Il supporto di Croce Rossa Italiana all’Armenia (Ilgiornaledellaprotezionecivile 15.03.24)

Sinergie strategiche tra gli attori del “Sistema Italia”: il modello di intervento della Cooperazione Internazionale Cri

La Croce Rossa Italiana si distingue come un’organizzazione intrinsecamente legata alla Cooperazione Internazionale, che gioca un ruolo fondamentale nel contesto globale degli interventi umanitari. La sua presenza è un pilastro del cosiddetto Sistema Italia, un complesso tessuto di fattori politici, istituzionali ed economici che contribuiscono allo sviluppo e alla proiezione dell’Italia nel mondo.

Il contributo per la crisi dei rifugiati in Armenia
Uno degli esempi più tangibili di questa sinergia è rappresentato dal tempestivo sostegno fornito dal Governo italiano e dalla Croce Rossa Italiana (Cri) all’Emergency Appeal durante la crisi dei rifugiati del Nagorno-Karabakh in Armenia. In seguito agli eventi drammatici che hanno colpito la regione, il Governo italiano si è distinto come uno dei primi contributori a rispondere all’appello lanciato dall’ONU e dalla Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (IFRC), grazie anche alla forte sinergia e il coordinamento con la CRI. Questo impegno tempestivo e significativo ha dimostrato il forte senso di solidarietà e impegno umanitario dell’Italia verso le popolazioni colpite. L’impegno della Croce Rossa Italiana in Armenia è un esempio eloquente delle sue molteplici attività all’estero e del suo impegno a fianco delle altre Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa nel Caucaso (Croce Rossa georgiana e Mezzaluna Rossa azera). Queste comprendono interventi medici d’urgenza, forniture di generi alimentari e supporto psicologico alle comunità colpite.

Inoltre, Croce Rossa Italiana, in questo costante sforzo di creare sinergie anche con altri soggetti italiani operanti all’estero, collabora anche con realtà private definendo nuove partnership che stanno diventando un pilastro nell’ambito della Cooperazione Internazionale e nella definizione di interventi di medio-lungo periodo soprattutto nel settore dell’inclusione sociale e protezione dei più vulnerabili. Attraverso collaborazioni strategiche con aziende e organizzazioni, infatti, la CRI è in grado di ampliare significativamente l’impatto e la portata delle iniziative a cui contribuisce. Il coinvolgimento del mondo profit integra competenze e risorse, consentendo di affrontare in modo più efficace le sfide complesse che caratterizzano le aree di intervento.

Gli Smiley Clubs
Grazie al supporto di realtà private, in Armenia la Cooperazione della Croce Rossa Italiana ha assunto un ruolo chiave nel supporto ai centri di assistenza per bambini e ragazzi in età scolare. Parliamo dei cosiddetti Smiley Clubs, un’iniziativa nata per supportare bambini e bambine scappati dalle comunità colpite dal conflitto del Nagorno–Karabakh. Grazie a questo progetto, questi bambini possono avere uno spazio sicuro dove stare dopo la scuola e avere la possibilità di fare attività quali arte terapia, potenziamento della lingua inglese oltre che attività ricreative e sociali. Questo progetto completa gli interventi che da anni la Croce Rossa Italiana supporta in Armenia, proprio in ambito di protezione e inclusione sociale.

Le sinergie create da queste collaborazioni sono tangibili e significative. Non solo consentono di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone, ma anche di promuovere lo sviluppo sociale ed educativo delle future generazioni. L’apporto delle aziende partner non si limita al supporto finanziario, ma si estende anche alla condivisione di conoscenze, competenze e risorse tecniche, creando un circolo virtuoso di reciprocità e mutualismo.

Questa costante interazione tra la Croce Rossa Italiana, il governo e il settore privato riflette un approccio olistico alla cooperazione internazionale, che sottolinea l’importanza della collaborazione tra attori diversi per affrontare le sfide globali. Il risultato è un modello di intervento che non solo fornisce assistenza immediata nelle emergenze, ma contribuisce anche allo sviluppo sostenibile e alla resilienza delle comunità nel lungo periodo.

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SUPPORTO CRI ALL’ARMENIA TRA EMERGENZE E PROGETTI DI MEDIO-LUNGO PERIODO (Cri.it)

Scambio culturale in Armenia sull’utilizzo dei media digitali 10 al 19 Maggio 2024 (Scambieuropei 15.03.24)

Dove: Yerevan (Armenia)

Quando: dal 10 al 19 Maggio 2024

Titolo del progetto: “Youth Digital Media Literacy Lab”

Chi: 7 partecipanti (18-27 anni anni)

Descrizione del progetto

L’associazione Europalmente ricerca giovani italiani o residenti in Italia interessati a prendere parte ad uno Scambio culturale in Armenia sui media digitali dal 10 al 19 Maggio 2024. Il progetto è uno youth exchange articolato in due fasi, con l’obiettivo principale di promuovere un ambiente di apprendimento in cui i giovani possano unire la conoscenza digitale e metodologie basate sull’educazione non formale.

I media digitali sono lo strumento più ampiamente utilizzato dai giovani al giorno d’oggi per partecipare alla vita sociale, culturale, civica e politica delle loro società. Creare e diffondere media digitali è diventato una parte regolare della comunicazione tra i giovani e tra i giovani e il mondo più ampio. I giovani utilizzano la creazione di contenuti, la pubblicazione, la condivisione, il collegamento, la ricerca e altre funzionalità dei media online per esplorare informazioni, perseguire i propri interessi, connettersi con gli altri, risolvere problemi rilevanti per la loro vita e esprimersi.

