La scrittrice turca che rischia l’ergastolo per un attentato che non esiste (Domani 29.03.23)

  • Scrittrice, sociologa, femminista, antimilitarista e militante, Selek è una donna scomoda al potere a causa delle sue ricerche sui curdi che si sono uniti alla lotta armata e per il suo impegno in favore di donne, minoranze e ambiente.
  • Arrestata nel 1998 e accusata di aver commesso un attentato in un bazar di Istanbul che non è mai esistito, Selek è nuovamente sotto processo nonostante quattro assoluzioni.
  • Il suo caso è l’emblema dei problemi della giustizia in Turchia, ma anche delle storture di un sistema politico che non rispetta la divisione democratica dei poteri  che hanno iniziato a manifestarsi ben prima dell’arrivo al potere di Recep Tayyip Erdogan.

La storia di Pinar Selek potrebbe essere materiale per un thriller di successo, se non fosse tragicamente vera. Sociologa, scrittrice femminista, antimilitarista e militante, Selek è da sempre un personaggio scomodo per il mondo politico turco e con i suoi lavori è riuscita a inimicarsi tanto i partiti di destra, quanto quelli di sinistra.

Da 25 anni è sotto processo per crimini che non ha commesso e per legami ugualmente mai comprovati con il Partito dei lavoratori curdo (Pkk), considerato dalla Turchia un’organizzazione terroristica. Eppure dopo diverse assoluzioni, la scrittrice, esule in Francia, rischia ancora una volta di essere condannata in contumacia all’ergastolo.

La sentenza è attesa per il 31 marzo, ma una condanna non basterà a mettere fine al suo lavoro di attivista.

La dissidenza d’altronde è un tratto distintivo della sua famiglia. Il padre era un difensore dei diritti umani finito in carcere per cinque anni quando lei era bambina, mentre il nonno è stato il fondatore negli anni Cinquanta del partito comunista turco. La loro casa a Istanbul è stata per lungo tempo uno spazio di incontro aperto a tutti, nonché un luogo di formazione per la stessa Selek.

PERSECUZIONE PER VIE LEGALI

Da sociologa, ha condotto un importante lavoro sulle minoranze etniche perseguitate in Turchia, raccontando la storia della comunità armena e di quella curda per cercare di capire le cause profonde di una frattura sociale iniziata con la nascita della Repubblica e che caratterizza tuttora la storia della Turchia.

Secondo Selek, solo riconoscendo gli errori –  e quindi gli orrori – del passato, il paese può davvero aspirare a un futuro migliore, in cui nazionalismo, militarismo e sessismo lascino finalmente il posto a valori positivi, come la convivenza, il rispetto reciproco e l’attenzione all’ambiente.

Durante la sua carriera di sociologa e militante, Selek ha anche portato avanti dei progetti con bambini di strada e senzatetto ed è stata la co-fondatrice dell’Atelier degli artisti di strada, un luogo di incontro, integrazione e creazione artistica per minori, zingari, trans, prostitute e in generale per tutti coloro costretti a vivere ai margini della società.

La sua attenzione però si è diretta anche verso le donne, fino ad arrivare alla creazione dell’associazione femminista Amargi contro la violenza di genere, e verso la questione ecologista.

Un impegno quest’ultimo concretizzatosi non solo nello studio e nella realizzazione di lavori accademici, ma anche nella creazione della cooperativa ecologica Dut Agaci, grazie alla quale sindacalisti, donne curde, rappresentanti della comunità Lgbtq e semplici cittadini impegnati contro la gentrificazione di Istanbul hanno potuto lavorare insieme e portare avanti la battaglia ecologica e sociale in una città fortemente modificata dagli interessi economici di Erdogan e della sua cerchia.

Ad aver attirato l’attenzione delle autorità, però, è stata principalmente il lavoro sociologico condotto da Selek negli anni Novanta sui curdi e in particolare sulle ragioni che spingevano una parte della comunità ad aderire alla resistenza armata del Pkk.

Nel 1998, a causa di queste interviste, Selek fu arrestata con l’accusa di terrorismo e torturata affinché rivelasse i nomi dei combattenti curdi che aveva incontrato. Non riuscendo ad ottenere dalla sociologa alcuna informazione, le autorità accusarono Selek di essere l’autrice dell’“attentato” in un bazar di Istanbul avvenuto qualche giorno prima del suo arresto e costato la vita a sette persone.

La polizia dichiarò di aver trovato nel suo atelier lo stesso esplosivo usato nel mercato, ma da indagini successive venne fuori che il materiale era stato portato lì dalle stesse forze dell’ordine 22 ore prima del presunto ritrovamento.

Dopo ulteriori approfondimenti si scoprì anche che l’esplosione era stata causata in realtà da una bombola del gas difettosa e che l’uomo che aveva accusato Selek era stato costretto a fare il suo nome sotto tortura.

La ricercatrice fu rilasciata su cauzione nel 2000 e assolta dall’accusa di terrorismo ben quattro volta nel 2006, 2008, 2011 e 2014.

Venticinque anni però dopo il suo caso è stato ancora una volta riaperto tra false accuse, testimonianze inesistenti, prove costruite a tavolino e ribaltamenti delle sentenze che hanno fatto continuamente rimbalzare il suo fascicolo tra i Tribunali penali e la Cassazione.

I giudici supremi si sono espressi nuovamente a gennaio annullando l’ultima assoluzione ed emanando un mandato di arresto internazionale contro di lei, in attesa della sentenza del 31 marzo. Intanto sulla ricercatrice, che vive dal 2009 in Francia, aleggia l’ombra di un mandato di estradizione internazionale.

IL FUTURO DELLA TURCHIA

La storia di Selek è la rappresentazione perfetta dei problemi della giustizia in Turchia, ma anche delle storture di un sistema politico che interferisce con la vita dei suoi cittadini e con quella divisione dei poteri tipica di un paese democratico che hanno iniziato a manifestarsi ben prima dell’arrivo al potere di Recep Tayyip Erdogan.

Come spiega bene la stessa Selek. «Il mio caso è il simbolo di un male che affligge la Turchia da molti anni, è il prodotto di un regime autoritario che si perpetua nel tempo. Questa stessa sentenza è solo l’ennesimo esempio di una politica repressiva portata avanti anche in vista delle prossime elezioni».

L’accusa di terrorismo usata contro Selek è quella a cui si fa maggiormente ricorso in Turchia per mettere a tacere le voci d’opposizione, che si tratti di giornalisti, militanti curdi, donne, avvocati, studenti universitari o semplici cittadini che osano scendere in strada per manifestare contro le condizioni di vita e il crescente autoritarismo. «Il governo guidato da Erdogan ha messo ben presto da parte le riforme democratiche dei primi anni Duemila, alleandosi con i Lupi grigi e facendo entrare il paese in un periodo particolare della sua storia, caratterizzato da deregolamentazione economica, giudiziaria e sociale».

Il futuro che attende il paese, secondo la scrittrice, è tutt’altro che roseo, soprattutto per i curdi. A fine dicembre, poco prima dell’attacco contro il Centro democratico curdo di Parigi in furono uccisi tre attivisti, Selek aveva previsto in un articolo per Mediapart nuovi attentati di questo tipo e anticipato il ricorso da parte del governo a una strategia del terrore utile al mantenimento dello status quo.

