TRADIMENTI di Pietro Kuciukian (Gariwo 14.12.23)

Per più di trent’anni i negoziati fra armeni e azeri si sono attenuti alla logica binaria del “tutto o nulla”, con la conseguenza di non poter mai giungere ad un trattato di pace. Il compromesso è stato considerato da ambo le parti “tradimento”. Land for peace, la pace in cambio di terra, è il principio regolatore di ogni accordo, ma ciò implica che un leader sia disposto a sacrificare un pezzo di terra e venire inevitabilmente considerato dai suoi un “traditore”. Fernando Gentilini, diplomatico di carriera, lavora per il servizio diplomatico europeo a Bruxelles. Come responsabile e rappresentante speciale dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, ha alle spalle una grande esperienza di gestione delle crisi internazionali nei Balcani, in Turchia, nel Kosovo, nell’area israelo-palestinese e in Afghanistan; dal 2018 è direttore generale del servizio diplomatico in Medio Oriente e nel Nord Africa. E’ autore di saggi in cui coniuga la sua cultura letteraria con la lucida analisi geopolitica, alimentata dall’intensa attività diplomatica sul campo. Dalle pagine culturali del quotidiano la Repubblica [1] lancia un singolare richiamo: “ Bisogna tradire per fare la pace”. Per l’autore il tema del tradimento, visto anche attraverso le pagine del celebre libro di Amos Oz, Giuda, “è il tema di chi, a torto, viene considerato dai suoi come un traditore perché ha il coraggio di cambiare quando gli altri non cambiano, o perché non ha paura di sembrare un codardo quando tutti gli altri giocano a fare i patrioti e gli eroi”. Nella storia, molti statisti che raggiunsero la pace furono etichettati traditori, ci ricorda Gentilini riprendendo Amos Oz: “Churchill che aveva smembrato l’ impero britannico, De Gaulle che si era ritirato dal Nord Africa, Gorbaciov che aveva provocato la disgregazione dell’Unione Sovietica”. Per non parlare di Ben Gurion che aveva accettato la risoluzione dell’ONU per la Palestina, Rabin che aveva firmato gli accordi di Oslo, e molti altri casi. E per portare la pace in Palestina fra israeliani e palestinesi quando la guerra sarà conclusa, ci sarà bisogno di un “traditore”, il “Giuda” evocato da Amos Oz.

Il Nagorno Karabagh è stato “svuotato” dei suoi abitanti armeni tra la fine di settembre e i primi di ottobre. La colonna dei profughi, carichi di masserizie, composta di donne, uomini, anziani, bambini, ha raggiunto faticosamente l’Armenia, stremati da un anno di carestia provocata dal governo azero con il blocco del corridoio di Lachin e terrorizzati dai bombardamenti e dall’attacco azero del 19 settembre. Il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan scegliendo di salvare “vite umane”, ha dovuto sacrificare la terra abitata dagli armeni da 2600 anni,. Oggi sembra che questo sacrificio stia portando l’aggressore e l’aggredito, a superare la soglia oltre la quale si entra nello spazio in cui si dialoga per la pace. Con il rilascio di trentadue soldati armeni e due soldati azeri è stato raggiunto un accordo sull’adozione di passi concreti, “fatti e azioni”, con l’obiettivo di creare un clima di fiducia tra i due paesi. Una possibilità storica per la pace a lungo attesa nella regione. Due paesi nemici, rispondendo alle sollecitazioni dell’ONU, rivelano l’intenzione di normalizzare le relazioni e raggiungere un accordo sulla base del rispetto dei principi di sovranità e integrità territoriale. Come segno di buona volontà, l’accordo prevede il sostegno dell’Armenia alla candidatura dell’Azerbaigian per ospitare il vertice sul clima del 2029 e il ritiro da parte armena della propria candidatura.

“La Repubblica d’Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian” – si legge nella dichiarazione – “sperano che anche gli altri paesi del Gruppo dell’Europa orientale sostengano la candidatura dell’Azerbaigian ad ospitare la COP 29. Come segno di buona volontà, la Repubblica dell’Azerbaigian sostiene la candidatura armena per l’adesione all’Ufficio COP del Gruppo dell’Europa orientale. La Repubblica dell’Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian continueranno le loro discussioni sull’attuazione di ulteriori misure di rafforzamento della fiducia, efficaci nel prossimo futuro e invitano la comunità internazionale a sostenere i loro sforzi che contribuiranno a costruire la fiducia reciproca tra i due paesi e avranno un impatto positivo sull’intera regione del Caucaso meridionale”, così conclude la dichiarazione.

Nikol Pashinyan si è dimostrato un grande leader, disposto a diventare impopolare, a “tradire” la nazione ; un leader “capace di sacrificare”- come scrive Fernando Gentilini nella conclusione dell’articolo – “il bene più caro – un pezzo di terra – per un bene più grande, la pace fra i due popoli “. Obiettivo considerato per troppo tempo irraggiungibile.

[1] La Repubblica, giovedì 7 dicembre 2023, p. 33

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Pordenone – Teatro Verdi: Dall’Ararat alle Alpi (Operaclick 14.12.23)

Da vent’anni, l’11 dicembre si celebra la Giornata Internazionale della Montagna, una ricorrenza che il Teatro Verdi di Pordenone ha deciso di includere nella programmazione artistica vera e propria. Ormai da qualche tempo infatti il teatro ha iniziato a proiettare delle ramificazioni della sua attività sul territorio, in particolare verso alcuni centri montani della provincia, nell’ambito del “Progetto montagna” coordinato insieme al CAI con “l’obiettivo è di stimolare la riflessione sulla salvaguardia della natura, sulla valorizzazione dell’ambiente, sulle conseguenze del cambiamento climatico in atto a livello globale e sul fenomeno dello spopolamento e abbandono della montagna”. Un progetto che oggi pare sul punto di espandersi ulteriormente con il Festival del Teatro di Montagna, che secondo i piani dovrebbe esordire nel 2025.