È sempre più cruciale per i giovani imparare la letteratura sui media digitali poiché consente loro di utilizzare tecnologie digitali, strumenti e internet in modo efficace. Man mano che i giovani sviluppano le loro competenze di alfabetizzazione digitale, diventano migliori nel sapere cosa stanno cercando, quali informazioni sono credibili e cosa è falso, e come differenziare tra contenuti preziosi e inutili. I giovani diventano più abili nel giudicare tra diverse fonti di informazione online e nel mettere in discussione i contenuti che leggono.

Il processo di apprendimento dell’alfabetizzazione sui media digitali contribuisce anche allo sviluppo del pensiero critico e della creatività.

Obiettivi del progetto

Il progetto Youth Exchange “Youth Digital Media Literacy Lab”, diviso in due fasi, mira a creare un ambiente di apprendimento in cui i giovani migliorano la loro capacità di utilizzare in modo creativo e sicuro internet, tecnologie dell’informazione e della comunicazione e media digitali per sostenere lo sviluppo della capacità giovanile di coinvolgimento civico efficace che favorisce l’inclusione dei giovani.

Metodologia

I partecipanti implementeranno sessioni teorico-pratiche utilizzando le varie risorse messe a disposizione dai trainer, attraverso metodi di apprendimento non formali (laboratori, giochi di ruolo, learning-by-doing, dibattiti), attività ricreative.

Accomodation

I partecipanti alloggeranno presso una struttura nei pressi del centro di Yerevan in camere da 4/5 persone. La struttura è molto base. Precisiamo che i pasti sono molto spartani forniti da un catering esterno.

Destinatari

  • Giovani tra i 18 ed i 27 anni persone motivate che lavorano o si relazionano con i giovani
  • Persone motivate che lavorano o si relazionano con i giovani
  • Persone desiderosi di acquisire competenze di facilitazione in grado di implementare le competenze, conoscenze e attitudini acquisite durante la formazione
  • In grado di implementare le competenze, conoscenze e attitudini acquisite durante la formazione
  • interesse verso il topic del progetto
  • Pronti a prendere parte all’intero progetto
  • Con conoscenza della lingua inglese per poter comunicare
  • Disposti a inviare delle foto a fine progetto che ci consentano di avere una dissemination

Lingua del progetto

La lingua di lavoro è l’inglese

Maggiori informazioni

COSA SONO GLI SCAMBI CULTURALI/TRAINING COURSE

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Comunicare le comunità. La forza dell’esilio degli Armeni di Trieste (Triesteallnews 14.03.24)

14.03.2024 – 07.30 – La comunità armena di Trieste si formò, nel tardo settecento, dalla felice congiunzione dell’elemento religioso costituito dai padri mechitaristi armeni e dell’elemento laico ‘delli negozianti esteri‘ ovvero dei mercanti stranieri attirati dalle possibilità del Porto Franco di Maria Teresa e Giuseppe II. Una storia, quella della comunità armena, intrecciata all’esilio; dall’Istanbul del Sultano, dalle terre flagellate dai pogrom, dalla Turchia del genocidio del 1915. La Trieste moderna pertanto quale luogo di rifugio, di accogliente nuova patria dove ricominciare. Una filiazione che trapela nascosta dai nomi delle vie e delle piazze: Giustinelli, Ciamician, Ananian, Zingirian… Una piccola Armenia il cui cuore, sul colle di san Vito, batte nella chiesa ottocentesca della Beata Vergine delle Grazie.
Adriana Hovhannessian, vicepresidente dell’associazione AraraTS, ha tratteggiato il quadro odierno della comunità armena triestina. Un’occasione per approfondire una comunità meno nota a confronto coi serbi o i greco-ortodossi, ma la cui eredità culturale permea la Trieste otto-novecentesca.

Come definirebbe, allo stadio attuale, la comunità armena di Trieste? Quali sono le sue principali caratteristiche? 

La comunità armena conta attualmente una decina di membri; a cui si aggregano cittadini armeni di passaggio, spesso di transito.
Nel 2001 facevamo parte quale frangia triestina dell’associazione Zizernak che ha sede in Friuli; il suo centro è a Pasian di Prato dove vi è l’amico Daniel Temresian.
Tuttavia, tanto per motivi organizzativi, quanto e soprattutto per la diversa origine, ci siamo poi separati, anche se i rapporti restano ottimi.
Noi di Trieste infatti siamo i figli, i nipoti, i pronipoti degli Armeni che fuggirono in Italia post genocidio, tra il 1916 e il 1920 circa. La nostra comunità, anche se affonda le sue radici nella presenza armena a Trieste tra settecento e ottocento, è una comunità di esuli.
I miei nonni, ad esempio, fuggirono da İzmit, l’antica Nicomedia, negli anni Venti del novecento; la sorella del nonno paterno, la zia Arousiak, aveva il marito che, quale commerciante di tabacco, viaggiava spesso per lavoro e aveva trovato impiego proprio nella Manifattura Tabacchi di Trieste situata nell’odierno Porto Vecchio.
Nel 1923 giunse mio nonno; nel 1924 la sua fidanzata, la mia futura nonna. Fu proprio a Trieste che si sposarono, nel 1926. Tutti noi, oggigiorno, abbiamo nonni o bisnonni che si conoscevano vicendevolmente; pertanto ci conosciamo e ci sentiamo come un’unica grande famiglia.
Quando eravamo parte di Zizernak, per quanto l’amicizia con l’associazione rimanga forte, ci sentivamo comunque diversi, sentivamo l’esigenza di avere una nostra comunità.
La minoranza friulana annovera armeni dall’Armenia, i quali giungono in Italia per motivi lavorativi; è una diversa provenienza; noi, (anzi i nostri nonni e genitori) invece proveniamo da Istanbul e in generale dalla Turchia post genocidio.

