Mentre cammina tra le macerie, Sevak Khathaturyan alza il braccio al cielo e indica le alte montagne innevate tutt’intorno. Le cime non si vedono perché immerse in una fitta coltre di nebbia. «I turchi sono lassù», dice «è da là che ci hanno bombardato. Ora che c’è la neve è difficile che scendano in pianura, ma appena si scioglierà temiamo che proveranno a conquistare il nostro villaggio».
Li chiama turchi, come in Armenia fanno tutti, ma in realtà si riferisce all’esercito dell’Azerbaigian. Khathaturyan è il capo dell’amministrazione di Sotk, villaggio armeno di 800 anime situato sul confine azero. Lo scorso settembre i soldati di Baku hanno lanciato un’offensiva, conquistando diverse posizioni sulle montagne circostanti e bombardando pesantemente verso valle. «Metà della popolazione di Sotk è scappata», racconta mostrandoci i segni dei missili «grad» piovuti sul centro abitato. «Il loro obiettivo è proprio farci fuggire così da poter presto occupare questo territorio». I pochi abitanti rimasti temono che la guerra sia imminente. Già ora si verificano quasi quotidianamente scontri armati lungo tutta la linea di contatto, con diversi morti e feriti. Con lo sciogliersi della neve si teme che l’Azerbaigian lanci un’offensiva su larga scala per occupare gran parte dell’Armenia.
La pace punitiva
La crisi tra Armenia e Azerbaigian dura da più di trent’anni e si è intensificata nel 2020 quando l’esercito azero, con l’appoggio militare della Turchia, ha attaccato il Nagorno-Karabakh, contesa regione di confine che secondo il diritto internazionale appartiene all’Azerbaigian ma che allora era abitata esclusivamente da armeni e amministrata da una repubblica non riconosciuta controllata da Yerevan. Attraverso la loro inarrestabile avanzata, i soldati di Baku hanno costretto l’Armenia a firmare una pace punitiva che ha sancito il passaggio di gran parte del Karabakh sotto il controllo azero e l’esodo di massa della popolazione. Le uniche parti rimaste in mano armena sono la città di Stepanakert e i suoi dintorni, che sono diventati un’enclave. Lì oggi vivono ancora 120.000 armeni in una difficile situazione umanitaria. Circondati dal nemico, possono raggiungere l’Armenia solo attraverso uno stretto che passa attraverso le posizioni militari azere: il corridoio di Lachin, controllato da un paio di migliaia di soldati russi che in base agli accordi di pace sono chiamati a garantire la circolazione delle persone e delle merci e la protezione degli armeni rimasti in Karabakh.
La tensione cresce
Negli ultimi due anni e mezzo, però, la situazione è peggiorata drasticamente: grazie alla fragilità di Yerevan, militarmente devastata dalla guerra e vittima di conflitti politici interni, l’Azerbaigian ha iniziato a rivendicare il controllo non solo di tutto il Karabakh, ma anche di gran parte dell’Armenia, compresa la capitale. Ora Baku chiede un corridoio extraterritoriale che, tagliando in due l’Armenia, colleghi l’Azerbaigian alla Turchia, cosa che Yerevan rifiuta. La tensione è diventata così alta da sfociare più volte in scontri militari. A maggio e novembre 2021 e a settembre 2022, i soldati azeri hanno attaccato non il Karabakh ma direttamente l’Armenia, conquistando aree in tre sue regioni di confine. Da allora, l’Azerbaigian ha occupato un totale di 150 chilometri quadrati di territorio armeno e vi ha stabilito numerose postazioni militari.
Il corridoio di Lachin
La tensione ha raggiunto il picco nel dicembre 2022, quando un gruppo di autoproclamati attivisti per il clima, controllati in realtà da Baku, ha occupato il corridoio di Lachin, bloccando il traffico e isolando completamente gli armeni del Karabakh: 120.000 persone sono quindi bloccate a Stepanakert, con carenza di cibo, medicine, gas e benzina. Marut Vayan è una giornalista quarantenne di Stepanakert. Ci chiama di notte, in un momento in cui ha la corrente. «Ogni tre ore viene spenta perché non ce n’è abbastanza», dice. «I generatori non possono più arrivare dall’Armenia. Guardando fuori dalla finestra, tutto è buio e deserto. Le uniche luci provengono dalle aree controllate dall’Azerbaigian sulle colline intorno a noi». Gli unici prodotti disponibili sono occasionalmente introdotti dai russi e dalla Croce Rossa Internazionale, ma appena messi in vendita si esauriscono immediatamente, i prezzi sono diventati molto più alti e la disoccupazione è dilagante. Qualora l’Azerbaigian conquistasse Stepanakert, l’intera popolazione attuale potrebbe fuggire, annientando così definitivamente qualsiasi presenza armena nel Karabakh. Molti temono che ormai sia solo questione di tempo.
Il paradosso
In questa situazione, la Russia non sta intervenendo militarmente né condannando a gran voce le aggressioni azere. Ciò è dovuto in parte al suo impiego nel Donbass, ma anche al fatto che grazie alla guerra in Ucraina l’Azerbaigian si trova in una posizione di forza politica straordinaria. Baku mantiene un ruolo di partenariato strategico sia con Mosca che con l’Unione Europea (e la Svizzera). Poiché l’Occidente non può più acquistare idrocarburi dalla Russia a causa delle sanzioni, l’approvvigionamento dall’Azerbaigian, che è un grande produttore di idrocarburi, è diventato vitale. L’11 luglio 2022, il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha firmato un memorandum d’intesa con Baku per raddoppiare le esportazioni di gas azero verso l’UE. Allo stesso tempo, diversi rapporti indicano che la società di Stato russa Gazprom ha recentemente raggiunto un accordo con l’Azerbaigian per fornirgli un miliardo di metri cubi di gas. Questo è destinato al mercato interno azero, il che non dovrebbe violare la politica delle sanzioni occidentali contro la Russia. Sul piano politico, però, gli armeni stanno pagando il prezzo. Baku vede un’opportunità storica per esercitare pressioni sui suoi nemici mentre nessuna potenza internazionale sembra realmente pronta ad aiutarli. Paradossalmente, per provare a proteggersi, Yerevan sta aprendo alla normalizzazione dei suoi rapporti con la Turchia, suo storico nemico e grande sponsor dell’Azerbaigian, nella speranza che possa mettere un freno alle mire espansionistiche azere. «Il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Ankara non è mai stato una precondizione da parte armena per la normalizzazione delle relazioni con la Turchia», dice Artur Vanetsyan, uno dei principali leader dell’opposizione all’attuale governo armeno. «Circa un decennio fa, grazie agli sforzi di mediazione della Svizzera, vennero firmati documenti tra Armenia e Turchia per normalizzare le relazioni bilaterali senza che la questione del genocidio fosse un ostacolo. Fu però Ankara a rifiutarsi di ratificare quei documenti, e la ragione di ciò non era la questione del genocidio bensì le reticenze turche legate al Nagorno Karabakh». Oggi, paradossalmente, gli armeni pur di salvarsi cercano il sostegno del proprio grande storico nemico.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-17 19:02:302023-04-17 19:02:30ConflittiLa normalità della guerra in una terra contesa da decenni (Cdt 17.04.23)
Lo sapete che il termine genocidio è di conio recentissimo? Se lo cercate su un dizionario d’antan, sul Tramater o sul Tommaseo, ad esempio, non trovate il lemma. Compare solo sui dizionari pubblicati dopo il 9 dicembre del 1948, quando, tra gli atti costitutivi della fondazione dell’ONU, l’Assemblea Generale adottò, con la Risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.
L’umanità non aveva avuto bisogno, prima del ‘900, di un lemma per indicare questo crimine e, se non lo aveva cercato prima, possiamo dedurne con ragionevole certezza che fino ad allora non erano stati perpetrati delitti di tanta portata. C’erano state guerre terribili, crudeli, massacri agghiaccianti, ma la memoria umana non aveva memoria a fine ottocento di tentativi di sistematica distruzione di un gruppo etnico mediante l’eliminazione fisica degli individui che lo compongono, la dispersione delle famiglie, l’eradicamento dei bambini non uccisi dalla loro cultura tramite la deportazione e l’affidamento ad altre famiglie di diversa etnia o cultura, che si prodigano per recidere dalla loro mente ogni legame con le proprie origini, la soppressione delle istituzioni pubbliche e la demolizione dei monumenti e dei documenti d’archivio di un popolo. Quando diciamo di genocidio parliamo di tutto ciò, non di un massacro generico.
Il primo nella storia dell’umanità – e il più dimenticato – fu quello degli Armeni ad opera dei Turchi tra il 1914 ed il 1920. Un milione e mezzo di persone trucidate, bruciate vive, il saccheggio capillare dei loro beni patrimoniali, la distruzione delle chiese e delle biblioteche. A quel genocidio fecero seguito altri due, l’Holomodor degli Ucraini ad opera dei Russi sovietici negli anni Trenta, circa tre milioni di esseri umani soppressi per fame, ed il più noto, l’Olocausto degli Ebrei ad opera dei nazisti di Hitler, sei milioni circa di ‘giudei’ passati per i forni crematori nei lager.
Sconfitto Hitler, nel dopoguerra il mondo costituì l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) con l’obiettivo di prevenire e scongiurare nuove guerre. E nuovi genocidi.
La Risoluzione 260 A (III) dell’ONU, nell’istituire il reato penale universale del genocidio, così ne delimitò il concetto:
«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
uccisione di membri del gruppo;
lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».
La Risoluzione dell’ONU non considera con la dovuta attenzione, però, una costante nei tre genocidi del XX secolo: in tutti e tre i genocidi le vittime erano disarmate. Non si trattò di massacri contestuali ad uno scontro militare tra due gruppi armati, ma dello sterminio di minoranze etniche o culturali inermi da parte di Stati armati di tutto punto. Tanto inermi le vittime che neanche sospettavano di essere esposte al rischio dello sterminio.
Gli Armeni erano una delle tante comunità nazionali membra dell’Impero Ottomano, in cui avevano vissuto per secoli. Ad inizio del Novecento avevano finanche una loro rappresentanza politica eletta nel Parlamento di Costantinopoli. Nel ‘14, mentre i Giovani Turchi – partito politico laicista al governo – ne pianificavano la soppressione fisica ed il furto dei loro beni, i deputati armeni nel Parlamento addirittura ne appoggiavano il governo. Avevano cominciato già da fine Ottocento a subire violenze sempre più frequenti e crudeli da parte di Curdi e Turchi, perciò si erano armati. Per autodifesa. Il governo massonico dei Giovani Turchi, con la motivazione della preminente esigenza della sicurezza nazionale alla vigilia della Prima Guerra Mondiale e con l’appoggio della loro stessa delegazione parlamentare, li persuase a deporre le armi ed a consegnarle ai diversi commissariati ottomani presenti nei territori da essi abitati, impegnandosi a garantire la loro incolumità. Si fidarono gli sventurati e si autodisarmarono. Si arruolarono anche in massa nell’esercito ottomano, dove furono poi passati per le armi.
Il 24 aprile 1915, allo scopo ufficiale di tenere una grande convention di confronto culturale con la componente armena dell’Impero, tutta la sua classe dirigente – politica, culturale e religiosa – fu invitata a Costantinopoli. Una volta arrivati nella capitale, i rappresentanti di quella millenaria civiltà cristiana del Caucaso furono arrestati, quindi deportati nel deserto e portati alla morte. Ebbe inizio così il primo genocidio della storia dell’umanità.