La serata di cui si racconta, con protagonista la Armenian National Philharmonic Orchestra, scavalla decisamente dai confini locali, come suggerisce il titolo “Dall’Ararat alle Alpi”.

Benché la quasi centenaria orchestra armena non goda della fama che meriterebbe – alla prova del palcoscenico dimostra di essere una compagine dall’identità timbrica ben definita e preziosa – scorrendo la sua storia ci si imbatte persino nel nome di Valery Gergiev, che ne fu direttore principale tra il 1981 e l’85. Ha ben altre dimensioni la reggenza di Eduard Topchjan, che guida la formazione sin dal 2000.

A vedere il suo gesto squadrato, quasi da maestro di banda, difficilmente si potrebbe immaginare che quello sbracciare didascalico si traduca in una flessuosità musicale tutt’altro che imbalsamata e in una delicatezza di tratto da vero artista del podio. Non lo si apprezza granché nel brano di apertura, un lavoro del 1917 di Gian Francesco Malipiero non particolarmente ispirato (Armenia, canti armeni tradotti sinfonicamente), mentre pare già evidente nel Concerto per violino e orchestra di Aram Khachaturian. Composto negli anni Quaranta del Novecento per David Oistrakh, il concerto sollecita il virtuosismo strumentale in tutte le sue declinazioni, dalla destrezza in velocità alla palette timbrica. Anush Nikogosyan ha qualità tecnico-espressive di prim’ordine, sia per la capacità di sbalzare colori e dinamica (anche verso pianissimi assai suggestivi), sia per la spontaneità nel porgere la frase musicale, e che dimostra altresì una solida intesa con il direttore di cui è stata allieva e con cui pare condividere una visione antiedonistica del racconto musicale, anche in una pagina così pirotecnica.

La Sinfonia delle Alpi che segue mette in mostra un’orchestra dalle qualità sorprendenti e, per certi versi, fuori dal tempo. A fronte dell’ormai diffuso conformismo di identità di orchestre più o meno blasonate, la Filarmonica armena ha un bel suono denso e tornito che ricorda, con le dovute cautele, le grandi orchestre russe, ma è altresì una pienezza d’impasto tutt’altro che greve, ma estremamente mobile e vellutata. In corso d’opera si apprezza inoltre un lavoro di concertazione attentissimo da parte del direttore, che ben bilancia equilibri interni e compattezza, ma anche una qualità strumentale delle sezioni stesse eccellente, che tradisce qualche piccola incrinatura solo verso la fine del concerto, probabilmente più per stanchezza che per veri e propri limiti intrinseci.

A fine concerto un bis inatteso: il Lied Beim Schlafengehen dai Vier letzte Lieder dello stesso Strauss affidato al soprano Hrachuhi Bassénz accompagnato, ancora una volta, da Anush Nikogosyan negli interventi del violino solo.

Successo molto caloroso e prolungato a fine concerto.

La recensione si riferisce al concerto di lunedì 11 dicembre 2023.

Paolo Locatelli

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Azerbaijan: stessa repressione, nomi diversi (Osservatorio Balcani e Caucaco 13.12.23)

Una recente serie di arresti in Azerbaijan, rivolti contro i pochi media rimasti indipendenti, ha riportato la mente ai giorni dell’ondata di repressione di 10-15 anni. Ma si è mai interrotta la persecuzione della società civile dell’Azerbaijan?

13/12/2023 –  Arzu Geybullayeva

La serie di arresti  che hanno preso di mira, nelle ultime due settimane, ciò che resta dei media indipendenti dell’Azerbaijan e il loro pugno di giornalisti ha riportato alla memoria gli asini blogger del 2008 e la repressione senza precedenti (all’epoca) della società civile iniziata nel 2013 e continuata l’anno successivo. Si è mai fermata la persecuzione della società civile dell’Azerbaijan? La risposta è relativamente semplice. L’ambiente ostile  nei confronti dei gruppi civici  in Azerbaijan non è mai cambiato. E nemmeno la persecuzione. Potrebbero esserci state delle pause nella repressione, ma non c’è stato alcun miglioramento nelle condizioni e nell’ambiente affinché la società civile potesse prosperare. È un modello fin troppo familiare in un paese in cui la vita delle persone non è altro che merce di scambio.

Rete di spie

Il motivo della recente ondata di arresti, che finora ha preso di mira almeno sei giornalisti  condannati alla custodia cautelare per una serie di accuse che vanno dal contrabbando all’edilizia illegale, al teppismo e alla resistenza alla polizia, è una presunta rete di spionaggio. I media filo-governativi  e statali sostengono che gli Stati Uniti abbiano costruito nell’ombra una rete di spie attraverso i loro programmi di formazione, iniziati negli anni ’90. Nessuno degli articoli pubblicati fornisce alcuna prova.

L’agenzia di stampa statale dell’Azerbaijan, in un articolo pubblicato  il 22 novembre, ha accusato USAID di essere la “sottostruttura della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti”, sostenendo finanziariamente le ONG e altre iniziative per scopi esterni al mandato di USAID, ovvero rovesciare la leadership in Azerbaijan, i valori della famiglia e di essere solidale con l’Armenia. Lo stesso articolo prendeva di mira anche le organizzazioni LGBTQ, il collettivo femminista del paese e altre piattaforme mediatiche online, tra cui Abzas, per aver ricevuto fondi da USAID.

Il 18 novembre, il canale televisivo statale AzTV ha pubblicato  un video intitolato “U.S. smascherati gli agenti in Azerbaijan: quando inizierà la caccia?”. “Ora l’Azerbaijan, per rafforzare il suo successo militare, deve vincere la guerra ideologica anti-Azerbaijan degli Stati Uniti. Perciò deve smantellare la rete di spionaggio statunitense; le organizzazioni americane create in Azerbaijan devono essere seriamente indagate; le attività di USAID devono essere fermate e sottoposte a indagine”.