Se la comunità greca e serbo ortodossa vengono associate solitamente al quartiere Teresiano e al Ponterosso, qual è invece il ‘luogo’ della comunità armena?

Si può legittimamente parlare di ‘colle armeno’ per quanto concerne la zona di san Vito; la chiesa e i cinque edifici armeni di Aidinyan formano un insieme coeso che si rispecchia nella toponomastica locale. C’è infatti la zona dei Santi Martiri, zona di possedimenti armeni; via Giustinelli, italianizzazione di Artarian (Artar, significa “giusto”; ian invece è il patronimico per ‘figlio di’); Hermet, italianizzazione di Hermetian, la cui famiglia era originaria dalla Persia. E non dimentichiamo la via G. Ciamician che ricorda il grande chimico noto a livello europeo e primo Senatore del regno italiano nel 1922.

A questo proposito quali erano invece i negozi della comunità? 

Spostandosi nella zona di Viale XX Settembre vi è ancora il negozio di ottica Zingirian; quando la famiglia ha venduto il negozio ha posto la clausola che vi rimanesse il nome originale. Roberto Zingirian stesso è nostro socio, anche se pratica una differente professione. All’interno è possibile ammirare una mattonella con un pater noster scritto in lingua armena.
Molti degli esuli di un tempo erano commercianti, imprenditori, ottici… Ad esempio mio nonno aveva gestito la pasticceria armena di via Mazzini; a suo tempo mio padre mi aveva raccontato di come i greci e in generale i levantini si ritrovassero nella pasticceria, era un punto d’incontro, ci sentivamo ‘diversi’ rispetto alla città. Ognuno, all’epoca, parlava in armeno, in turco, in greco. Era, se vogliamo, uno specchio della multiculturalità di Trieste.

Qual è la storia e la situazione odierna della chiesa armena? 

La chiesa, costruita a metà ottocento, era visitata spesso la domenica dall’arciduca Massimiliano che risiedeva presso Villa Lazarovich, in via Tigor. Si compone di una navata centrale, una facciata rivolta verso il mare e due ali con degli appartamenti. Un tempo vi era accanto il reale Ginnasio, il primo in lingua italiana di Trieste. L’entrata non era da via Giustinelli, ma dal fronte mare; al di sotto vi erano dei pastini che delimitavano la zona.

Noi, come associazione, avevamo organizzato tante iniziative, fino a quando la chiesa era agibile; sicuramente fino al 2004.
La chiesa, di proprietà della Congregazione armena mechitarista di Venezia, era stata data in affitto alla comunità cattolica di lingua tedesca fino al 2008. In seguito, a causa di alcune ri-organizzazioni interne della comunità, i tedeschi si erano trasferiti altrove.
Occorre a questo proposito precisare che l’organo Rieger di Julius Jugy, tutt’oggi presente all’interno, è di nostra proprietà: fu lo stesso Kugy a donarlo ai padri Mechitaristi nell’ottocento, vi è un atto specifico al riguardo.
Vi erano stati rilevanti problemi strutturali già prima che la chiesa venisse abbandonata dai cattolici tedeschi; successivamente le problematiche relative al recupero si sono aggravate. Attualmente la chiesa, all’interno, è in stato di degrado; non avrebbe senso visitarla fino a quando non verrà restaurata integralmente.

Qual è la situazione a proposito del restauro della chiesa? 

Noi, quale comunità di Trieste, siamo attivi da anni nel recupero della struttura, lo sforzo continua tutt’oggi. Alcuni anni fa avevamo coinvolto la Regione FVG e la Soprintendenza; all’epoca vi era la Giunta Serracchiani, con l’assessore Torrenti.
Il primo stanziamento era stato utilizzato per la messa in sicurezza delle torre campanarie e di alcune parti del tetto. Successivamente un finanziamento della CRT era stato utilizzato per sanare l’accesso alla chiesa e al comprensorio da via Giustinelli.
Noi, come AraraTs, ci stiamo impegnando insieme alla Congregazione armena mechitarista, affinchè la chiesa venga restaurata e sia nuovamente agibile e visitabile per i triestini e visitatori in cerca delle origini degli Armeni a Trieste.

Permane ancora un senso del ‘religioso’ nella minoranza armena triestina? 

Per alcuni sì, per alcuni meno nella nostra comunità; così come ovunque oggigiorno. In generale il cristianesimo è sempre stato un elemento di aggregazione; siamo fieri di essere stati il primo stato a introdurre il cristianesimo, prima dell’editto di Costantino.
Noi abbiamo ancora i contatti coi padri mechitaristi a Vienna; il riferimento per Trieste rimane però Venezia.

Quali sono le principali attività della comunità armena e dell’associazione AraraTS?

Il nome ‘gioca’ con il nome del monte sacro alla nazione armena, l’Ararat. Si tratta di un Comitato per la promozione e la diffusione della cultura armena attraverso molteplici attività.
Il nostro scopo è promuovere, mantenere, diffondere, ma soprattutto far conoscere il ruolo di Trieste come crocevia di passaggio. Il mantenimento del patrimonio culturale, questa è l’eredità che abbiamo.

Quali attività culturali avevate svolto negli ultimi anni? 