Oggi l’Armenia è un piccolo Stato autonomo, di tre milioni di abitanti; un’altra decina sono gli Armeni della diaspora nel mondo. Nel 1988 la Repubblica Socialista Sovietica Armena istituì il Giorno della Memoria del Genocidio degli Armeni, fissandolo per il 24 aprile, il giorno della fatidica trappola mortale. L’attuale Repubblica post-sovietica ha conservato il 24 aprile come giorno del ricordo.
Poco sopra, dicendo dei tre genocidi del XX secolo, parlavamo di quello degli Armeni ad opera dei Turchi, di quello degli Ucraini ad opera dei Russi sovietici e di quello degli Ebrei ad opera dei nazisti. Non dicevamo, in quest’ultimo caso ad opera dei Tedeschi per l’evidente motivo che, sconfitto il nazismo, il popolo tedesco ha fatto pubblica ammenda della Shoah e riconosce il 27 gennaio di ogni anno come Giorno della Memoria dell’Olocausto. Non così i Turchi ed i Russi, che tuttora non solo negano le proprie responsabilità nei due genocidi, ma minacciano anche ritorsioni verso gli Stati ed i popoli che le ricordano.
Il 24 aprile non è perciò riconosciuto da tutti gli Stati del mondo come Giorno della Memoria, solo da alcuni. Tra questi non c’è l’Italia. Il gas azero ed il peso della Turchia nella NATO contano eccome in questa colpevole negligenza della nostra Repubblica. A fronte di tanto, tuttavia, numerose Regioni, Province, Istituzioni culturali, nonché Comuni italiani hanno deciso in autonomia di riconoscere il 24 aprile e ne ricordano annualmente la tragedia.
Tra questi Comuni, dallo scorso anno, c’è anche Cava de’ Tirreni. Nella città metelliana, in località Croce di Cava, tra il ‘600 e l’800 vissero da eremiti alcuni monaci armeni. A Napoli risiedeva da secoli una piccola ma significativa comunità armena. Ne fa testimonianza San Gregorio Armeno, la celebre strada oggi detta ‘dei presepi’. Erano mercanti e una volta all’anno si recavano a Salerno per partecipare alla sua fiera. Fu così che, passando per Croce di Cava, un giovane monaco armeno, fra’ Giovanni di Giovanni, fu attratto da una chiesetta ormai in rovina e decise di trasferirvisi per vivervi da eremita. A lui ne succedettero altri fino al 1819, quando l’ultimo morì. Prima di rendere l’anima a Dio aveva aderito al cattolicesimo, era diventato sacerdote e si era integrato nel presbiterio diocesano. Nella biblioteca di Cava tuttora sono conservati cinque volumi in lingua armena a tema religioso, ovviamente.
Quest’anno il Comune di Cava de’ Tirreni, in collaborazione con l’associazione Joined Cultures, ha onorato la Memoria del Genocidio invitando Robert Attarian ed Emanuele Aliprandi, membri della Comunità armena di Roma, a tenere una serie di incontri con la cittadinanza e con gli studenti del Liceo Scientifico Genoino. Contestualmente il Comitato per la difesa della Biblioteca ha inaugurato una mostra sugli Armeni e l’Italia, con una sezione dedicata sugli Armeni di Cava com’è naturale. La mostra è stata inaugurata venerdì 14 aprile mattina dalle stesse personalità armene di cui sopra.
È stata una due giorni – quella del 13 e 14 aprile – molto intensa con momenti di vibrante emozione. Ad esempio quando Elisabetta Musco, cavese di madre armena, a sua volta figlia di due profughi fuggiti dalla deportazione ad inizio Novecento, ha raccontato la storia drammatica ed insieme meravigliosa dei suoi nonni.
Per chiudere una parola in più va detta sulla mostra: è una vera gemma, piccola ma esaustiva, soprattutto inappuntabile nei riferimenti storici. Resterà aperta fino al 28 aprile.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-17 18:58:312023-04-17 18:58:31Armenia, il genocidio dimenticato (Gente e Territorio 17.04.23)
Un percorso istituzionale, con la collaborazione di enti, istituti e associazioni, per celebrare la Giornata del Ricordo del Genocidio armeno. Dopo la prima edizione, promossa l’anno scorso su iniziativa della Presidenza del Consiglio comunale, torna anche quest’anno sino al 16 maggio un ricco programma di iniziative diffuse sul territorio comunale.
Il cartellone degli eventi è stato presentato questa mattina a Ca’ Farsetti alla presenza della presidente del Consiglio comunale ErmelindaDamiano, di Baykar Sivazliyan, presidente Unione Armeni d’Italia, Aldo Ferrari, professore di Lingua e letteratura armena dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Germana Daneluzzi, presidente dell’Associazione Civica Lido Pellestrina, di Roberta Di Mambro, Guardian Grando della Scuola di San Teodoro, che il 20 aprile, alle ore 11, ospiterà la cerimonia cittadina in ricordo del genocidio del Popolo armeno. Un appuntamento in cui oltre a momenti di approfondimento e dibattito si terranno canti tradizionali e popolari, letture di poesie armene e l’esecuzione musicale al duduk, antico strumento musicale armeno.
“Incontri con gli studenti, dibattiti, conferenze, proiezioni di film, visite guidate, spettacoli teatrali: un ricco e variegato programma che consente di valorizzare più aspetti della cultura armena, in continuità con tutti quei percorsi della memoria promossi a Venezia che in questi anni ha saputo ripercorrere, conoscere ed approfondire con grande sensibilità e competenza le persecuzioni e i gravi crimini della storia recente” ha sottolineato la presidente Damiano. “Il popolo armeno vede nella nostra città una presenza antica, costante e significativa sin dai tempi della Serenissima. Venezia, partendo da una tragedia come quella del genocidio armeno, vuole dare continuità a questa storia, provando a sanare una ferita dolorosa e ancora aperta di questo popolo, valorizzandone anche cultura, storia e tradizioni e contribuendo a lanciare un messaggio di condivisione e di rispetto tra i popoli”.
“A Venezia c’è un secolare rapporto con gli armeni – ha aggiunto il professor Ferrari – e avere questa dimostrazione di sensibilità, che cresce di anno in anno, è un segnale molto bello”. “Tutti gli armeni d’Italia che rappresento – ha rimarcato Baykar – sono veramente molto grati al lavoro che sta facendo il Comune di Venezia, dando voce alla Comunità armena, che ha radici veneziane, ma è estesa in tutto il Paese con 3500 cittadini”.
L’obiettivo principale – come è stato evidenziato da Germana Daneluzzi – è quello di coinvolgere le nuove generazioni. Quest’anno sono stati promossi incontri con gli studenti dell’Istituto Cavanis, Vendramin Corner, Benedetti, Stefanini e Franchetti e per l’anno prossimo si pensa già a incontri con le scuole superiori nella Città metropolitana di Venezia.
Tra gli appuntamenti da ricordare il 19 aprile alla Biblioteca Hugo Pratt, alle 17.30, una conferenza dal titolo “Donne del genocidio armeno: tra memoria e letteratura”; il 20 aprile oltre alla Cerimonia cittadina nella Scuola Grande di San Teodoro, alle ore 18, all’auditorium dell’M9 si svolgerà la proiezione del video “Dal genocidio alla ricostruzione dell’identità nazionale”. Il due maggio, prima alle 9.30 (dedicata alle scuole), poi alle 17.30, si terrà la giornata del cinema armeno alla Casa del cinema. Alle 18.30 di giovedì 4 maggio al Conservatorio Benedetto Marcello, concerto per pianoforte in memoria del popolo armeno.
Dopo il successo riscosso nell’edizione del 2022 verrà inoltre riproposta per i cittadini veneziani la visita guidata all’Isola di San Lazzaro degli Armeni, dove potranno essere visitati all’interno del monastero, una stamperia di fine ’700, una pinacoteca, un museo e molti manufatti arabi, indiani ed egiziani, raccolti dai monaci o ricevuti come doni da collezionisti. Sarà inoltre possibile ammirare una biblioteca multidisciplinare, che, accresciutasi in tre secoli, conta oggi centocinquantamila volumi tra cui 4500 manoscritti armeni, alcuni di inestimabile valore storico e culturale, come l’Evangelario della Regina Mlkhe, dell’864.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-17 14:55:572023-04-18 15:00:46Presentato a Ca’ Farsetti il calendario di iniziative per ricordare il Genocidio armeno. Oltre 20 appuntamenti diffusi sul territorio comunale (Live.comune.venezia 17.04.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.04.2023 – Vik van Brantegem] – Il #ArtsakhBlockade prosegue da 127 giorni, nonostante la condanna internazionale e l’ordine legalmente vincolante della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite all’Azerbajgian di aprire il Corridoio di Berdzor (Lachin) e garantire la libera circolazione di veicoli, persone e merce in ambedue le direzioni tra Artsakh e Armenia. L’Europa non intende rafforzare le decisioni giudiziari, perché preferiscono avere il gas azero-russo, piuttosto che fermare la pulizia etnica e il genocidio nel Caucaso meridionale. Foto di copertina (Stepanakert nella nebbia) di Siranush Sargsyan (giornalista freelance a Stepanakert: «Chi salva una vita, salva il mondo intero».
La frase è tratta dal Talmud di Babilonia. Oggi c’è chi penserebbe che non ne vale la pena… neanche la nostra copertura del strisciante dramma che si sta svolgendo nel Caucaso meridionale, mentre tutto il mondo guarda all’Ucraina (come il mondo guardava altrove mentre fu compiuta la Shoah). La frase è posta in polacco, inglese, ebraico sulla lapide davanti alla ex fabbrica di Oskar Schindler.
La frase sottolinea «come sia iscritta in ogni uomo la capacità di opporsi al male e come, anche attraverso l’azione individuale, si possano compiere gesti di enorme rilevanza equiparabili a salvare il mondo intero. Con un atto di responsabilità personale ci si può sottrarre a logiche di massificazione del pensiero che conducono all’odio, alle violenze, ai crimini più efferati. Per non prendere parte al male è necessario essere capaci di una riflessione personale, vivere un combattimento morale, essere in prima fila laddove le istituzioni sono assenti e dove l’opinione pubblica si lascia assuefare dall’indifferenza e dal timore o abdica il proprio pensiero a ideologie volte all’odio e alla violenza. Il mondo intero è salvato dal gesto eroico di chi ha la capacità di contrapporsi all’odio! I giovani devono essere condotti a comprendere la valenza enorme di questi gesti ed essere spinti ad ispirarsi a questo comportamento per dar vita ad un processo di “umanizzazione” che possa garantire la giustizia e la convivenza pacifica. Il “giusto” salva il mondo intero e la sua testimonianza equivale a raccontare la testimonianza di ogni uomo che sia veramente libero ed è strumento per smuovere la coscienza dell’intera comunità. Il significato comunemente affidato alla frase consiste nell’affermare che ognuno di noi possiede un suo valore universale e che, di conseguenza, nella decisione di mettere in salvo un individuo si racchiude la volontà di liberare e difendere l’intera umanità dal processo di disumanizzazione, che è avvenuto e avviene ancora sotto i nostri occhi. Oggi purtroppo è difficile associare questa frase ad una società come quella odierna, orientata all’individualismo e fondata, non sulla cooperazione, ma sul raggiungimento spregiudicato dei propri scopi. La libertà personale dovrebbe essere il giusto connubio tra il perseguimento di obiettivi personali e il bene della comunità. “Chi salva un uomo, salva il mondo intero” è un messaggio di speranza. Salvare un uomo è un atto di coraggio che non tutti sono in grado di compiere. Occorre riportare in primo piano il valore di “ogni” persona, nella sua integrale dimensione identitaria. Attraverso l’aiuto di una singola persona, l’uomo può riappropriarsi della consapevolezza del proprio io e del proprio valore. Preservando l’identità, il mondo potrà non essere privato della diversità» (Angela De Santis e Mariapia Nardone, Rete nella memoria).