Stranamente, nessuno dei due organi di informazione si è preso la briga di guardare l’investimento totale che USAID ha fatto nel paese dal 1993. Secondo  il sito web dell’organizzazione americana, tale importo ammonta a 431 milioni di dollari in programmi, tra cui aiuti umanitari, settore sanitario, riforme economiche e di governance.

Il ministero degli Affari Esteri ha convocato anche i diplomatici delle ambasciate americana, tedesca e francese. Secondo il comunicato  successivamente diffuso, i diplomatici sono stati informati “che il portale di notizie Abzas Media ha effettuato operazioni finanziarie illegali con la partecipazione di organizzazioni registrate in questi paesi” e che “le ambasciate [di Stati Uniti, Francia e Germania] sono state coinvolte anche in questa attività”. La dichiarazione afferma anche che il ministero ha espresso “serie obiezioni a tale attività”.

Le ambasciate hanno prontamente respinto le accuse. In un’intervista con Voice of America, l’ambasciata americana ha affermato che queste accuse sono “false e fondamentalmente travisano lo scopo di [USAID]”. L’ambasciata tedesca ha dichiarato  di essere “preoccupata per le accuse contro [Mahammad] Kekalov”, che l’ambasciata ha sostenuto nel dicembre 2021, “in relazione ad una sfilata di moda, organizzata da Kekalov Adaptive, in occasione della Giornata internazionale delle persone con Disabilità”.

Le rivendicazioni antiamericane e antioccidentali non sono nuove in Azerbaijan. La più nota è stata guidata da Ramiz Mehdiyev, che nel 2014 ha pubblicato una diatriba  di 60 pagine contro le istituzioni occidentali e i loro partner in Azerbaijan, lanciando accuse a destra e a manca. “Oggi, mascherando le loro vere intenzioni, vari organismi internazionali di controllo dei diritti, think tank americani ed europei (che agiscono in collaborazione con gli Stati Uniti) e semplici organizzazioni non governative fingono di lavorare sui diritti umani, sui valori democratici e sull’economia di mercato e hanno stabilito una forte rete in tutto il mondo. Queste sono la nuova quinta colonna”, ha scritto Mehdiyev.

Quasi dieci anni dopo, tutto è rimasto uguale. Come ha affermato l’esperto e commentatore politico Camil Hasanli in una recente intervista a Meydan TV, nel dopoguerra il presidente Ilham Aliyev continua a perseguitare le persone che chiedono conto del suo operato, mentre il rapporto con l’Occidente ha preso questa piega: “Vi vendo petrolio e compro Boeing. Non potete chiedere libertà e democrazia, questi sono affari nostri”. L’obiettivo della più recente campagna diffamatoria è screditare i valori occidentali agli occhi della popolazione locale.

Lavoro rischioso

Denunciare la corruzione statale in Azerbaijan è sempre stato un lavoro rischioso. Decine di giornalisti  sono stati presi di mira per il loro lavoro investigativo. Quindi non è affatto sorprendente che sia arrivato il turno di Abzas Media. Questa piattaforma di notizie online indipendente ha scoperto numerose transazioni poco trasparenti, iniziative imprenditoriali e appalti statali discutibili collegati direttamente al governo o ai suoi affiliati.

Soprattutto negli ultimi due anni, ha indagato diligentemente gli investimenti effettuati nel Nagorno Karabakh da quando l’Azerbaijan si è assicurato la vittoria dopo la guerra di 44 giorni combattuta nel settembre 2020. Come la storia  della costruzione di un aeroporto a Fizuli e l’assenza di informazioni su come le società coinvolte nella costruzione si siano aggiudicate le gare d’appalto o dettagli sul budget stanziato. O la storia  delle società affiliate allo Stato che hanno beneficiato degli appalti di costruzione a Lachin e altrove nei territori riconquistati durante la Seconda Guerra, senza rivelare l’importo dei fondi statali stanziati. Oppure come un’azienda  notoriamente impegnata nel settore delle fognature, dei serbatoi d’acqua e delle condutture dell’acqua potabile ha rilevato la costruzione di case a Terter e molto altro  ancora.

A novembre, il direttore di Abzas Media Ulvi Hasanli e il caporedattore Sevinc Vagifgizi sono finiti in custodia cautelare con una falsa accusa  di contrabbando. Anche un altro collaboratore e partner di Abzas Media, l’attivista per i diritti dei disabili Mahammad Kekalov, sta affrontando le stesse accuse ed è ora in custodia cautelare. Poco dopo è stata arrestata  anche la giornalista Nargiz Abusalamova. Il 6 dicembre la social media manager della piattaforma è stata interrogata dalla polizia. Secondo quanto riferito  , anche i conti bancari dei dipendenti sotto inchiesta e dei loro familiari sarebbero stati congelati.

Sogni del dopoguerra contro realtà

Dopo la seconda guerra del Karabakh, la disillusa società civile dell’Azerbaijan sperava che la guerra avrebbe posto fine ad anni di repressione dei diritti umani. Questa transizione non è mai avvenuta. Al contrario, la paura e l’impunità hanno continuato a crescere. Leggi restrittive e intimidazioni nei confronti dei membri della società civile (compresi coloro che avevano apertamente sostenuto lo Stato durante la guerra) sono tornate la norma. Nel frattempo, dopo la vittoria in guerra lo Stato si è sentito più incoraggiato, e ciò che una volta avrebbe potuto funzionare (come le campagne internazionali di sostegno ai diritti umani o la strategia “name and shame”) non funziona più. Nel frattempo, coloro che si sono schierati a sostegno dello Stato osservano ignavi la continua repressione.

La repressione rimane la stessa, l’unica cosa che cambia sono i nomi di coloro che vengono sbattuti dietro le sbarre e di coloro che ne chiedono il rilascio.