Nel 2015, nell’occasione dei cent’anni dal genocidio, avevamo organizzato diverse commemorazioni anche a Trieste; all’epoca, con Zizernak, avevamo allestito una mostra fotografica dedicata ad Armin Theophil Wegner, l’ufficiale tedesco di stanzia in Turchia che aveva trafugato di nascosto i rullini che testimoniavano il genocidio in corso.
Dopo questa prima esposizione, all’odierna biblioteca statale Stelio Crise, avevamo allestito una mostra dedicata al fotografo armeno Leon (Leovan) Boyadjian, in arte noto come “Van Leo” al castello di San Giusto.
Nell’ambito delle conferenze avevo trattato, al caffè Tommaseo, la vita di Giacomo Ciamician; non solo come grande chimico e teorizzatore dell’energia solare, ma anche quale triestino fiero della sua eredità armena, al di là del suo patriottismo verso la nazione italiana. Non a caso quando venne nominato il primo senatore triestino del regno d’Italia chiarì fin dall’inizio che si sarebbe occupato di cultura, di università, ma senza parteggiare per nessun partito. Nell’occasione vi era stato anche un amico armeno da Padova con il ‘duduk’, il tipico strumento musicale armeno.
Tra i grandi successi ricordo in particolare una serata con balli e musica tipiche grazie alla presenza dall’Armenia della giovane Piruza Nazaryan, esperta di danze armene.

A seguito della frattura del Covid-19, abbiamo davvero faticato a riprendere. Avevamo programmato un concerto a marzo 2020 nella Piccola Fenice, ma naturalmente tutto saltò a causa della pandemia.

L’ostacolo maggiore rimane la mancanza di una sede fissa, di una sala per gli eventi. Inoltre, a confronto con altre comunità triestine, degli Armeni si continua a sapere fin troppo poco. Vi sono ragioni per tutto ciò; storiche, culturali, sociali e così via.

Qual è, dalla prospettiva di un triestino, la situazione degli armeni nel mondo?

Guardando all’Italia la comunità più numerosa è a Roma; a Bari c’è il centro Hrand Nazariantz; a Milano la Casa Armena; a Padova l’associazione Italia-Armenia. Siamo un po’ sparsi per l’Italia, anche se naturalmente il cuore rimane Venezia con l’isola di San Lazzaro e il Collegio armeno.
Siamo invece 7 milioni nel mondo, con una grande comunità in Francia e in California; ad esempio parecchi anni fa il governatore dello stato della California era un armeno. Anche a qui a Trieste vi sono alla SISSA diversi scienziati armeni provenienti dall’Armenia.

Gli Armeni non sono mai stati endogamici, sono sempre stati aperti come comunità; naturalmente l’apertura introduce il rischio che si smarrisca la propria lingua e identità originaria.

[Adriana Hovhannessian è la vicepresidente del Comitato per la Promozione della cultura armena AraraTS di Trieste. Dopo una laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli studi di Trieste (UniTS) e un diploma in Scienze religiose presso il Seminario Vescovile, ha approfondito la passione verso le proprie origini armene a Venezia. Nell’occasione ha sostenuto 7 esami di Lingua armena al termine dei Corsi intensivi di Lingua e Letteratura Armena in collaborazione con l’Università Cà Foscari.
Coloro che desiderassero collaborare o chiedere informazioni all’associazione armena AraraTS possono scrivere a comitato.ararats@gmail.com]

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Il regime azero si fa bello ospitando tre parlamentari italiani (L’Espresso 14.03.24)

In occasione del voto che ha assegnato il quinto mandato al presidente Aliyev, il Comitato elettorale ha ospitato Caita e Di Giuseppe di Fratelli d’Italia e Gruppioni di Italia Viva: tutti entusiasti della grande prova di democrazia di Baku. Al governo di Roma conviene non disturbare troppo l’Azerbaigian che ci vende gas e petrolio

Questa è esemplare per una lezione italiana di realpolitik. Siccome l’Azerbaigian ci sfama col metano venduto a buon prezzo, non appassiona per nulla concionare sui diritti umani, civili, sociali del popolo azero oppure sui profughi armeni estirpati dal Nagorno Karabakh. Quando non conviene, è meglio soprassedere con i princìpi morali. Perché Roma è assidua cliente di Baku. Le condizioni sono politiche, più che di contratto. Le proteste sono mal tollerate. Il composto silenzio è assai gradito. Però le lusinghe – ah, le lusinghe – gratificano il regime azero. Come quelle di un terzetto di parlamentari italiani che ha accettato l’invito in Azerbaigian per monitorare le elezioni presidenziali straordinarie convocate il sette febbraio da Ilham Aliyev per attribuirsi il quinto mandato. Si tratta dei deputati Salvatore Caiata e Andrea Di Giuseppe di Fratelli d’Italia e Naike Gruppioni di Italia Viva. Illustri ospiti del governo di Baku che, ha ricostruito L’Espresso, sono tornati in Italia con un carico di entusiasmo e magari di preziosi insegnamenti. A differenza dei colleghi europei che hanno visitato i seggi azeri per l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e hanno riscontrato un voto senza concorrenza, senza oppositori, senza giornalisti. Non libero.

