Una ferita ancora aperta, un percorso della memoria inaugurato lo scorso anno dalla presidenza del Consiglio comunale e che questa mattina è stato celebrato in occasione della seconda Giornata del Ricordo del Genocidio del popolo Armeno.
Il Salone Capitolare della Scuola Grande San Teodoro ha ospitato la cerimonia nel corso della quale è stato ricordato il millenario legame tra Venezia e la popolazione armena presente in città fin dai tempi della Serenissima. Un’occasione per fare memoria, è stato spiegato, ma anche per fare tesoro delle tragedie del passato come monito per il presente e per il futuro.
All’intervento della presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano sono seguiti quelli di Gagik Sarucanian, console onorario della Repubblica d’Armenia a Venezia e Caterina Carpinato, Prorettrice alla Terza Missione dell’Università Ca’ Foscari Venezia. Ai saluti istituzionali è seguito il dibattito al quale hanno preso parte Baykar Sivazliyan, presidente Unione Armeni d’Italia e Aldo Ferrari, professore di Lingua e Letteratura armena Università Ca’ Foscari Venezia. A moderare l’incontro è stata Germana Daneluzzi, presidente Associazione Civica Lido Pellestrina. All’incontro presente anche il consigliere comunale Emmanuele Muresu.
“Quella di oggi è una tappa importante del percorso istituzionale volto a ripercorrere la tragedia che ha colpito il popolo armeno – ha spiegato Damiano – come Amministrazione abbiamo voluto dare continuità al progetto culturale ‘per non dimenticare’ che ha fatto sì che Venezia sia davvero la città della memoria per eccellenza. Il legame profondo che lega la nostra città alla cultura e alla storia del popolo armeno ci ha spinti a intraprendere questo percorso commemorativo con un ricco programma di iniziative che, è importante sottolinearlo, coinvolgeranno i giovani e le scuole della nostra città affinché diventino testimoni di una storia che ci appartiene. L’importanza del fare memoria con i giovani è parte integrante dei nostri progetti”. “Un’occasione di incontro per spezzare il silenzio in cui queste tragedie rischiano di affondare” ha aggiunto il console Sarucanian sottolineando la vicinanza di Venezia e del Veneto al popolo armeno.
Al termine del dibattito la Cerimonia cittadina è proseguita con un reading musicale animato da canti popolari e canti sacri armeni, negli arrangiamenti del compositore Komitas, che si sono intrecciati con le poesie di Varujan, Teryan ed altri autori armeni. Alle letture, a cura dell’Associazione Voci di Carta, è seguito un intervento musicale di duduk, antico strumento tradizionale, eseguito da Narek Frangulyan.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-20 08:47:412023-04-22 08:49:46La presidente del Consiglio comunale Damiano alla celebrazione della seconda Cerimonia cittadina della Giornata del Ricordo del Genocidio del popolo Armeno (Comune Venezia 20.04.23)
Anche quest’anno, una cinquantina di cittadini veneziani, il 5 maggio prossimo, avranno la possibilità, nell’ambito degli eventi promossi dal Comune di Venezia per ricordare il Genocidio del popolo armeno, di partecipare ad una visita guidata gratuita all’Isola di San Lazzaro degli Armeni.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-20 08:44:022023-04-22 08:44:48Il podcast del Comune di Venezia: San Lazzaro degli Armeni (Comune Venezia 20.04.23)
Lunedì 24 aprile 2023 alle ore 18,30 presso la Chiesa di San Gregorio armeno in Bari Vecchia, adiacente alla Basilica di San Nicola l‘Associazione Armeni Apulia, commemorerà i martiri del Genocidio Armeno.
Al termine della Messa, insieme ai membri dell’associazione, i convenuti si trasferiranno presso il Khachkar (stele armena) posta sul lungomare Cristoforo Colombo per un momento di riflessione e letture sul tema.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-20 08:42:252023-04-22 08:43:33Commemorazione del Genocidio Armeno il 24 aprile a Bari (Corrierepl 20.04.23)
La giornata del 24 aprile di ogni anno ricorda i massacri del popolo armeno avvenuti nell’Impero Ottomano durante gli anni della Prima Guerra Mondiale. Questi terribili eventi sono ricordati in lingua armena come Medz yeghern, ovvero “il grande crimine”. Le repressioni cominciarono nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando diverse centinaia di intellettuali armeni furono arrestati, torturati e uccisi per conto del movimento dei Giovani Turchi che allora governava l’impero ottomano. L’operazione continuò nei giorni successivi con numerose deportazioni verso l’interno dell’Anatolia.
Fu quello che è stato definito dalla Sottocommissione per i diritti umani dell’ONU nel 1976 e nel 1986, dal Parlamento europeo con la risoluzione del 1987, dal Parlamento italiano nel 2000, riconosciuto da Papa Francesco nel 2015 e dal Tribunale Permanente dei Popoli, “il primo genocidio del ‘900”. In questo terribile evento persero la vita circa un milione e mezzo di Armeni.
In occasione della Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno, il Comune di Reggio Calabria organizza, su iniziativa della Presidente dell’Ottava Commissione Consiliare Teresa Pensabene, dell’Assessora delegata alle relazioni internazionali, Lucia Nucera, e del Sindaco facente funzioni Paolo Brunetti, in collaborazione con la Comunità Armenia-Calabria, la Casa editrice Leonida e l’Associazione Anassilaos, una serie di iniziative, in solidarietà con il popolo armeno, per tenere viva la memoria di quanto accaduto affinchè Reggio Calabria e gli altri Comuni aderenti alla stessa iniziativa, siano “baluardo della libertà umana e della dignità della persona”, secondo i principi e le disposizioni della Costituzione della Repubblica.
Le attività in programma per ricordare il genocidio armeno
Si inizia con l’esposizione pubblica della bandiera della Repubblica Armena nella giornata del 24 aprile cui seguirà la diffusione dell’iniziativa affinchè l’intera cittadinanza sia partecipe del sentimento di solidarietà verso il popolo armeno; segue l’avvio dell’iter per l’approvazione di una mozione per il “Riconoscimento del Genocidio del popolo Armeno” affinchè il Comune di Reggio Calabria sia inserito nella lista dei “Giusti” insieme agli altri, Comuni, Regioni, Stati, che hanno adottato simili iniziative in passato; infine la conferenza presso la Sala dei Lampadari di Palazzo S. Giorgio “terribile evento persero la vita circa un milione e mezzo di Armeni solo genocidio. Storia e cultura del popolo armeno” a seguire Reading “In memoria del popolo armeno” con esposizione di libri di storia e cultura armena.
Tali iniziative hanno carattere civile allo scopo di consolidare ponti culturali importanti con il Popolo Armeno che, in particolare nel nostro Comune, ritrovano radici storiche risalenti ai secoli VIII e IX con testimonianze ancora oggi visibili e documentate su tutto il territorio. Esiste infatti un solidale e antico legame fra la nostra terra di Calabria e gli Armeni che nei secoli hanno trovato ospitalità presso numerosi centri calabresi, lasciando un ricco patrimonio culturale, linguistico, archeologico e monumentale.
Tutto questo manifesta che Reggio è stata e vuole essere una città aperta e solidale, in cui l’incontro tra diverse culture, l’integrazione fra i popoli e l’inclusione delle diversità sono strumento e forma di ricchezza e di sviluppo sociale, culturale e umano.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-20 08:38:282023-04-22 08:40:13Reggio ricorda il genocidio armeno: le iniziative in programma (Citinow 20.04.23)
L’eleganza dei suoi modi è la stessa che si ritrova nella sua scrittura: Laura Ephrikian ha presentato oggi a Cagliari, in via Tuveri, nell’aula Boscolo ospite del Consiglio nazionale delle ricerche, il suo libro “Una famiglia armena”, una analisi approfondita sul genocidio degli armeni nel 1915 per opera del movimento politico dei Giovani Turchi.
Ad accompagnarla in ciò, i giornalisti Carlo Figari e Maria Francesca Chiappe insieme al Professor Francesco Casula. Attrice, conduttrice, scrittrice e per tanti anni moglie di Gianni Morandi, Laura Ephrikian torna in Sardegna, isola che ha nel cuore sin da quando venne per la prima volta nel 1969, proprio con Morandi. «Furono giorni splendidi, abbiamo avuto l’opportunità di godere del mare della Sardegna quando ancora non era affollatissima».
L’emozione traspare dai suoi occhi, soprattutto quando ricorda il nonno Akop. «Riuscì a scappare prima del genocidio del 1915, raccontò a mio padre che i Giovani Turchi bruciarono la sua casa prima di riuscire a raggiungere a piedi Istanbul e ad imbarcarsi: fu un momento che lo segnò in particolare modo, essendo tra l’altro giovanissimo».