La strada intrapresa dalla Turchia dunque è ben lontana da quella che avrebbe dovuto portarla verso l’adesione all’Unione europea, obiettivo perseguito da Erdogan nei suoi primi anni al potere. A Bruxelles però la questione del rispetto delle libertà e dei diritti nel paese sembra non interessare più da quando Ankara ha assunto una posizione di mediatore nella guerra russo-ucraina. Tuttavia fino a quando i governi occidentali non prenderanno una posizione decisa contro le politiche repressive messe in campo in Turchia, afferma la scrittrice, il paese proseguirà nella sua deriva autoritaria e finirà con il contagiare anche il resto d’Europa.

A pagarne le conseguenze sono prima di tutto quelle persone che come Selek si sono opposte e si oppongono al sistema di potere vigente nel paese, costrette a fuggire all’estero o private per via giudiziaria delle loro libertà.

Non sorprende quindi che Selek abbia ben poca fiducia nei giudici turchi che si esprimeranno presto sul suo caso. «Non so cosa decideranno. Non essendo uno Stato di diritto, può succedere qualsiasi cosa. Al momento preferisco non pensarci e concentrarmi invece sulla mia lotta per la giustizia». Una lotta che passa anche per la scrittura, strumento che consente di dare voce a chi non ne ha, ma anche di immaginare un mondo diverso, al di là di quel linguaggio del potere che permea la quotidianità e che regola le nostre relazioni. La scrittura, conclude Selek i cui libri sono tradotti in Italia da Fandango, non può cambiare tutto, ma consente di mantenere viva la forza creativa e di continuare a resistere.

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Centosettesimo giorno del #ArtsakhBlockade. La situazione per gli Armeni è sempre più cupa con il rischio fin troppo grande di un’altra guerra e la “soluzione finale” (Korazym 28.03.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 28.03.2023 – Vik van Brantegem] – «”Never again” (Mai più). Lo diciamo dal 1965, cinquantesimo anniversario del genocidio, che segnò la nascita del moderno attivismo politico armeno. Diciamo “Mai più” con passione, eppure, eccoci di nuovo con apparentemente poca capacità di difenderci se l’Azerbajgian e la Turchia decidessero di prendersi l’ultimo della nostra patria. Abbiamo avuto 30 anni per prepararci a questo. Invece, abbiamo avuto una massiccia fuga di cervelli e un esodo della popolazione insieme a oligarchi e leader corrotti che si riempivano le tasche. Non abbiamo nemmeno riconosciuto l’Artsakh, come ha sottolineato Putin» (Marc Gavoor).

Continuo a scrivere ogni giorno del blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin), anche se – come ha osservato Marc Gavoor sul Armenian Weekly (nel suo articolo Cinque parole N, che riporto in chiusura nella nostra traduzione italiana dall’inglese) – da un po’ non c’era molto altro che avessi da dire, che non ripetere ogni giorno di nuovo le stesse paure e le stesse indignazioni per quanto sta succedendo nel Caucaso meridionale, che non interessa a nessuno. Ma le notizie degli ultimi tempi sono state più preoccupanti e quindi, anche se ero tentato di smettere, ho continuato a raccontare questa “causa persa”. Perché vorrei continuare a guardarmi nello specchio e dirmi: ho fatto quello che potevo, con il mestiere che faccio, da comunicatore.

E poi, arriva la spinta di segnalazioni quotidiane di storie vere, che mostrano la volontà e la determinazione degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh di continuare a vivere in un Artsakh libero, nonostante le implacabili minacce di pulizia etnica da parte del regime autocratico genocida azero. Come questo articolo di Lucia De La Torre per Open Democracy di ieri 27 marzo 2023, che riporto di seguito nella nostra traduzione italiana dall’inglese, sul film The Dream of Karabakh (Il sogno di Karabakh), che si concentra sull’amore, non sulla guerra, nel Nagorno-Karabakh. Il film racconta l’attaccamento di una donna al suo villaggio, radicato in ricordi personali che non possono essere spostati, a differenza dei confini.

I tentativi dell’Azerbajgian di “soffocare” completamente l’Artsakh sono accompagnati dalla completa inerzia della comunità internazionale, ha affermato David Babayan, Consigliere del Presidente della Repubblica di Artsakh, commentando i tentativi azeri di avanzare nella sezione Stepanakert-Lisagor dell’Artsakh: «L’Azerbajgian sta facendo nuovi tentativi per terrorizzare ancora una volta la popolazione dell’Artsakh, creando condizioni di vita insopportabili. Ciò che l’Azerbajgian sta facendo è una grave violazione della dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, un duro colpo per l’Artsakh, e un altro colpo al contingente di mantenimento della pace russo in Artsakh. Credo che sia giunto il momento per la Russia e la comunità internazionale di prendere le misure adeguate, almeno politicamente. Le azioni dell’Azerbajgian sono una chiara violazione di tutte le possibili norme di legge».

Babayan ha sottolineato che in mezzo a tutto questo si sta svolgendo un’altra “luna di miele” tra alcuni Paesi europei e l’Azerbajgian: “Questo sta succedendo mentre in Artsakh viene compiuto [dall’Azerbajgian] un vero e proprio genocidio armeno. Quei Paesi europei hanno trasformato i valori morali in un prezzo; questo è il problema più grande del mondo civilizzato al momento. È sempre esistito, ma ora ha raggiunto un livello estremo».

Ieri 27 marzo, il Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan, ha convocato una sessione straordinaria estesa del Consiglio di Sicurezza con la partecipazione di rappresentanti delle forze politiche dell’Assemblea nazionale. Parlando del fatto che dal 2020 la parte azera viola continuamente le disposizioni della Dichiarazione tripartita e dal 12 dicembre 2022, nelle condizioni del blocco in corso, aumenta costantemente la pressione umanitaria, socio-economica, militare e politica sull’Artsakh, Harutyunyan ha osservato che, nonostante le numerose dichiarazioni ed esortazioni, gli attori internazionali continuano a limitarsi a dichiarazioni, essendo incoerenti nell’attuazione di decisioni pesanti. «Pertanto, il nostro compito è valutare con sobrietà il grado di complessità e responsabilità della situazione creata, rivalutare tutte le risorse e i meccanismi disponibili per prevenire nuove possibili minacce, nonché trarre le conclusioni necessarie ed eseguire azioni. Sono fiducioso che, grazie ai nostri passi ragionevoli, sia possibile superare anche questo periodo difficile, preservando e proteggendo gli interessi vitali della Repubblica di Artsakh», ha sottolineato il Presidente Arayik Harutyunyan.

«Per darvi una prospettiva di ciò che sta accadendo in Nagorno-Karabakh, solo nel marzo di quest’anno, su un totale di 26 segnalazioni di violazione del cessate il fuoco da parte del contingente di mantenimento della pace della Russia dal cessate il fuoco del novembre 2020, 11 sono state segnalate questo mese, 3 a febbraio.
Ciò non significa necessariamente il pieno sostegno all’Armenia, il cui attuale governo ha apparentemente ratificato l’accordo della Corte Penale Internazionale subito dopo la recente richiesta dell’organizzazione di estradare il Presidente russo Putin, se visiterà il Paese…
La situazione geopolitica e militare dentro e intorno al Nagorno-Karabakh è molto imprevedibile in questo momento, non tutto è nero su bianco, troppi fattori entrano in gioco (tensioni Iran-Israele con l’Azerbajgian che viene aiutato da Israele, tensione in Nagorno-Karabakh, sviluppi in Ucraina, ecc.)» (Nagorno Karabakh Observer, 27 marzo 2023 ore 22.00).