A seguito delle sparatorie di ieri 16 aprile 2023, da parte di unità delle forze armate dell’Azerbajgian, il lavoro della miniera di oro a Sotk (che sorge sul confine tra Armenia e Azerbajgian) è stato interrotto nuovamente, informa la società GeoProMining Gold. Il Ministero della Difesa della Repubblica di Armenia ha riferito che intorno alle ore 22.50 locali, le unità delle forze armate azere hanno aperto il fuoco con fucili di diverso calibro contro le posizioni armene situate a Sotk. Secondo il rapporto, la parte armena non ha perdite e questa mattina la situazione in prima linea era tornata relativamente stabile.
L’attività lavorativa alla miniera di Sotk era già stata interrotta dalla parte armena a causa di ripetuti colpi di arma da fuoco sparati dalle forze armate azeri il 15 aprile e anche l’11 aprile, quando c’è stato l’attacco mortale delle forze armate azere a Tegh [QUI].
Non noto proteste indignate da parte di chi si strappa le veste per una bandiera bruciata, per questa ennesima violazione del cessato il fuoco con lo scopo di impedire la vita economica dell’Armenia.
La giornalista armena Narine Krakosian afferma che il 15 aprile 2023 nuove trincee sono state scavate vicino al villaggio di Vaghatin, in cima ad una altezza di circa 1000 metri, distante circa 500 metri dalla principale (e unica) autostrada nord-sud dell’Armenia che conduce all’Artsakh (distante circa 4,5 km) e all’Iran. La giornalista ha riferito che la gente del posto le ha detto che gli Azeri si erano spostati ancora più avanti [rispetto all’avanzamento del settembre 2022]. Il Nagorno Karabakh Observer, che ha visionato la documentazione, osserva che “anche se il materiale video non mostra molti dettagli su ciò che viene realmente scavato, trincee o meno, le immagini satellitari indicano che l’Azerbajgian controlla questa altezza maggiore di 3,5 km all’interno dell’Armenia dal settembre 2022. L’area si trova anche a 4 km dal luogo in cui le truppe dell’Armenia arrese furono giustiziate dalle truppe dell’Azerbajgian che erano avanzate nel territorio dell’Armenia il 13 settembre 2022. Attualmente circa 20 km² dell’area di Ukhtasar sono sotto il controllo militare azero, inclusi almeno 5 km² dalle incursioni del 2022. Dopo l’incursione dell’Azerbajgian nel settembre 2022, si vede una debole traccia di quella che sembra essere una nuova posizione, supportata da una nuova strada che vi conduce dal territorio controllato dagli Azeri, suggerendo un’altezza strategica allora sotto il loro controllo».
Il governo dell’Armenia ha presentato dettagli riguardanti i negoziati con l’Azerbajgian
Separare la firma del trattato di pace dal processo di risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh rimane accettabile per l’Armenia con la logica che siano sviluppati meccanismi internazionali per le discussioni tra Stepanakert e Baku. La formazione di meccanismi garantiti per affrontare la sicurezza e i diritti degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh – sempre con visibilità e coinvolgimento internazionale – è significativa per l’Armenia.
Nel contesto del trattato Armenia-Azerbajgian, lo sviluppo delle garanzie di sicurezza dei 29.800 chilometri quadrati di territorio armeno è cruciale per il governo armeno e la formazione di un meccanismo pratico per risolvere possibili interpretazioni errate e controversie riguardanti il testo del trattato.
Il rapporto rileva che, ai sensi degli incontri di Praga del 6 ottobre 2022 e di Sochi del 31 ottobre 2022, Armenia e Azerbajgian hanno confermato l’impegno a riconoscere l’integrità territoriale e la sovranità reciproche sulla base della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione di Alma Ata del 1991.
In base alla dichiarazione di Sochi, i due Paesi hanno chiaramente concordato di astenersi dall’uso della forza o dalla minaccia della forza e di discutere e risolvere tutte le questioni controverse esclusivamente rispettando i principi di sovranità e integrità territoriale.
Il rapporto aggiunge che l’Armenia è interessata allo sblocco dei collegamenti economici e di trasporto regionali ed è pronta ad attuarlo il prima possibile ai sensi della legislazione armena nell’ambito del progetto “Crocevia armeno”. Le nuove opportunità per il movimento di merci, merci e cittadini aumenteranno in modo significativo l’attrattiva del crocevia armeno per il trasporto internazionale e regionale di passeggeri e merci e metteranno in risalto in modo significativo il ruolo logistico non sfruttato dell’Armenia nella regione, che a sua volta garantirà ulteriore sicurezza e stabilità.
Rimangono in sospeso gli accordi su una serie di questioni umanitarie con l’Azerbajgian. Nonostante i termini della dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, l’Azerbajgian continua a tenere in custodia 33 cittadini armeni catturati. L’Armenia persegue la questione del rimpatrio dei propri cittadini in tutte le istanze internazionali, comprese la Corte Europeo dei Diritti dell’Uomo e la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite. 31 prigionieri sono stati rimpatriati nel 2022. La questione delle persone scomparse rimane significativa nelle relazioni tra Armenia e Azerbajgian. Mancano 975 persone dalla parte armena (777 dalla prima guerra del Nagorno-#Karabakh, 196 dalla seconda guerra del Nagorno-Karabakh e 2 dall’aggressione azera di settembre 2022).
Nel 2022 l’Armenia ha trasmesso all’Azerbajgian tre mappe delle possibili posizioni dei resti di 35 Azeri presunti dispersi.
L’Armenia ha presentato 4 denunce contro l’Azerbaigian alla CEDU nel 2022 riguardanti le violazioni di massa dei diritti umani durante la guerra del 2020 e nei due mesi successivi, torture, maltrattamenti, omicidi, violazioni del diritto di proprietà e altri diritti, processi illegali contro prigionieri di guerra, violazioni dei diritti a seguito dell’occupazione azera del territorio sovrano dell’Armenia, gli eventi a Parukh e Karaglukh e nel Corridoio di Lachin.
Nel 2022, l’Armenia ha anche presentato una denuncia contro l’Azerbajgian presso la Corte Internazionale di Giustizia ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.
In tutte le domande interstatali l’Armenia ha sollevato le richieste di risarcimento per danni materiali e morali.
Nel 2022, il Primo Ministro armeno e il Presidente azero hanno tenuto 5 incontri mediati dall’Unione Europea, 1 incontro mediato dalla Russia e un altro incontro mediato dagli USA.
Pelusium, media affiliati allo Stato di Iran segnala la presenza di Israeliani nell’aeroporto militare di Baku, a 30 minuti dal confine iraniano di Parsabad. Ali Alizada, l’Ambasciatore dell’Azerbajgian in Iran afferma che non vi è alcuna presenza militare straniera contro l’Iran sul suo territorio. Gli aerei Hermes-450 e Hermes-900 israeliani dimostrano il contrario.
«Canali Telegram iraniani stanno pubblicando immagini satellitari della base aerea di Kurdamir in Azerbajgian. Le immagini mostrano la presenza di diversi velivoli, tra cui MiG-29, Su-25, L-39 Albatros, MiG-21 e Su-24. La base aerea di Kurdamir si trova a circa 200 km dall’Armenia ea 70 km dall’Iran» (301).
Mentre ci avviciniamo alla 108ª commemorazione del genocidio armeno, non dimentichiamoci dell’Artsakh. La Turchia ha reclutato e trasferito mercenari siriani durante la guerra dei 44 giorni dell’Azerbajgian nel 2020.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-17 14:54:572023-04-18 14:55:37127° giorno del #ArtsakhBlockade. «Chi salva una vita, salva il mondo intero» (Korazym 17.04.23)
L’ Associazione Armeni Apulia, commemorerà i martiri del genocidio armeno.
Lunedì 24 aprile 2023 alle ore 18,30 presso la Chiesa di San Gregorio armeno in Bari Vecchia, adiacente alla Basilica di di San Nicola.
Al termine della Messa, insieme ai membri dell’associazione i convenuti si trasferiranno presso il Khachkar (stele armena) posta sul lungomare Cristoforo Colombo per un momento di riflessione.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-17 10:00:492023-04-18 15:01:59Bari: Chiesa di San Gregorio armeno, il 24 Aprile 2023 Commemorazione del genocidio armeno (Bariseranews
È divertente assistere alle analisi sui cambiamenti geopolitici in atto. Cambiamenti radicali, certo. Ed è comprensibile che ci possano essere dubbi, perplessità ed incomprensioni. Ma ciò che è davvero assurdo, anche ridicolo, è l’atteggiamento di analisti, giornalisti e politici che “ordinano” ad altri Paesi come comportarsi per essere approvati dal “sistema globale”. Retaggio coloniale, probabilmente, unito alla convinzione che essersi trasformati in servi dell’imperialismo statunitense autorizzi a gestire il globo terracqueo.
Peccato che una simile impostazione mentale renda difficile comprendere ciò che sta succedendo e, soprattutto, ciò che potrà accadere. L’attenzione degli osservatori si è spostata ora sull’Azerbaijan. Il Corriere, riprendendo altri commenti di testate atlantiste europee, ha il terrore che Baku possa stracciare gli accordi raggiunti con la patetica Ursula von der Leyen relativi ad un forte incremento della fornitura di gas. E questo perché, pur di scippare un alleato storico a Mosca, l’Unione europea si è intromessa nello scontro tra Azerbaijan ed Armenia. Insomma, noi atlantisti facciamo ciò che vogliamo e voi azeri fate ciò che decidiamo noi.
Ma la situazione sul terreno è molto più complicata. Perché se l’Armenia si avvicina a Bruxelles, l’Azerbaijan per reazione tende a migliorare i rapporti con Mosca. Anche perché il grande protettore di Baku è il turco Erdogan che è riuscito a trovare un sistema di proficua collaborazione con Putin. Tutto chiaro? Per nulla. Perché Putin è strettamente legato all’Iran che è in contrasto con gli azeri. Ma non è finita. Perché la Turchia, che non ama Israele, in Azerbaijan si ritrova ad avere proprio Israele come partner.
Insomma, un vero e proprio guazzabuglio. Un nodo inestricabile. E in mancanza di un Alessandro Magno in grado di tagliare il nodo gordiano in modo netto e definitivo, servirebbe perlomeno qualcuno meno imbarazzante di Ursula, o meno arrogante e provocatorio di Stoltenberg.
Nel frattempo le prospettive per il prezzo del gas non sono favorevoli per i consumatori europei ed italiani, a partire dall’estate. Ma Crosetto vuole continuare a giocare con i soldatini in Ucraina..