Tra i tanti progetti futuri spicca non solo l’attenzione rivolta verso l’Armenia ma anche verso l’Africa. «Parlare dell’Armenia è fondamentale, soprattutto in un periodo come questo dove troviamo un presidente della Turchia quale Erdogan. Da trent’anni, inoltre, vado in Kenya: la situazione dell’Africa è drammatica, bisogna focalizzarsi di più riguardo ciò e incentivare la cura dei bambini, perché proprio in loro stanno le speranze per il futuro».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-19 08:52:452023-04-22 08:53:48Laura Ephrikian a Cagliari per la presentazione del libro “Una famiglia armena” (Unionesarda 19.04.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 19.04.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi è il giorno 129 dell’assedio dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. L’autocrate dell’Azerbajgian chiede che tutti gli Armeni della regione “trovino un altro posto dove vivere”, visto che non accettano la cittadinanza azera. Più che comprensibile, visto che dal 1988 l’Azerbajgian ha ucciso o espulso tutti i “suoi cittadini” armeni. Ieri [QUI], Ilham Aliyev ha ancora una volta parlato apertamente del suo obiettivo di pulizia etnica dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. È anche ironico sentire parlare di “fondamenti democratici” e “diritti umani” da questo autocrate armenofobo il cui regime è elencato nella sezione “il peggio del peggio” nell’ultimo rapporto di Freedom House.
Il #ArtsakhBlockade è pulizia etnica strisciante e il silenzio della comunità internazionale è assordante. Sembra che la concezione occidentale sia una pulizia auto-etnica non violenta, mentre il loro “partner affidabile” Ilham Aliyev preferisce l’opzione Srebrenica. “Sottomettiti o muori” non è qualcosa che dice qualcuno che vuole la pace. Aliyev è un criminale di guerra. L’Azerbajgian è uno Stato terrorista. «Aliyev ha nuovamente minacciato di pulizia etnica contro gli Armeni autoctoni dell’Artsakh. Nessuno può dettarci le sue regole dittatoriali nella nostra patria. P.S. non accettiamo la cittadinanza azera e abbiamo trovato un altro posto dove vivere: è la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh» (Artak Beglaryan, Consigliere del Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh).
«Non puoi ragionare con una tigre quando hai la tua testa nella sua bocca» (Siranush Sargsyan).
Trending sui social dei troll azeri: «Prendete il passaporto o andate via. In realtà basta andare via».
«Ho inviato una lettera a Ilham Aliyev esprimendo il mio desiderio di rinunciare alla mia cittadinanza azera. Mi vergogno profondamente di essere associato a un Paese che sta attivamente tentando di fare del male a me e alla mia famiglia, etichettandomi sulla televisione azera di continuo come traditore. Pertanto, rendo pubblica la mia lettera, come mezzo per dimostrare il mio sincero desiderio di dissociarmi dall’Azerbajgian e dalle sue azioni dannose» (MahammadMirzali).
Edmon Marukyan, Ambasciatore con Incarichi Speciali dell’Armenia, ha rivolto un appello alla comunità internazionale, esortando a proseguire gli sforzi per la creazione di un meccanismo internazionale per garantire i diritti e la sicurezza degli armeni del Nagorno-Karabakh: «Il Presidente azero Ilham Aliyev continua a insistere sul fatto che la questione del Nagorno-Karabakh è una questione interna e non ne discuteranno con nessuno. Vi ricordo ancora una volta che tre Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non si sono occupati di questioni interne. I co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE, Russia, Stati Uniti e Francia, negoziano su questo tema da decenni. Ora anche l’Unione Europea è impegnata in questo caso. Pertanto, la questione del Nagorno-Karabakh non è una questione interna dell’Azerbajgan».
Marukyan ha ricordato che i diritti umani e le libertà fondamentali non sono stati considerati una questione interna per più di 70 anni dalla Seconda Guerra Mondiale, perché la comunità internazionale ha imparato da questo devastante avvenimento e che nessun dittatore o leader democraticamente eletto può essere autorizzato a violare diritti umani e commettere violazioni.
«Il popolo del Nagorno-Karabakh sta affrontando il pericolo della pulizia etnica. Pertanto, la comunità internazionale dovrebbe continuare a compiere sforzi per la risoluzione pacifica della questione, nonché la creazione di un meccanismo internazionale per garantire i diritti e la sicurezza degli Armeni del Nagorno-Karabakh tra i rappresentanti ufficiali dell’Azerbajgian e del Nagorno-Karabakh», ha concluso Marukyan.
Ieri 18 aprile 2023 è stata celebrata la Giornata Mondiale del Patrimonio, ricordandoci ancora una volta l’importanza di preservare e tutelare il patrimonio culturale mondiale. Sfortunatamente, oggi la maggior parte del patrimonio culturale dell’Artsakh è a rischio di distruzione totale da parte dell’Azerbajgian a seguito della guerra del 2020.
Il 23 aprile 2023, alle ore 19.15 inizierà l’annuale fiaccolata da piazza della Repubblica a Yerevan per commemorare il 108° anniversario del genocidio armeno. L’Unione Giovanile Armena della Federazione Rivoluzionaria Armena organizza dal 1999 la marcia annuale delle fiaccolate del 23 aprile, alla vigilia della Giornata della memoria del genocidio armeno. Ogni anno, centinaia di cittadini con torce marciano da piazza della Libertà o piazza della Repubblica a Tsitsernakaberd (il monumento eretto a Erevan quale memoriale del Genocidio armeno perpetrato dal governo dei Giovani Turchi dell’Impero ottomano) per onorare le vittime del genocidio armeno e chiedere le giuste riparazioni per il crimine commesso dalla Turchia. La marcia con le torce simboleggia le rivendicazioni del popolo armeno, la lotta per le giuste riparazioni, l’unità nazionale e la determinazione a continuare la lotta. Questa marcia annuale si svolge non solo a Yerevan ma anche nelle province armene e in tutto il mondo, oltre che nell’Artsakh.
È stato avviato un procedimento penale contro due militari azeri, Agshin Babirov e Husein Akhundov, che – come abbiamo riferito [QUI] – hanno attraversato illegalmente il confine da Nakhijevan nella provincia armena di Syunik il 10 aprile 2023 e sono stati arrestati. Secondo quanto riferito, i due Azeri sono stati avvistati per la prima volta nel villaggio di Bnunis, provincia di Syunik il 10 aprile. Il primo militare azero è stato trovato lo stesso giorno dai residenti del villaggio di Ashotavan di Sisian, villaggio situato a pochi chilometri da Bnunis. Il 13 aprile il secondo militare azero è stato trovato da tre residenti, a tre chilometri dal villaggio di Achanan, vicino a Kapan. Entrambi sono stati detenuti per aver attraversato illegalmente il confine armeno e aver trasportato illegalmente armi da fuoco e munizioni.
Ieri, durante l’incontro con l’Alto consigliere del Segretario di Stato Statunitense, il Ministro degli Esteri dell’Azerbajgian ha chiesto l’immediato rilascio dei due militari azeri. Bayramov ha affermato che i due militari sono stati “catturati e contro uno di loro è stata usata violenza fisica”. Ma il fatto è che non sono prigionieri di guerra, ma cittadini azeri arrestate e le forze dell’ordine armene stanno conducendo un’indagine. Nei media armeni è stato suggerito che i militari azeri dovrebbero essere restituiti all’Azerbajgian se Baku rilascerà i militari armeni imprigionati illegalmente.
Husein Akhundov, il secondo dei due militari arrestati in Armenia è stato accusato dell’omicidio di un guardiano nel posto di guardia della Zangezur Copper-Molybdenum Combine a Shgharshik, città di Kapan, regione di Syunik, Il militare è stato trovato con il telefono, le sigarette e l’accendino della guardia uccisa. Mentre era ancora in libertà, ha pubblicato un videomessaggio dal telefono del guardiano assassinato: “Abbiamo raggiunto l’Armenia, abbiamo versato il sangue, decapitato 400-500 armeni. Meno male che non siamo ancora morti․ Se moriamo, ringraziateci. Non siamo traditori della Patria”.
Gor Ohanjanyan, uno dei residenti locali che aveva fermato il militare azero, ha detto che quest’ultimo è stato trovato in uniforme militare azera, in possesso di munizioni miste, maschere e il telefono della vittima dell’omicidio. La gente del posto lo ha trattenuto fino all’arrivo della polizia. Il soldato era bagnato e sporco al momento della sua cattura.
Narek Ghahramanyan, membro del Parlamento della fazione Contratto Civile, nato a Syunik, ha riferito ieri che era stato avviato un procedimento penale, sebbene le forze dell’ordine non abbiano annunciato ufficialmente questa notizia. Ha informato che il militare azero ha ammesso di aver ucciso la guardia della miniera. “Il secondo prigioniero, che è passato da Nakhichevan all’Armenia, ha ucciso lui stesso Hayrapet Meliksetyan, la guardia della Zangezur Copper-Molybdenum Combine, con 6 colpi, se non mi sbaglio. Ho anche informazioni chiare che ha anche confessato a riguardo”, ha detto Ghahramanyan a Radio Liberty. Secondo il Deputato, le forze dell’ordine non l’avevano ancora annunciato, forse perché non è stata ancora ritrovata l’arma con cui il militare azero ha ucciso la guardia. “L’arma è nel bosco, la stanno cercando, ma ripeto, non ci sono dubbi”.