Da tener presente che gli spin doctor e troll propagandisti del regime autocrate e genocida dell’Azerbajgian usano sempre la stessa strategia: negare e attaccare. Il lavaggio del cervello produce discorsi xenofobi di odio anti-armeno. Anche nel 107° giorno del blocco azero del Nagorno-Karabakh, intrappolando 120.000 Armeni, l’Azerbajgian continua a negare di aver bloccato il Corridoio Lachin, mostrando che gli unici veicoli in grado di passare sono del Comitato Internazionale della Croce Rossa e del Contingente di mantenimento della pace russo che attraversano il blocco. Niente di nuovo, ma per qualche ragione misteriosa, è ancora un evento degno di nota per i media statali dell’Azerbajgian ogni volta che ne passa uno. Poi le forze armate azere avanzano in territorio dell’Artsakh non ancora sotto loro controllo per bloccare strade sterrate secondarie di montagna, che collegano con Stepanakert comunità isolate a causa del blocco, con false accuse di trasporto di munizioni e truppe dall’Armenia.

Un nuovo film segue Shushan mentre fa il viaggio per tornare a casa nel Nagorno-Karabakh, il cui destino è sempre più in bilico.

Il sogno di Karabakh
di Lucia Della Torre
Open Democracy, 27 marzo 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Ho incontrato Shushan per la prima volta nel febbraio 2021. La madre di cinque figli viveva nel villaggio di Landjazat, vicino al confine di filo spinato dell’Armenia con la Turchia. La casa, che apparteneva ad alcuni conoscenti di Shushan che lavoravano in Russia, era diventata la casa temporanea della sua famiglia dopo che erano stati costretti a fuggire dal Nagorno-Karabakh mentre infuriava la seconda guerra del Karabakh.

La mattina del 27 settembre 2020, Shushan e la sua famiglia si sono svegliati al suono delle esplosioni. Nei giorni seguenti, almeno 3.700 soldati dell’Armenia e del Karabakh, e quasi 200 civili sono stati uccisi in un’offensiva delle truppe azere per riconquistare il territorio del Nagorno-Karabakh.

I combattimenti sono cessati il 10 novembre 2020, quando è stato firmato un accordo dal Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, dal Presidente azero, Ilham Aliyev e dal Presidente russo, Vladimir Putin. Di conseguenza, il Nagorno-Karabakh ha perso il 70% del territorio che la sua amministrazione de facto aveva controllato dal 1994, sfollando quasi 70.000 Armeni.

Si tratta del secondo spostamento di massa nel territorio in poco più di due decenni. Conteso tra Armenia e Azerbajgian, ha vissuto anni di guerra. Nel 1994, le forze armene avevano preso il pieno controllo del Nagorno-Karabakh e il controllo totale o parziale di altre sette regioni azere confinanti con il territorio. Sebbene tutte queste aree fossero ancora riconosciute a livello internazionale come parte dell’Azerbajgian, più di mezzo milione di civili azerbajgiani sono stati sfollati con la forza dalle loro case.

Sono entrato in contatto con Shushan dopo aver iniziato a fare ricerche sulla storia del suo villaggio. Prima della guerra del 2020, il villaggio di Charektar contava 48 famiglie o circa 270 residenti. Charektar de jure si trova nella provincia di Shahumyan della Repubblica separatista dell’Artsakh o Repubblica del Nagorno-Karabakh, ma de facto si trova nel distretto di Kalbajar in Azerbaigian. Mi sono interessato alla storia di Charektar perché era stata praticamente rasa al suolo anche se durante la guerra del 2020 non si sono svolti combattimenti lì.

Quando il 10 novembre il Primo Ministro armeno Pashinyan ha annunciato il cessate il fuoco mediato da Mosca e la gente ha preso d’assalto il Parlamento per protesta, ai residenti di Charektar è stato detto che il loro villaggio faceva parte dei territori da trasferire all’Azerbajgian. Molte persone erano già fuggite dalla regione per l’Armenia e, secondo quanto riferito, la notizia dell’imminente trasferimento ha indotto coloro che erano rimasti a Charektar e nei villaggi vicini a dare fuoco alle loro case, cosa che è stata ampiamente coperta da molti media occidentali.

Ma poi, pochi giorni dopo, agli abitanti di Charektar è stato detto che il loro villaggio sarebbe rimasto sotto il controllo armeno, a poche centinaia di metri dai posti di blocco militari e dal nuovo confine con l’Azerbaigian. La mancanza di informazioni affidabili e di messaggi chiari da parte delle autorità significava che i residenti di Charektar avevano tragicamente appiccato il fuoco al proprio villaggio.

Charektar, Nagorno-Karabakh (Foto di Greta Harutunyan).

Quando ho incontrato Shushan, mi aspettavo che soffrisse per la perdita della sua casa. Ma è diventato subito chiaro che non era tutto e lei stava soffrendo per una doppia perdita. Shushan aveva perso il marito in un incidente d’auto sei mesi prima del conflitto dell’autunno 2020.

Shushan aveva incontrato il suo defunto marito a metà degli anni 2000 a Dadivank, un villaggio ai piedi di un monastero medievale nel Nagorno-Karabakh. Si sono innamorati, hanno deciso rapidamente di sposarsi e quando i genitori di Shushan si sono opposti alla relazione, sono fuggiti. Alla fine, la coppia si è trasferita a Charektar, dove hanno lentamente costruito una casa con le proprie mani. La loro nuova casa aveva una vista panoramica sulla valle, un cortile dove Shushan beveva il caffè con i suoi vicini e un gazebo ricoperto di edera dove la coppia si rilassava dopo il lavoro.

Gli occhi di Shushan si illuminarono mentre mi raccontava della vita che aveva condiviso con suo marito, una vita profondamente legata alla loro casa e al villaggio. È stato allora che ho capito che la sua storia non riguardava la guerra ma l’amore. Per lei, la guerra è stata tragica soprattutto perché ha portato via il luogo in cui risiedevano i ricordi di suo marito: la casa che avevano costruito insieme e condiviso.

È così che si è materializzato il mio film, The Dream of Karabakh. Ho seguito Shushan nel corso di tre mesi, mentre cercava di adattarsi alla sua nuova vita da rifugiata in Armenia. Quattro dei suoi figli vivevano con lei, mentre il maggiore è rimasto a Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh, a studiare per diventare medico.

The Dream of Karabakh | openDemocracy.

Nei mesi trascorsi insieme, Shushan ha ricordato molto, mentre affrontava il suo dolore e la vita in un luogo straniero. Nel film la vediamo commossa e quasi in lacrime mentre prepara per la prima volta da quando è scomparso il piatto preferito del marito. Si lamenta anche delle erbe necessarie per preparare il piatto. Nativi del Nagorno-Karabakh, erano molto meglio a casa che in Armenia.

I parenti e i vicini di Shushan, anch’essi fuggiti da Charektar e ora sparsi per l’Armenia, condividono la sensazione di essere stati sradicati. Come spiega eloquentemente la sorella minore nel film: “Questo posto va bene, ma non è casa nostra”.

Ma quando Shushan lancia l’idea di tornare a Charektar, gli altri la fermano rapidamente. “Quando apri la porta, gli Azeri saranno a 300 metri di distanza”, dice sua sorella. “Come farai a vivere così?” Shushan non dice nulla in risposta.

Poi arriva una svolta con Shushan, che rivela che suo marito appare spesso nei suoi sogni e le chiede di tornare a casa, nella casa che hanno costruito insieme. Le promette che lì sarebbero stati al sicuro, li avrebbe protetti. Alla fine, i sogni spingono Shushan a prendere la decisione di tornare.