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-16 19:05:532023-04-17 19:11:36Il nodo di Gordio è diventato il nodo di Baku (Electomagazine 16.04.23)
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-16 19:03:502023-04-17 19:05:04Il genocidio armeno Chi ha dato l'ordine di attuare il genocidio degli armeni? (Libero.it 16.04.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 16.04.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi, nel 126° giorno nessun cambiamento per quanto riguarda il posto di blocco sulla strada che collega l’Artsakh con l’Armenia. Il #ArtsakhBlockade rimane in vigore da parte delle autorità dell’Azerbajgian, con solo i veicoli del Comitato Internazionale della Croce Rossa e del Contingente di mantenimento della pace della Russia autorizzati a transitare dal 12 dicembre 2022. Sono passati 25 giorni di fila da quando l’Azerbajgian ha interrotto completamente la fornitura di gas naturale dall’Armenia all’Artsakh. Durante il blocco, l’Azerbaigian ha tagliato la fornitura di gas per un totale di 60 giorni. Il “terrore energetico” è un altro strumento della politica dell’Azerbajgian di pulizia etnica dell’Artsakh.
L’incidente con la bandiera azera a Yerevan è stato una scusa per richiamare la squadra azera in patria
L’incidente accaduto all’apertura del Campionato Europeo di Sollevamento Pesi a Yerevan è stato una scusa per richiamare la squadra azera in patria, ha dichiarato Karen Giloyan, Viceministro degli Interni e delle Comunicazioni della Repubblica di Armenia: «La decisione di richiamare la squadra è stata presa in Azerbajgian. Ho parlato personalmente con i rappresentanti della delegazione, non erano insoddisfatti di nulla. Il capodelegazione e gli allenatori hanno detto all’unanimità che erano soddisfatti, si sentivano bene, non avevano problemi con la sicurezza. Hanno ricevuto un ordine e non possono andare contro l’ordine, devono ritornare in Patria. Questa è solo una scusa. La Repubblica di Armenia ha garantito e garantirà la sicurezza di tutti».
Giloyan ha detto che l’incidente è stato utilizzato per gettare un’ombra sull’organizzazione del campionato: «Sì, l’incidente non è sportivo ed è un fatto triste. Ma capiscono che l’atto è stato appena compiuto da una persona, non è un atteggiamento statale. Ora stiamo cercando di calmare la situazione. Se ieri la probabilità di disputare il Mondiale del prossimo anno in Armenia era alta, oggi è diminuita parecchio».
In precedenza, il Ministero della Gioventù e dello Sport e il Comitato Olimpico Nazionale dell’Azerbajgian avevano deciso di riportare gli atleti azeri in patria dopo l’incendio della bandiera dell’Azerbajgian alla cerimonia di apertura del Campionato Europeo di Sollevamento Pesi la sera del 14 aprile al Karen Demirchyan Sports Concert Complex di Yerevan, affermando che gli atleti azeri erano stati sottoposti a pressioni psicologiche.
«L’Azerbajgian protesta contro il “barbaro” rogo della bandiera al campionato di sollevamento pesi in Armenia» (Reuters).
La Federazione Europea di Sollevamento Pesi ha condannato l’incidente della bandiera dell’Azerbajgian a Yerevan. Perché gli atleti di quello Stato genocida possono sventolare la loro bandiera in Armenia? I Russi non possono farlo. Come reagirebbe la Federazione se un Ucraino bruciasse la bandiera della Russia? La bandiera dell’Azerbajgian è simbolo di violazioni dei diritti umani, crimini di guerra impuniti, sequestro e intimidazione di 120.000 Armeni, con l’impunità dell’autocrate guerrafondaio genocida Aliyev per l’ipocrisia e l’inerzia criminale dell’Occidente.
Barbarico…
è il criminale #ArtsakhBlockade. Una madre, che non vede i suoi figli da più di 4 mesi a causa del genocida #ArtsakhBlockade dell’Azerbaigian, è stata nuovamente respinta 2 settimane fa dai delinquenti del regime azero che bloccano il Corridoio di Berdzor (Lachin). Mancavano solo 15 minuti per vedere i suoi figli. Centinaia di famiglie rimangono separate dal 12 dicembre, indipendentemente dalle affermazioni dell’Azerbajgian secondo cui il Corridoio è aperto al traffico (solo umanitario per lo loro stessa affermazione quotidiana).
è il regime autocratico azero che ha lanciato una guerra di aggressione durante una pandemia e ha bombardato le città armene dell’Artsakh per 44 giorni, uccidendo oltre 4000 coscritti adolescenti.
è il regime fascista azero, che congela e tenta di far morire di fame e di malattie 30.000 bambini armeni.
è l’autocrate di un Paese che tiene in ostaggio 120.000 esseri umani contro gli ordini della Corte Internazionale di Giustizia, è responsabile del massacro di 5.000 giovani uomini, la tortura e la mutilazione di donne soldato armene, che tiene in ostaggio prigionieri di guerra, molesta e uccide abitanti di villaggi, distrugge il patrimonio culturale armeno e altro. Barbarismo e crimini di guerra fanno parte della storia azera.
è l’Azerbajgian – “devastato” dall’incendio della sua bandiera in Armenia – che tratta l’uomo che ha ucciso nel sonno un soldato armeno con un’ascia durante un addestramento NATO come un eroe nazionale e ha celebrato collettivamente i numerosi e continui crimini di guerra delle forze armate azere.
sono le pressioni psicologiche che gli Armeni subiscono durante i pogrom in Azerbajgian o attualmente sotto il #ArtsakhBlockade, mentre eco-terroristi azeri si vantano di decapitazioni, di torture e di mutilazioni di civili e prigionieri di guerra armeni durante la guerra del 2020 e le recenti invasioni di territorio sovrano armeno.
sono i gruppi terroristici turco-azeri che sono penetrati a Jermuk, nel territorio sovrano dell’Armenia e dopo il massacro dei civili hanno fatto a pezzi la bandiera dell’Armenia e barbari sono i troll azeri che sui social lo giustificano perché è “sul campo di battaglia dove fare a pezzo una bandiera è permesso”.
è il 18nne soldato azero che è infiltrato in Armenia e ha ucciso un uomo armeno 57enne disarmato e successivamente ha realizzato un video in diretta con il telefono della vittima, vantandosi del suo crimine. Quando è stato catturato dalla gente sul posto il regime criminale azero ha urlato che l’uomo è stato “brutalizzato”.
Oggi, il Difensore dei Diritti Umani dell’Armenia, Anahit Manasyan, ha visitato i due militari delle forze armate dell’Azerbajgian detenuti in Armenia. Ha preso conoscenza delle condizioni di detenzione dei militari e delle questioni relative alla garanzia dei loro diritti, compreso il diritto alla salute. Durante i colloqui privati, non sono pervenute denunce di tortura e altre forme di maltrattamento, comprese pressioni psicologiche, commesse da organi e funzionari statali. Il Difensore dei Diritti Umani ha registrato che ai due militari azeri vengono fornite adeguate condizioni di detenzione, tra cui acqua potabile costante, cibo e articoli per l’igiene. Sono inoltre forniti di assistenza medica e servizio quando necessario. Il medico-specialista del personale dell’Ufficio del Difensore dei Diritti Umani, anch’egli presente durante la visita, ha preso conoscenza della documentazione medica, e dell’assistenza medica che è stata prestata alle suddette persone. I due militari azeri privati della libertà hanno comunicato di essere a conoscenza delle accuse mosse contro di loro e di aver avuto a loro disposizione un difensore d’ufficio gratuito, nonché la partecipazione di un interprete durante il procedimento. Il Difensore dei Diritti Umani ha chiarito alle persone private della libertà i meccanismi di tutela dei loro diritti, la natura delle restrizioni applicate dall’atto giudiziario, la procedura e i termini del suo ricorso, nonché le modalità di ricorso al Difensore dei Diritti Umani.
«Artsakh vive e combatte ogni secondo!» (Liana Margaryan).
Il processo di demarcazione dei confini dovrebbe essere condizionato dal ritorno delle truppe azere ai punti di partenza Intervista a Shahan Gantaharyan, studioso internazionale
Artsakhpress, 16 aprile 2023
Il Presidente di turno dell’OSCE ha visitato la regione, compresa l’Armenia. Quale significato può avere questa visita nel contesto della stabilizzazione della regione, tenendo conto dell’ultima provocazione militare azera? La rapida visita del Presidente di turno dell’OSCE riassume tre punti a colpo d’occhio. Precisiamo innanzitutto che si tratta di una visita regionale nella sequenza Tbilisi-Baku-Yerevan. La successione ha un significato politico. In questo caso, prima ha discusso gli ultimi eventi del conflitto con Baku, poi si è consultato con i rappresentanti di Yerevan sui risultati di quelle discussioni. In secondo luogo, è stato confermato che il Gruppo di Minsk dell’OSCE è stato congelato e non sciolto, ed è stato anche affermato che l’OSCE dispone di altri strumenti, oltre al Gruppo di Minsk, per rimanere coinvolta nel processo di instaurazione della stabilità e della pace. Penso che questo sia importante, perché se non vogliono lavorare insieme alla Russia nel Gruppo di Minsk, ricorreranno ad altri passaggi e strumenti. per rimanere coinvolti nel processo e nella regione. Ma c’è una sfumatura importante qui. Il Gruppo di Minsk dell’OSCE è stato autorizzato a svolgere una missione di mediazione nel conflitto dell’Artsakh. Ora l’ordine del giorno riguarda generalmente la pace Armenia-Azerbajgian, per questo si parla di altri strumenti e formati. In questo contenuto è stato discusso il compito di sostituire le forze armate con guardie di frontiera e l’esempio della Macedonia del Nord è stato citato per la pace. Non dimentichiamo che il Presidente di turno dell’OSCE è il Ministro degli Esteri della Macedonia del Nord. La missione di guardia di frontiera può essere svolta mediante accordo di missione con un altro Paese. L’OSCE può far parte della missione delle forze di guardia di frontiera.
In generale, dal punto di vista della stabilizzazione della regione e della regolamentazione delle relazioni armeno-azerbajgiani, cosa deve fare l’OSCE, se teniamo conto dei disaccordi degli Stati membri dell’OSCE? L’OSCE sta cercando di proporre alla Russia una guardia di frontiera alternativa. Non credo che il gioco della mediazione andrà a senso unico in queste condizioni. È una competizione geopolitica tra le forze, e finora non ci sono stati precedenti per rompere lo status quo.
Si afferma che l’Azerbajgian, coinvolgendo l’Armenia nelle provocazioni, stia cercando di assumere il ruolo di vittima agli occhi dell’Occidente. Secondo lei, gli osservatori dell’UE registreranno adeguatamente ciò che è accaduto e cosa seguirà dopo la registrazione? L’UE, altre strutture legate all’UE e gli Stati membri dell’UE, in particolare la Francia, hanno rilasciato dichiarazioni mirate e presentato richieste. Inoltre, il Tribunale Internazionale di Giustizia ha preso una decisione, ma l’Azerbajgian continua a tenere chiuso il Corridoio, a invadere e a sparare. Quando l’UE inizierà ad applicare una politica di sanzioni contro Baku, allora la pressione sull’Azerbaigian inizierà ad essere significativa. In caso contrario, le posizioni rimarranno di natura dichiarativa, il che non influirà in pratica su Baku.