Oggi sono stati rivelati i dettagli di come il militare azero abbia ucciso il dipendente della Zangezur Copper-Molybdenum Combine nel territorio dell’Armenia.
Oggi, l’Ufficio del Procuratore Generale dell’Armenia ha confermato che Husein Akhundov è accusato di aver ucciso la guardia della Zangezur Copper-Molybdenum Combine. La Procura riferisce che è stato accertato che Akhundov ha raggiunto il posto di guardia della Zangezur Copper-Molybdenum Combine il 12 aprile, con l’obiettivo di rubare il cellulare e l’auto del cittadino armeno Hayrapet Meliksetyan. Voleva poi trasferirsi in Iran, attraversando illegalmente il confine di stato dell’Armenia. Akhundov ha sparato a Meliksetyan, lo ha ucciso, gli ha rubato il telefono, le sigarette e l’accendino. Successivamente, ha provato ad avviare il motore dell’auto ma non ci è riuscito ed è scappato. L’Ufficio del Procuratore Generale dell’Armenia riferisce che il motivo di Akhundov per uccidere l’impiegato armeno del posto di guardia era l’odio nazionale, l’intolleranza e l’intenzione di togliergli la vita illegalmente con il motivo dell’inimicizia. Akhundov ha lasciato la scena dell’omicidio e ha girato un videomessaggio utilizzando il telefono cellulare rubato e lo ha pubblicato sulla sua pagina del social network. Dopo l’omicidio, Akhundov si è spostato nel villaggio di Achanan, dove è stato trovato dai residenti il 13 aprile, che l’hanno neutralizzato e consegnato alle forze dell’ordine armene. L’Ufficio del Procuratore Generale dell’Armenia riferisce che è stato avviato un procedimento penale pubblico contro i cittadini azeri Agshin Babirov e Husein Akhundov che entrato in Armenia illegalmente e sono stati detenuti. Contro Akhundov è stato avviato un procedimento penale pubblico sulla base di diverse accuse. Secondo l’accusa, Akhundov ha attraversato illegalmente il confine di stato dell’Armenia con il previo accordo di un gruppo di persone. Ha trasportato illegalmente armi da fuoco e munizioni oltre il confine di Stato dell’Armenia, custodito e trasportato armi da fuoco. Inoltre, Akhundov è accusato di aver ucciso illegalmente un cittadino armeno con la motivazione dell’odio nazionale, dell’intolleranza e dell’inimicizia. Il corpo di Akhundov è stato esaminato durante il trasferimento al penitenziario, a seguito del quale sono state riscontrate ferite. Il comitato investigativo ha avviato un procedimento penale per scoprire le circostanze delle lesioni riscontrate sul corpo di Akhundov.
Il 18 aprile 2023 si è tenuta a Baku una sessione informativa con l’organizzazione congiunta della Comunità dell’Azerbajgian occidentale, dell’Unione pubblica “Sviluppo regionale” RİİB e dell’Unione delle organizzazioni di volontariato dell’Azerbajgian, al fine di promuovere le attività dei volontari nel “trasmettere le verità dell’Azerbajgian occidentale alla comunità mondiale”. All’evento organizzato nell’edificio amministrativo della Comunità dell’Azerbajgian occidentale a Baku hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni statali, capi di organizzazioni di volontariato e più di 100 volontari azeri.
Con “AzerbaJgian occidentale” il regime autocratico di Baku intendo il territorio sovrano della Repubblica di Armenia e queste organizzazioni governative dell’Azerbajgian forniscono gli “eco-attivisti” che bloccano il Corridoio di Berdzor (Lachin), come abbiamo rilevato già in più occasioni [QUI]. Quindi, si tratta di qualcosa da tenere d’occhio. Questi volontari sono chiaramente destinati a essere il volto pubblico delle operazioni di pulizia etnica dell’Azerbajgian.
Il 18 aprile 2023 la volontaria della RİİB era all’incontro su come convincere il mondo che il territorio sovrano dell’Armenia è l’Azerbajgian occidentale.In precedenza questa volontaria della RİİB stava sventolando la bandiera dell’Azerbajgian sul posto di blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin).E questa è la volontaria della RİİB l’anno scorso mentre riceve un premio del Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev.
«L’Azerbajgian ha occupato parte dell’Armenia, tiene sotto assedio gli Armeni dell’Artsakh dopo aver occupato con la guerra gran parte della loro terra, ignora gli ordini della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite. Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan si comporta con saggezza e attenzione, mentre è immaginabile quanto sia difficile la situazione che ha da affrontare, come si addice al personaggio di The Witcher[*]» (Aram Tumanyan): «Di recente, ho incontrato un numero enorme di cosiddetti “Armeni” che promuovono attivamente gli interessi della Russia in Armenia. Usando il blocco dell’Artsakh, accusano Pashinyan di inerzia o tradimento. Lasciatemi dire una cosa: Aliyev vuole una soluzione energica alla questione del Karabakh. Aliyev ha bisogno della guerra, ma non dell’Armenia. Chi ha provocato o manipolato questo blocco? I metodi del KGB sono di trovare una leva, che è il blocco dell’Artsakh, sul leader politico di un Paese sovrano e usarla per promuovere i propri interessi. Pashinyan ha scelto un percorso di sviluppo europeista e alla Russia non piace. Putin ha bisogno di costringerlo a essere più accomodante, quindi il problema del Karabakh è ricomparso. È per questo motivo che i “peacekeeper” russi guardano con calma all’aggressione dell’Azerbajgian, non impediscono l’attuazione del lento genocidio della popolazione e non adempiono ai loro obblighi. Loro ed io siamo la principale forza destabilizzante nella regione. Farò una domanda – se al posto dei “peacekeeper” russi ci fosse un contingente di mantenimento della pace delle Nazioni Unite – la Turchia, in quanto membro della NATO, o qualsiasi altro paese, potrebbe pensare all’aggressione sul territorio dell’Armenia? Quindi la retorica “Pashinyan è inattivo” è proprio la posizione russa: o costringerlo a collaborare, o provare a cambiarlo per un leader filo-russo, provocando malcontento pubblico. Spero che i miei fratelli Armeni siano abbastanza saggi da vedere questa manipolazione primitiva e trarre le conclusioni appropriate su chi è nostro amico e chi no».
[*] The Witcher è una serie di romanzi, fumetti, videogiochi, serie televisive, film e altri media ispirati alla serie di romanzi fantasy dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski, la Saga di Geralt di Rivia, un cacciatore di mostri mutante, che viaggia verso il suo destino in un mondo turbolento in cui le persone spesso si dimostrano più perverse delle bestie.
Pashinyan: l’Armenia ha riconosciuto il Nagorno-Karabakh come parte dell’Azerbajgian
Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha affermato che adottando i Principi di Madrid come base per la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh nel 2007, l’Armenia ha riconosciuto il Nagorno-Karabakh come parte dell’Azerbajgian. Pashinyan ha fatto le osservazioni ieri in Parlamento in risposta a una domanda del Deputato di Hayastan, Artur Khachatryan, di chiarire perché il rapporto del 2022 sul programma del governo non menziona il diritto all’autodeterminazione del popolo del Nagorno-Karabakh quando il programma del governo 2021-2026 lo ha indicato come una delle basi per la risoluzione del conflitto.
Pashinyan ha risposto che nell’eredità negoziale che ha ricevuto nel 2018 non c’è la dicitura “popolo del Nagorno-Karabakh”, ma piuttosto la dicitura “l’intera popolazione del Nagorno-Karabakh”. “Quelle parole sono molto importanti. Sì, il popolo è un’entità costitutiva ai sensi dell’Atto di Helsinki e di tutti gli altri atti. La popolazione non è un’entità costitutiva, nel senso che non è un’entità alla sovranità. E terzo, se diciamo autodeterminazione, da chi e dove ci autodeterminiamo? Ad esempio, perché non stiamo dicendo che l’Armenia si autodetermina? Perché l’Armenia si è autodeterminata con la Dichiarazione di Alma Ata del 1991. Da chi? Dall’Unione Sovietica, perché faceva parte dell’Unione Sovietica”, ha detto Pashinyan.
Pashinyan ha spiegato che l’Armenia aveva un concetto su questo problema prima del 2007. Il concetto era il seguente: anche il Nagorno-Karabakh, come gli altri, si è autodeterminato dall’Unione Sovietica e c’era una narrazione di cui il Nagorno-Karabakh non ha mai fatto parte Azerbajgian. Nel 2007 sono emersi i Principi di Madrid, che stabiliscono che la determinazione dello status del Nagorno-Karabakh e l’intero processo debbano essere concordati con l’Azerbajgian. “Perché deve essere concordato con l’Azerbaigian se non riconosciamo il Nagorno-Karabakh come parte dell’Azerbajgian? Abbiamo riconosciuto il Nagorno-Karabakh come parte dell’Azerbaigian con i Principi di Madrid. Ho detto che è un problema quando il contenuto dei nostri negoziati e la narrazione pubblica non corrispondono. Abbiamo riconosciuto ma non l’abbiamo detto, e tutte le guerre e i combattimenti erano collegati a questo”, ha detto Pashinyan.
