Eurovision 2024: il duo Ladaniva rappresenterà l’Armenia (Eurofestival 9.03.24)

L’Armenia fa una scelta di grande classe: sarà il duo Ladaniva a rappresentare il Paese e Amp Tv a Malmö all’Eurovision 2024. Si tratta di un progetto musicale composto da artisti francesi di origine armena, con base in Francia. Louis Thomas, francese e Jasmin Baghdasaryan, nata in Armenia, cresciuta a Minsk prima di trasferirsi in Francia dalla madre.

Nel 2022, oltre ad aver rappresentato l’Armenia alla festa europea della musica ad Europavox, hanno anche vinto il People’s Choice al Music Moves Europe Talent Award. L’edizione dell’Eurovision 2024 vedrà dunque in gara tre degli ultimi quattro vincitori di questo premio, organizzato da Unione Europea, Reperbahn Festival e Eurosong Noorderslag, l’associazione che sovrintende all’omonimo showcase festival che vede protagonisti gli artisti emergenti migliori d’Europa selezionati dalle radio aderenti ad Ebu. Le altre due vincitrici sono le ucraine Jerry Heil e alyona alyona, in coppia per l’Ucraina.

 

Freschi di uscita del primo album eponimo, l’ultimo singolo è la dolcissima “Je t’aime tellement”. La caratteristica del duo è infatti quella di mescolare o alternare nelle loro produzioni la chanson francese ed il folk in lingua armena oltre alla world music.

Ovviamente, a chi ha qualche annon in più non sarà sfuggita la citazione che sta nel loro nome: Niva era infatti un celebre modello di autovetture della Lada, la popolare marca sovietica: simile alla Panda, era diffusa anche in Italia negli anni 80 e 90.  Spiega la voce del duo:

Lada Niva è un’auto che va ovunque e scala altezze non scoperte, proprio come facciamo nella nostra band. Siamo entusiasti di questa opportunità e pronti a ravvivare l’Eurovision 2024 con la nostra diversità musicalità

Il direttore esecutivo di AmpTV, Hovhannes Movsisyan, aggiunte:

Ladaniva porterà la loro energia colorata e contagiosa all’Eurovision. Essendo un mix etnico sia musicale che artistico, l’ingresso dell’Armenia sta per ispirare ponti culturali.

Diversi brani li hanno fatti conoscere al grande pubblico: “Shakar”, una delle loro più recenti produzioni in armeno, ha oltre 14 milioni di visualizzazioni sul loro canale YouTube. Ma i brani che forse li rappresentano meglio sono “Pourquoi t’as fait ça?” e “Vay Aman“. Nessuna delle canzoni qui presentate è elegibile per l’Eurovision 2024, essendo tutte state rilasciate molto prima del 1.settembre scorso.

Il brano verrà annunciato nei prossimi giorni, anche se è probabile che sia già nelle mani di EBU, visto che lunedì 11 c’è l‘Head of Delegation Meeting che tradizionalmente segna la deadline per la consegna delle canzoni in concorso. In questo periodo sono in tour in Francia, ma ovviamente questa designazione cambierà molto i loro piani.

L’Armenia all’Eurovision Song Contest

L’Armenia è stata sorteggiata ad esibirsi nella prima metà della seconda semifinale, quella nella quale voterà l’Italia e anche la Francia, che non solo è la terra adottiva del duo ma anche il Paese europeo con la più grande comunità armena fuori dall’Armenia.

In Svezia marcherà la sedicesima partecipazione all’Eurovision. Il miglior risultato continuano ad essere i quarti posti ormai datati di “Qele qele” (Sirusho, 2008) e “Not alone” (Aram Mp3, 2014), ma nel 2022, “Snap” di Rosa Linn, nonostante il ventesimo posto è diventata una hit internazionale grazie al traino dei social, superando le 12 milioni di copie vincendo due dischi di diamante (in Brasile), 25 dischi di platino e uno d’oro.

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Il potere delle diaspore (Città Nuova 09.03.24)

Armeni, curdi, fenici, ebrei: quattro popoli che vivono in sequenza geografica, da nord a sud, nella regione del pianeta che, dalla Seconda guerra mondiale, anzi, dall’inizio del XX secolo, conosce una notevole diaspora delle singole popolazioni (avrei potuto aggiungere anche il popolo palestinese, che però ha connotazioni spesso diverse da quelle che vedremo di seguito). Ognuno di questi quattro popoli ha una sua storia precisa e unica, ma nello stesso tempo vi sono diversi elementi che li accomunano.

In primo luogo, sono ponti tra il blocco asiatico e quello europeohanno poi uno spiccato senso degli affari, in quanto sono inseriti, chi più chi meno, negli ingranaggi dell’economia mondiale; in terzo luogo, sono stati e talvolta sono anche oggi perseguitati, se non hanno addirittura conosciuto veri genocidi; sono tra l’altro accomunati dall’esiguità dei loro territori; hanno poi una fortissima identità nazionale mantenuta nei secoli limitando al massimo il “meticciato” per alleanze matrimoniali; infine, la maggioranza di questi popoli vive in diaspora, in altri Paesi, con percentuali che variano, ma che superano per tutti e quattro i popoli la metà della popolazione. Sono diaspore che vanno indietro nei secoli e che sempre e comunque rimangono legate a doppia mandata al loro popolo e al loro territorio.