 

La coppia patriota Di Giuseppe e Caiata, più Gruppioni, membri della commissione Esteri, ha trascorso a Baku tre giorni abbastanza faticosi: partenza il 6 febbraio; il 7 perlustrazioni ai seggi; l’8 incontro con Sahiba Gafarova, presidente dell’assemblea parlamentare; il 9 ritorno in Italia dopo patinate conferenze stampa. Ciascuno ha raccontato ai media azeri un aspetto della formativa esperienza. Gruppioni ha notato la partecipazione spontanea: «Vorrei che in altri Paesi del mondo fossero interessati alle elezioni come in Azerbaigian». Di Giuseppe ha apprezzato la mobilitazione dei ragazzi: «Ho incontrato molti giovani, un fatto positivo e in controtendenza rispetto all’Italia e all’Europa, dove sono restii a votare. Sono segnali importanti in un processo democratico. Nel nostro Paese dobbiamo fare riscoprire alla gente l’amore per la politica e riportarla a votare». Il meno loquace Caiata ha elogiato la «trasparenza».

 

 

Ormai l’Azerbaigian, ex Repubblica sovietica con legami sempre più avvolgenti con la Russia, è il secondo fornitore di metano per l’Italia. In classifica segue la più vicina Algeria, altro preclaro campione di democrazia. Algeri e Baku hanno rimpiazzato Mosca. Vladimir Putin ha soddisfatto per vent’anni il fabbisogno energetico di Roma e di fatto l’ha sottomessa con la serena complicità dei governi italiani. Il consumo di metano s’è ridotto lo scorso anno calando a 61,5 miliardi di metri cubi. Era già successo una decina di anni fa. Per fattori produttivi e climatici. Nonché per i costi alti che inducono le famiglie a risparmiare. A ogni modo, e nonostante le variazioni di consumo, nel 2023 il gasdotto Tap ha trasportato sulle coste del Salento circa 9,2 miliardi di metri cubi di metano azero. Oltre il dieci per cento dei rifornimenti annuali. La bilancia commerciale fra Roma e Baku non pende verso Baku: è piegata su Baku. Roma esporta merci per 400 milioni di euro e ne importa, soprattutto metano e pure petrolio, per circa 12 miliardi: erano 20 nel 2022 per l’inflazione, attorno a 9 nel 2021, una media di 5 in precedenza. L’apporto di Roma è fondamentale per il prodotto interno lordo di Baku che è di 50 miliardi di euro. Per riequilibrare una relazione economica che potrebbe imbarazzare, il governo Meloni cede volentieri un tipo di prodotto che i regimi poco democratici o per niente democratici reclamano con insistenza: armi. A giugno Roma ha venduto a Baku un C27J Spartan, aereo per il trasporto tattico di Leonardo. Qualche decina di milioni di euro. Un bel segnale per la promettente cooperazione nel settore Difesa agevolata da un viaggio nel gennaio 2023 del ministro Guido Crosetto. A settembre l’esercito azero, però, ha ripreso a martellare il territorio conteso del Nagorno Karabakh e dunque la martoriata popolazione armena della defunta Repubblica dell’Artsakh.

 

Il secolare conflitto è finito con la resa degli armeni e decine di migliaia di profughi. La risoluzione del Parlamento europeo (4 ottobre 2023) ha parlato di «pulizia etnica»: «Deploriamo il numero di morti e feriti causato dal recente attacco a opera dell’Azerbaigian, esprimiamo solidarietà agli armeni del Nagorno Karabakh che sono stati costretti ad abbandonare le loro case e le loro terre ancestrali; riteniamo che la situazione attuale equivalga a una pulizia etnica». Per capitalizzare la vittoria issando la bandiera azera nel Nagorno Karabakh, il presidente Aliyev ha indetto elezioni anticipate per ottenere il quinto mandato consecutivo e restare al potere almeno sino al 2031. Aliyev è subentrato vent’anni fa al padre Heydar, figura di assoluto rilievo ai tempi dell’Unione Sovietica e poi fondatore dell’Azerbaigian indipendente. Con la repressione del dissenso, gli arresti dei giornalisti e una competizione farsesca, Aliyev ha trionfato col 92 per cento dei voti e un’affluenza del 76 per cento. Che i capi siano dittatori o autocrati, ai regimi non democratici la supponenza occidentale non piace più. Così il Comitato elettorale centrale, non proprio un organismo imparziale, ha allestito il suo controcanto. Ha portato a Baku “osservatori” di chiara provenienza democratica e li ha mostrati alla popolazione con interviste e dichiarazioni amplificate dall’agenzia di stampa statale Apa. Per l’Italia bastava scegliere. Il gruppo di amicizia interparlamentare è parecchio attivo e lo presiede Marco Scurria (FdI) che in passato è andato a Baku a celebrare i cent’anni dalla nascita di Heydar Aliyev con Ettore Rosato (Iv) e Giulio Terzi, ex ministro degli Esteri con Mario Monti diventato politico con Giorgia Meloni. I tre parlamentari Caiata, Di Giuseppe e Gruppioni si sono definiti «osservatori». In nome e per conto di chi? Non erano col gruppo Osce, peraltro composto da sei italiani, quattro deputati e due senatori di estrazione mista. Di Giuseppe e Gruppioni sono risultati assenti per la Camera, mentre Caiata in missione per Ince, l’Iniziativa Centro Europeo. L’Espresso ha contattato i tre parlamentari. Di Giuseppe ha spiegato di aver assolto anche il suo ruolo di presidente del Comitato per il Commercio internazionale. La sua vicepresidente Gruppioni ha precisato di avere riportato ciò che ha visto, nessuna rielaborazione, nessuna opinione. Una sorta di asettica cronista. Caiata non ha risposto. Evidentemente il modello azero l’ha incuriosito parecchio. E lo sta provando.