Pashinyan ha aggiunto che un’entità per l’autodeterminazione è quella che vuole autodeterminarsi, ma il Nagorno-Karabakh è stato escluso dal processo negoziale nel 1998. Dopo questo, il diritto all’autodeterminazione è stato semplicemente lasciato scritto nell’Atto finale di Helsinki.
Khachatryan ha sostenuto che Pashinyan equipara l’autodeterminazione all’indipendenza, mentre l’Atto finale di Helsinki definisce l’autodeterminazione come qualcosa di completamente diverso. Ad esempio, ha affermato il deputato, l’Armenia potrebbe autodeterminarsi e decidere che non ha più bisogno di una repubblica parlamentare e adottare la teocrazia. Il deputato ha sostenuto che questo è lo scopo dell’Atto finale di Helsinki.
Pashinyan ha risposto dicendo che l’Azerbajgian ha detto la stessa cosa durante l’intero processo negoziale. “Stavano anche dicendo che l’autodeterminazione non significa che debba esistere uno stato indipendente. Dicevano anche che l’entità di quell’autodeterminazione non sono solo gli Armeni del Nagorno-Karabakh, anche gli Azeri sono un’entità, dicevano che anche gli Azeri devono decidere. Ecco perché sto parlando della formulazione popolo-popolazione. Nel 2019 ho detto che il negoziatore della questione del Nagorno-Karabakh deve essere un rappresentante del popolo del Nagorno Karabakh perché il popolo del Nagorno-Karabakh non ha votato alle nostre elezioni parlamentari, quindi non ho un mandato. Ho continuamente e costantemente espresso queste posizioni”, ha detto Pashinyan.
Alla domanda sulla sua visione di uno status futuro per il Nagorno-Karabakh, Pashinyan ha detto che non si può parlare di uno status futuro fintanto che lo status che ha finora non è stabilito nella logica della narrazione espressa dal deputato.
Parlando dell’osservazione del deputato in merito alla sentenza della Corte Internazionale Giustizia sulla questione del Kosovo, Pashinyan ha affermato che la Corte ha stabilito che l’autodeterminazione non richiede il permesso delle autorità centrali. “Anche il Presidente russo ne ha parlato nel contesto degli eventi in Ucraina. Ha detto che una regione non deve fare domanda alle [autorità centrali] per l’autodeterminazione. Si è discusso molto allora, ma nessuno si è accorto che già nel 2007, con i Principi di Madrid, abbiamo accettato che dobbiamo farlo insieme a loro, non si può fare unilateralmente. Ecco perché sto dicendo che abbiamo avuto un concetto diverso prima del 2007”, ha detto Pashinyan.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-19 08:51:072023-04-22 08:52:42129° giorno del #ArtsakhBlockade. È pulizia etnica strisciante e il silenzio della comunità internazionale è assordante (Korazym 19.04.23)
C’è tensione crescente nel sud del Caucaso. Il blocco del corridoio di Lachin, ostaggio di un gruppo di sedicenti attivisti ambientali azeri, sta avendo un effetto a macchia d’olio su altri territori. La crisi umanitaria peggiora e così pure i margini di un accordo. Le armi nel frattempo non tacciono
Dal 12 dicembre continua il presidio permanente dei così detti eco-attivisti azeri che presidiano il corridoio di Lachin, all’altezza del posto di controllo n. 7 dei peacekeepers russi senza che questi ultimi abbiano ancora preso il corridoio sotto la propria tutela come da mandato. Al contrario a fine marzo il giornale armeno Hraparak ha accusato i peacekeepers di stare lucrando sulla situazione. Ogni giorno passano decine di mezzi dei peacekeepers, unici a transitare insieme alla Croce Rossa che ha già trasportato oltre 300 malati. Stando a Hraparaki peacekeepers stanno violando un accordo con il governo armeno secondo il quale 10 dei loro mezzi al giorno erano riservati ai trasporti alimentari o medici del governo armeno per i secessionisti. Li avrebbero ridotti a 8 perché con il blocco si è fatto più lucroso fare contrabbando e per questo usano più mezzi e con un prezzo rincarato dal precedente 1.000-2.000 dollari a carico agli attuali 10.000. L’ordine di sblocco emesso dalla Corte Internazionale di Giustizia rimane così disapplicato.
Scontri
Il blocco di Lachin sta avendo un effetto a macchia d’olio non solo per la crisi umanitaria, ma anche perché la logistica e la mobilità si sta modificando, coinvolgendo a catena altri territori.
La crisi insorta rispetto ai recenti avanzamenti militari azeri – legati ad una bretella che dovrebbe diventare parte della nuova viabilità – si è rivelata sempre più letale. Stando alle ricostruzioni armene , l’11 aprile un’unità militare azera si sarebbe avvicinata ai soldati armeni impegnati in attività di fortificazione del proprio presidio, sarebbe seguita una discussione e poi un effettivo combattimento. Il ministero della Difesa azero ha invece dichiarato quel giorno che unità delle forze armate armene situate in direzione dell’insediamento di Digh [Dığ] nel distretto di Gorus [Goris] hanno sparato intensamente con armi leggere contro posizioni azere in direzione di Lachin. Il bilancio è di 4 morti e 6 feriti armeni, 3 morti e 4 feriti azeri.
La zona dello scontro è quella di Tegh, recentemente interessata da un riassestamento delle posizioni e con un quadro negoziale in corso che registra un ulteriore peggioramento. La questione del mancato accordo sui confini si fa sempre più sanguinosa, e in generale si registra un nuovo peggioramento delle prospettive di soluzione pacifica dei contenziosi. Come prima della guerra dei 44 giorni del 2020, gli scontri si fanno sempre più frequenti e più sanguinosi. Pochi giorni prima di questo combattimento fra unità configgenti, un altro armeno era morto sempre lungo il confine sud orientale fra i due paesi, confine appunto non concordato, e di conseguenza né delimitato né demarcato.
Il 14 aprile alla cerimonia di apertura del Campionato europeo di sollevamento pesi ospitata dall’Armenia è stato dato fuoco alla bandiera dell’Azerbaijan , causando la reazione sdegnata della delegazione di atleti azeri che hanno abbandonato la gara e il paese. Gli atleti turchi che hanno vinto medaglie durante il weekend di gare si sono fatti fotografare con la bandiera azera in segno di solidarietà.
Un meridione nervoso
Il sud dell’Armenia, verso il nuovo confine con l’Azerbaijan e verso il Nakhchivan, è sempre più attraversato da tensioni. Il confine ancora non c’è ufficialmente e già è insanguinato. Ma è anche il sud dell’Azerbaijan ad essere area di nervosismo. Azerbaijan e Iran in vari momenti della loro storia hanno avuto motivi di scontro: l’Azerbaijan è paese a maggioranza sciita, come l’Iran, ma è laico e si è difeso con energia dai tentativi più o meno espliciti iraniani di politicizzare la religione per estendere l’influenza del proprio regime nell’area. Sono due paesi rivieraschi del Caspio, altra area la cui delimitazione e lo sfruttamento sono ostici.
L’Iran ospita una numerosa minoranza azera, contigua territorialmente con l’Azerbaijan, e le rivendicazioni irredentiste sono state in passato causa di tensioni. Recentemente Baku si è nuovamente lamentata dell’assenza di istruzione in azero in Iran per la numerosa minoranza. Ma il vero fulcro della questione ora è il così detto corridoio di Zangezur, come lo definisce Baku, che dovrebbe riunificare l’Azerbaijan con il Nakhchivan e aprire la strada anche alla Turchia verso il Caspio. Il “Corridoio” dovrebbe essere una rete di viabilità e infrastrutture, ma Teheran teme diventi una lingua di terra che la separerebbe dal suo sbocco sull’Armenia e di fatto metterebbe “i turchi” fra l’Iran e il Caucaso, terra che da secoli è contesa fra Iran e Turchia, e – da un paio di secoli – Russia. In questo quadro si è inserito anche l’aspetto dei rapporti con paesi non dell’area, in particolare i buoni rapporti di Baku con Israele, causa di invettive dal tono nettamente poco diplomatico di Teheran.
L’ultimo capitolo di questo lungo e complicato percorso fra i due paesi è la secca comunicazione del ministero degli Esteri azero che ha reso noto di aver convocato il 6 aprile l’ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica Islamica dell’Iran e che durante l’incontro è stata espresso forte malcontento per le azioni provocatorie iraniane. Quattro dipendenti dell’ambasciata iraniana sono stati dichiarati persone non gradite dal governo azero a causa delle loro attività ritenute incompatibili con lo status diplomatico ed è stato chiesto loro di lasciare il territorio dell’Azerbaijan entro 48 ore.