La diaspora ha solitamente ragioni molteplici: ad esempio, quella che ha colpito l’Italia nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX aveva ragioni economiche – non c’era lavoro sufficiente – e politiche – i regimi totalitari e le varie guerre −, avendo come risultato la partenza di milioni di persone. Spesso, a tali ragioni economiche e politiche vi si aggiungono motivazioni ambientali e naturalistiche, oltre all’ingerenza negli affari interni di potenze straniere, che intervengono per fare incetta di risorse naturali e per occupare posizioni geostrategiche.

Dati questi elementi comuni alle diaspore che hanno colpito e colpiscono i quattro popoli scelti, viene da chiedersi quali influenze abbiano gli espatriati sulla porzione di popolo rimasto in patria. La più forte non è quella economica, come si sarebbe portati a credere, visto che tutti e quattro i popoli non riuscirebbero a sopravvivere senza l’apporto di denaro delle proprie diaspore sparse sul pianeta: esempio ne sia la crescita esponenziale, in un Libano senza praticamente più Stato e banche, in un sistema economico che potrebbe essere definito “senza leggi e in contante”, delle agenzie di trasferimento fondi; o, ancora, il contributo della diaspora ebraica alla guerra di Israele contro Hamas, con un incremento che si stima al 25% delle rimesse. Ma anche curdi e armeni non riuscirebbero a sopravvivere senza i cospicui contribuiti che arrivano dall’estero, in valuta (il dollaro, immancabilmente, molto più solido delle monete locali).

Dunque, l’aspetto economico e quello finanziario hanno il loro peso, ma ancor più importante, anche se non quantificabile, è la spinta identitaria. Gli emigrati, anche grazie agli strumenti digitali, sono ormai in contatto quotidiano con la madre patria, dove solitamente hanno lasciato genitori e nonni, i vecchi, perché naturalmente sono i più giovani che fanno il balzo verso l’estero, spesso e volentieri per mantenere la famiglia o per motivi di sicurezza. Non di rado, anzi molto frequentemente, questi espatriati mantengono o acquistano piccole o grandi proprietà in madre patria, dove tornano almeno una volta all’anno. Le campagne, in questi quattro Paesi, sono punteggiate da case in stile “eclettico”, spesso inguardabili, che rimangono vuote tutto l’anno, salvo nei periodi di vacanza. Il ritorno periodico serve a incoraggiare chi resta in patria a mantenere salda l’identità del popolo.

Corollario a tale motivazione identitaria è il sostegno che coloro che sono in diaspora danno nel caso dello scoppio di qualche conflittualità, latente o attuale. Sono stato ad esempio sorpreso dal sostegno della diaspora armena ai cittadini in patria nei tristi momenti (per loro, non per gli azeri) dell’ultima guerra-lampo per il Nagorno Karabakh, mentre è notorio l’appoggio materiale e morale della diaspora curda alle gravissime emergenze belliche nelle porzioni di territorio che ricadono su Siria, Iraq e Turchia: il popolo curdo, lo sappiamo, non ha una sua patria indipendente, a differenza degli altri tre popoli qui presi in considerazione.

Di più, le diaspore curda, armena, ebraica e libanese si manifestano quasi sempre più belligeranti della parte rimasta in patria. Non è un fenomeno sconosciuto a chi si occupa di storia e di geopolitica, ma è l’intensità nutrita dai social network a colpire. Cito i social perché è macroscopica la massa di informazioni false o unilaterali che giungono alle diaspore dai Paesi di origine, o prodotte dalle stesse diaspore e inviate in patria, che modificano la realtà per contrastare i nemici di turno. Impressionante il fake o deep fake che circola a proposito del 7 ottobre e della susseguente reazione israeliana.

Non abbiamo poi affrontato il tema dell’influsso delle credenze religiose sulle diaspore di questi quattro popoli, ma è indubbio che siano presenti, spesso creando un mix politico-religioso di effetto certo e, non raramente, tutt’altro che atto a favorire pace e riconciliazione.