Considerando l’ultima provocazione, fino a che punto è necessario il dispiegamento della missione di mantenimento della pace CSTO per l’Armenia e come dovrebbe posizionarsi la parte armena?
È necessaria una missione di mantenimento della pace, guardia di frontiera, altrimenti continueranno le infiltrazioni territoriali. È una pressione per attuare la demarcazione e penso che tutte queste siano pressioni per accelerare il processo di demarcazione. L’offerta di CSTO è percepita come un pacchetto in questo senso. Non stiamo parlando di un ritiro speculare delle truppe, ma unilaterale. L’Azerbajgian ha invaso il territorio dell’Armenia e il processo dovrebbe essere condizionato dal ritorno delle truppe azere ai punti di partenza, dopodiché determinare le aree di dispiegamento delle forze di pace, che è interconnesso con i processi di demarcazione.
Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-16 19:00:042023-04-17 19:01:00126° giorno del #ArtsakhBlockade. «Artsakh vive e combatte ogni secondo!» (Korazym 16.04.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 15.04.2023 – Vik van Brantegem] – Nel giorno 125, entrando nel quinte mese del #ArtsakhBlockade, l’Azerbajgian continua a rifiutare «ad adottare tutte le misure a sua disposizione per garantire la circolazione senza ostacoli di persone, veicoli e merci lungo il Corridoio di Lachin in entrambe le direzioni» come ha ordinato la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite in una decisione legalmente vincolante il 22 febbraio 2023 e continua ad interrompere la forniture di elettricità e di gas dall’Armenia all’Artsakh.
«I bambini della scuola materna passeggiano nella piazza del Rinascimento a Stepanakert. È il quinto mese del #ArtsakhBlockade» (Siranush Sargsyan).
L’Azerbajgian ha occupato almeno 215 chilometri quadrati di territorio armeno dal 2020. Dopo la sconfitta dell’Armenia nella guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, le forze armate azere hanno occupato del territorio sovrano dell’Armenia in diverse occasioni. L’ultima avanzata è avvenuta proprio il mese scorso vicino al villaggio di confine di Tegh, nella regione di Syunik, nel sud dell’Armenia. Secondo le immagini satellitari, le forze armate azere sono avanzate nell’Armenia vera e propria, occupando in totale almeno 215 chilometri quadrati del territorio sovrano dell’Armenia dal 2020.
La politica di frontiera aggressiva dell’Azerbajgian e i suoi obiettivi principali
di Tigran Grigoryan Civilnet.am, 14 aprile 2023
(Nostra traduzione italiana dall’inglese)
L’11 aprile è scoppiato un combattimento mortale tra le forze armate azere e armene nelle vicinanze del villaggio di Tegh nella regione armena di Syunik. Come si può vedere chiaramente nel filmato pubblicato dal ministero della Difesa armeno, un gruppo di militari azeri si è avvicinato a un’area in cui i militari armeni stavano conducendo lavori di ingegneria e ha aperto il fuoco nella loro direzione. A causa di questa provocazione, è iniziata una scaramuccia, che ha provocato vittime da entrambe le parti.
Alla fine di marzo, le forze azere hanno preso il controllo di una strada temporanea che collega il nuovo percorso del Corridoio di Lachin con l’Armenia e sono avanzate di diverse centinaia di metri nel territorio sovrano dell’Armenia. Le forze armate dell’Azerbajgian hanno installato postazioni militari su parti di terreni agricoli appartenenti ai residenti di Tegh. Il micidiale scontro a fuoco avvenuto l’11 aprile è stato preceduto da giorni di trattative tra le parti.
Gli sviluppi delle ultime settimane vicino a Tegh fanno parte della politica di frontiera aggressiva postbellica dell’Azerbajgian. Mentre tutti i mediatori hanno sollecitato le parti a realizzare la delimitazione e la demarcazione del confine tra Armenia e Azerbajgian, Baku si è impegnata de facto in un proprio processo di “delimitazione e demarcazione”, modificando i fatti sul campo e acquisendo il controllo su altezze chiave e altre aree di importanza strategica lungo il confine.
Questa tattica di annessione strisciante è stata utilizzata da Baku sia in Armenia che nel Nagorno-Karabakh. L’aggressiva politica di frontiera di Baku persegue due obiettivi principali: in primo luogo, trarre vantaggio dalla situazione geopolitica instabile sul terreno e occupare quanto più territorio possibile; e in secondo luogo, avere un’altura in tutte le aree della linea del fronte, sia in Armenia che nel Nagorno-Karabakh.
La cosa ancora più preoccupante è che l’aggressiva politica di frontiera di Baku è accompagnata da tentativi di delegittimare l’Armenia e il diritto all’autodifesa dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh. Il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha affermato pubblicamente in diverse occasioni che all’Armenia non dovrebbe essere permesso di avere un esercito, e ha anche criticato i Paesi che vendono armi all’Armenia.
L’attacco su larga scala dell’Azerbajgian contro l’Armenia nel settembre 2022 è stato giustificato dall’affermazione che le forze armate armene stavano piantando mine antiuomo lungo la linea del fronte all’interno del territorio dell’Armenia. Baku ha anche cercato di disarmare l’esercito di difesa dell’Artsakh, forza di autodifesa del Nagorno-Karabakh.
Anche l’atteggiamento negativo dell’Azerbajgian nei confronti della Missione di monitoraggio civile dell’Unione Europea fa parte di questo approccio. Il regime di Aliyev mira a imporre militarmente le sue richieste massimaliste all’Armenia, e ogni piccolo ostacolo in questo processo è visto come un problema. In poche parole, Baku sta cercando di normalizzare le sue politiche aggressive sul campo, negando nel frattempo all’Armenia e al Nagorno-Karabakh il diritto all’autodifesa.
Lo scontro a fuoco vicino a Tegh assomigliava allo schema sopra menzionato. L’Azerbajgian è avanzato per la prima volta nel territorio sovrano dell’Armenia e ha iniziato a installare le sue postazioni militari in quella zona. Quando la parte armena ha cercato di installare le proprie posizioni, le forze armate azere hanno iniziato la scaramuccia mortale.
Questa politica di frontiera aggressiva è uno dei principali strumenti nella cassetta degli attrezzi di Baku e sarà continuamente utilizzata anche in futuro. Non ci sono reali garanzie che l’Azerbajgian abbandonerà questa tattica, anche se si svolgerà un vero e proprio processo di delimitazione e demarcazione. Non è un caso che in uno dei suoi recenti discorsi Aliyev abbia affermato che la delimitazione sarà effettuata alle condizioni dell’Azerbajgian.
A questo proposito, è estremamente importante impedire la normalizzazione della politica di frontiera aggressiva di Baku. La mancanza di una forte risposta internazionale incentiva il regime di Aliyev a continuare a perseguire questa tattica sul campo. Dichiarazioni neutre e richieste a entrambe le parti di ridimensionare non sono affatto utili. C’è solo una parte che sta intensificando la situazione sul campo. Tutti gli attori internazionali che assimilano le narrazioni armate dell’Azerbaigian contribuiscono indirettamente al successo di questa politica.
Il bue che chiama l’asino cornuto
«Condanniamo l’incendio della bandiera nazionale dell’Azerbajgian alla cerimonia di apertura del Campionato europeo di sollevamento pesi in Armenia. È preoccupante che gli organizzatori non abbiano adottato misure di sicurezza contro tali azioni di odio. Gli autori dovrebbero essere puniti di conseguenza!» (Aykhan Hajizada, Portavoce del Ministero degli Esteri dell’Azerbajgian).
Il Ministero della Gioventù e dello Sport e il Comitato Olimpico Nazionale della Repubblica di Azerbajgian hanno rilasciato una dichiarazione congiunta: «La bandiera dell’Azerbajgian è stata bruciata in modo dimostrativo da una persona ufficialmente accreditata alla cerimonia di apertura del Campionato europeo di sollevamento pesi a Yerevan, la capitale dell’Armenia, il 14 aprile 2023. La commissione di un tale atto barbaro alla cerimonia alla presenza del Primo Ministro dell’Armenia e la sua approvazione da parte del pubblico armeno, e la descrizione della persona che ha commesso quell’atto come un eroe, è un chiaro esempio di odio etnico, razzismo, xenofobia, e l’azerbajgianfobia in questo Paese, così come è in completa contraddizione con i nobili obiettivi e principi dello sport, che promuove la pace e la comprensione reciproca tra le nazioni. La politicizzazione dello sport è assolutamente inaccettabile. A causa delle pressioni psicologiche in Armenia, dove prevale un tale clima di odio e la sicurezza non è garantita, la normale partecipazione degli atleti azeri alle competizioni è impossibile. Tenendo conto di ciò, è stata presa la decisione di riportare gli atleti azeri in patria. L’Armenia dovrebbe garantire il loro ritorno sicuro. Chiediamo alla comunità internazionale e alle istituzioni sportive internazionali di condannare fermamente questo atto barbaro. Chiediamo anche alla Federazione europea di sollevamento pesi di imporre sanzioni contro l’Armenia. Riteniamo che questo incidente dimostri che l’Armenia non è in grado di organizzare competizioni sportive internazionali e garantire la sicurezza degli atleti».
«Mentre tornano a casa, lasciate che prendano un paio di bandiere dell’Azerbajgian dal loro posto genocida del #ArtsakhBlockade come premio di consolazione» (Nara Matini).
«”Bruciare la bandiera dell’Azerbajgian non aiuta ad avvicinarci alla pace”. Sai cos’altro no? Blocco dell’Artsakh. Torturare prigionieri di guerra armeni. Esecuzione di civili armeni. Occupazione del territorio armeno sovrano. Distruggere il patrimonio culturale armeno. Incitamento all’odio contro gli Armeni» (Alex Galitsky).
«L’organo investigativo dell’Armenia ha dichiarato che non vi era alcun elemento criminale nelle azioni del designer armeno Aram Nikolyan, che ha incendiato la bandiera dell’Azerbajgian alla cerimonia di apertura del Campionato europeo di sollevamento pesi tenutosi a Yerevan», ha dichiarato Alexander Gochubayev, l’avvocato di Aram Nikolyan. «È positivo che nella fase iniziale delle indagini, l’organo investigativo abbia affermato che non vi è alcun elemento criminale. Secondo le informazioni preliminari, non verrà aperto alcun procedimento penale contro Aram Nikolyan», ha osservato Gochubayev.
«Mentre in Azerbajgian l’assassino con l’ascia, che ha ucciso l’Armeno addormentato, è diventato un eroe, in Armenia un ragazzo ha bruciato la bandiera dell’Azerbajgian e contro di lui è stato avviato un procedimento per teppismo. Vedi la differenza?» (Tatevik Hayrapetyan).
Twittare sconvolto su una bandiera e difendere un regime governato da un autocrate cleptocrate che corrompe politici e giornalisti per mascherare le sue violazioni dei diritti umani e crimini di guerra, è assolutamente folle rispetto a ciò che la Turchia e l’Azerbajgian hanno fatto agli Armeni negli ultimi 100 anni, non degno per un tweet di protesta, anzi, negandolo.
Il retweet dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian in Germania: «Durante la cerimonia di apertura dei Campionati europei di sollevamento pesi del 2023 a Yerevan, in Armenia, ha avuto luogo l’atto barbaro e la bandiera dell’Azerbajgian è stata incendiata. Ciò è profondamente inaccettabile e dimostra che l’Armenia non è pronta ad ospitare tali eventi».