Ciononostante i due paesi mai come oggi possono trarre beneficio dai rapporti commerciali reciproci. La chiusura a ovest della Russia infatti ha reso il corridoio nord-sud caucasico ancora più importante, e i numeri dimostrano che la crescita dell’interscambio c’è ed è poderosa. Baku poi dipende ancora dall’Iran per raggiungere il Nakhchivan, finché l’apertura delle vie commerciali concordata con il cessate il fuoco con l’Armenia nel 2020 rimane sulla carta.
Sia Baku e Ankara che Teheran sanno che se la capacità di presenza russa in Caucaso dovesse contrarsi, si aprirebbe lo spazio per ristabilire vecchie ambizioni, e relative vecchie rivalità. E in un momento di così grande incertezza, nessuno si vuol far trovare impreparato.
«Non grida, non piange, rimane pietrificata a guardare». Ha un nome poetico, Aghavnì e un cuore frantumato per via di quello che ha visto compiersi nel suo villaggio armeno dai soldati turchi. Tutti sapevano che prima o poi sarebbe accaduto il peggio, che la tragedia immane del genocidio del 1915 si stava materializzando, eppure il destino avanzava implacabile e gli armeni in fondo erano ciechi. La giovane Aghavnì ripercorre quei giorni terrificanti attraverso la penna immaginifica di Antonia Arslan, autrice del best seller «La Masseria delle allodole», il libro sulla sua famiglia armena che la ha consacrata tra i più grandi scrittori italiani contemporanei. Ora riprende quel filo interrotto e ha dato alle stampe un alta opera piena di passione, intitolata «Il destino di Aghavnì» (edizioni Ares, pagine 120, euro 15) in cui fa affiorare da un cassetto pieno di ricordi ingialliti la vita intrecciata e misteriosa di una sua parente sopravvissuta allo sterminio costato la vita a quasi due milioni di cristiani armeni che, all’epoca, vivevano sotto l’Impero Ottomano.
Dalla fotografia di questa bimbetta, sorella di suo nonno, ritrovata a casa di un cugino che oggi vive in America la Arslan ne ha tratto uno spaccato storico ricco di colpi di scena ma pieno di poesia, dove il dolore che affiora dalle pagine si mescola alla speranza, il coraggio si avvicina alla rinascita e al riscatto del cuore.
Sopravvivere non è mai facile specie se il peso della memoria si trascina nel silenzio fino a immaginare il resto degli eventi. Aghavnì aveva 23 anni quando uscì di casa con i suoi bambini e da allora nessuno seppe più nulla di lei. Eppure l’amore di chi è sopravvissuto allo sterminio ha attraversato oltre un secolo fino a farla rivivere in un immaginario presepe, nel giorno di Natale. «E fu così che il Bambino arrivò, atteso e festeggiato anche nel solitario villaggio sulla montagna». Arslan si concede un resoconto fiabesco a riprova che l’amore per la vita prevale sul buio della notte del cuore e traccia sovente disegni impensabili.
L’ultima pagina del romanzo storico è incorniciata in un fotografia nella quale appare una coppia di benestanti signori ottocenteschi. Lui ha un paio di vistosi baffoni, veste un completo austero mentre lei indossa un elegante modello di sartoria lungo fino ai piedi e chiuso al collo, secondo la moda di quel periodo. Sotto appare la scritta: Noemi e Levon Arslanian, fratello minore di Aghavnì. 1912.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-18 14:33:592023-04-18 14:36:35Antonia Arslan, un libro sulla sua storia famigliare di sopravvissuti al genocidio armeno (Il Messaggero 18.04.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.04.2023 – Vik van Brantegem] – Nei 128 giorni del #ArtsakhBlockade, l’Azerbajgian ha interrotto l’unico gasdotto dall’Armenia in Artsakh per un totale di 62 giorni e la fornitura di elettricità è stata interrotta da 99 giorni. Ciò ha portato a blackout giornalieri e arresti di emergenza, con conseguente chiusura di molte strutture o riduzione delle operazioni economiche.
Foto di Siranush Sargsyan.
Turchia e Azerbajgian conducono delle esercitazioni militari “Haydar Aliyev 2023” nella regione di Kars in Turchia, al confine con l’Armenia nord-occidentale. Questi esercizi ormai annuali sono stati eseguiti per la prima volta nel 2022, sempre vicino a Kars, con la partecipazione di cannoniere, veicoli corazzati e truppe aviotrasportate.
Settembre 2022, Jermuk. Un’eroi vittorioso azero posa con la testa mozzata di un muflone armeno sull’orlo dell’estinzione, incluso nella Lista rossa IUCN delle specie minacciate. Nel frattempo auto-dichiarati “ecologisti” sono occupato a bloccare e far morire di fame 120.000 persone di Artsakh.
Si noti che tutte le organizzazioni rappresentate sulle giacche degli “eco-attivisti” del #ArtsakhBlockade sono state create e sono gestite dal governo azero, che continua a negare di aver orchestrato e mantenuto il blocco.
Il dittatore dell’Azerbajgian, lham Aliyev, ha ripetuto l’ultimatum agli Armeni che vivono in Artsakh/Nagorno-Karabakh: devono scegliere se accettare la cittadinanza dell’Azerbajgian e vivere nella regione economica del Karabakh con gli stessi “diritti” dei cittadini azeri (ovvero, senza diritti) o cercare un altro posto dove vivere. Non è questo una dichiarazione di voler deportare con la forza gli Armeni e di effettuare la pulizia etnica in Artsakh? In tutta chiarezza una nuova conferma dell’intenzione di pulizia etnica da parte del regime genocida di Aliyev in Azerbajgian, che mantiene 128 giorni di illegale e sadico #ArtsakhBlockade, in palese violazione dell’ordine legalmente vincolante della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite e contro le dichiarazioni e appelli degli organismi internazionali e degli Stati. Contemporaneamente, Aliyev avverte che l’esercito azero oggi è più forte del 2020 quando ha vinto la guerra dei 44 giorni e di essere “pronti per qualsiasi situazione e in qualsiasi momento”.
Parallelamente, il Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha affermato che dopo la guerra dei 44 giorni nel Nagorno-Karabakh, l’Azerbajgian è euforico e cerca di ottenere di più, e – forse – tutto.
Oggi il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha fatto un altro discorso di riconciliazione, nonostante le aggressioni costanti dell’Azerbajgian, e il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha fatto un altro discorso che indica una chiara intenzione di pulizia etnica degli Armeni nel Nagorno-Karabakh e rivendicazioni aggressive nei confronti dell’Armenia. Realizzato quasi contemporaneamente, auto-esplicativo.
BAKU, Azerbaigian, 18 aprile. Il presidente della Repubblica di Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha inaugurato il centro “ASAN xidmet” a Salyan, riporta Trend News Agency. Quindi, è stato intervistato dalla televisione azera del distretto di Salyan.
Gli Armeni che vivono in Karabakh devono accettare la cittadinanza azera o trovare un altro posto dove vivere: il Presidente Ilham Aliyev Trend News Agency, 18 aprile 2023
BAKU, Azerbaigian, 18 aprile. Gli Armeni che vivono in Karabakh dovrebbero o accettare la cittadinanza azera o trovare un altro posto dove vivere, ha dichiarato il Presidente della Repubblica di Azerbajgian, Ilham Aliyev, in un’intervista alla televisione azera nel distretto di Salyan, riporta Trend. “Abbiamo ripetutamente affermato che non discuteremo dei nostri affari interni con nessun Paese. Il Karabakh è la nostra questione interna. Gli Armeni che vivono in Karabakh dovrebbero o accettare la cittadinanza azera o trovare un altro posto dove vivere. C’è completa libertà in questo, tutti i fondamenti democratici sono stati offerti. Questo problema dovrebbe essere risolto sulla base dei diritti umani”, ha affermato il Presidente Ilham Aliyev.
L’esercito azero oggi è molto più forte dell’esercito azero che ha vinto la guerra nel 2020 – Presidente Ilham Aliyev Trend News Agency, 18 aprile 2023 BAKU, Azerbaigian, 18 aprile. L’esercito azero oggi è molto più forte dell’esercito azero che ha vinto la guerra nel 2020, ha dichiarato il Presidente della Repubblica di Azerbajgian, Ilham Aliyev, in un’intervista alla televisione azera nel distretto di Salyan, riferisce Trend. “Nei due anni e mezzo trascorsi dopo la guerra, è stata prestata molta attenzione alle questioni relative alla costruzione dell’esercito. Posso affermare con piena fiducia che l’esercito azero oggi è molto più forte dell’esercito azero che ha vinto la guerra nel 2020. Allo stesso tempo, voglio ribadire che siamo pronti per qualsiasi situazione e in qualsiasi momento”, ha dichiarato il Presidente Ilham Aliyev.
«Credevo che il Presidente Aliyev dell’Azerbjigian avesse consiglieri competenti, ma le sue recenti dichiarazioni hanno dimostrato che sono del tutto inutili. Raccomando vivamente che li licenzia, poiché più dura diventa la retorica, più è probabile che il Signor Aliyev finirà per affrontare il Tribunale Internazionale di Den Haag.