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Armenia – Azerbaijan: si teme una nuova guerra nel Caucaso (Osservatorio diritti 13.12.23)

bombardamenti a tappeto sulla capitale e i villaggi del Nagorno Karabakh, l’esodo degli armeni dell’Artsakh dalla loro terra d’origine, l’arresto dei leader politici armeni e il loro trasferimento nelle carceri di Baku. E poi i video che ritraggono il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev entrare trionfante per le vie di Stepanakert (capitale dell’Artsakh, oggi ribattezzata dall’esecutivo azero Khankendi) e calpestare la bandiera del Nagorno Karabakh.

Sono tanti i segnali che indicano come la situazione tra Armenia e Azerbaijan, nonostante la scomparsa dell’ex autoproclamata repubblica armena, non sia affatto volgendo verso una pace stabile e duratura, ma continua anzi a rimanere tesa e il rischio reale è che la guerra nel Caucaso possa estendersi e coinvolgere direttamente Yerevan e Baku.

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Cimitero militare di Yerablur a Yerevan, Armenia – Foto: © Daniele Bellocchio

Armenia – Azerbaijan: guerra latente da oltre un anno

Una situazione di tensione e di guerra latente tra Armenia e Azerbaijan prosegue da più di un anno. Gli scontri alla frontiera tra l’esercito armeno e quello azerbaigiano sono diventati ordinari a partire dall’estate del 2021 e hanno raggiunto il loro apice nel settembre del 2022.

L’anno scorso, infatti, le truppe di Baku hanno lanciato un’offensiva in Armenia arrivando ad occupare e prendere controllo, prendendo in considerazione il periodo dal 2020 ad oggi, di oltre 150 chilometri quadrati di territorio della Repubblica d’Armenia.

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Forze armene in Nagorno-Karabakh (1994) – dI Armdesant (via Wikimedia Commons)

Confine armeno-azero: il villaggio di Sotk

Nella zona di confine, uno dei villaggi che sono stati maggiormente toccati dai combattimenti è stato il piccolo paese di Sotk. Macerie e case riparate con tetti di lamiera sono la muta testimonianza di cosa è stato il conflitto del 2022, quando il villaggio è stato attaccato e investito da un intenso fuoco di sbarramento da parte delle truppe di Baku.

Oggi il fronte è distante solo 3 chilometri dal centro abitato, gli scontri sulla linea di contatto sono ordinari e la vita degli abitanti rimasti nel piccolo borgo armeno è scandita dalla paura, dall’impotenza e dal suono dei colpi dell’artiglieria.

«Prima che la guerra ci travolgesse qui a Sotk era davvero una bella vita. I campi davano ricchi frutti, avevamo il bestiame e in tutte le case c’erano luce e acqua corrente», dice a Osservatorio Diritti Susanna Mandelyan, più di 50 anni di età, che risiede insieme a suo padre in una casa provvisoria perché la sua è stata distrutta dai bombardamenti.

«Oggi la nostra esistenza è una sofferenza infinita. Ogni giorno ci svegliamo e non sappiamo se ci sarà una guerra o un cannoneggiamento. Tutti abbiamo paura che possa scoppiare un conflitto e che quello che è successo alla gente dell’Artsakh possa succedere a noi. La paura più grossa che abbiamo non è quella di morire, ma quella di vivere».

Terra contesa tra Armenia e Azerbaijan

A inizio novembre l’istituto Lemkin, che monitora la situazione dei diritti umani nel mondo con lo scopo di prevenire i genocidi, ha lanciato un’allerta rossa per quel che riguarda il rischio di una possibile aggressione dell’Azerbaijan nei confronti dell’Armenia.

A fine agosto l’esecutivo di Baku aveva ammassato truppe lungo tutto il confine, chiamando i riservisti a raccolta. In seguito, anche dopo l’attacco al Nagorno Karabakh, sono proseguiti scontri lungo il confine tra le due ex repubbliche sovietiche.

Oggi la questione che continua a provocare tensioni e rischi di escalation tra i due Paesi è la provincia di Syunik, chiamata dai turchi e dagli azeri corridoio di Zangezur:  il territorio della repubblica d’Armenia che separa l’exclave azera del Nachicevan e il territorio dell’Azerbaijan.

L’esecutivo di Aliyev, con l’appoggio del presidente della Turchia Erdogan, rivendica l’apertura di un corridoio che attraversi il territorio armeno e metta così in diretta  comunicazione le aree dell’Azerbaijan e, di riflesso, anche la Turchia, andando così a completare il sogno pan-turco di un’unione dei popoli turanici dalla penisola anatolica sino all’Oriente.

Il progetto, oltre ad essere osteggiato e condannato dall’Armenia, che accusa il vicino azero di attentare alla propria sovranità territoriale, ha raccolto l’opposizione anche dell’Iran che, in una prima fase, ha dichiarato che avrebbe impedito con ogni mezzo un cambio dello status quo della situazione ai suoi confini.

Nonostante l’intervento di Theran, la disputa relativa alla provincia Syunik continua però a rimanere una questione di primaria importanza per l’amministrazione azera, che ha rinominato il territorio conteso “Azerbaijan occidentale” rivendicandone un’appartenenza territoriale e fomentando l’irredentismo interno in una maniera che, con le debite proporzioni, ricorda quanto avvenuto in Nagorno Karabakh e che fa temere in maniera concreta il rischio di un nuovo conflitto.

«L’Azerbaijan potrebbe attaccare l’Armenia nelle prossime settimane», ha dichiarato in ottobre il segretario di stato americano Anthony Blinken.

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Monumento a Stepanakert, capitale del Nagorno Karabakh – Foto: Martin Cígler (via Wikimedia Commons)

Aria di conflitto nelle exclave azere e nei territori contesi

«Io ho sempre avuto un sogno, trasferirmi a Meghri, e quando ho raggiunto la pensione, dopo aver lavorato per anni in Russia come autista, con i risparmi di una vita sono venuto in questo angolo di mondo e ho costruito la mia casa».

A parlare così è Giorgiy Mkrtchyan, che vive nell’ultima casa dell’ultima città armena al confine con l’Iran. Un giardino ricco di frutti e fiori, un leggero vento che trasporta il profumo del glicine e del gelsomino e un panorama da incanto.