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Intervista esclusiva a Maurizio Redegoso Kharitian (Unionemusicale 08.03.24)

Maestro Redegoso, ci presenta il vostro progetto?
«Nella mia testa è nato nel 2007, subito dopo essere ritornato dal mio primo viaggio in Armenia alla ricerca delle mie origini materne. Un viaggio intriso di pathos emotivo in quanto proprio con mia madre avrei voluto compierlo, purtroppo morì poco prima. Ho scoperto un’antichissima civiltà, una straordinaria ricchezza storica e culturale. Decisi quindi di occuparmi attivamente, soprattutto dedicandomi all’approfondimento delle musiche che avevo ascoltato. L’incontro con l’attore e regista Stefano Zanoli ha fatto sì che anche la parte letteraria fosse coinvolta. E allora nacque ciò che ci piace definire un Laboratorio Artistico Permanente sulla cultura Armena, che è comunque poco conosciuta e studiata anche nelle nostre scuole. In 17 anni abbiamo realizzato un centinaio di eventi in Italia, Francia e Svizzera. Inoltre siamo stati inviati anche in Armenia. Per la parte musicale ho creato tredici diverse formazioni che hanno visto l’unione di voci, strumenti, percussioni nell’ottica di una fusione di diversi timbri, suoni, frequenze delle diverse tradizioni orientali e occidentali».

A che cosa fa riferimento il titolo Nor Arax?
«Nel 1919, dopo le ultime ondate di deportazioni subite a seguito del Genocidio del 1915, alcune decine di famiglie armene sbarcarono a Bari dove vennero accolte da un imprenditore tessile che le ospitò nel suo lanificio (La maggioranza di quelle famiglie proveniva dall’Anatolia, patria della produzione di tappeti, quindi hanno potuto proseguire e diffondere quella conoscenza anche in Italia). In seguito, grazie anche all’intervento del poeta armeno Hrand Nazariantz, già presente nel nostro paese, venne concesso un terreno dove gli esuli armeni fondarono un villaggio che chiamarono Nor AraxAras o Arax è il nome di un fiume che scorre lungo l’Armenia, la Turchia, il Caucaso e l’Iran, crocevia di culture millenarie. Nor significa nuovo, il nuovo sentimento, il nuovo senso per quelle acque che scorrono: non più confine, separazione, ma unione e vita».

I brani o gli autori che avete scelto sono particolarmente rappresentativi della cultura armena?
«Direi di sì, ma ogni volta Progetto Nor Arax presenta anche autori e brani fra i meno noti. In ogni caso mi piace pensare che il pubblico verrà accompagnato in un viaggio che dalla nostra epoca giungerà a ritroso fino ai primi canti cristiani di matrice armena appunto. È consuetudine per me dire che i programmi sono come un fil rouge che si mantiene inalterato attraverso i secoli. Di Aram Khatchaturian, suoneremo una giovanile e poco eseguita Suite per viola e pianoforte. È un brano del 1929, lo stesso del Poema per violino e pianoforte e di poco anteriore alla Toccata per pianoforte e al Trio per pianoforte, violino e clarinetto. Tigran Mansurian è il più importante compositore armeno vivente, che dopo contatti con famosi autori sovietici e con Pierre Boulez ha trovato uno stile più arcaico molto legato alla spiritualità armena. Alan Hovhaness è un caso atipico: pur avendo vissuto prevalentemente negli Stai Uniti, le sue origini armene sono tradotte nelle sue opere; inoltre ha compiuto ricerche molto profonde nelle tradizioni musicali di tutto l’Oriente (Giappone, Cina, India). Khatchadour Avedissian ha il merito di avere saputo mirabilmente creare una sintesi fra la musica tradizionale e quella colta armena, ricreando le sonorità tipiche dell’orchestra formata dagli strumenti mediorientali ma con strutture compositive proprie della tradizione occidentale. Naturalmente grande protagonista è sempre la figura di Komitas Vardapet, che meriterebbe un lungo approfondimento. Senza il suo fondamentale contributo la musica armena perderebbe in gran parte la sua importanza e il suo fascino. Komitas è stato il primo etnomusicologo, colui che per lunghi anni ha girato lungamente tutta l’Anatolia e altre regioni storiche dell’Armenia per raccogliere un patrimonio immenso che raggiunse le 4000 opere. Purtroppo gran parte di queste tesoro musicale è stato distrutto durante il Genocidio e rimangono circa 1200 esemplari; tuttavia il suo genio ha permesso a tutti noi – grazie a una minuziosa opera di trascrizione su pentagramma occidentale – di studiare tutto un patrimonio che fino al 1899 veniva tramandato tramite una originale notazione musicale tipica dell’Armenia. In questo programma abbiamo l’esempio dei suoi lavori pianistici, che ci immergono nel suo stile autentico, e grazie alla presenza del duduk punteggiata dalla viola avremo una tavolozza di suoni davvero molto densa di emotività. L’altro autore a me molto caro è Georges Ivanovich Gurdjieff (anche se la sua identità probabilmente è un’altra, ma questo è un altro discorso). Mi piace presentarlo accanto a Komitas per ragioni sia musicali sia spirituali: i due infatti si sono molto probabilmente conosciuti in una confraternita e il loro rapporto si mantenne vivo nel tempo. Durante i suoi numerosi viaggi dalla Grecia al Tibet, Gurdjieff memorizzò decine di melodie orientali. Per la trascrizione si avvalse dell’opera del suo allievo e discepolo, Thomas De Hartmann, noto compositore della Russia zarista. La prima stesura di questo lavoro, che nella forma definitiva raccoglie circa trecento brani, non fu soddisfacente. De Hartmann fu quindi inviato da Gurdjieff proprio a Yerevan (capitale dell’Armenia) per ascoltare le musiche di Komitas che davano chiara dimostrazione dello stile orientale. A quel punto fu chiaro come trasferire su pentagramma quel patrimonio raccolto in precedenza. Vi sarà anche una famosa melodia risalente all’anno 1000, Havun Havun, del mistico armeno Gregorio di Narek».