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Dall’Armenia una campagna elettorale contro Putin: la storia dell’attivista russo Yuri Alekseyev (Euronews 14.03.24)

L’attivista russo Yuri Alekseyev ha lanciato una campagna elettorale contro il presidente Putin dall’Armenia. Costretto a lasciare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, a causa della dura repressione dei critici della guerra, ora protesta davanti all’ambasciata russa a Yerevan

Prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, Yuri Alekseyev viveva in una capanna nella foresta, in Russia. Appena saputo dello scoppio del conflitto Yuri ha esposto uno striscione che recitava “No alla guerra”. Le autorità russe lo hanno arrestato e dopo 15 giorni di carcere ha capito che sarebbe stato costretto a lasciare il Paese per evitare di venire mandato in prigione per periodi più lunghi.

Ora Yuri ha deciso di portare avanti la sua protesta dall’Armenia, dove si è trasferito nel maggio del 2022. Con le elezioni presidenziali alle porte in Russia, lo si può spesso vedere davanti all’ambasciata di Mosca a Yerevan, la capitale armena, invitare le persone a votare contro Putin mentre impugna un cartello con su scritto “Sono russo, Putin è un assassino”.

In Russia chi esprime il proprio dissenso e protesta pubblicamente contro la guerra è represso dalle autorità. Le persone che usano il termine “guerra” piuttosto che la denominazione scelta dal Cremlino, “operazione speciale”, rischiano di finire in prigione.

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Sovvenzioni per i comuni armeni che accolgono i rifugiati: invito a presentare progetti (Consiglio d’Europa 14.03.24)

Il Congresso dei poteri locali e regionali, in linea con il suo impegno a sostenere gli armeni del Karabakh e la sua “disponibilità a fornire assistenza, utilizzando tutti gli strumenti statutari, di cooperazione e politici a sua disposizione” (Dichiarazione 7 (2023)), ha lanciato uno schema di sovvenzioni per sostenere i comuni che accolgono i rifugiati dal Karabakh in Armenia.

Attraverso un progetto attuato dal Centro di competenza per il buon governo nel quadro del Piano d’azione del Consiglio d’Europa per l’Armenia 2023-2026, le autorità locali armene possono richiedere delle sovvenzioni per attuare progetti che creino resilienza e rispondano alle loro esigenze urgenti e di medio termine a sostegno dei rifugiati, assicurando protezione per i loro diritti umani e superando le sfide associate all’istruzione, a un rifugio e all’alloggio, ai servizi sociali, all’impiego e all’integrazione.

La scadenza per la presentazione delle candidature è il 12 aprile 2024. Ulteriori dettagli sono disponibili sulla pagina web dell’Ufficio del Consiglio d’Europa a Erevan.

La Shoah è unica, ma dagli armeni ai curdi la storia di un secolo è costellata di stermini (Il Giornale 14.03.24)

«Genocidio», «Shoah» e «Olocausto» e sono tre esempi di parole o espressioni che ormai svolazzano iperleggere, sradicate, intercambiabili, svuotate di peso culturale e storico, voci qualsiasi in un parolaio senza chiaroscuri in cui è calata la comunicazione globale. Persino Liliana Segre, forse perché pressata dai giornalisti, l’altro giorno ha confuso l’unicità della Shoah e dell’Olocausto (i sei milioni di ebrei trucidati dalla Germania nazista) con la categoria storica del genocidio, inteso come volontà di distruggere fisicamente e completamente un gruppo etnico e di farlo sparire anche sotto il profilo culturale.

Fu un genocidio, per esempio, anche quello dei serbi contro i musulmani bosniaci, fu un genocidio quello del Ruanda, della Cambogia di Pol Pot, mentre incredibilmente, non lontano dall’Italia, c’è ancora chi pratica del negazionismo sul genocidio dei turchi contro gli armeni: il primo genocidio del Novecento, appunto, è stato quello degli armeni, quando nel 1915, in piena Guerra mondiale, la Turchia ne fece deportare un milione e mezzo nella lontana Anatolia, dove furono affamati, violentati, decapitati e impalati; stiamo parlando del quaranta per cento della popolazione armena massacrata nel corso di poche settimane.

Adolf Hitler, com’è accertato, prefigurò lo sterminio degli ebrei ispirandosi a quello degli armeni; in un suo celebre discorso del 22 agosto 1939 disse che nell’invadere la Polonia occorreva massacrare «uomini e donne e bambini» senza preoccuparsi di conseguenze future: del resto, si chiese, «chi si ricorda, oggi, dei massacri degli armeni?».

Ottima domanda che, anche a livello storico, ha talvolta prodotto un penosissimo conflitto tra genocidi. Il genocidio degli armeni manca dai libri di scuola turchi, ovviamente, ma anche da quelli tedeschi: questioni diplomatiche. Il quotidiano tedesco Die Welt diede notizia che il Brandeburgo aveva deciso di eliminare ogni riferimento ai massacri ottomani ed era rimasto l’ultimo stato tedesco a parlarne in un testo scolastico; secondo Die Welt, era la conseguenza di pressioni esercitate da Ankara. Non meno triste che il negazionismo turco, a lungo, sia andato a braccetto con quella parte del mondo ebraico ben decisa a sostenere l’unicità dell’Olocausto: Elie Wiesel e le più importanti organizzazioni ebraiche si ritirarono da un convegno internazionale giacché i suoi organizzatori avevano incluso anche il caso armeno nel programma. Nel gigantesco Holocaust Memorial di Washington, per pressioni turche e israeliane, ogni riferimento agli armeni era stato eliminato. Ma c’è anche un’altra realtà, per fortuna: ci sono studi e seminari anche israeliani dove i genocidi non vengono messi in contrapposizione bensì analizzati in parallelo; il vice-ministro degli esteri israeliano Iosi Beilli, in Parlamento, nel 1994, affermò che lo sterminio degli armeni era stato un genocidio punto e basta. In Italia, in compenso, abbiamo avuto l’Unità: nell’ottobre 2006 si scagliò contro la legge francese che tutelava gli armeni in quanto «finisce per relativizzare l’unicità dell’Olocausto». Ancora nell’aprile 2015, una conosciuta giornalista dell”Huffington Post raccontò il governo Renzi aveva preteso di eliminare la parola «genocidio» da una rassegna culturale dedicata al popolo armeno: il titolo della rassegna, fissato a fine dicembre 2015, era «Armenia, a cento anni dal genocidio (1915-2015)», ma divenne «Armenia: metamorfosi tra memoria e identità». Una professoressa della Sapienza disse che «la Turchia è nella Nato e non avrebbe gradito, questo ci hanno spiegato».