L’Azerbajgian è colpevole di molte violazioni dei diritti umani e ha commesso atroci crimini di guerra contro gli Armeni, nella più totale impunità: decapitazione di civili innocenti, tortura di prigionieri di guerra, mutilazioni di cadaveri, uccisione di poliziotti, militari e civili armeni durante il regime di cessate il fuoco, e #ArtsakhBlockade, l’elenco è lungo. Per la cronaca: la persona che ha dato fuoco alla bandiera azera era il fratello di un civile che è stato decapitato da un soldato azero per ordine del Presidente dell’Azerbajgian. L’Azerbajgian è la definizione di terrorismo di frontiera. È sconvolgente che le forze armate azere possano continuare a uccidere gli Armeni impunemente. Basta sciocchezze da parte di questo diplomatico di Aliyev in Germania.
«L’atto barbaro è la fame e il congelamento di 30.000 bambini armeni sotto il #ArtsakhBlockade da parte dell’Azerbajgian. Bruciare una bandiera che rappresenta il regime genocida azero si chiama protesta contro le sue azioni barbariche» (Dao Paris).
L’attività lavorativa alla miniera di Sotk (che sorge sul confine tra Armenia e Azerbajgian, è stata interrotta dalla parte armena a causa di ripetuti colpi di arma da fuoco sparati dalle forze armate azeri. Anche l’11 aprile, quando c’è stato l’attacco mortale delle forze armate azere a Tegh, hanno sparato alla miniera di Sotk [QUI].
Non noto proteste indignate da parte di chi si strappa le veste per una bandiera bruciata, per questa ennesima violazione del cessato il fuoco con lo scopo di impedire la vita economica.
Poi, parlando della bandiera dell’Azerbajgian: «La bandiera dell’Azerbajgian è stata conservata intatta presso la Yerevan Brandy Factory per decenni. Il “Barile della Pace” è stato installato nella fabbrica di cognac di Yerevan in onore della visita dei co-Presidenti del gruppo OSCE di Minsk il 6 novembre 2001. I governi sono cambiati, ma non è stato rimosso; è conservato. In questo barile viene invecchiato il cognac prodotto nel 1994, anno simbolo del cessate il fuoco della Prima Guerra del Karabakh. Il barile si chiama “Pace” e verrà aperto quando il conflitto del Nagorno-Karabakh sarà risolto. Il cognac è buono quando è invecchiato, ma in questo caso spero che si apra il prima possibile. Poiché ciò non è avvenuto, i visitatori del Museo Ararat lasciano le loro firme direttamente sulle pareti dietro il barile. In questo modo, le persone mostrano il loro sostegno all’instaurazione della pace ed esprimono opposizione alla guerra» (Roberto Anayan).
La persona che ha bruciato la bandiera dell’Azerbajgian è stata arrestata con l’accusa di teppismo e la bandiera è stata immediatamente sostituita.
L’Azerbajgian continua a negare di aver bloccato il Corridoio di Berdzor (Lachin), ma per qualche motivo misterioso, per i media e i troll azeri rimane un evento degno di nota ogni volta che gli “eco-attivisti” lasciano passare un convoglio del Contingente di mantenimento della pace russo o del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che sono gli unici “veicoli civili” (altrettanto misterioso cosa trovano di “civile” in questi mezzi di trasporto militari e umanitari) che fanno passare (e non sempre senza creare problemi o senza respingimenti), passaggio che di volta in volta deve essere concordato previamente con le autorità statali azeri. La notizia quotidiano è sempre corredata da ampia documentazione fotografica e video.
«Continua il libero passaggio dei veicoli civili sulla strada Lachin-Khankandi, dove si svolge l’azione di protesta contro lo sfruttamento illegale dei giacimenti minerari nelle aree sotto il temporaneo controllo delle forze di mantenimento della pace russe, riferisce da Shusha il corrispondente di APA. Sono state create le condizioni per il passaggio senza ostacoli dei veicoli appartenenti al Contingente di mantenimento della pace russo attraverso la strada Lachin-Khankandi, riferisce il corrispondente dell’APA assegnato a Shusha. I veicoli appartenenti a Contingente di mantenimento della pace russo hanno effettuato il passaggio senza alcun ostacolo. 5 camion hanno attraversato l’area di protesta da Khankandi e si sono mossi senza ostacoli verso Lachin» (Azeri-Press Agency, agenzia stampa statale dell’Azerbajgian).
Credono a tutte menzogne ma di fronte alla verità chiedono fonti e prove
Una volta che viene scoperto il castello di menzogne molti menzogneri reagiscono mostrando aggressività e rabbia nei confronti di coloro che mettono in discussione quanto sostenuto, non perché scoperti ma perché non creduti; oppure si impegnano per credere e far credere di essere delle vittime, di avere ragione di essere ingiustamente attaccato.
8 tipiche reazioni del menzognero quando viene smascherato
Tende ad alzare il tono di voce. In questo modo rimarca ciò che sta dicendo, affermando la sua autorità.
Aggiunge dettagli superflui alla storia. In questo modo spera di rendere il racconto ancora più reale.
C’è una dissonanza tra ciò che viene detto e il linguaggio del corpo. Ad esempio potrebbe raccontare un fatto, facendo un lieve cenno di diniego con il capo.
Si mette sulla difensiva reagendo con rabbia. Le persone che sanno di dire la verità si offendono semplicemente. Al contrario chi mente, tende ad arrabbiarsi.
Prova a cambiare argomento. Il menzognero sarà ben felice di modificare il tema di conversazione, al contrario chi è sincero si sentirà imbarazzato o confuso, cercando di tornare all’argomento precedente.
Inizia a sudare. Alcune persone quando mentono tendono a sudare di più. A questo dato bisogna tuttavia prestare molta attenzione.
Detesta ripetere. Chi dice falsità non sopporta ridire le cose, per questo motivo cercherà di evitarlo. Se viene incalzato a farlo, è bene osservare il linguaggio del corpo e i segnali che indicano che si sta mentendo, come lo sguardo assente che evita il contatto o i movimenti più veloci di braccia e gambe per esempio.
Non ama il confronto diretto. Tende quindi a raccontare la menzogna ricorrendo più a messaggi scritti o audio. In questo modo si ha la possibilità di riflettere e di prendere tempo.
«In verità [per] quelli che non credono, non fa differenza che tu li avverta oppure no: non crederanno. Allah ha posto un sigillo sui loro cuori e sulle loro orecchie e sui loro occhi c’è un velo; avranno un castigo immenso. Tra gli uomini vi è chi dice: “Crediamo in Allah e nel Giorno Ultimo!” e invece non sono credenti. Cercano di ingannare Allah e coloro che credono, ma non ingannano che loro stessi e non se ne accorgono. Nei loro cuori c’è una malattia e Allah ha aggravato questa malattia. Avranno un castigo doloroso per la loro menzogna. E quando si dice loro: “Non spargete la corruzione sulla terra”, dicono: “Anzi, noi siamo dei conciliatori!”. Non sono forse questi i corruttori? Ma non se ne avvedono. E quando si dice loro: “Credete come hanno creduto gli altri uomini”, rispondono: Dovremmo credere come hanno creduto gli stolti?”. Non sono forse loro gli stolti? Ma non lo sanno. Quando incontrano i credenti, dicono: “Crediamo”; ma quando sono soli con i loro dèmoni, dicono: “Invero siamo dei vostri; non facciamo che burlarci di loro”. Allah si burla di loro, lascia che sprofondino nella ribellione, accecati. Sono quelli che hanno scambiato la retta Guida con la perdizione. Il loro è un commercio senza utile e non sono ben guidati. Assomigliano a chi accende un fuoco; poi, quando il fuoco ha illuminato i suoi dintorni, Allah sottrae loro la luce e li abbandona nelle tenebre in cui non vedono nulla. Sordi, muti, ciechi, non possono ritornare» (Sura II – Al-Baqara [La Giovenca], 6-18).
Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio
Intervista a SarahTanzilli
(Nostra traduzione italiana dall’inglese [QUI])
Qualche settimana fa, la responsabile del programma dell’Istituto Lemkin, Léa Périllat, ha avuto l’opportunità di incontrare Sarah Tanzilli, membro dell’Assemblea nazionale francese.
Tanzilli è profondamente impegnata con il popolo dell’Armenia e dell’Artsakh, avendo lei stessa radici armene. Difende nel Parlamento francese gli interessi del popolo armeno e si batte per garantire la sua sicurezza di fronte alle crescenti minacce esistenziali dei suoi vicini Azerbajgian e Turchia. In particolare, ha presentato lo scorso ottobre una risoluzione “per chiedere la fine dell’aggressione dell’Azerbajgian contro l’Armenia e per stabilire una pace duratura nel Caucaso meridionale”.
Durante questa intervista, Tanzilli ha discusso del blocco in corso nell’Artsakh, della questione della distruzione del patrimonio culturale armeno, della logica dei blocchi politici o del ruolo della Francia nella prevenzione di un nuovo genocidio alle porte del continente europeo.
Come un razzo composto da più fasi, Tanzilli vede la politica dello Stato azero nei confronti del popolo armeno come un accumulo di politiche e sviluppi che culmineranno nell’eliminazione e nella totale scomparsa della popolazione.
Vorrei iniziare questo scambio con il blocco in corso nell’Artsakh. Dal 12 dicembre, il Corridoio di Lachin, l’unica strada che collega l’autoproclamata repubblica all’Armenia, è bloccato dai manifestanti azeri. Più di 120.000 abitanti armeni sono rimasti intrappolati in una situazione sempre più precaria. L’Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio ha denunciato il blocco fin dal primo giorno, ma la situazione è stata contenuta e centinaia di migliaia di persone restano al freddo. Come persona con radici armene ed estremamente impegnata per la causa del popolo armeno, come affronti questa situazione (a livello personale)? È molto importante capire cosa sta succedendo e contestualizzare la situazione. Prima di esprimere la mia opinione su questo, volevo davvero insistere sul contesto. Il blocco che i 120.000 Armeni dell’Artsakh stanno affrontando oggi fa parte di un processo che mira a impedire a queste persone il rispetto dei loro diritti fondamentali da oltre 30 anni.
È stato un popolo che, nel contesto della caduta dell’URSS, ha lottato per la sua libertà e dopo 6 anni di guerra, ha vissuto 30 anni di isolamento sul piano politico ed economico, ha lottato con tutte le sue forze per costruire uno stato efficace e protettivo. Due anni fa, nella guerra dei 44 giorni, la morte è letteralmente caduta sulle loro teste. A quel tempo, nonostante la situazione estremamente precaria che vivevano le popolazioni locali, nonostante il destino a cui erano sottoposti coloro che stavano per tornare in questo territorio, nonostante le previsioni che si facevano allora, 120.000 dei 150.000 Armeni dell’Artsakh hanno fatto la scelta di tornare o rimanere in Artsakh. Ho voluto sottolinearlo perché mostra la loro determinazione a vivere nella loro terra.