Nell’aprile 2021, Shushan ha fatto il pericoloso viaggio di ritorno a Charektar. Quello che normalmente avrebbe richiesto alcune ore lungo la strada settentrionale che collegava la regione armena di Gegharkunik e il distretto di Kalbajar, si è trasformato in quasi un’intera giornata di viaggio. Dall’Armenia meridionale è riuscita a raggiungere il Nagorno-Karabakh attraverso il Corridoio di Lachin, l’unica strada che collega la Repubblica di Armenia e il Nagorno-Karabakh. Alla fine, Shushan è tornato a casa.

Io, invece, non sono riuscito a raggiungere Charektar. All’inizio del 2021, ai titolari di passaporti stranieri è stato negato l’accesso al Nagorno-Karabakh dall’Armenia. Per due volte sono stato respinto dalle forze di mantenimento della pace russe nel Corridoio di Lachin, nonostante avessi un pass per la stampa e un visto. Ciò significava che non potevo tornare con Shushan al suo villaggio. Tuttavia, ho lavorato con la regista armena Greta Harutunyan per filmare il ritorno di Shushan.

Nel suo filmato, vediamo Shushan tornare a casa da un Charektar stranamente silenzioso, fatta eccezione per l’occasionale colonna delle forze di mantenimento della pace russe che si dirige verso il checkpoint di confine improvvisato, presidiato da soldati armeni e azeri. La scuola frequentata dai figli di Shushan è stata bruciata. La maggior parte delle case è stata bruciata e saccheggiata, inclusa quella di Shushan.

Non dimenticherò mai la scena in cui Shushan si trova nel suo giardino guardando giù dalla collina la distruzione. Dice: “Sarà molto difficile vivere qui senza di lui. Ma questo è il villaggio che amava.

È stato il coraggio di Shushan e la sua decisione, mossa dall’amore, di sfidare la sua famiglia e tornare al villaggio che ha ispirato questo film.

Spesso mi sono ritrovato a chiedermi se stessi semplificando la situazione o addirittura banalizzandola inquadrando Il sogno del Karabakh come una storia d’amore. Ma in realtà, la mia supposizione iniziale che la guerra fosse il centro della storia di Shushan era una semplificazione eccessiva. La storia di Shushan sfida le narrazioni di appartenenza semplicemente radicate nel nazionalismo. Il suo attaccamento a Charektar è radicato in ricordi personali che non possono essere spostati, a differenza dei confini.

Purtroppo, da aprile 2021, quando Shushan e i suoi figli sono tornati in Nagorno-Karabakh, la situazione è progressivamente peggiorata. I combattimenti spesso scoppiano lungo il confine. Nel marzo 2022, durante un periodo molto freddo di fine inverno, i residenti del Karabakh sono rimasti senza gas naturale, acqua calda o cibo. Il prezzo dei beni di uso quotidiano nei supermercati è più alto e c’è carenza di pane e zucchero. L’elettricità viene interrotta frequentemente.

Mi sono messa in contatto con Shushan nella primavera del 2022 e mi ha detto che non aveva elettricità da giorni, l’inflazione era alta e la vita era diventata molto difficile.

La situazione è solo peggiorata verso la fine del 2022. Il Corridoio di Lachin è stato bloccato da metà dicembre da eco-attivisti azeri apparentemente sostenuti dal loro governo. Il 25 marzo, le forze azere hanno bloccato l’accesso a una strada sterrata che era stata utilizzata per aggirare il blocco, sostenendo che fosse stata utilizzata per contrabbandare armi, un’affermazione che le autorità del Nagorno-Karabakh hanno negato.

Sono passati ormai più di 100 giorni da quando i residenti del Nagorno-Karabakh, inclusa Shushan e la sua famiglia, vivono sotto un blocco. Ci sono carenze di cibo, carburante e medicine. Amnesty International ha affermato che il blocco sta colpendo in modo sproporzionato donne e bambini. Ci sono voci secondo cui il conflitto scoppierà presto di nuovo. E nel frattempo, Shushan e la sua famiglia, così come centinaia di altri Armeni del Nagorno-Karabakh, sono privati dei loro diritti, nel mezzo di una crisi umanitaria che si aggrava da cui non possono uscire. Il sogno di Shushan del Karabakh sembra più irraggiungibile che mai.

Anche così, è il coraggio e la resilienza di Shushan nel tornare in Nagorno-Karabakh che questo film cerca di onorare. The Dream of Karabakh è una storia sull’amore e l’appartenenza, forze potenti che guidano gli Armeni nel Nagorno-Karabakh ma che spesso sono messe a tacere dalle narrazioni di guerra.

I nomi completi dei partecipanti al film non sono stati inclusi per proteggere la loro identità.

Cinque parole N
di Marc Gavoor
Armenian Weekly, 23 marzo 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Non scrivo del blocco da un po’. Non c’era molto altro che avessi da dire e non volevo ripetere di nuovo le stesse paure e indignazioni. Le notizie degli ultimi tempi sono state più preoccupanti. All’inizio di questo mese, Aliyev ha definito Yerevan parte dell’”Azerbaijan occidentale”. Ha provocato una forte risposta da parte del Ministero degli Esteri armeno, ma stranamente nessuna protesta da parte di altri governi.

Questo tipo di discorso di Aliyev sarebbe stato moderatamente fastidioso, al limite del comico, circa 10 anni fa. Ora, dopo la disastrosa guerra del 2020, è decisamente spaventoso con il blocco di oltre 100 giorni del Corridoio di Lachin, le truppe azere che uccidono gli Armeni nell’Artsakh, sparano contro l’Armenia vera e propria e un sacco di voci su movimenti delle truppe come ipotizzato dall’Iran che l’Azerbajgian potrebbe invadere e prendere presto il “Corridoio di Zangezur”. Si ipotizza che potrebbero muoversi anche contro l’Artsakh.

Se l’Azerbajgian fa una di queste cose, ci sono poche possibilità che gli Armeni possano fermarli. Ci sono ancora meno possibilità che qualcun altro venga in aiuto dell’Armenia. Certo, ci saranno proteste dalla Francia e forse dagli Stati Uniti, ma non ci sarà alcuna minaccia di forza dietro le parole. La Russia è preoccupata per la loro guerra in Ucraina e non ha fatto nulla per rompere il blocco del Corridoio di Lachin. Iran? Se gli Azeri prendono Zangezur, il confine armeno-iraniano scomparirà. L’Iran probabilmente protesterà, ma non mi aspetto molto di più.

L’8 febbraio, il Comitato armeno della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha presentato H.Res.108 – Condanna del blocco degli armeni del Nagorno-Karabakh (Artsakh) e delle continue violazioni dei diritti umani da parte dell’Azerbajgian. La delibera è stata deferita alla Commissione Affari Esteri della Camera. Sei settimane dopo, è chiaro che questa non è una priorità assoluta per i nostri legislatori statunitensi. Il 20 marzo, il Segretario di Stato americano Anthony Blinken ha avuto una telefonata con Pashinyan dove ha offerto il sostegno degli Stati Uniti nel facilitare le discussioni di pace bilaterali con l’Azerbajgian. Nessuna parola seria o avvertimento è stato dato all’Azerbajgian.

Il 19 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede l’apertura del Corridoio di Lachin per motivi umanitari. La parte armena ha preso atto e ha esortato l’Unione Europea a sanzionare l’Azerbajgian, cosa che non ha fatto. Il Parlamento azero ha approvato una risoluzione che condanna la risoluzione dell’Unione Europea. L’Azerbajgian ha aumentato le proprie esportazioni di gas verso l’Europa per compensare i tagli al gas russo, anche se il gas azero copre solo il 2,8% del fabbisogno di gas dell’Europa.