Che ruolo ha la musica popolare nel lavoro dei compositori armeni di musica colta?
«Riprendendo il discorso su Aram Khatchaturian, certamente è stato il compositore più noto ad avere utilizzato i materiali fissati da Komitas. In tutta la produzione di Khatchaturian vi sono citazioni (a volte trasposizioni integrali) di temi armeni da tutta la tradizione sia sacra che profana. Evito di fare un lungo elenco di compositori dall’epoca armeno-sovietica a oggi: mi limito a portare la mia testimonianza di questi anni di lavoro e ricerca in cui mi è stato anche chiesto di occuparmi di autori contemporanei. Ebbene, in tutte le opere che ho ricevuto da compositori armeni sparsi in tutto il mondo (soprattutto opere cameristiche di cui mi occupo maggiormente) sono chiare le presenze di stilemi tipici della musica orientale, a volte con forbite suggestioni ispirate anche dalla magnifica architettura dei monasteri armeni».

C’è un brano musicale in cui gli armeni sparsi per il mondo si riconoscono?
«Difficile sceglierne uno! Direi che fra i più rappresentativi vi sono: Valzer dal balletto Gayanè di Khatchaturian, poi sicuramente alcuni brani di Komitas come KrunkGarun AChinar es ma lo stesso dicasi per Tsaghats Baleni di Avedisyan. Alcuni di questi sono presenti nel programma. Ma sto facendo torto a moltissimi altri. I più fedeli sono legatissimi al famoso Dlè Yaman, un brano sacro molto intenso che riporta purtroppo al clima del Genocidio… Va tenuto conto che la diaspora armena sparsa per il mondo è molto variegata e non tutta proviene dalla piccola Repubblica d’Armenia esistente oggi. Insomma, un fenomeno abbastanza complesso da presentare in questa sede. Questo per dire che c’è moltissima musica che si dipana nel corso di secoli che ha un significato particolare a seconda anche della tradizione culturale delle famiglie d’origine».

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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Mirzoyan “Vogliamo che i confini con la Türkiye vengano aperti il ​​prima possibile” (TRT 07.03.24)

“Vogliamo che i confini con la Türkiye vengano aperti il ​​prima possibile”

Lo ha edtto il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan.

Mirzoyan, che è venuto in Türkiye per il Forum Diplomatico di Antalya  2024 tenutosi dall’1 al 3 marzo, ha parlato ai microfoni dell’Agenzia Anadolu  valutando le relazioni tra i due paesi.

“Esiste un contatto costante tra la Türkiye e il suo Paese e che è stato raggiunto un accordo per aprire la frontiera terrestre al passaggio dei cittadini di paesi terzi in visita nei due paesi”, ha affermato Mirzoyan  ricordando che ciò sarà valido non solo per i cittadini di paesi terzi, ma anche per i titolari di passaporto diplomatico in Armenia e Türkiye.

Mirzoyan ha anche dichiarato che è stato parlato anche del restauro dello storico ponte Ani e ha ricordato che sono stati raggiunti alcuni accordi sulla costruzione di infrastrutture e strade nelle regioni di confine.

“Come Repubblica d’Armenia, desideriamo sinceramente che i confini statali vengano aperti il  ​​più presto possibile. Vogliamo che si stabiliscano relazioni diplomatiche e che aumentino i contatti tra i popoli e le culture”, ha detto Ararat Mirzoyan.

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Armenia. Segretario sicurezza chiede a Mosca di rimuovere le guardie di frontiera dall’aeroporto di Yerevan 8Agenpree 07.03.24)

AgenPress – L’Armenia ha dichiarato di aver chiesto ufficialmente alla Russia di ritirare le sue  guardie di frontiera dall’aeroporto di Yerevan.

“L’Armenia ha una posizione chiara su questo tema e ha informato la Russia con una lettera ufficiale”, ha detto ai giornalisti il ​​segretario del Consiglio di sicurezza armeno, Armen Grigoryan.

In base a un accordo firmato nel 1992 con l’Armenia, la Russia mantiene  diversi distaccamenti di guardie di frontiera in località in tutto il paese del Caucaso meridionale, compreso l’aeroporto Zvartnots di Yerevan.

Sebbene Mosca sia stata storicamente uno stretto alleato dell’Armenia, le relazioni tra i due paesi si sono inasprite lo scorso anno dopo che le forze di pace russe non sono intervenute quando l’Azerbaigian ha preso il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh.