Davanti a lui le montagne iraniane che abbracciano il fiume Arax, intorno il sogno di sempre.

«Qui è dove il governo azero vorrebbe che passasse il corridoio che mette in comunicazione l’Azerbaijan con il Nachicevan. Questo significa che se ciò avvenisse io perderei tutto e verrei cacciato dalla mia casa e dalla mia terra. Se ciò avvenisse non avrei più alcuna ragione di vita».

Armenia – Azerbaijan, i faticosi colloqui di pace

Il dramma che sta attraversando Giorgiy è lo stesso dei cittadini che vivono nelle ex exclave azere presenti sul territorio armeno. Villaggi che, per la politica del divide et imperail governo sovietico consegnò ai due paesi, così che una minoranza etnica armena e azera fosse presente sia in Azerbaijan sia in Armenia e oggi queste decisioni, risalenti all’epoca socialista, stanno divenendo un ulteriore fattore di rivendicazione tra i due stati.

Gli incontri per arrivare a un definitivo accordo di pace continuano a vedere defezioni di entrambi i leader. Aliyev si è rifiutato di presentarsi a Granada il 5 ottobre e Pashinyan ha fatto lo stesso a Bishek, in Kirghizistan.

Ma se il leader armeno ha dichiarato di essere pronto a riconoscere l’integrità territoriale dell’Azerbaijan e che la pace deve costruirsi intorno al riconoscimento dell’integrità territoriale dei due Paesi, la delimitazione dei confini sulla base della dichiarazione di Alma Ata del 1991 e l’enunciazione di un progetto infrastrutturale ad ampio respiro denominato “Crocevia della pace”, la mano non è stata tesa in modo altrettanto conciliatorio dai rappresentanti politici di Baku.

E ora che l’Armenia si sta allontanando dalla Russia e avvicinandosi all’Occidente, il timore è che il Caucaso possa divenire un nuovo terreno di scontro nello scacchiere politico internazionale.

Armenia – Azerbaijan: la mappa

 

 

 

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Il genocidiuccio degli Armeni in Artsakh non attira lo sguardo, non provoca popolarità (Korazym 13.12.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.12.2023 – Renato Farina] – Notizie dai confini orientali della Repubblica di Armenia, in Italia siamo in pochissimi a portarvele sui carretti, fresche fresche, appena colte, interessano? Mi pare di sentire la risposta che per buona educazione, per paura di essere sgradevoli con questo venditore di news caucasiche, non osate pronunciare: «Le sappiamo a memoria le vostre news. Bravo, bravo continua pure, abbiamo pazienza. Ma sì, c’è un genocidio in corso, colpisce il popolo Cristiano del Nagorno-Karabakh ad opera dell’alleanza turco-azera, e se non viene fermato travolgerà l’intera Armenia, coi suoi tre milioni di abitanti. Ma che ci possiamo fare? Volete un’altra guerra? Non vi bastano quelle in corso?».

Queste frasi lo so che vi si rigirano nel cervello, è noioso il lamento dei moribondi, somiglia alle litanie dei mendicanti, ma vi vergognate anche solo a pensarlo, figuriamoci a dircelo in faccia, e ci date monetine di condiscendenza. Dai che lo so, come Molokano sono in odore di eresia, magari un «Cristianista», che sventola vessilli di una fede che non c’è più. Sperate solo per scomunicarmi – dai, ammettetelo – che proclami la necessità di una nuova Lepanto, invocando uno scontro salvifico come quello che il 7 ottobre 1571 fermò l’assalto ottomano all’Europa, grazie alle flotte degli alleati Cristiani che avevano aderito alla chiamata di San Pio V.

A dire la verità mi sono fatto l’idea, che la Lepanto di questo millennio ci sia già stata, e i discendenti della Cristianità siano già stati sconfitti. Non so bene né dove né quando, ma c’è stata una resa in Europa e negli USA; sottomessi nel cuore e nella pancia alla dissoluzione. Ci salvano le miriadi di martiri, l’onda del cui sangue in Africa e in Asia si rapprende imprigionando i piedi del diavolo. E più vicino a voi: qui in Armenia dove si accampano i profughi dell’Artsakh (nome materno del Nagorno-Karabakh).

Un altro Lepanto neanche per sogno
ma almeno smettere di armare gli Azeri?

Niente Lepanto, nessun interventismo bellico. Sono diventato moderato, molto moderato, accetto la debolezza del mio governo armeno, che non punta ad alcuna mobilitazione guerresca, ma si accontenta di preservare un resto di Armeni nella pace, di delimitare i confini della Repubblica con cippi invalicabili dagli orchi, e di procurare con accordi internazionali la possibilità di un ritorno dei nostri amati Arstacchiani nella terra più bella del mondo.

Non serve gridare mentre esplodono missili ovunque. Non ti sente nessuno. Per questo ho dismesso la corazza, deposto l’inutile megafono che non apre le orecchie ai sordi. Ho rinunciato all’idea di resistenza guerrigliera, che sarebbe certo legittima, come la vostra resistenza, ma la vostra funzionò perché gli alleati risalivano la Penisola. Ma non è per calcolo che lo dico, ma perché ho ascoltato la voce amorevole delle madri e dei preti barbuti che hanno accompagnato la carovana vilipesa dei deportati. In quest’epoca, gli eroi non devono guidare cavalcate nel vento, ma dolcemente aprire il proprio uscio e vicino al fuoco di legna caucasica, speziato di timo, porgere una tazza di latte e miele ai fratelli cacciati via, estirpati dalla loro stessa vita, ma fluorescenti.