L’espressione «genocidio» fu coniata nel 1946 durante il processo di Norimberga, e a voler elencarli tutti, i genocidi, c’è solo il rischio di dimenticarne qualcuno. Oltre ad armeni ed ebrei e zingari e sinti, sempre dimenticati, anche se condivisero l’Olocausto in Cina ci fu la rivolta dei Boxer, i 48 milioni di cinesi caduti sotto il regime di Mao, i 20 milioni i russi eliminati durante il terrore staliniano, il milione di comunisti indonesiani eliminati dal governo tra il 1974 e il 1999, il milione di cambogiani stramazzati sotto il regime di Pol Pot, poi i genocidi africani in Sudan, Rwanda, Burundi, quelli del sudamerica col milione di desaparecidos delle dittature militari, senza dimenticare i curdi e gli iracheni (tra cui 560 mila bambini) morti per la politica di Saddam Hussein. Si parla sempre di «memoria» e di «non dimenticare», ma il rischio, per i più, è non aver neppure mai saputo.

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Chi sono i Ladaniva, il gruppo franco-armeno protagonista dell’Eurovision 2024 (Notiziemusica 14.03.24)

Dall’Armenia alla Francia, dalla Francia alla Svezia, dalla Svezia al mondo intero. Il percorso dei Ladaniva è stato apparentemente lungo e tortuoso, ma potrebbe permettere a questa curiosa band di raggiungere i vertici della musica internazionale grazie a una vetrina prestigiosa come quella dell’Eurovision 2024. Andiamo a scoprire alcune curiosità sulla loro carriera e la loro vita privata.

Chi sono i Ladaniva: membri e carriera

La storia dei Ladaniva nasce a Lilla, in Francia, ma ha radici ben più profonde. È la storia, come molte altre, della ricerca di fortuna lontano da casa da parte di rappresentanti di un popolo a lungo costretto alla diaspora. A formare la band franco-armena sono due membri di grande talento: la cantante di origini propriamente armene Jaklin Baghdarsaryan e il polistrumentista francese Louis Thomas.

L’anima armena del duo è ovviamente rappresentata da Jaklin, nata proprio in Armenia, a Yeghegnadzor, ma cresciuta in Bielorussia, a Minsk, prima di trovare stabilità in Francia quando vi si è stabilità, nel 2014, insieme alla madre.

Proprio qui ha potuto coltivare la sua passione per la musica e i suoi studi, iscrivendosi al Conservatorio locale. Qui ha conosciuto Thomas, originario proprio di Lilla, e con lui ha deciso di costruire un progetto musicale molto originale.

Dopo aver vissuto le prime esperienze dal vivo, hanno dovuto fermarsi durante il periodo della pandemia da Covid a causa delle restrizioni imposte anche dal governo francese. In quei mesi difficilissimi due loro video, per i brani Vay aman e Zepyuri nman, hanno riscosso però un successo straordinario online, grazie soprattutto al supporto della comunità armena, dando impulso alla loro carriera.

Da lì ha poco hanno pubblicato il loro primo singolo, Kef chilini, e nel 2023 hanno fatto il loro esordio discografico con l’omonimo album di debutto, prodotto da un’etichetta belga, la PIAS Recordings.

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Ue, ok a risoluzione per valutare adesione dell’Armenia/ “Se continua con riforme per consolidare democrazia” (Il Sussidiario 13.03.24)

Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sulla possibilità di concedere all’Armenia lo status di candidato all’adesione all’UE. “Se il Paese dovesse essere interessato a candidarsi e a  continuare il suo percorso di riforme che consolidano la sua democrazia, questo potrebbe mettere le basi per una fase di trasformazione nelle relazioni tra le due parti”, si legge come riportato da Armen Press nella nota congiunta dei membri dell’organo legislativo.

La questione era già stata discussa nei mesi scorsi. “La Repubblica di Armenia è pronta ad essere il più possibile vicina all’Unione europea”, aveva affermato lo scorso 17 ottobre il Primo Ministro Nikol Pashinyan al Parlamento europeo. Il progetto sottolinea in tal senso che le relazioni UE-Armenia si dovranno basare su valori comuni come la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali. L’ampliamento della cooperazione non includerebbe soltanto il partenariato economico, ma anche il dialogo politico, la sicurezza, le relazioni tra le persone e gli altri Paesi.

Ue, ok a risoluzione per valutare adesione dell’Armenia: il progetto

Il progetto del Parlamento europeo, oltre a valutare l’adesione dell’Armenia all’Ue, ribadisce anche la necessità di un accordo di pace tra il Paese e l’Azerbaigian, con un riferimento anche agli eventi che hanno avuto luogo nel Nagorno-Karabakh nel settembre dello scorso anno, quando la popolazione armena che viveva lì da secoli – circa 100.000 persone – sono dovute espatriare a seguito di un’offensiva azera. “L’esercito azero continua a occupare circa 170 km2 del territorio sovrano dell’Armenia”, viene sottolineato. 