Sembra che questo tipo di risoluzioni, parole diplomatiche e offerte siano il limite di ciò che gli Stati Uniti e l’Europa sono disposti a fare per fermare le mosse azere in Artsakh e Zangezur. Mi chiedo quali azioni, se del caso, potrebbero intraprendere se l’Azerbajgian cercasse di annettere la stessa Armenia?

Tutto questo mi fa pensare a cinque parole N: Nakhichevan, Nagorno-Karabakh, Nzhdeh, “Never again” (Mai più) e Nemesi.

Nakhichevan e Nagorno-Karabakh dovevano far parte della Repubblica armena e della Repubblica Socialista Sovietica di Armenia. Ma i sovietici rinnegarono e li diedero alla Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian. Gli Azeri hanno ripulito etnicamente Nakhichevan e da allora hanno cancellato le prove di qualsiasi presenza armena lì. Stanno facendo lo stesso nei territori che hanno preso nella guerra del 2020. Non c’è motivo di pensare che farebbero diversamente con le terre che potrebbero prendere in futuro.

Ovviamente la terza parola si riferisce a Garegin Nzhdeh, patriota e capo militare armeno. Nzhdeh è nato a Nakhichevan. Fu un eroe della battaglia di Karakillise, mantenendo Zangezur parte dell’Armenia e reprimendo i massacri di Shushi da parte degli Azeri. Nella Prima Repubblica di Armenia fu nominato governatore del Nakhichevan. La sua vita è stata dedicata all’indipendenza e all’auto-determinazione armena. Ha compreso e abbracciato l’assoluta necessità di un forte esercito per difendere l’Armenia e gli Armeni.

Nzhdeh ha capito e incarnato la frase che tutti usiamo: “Never again (Mai più). Lo diciamo dal 1965, cinquantesimo anniversario del genocidio, che segnò la nascita del moderno attivismo politico armeno. Diciamo “Mai più” con passione, eppure, eccoci di nuovo con apparentemente poca capacità di difenderci se l’Azerbajgian e la Turchia decidessero di prendersi l’ultimo della nostra patria. Abbiamo avuto 30 anni per prepararci a questo. Invece, abbiamo avuto una massiccia fuga di cervelli e un esodo della popolazione insieme a oligarchi e leader corrotti che si riempivano le tasche. Non abbiamo nemmeno riconosciuto l’Artsakh, come ha sottolineato Putin.

Avremmo sicuramente potuto usare alcuni Nzhdeh nei primi giorni dell’attuale Repubblica. Potremmo usarne alcuni oggi.

Infine, c’è la parola “nemesi”. È la parola più interessante del lotto con due significati sovrapposti. Merriam-Webster lo definisce come “un formidabile e solitamente vittorioso rivale o avversario”. Per gli Armeni, la Turchia è decisamente una nemesi, così come l’Azerbajgian. La seconda definizione è “uno che infligge punizione o vendetta”. Sembra che le vittime del primo tipo di nemesi potrebbero essere motivate a diventare loro stesse nemesi, del secondo tipo. Spero che questa non diventi mai la nostra unica linea d’azione rimasta.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

ARMENIA. Riaperto il confine turco prima della stagione turistica (Agc Comunication 28.03.23)

L’Armenia e la Turchia hanno concordato di aprire il loro confine comune ai cittadini di Paesi terzi e alle persone con passaporto diplomatico prima della prossima stagione turistica, secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan.

Questa mossa fa parte degli sforzi per normalizzare le relazioni tra i due Paesi, che non hanno legami diplomatici da quando la Turchia ha chiuso il confine con l’Armenia nel 1993 come dimostrazione di solidarietà con l’Azerbaigian durante il conflitto per il Nagorno-Karabakh, riporta BneIntelliNews.

Nel luglio 2022, l’Armenia e la Turchia hanno concordato in linea di principio la normalizzazione delle loro relazioni, compresa l’apertura del confine comune ai cittadini di Paesi terzi e l’avvio di voli cargo diretti. Gli inviati speciali di Ankara e Yerevan hanno iniziato i colloqui nel gennaio 2022 per ripristinare pienamente i legami “senza precondizioni”. Da allora, i due Paesi hanno nominato inviati speciali per contribuire alla normalizzazione delle relazioni e hanno avuto quattro incontri.

Il ministro dell’Amministrazione territoriale e delle Infrastrutture dell’Armenia, Gnel Sanosyan, ha annunciato che la riparazione del tratto di 29 km della strada Armavir-Gyumri, al confine con la Turchia, sarà accelerata nel 2023. I lavori di riparazione riprenderanno non appena le condizioni meteorologiche saranno favorevoli. Questa strada collega le regioni occidentali dell’Armenia e attraversa la regione di Shirak, adiacente al confine con la Turchia.

Nonostante sia stato uno dei primi Paesi a riconoscere l’indipendenza dell’Armenia dall’Unione Sovietica, la Turchia e l’Armenia hanno avuto relazioni travagliate. La Turchia non riconosce il genocidio armeno del 1915-1923, che secondo le stime uccise 1,5 milioni di armeni per mano del governo ottomano. Nel 2009, a Zurigo, è stato raggiunto un accordo per stabilire relazioni diplomatiche e riaprire il confine tra Turchia e Armenia. Tuttavia, in seguito la Turchia ha insistito sul fatto che non avrebbe ratificato l’accordo finché l’Armenia non si fosse ritirata dal Nagorno-Karabakh.

Nel 2020, la Turchia ha sostenuto l’Azerbaigian durante la guerra di sei settimane nel Nagorno-Karabakh, che si è conclusa con il controllo da parte dell’Azerbaigian di una parte significativa della regione. Tuttavia, nel febbraio di quest’anno, per la prima volta in 30 anni, è stato aperto il checkpoint terrestre di Margara, al confine tra Armenia e Turchia, per consentire ai camion armeni di consegnare tonnellate di cibo, medicine e altri generi di soccorso alle regioni turche colpite da un forte terremoto.

Il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan si è recato in Turchia il 15 febbraio per incontrare la squadra armena di ricerca e soccorso che opera ad Adiyaman. In seguito al recente terremoto di Adiyaman, una squadra di ricerca e soccorso armena di 27 membri è stata dispiegata nell’area dopo la telefonata del primo Ministro Nikol Pashinyan con il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. L’Armenia ha anche inviato cinque camion che trasportavano 100 tonnellate di cibo, medicine e altre forniture di soccorso alla Turchia attraverso un confine chiuso dal 1993.

All’inizio del suo intervento, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha ringraziato il suo omologo armeno Ararat Mirzoyan per aver espresso solidarietà e condoglianze alla Turchia subito dopo il recente terremoto. Ha sottolineato che la normalizzazione delle relazioni nel Caucaso meridionale continua e che la cooperazione nella sfera umanitaria sosterrà questo processo.

«I progressi che verranno compiuti nella normalizzazione delle relazioni dell’Armenia con la Turchia e l’Azerbaigian garantiranno pace e prosperità nella nostra regione. Abbiamo parlato con il mio collega Ararat Mirzoyan dei passi da compiere nella normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Turchia. Abbiamo anche ricevuto da lui informazioni sui colloqui di pace globali tra Armenia e Azerbaigian. In particolare, voglio dire da qui che se questi tre Paesi compiranno passi sinceri, stabiliremo una pace permanente nel Caucaso meridionale; la pace in questa regione è estremamente importante per la prosperità economica», ha dichiarato il ministro degli Esteri turco.