La settimana scorsa, il presidente del parlamento armeno ha affermato che sarebbe “corretto” che le guardie di frontiera russe lasciassero l’aeroporto di Zvartnots, aggiungendo che “noi stessi proteggeremo i confini del nostro Paese”.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto che “nessuno ci ha comunicato queste decisioni [sul potenziale ritiro delle guardie di frontiera] attraverso i canali ufficiali”.

L’annuncio di mercoledì arriva una settimana dopo che l’Armenia ha dichiarato di aver sospeso la sua partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata da Mosca.

Yerevan ha boicottato un vertice della CSTO alla fine dello scorso anno e il primo ministro armeno Nikol Pashinyanin ha affermato che il suo paese “ritiene che la CSTO non abbia raggiunto i suoi obiettivi nei confronti dell’Armenia nel 2021 e nel 2022”.

Ha anche accusato Mosca di condurre una “campagna di propaganda coordinata” contro lui e il suo governo.

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Artsakh, Nagorno: Pulizia Etnica degli Armeni. Lo Scandaloso Silenzio Internazionale. Mkhitaryan. (Stilum Curiae 07.03.24)

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questa intervista rilasciata a Strada Regina TV da Teresa Mkhtirayan, per parlare di una pulizia etnica ancora in corso e passata nel silenzio generale, quella degli armeni dell’Artsakh (Nagorno Karabagh). Buona lettura e condivisione.

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Questo è il collegamento all’intervista

 

  • Cosa dicono i cristiani dell’Artsakh ai cristiani dell’Occidente? 
  • Perché c’è questo terribile silenzio internazionale sull’Artsakh? 

Prima le persone dei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” avevano una specie di ammirazione nei confronti dell’Occidente, dell’Europa, delle organizzazioni internazionali, pensavano che fossero loro quelli grandi e importanti, pensavano che la Giustizia, Verità, i Veri Diritti degli uomini  venissero da lì…. 

Invece adesso cominciano  a capire che in fondo i governi dei paesi ricchi, importanti, le organizzazioni di prestigio,  cercano solo il loro profitto, il loro interesse nei vari giochi politici. 

D’altronde, la Giustizia, la Verità, il Coraggio, l’amore per il prossimo non vengono da un posto geografico  …  sono doni di Dio. Se si toglie Dio dalla vita e dalle decisioni, restano gli interessi umani, dove  il più forte ‘divora’ il più debole. 

E meno male che ci sono persone che capiscono che le cose più belle della vita non si comprano e non si vendono… e grazie di cuore a Francesco Muratore, il giornalista di Strada Regina, che ha messo in gioco la sua libertà per portar avanti la verità e per rompere il silenzio sull’Artsakh. 

Siamo in Armenia, abbiamo preparato tantissimi pachi per i profughi, mettendo in ciascuno una cartolina per ogni famiglia, con su scritto ‘DIO PROVVEDERÀ’.

Dio veramente provvederà per tutti quelli che sperano in Lui, ne sono sicura. 

Un abbraccio forte ,

Teresa

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Il Panthéon accoglie Missak Manouchian, Bordighera ricorda il poeta e partigiano armeno (Foto e video) (Sanremonews 07.03.24)

Bordighera ricorda Missak Manouchian che, a ottant’anni dalla sua esecuzione, è stato accolto nel Panthéon di Parigi. Il professor Lorenzo Vizzini ha, infatti, tenuto, sabato scorso, una conversazione, corredata di immagini di documenti, sul poeta, scrittore, partigiano e combattente armeno della resistenza francese durante la seconda guerra mondiale nella sede dell’Anpi-Ucd in via Al Mercato.

 

 

Un attento e interessato pubblico ha potuto conoscere e apprendere aneddoti sulla vita del membro di punta della Francs-Tireurs et Partisans de la Main d’Oeuvre Immigrée, un gruppo partigiano composto da operai e lavoranti stagionali stranieri che lottò duramente contro i nazisti e i collaborazionisti di Vichy, intervallati da brani musicali eseguiti alla fisarmonica. Del gruppo facevano parte anche alcuni giovani italiani (Spartaco Fontanot, Rino Della Negra, Amedeo Usseglio, Cesare Luccarini) fucilati il 21 febbraio del 1944 dai nazisti con altri 19 compagni. “La particolarità di questo movimento è che gli appartenenti erano tutti stranieri che non esitarono, però, a entrare nella resistenza, per difendere i valori di giustizia, di democrazia e di libertà” – fa sapere Lorenzo Vizzini.