L’espulsione forzata di 120.000 Armeni dalla loro patria da parte dell’Azerbajgian sarà senza dubbio un crimine contro l’umanità. Pertanto, più il popolo dell’Artsakh è soggetto all’oppressione, più forte diventerà la nostra lotta e l’unità sarà forgiata contro questo programma. Di conseguenza, non è possibile compiere progressi in questo senso.
La mia posizione rimane ferma: l’unico modo per risolvere questo problema è avviare normali negoziati all’interno dei meccanismi internazionali. L’Azerbajgian deve riconoscere la legittimità dello Stato di Artsakh e dei suoi leader eletti. I negoziati internazionali devono svolgersi con la consapevolezza che in caso contrario porteranno a un vicolo cieco» (Ruben Vardanyan).
Un giorno questa sarà la fine di Aliyev e di suo compare Erdoğan. Erdoğan e Putin sono responsabili della permanenza al potere di Aliyev. Anche se è tardi, un giorno la verità troverà il suo posto.
Cardinal Parolin: la divisione pacifica della Cecoslovacchia modello per i conflitti di oggi
Il Segretario di Stato di Sua Santità ha celebrato nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore nel pomeriggio del 17 aprile 2023 la Santa Messa per il 30° anniversario della nascita delle Repubbliche Ceca e Slovacca, dalla dissoluzione della Cecoslovacchia, che definisce esempio della possibilità di “risolvere pacificamente le divergenze, attraverso il dialogo e il rispetto reciproco”. Un’ispirazione per appianare le tensioni di oggi tra gli Stati, come quelle che hanno causato lo scoppio della guerra in Ucraina e il conflitto nel Caucaso meridionale tra Azerbajgian e Armenia per l’Artsakh/Nagorno-Karabakh armeno.
Le Repubbliche Ceca e Slovacca, il 1° gennaio 1993, prima unite nella Cecoslovacchia, “si separarono pacificamente, dando davanti al mondo una eloquente lezione di come si possano risolvere fondamentali esigenze di autodeterminazione e di indipendenza nel reciproco rispetto, nella pace e nella vera fraternità”. E oggi, alla luce di conflitti come “la guerra in Ucraina scatenata dalla Russia” l’esperienza dei due popoli di 30 anni fa “continua ad essere una fonte di ispirazione”, un modello per altri Stati di come “risolvere pacificamente le loro divergenze, attraverso il dialogo e il rispetto reciproco”. Così il Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, citando anche il discorso di San Giovanni Paolo II a Praga nel maggio 1995, ricorda la nascita delle Repubbliche Ceca e Slovacca, nella Messa per il 30° anniversario di quel “momento importante nella storia dell’umanità”.
Nell’omelia della celebrazione, il Cardinal Parolin prende spunto dalle vicende dei due Stati europei “con radici ben piantate nelle tradizioni slave” per ricordare, “in questo periodo pasquale”, il messaggio di pace donato da Cristo. La pace del Signore “non consiste nell’assenza di conflitti, ma nella presenza della giustizia e concordia”. Come ha ricordato Papa Francesco nell’ultima Messa crismale del Giovedì Santo “costruire l’armonia tra noi” non è “questione di strategia o di cortesia: è un’esigenza interna alla vita dello Spirito”. Un messaggio universale, sottolinea il segretario di Stato, come quello di amore e riconciliazione “che trascende tutti i confini e ci chiama al rispetto reciproco, riconoscendo le nostre differenze e abbracciando ciò che ci unisce”.
L’auspicio del Cardinal Parolin è che questa esigenza di rispetto reciproco, “condivisa da entrambe le Nazioni”, fondata “sulla secolare eredità spirituale dei Santi fratelli Cirillo e Metodio”, conservata “nel corso dei secoli nonostante le persecuzioni, le dominazioni e le soppressioni”, sia fonte di ispirazione non solo per coltivare buone relazioni tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia, ma anche “forza trainante per assicurare la prosperità materiale e soprattutto spirituale ai loro abitanti”. Parolin si augura che questi possano “continuare a rendere lode al Signore in pieno giorno” e che “la luce della fede continui a risplendere in queste Nazioni, mentre le tenebre rischiano di ricoprire ancora una volta l’Europa”.
Nel corso dei secoli, conclude il Segretario di Stato, “i popoli slavi di questa regione hanno affrontato diverse sfide, tra cui la dominazione e l’oppressione straniera”. Ma lo spirito di indipendenza e autodeterminazione “non si è mai affievolito e, grazie a questa intramontabile eredità di evangelizzazione e identità culturale, dopo la caduta del regime comunista, ha dato luogo alla separazione pacifica della Repubblica Federale Ceca e Slovacca nel 1993”.
Segue un pezzo di scrittura che mette le cose in chiaro in riferimento alle opinioni e le prospettive di Monte Melkonian sulle questioni regionali che sono rilevanti nell’attuale #ArtsakhBlockade, e spiega come a volte gli Armeni possono essere il loro peggior nemico.
Artsakh e la verità sulla leggenda di Monte “Avo” Melkonian, comandante della guerra d’indipendenza dell’Artsakh
di Seta Kabranian-Melkonian The Markaz Review, 17 aprile 2023
(Nostra traduzione italiana dall’inglese)
L’autrice armena e professoressa dell’Università dell’Alaska, Seta Kabranian-Melknonian, ricorda il suo defunto marito, il combattente per la libertà Monte Melkonian, e tenta di mettere le cose in chiaro sulle sue imprese per conto dell’enclave armena bloccata di Artsakh aka Nagorno-Karabakh.
Un posto a cui sono connesso è stato bloccato per mesi. Anche se non mi piacciono molto i social media e li uso raramente, cerco le ultime notizie su Facebook e Instagram. Si parla poco dei 120.000 Armeni che si sono ritrovati improvvisamente in una prigione a cielo aperto in stile Gaza. I principali media mantengono un silenzio urlante sulla questione. Rabbia, senso di colpa, frustrazione, disperazione e speranza formano un nodo nel mio petto. Penso ai paesani, ai tanti miei amici che vivono nella regione. Faccio scorrere l’indice destro sul cellulare, su e giù, a destra ea sinistra. Indugio e aspetto.
“Sì, Set”, dice la mia amica, la sua voce priva di eccitazione.
Mi fermo un secondo. Chiedendole il solito come stai? non ha senso.
“Hai preso frutta o verdura?” Chiedo.
“Le forze di mantenimento della pace russe ci hanno portato delle arance”, dice. “Hanno consegnato le mele il giorno dopo, ma non sono in grado di fare lunghe file, lo sai. Quindi, non ne ho ricevuto nessuno”, continua.
“E le tue condizioni cardiache? La chirurgia?” Chiedo.
“Non lo so. Il chirurgo è in Armenia. Non posso decidermi adesso”, risponde. La sua voce si abbassa di un’ottava. “Non sappiamo cosa ci succederà”, dice.
Siamo diventati amiche dopo aver perso i nostri mariti nella stessa battaglia circa 30 anni fa. Era diventata una madre single con cinque figli minorenni. Sono diventata la madrina della famiglia. Lei e molti dei miei vecchi amici vivono ad Artsakh, l’Oblast autonomo del Nagorno Karabakh di epoca sovietica, un’enclave armena donata da Stalin alla Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian nel 1921. Dopo 28 anni di relativa pace e prosperità, è difficile immaginare resurrezione delle difficoltà che hanno attraversato nei primi anni ’90, quando Armeni e Azeri hanno combattuto una guerra per il controllo della regione. Quello era un periodo in cui il blocco, le file infinite per il pane e il carburante, i giorni bui e freddi facevano parte del nostro vocabolario quotidiano.
Ora, a migliaia di chilometri di distanza, sullo schermo del mio computer c’è il Corridoio di Lachin, fin troppo familiare ma stranamente barricato, che collega il Nagorno Karabakh all’Armenia. Una strada che per un quarto di secolo mi ha permesso di essere parte di un’ancora di salvezza prima portando una scheggia di gioia ai bambini della guerra e poi organizzando eventi culturali e progetti umanitari per i sopravvissuti. L’ultima volta che ho attraversato il Corridoio di Lachin è stato nel 2018 per essere tra le persone con cui ho gioito delle vittorie e lamentato le sconfitte. Ora l’unica strada per raggiungermi con i miei parenti è bloccata. Tagliato. Amputando lentamente la regione dal suo corpo. Nego che non potrei mai più camminare per le strade abituali, accendere le mie candele nelle solite chiese e passare la notte a casa del mio amico, come ero solito fare.