Fratelli da custodire

Dico di più. Se anche bussasse un invasore Azero sperduto e ansimante, che ancora tra le dita avesse appiccicati i capelli di una ragazzina Armena la cui sorte non so, gli darei un angolo del mio giaciglio, se il Signore mi desse la grazia di essere buono come il Samaritano. Ci resta solo il patrimonio della bontà. Ah certo abbiamo combattuto, da millenni nemici ci assaltano, distruggono, impalano, ma i centomila dell’Artsakh hanno conservato il tesoro che vale più di tutto l’oro del Perù: la fede fatta carne in un popolo.
Per questo dovete custodire gli Armeni, peccatori e carnali, mistici con i calli, e il profilo di musicisti senza paga. Per favore l’Italia, voi Italiani che meravigliosamente ci volete bene, a dispetto dello Stato e dei suoi apparati, fate in modo che il vostro Paese si metta di mezzo. Commerci pure il gas con l’Azerbajgian, ma vigili sulla nostra insignificante libertà, ma che deve avere un peso incommensurabile se fa così paura.

Semplicemente, cara Giorgia (Meloni), cari Matteo (Salvini e Renzi), cari Antonio (Tajani) e Maurizio (Lupi), girate la testa verso di noi rischiando di spezzarvi un osso. Lo so, le piccole guerre, con le loro piccole paci, i piccoli morti, i genocidiucci, non attirano lo sguardo, non provocano popolarità. Accidenti, c’è già l’Ucraina, e poi Israele e Gaza, il Libano, l’Iran, e si staglia sullo sfondo Taiwan, senza dimenticare la guerra sottomarina che attraversa l’Artico. E chi siamo noi che da anni bussiamo sui vostri vetri sigillati con il silicone? Siamo fratelli.

La terza guerra mondiale a pezzi induce a concentrarsi sui frammenti più grossi, che già bastano a saturare l’attenzione. Dunque a chi può importare di noi? Siamo vostri fratelli, cribbio.

Il Senato americano ha votato all’unanimità
una legge che vieta di vendere armi all’Azerbajgian
Una volta tanto sarebbe bello per voi Italiani
essere più filoamericani che filoturchi

Una speranza da Capitol Hill

Dalla sponda orientale del lago di Sevan alzo lo sguardo senza neppure l’ansia di farvi sapere se gli Azero-Turchi, benevolmente osservati dai soldati Russi, muovono con i loro carri armati o inviano droni sopra le nostre teste per mozzarcele. Se anche esse rotolassero fino in Italia, fin sulla porta di Palazzo Chigi, non accadrebbe nulla, neppure un comunicato. Magari anzi ministri zelanti le incarterebbero e le rispedirebbero – le teste armene, dico – in Caucaso come merce indesiderabile e provocatoria. Finora 100mila persone sbattute via non dalle loro case e basta, ma proprio dalla loro terra, sangue, anima, chiese, icone, tombe, vigne, vino e olio, albicocche non hanno meritato da nessuna forza politica un gesto forte di solidarietà. Neppure a parole. E per di più il governo tifa spudoratamente per gli Azero-Turchi in nome del diritto internazionale per cui, contro l’evidenza delle coscienze, sarebbero le regole del bene a imporre questo male. Non è nato per questo il diritto a Roma.

Ma io oggi oso sperare. Senza rovesciare tavoli, il Senato americano ha votato all’unanimità una legge che vieta di vendere armi all’Azerbajgian. Una volta tanto sarebbe bello per voi Italiani essere più filoamericani che filoturchi.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2023 di Tempi in formato cartaceo e sulla edizione online Tempi.it [QUI].

Foto di copertina: parata militare celebrativa della vittoria degli Azeri sugli Armeni dell’Artsakh a Stepanakert, ora rinominata Khankendi, l’8 novembre 2023.

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Scambio di prigionieri tra Azerbaigian e Armenia (Il Mattino di Padova 13.12.23)

L’Azerbaigian e l’Armenia hanno effettuato oggi uno scambio di prigionieri al confine tra i due Paesi, a Qazax. Baku ha liberato 32 prigionieri e Erevan due, secondo quanto annunciato dalla commissione governativa azera per i prigionieri di guerra e i dispersi, citata dall’agenzia russa Interfax.

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Il difficile (ma possibile) accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan (L’inkiesta 13.12.23)

I governi di Armenia e Azerbaijan stanno facendo passi concreti verso la normalizzazione delle relazioni, a neanche tre mesi dall’offensiva azera nel Nagorno-Karabakh che ha posto fine – con l’espulsione dell’ottanta per cento della popolazione armena locale – a trent’anni di conflitto etno-territoriale. Dopo la vittoria schiacciante sulla nazione rivale, Baku sembra disposta ad accogliere il desiderio di “pacificazione preventiva” di Yerevan, e un trattato di pace potrebbe essere firmato già entro la fine dell’anno. I negoziati sono mediati separatamente da Stati Uniti, Unione europea (in particolare Francia e Germania), Russia e in parte dall’Iran. La settimana scorsa il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev hanno annunciato con una dichiarazione congiunta di voler cogliere «un’opportunità storica per raggiungere una pace a lungo attesa nel Caucaso meridionale», sottolineando l’intenzione «di arrivare a un accordo fondato sul rispetto dei principi di sovranità e integrità territoriale».

L’ultima affermazione è significativa, poiché il timore dell’Armenia è che dopo la disfatta nel Nagorno-Karabakh – che era un’enclave etnicamente armena in territorio azero – l’Azerbaijan decida di attaccare direttamente il suolo armeno per impadronirsi della provincia del Syunik, e creare una continuità territoriale con il Naxçıvan, l’exclave azera che confina con l’Iran e la Turchia. In questo modo Baku e Ankara realizzerebbero il sogno geopolitico di creare un corridoio pan-turco che unisce l’Anatolia ai paesi dell’Asia Centrale attraverso il Caucaso e il Mar Caspio.

Per scongiurare questa escalation, a novembre il governo armeno ha proposto a tutti i paesi vicini di partecipare a un progetto di pacificazione, e riaprire i collegamenti stradali e ferroviari bloccati per decenni a causa del conflitto latente con Turchia e Azerbaijan, trasformando l’Armenia nel crocevia del Caucaso meridionale. Tra i punti della dichiarazione Yerevan-Baku c’è il rilascio dei prigionieri di guerra: trentadue armeni e due azeri, anche se rimangono diverse questioni da risolvere. Pashinyan vuole uno scambio di prigionieri che comprende «tutti in cambio di tutti», ma l’Azerbaijan non intende liberare i sei leader politici armeni del Nagorno-Karabakh.