Missak nacque ad Adıyaman, nell’odierna Turchia, il 1º settembre del 1906 da una famiglia armena. Il padre fu ucciso durante il genocidio armeno e sua madre morì di stenti e per malattia poco dopo. Con il fratello fu, quindi, ospitato, alla fine della prima guerra mondiale, in un orfanotrofio della Siria sotto mandato francese. Nel 1925 emigrò in Francia dove, inizialmente, si stabilì a Marsiglia e, in seguito, a Parigi. Insieme a molti connazionali, Manouchian iniziò a lavorare per una rivista letteraria di sinistra ed espressione della cultura armena in Francia. Si iscrisse poi alla Confédération générale du travail (CGT). Nel 1934 aderì al Partito Comunista Francese e, nel 1935, venne eletto segretario del Comitato di Soccorso per l’Armenia (HOC). Quando il Partito Comunista venne messo fuori legge, passò in clandestinità. Venne arrestato in seguito a un raid nel giugno 1941 e fu detenuto a Compiègne per alcune settimane.

Diventò poi responsabile politico della sezione armena clandestina della MOI, di cui si conosce l’attività fin dal 1943. Manouchian entrò nel FTP-MOI di Parigi, gruppi armati costituiti nell’aprile 1942 sotto il comando dell’ebreo bessarabo Boris Holban. Il 17 marzo partecipò alla sua prima azione armata, a Levallois-Perret, ma la sua indisciplina gli valse una nota di biasimo e l’allontanamento. Nel luglio 1943 diventò commissario tecnico dei FTP-MOI parigini e nell’agosto fu nominato commissario militare, sostituendo Boris Holban che era stato esautorato dalle sue funzioni per ragioni disciplinari. I gruppi di Manouchian compirono circa trenta operazioni in tutta Parigi dall’agosto alla metà novembre del 1943. Il 16 novembre 1943 Manouchian fu arrestato alla stazione di Évry Petit-Bourg. Missak, che fu torturato, e ventidue suoi compagni furono fucilati dalla Geheime Feld Polizei (GFP), che sfruttò la situazione a scopo di propaganda. Il 21 febbraio 2024, le salme di Missak Manouchian e sua moglie Mélinée sono state tumulate nel Pantheon francese, a ottant’anni dalla sua esecuzione.

Nel 2009, inoltre, il regista marsigliese Robert Guédiguian realizzò il film L’Armée du crime, basato sulle vicissitudini di Manouchian e dei suoi compagni. Nel 2016 l’album della Banda popolare dell’Emilia rossa “Viva la lotta partigiana” si è chiuso con la traccia n°11 “Lettera d’addio di Missak Manouchian” che prese spunto proprio dalla lettera che Missak scrisse alla sua amata poche ore prima dell’esecuzione.

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ROSA LINN – Universo (Earone 07.03.24)

Con il suo grande successo globale ” SNAP ” che ha raggiunto l’incredibile cifra di 1,3 miliardi di stream  e regna sovrana su TikTok, nelle classifiche di Billboard e nelle radio di tutto il mondo, Rosa Linn , l’acclamata cantante, cantautrice e produttrice di spicco dell’Eurovision 2022, svela il suo tanto atteso nuovo successo pop ” Universe ”.

Prodotto dal vincitore del GRAMMY Award Cirkut  (Miley Cyrus, Katy Perry, Rihanna), “Universe” è un luminoso gioiello pop, che fonde la vivacità elettronica con il calore acustico. All’interno di questa odissea sonora, la voce popolare di Rosa Linn funge da stella polare, navigando attraverso una galassia di emozioni profonde, in un regno dove l’amore non conosce limiti. Il brano arriva oggi insieme a un video musicale ufficiale con Rosa.

“Universe” è il mio inno per i sognatori ad occhi aperti ”, condivide Rosa Linn. “ È una canzone sul desiderio; desiderare qualcuno o qualcosa che non potrai mai avere in questa versione della realtà; immaginando un’altra vita, altre circostanze, creando un mondo completamente diverso in cui tutte le stelle si allineano perfettamente affinché tu possa ottenere quell’unica cosa che ti renderà finalmente completo!

Dalla creazione di brani in Armenia all’abbagliamento dei palcoscenici globali vincendo dischi di platino  d’oro  in 30 paesi, sfondando nella Billboard Hot 100 e aprendo il +-=÷x US Tour 2023 di Ed Sheeran , Rosa Linn è emersa inequivocabilmente come l’ultima novità della scena pop. fenomeno e pioniere. Mercoledì 13 marzo Rosa si esibirà per il secondo concerto consecutivo tutto esaurito all’Hotel Cafe di Los Angeles accompagnata dalla sua band al completo. 

La musicista, cantautrice e produttrice 23enne Rosa Linn ha rappresentato l’Armenia all’Eurovision Song Contest 2022 dove ha eseguito la sua ballata “SNAP” e si è classificata 20a. Spinta da una forte presenza sui social media, la canzone è diventata rapidamente un successo virale su TikTok ed è stata utilizzata come colonna sonora per milioni di persone. Con oltre 6 milioni di creazioni TikTok  fino ad oggi, “SNAP” è diventata la canzone Eurovision di maggior successo e più ascoltata del 2022 e ha anche debuttato nella Billboard Hot 100 degli Stati Uniti al numero 97  e successivamente ha raggiunto il picco al numero 67 , diventando la seconda canzone Eurovision. del 21° secolo per entrare nella classifica.