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Mosca minaccia l’Armenia che vuole riconoscere la Corte penale internazionale (Globalist 28.03.23)

Mosca considera assolutamente inaccettabili i piani di Erevan di aderire allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale sullo sfondo dei recenti ‘mandati’ illegali e legalmente nulli della CPI contro la leadership russa”.

Minacce da Mosca anche per l’Armenia, colpevole di aver pensato di aderire allo Statuto di Roma,e quindi di riconoscere la Corte penale internazionale. I piani dell’Armenia di aderire allo Statuto per Mosca sono “totalmente inaccettabili”.

Lo riferisce l’agenzia statale Tass con riferimento a una fonte del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa. Dice la Tass: ”Mosca considera assolutamente inaccettabili i piani di Erevan di aderire allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale sullo sfondo dei recenti ‘mandati’ illegali e legalmente nulli della CPI contro la leadership russa”.

La fonte ha anche osservato che Yerevan è stata avvertita delle conseguenze “estremamente negative” per le relazioni bilaterali in caso di adesione allo Statuto di Roma. Come si sa, lo scorso 17 marzo la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin con l’accusa di crimini di guerra in Ucraina. Se Yerevan ratificherà lo Statuto di Roma, allora, secondo il documento, le autorità del Paese in caso di una visita di Putin in Armenia saranno obbligate ad arrestarlo.

La Corte costituzionale dell’Armenia lo scorso 24 marzo aveva pubblicato una decisione secondo cui lo Statuto di Roma non contraddice la Legge fondamentale del Paese. Ora il governo armeno vuole sottoporre lo Statuto di Roma al Parlamento per la ratifica. L’Armenia ha sottolineato di aver avviato il processo di ratifica dello Statuto di Roma alla fine del 2022. Una decisione figlia dal desiderio delle autorità del Paese, in futuro, di perseguire la leadership dell’Azerbaigian presso la Corte penale internazionale per possibili crimini di guerra nel quadro del lungo conflitto nel Nagorno-Karabakh.

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L’ambasciata di Armenia presso la Santa Sede replica alle affermazioni dell’inviato dell’Azerbaigian (Faro di Roma 28.03.23)

Pubblichiamo la replica di S.E. Garen Nazarian Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede all’intervista all’inviato del governo dell’Azerbaigian Elchin Amirbayov del 23 marzo 2023

Scrivo in merito all’intervista all’inviato del governo dell’Azerbaigian Elchin Amirbayov del 23 marzo 2023 che mostra appieno la nuova ondata di propaganda d’odio contro la Repubblica d’Armenia e il Nagorno-Karabakh.
Queste storie, progettate da Baku, vogliono fuorviare i vostri lettori per mezzo di falsificazioni ad effetto e dati diffamatori. Il cinismo con cui si compie tutto ciò è aberrante nella sua semplicità.

L’affermazione di Amirbayov secondo cui “questa diversità ha consolidato nei secoli la nostra immagine di un Paese di tolleranza, rispetto e pacifica convivenza tra persone di diverse culture e fedi…” è il coronamento di questa propaganda di stato, per non dire altro.

In primo luogo Amirbayov compie un pietoso tentativo di presentarsi come rappresentante di un paese che esiste da secoli quando in realtà le fonti storiche “aperte” sottolineano che l’Azerbaigian apparve sulla mappa del mondo solo nel 1918.

In secondo luogo i lettori di Faro di Roma hanno il diritto di sapere quello che accadde nella società azerbaijana a cui Amirbayov ha tentato di attribuire un carattere “multietnico e multireligioso”. Nel febbraio 1988, tra l’incoraggiamento da una parte e l’indifferenza criminale delle autorità azerbaijane dall’altra, si compirono i massacri degli armeni di Sumgait: centinaia furono gli armeni uccisi – inclusi bambini, donne, anziani – mentre migliaia furono dislocati con la forza e costretti con la forza a lasciare le loro case. Quei massacri, pianificati da tempo dalle autorità azerbaijane, furono eseguiti per reprimere brutalmente ogni forma di lotta civile della popolazione del Nagorno-Karabakh di vivere in pace e con dignità nella sua patria storica.

Un simile crimine di massa, compiuto per ragioni di identità nazionale, ha ricevuto una risposta globale ed è stato condannato dalla comunità internazionale, comprese le risoluzioni adottate dal Parlamento Europeo.
Ciononostante i veri pianificatori e autori del crimine non furono considerati colpevoli ma, grazie anche all’impunità e all’indulgenza di cui godettero, scatenarono una nuova ondata di armenofobia e intolleranza, con la conseguenza di nuovi pogrom e stragi di armeni a Baku, Kirovabad e in altre aree popolate dell’Azerbaijan. A seguito di questi eventi a dir poco sanguinosi, centinaia di migliaia di armeni furono costretti a lasciare in fretta le loro case, abbandonando dietro possedimenti e proprietà. Durante tutti questi anni non hanno mai potuto esercitare i loro diritti violati.

Quanto è accaduto dopo ha dimostrato che i crimini delle autorità azerbaigiane sinora raccontati non erano singoli episodi ma chiari esempi di armenofobia di matrice statale. Allo stesso tempo il loro protrarsi ha obbligato a un esodo forzato decine di migliaia di armeni delle regioni di Shahumyan e Getashen e, come risultato della Guerra dei 44 giorni del 2020, anche dalle regioni di Hadrut, Shushi e da quelle circostanti.

E 35 anni dopo i massacri di Sumgait, l’Azerbaigian ha illegalmente bloccato per più di tre mesi il corridoio di Lachin, la sola strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. L’obiettivo di questa operazione è di sfollare i 120.000 armeni che rimangono ancora in Nagorno Karabakh. Insomma, l’Azerbaijan prosegue la sua politica di spopolamento del Nagorno Karabakh sottoponendo gli armeni del Nagorno-Karabakh ad una pulizia etnica. Per prevenirla occorre una condanna mirata da parte della comunità internazionale e, assieme, l’applicazione di meccanismi internazionali adeguati incluso quello per la prevenzione del genocidio.

Ancora oggi, ignorando le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, l’Azerbaijan continua palesemente a distruggere, profanare e vandalizzare monumenti e luoghi di culto armeni di valore storico-culturale, con il fine di cancellare ogni traccia armena nei territori caduti sotto il suo controllo. Allo stesso tempo porta avanti ai massimi livelli la propaganda d’odio verso gli armeni, con lo scopo di impedire alle due nazioni di superare le ostilità.

Negli ultimi due anni e mezzo – dopo la guerra di proporzioni disastrose contro il Nagorno-Karabakh, iniziata nel 2020 dall’Azerbaigian con il coinvolgimento di terroristi jihadisti dal Medio Oriente – il governo armeno si è impegnato in buona fede nei colloqui con l’Azerbaijan.

Sfortunatamente, in risposta ai nostri tentativi, affrontiamo non solo l’atteggiamento sprezzante e massimalista dell’Azerbaigian durante i negoziati ma anche le azioni aggressive su campo nonostante i negoziati in corso. Di recente, il 5 marzo scorso, tre agenti di polizia del Nagorno-Karabakh sono rimasti uccisi come conseguenza di un agguato pianificato in anticipo dall’Azerbaigian. Questa azione dimostra nuovamente la mancanza di sincerità dell’approccio di Baku al processo di normalizzazione e il costante ricorso all’uso della forza.