Secondo me, l’obiettivo di questo blocco è rompere questa determinazione, rompere questa determinazione in modo che quando finirà, perché non posso immaginare che non finirà prima o poi, queste popolazioni saranno spinte a fuggire. Lo dico in questo momento perché è questo che mi tocca particolarmente perché anche i miei nonni, i miei bisnonni sono stati costretti a lasciare le loro case, a lasciare le terre che erano state loro per diversi millenni. Furono mandati in esilio. Così, attraverso la storia degli Armeni dell’Artsakh, riaffiora tutta la storia dei sopravvissuti al genocidio del 1915. Come hai detto, questa storia è la storia della mia famiglia, quindi mi colpisce particolarmente.
Allo stesso tempo, fa eco al mio impegno per il riconoscimento del genocidio armeno, alla mia mobilitazione negli ultimi 20 anni per allertare la gente sulla minaccia che il blocco turco-azero rappresenta per il popolo armeno.
Per molto tempo ci è stato detto che questa storia fa parte del passato. Ma ciò che sta accadendo oggi in Artsakh, ciò che accade dal 2020, è proprio la prova che non è nel passato, che è ancora attuale e che questa dimensione genocida dello sterminio della popolazione armena, prima in Anatolia e poi oggi nel Caucaso, è ancora rilevante.
C’è qualcosa nella sua risposta che ha attirato immediatamente la mia attenzione: queste sono persone che sono lì da centinaia e migliaia di anni. Anche se, spesso, vengono presentati come se fossero lì da qualche anno, quindi non hanno niente da fare lì e quindi le aspirazioni azere nei loro confronti sono del tutto legittime.
Questa affermazione si sovrappone a una domanda che volevo farla, ovvero che essendo lì da centinaia di anni, hanno un patrimonio, hanno la loro cultura, hanno uno stile di vita, hanno edifici, strutture che sono lì da centinaia o addirittura migliaia di anni. Ciò che sta accadendo negli ultimi 30 anni e più è una distruzione quasi sistematica da parte dell’Azerbajgian, in particolare del patrimonio culturale e religioso degli armeni sia in Armenia che in Artsakh. La Francia ha firmato un gran numero di convenzioni e trattati volti a preservare il patrimonio culturale di Paesi nel mondo. Nel caso del conflitto in Artsakh, l’Assemblea Nazionale ha approvato lo scorso novembre una risoluzione, invitando le parti a preservare il patrimonio culturale e religioso del territorio armeno e del Nagorno-Karabakh sotto il controllo azero. Cosa può fare la Francia per la continua distruzione del patrimonio culturale armeno nella regione del Caucaso meridionale? Come possiamo preservare questo patrimonio secolare, come possiamo rendere le persone consapevoli che ciò che sta accadendo fa parte di un processo più ampio che è genocida? Ha ragione; infatti, la politica di eradicazione delle popolazioni armene è sempre stata accompagnata da una politica di distruzione delle tracce fisiche della presenza armena su questi territori.
Basta guardare Ani, una grande capitale del Medioevo, che è un luogo importante per la civiltà e la cultura armena. Basta vedere lo stato in cui questo territorio è abbandonato per capire che la politica missilistica a più stadi dell’Azerbajgian funziona. Dopo aver fatto sparire le popolazioni, vogliono far sparire ogni traccia di queste popolazioni per poter riscrivere la storia legata a questi territori (che è lo stadio finale del razzo); e, così facendo, cancellare la presenza armena dalla storia di questi territori.
Quindi, per agire su questo tema, abbiamo uno strumento che esiste a livello internazionale, che è destinato ad essere fortemente mobilitato su questo tema: l’UNESCO. Tuttavia, questa azione a favore della conservazione del patrimonio culturale non può essere portata avanti isolatamente perché c’è anche la questione dell’integrità degli Stati territoriali che stabilisce che abbiamo l’autorizzazione degli Stati ad intervenire per preservare il patrimonio.
È fondamentale che le organizzazioni internazionali facilitino il processo di protezione di questo patrimonio. Questo è dove sta il problema; lo sappiamo perfettamente. Dal 2020, ci sono state importanti mobilitazioni per fare pressione sull’UNESCO affinché agisse, ma invano. Questo era già avvenuto nell’enclave azerbajgiana di Nakhichevan, dove negli anni ’90 c’erano stati forti appelli all’intervento dell’UNESCO perché quasi tutti i khachkar (croci di pietre specifiche dell’architettura religiosa armena, molto sintomatiche della presenza di armeni in questi territori) erano mirata.
Infine, purtroppo, le azioni che sono state intraprese non hanno avuto successo perché oggi non abbiamo trovato soluzioni per finanziare queste organizzazioni internazionali e l’Azerbajgian ha capito benissimo che potrebbe usare i petrodollari per finanziare l’UNESCO e, alla fine, guadagnarsi una reputazione di benevolenza . Direi addirittura che l’UNESCO è diventato compiacente nei confronti dell’Azerbajgian e che abbiamo un’organizzazione internazionale che non è affatto all’altezza della gravità della situazione a livello culturale e del patrimonio.
Raphael Lemkin, l’uomo che ha coniato il termine “genocidio”, includeva specificamente non solo lo sterminio fisico di un popolo, ma anche situazioni che privano un gruppo di persone del diritto a una vita sicura e protetta. Eppure questo è il tipo di violenza a cui stiamo attualmente assistendo nel blocco dell’Artsakh, dove le persone vengono intenzionalmente private di calore, elettricità e luce in pieno inverno dalle forze statali azere. Attualmente, questo evento è evidenziato solo come una crisi umanitaria, ma dovrebbe anche essere riconosciuto come parte di un processo di genocidio e ricevere l’attenzione internazionale, ma non lo è. Cosa impedisce ai governi europei, compresa la Francia, e l’Unione Europea, di riconoscere nuovamente questi modelli simili così vicini al proprio suolo? Farei una distinzione tra la Francia e l’Unione Europea. Penso che la posizione in Francia e la posizione in Europa non siano del tutto identiche. È vero che l’angolo adottato in termini di azione è un angolo umanitario e penso che sia una scelta che si fa per permettere di sbloccare più velocemente la situazione perché, ovviamente, quando spieghiamo che c’è una crisi umanitaria, non è una diplomazia internazionale di aiuti umanitari che può essere messa in atto. Lo vediamo molto chiaramente in questo momento per quanto riguarda la Turchia dopo il terremoto. Pertanto, questo angolo non è del tutto privo di interesse.
Penso che in Francia si possa ritenere che la classe politica sia abbastanza unanime nel condannare il blocco per quello che è. Ha ragione, fa parte di una politica di genocidio, una politica di pulizia etnica, di eradicazione della popolazione, senza dubbio. Questo fa parte di una dinamica che non è iniziata 2 anni fa, che non è iniziata 20 anni fa, che è iniziata 150 anni fa.
È molto più complicato convincere l’Unione Europea ad agire. Sia che si possa chiamarla una crisi umanitaria o un’azione legalmente qualificata di genocidio; l’azione è molto debole da parte dell’Unione Europea.
Alla fine di novembre, l’Assemblea Nazionale francese si è pronunciata e ha adottato una forte risoluzione a favore dell’Armenia. Questo era ovviamente prima del blocco, ma ho già chiarito che la comunità internazionale nel suo insieme non ha molto da guadagnare sostenendo l’Armenia se non il suo onore e il rispetto dei suoi principi.
D’altra parte, abbiamo uno Stato, l’Azerbajgian, che presenta molti interessi e opportunità. Il Presidente della Commissione Europea ha qualificato l’Azerbajgian, che è, dopotutto, una delle dittature più dure del pianeta, come un partner affidabile. Perché il nostro Presidente della Commissione Europea definisce l’Azerbajgian un partner affidabile? Perché ha in programma di sostituire parte delle importazioni di gas dell’Unione Europea dalla Russia con gas dall’Azerbajgian. Devo confessare che non ho ancora compreso appieno la logica di ciò dal punto di vista economico, perché hanno in programma di finanziare turbine eoliche offshore nel Mar Caspio per fornire elettricità a una parte dell’Europa, e in particolare all’Europa dell’Est. Quindi chiaramente, ci troviamo in una situazione in cui il Presidente della Commissione Europea non intende sacrificare quelli che considera gli interessi dell’Unione Europea con l’Azerbajgian.
Alla fine, non importa per loro che l’Azerbajgian fornisca gas all’Unione Europea che proviene effettivamente dalla Russia, e non importa che le società del gas russe sanzionate siano azionisti del fornitore di gas azero SOCAR, non importa, e penso che sia importante sottolineare questo punto, che questo accordo tra Putin e Aliyev è potenzialmente la ragione dell’inerzia delle forze militari russe [come forze di mantenimento della pace nell’Artsakh]. Continuiamo a trovarci in una situazione in cui abbiamo la Commissione Europea che non solo non agisce per sbloccare questa situazione, ma che, al contrario, è in definitiva molto attiva nel creare le condizioni che spiegano questo blocco.
Lei ha ribadito che l’Armenia e il popolo dell’Artsakh, nonostante la loro incrollabile determinazione, e cito, “non rimarranno soli di fronte alla petro-dittatura azera da un lato e al potere militare-imperialista turco dall’altro”. Ha ricordato ancora una volta che l’Armenia e l’Artsakh devono allearsi. In Francia sappiamo che ci sono milioni di Armeni, e anche il Presidente della Repubblica ha ripetuto nelle interviste che non li deluderebbe. Ma concretamente oggi non si fa nulla, almeno in relazione al blocco. Perché la Francia, il Signor Macron e il suo governo, non adottano misure concrete per porre fine a questa situazione? Ha ragione a specificarlo. Credo sia importante precisarlo e lo scopo della nostra conversazione è parlare del blocco, perché oggi è la priorità. Ma dobbiamo essere consapevoli che la minaccia non è solo per l’Artsakh, ma anche per l’Armenia.
Ce ne siamo accorti lo scorso settembre durante l’offensiva del 13 e 14 settembre. L’obiettivo ideologico dell’Azerbajgian è lo sradicamento del popolo armeno; l’obiettivo strategico dell’Azerbajgian e della Turchia è il corridoio che collega la Turchia all’Azerbajgian e garantire la continuità geografica di tutti i Paesi di lingua turca dell’Asia. Quello che manca e che ostacola la costituzione di questo blocco geografico è il piccolo collegamento tra Nakhichevan e Azerbajgian. In realtà sappiamo benissimo che la minaccia grava sia sull’Artsakh che sull’Armenia.
Penso che dovremmo riconoscere che il Presidente Macron è riuscito a coinvolgere i suoi partner europei facendo votare il Consiglio Europeo sullo spiegamento di una missione di monitoraggio al confine armeno-azerbajgiano. Questo non è un lusso perché è una sorta di scudo, una sorta di protezione, una garanzia per l’Armenia.
Noi (i parlamentari) rimaniamo mobilitati. La posizione dell’Assemblea Nazionale o la posizione del Senato non è necessariamente la posizione del governo, del Presidente della Repubblica o del Quai d’Orsay (Ministero degli Affari Esteri). Siamo fortemente mobilitati per garantire che ci sia davvero un sostegno concreto, compreso l’aiuto militare. Sul piano difensivo, oggi, mi sembra che la priorità degli amici dell’Armenia dovrebbe essere quella di rafforzare l’Armenia. Rafforzare l’Armenia prima di tutto a brevissimo termine significa darle la possibilità di difendersi militarmente. E poi, a lungo termine, rafforzare l’Armenia significa creare le condizioni per consentirle di essere più forte a livello energetico, a livello economico per ottenere la sovranità.