Con l’obiettivo di diventare la prima artista musicale globale e la prima produttrice musicale donna dell’Armenia, Rosa, originaria della città di Vanadzor, vede un grande potenziale in Armenia. Supportato da una batteria incisiva e da sintetizzatori raffinati, Rosa porta un tocco moderno all’indie-pop della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90. Canta sia in russo che in inglese, dimostrando che il potere di una bella storia è universale. Con un approccio unico all’amore e al desiderio, Rosa porta una nuova prospettiva nel mondo della musica pop.

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Cos’è il Nagorno-Karabakh e perché c’è un conflitto in corso tra Armenia e Azerbaigian (Geopop 06.03.24)

Il Nagorno-Karabakh è una regione del Caucaso meridionale senza sbocchi sul mare, situata tra Armenia e Azerbaigian e al centro di una contesa tra i due Stati che ha portato ad una guerra ancora oggi senza risoluzione. Uno dei numerosi conflitti presenti nel mondo, di cui però si parla molto poco e che ha generato lo sfollamento di migliaia di persone. Ma di cosa si tratta e perché questa regione è contesa tra i due Stati?

A cura di Rachele Renno
Cos’è il Nagorno-Karabakh e perché c’è un conflitto in corso tra Armenia e Azerbaigian

Si sentono spesso nominare sui media il Nagorno-Karabakh e la guerra tra Armenia e Azerbaigian. Ma di che area del mondo stiamo parlando? E come mai questi due Paesi si stanno combattendo? La regione del Nagorno-Karabakh, in lingua armena indicata come Artsakh e in lingua azera come Dağlıq Qarabağ (col significato di “giardino nero montuoso”), appartiene geograficamente all’altopiano armeno e fa parte del Caucaso meridionale. Il territorio è al centro di una guerra tra Armenia e Azerbaigian: quest’ultimo vuole prendere possesso della regione, annettendolo allo Stato, e al momento sta riuscendo nel suo intento. Nel settembre 2023, dopo un intervento militare azero, più di 100.000 persone di origine armena sono state costrette a spostarsi in Armenia.

Perché c’è la guerra in Nagorno-Karabakh: le origini del conflitto tra Armenia e Azerbaigian

La regione del Karabakh è stata da sempre al centro di dominazioni e conquiste e fu proclamata parte dell’impero russo nel 1813; dopo la rivoluzione russa del 1917 entrò a far parte di una federazione, chiamata Federazione Transcaucasica, e fu rivendicata sia dall’Armenia, poiché il 98% della popolazione era costituita da armeni, sia dall’Azerbaigian, a cui fu poi assegnato da Stalin nel 1921.Carta dell’area del Caucaso. Nella parta bassa della mappa si vedono l’Armenia, l’Azerbaigian e, in linea tratteggiata, la regione del Nagorno–Karabakh, ex Repubblica dell’Artsakh
In seguito al crollo e dissoluzione dell’Unione Sovietica, negli anni ‘90 la disputa territoriale del Nagorno Karabakh tornò alla ribalta: la maggioranza armena, con il supporto logistico del vicino Stato armeno, iniziò a rivendicare l’indipendenza dall’Azerbaigian e la riunificazione all’Armenia.

Non c’è solo la guerra in Ucraina: i principali conflitti e le crisi in corso nel mondo
Di Alessandro Beloli
La mancanza di un accordo e la crescente tensione tra le due parti portò allo scoppio della prima guerra del Nagorno Karabakh, che dal 1992 al 1994 causò più di 30.000 vittime. Alla fine della guerra, con il cessate il fuoco, la maggioranza armena nella regione proclamò la nascita della Repubblica dell’Artsakh, che però non è mai stata formalmente riconosciuta dalla comunità internazionale e dall’Azerbaigian: di fatto quest’ultimo Paese rivendica il Nagorno-Karabakh come parte del proprio territorio.

La situazione oggi: gli ultimi avvenimenti
Nel settembre 2020 sono ricominciate le ostilità, con un attacco da parte dell’Azerbaigian alla regione. Dopo alcuni giorni di scontri il Paese ha occupato la parte meridionale della regione del Nagorno-Karabakh, sotto il controllo armeno. Dopo vari appelli dell’ONU e con la mediazione della Russia, nel novembre 2020 è stata proclamata una tregua tra i due Stati, con la creazione di una zona di pace al confine, presieduta dalla Russia come garante.

Il 19 settembre 2023, tuttavia, l’Azerbaigian ha nuovamente attaccato militarmente la regione a maggioranza armena e, dopo la vittoria, ha ottenuto la resa della Repubblica di Artsakh, provocando l’esodo di migliaia di armeni (più di 100.000 persone) attraverso il ponte di Hakari. L’esercito azero aveva infatti bloccato il cosiddetto corridoio di Lachin, lungo il confine con l’Armenia, attraverso cui la popolazione riceveva la maggior parte dei beni di prima necessità.