Parallelamente a ciò, l’Azerbaigian continua a recedere dagli accordi, prosegue il suo discorso d’odio e la sua retorica xenofoba, così come rifiuta di trovare una soluzione alle questioni umanitarie come ad esempio il rilascio dei prigionieri di guerra armeni ancora in ostaggio dell’Azerbaijan. E il destino di molti altri armeni è tuttora sconosciuto.

Oltre al blocco illegale del corridoio di Lachin, l’Azerbaigian continua a terrorizzare gli armeni del Nagorno-Karabakh causando loro condizioni di vita insostenibili nella loro stessa terra con l’obiettivo finale di una pulizia etnica. E assieme alla crisi umanitaria l’Azerbaijan ha provocato una crisi energetica in Nagorno-Karabakh. Durante un inverno piuttosto rigido, le autorità azerbaijane, hanno ripetutamente interrotto, e continuano a farlo, le forniture di gas ed energia elettrica.

Le azioni e la retorica massimalista e aggressiva dell’Azerbaijan hanno dimostrato l’impellente necessità di un coinvolgimento internazionale per trattare i problemi dei diritti e della sicurezza della popolazione del Nagorno-Karabakh. E la posizione della comunità internazionale contro ogni azione e retorica finalizzate a un altro genocidio dovrebbe essere chiara; il sistema internazionale non può permettersi di subire ancora un simile fallimento.

In conclusione, nonostante i rischi e la fragilità della situazione intorno alla mia terra, dove il cristianesimo fu adottato per la prima volta come religione di stato, siamo determinati a dare il nostro contributo per creare una regione stabile dove le nostre generazioni non dovranno solo sognare di vivere in pace, fianco a fianco.

Le sarei grato se questa lettera potesse essere pubblicata e messa a disposizione dei lettori di FarodiRoma.
Distinti saluti,

Garen Nazarian, Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede

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Armenia abbandonata da tutti, anche dalla Russia? (Osservatorio repressione 27.03.23)

Nell’indifferenza generale forse si va preparando l’ennesima aggressione al popolo armeno. Frega niente a nessuno?

di Gianni Sartori

Alla fine, pressata da più parti affinché intervenisse (“Russia, se ci sei batti un colpo”), Mosca ha parlato tramite il Ministero della Difesa. Accusando Baku di aver violato gli accordi sul Nagorno-Karabakh del 2020. Meglio tardi che mai, anche se la Federazione Russa appare sempre più incerta (o disinteressata?) al destino dell’Armenia, praticamente abbandonata a se stessa (quasi da tutti sia chiaro, non solo dalla Russia; con la nobile eccezione dei Curdi).

Eppure i segnali della possibilità di un ennesimo conflitto (“guerra a bassa – relativamente bassa – intensità”) non erano mancati.

Il 5 marzo si era registrato un altro scontro armato nel corridoio di Lachin (per gli azeri di Zangezur) tra Stepanakert e Goris, bloccato ormai da tre mesi da presunti “manifestanti ecologisti” azeri. La sparatoria era avvenuta tra la polizia armena e i militari azeri che avevano arbitrariamente fermato un veicolo e nonostante fosse costato la vita di cinque persone, era passata quasi inosservata.

Invano Nikol Pašinyan, primo ministro di Erevan, aveva richiesto (rivolgendosi anche al tribunale internazionale dell’Onu) l’istituzione di una missione internazionale di indagine sulla situazione in cui veniva trovarsi l’unica via di collegamento tra l’Armenia e la repubblica del Nagorno-Karabakh, ormai ridotta alla condizione di enclave sotto assedio (con oltre 120mila persone di etnia armena sprovviste di cibo e medicinali). In base all’accordo trilaterale del 9 novembre 2020 (e riconfermato per ben due volte nel 2021 e ancora nell’ottobre 2022), alla Russia spettava il compito di controllare e assicurare i trasporti nel “corridoio” con una sua forza di Pace.

Il pretesto avanzato dai soidisant “ecologisti” azeri che da mesi bloccano il passaggio sarebbe quello di poter controllare le miniere (private, non statali) di Gyzylbulag (oro) e di Demirl (rame e molibdeno) dove gli armeni starebbero compiendo “estrazioni illegali”.

Dopo le ripetute accuse di “mancata osservanza dell’impegno di controllo”, finora da parte di Mosca erano giunte soltanto rassicurazioni verbali (dicembre 2022). Ma anche la dichiarazione che “le forze di pace possono agire soltanto quando entrambe le parti sono d’accordo”.

Gli azeri continuano ad avanzare pretese massimalistesenza concedere alcuna forma di compromesso” aveva denunciato Vagram Balayan, presidente della Commissione affari esteri dell’Assemblea nazionale del Nagorno-Karabakh.

Sostanzialmente in quanto Baku “non intende riconoscere l’esistenza del Nagorno-Karabakh e del popolo dell’Artsakh”.

Ossia, detta fuori dai denti “vogliono soltanto farci scomparire dalla storia”. Costringendo gli armeni a scegliere tra un’evacuazione “volontaria” e la deportazione.

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Centoseiesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Un criminale commette reati finché non viene arrestato e punito (Korazym 27.03.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.03.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi è il 106° giorno dell’assedio dell’Artsakh. Un altro episodio di aggressione a civili è stato segnalato dalle autorità dell’Artsakh, avvenuto il 26 marzo nella regione di Martakert. Un abitante del villaggio mentre lavorava nel suo frutteto di melograni è stato preso di mira da spari provenienti dalle postazioni militari dell’Azerbajgian. Nessun ferito, tutti i lavori interrotti. Marzo ha visto un aumento senza precedenti delle aggressioni dell’Azerbajgian nell’Artsakh, con civili presi di mira e l’avanzata delle forze armate dell’Azerbajgian in un segmento della linea di contatto. Quasi tutti i giorni di marzo sono stati segnalati casi di violazione del cessate il fuoco. Con la primavera, gli attacchi dei cecchini dell’Azerbajgian impediscono agli agricoltori armeni nella regione assediata di coltivare i campi.

Intorno alle ore 09.00 di questa mattina, il Ministero della Difesa della Repubblica di Artsakh segnala un nuovo tentativo di avanzata azera in Artsakh verso la strada sterrata di montagna Stepanakert-Lisagor. La difesa armena ha preso contromisure per impedire la nuova provocazione dell’Azerbaigian.

Nel contempo, con la faccia di bronzo, l’amministrazione presidenziale dell’Azerbajgian invita nuovamente “i rappresentanti delle comunità armene del Karabakh a un incontro a Baku per discutere di reintegrazione e progetti infrastrutturali ad aprile, dopo l’incontro del 1° marzo a Khojaly e l’invito del 13 marzo”. I troll azeri sui social media fanno sapere che “indipendentemente dal ragionamento, il rifiuto di tenere nuovamente i colloqui non sarebbe saggio”.

«Un criminale commette reati finché non viene arrestato e punito. A volte la domanda “perché?” non spiega le motivazioni, soprattutto se il suddetto criminale è un razzista e un genocida, e l’unica motivazione è l’odio etnico. Ecco l’Azerbajgian che provoca continuamente gli Armeni» (Tigran Mkrtchyan, Ambasciatore di Armenia in Grecia, Cipro e Albania).

Il Centro per la verità e la giustizia ha inviato una lettera a Getty Publications chiedendo una spiegazione sul motivo per cui la distruzione delle chiese armene e dei khachkar in Nakhichevan è stata omessa nel suo libro di 648 pagine intitolato “Patrimonio culturale e atrocità di massa”.