Per rispondere al problema di cui parlavamo prima quando abbiamo detto che “beh, non abbiamo nulla da guadagnare, tranne il nostro onore”, per aiutare l’Armenia. Se riusciamo a rafforzare economicamente l’Armenia, a stabilire grandi società internazionali in Armenia, sono convinto che l’interesse della comunità internazionale nel suo insieme per questo Paese sarà più importante.
E penso, bisogna dirlo con molta franchezza, abbiamo un limite che è legato alla logica di blocchi che prevalgono nelle relazioni internazionali. Le faccio un esempio un po’ più lontano da noi, ma che mostra chiaramente di cosa si tratta. Non sono molti gli Stati che vengono in appoggio all’Armenia, ce n’è uno: è l’India. Perché l’India sostiene l’Armenia? Perché l’India ha una situazione piuttosto complicata con uno dei suoi vicini, il Pakistan. E il Pakistan è in strettissimo rapporto con la Turchia, con l’Azerbajgian, al punto che il Pakistan non solo non riconosce l’Artsakh (quello ovviamente), ma non riconosce la Repubblica di Armenia. Quindi, ovviamente, l’India vede un certo interesse in termini di logica dei blocchi e relazioni internazionali per venire a sostegno dell’Armenia. Credo che questo sia parte di una chiave di lettura della situazione e uno degli elementi che pone maggiori difficoltà per riuscire a coinvolgere le forze democratiche in un approccio proattivo per rimuovere questo blocco e venire concretamente in aiuto dell’Armenia.
Vorrei rivolgere a lei come deputato una domanda relativa al suo lavoro. In che modo, quotidianamente, attraverso il suo mandato nell’Assemblea Nazionale, porta avanti la causa armena? Come mette in atto un processo che permetta, a livello politico francese, di sensibilizzare non solo i vostri colleghi (la classe politica francese è abbastanza unanime su quanto sta accadendo in Armenia e in Artsakh) ma nel vostro collegio elettorale che consenta concretamente i francesi a rendersi conto di ciò che sta accadendo? Ho un distretto che è già abbastanza sensibile a questo problema poiché ho un comune chiamato Décines-Charpieu che molto rapidamente dopo il genocidio ha accolto rifugiati e sopravvissuti. Rappresentano il 1/3 della popolazione di questo comune. C’è una storia. A Décines è stato costruito il primo edificio non religioso della comunità armena in Francia. A Décines è stato costruito il primo monumento commemorativo in onore e memoria delle vittime del genocidio armeno. Poche persone, inoltre, non conoscono o non hanno un amico, un vicino, un compagno di classe, eccetera, che sia di origine armena, che sia Armeno a causa delle successive ondate migratorie. Ho la fortuna di avere un collegio elettorale molto sensibile a questo argomento. Quello che sto cercando di fare è collocare questo evento in un contesto internazionale più ampio che dovrebbe, a mio avviso, interessare e interessare i francesi di oggi.
Per molto tempo (diciamo dalla caduta del muro [di Berlino] e fino a pochi anni fa), abbiamo pensato che il liberalismo avesse sostituito la storia e che la questione della rinascita degli imperi e della guerra fosse una cosa del passato. All’epoca si riteneva che tutti gli Stati avessero interesse a preservare e mantenere la pace, perché questa era la condizione sine qua non di un sistema che funzionasse bene sul piano economico. Abbiamo visto che ovviamente non è così semplice.
La proliferazione e il rafforzamento dei regimi dittatoriali e delle democrazie è all’opera. Ne parlavamo in particolare della Turchia, e così via, e alla fine ci siamo resi conto che ci sono realtà che si impongono e che ci sono Stati democratici e altri no. Un regime che prima o poi diventa dittatoriale entrerà in una logica imperialista perché, per durare, un potere dittatoriale deve colpire l’esterno. Questo è ciò che sta accadendo con la Russia, questo è ciò che sta accadendo con la Turchia.
È così che cerco di affrontare la questione, che se non siamo in grado di mostrare solidarietà tra regimi democratici, allora credo che noi stessi saremo minacciati a un certo punto.
La logica che dobbiamo avere è una logica geografica, ma è anche una logica di valore. Perché le democrazie sono in ritirata e ad un certo punto rischiamo di ritrovarci completamente soli. Questo è ciò che ci sta accadendo alla fine, quando guardiamo alla guerra in Ucraina. L’Europa e gli Stati Uniti, alla fine, sono molto soli. Perché in altri paesi meno democratici si preoccupano meno delle libertà individuali e delle libertà collettive delle persone. Beh, a loro non importa molto se uno stato invade un altro stato. Credo che sia necessario riattivare una logica di solidarietà tra democrazie che, a mio avviso, dovrebbe prevalere su tutto il resto.
Prima parlavamo della logica dei blocchi. È certo che oggi, se guardiamo in modo molto neutrale e freddo alla situazione dell’Armenia e al suo rapporto con l’Azerbajgian e la Turchia, possiamo vedere che l’Europa e gli Stati Uniti, che sono in un’alleanza militare con la Turchia all’interno della NATO; che sono in un’alleanza, nel caso dell’Europa, a livello energetico con l’Azerbajgian, si oppongono a questa alleanza intorno alla Russia. Ma sono profondamente convinto che questa sia solo una scelta di default. Una scelta che non è una scelta. L’Armenia non ha la possibilità di scegliere la propria alleanza perché dall’altra parte ci sono Stati che vogliono la scomparsa dell’Armenia e dell’Artsakh e delle persone che vi abitano. Finché restiamo chiusi in queste logiche di blocco, le modalità di sostegno dell’Unione Europea, della Francia, degli Stati Uniti saranno limitate e questo nonostante tutta la volontà che il Presidente Macron potrà avere di trovare soluzioni.
Il Consiglio di coordinamento delle associazioni armene di Francia ha incontrato non molto tempo fa il Presidente e lui stesso ha manifestato la sua determinazione a cercare di trovare una soluzione, in particolare per quanto riguarda il Corridoio di Lachin e il blocco dell’Artsakh. Siamo su un territorio dove ci sono soldati russi. Un’operazione fisica su questo territorio, da parte di un esercito europeo o francese, pone interrogativi e richiede prudenza e vigilanza, tanto che oggi, alla luce dell’intero contesto internazionale, questa opzione sembra molto complicata da attuare. Sì, ci sono molte, molte cose che si sovrappongono, motivo per cui la mia risposta è un po’ complicata.
In chiusura, volevo solo lasciare la parola a lei, se vuole dire qualcosa in particolare o se ha un messaggio da trasmettere. Il messaggio che posso trasmettere è proprio quello che consiste nel dire che oggi, la cosa certamente più utile è sensibilizzare l’opinione pubblica nei regimi democratici su questa situazione. In particolare per quanto riguarda la dimensione profondamente genocida del blocco e della politica che è stata sviluppata globalmente da Turchia e Azerbajgian. Perché in realtà, come ha detto prima, questa politica di genocidio esiste da 150 anni. È profondamente nutrito tra le popolazioni turche e azere, a cui viene insegnato in tenera età che l’Armeno è una sotto-razza, che è peggio di un cane, che merita la morte. In Turchia c’è un insulto, che è abbastanza rivelatore, un insulto che è “sperma armeno”. C’è una dimensione razzista che è drammatica; si ritiene che biologicamente, geneticamente, queste persone non abbiano il diritto di vivere.
Questa politica genocida non si è mai fermata. Si esprime col rimbalzo quando se ne presenta l’occasione; quando le condizioni sono favorevoli. Oggi è chiaro che, alla luce degli accordi impliciti tra Russia e Azerbajgian sul gas, ci sono tutte le condizioni affinché nessuno si muova e tutti lascino bloccare, attaccare o aggredire gli Armeni, sia che si tratti di Russi o altri.
Questa politica di genocidio è ovviamente una minaccia per queste popolazioni in primo luogo, ma questi regimi dittatoriali sono anche minacce per le nostre democrazie. Sono anche minacce per gli Europei, per i Francesi e anche se sono sulla loro isola, per gli Americani.
Credo che se c’è una cosa che dobbiamo riuscire a fare, è far passare questo messaggio nel modo più globale, generale e collettivo possibile. La leva più efficace che abbiamo è certamente riuscire a coinvolgere l’opinione pubblica in queste democrazie e quindi far muovere i politici attraverso l’opinione pubblica. I politici hanno ovviamente un ruolo importante da svolgere; i media hanno un ruolo importante da svolgere; lei stessa ha un ruolo da svolgere e lo svolgi molto bene perché è molto mobilitato a diffondere messaggi inequivocabili su ciò che sta accadendo lì.
Ecco il mio messaggio: non tacciamo, non chiudiamo gli occhi, guardiamo in faccia la realtà di quello che sta accadendo laggiù, e prendiamola per quello che è e proviamo, attraverso l’opinione pubblica, a fare democrazie muoversi e siamo molto onesti anche per far muovere gli Stati Uniti. A livello internazionale, nessuno è uguale agli Stati Uniti, e il potere che ha e la sua forza trainante è essenziale.
Un altro messaggio in relazione a questo. Dicevamo prima della logica dei blocchi. Ciò pone delle difficoltà, ma può anche essere una reale opportunità per bloccare il processo in corso in modo molto pragmatico e di breve termine. Anche l’Europa e gli Stati Uniti hanno influenza su Turchia e Azerbajgian per dire basta.
Un ultimo elemento di cui volevo parlare prima sulle risposte perché è un punto fondamentale per capire fino in fondo cosa sta accadendo, soprattutto sul Corridoio di Lachin. È importante ricordare che l’accordo del 9 novembre 2020, che ha posto fine alla guerra dei 44 giorni, è un accordo trilaterale che coinvolge Armenia, Azerbajgian e Russia. La Russia è legalmente responsabile della sicurezza della popolazione armena dell’Artsakh e della loro libera circolazione. Dopo l’Azerbajgian, il secondo Stato, direttamente responsabile di quanto sta accadendo, è quello che si è assunto la responsabilità che ciò non accadesse: è la Russia. Infine, è quasi una doppia punizione per queste popolazioni perché la presenza della Russia costituisce un elemento di sbarramento per consentire l’intervento delle forze occidentali. La presenza della Russia chiaramente non è una garanzia dei diritti fondamentali e della libera circolazione delle popolazioni.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-15 09:01:162023-04-16 09:01:53125° giorno del #ArtsakhBlockade. Non chiudiamo gli occhi, non accettiamo le menzogne, guardiamo a quello che sta accadendo nel Caucaso meridionale e le responsabilità (Korazym 15.04.23)
L’Azerbaigian si è ritirato dai Campionati europei di sollevamento pesi in programma a Yerevan, la capitale dell’Armenia.
A motivare l’abbandono della competizione l’episodio avvenuto nelle scorse ore: un uomo è salito sul palco della cerimonia di apertura del torneo, ha afferrato una bandiera dell’Azerbaigian e le ha dato fuoco.
Gli atleti azeri e i loro accompagnatori hanno lasciato l’Armenia.
I funzionari armeni hanno dichiarato che l’uomo che ha bruciato la bandiera era un dipendente della televisione pubblica armena, invitato alla cerimonia di apertura.
Dopo l’incidente è stato portato in una stazione di polizia ma è stato rilasciato senza accuse.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-04-15 08:58:022023-04-16 08:59:50Brucia la bandiera dell'Azerbaigian, gli atleti lasciano l'Armenia (Euronews 15. 04. 23)
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