Questo esodo di armeni dal Nagorno-Karabakh all’Armenia è stato definito da numerosi osservatori internazionali e dall’Unione Europea come una pulizia etnica nella regione ad opera dell’Azerbaigian: con una risoluzione del 5 ottobre 2023 il Parlamento Europeo ha così chiesto di sanzionare i responsabili del governo azero che hanno messo in atto l’offensiva, causando l’esodo di migliaia di persone. Il risultato primario dell’offensiva da parte dell’Azerbaigian, comunque, è stata la dissoluzione della Repubblica di Artsakh dal 1 gennaio 2024.

Carro armato dell’esercito azero nella regione del Nagorno–Karabakh. Credits: Nicholas Babaian.
I possibili scenari futuri
In seguito alla vittoria dell’Azerbaigian del settembre 2023 è stato dichiarato lo scioglimento degli organi di governo della Repubblica dell’Artsakh ed è stata avviata una fase di ripopolamento o, come definito dal governo azero,  “ritorno” al Nagorno Karabakh dei cittadini azeri che avevano lasciato o erano stati espulsi dalla regione all’inizio degli anni ‘90. In tal senso, il governo azero sta anche mettendo in atto politiche di donazione di appartamenti abbandonati ai cittadini che vogliano trasferirsi nel territorio.

Sul fronte armeno ci sono state alcune proposte relative al futuro: alcuni ex deputati della Repubblica dell’Artsakh hanno chiesto di creare una sorta di governo provvisorio in esilio, opzione che appare improbabile e anche rischiosa per una risoluzione pacifica del conflitto; altri esponenti politici cercano di percorrere la via dei negoziati con Baku.

D’altro canto, un accordo di pace potrebbe essere vantaggioso per entrambe le parti: da un lato l’Armenia vorrebbe mantenere la propria integrità territoriale, consentendo la riapertura dei confini e di linee ferroviarie e zone strategicamente importanti per il traffico commerciale. L’Azerbaigian, invece, aspira a espandere la propria influenza nel Caucaso meridionale anche legandosi maggiormente alla vicina Georgia, ritenendo ormai acquisito il territorio del Nagorno-Karabakh.

La comunità internazionale non è intervenuta in modo incisivo sulla vicenda né lo ha fatto la Federazione Russa, garante della pace tra le due parti. La Russia, infatti, al momento è impegnata dalla guerra contro l’Ucraina ed è legata con l’Azerbaigian da interessi commerciali ed economici. Il futuro della regione appare perciò ancora incerto.

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Aspettando Geografie, la storia degli armeni con Ferrari a Monfalcone (IlGoriziano 06.03.24)

Sabato alle 18 la presentazione del saggio Storia degli armeni, edito da Il Mulino nel 2020, scritto a due mani da Aldo Ferrari e Giusto Traina.

In attesa dell’inizio del Festival Geografie, in programma dal 20 al 24 marzo prossimi, continua l’anteprima della manifestazione “Aspettando Monfalcone Geografie”. Dopo le presentazioni itineranti che hanno toccato Gradisca, Fogliano-Redipuglia, Gorizia, Udine, Trieste e Pordenone, l’ultimo degli incontri che anticipano la rassegna culturale, giunge a Monfalcone.

Sabato 9 marzo infatti, alle ore 18 nella sala al primo piano della Casa delle Geografie – il palazzo dell’ex Pretura – avrà luogo la presentazione del saggio “Storia degli armeni”, edito da Il Mulino nel 2020, scritto a due mani da Aldo Ferrari e Giusto Traina. A dialogare con Ferrari ci sarà Andrea Pastore. L’appuntamento sarà curato dall’Associazione Marinai d’Italia del gruppo di Monfalcone. L’ingresso sarà Ingresso libero.

A cosa fa riferimento il volume? Oggi l’Armenia è una piccola repubblica ex-sovietica, ma gli armeni nel mondo si trovano un po’ ovunque. Quasi quattro milioni di persone parlano una delle due varianti della lingua armena, quella orientale e occidentale. Moltissimi altri armeni della diaspora non la parlano, ma hanno piena coscienza della propria identità.

Se si scorre indietro nel tempo, ripercorrendo i principali luoghi della memoria degli armeni, si possono seguire nel corso dei secoli le vicende di un popolo vivace e combattivo, dalla cultura sorprendente sul piano artistico e letterario, capace di adattarsi a territori difficili e prosperare sia sotto governanti armeni, sia sotto il dominio di altri regni e imperi, senza perdere la propria identità culturale e religiosa.

Aldo Ferrari insegna Lingua e letteratura armena nell’Università Ca’ Foscari a Venezia. Tra i suoi ultimi libri, ha pubblicato “Breve storia del Caucaso” (Carocci, 2007), “Quando il Caucaso incontrò la Russia” (Guerini, 2015) e “L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo” (Salerno, 2019).

Nella foto: donne e bambini armeni a Baku, 1905 (Անհայտ է/Wikicommons)