Ero bambino quando cantavo “Il lamento del Karabakh”, dopo averne sentito il nome per la prima volta. Un artista della diaspora ha scritto la musica per i testi censurati del poeta armeno sovietico Hovhaness Shiraz: Quello che ti ha strappato all’Armenia non è un fratello dell’Armenia
Impigliato tra noi due, tu sei il mio bambino, il mio Karabakh
Dopo essermi diplomato al liceo in Libano, dove sono nato e cresciuto, sono arrivato nell’Armenia sovietica per studiare. I miei nuovi amici lì non conoscevano la canzone. Solo pochi conoscevano la poesia attraverso le recitazioni dell’autore. Durante una gita universitaria, mi sono fermato accanto all’autista in un autobus LAZ sovietico sovraffollato. Ondeggiando con le gomme in movimento, attraverso un microfono ronzante ho cantato: Il Karabakh è il grido di mia madre, che mi chiama con una fede straziante
Il Karabakh è il mio papavero rosso, ma vestito di nero sul cuore
Quando ho finito la canzone, i miei amici hanno applaudito e applaudito. Il nostro preside si è spostato sulla sedia. “Ragazzi, questo non è giusto”, ha detto. «Compagno Barseghian, è un canto patriottico armeno», dissi con la sicurezza che mi concedeva il mio status di studente straniero.
Durante i miei anni universitari nell’Armenia sovietica, non ho mai visitato il Nagorno-Karabakh. Tuttavia, nella fase Glasnost e Perestrojka del mio ultimo anno di università, è apparso in prima linea nelle nostre vite. Nel febbraio 1988, il Consiglio dei deputati del popolo dell’Oblast autonomo del Nagorno-Karabakh ha votato per la riunificazione con Madre Armenia. La maggioranza armena nell’enclave aveva iniziato massicce manifestazioni. Pochi giorni dopo, dal mio dormitorio nel centro della capitale dell’Armenia Yerevan, sono andato a piazza dell’Opera, dove migliaia di Armeni si sono riuniti in solidarietà con le richieste. In pochi giorni, mi trovavo tra decine di migliaia, centinaia di migliaia, oltre un milione di compatrioti per sostenere il movimento del Karabakh. Tenendo un piccolo taccuino nel palmo della mano, ho scarabocchiato un diario per il mio fidanzato segreto, Monte Melkonian, all’epoca prigioniero politico in Francia.
Entro la fine di febbraio, a causa delle richieste di autodeterminazione dei loro compatrioti, gli Armeni nelle città azere di Sumgait e Kirovabad sono stati vittime di pogrom ed espulsioni. Dall’altro lato, gli Azeri iniziarono a fuggire dall’Armenia, con alcuni cacciati dai gruppi paramilitari armeni come rappresaglia per i suddetti pogrom. Abbiamo continuato le nostre manifestazioni in Armenia, sperando in una soluzione pacifica che non è mai arrivata. Praticando il loro diritto all’autodeterminazione in conformità con la legge sovietica, l’Oblast autonomo del Nagorno-Karabakh e la Repubblica Socialista Sovietica di Armenia hanno approvato una risoluzione che chiedeva l’unificazione. Seguì un pogrom a Baku, in cui gli Armeni furono uccisi o espulsi dalle loro case. Altri Azeri sono poi fuggiti o sono stati espulsi dall’Armenia. Quando l’Unione Sovietica crollò, era iniziata una guerra a tutti gli effetti tra il Nagorno Karabakh, sostenuti dall’Armenia, e l’Azerbaigian.
Mi ero già laureato all’università e mi ero trasferito in Europa quando è successo. Dopo due anni di assenza, nell’autunno del 1990, ero di nuovo in Armenia con il mio fidanzato. Dopo il nostro matrimonio nel monastero di Geghard del IV secolo, un amico ha gridato: “Vogliamo una canzone dalla sposa! Una canzone dalla sposa!
Ho guardato Monte. Durante i nostri momenti più felici, entrambi abbiamo riconosciuto l’importanza del “Lamento del Karabakh”. Monte mi ha abbracciato intorno alla vita mentre cantavo: Un alveare che dà il suo miele a un’ape straniera, tu sei il mio bambino, il mio Karabakh.
Poche settimane dopo i nostri voti, Monte si è unito alla lotta per il Nagorno-Karabakh, l’Artsakh armeno dei tempi antichi. Fin dai suoi primi vent’anni, era stato determinato ad aiutare a ripristinare i diritti del suo popolo a vivere nelle loro terre ancestrali. Nel processo, è stato associato sia agli eroi che ai cattivi dell’epoca. Fu anche il primo a denunciare pubblicamente i cattivi e a prendere le distanze da loro. Monte rappresentava tutti gli oppressi e credeva nel diritto di combattere, che è il titolo di un libro di suoi saggi, pubblicato nel 1993 [QUI].
Addestrato in un campo militare palestinese e già veterano dell’allora guerra civile libanese, durante la quale aveva contribuito a difendere il quartiere armeno di Beirut dalle milizie cristiane, Monte si unì ai feroci combattimenti contro l’esercito israeliano quando invase il Libano nel 1982. Amava i suoi compagni – Turchi, Curdi, Corsi e Baschi, tutti guerrieri delle nazioni oppresse – che lottavano per i diritti del loro popolo. Nelle situazioni più improbabili, come la guerra, difendeva allo stesso modo i diritti degli esseri umani, degli animali e dell’ambiente. Ha denunciato i tiranni, compreso i suoi, ed è rimasto incorruttibile fino alla fine. La sua ultima battaglia fu ad Artsakh, nel 1993.
L’elicottero si librava, le pale che tagliavano il caldo secco. Le nuvole di polvere presero la forma di un tornado. I veicoli militari si avvicinavano, trascinandosi dietro la terra come il velo di una sposa. In un videoclip, sono una figura snella vestita di nero, i capelli lucenti come il centro del papavero rosso nativo, mentre scendo i gradini. Circondato dai miei compagni in divisa militare, guardo gli uomini che si abbracciano addolorati. Ricordo di aver sentito il loro disagio, confusione ed esitazione. Non hanno osato avvicinarsi a me. Non erano riusciti a proteggere mio marito, il loro comandante.
In piedi vicino a quell’elicottero, ho guardato la foto in bianco e nero appuntata sui risvolti delle divise dei compagni. Non avevo mai visto la foto prima. Sopracciglia corrugate, i suoi occhi scuri mi fissano. Un’attaccatura dei capelli sfuggente accentua la sua fronte, il suo viso incorniciato dalla barba a forma di cuore. Ho immaginato che, nonostante la fretta costante e la maglietta spiegazzata che indossa nella foto, Monte potesse essere rilassato. Al di là delle lacrime, ho fatto un respiro profondo. Non c’erano lacrime.
Dopo la sua partenza in quel caldo giorno di giugno, non ci volle molto perché il folklore prendesse piede. Infinite versioni di Monte hanno inondato la carta stampata di storie inventate. Per uno, “era un santo combattente”, una specie di crociato; per un altro, un guerriero vendicativo (in verità, considerava la vendetta tra le più vili disposizioni). Uno lo ha reso un fumatore (non ha mai provato a fumare); un altro lo fece girare come cantante (con sua grande delusione, era praticamente stonato). Successivamente, molte distorsioni sono apparse su Internet, su Facebook, Instagram e altre piattaforme di social media.
Ho boicottato Facebook fin dall’inizio. Ma Facebook è entrato in faccia alla società. Considerato un assalto da alcuni, è stato etichettato come un successo di marketing. Presto le mie e-mail furono infestate da falsità “condivise”. Letteralmente a migliaia. Storie immaginarie, auto-esaltazione, affiliazioni inventate, storie alte di eroismo e patriottismo e rappresentazioni distorte di un umanista che diceva che le persone dovrebbero essere giudicate dalle loro idee, principi, azioni e stile di vita, non dalle loro origini. In una lettera dell’ottobre 1988 a me, Monte ha scritto: Il razzismo è sbagliato in qualsiasi parte del mondo e per qualsiasi motivo. È totalmente irrazionale e illogico. È una specie di complesso che implica certe insufficienze da parte di chi ci crede. Il nostro popolo è stato ripetutamente sottoposto alle politiche molto antiumane di vari governi turchi che sono stati spesso sostenuti dalla massa del popolo turco (molto non politicizzato). Oggi non fa eccezione. Tuttavia, questo non significa affatto che dovremmo essere razzisti o odiare tutti i Turchi e tutto ciò che è turco. No, invece dovremmo essere calmi e obiettivi. Dovremmo dare uno sguardo più critico alla nostra storia per comprendere meglio le interrelazioni della nostra gente con i nostri vicini.
Fisso i due schermi sulla mia scrivania. Il mio computer e il mio telefono ripetono la stessa cosa. Le parole le capisco una per una, ma messe insieme sembrano indecifrabili.
“Le gente del Nagorno-Karabakh sono cittadini dell’Azerbajgian”, afferma il leader di quest’ultimo Paese.
La gente dell’Artsakh non ha visto un Azero in carne ed ossa negli ultimi 30 anni. La gente dell’Artsakh non ha sentito la lingua azera, ascoltato musica azera o mangiato cibo azero dall’inizio degli anni ’90. E sebbene l’assurdità della dichiarazione del leader azero sia sbalorditiva, rimane in gran parte inosservata dal mondo.
