiosi che testimoniano la continuità della loro presenza nella regione, e quindi anche la loro autoctonia.
DAL CONFLITTO DEGLI ANNI ‘90, si sono però aggiunti altri significati simbolici, che per alcuni hanno anche a che fare con un sentimento di rivalsa dopo il genocidio del 1915. «Gli odierni azeri, benché parlino una lingua molto simile al turco, non sono discendenti dei turchi ottomani. Non erano parte della stessa entità politica durante il genocidio armeno del 1915», spiega Cesare Figari Barberis, dottorando in Relazioni Internazionali presso il Graduate Institute di Ginevra e specializzato nell’area caucasica. «Per molti armeni – prosegue il ricercatore – quello del Nagorno Karabakh è diventato però un conflitto contro un mondo turcofono allargato. Si può vedere per esempio nell’uso del termine “turco”, che gli armeni utilizzano per riferirsi sia agli azerbaigiani che ai turchi di Turchia». Questo vale in particolar modo per i membri della diaspora, per cui «la resa diventa lo spettro di un secondo genocidio, di una rimozione storica e culturale da una regione in cui si sentono popolazione autoctona», conclude.
UN TIMORE che il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev non ha di certo contribuito a placare quando, in occasione della prima visita ufficiale nella regione appena riconquistata, si è fatto riprendere mentre calpestava una bandiera dell’Artsakh nell’ex palazzo del governo.
Camminando verso la fiamma eterna del memoriale, Mary Asatryan volta le spalle ai condomini di Erevan. «Ho sempre letto quella parte di Storia sui libri, ma mi era sempre sembrata così lontana – riprende – eppure fuggendo dall’Artsakh ho avuto l’impressione che la storia si stesse ripetendo, nel sentir dire alla gente intorno a me “sembra di essere nuovamente nel 1915″».
Lecco (Lècch) – Una mano tesa a un popolo cristiano, martoriato nel 1915-16 dal genocidio operato dai turchi mussulmani, poi dal terremoto del 1988, ed oggi dall’esodo forzato dalle terre del Nagorno-Karabakh sotto l’incalzare delle truppe dell’Azerbaigian: l’associazione Amici Lecco-Vanadzor Italia Armenia ha lanciato una campagna di informazione e di raccolta fondi.
L’iniziativa durerà il tempo necessario per raggiungere gli scopi e le finalità solidali con la popolazione armena costretta forzatamente ad abbandonare le proprie case, le loro terre ancestrali, scacciate dal Nagorno-Karabakh dal governo dell’Azerbaijan.
In particolare, gli studenti dell’Istituto Leopardi di Lecco si sono prodigati con varie attività alla raccolta fondi, raggiungendo la somma di 770 euro, versati sul fondo appositamente aperto alla Fondazione Comunitaria del Lecchese.
Le somme che verranno raccolte saranno destinate alla “scuola dei mestieri” forzatamente chiusa a Stefanakerkh, ex capitale del Nagorno, e dedicata alla scrittrice Antonia Arslan, che verrà ricostruita a Yerevan. Inoltre verrà favorita la promozione della lingua e cultura italiana in Armenia sostenendo il progetto già intrapreso dalla scuola di Vanadzor.
E’ un esempio significativo che l’associazione Amici Lecco-Vanadzor Italia Armenia vorrebbe fosse replicato anche in altri istituti e scuole della provincia Lecchese. La campagna raccolta fondi proseguirà per tutto l’anno prossimo e troverà un sostegno dell’associazione per informare gli studenti e promuovere tra loro oltre ai contatti didattici anche degli scambi e visite di reciproca conoscenza.
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