Tuttavia, la dichiarazione congiunta è stata accolta con soddisfazione dai paesi mediatori, in particolare gli Stati Uniti. Il segretario di Stato americano Antony Blinken adesso vuole organizzare un incontro a Washington con gli omologhi di Armenia e Azerbaijan.

Otre alla diplomazia però, Yerevan sta cercando l’appoggio militare dei paesi occidentali, trovando in Parigi il partner principale per ricostruire le proprie forze armate dopo decenni di dipendenza da Mosca. L’Ue sta anche organizzando una missione tecnica in Armenia che valuterà le esigenze di sicurezza del paese, prima di avviare un piano di aiuti militari “non letali”.

Per l’Armenia la fine infausta della disputa nel Nagorno-Karabakh rappresenta un momento spartiacque della storia, che segna la fine di un’era di rigorosa appartenenza alla sfera d’influenza russa, ed è questo il fattore più destabilizzante sul futuro del paese. Mosca infatti è irritata dalle aperture del governo armeno all’Occidente, ma Yerevan afferma che il Cremlino non solo è venuto meno al suo impegno di proteggere l’alleato, ma ha tradito gli armeni allineandosi alle posizioni di Baku e Ankara per convenienza.

Le relazioni russo-armene hanno iniziato a inasprirsi nel 2020, quando la Russia è rimasta neutrale mentre l’Azerbaijan lanciava un attacco su vasta scala nel Nagorno-Karabakh, riconquistando una parte significativa del territorio conteso. Dopo aver mediato la tregua, Mosca ha schierato duemila soldati come peace-keeper, ma negli anni successivi le truppe azere continuarono a lanciare piccole e ripetute incursioni.

Ciò avrebbe dovuto attivare il sistema di mutua difesa dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), un sorta di Nato dello spazio post-sovietico guidata dalla Russia a cui appartiene anche l’Armenia, ma il Cremlino è rimasto a guardare. Fino a settembre di quest’anno, quando l’Azerbaijan ha lanciato l’offensiva finale per catturare il resto del Nagorno-Karabakh e spingere all’esodo di massa la popolazione armena locale.

Abbandonata da una Russia che si è data come missione esistenziale la distruzione dell’Ucraina sacrificando tutto il resto, l’Armenia ha guardato altrove. Se prima acquistava quasi tutte le armi dalla Russia, ora sta firmando accordi con l’India e con la Francia.

A settembre la moglie di Pashinyan ha consegnato personalmente un pacco di aiuti a Kyjiv, e ottobre il parlamento armeno ha ratificato lo statuto di Roma della Corte penale internazionale, che significa che ora Vladimir Putin non può visitare l’Armenia senza rischiare l’arresto. Pashinyan per adesso esclude azioni di rottura più destabilizzanti, come l’uscita dalla Csto o l’espulsione delle forze armate russe presenti nel paese, ma sta tracciando la strada di una nuova Armenia.

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I coloni azeri stanno tornando nei territori del Karabakh passati sotto il controllo di Baku (topwar.ru 13.12.23)

Secondo l’ordine del presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, diverse famiglie di etnia azera si sono trasferite nella città di Fuzuli, che in precedenza faceva parte della Repubblica del Nagorno-Karabakh e faceva parte della cosiddetta “cintura di sicurezza” attorno ad essa, che consisteva in diverse regioni dell’Azerbaigian. Pertanto, i coloni azeri stanno tornando nei territori del Nagorno-Karabakh passati sotto il controllo di Baku a seguito delle operazioni militari.

Lo riferiscono numerosi media in Azerbaigian.

I residenti che precedentemente abitavano a Fizuli furono ospitati in sanatori, dormitori e campi di pionieri fino al loro ritorno. Ora sono stati raccolti nel distretto Garadagh di Baku e inviati nella loro città natale. In questa fase, 25 famiglie, ovvero 112 azeri, stanno partecipando al reinsediamento.

Dopo 30 anni, il ritorno volontario degli ex sfollati interni nelle loro terre natali in condizioni di sicurezza e dignità è diventato possibile- Vesti.az ha detto in un comunicato.
Gli sfollati vivranno in nuovi edifici costruiti dopo che la regione passò sotto il controllo di Baku. Al momento a Fizuli sono state create le condizioni per ospitare 358 famiglie, ovvero 1,3mila residenti.

Yerevan è estremamente preoccupata per il fatto che i migranti azeri stiano cercando di tornare non solo negli insediamenti del Karabakh, ma anche in quelle regioni dell’Armenia dove vivevano in precedenza. Il politologo armeno Vigen Hakobyan ha definito questo processo una “bomba a orologeria”.

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Armenia e Azerbaijan, a sorpresa una speranza di pace (Osservatorio Balcani e Caucaso 12.12.23)

Armenia e Azerbaijan hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che ha sorpreso anche i commentatori più esperti. Anche se non è chiaro se questa possa essere la tanto attesa svolta nei negoziati, la comunità internazionale è stata unanime nell’accogliere favorevolmente l’iniziativa

12/12/2023 –  Onnik James Krikorian

Nonostante le preoccupazioni che non si riuscisse a raggiungere nemmeno un accordo quadro per normalizzare le relazioni tra Armenia e Azerbaijan entro la fine di quest’anno, un’inaspettata dichiarazione congiunta, rilasciata da Baku e Yerevan lo scorso giovedì 7 dicembre, ha riportato alla luce un certo ottimismo. Tre anni fa i due paesi hanno combattuto una devastante guerra durata 44 giorni, ma fino ad ora un accordo di pace è rimasto una chimera.