È per questo motivo che la risoluzione afferma inoltre che l’UE, in caso di adesione, dovrebbe essere pronta a imporre sanzioni contro qualsiasi persona fisica o giuridica che minacci la sovranità dell’Armenia. La strada per arrivare a un accordo di questo genere tuttavia appare ancora lunga. In merito si attendono nuovi sviluppi nei prossimi mesi.

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Villafranca, Laura Ephrikian presenterà il suo libro “Una famiglia armena” il prossimo 20 marzo (Vetrinatv 13.03.24)

𝗟𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗘𝗽𝗵𝗿𝗶𝗸𝗶𝗮𝗻 presenterà il suo libro “𝗨𝗻𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗮𝗿𝗺𝗲𝗻𝗮” (𝘚𝘱𝘢𝘻𝘪𝘰 𝘊𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘌𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪) a 𝗩𝗶𝗹𝗹𝗮𝗳𝗿𝗮𝗻𝗰𝗮 𝗧𝗶𝗿𝗿𝗲𝗻𝗮 il 𝟮𝟬 𝗠𝗮𝗿𝘇𝗼, ore 𝟭𝟳.𝟯𝟬, presso il 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗗𝗶𝘂𝗿𝗻𝗼 “𝗣𝗶𝗽𝗽𝗼 𝗕𝗼𝗻𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼”. L’evento è organizzato dalla 𝗟𝗨𝗧𝗘 𝗱𝗶 𝗩𝗶𝗹𝗹𝗮𝗳𝗿𝗮𝗻𝗰𝗮 𝗧𝗶𝗿𝗿𝗲𝗻𝗮 con la collaborazione dell’𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗢𝗿𝗶𝘇𝘇𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲 e il patrocinio gratuito del Comune. Il libro racconta la vita di una bambina (Laura) nata a Treviso nel 1940, mentre nei cieli d’Europa si incrociavano le scie di aerei militari impegnati in drammatiche operazioni di guerra.

“𝘊𝘰𝘮𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘰𝘳𝘨𝘢𝘯𝘪𝘻𝘻𝘢𝘳𝘦 𝘦𝘷𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢𝘭𝘪 – afferma il Presidente di Orizzonte Comune 𝗥𝗼𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗦𝗮𝗶𝗮 – 𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘢𝘣𝘰𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝗟𝗨𝗧𝗘, 𝘤𝘩𝘦 𝘢 𝘝𝘪𝘭𝘭𝘢𝘧𝘳𝘢𝘯𝘤𝘢 𝘰𝘧𝘧𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘰𝘵𝘵𝘪𝘮𝘰 𝘴𝘦𝘳𝘷𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘦𝘯𝘥𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘯𝘦𝘳𝘨𝘪𝘦. 𝘚𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘦𝘴𝘪̀ 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘰𝘴𝘱𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘪𝘯𝘢 𝘶𝘯 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘢𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘥𝘪 𝘓𝘢𝘶𝘳𝘢 𝘌𝘱𝘩𝘳𝘪𝘬𝘪𝘢𝘯, 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘦 𝘥𝘢 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘦 𝘩𝘢 𝘥𝘢𝘷𝘷𝘦𝘳𝘰 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘦. 𝘚𝘢𝘳𝘢̀ 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘰𝘴𝘱𝘪𝘵𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯 𝘰𝘤𝘤𝘢𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘪𝘧𝘦𝘴𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 ‘𝘋𝘰𝘯𝘯𝘦’, 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘢̀ 𝘪𝘭 23 𝘦 24 𝘔𝘢𝘳𝘻𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘴𝘪𝘮𝘪” conclude. “𝘘𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘮𝘪 𝘦̀ 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘥𝘪 𝘓𝘢𝘶𝘳𝘢 𝘌𝘱𝘩𝘳𝘪𝘬𝘪𝘢𝘯 – racconta 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲 𝗣𝗮𝗽𝗮𝗹𝗶𝗮, responsabile della sezione LUTE di Villafranca – 𝘢𝘤𝘤𝘦𝘵𝘵𝘢𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘦𝘯𝘵𝘶𝘴𝘪𝘢𝘴𝘮𝘰. 𝘕𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪 𝘭𝘦𝘪 𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘦: 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘪𝘤𝘦, 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘳𝘪𝘤𝘦 𝘛𝘝, 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘵𝘵𝘳𝘪𝘤𝘦, 𝘮𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘦 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘭𝘦𝘪 𝘦̀ 𝘷𝘪𝘤𝘪𝘯𝘢 𝘢𝘭 𝘮𝘪𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰: 𝘪𝘭 𝘝𝘰𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘳𝘪𝘢𝘵𝘰. 𝘐𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘦𝘨𝘯𝘰 – conclude – 𝘦̀ 𝘢𝘮𝘮𝘪𝘳𝘦𝘷𝘰𝘭𝘦”.

Interverranno, oltre all’autrice, anche 𝗔𝗺𝗲𝗹𝗶𝗮 𝗦𝘁𝗮𝗻𝗰𝗮𝗻𝗲𝗹𝗹𝗶, già docente e dirigente scolastica e 𝗥𝗼𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗦𝗮𝗶𝗮, in qualità di Presidente di Orizzonte Comune. Ephrikian presenterà la sua ultima fatica letteraria anche a Barcellona Pozzo di Gotto, il 25 Marzo alle 17.30 presso l’ITET “E. Fermi”.

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