La macchina delle pubbliche relazioni del governo azero è stata implacabile nel riscrivere la storia. Dalle mappe ai libri di storia alle demolizioni di siti antichi (non) protetti dall’UNESCO, l’equivalente di milioni di dollari deve essere stato speso per la deliberata cancellazione della presenza indigena armena.
Questa pratica si estende ai social media. Facebook è un ottimo strumento nelle mani della macchina delle pubbliche relazioni dell’Azerbajgian. Sophie Zhang, la whistleblower di Facebook [QUI] ha rivelato di aver “visto il danno più persistente” dall’abuso di Facebook da parte del partito politico al governo dell’Azerbajgian per indurre in errore i propri cittadini a schiacciare l’opposizione e organizzare attacchi contro la popolazione armena in Artsakh. La corruzione del governo azero è ben documentata, così come la brutalità dei suoi soldati e i loro crimini di guerra. Eppure il leader dell’Azerbajgian afferma che “la vita degli Armeni in Karabakh sarà molto migliore che durante l’occupazione [da parte dell’Armenia]”.
Contro il mio miglior giudizio, soccombo alla pressione dei fan di Monte e approdo su Instagram. Il mio obiettivo è fornire informazioni accurate per ricostruire la vera immagine del guerriero. Nessun amore o odio in più, semplicemente la verità così come la conosco, sostenuta dal privilegio della documentazione che possiedo.
I miei post sono foto, brevi spiegazioni, eventi documentati e citazioni dirette. Descrivo il personaggio del “Che Guevara armeno”, come lo aveva definito un giornalista occidentale. Sottolineo gli ideali a lui cari: lotta per gli oppressi, come ha combattuto per il popolo palestinese in Libano; solidarietà con tutti i movimenti popolari, poiché ha mostrato solidarietà con i combattenti progressisti per la libertà curdi e turchi; protezione di tutte le vite innocenti, proprio come ha mostrato misericordia a tutti in Artsakh. Ricordo la sua rigorosa disciplina e istruzioni ai suoi soldati per salvare vite innocenti, non importa chi fossero.
Il mio Instagram è vibrante. Insieme ai messaggi di supporto, ricevo alcune note di odio, presunto terrorismo, omicidio e crudeltà. I fatti hanno perso credibilità. I social media non hanno posto per la verità. La sua nuova realtà ha preso il sopravvento. Le storie di guerrieri – una razza rara – non ne fanno parte. Penso a Malcom X. La resistenza della società alle verità scomode mi rattrista.
Una per una, le foto della mia patria, le foto della mia gente, le foto del mio defunto marito comandante, persino le foto di noi due insieme in abiti civili – vengono bloccate da Instagram, seguite da avvertimenti. Mi chiedo quali siano i miei diritti. Io “Segnala un problema”, mi lamento e spiego. Le foto vengono ripristinate e sbloccate. Ricevo messaggi di scuse generiche.
Nell’anniversario della sua morte, pubblico la foto in bianco e nero della spilla sulla divisa dei suoi soldati ventotto anni prima. Racconto la storia e molto presto il mio account Instagram scompare. “Eliminato”, dice il messaggio di Instagram.
La mia verità sembra indifesa contro gli arbitri e gli autori di falsità. La verità dei miei 120.000 compatrioti dell’Artsakh è invisibile sulla tela azera ricca di petrolio. Una verità fluida ha conquistato lo spazio dei social media. La dichiarazione d’intenti di Instagram afferma “catturare e condividere i momenti del mondo”. I miei momenti, però, non contano. I creatori di Instagram affermano che si può ” entrare in contatto con più persone, creare influenza e creare contenuti accattivanti che siano distintamente tuoi “. Ma il mio potrebbe essere troppo “distintamente mio” e non può essere permesso.
La dichiarazione d’intenti di Facebook afferma “dare alle persone il potere di condividere e rendere il mondo più aperto e connesso”. Solo non a tutte le persone. In ogni anniversario della commemorazione di mio marito, migliaia di account Facebook di utenti armeni vengono contrassegnati, ricevono avvisi, restrizioni e blocchi, anche quando i loro post sono ripubblicati dai media mainstream o dai siti governativi.
Le persone mi inviano screenshot delle loro pagine Facebook e account Instagram bloccati. Alzo le mani. Faccio clic sulla X nell’angolo destro dello schermo del mio computer. Internet è chiuso. Uno schermo bianco pulito ricambia il mio sguardo. Posiziono le dita sulla tastiera. Una fila di lettere nere procede in progressione regolare, facendo spazio alla mia verità.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-18 14:28:512023-04-19 16:29:45128° giorno del #ArtsakhBlockade. Ilham Aliyev: «Gli Armeni che vivono in Karabakh devono accettare la cittadinanza azera o trovare un altro posto dove vivere» (Korazym 18.04.23)
Non ha precedenti la situazione dei cristiani in Israele. Gli attacchi contro di essi sono aumentati vertiginosamente sotto il nuovo governo Netanyahu, riconosciuto per essere il più legato alla destra religiosa della storia dello Stato ebraico.
Il Patriarca Latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa ha rilasciato un’intervista all’Associated Press in cui ha parlato dell’incremento delle aggressioni da parte degli estremisti ebraici che hanno vessato il clero e vandalizzato proprietà religiose a un ritmo sempre più veloce.
«La frequenza di questi attacchi, le aggressioni, è diventata qualcosa di nuovo», ha detto Pizzaballa all’agenzia di stampa. «Queste persone si sentono protette» perché sentono «che l’atmosfera culturale e politica ora può giustificare, o tollerare, azioni contro i cristiani».
«I cristiani affermano di ritenere che le autorità non proteggano i loro siti da attacchi mirati».
Le preoccupazioni sono condivise anche dai cristiani non-cattolici. «Gli elementi di destra vogliono giudaizzare la Città Vecchia e le altre terre, e sentiamo che nulla li trattiene ora», ha dichiarato ad AP padre Binder, pastore della cattedrale anglicana di San Giorgio a Gerusalemme. «Le chiese sono state il principale ostacolo».
«I cristiani armeni hanno trovato graffiti odiosi sui muri di un loro convento. I sacerdoti di tutte le denominazioni affermano di essere stati perseguitati, sputati e picchiati mentre si recavano in chiesa» continua AP. «A gennaio, ebrei religiosi hanno abbattuto e vandalizzato 30 tombe contrassegnate da croci di pietra in uno storico cimitero cristiano della città. Due adolescenti sono stati arrestati con l’accusa di aver provocato danni e oltraggio alla religione».
Due mesi fa c’era stato il caso di un «turista» americano che armato di martello era entrato nella Chiesa della Condanna e Imposizione della Croce
– importante luogo di culto situato sulla Via Dolorosa – per distruggere statue di Gesù: «non potete avere idoli a Gerusalemme. Questa è la città santa».
In gennaio, una folla di coloni israeliani ha attaccato un bar di proprietà armena nel quartiere cristiano gridando «morte agli arabi… morte ai cristiani». Secondo quanto riportato, la polizia avrebbe fatto pochi sforzi per prendere i colpevoli.
Dopo una certa pressione mediatica locale, si sarebbe detto, due mesi più tardi, che tre sospetti erano stati arrestati, tuttavia al proprietario del locale era stato chiesto, bizzarramente, il video di sorveglianza, nonostante questo fosse già disponibile online e che telecamere di controllo siano onnipresenti nella Città Vecchia.
Due giorni dopo l’attacco al locale, armeni che lasciavano un funerale nel loro sarebbero stati attaccati da coloni israeliani che portavano bastoni. Un armeno è stato spruzzato con lo spray al peperoncino mentre i coloni hanno scalato le mura del convento armeno, cercando di tirar giù la sua bandiera, che ha una croce sopra.
Quando gli armeni li hanno cacciati via, i coloni hanno iniziato a gridare: «attacco terroristico», spingendo la vicina polizia di frontiera a puntare le armi contro gli armeni, picchiandoli e arrestandone uno, riporta Al Jazeera
Nei video finiti in rete, si vedono botte ai cristiani che tentavano di raggiungere la Chiesa del Santo Sepolcro lo scorso sabato santo.
Non mancano quest’anno i video di un grande classico della Città Vecchia, i riccioluti cappelluti ortodossi che sputano si cristiani e sulle cristiane, in questo caso due suore, non disegnando tuttavia anche uno sputazzo anche una Via Crucis di passaggio.
Dopo l’indignazione diffusa, Netanyahu ha detto che avrebbe presentato il disegno di legge e uno dei legislatori che lo ha presentato ha dichiarato che non ha intenzione di andare avanti con il divieto «in questa fase».
Washington, ora in mano a sedicenti campioni dei diritti civili, della non-discriminazione, della libertà religiosa etc., sembra non voler alzare un dito contro questa nuova persecuzione anticristiana in corso.
La libertà religiosa va sempre bene, purché non si tratti di quella dei cristiani. Che sono, e rimarranno, i veri nemici dei principi di questo mondo.
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http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-18 11:52:532023-04-18 14:54:45Israele, attacchi ai cristiani a livelli senza precedenti (Renovatio
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