Sebbene le dichiarazioni congiunte non siano una novità, finora erano sempre state rilasciate nell’ambito di colloqui trilaterali facilitati o mediati dal presidente russo Vladimir Putin o dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Questa volta, invece, la dichiarazione è stata rilasciata bilateralmente dall’ufficio del primo ministro armeno e dall’amministrazione presidenziale azerbaijana, senza il coinvolgimento di terze parti.

Lo sviluppo è particolarmente significativo dato lo stallo nel processo di Bruxelles facilitato da Michel, il ritiro del presidente azerbaijano Ilham Aliyev dai colloqui mediati dall’UE a Granada e Bruxelles in ottobre, e il rifiuto delle offerte di colloqui ospitati dalla Russia da parte di Yerevan, sempre più orientata a occidente.

Ancora più fiduciosa dopo la vittoria sulle forze di etnia armena in Karabakh, che ha provocato l’esodo di poco più di 100mila residenti verso l’Armenia, Baku ritiene che l’UE si stia sempre più schierando con Yerevan e vede con sospetto il seppur modesto sostegno militare non offensivo fornito al paese, che si aggiunge alla missione EUMA della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), schierata al confine dal febbraio scorso.

Durante una visita  a Tbilisi in data 8 ottobre, Aliyev aveva suggerito che fosse giunto il momento per Armenia e Azerbaijan di negoziare bilateralmente, in un paese terzo come la Georgia o sul confine condiviso. Ciò è culminato quando l’Azerbaijan ha annullato anche i colloqui programmati che si sarebbero tenuti tra i due ministri degli Esteri a Washington DC il 20 novembre.

Lo stesso giorno, Baku ha nuovamente invitato Yerevan a impegnarsi bilateralmente senza intermediari. Successivamente, a quanto pare colto di sorpresa, il vice primo ministro Mher Grigoryan ha suggerito che le commissioni di entrambi i paesi si sarebbero incontrate al confine. L’Azerbaijan ha acconsentito, anche se il meeting del 30 novembre è durato tre ore senza portare alcun risultato evidente oltre all’intenzione di incontrarsi nuovamente.

La dichiarazione congiunta della scorsa settimana, tuttavia, è stata diversa in quanto ha coinvolto, a quanto sembra da sole, le amministrazioni del primo ministro armeno e del presidente azerbaijano. Secondo le intenzioni dichiarate, Baku sarebbe pronta a rilasciare 32 prigionieri armeni, Yerevan 2 detenuti azerbaijani mentre le parti si sosterrebbero a vicenda sulla scena internazionale.

“In segno di buona volontà, la Repubblica di Armenia sostiene la proposta della Repubblica dell’Azerbaijan di ospitare la 29a Sessione della Conferenza delle Parti (COP29) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ritirando la propria candidatura”, si legge  in quello che è stato probabilmente un annuncio senza precedenti. Il giorno successivo, la reazione internazionale è stata estremamente positiva.

“Stabilire e approfondire il dialogo bilaterale è un obiettivo chiave del processo di Bruxelles guidato dall’UE: i progressi di oggi rappresentano un passo fondamentale. Incoraggio i leader a concludere l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan il prima possibile”, ha postato  Charles Michel su X.

In Azerbaijan, la natura bilaterale dell’accordo è stata ampiamente celebrata, anche se gli analisti armeni sono stati per lo più silenziosi, timorosi che potesse anche rappresentare un allontanamento dal formato di Bruxelles, dai colloqui bilaterali tra i ministri degli Esteri facilitati dagli Stati Uniti o da entrambi. Alcuni a Yerevan, tuttavia, hanno suggerito che la Georgia avrebbe potuto mediare con gli Stati Uniti per contribuire a finalizzare l’accordo.

Il giorno dopo la dichiarazione, però, il deputato Sargis Khandanyan, presidente della Commissione per le relazioni estere, ha respinto tali suggerimenti, ribadendo che il processo è stato bilaterale senza intermediari, aggiungendo poi che, sebbene la sua importanza non debba essere sottovalutata, non dovrebbe nemmeno essere sopravvalutata. Khandanyan ha poi aggiunto che lo scambio di prigionieri avverrà in “ore o giorni”.

Al momento della pubblicazione di questo articolo, però, non ci sono notizie sul rilascio dei prigionieri.

Mentre ancora non è chiaro se Armenia e Azerbaijan torneranno ai colloqui bilaterali o trilaterali, la dichiarazione congiunta ha però incoraggiato chi spera in un accordo a breve. Sabato, parlando alla televisione pubblica armena, il segretario del Consiglio di sicurezza Armen Grigoryan ha potuto solo dire che un accordo potrebbe arrivare “entro la fine dell’anno… o il prima possibile”. Lo stesso era previsto alla fine dello scorso anno.

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Papa Francesco, ha affermato di guardare con speranza alle relazioni tra Azerbaigian e Armenia (TRT 12.12.23)

apa Francesco, ha affermato di guardare con speranza alle relazioni tra Azerbaigian e Armenia.

“Mi rallegro per la liberazione di un numero significativo di prigionieri armeni e azeri. Guardo con grande speranza a questo segno positivo per le relazioni tra Armenia e Azerbaigian e per la pace del Caucaso meridionale e incoraggio le parti e i loro leader a concludere quanto prima il trattato di pace”, ha detto  Papa Francesco durante l’Angelus affacciato alla finestra del Palazzo Apostolico Vaticano in piazza San Pietro.

 Durante la preghiera Papa ha anche ricordato che 75 anni fa è stata firmata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e ha notato che, nonostante siano stati fatti molti passi avanti, vi sono ancoradelle carenze e talvolta si sperimentano situazioni di regresso.

Papa Francesco ha affermato che si continua a pregare per le persone che soffrono a causa delle guerre.

“Va fatto ogni sforzo per affrontare e superare le cause dei conflitti. Parlando di diritti umani, occorre proteggere i civili, gli ospedali, i luoghi di culto, liberare gli ostaggi, garantire i diritti e gli aiuti umanitari”,ha detto Papa.