Suleyman Suleymanli, un blogger politico azero in Svizzera, Capo dell’Organizzazione per la libertà di parola e la protezione della democrazia [QUI], scrive che “l’Azerbajgian si sta preparando per una terza guerra su larga scala nel Karabakh, per cui riceverà il grande sostegno di Israele e Turchia”.

I media statali azeri ieri: “L’esercito azero è a un passo da Khankendi [Stepanakert]”. Chiaramente, l’Azerbajgian è dedito alla pace nella regione ed è sincero nell’invitare gli Armeni dell’Artsakh a farsi massacrare con il loro benestare.

I media statali dell’Azerbaigian hanno fornito delle foto di una colonna delle truppe di mantenimento della pace della Russia autorizzata a passare attraverso il posto di blocco nel Nagorno-Karabakh.

Il governo dell’Azerbajgian ha invitato il governo della Francia a rispettare “la libertà di opinione e la libera riunione e il diritto alla protesta pacifica”. L’Azerbajgian “condanna la decisione di Macron di usare una forza eccessiva e sproporzionata contro le proteste pubbliche in Francia” e invita il governo francese a rispettare “la libertà di opinione e di riunione e il diritto alla protesta pacifica”, afferma il Ministero degli Esteri azero in una dichiarazione.

Il Ministero degli Esteri iraniano ha rilasciato una dichiarazione simile: “Condanniamo fermamente la repressione delle proteste pacifiche da parte del popolo francese. Chiediamo al governo francese di rispettare i diritti umani e di evitare l’uso della forza contro il suo popolo che persegue le sue richieste in modo pacifico”. Le forze di sicurezza e dell’intelligence dell’Iran hanno commesso tremendi atti di tortura – tra cui pestaggi, frustate, scariche elettriche, stupri e altre forme di violenza sessuale – nei confronti di minorenni persino di 12 anni coinvolti nelle proteste.

Notoriamente, i regimi di Baku e di Teheran sono campioni della tolleranza verso i loro cittadini che protestano pacificamente, rispettando i loro diritti umano e evitando l’uso della forza contro loro popoli.

Nel frattempo, l’Iran sta spostando attrezzature pesanti al confine con l’Azerbajgian, inclusi lanciarazzi multipli di grosso calibro, ufficialmente nell’ambito delle esercitazioni e come segnale a Baku sull’inammissibilità di una nuova operazione militare nel Caucaso meridionale. Come si sa, l’Iran è un alleato dell’Armenia. Ecco la cosa che i media non dicono, l’Armenia è una nazione Cristiana e l’Azerbaigian è una nazione Musulmana, ma la nazione Cristiana è quella con l’alleanza con l’Iran, che è una nazione Musulmana.

L’Azerbajgian ha ottenuto il via libera, non da nessuna autocrazia, ma dai democratici occidentali. Decapitazioni, mutilazioni di corpi, stupri di cadaveri e condivisione sui social, celebrando la tortura degli Armeni, insegna ai bambini e giovani  l’armenofobia, premiando premia i macellai con medaglie, tenendo sotto il #Artsakhblockade 120.000 Armeni, tra cui 30.000 mila minori, diffondendo fake news, menzogne, disinformazione, per esempio sulla strage di Khojaly.

Twitter è pieno di account di utenti azeri che diffondono al massimo l’odio razzista anti-armeno e la narrazione di propaganda armenofoba azera.

Queste voci non meriterebbero di essere amplificate, ma anche questo è l’unico modo per mostrare con cosa abbiano a che fare gli Armeni. Incitamento all’odio estremo e sproporzionato, che quasi nessun’altra nazione al mondo sta sperimentando attualmente. Questo è disumanizzante e nessuno se lo merita.

Come abbiamo riferito dall’inizio del #ArtsakhBlockade, da 106 giorni su Twitter si manifesta un burattino sponsorizzato dal regime autocratico dell’Azerbajgian come megafono indefesso del autocrate Ilham Aliyev, che si presenta come il front-end degli “eco-attivisti” azeri con cui è rimasto sulla strada del #ArtsakhBlockade, negando con veemenza con i suoi video quotidiano, che l’autostrada interstatale Goris-Berdzor (Lachin)-Stepankert fosse bloccato, mostrando come “prova” il passaggio dei veicoli del Comitato Internazionale della Croce Rossa e del contingente di mantenimento della pace russo, respingendo le proteste internazionali sulla crisi umanitaria, diffondendo la voce di Aliyev sulla sua proprietà delle terre di Artsakh, ecc. ecc. È manifesta la propaganda a buon mercato per distrarre la comunità internazionale dai crimini contro l’umanità dell’Azerbajgian.

In un post su Twitter, condito con le solite minacce in stile Aliyev, si legge: «Ancora un’altra atrocità che cercano disperatamente di negare e nascondere, proprio come dozzine di altre. È stato condiviso questo video, ma hanno spudoratamente smentito e organizzato una denuncia collettiva che ha portato alla sua rimozione. I tweet possono essere cancellati, ma non i nostri ricordi. Saranno ritenuti responsabili!», con un retweet di un post che condivide un video sul “massacro di Khojaly” con il commento «Una brutale atrocità dell’Armenia contro innocenti civili azeri che è rimasta impunita. Una delle tante atrocità del genere, per essere precisi».

Già in passato abbiamo fatto fact checking sulla disinformazione da parte dell’Azerbajgian che accusa l’Armenia di aver commesso il “massacro di Khojaly”.

Il 26 febbraio gli “eco-attivisti” azerbajgiani che bloccano il Corridoio di Berdzor (Lachin) hanno portato manifesti per il “massacro di Khojaly” alla loro “protesta ecologica”. Mentre tutti sanno che l’Azerbajgian ha commesso i massacri dei propri civili azeri a Khojali alla fine di febbraio 1992, l’apparato di menzogne e propaganda di Aliyev continua a sostenere la narrazione fake sulla colpa degli Armeni. Invece, l’Azerbajgian commette orribili crimini di guerra, violazioni dei diritti umani, intrappola da 104 giorni 120.000 armeni con il #ArtsakhBlockade, nella totale impunità, diffondendo menzogne e disinformazione tramite il troll e gli ambasciatori azeri sui social media in piena attività con le loro menzogne su Khojaly, dove gli Azeri hanno assassinato la loro stessa gente e hanno dato la colpa agli Armeni.

La vera storia di Khojali abbiamo raccontato alla fine dell’articolo del 25 febbraio scorso [QUI].

Coloro che accusano ancora gli Armeni del massacro di Khojaly, ascoltino l’ex Presidente dell’Azerbajgian, Ayaz Mütallibov, che afferma che il principale responsabile del massacro di Khojali è il Partito del Fronte Popolare dell’Azerbajgian. “Mi hanno incastrato per rovesciarmi”, dice. Nel gennaio 1992 scoppia la guerra del Nagorno Karabakh e nel febbraio seguente avviene il massacro di Khojali, con oltre 600 vittime civili e migliaia di dispersi. Mütallibov diventa il capro espiatorio e viene accusato di poca protezione nei confronti dei cittadini di Khojali e di scarsa presa nella gestione del Paese. Poco tempo dopo presentò le sue dimissioni e dichiarò che il massacro non era mai avvenuto, anzi che si trattasse di una messa in scena orchestrata per screditarlo di fronte alla comunità internazionale. In pratica sostenne la posizione dell’esercito dell’Armenia, la quale affermava che la popolazione era stata invitata da una settimana a lasciare la cittadina e che la maggior parte dei civili cadde sotto fuoco azero giacché nel corridoio umanitario aperto per farli defluire in Azerbajgian si erano infilati molti soldati disertori.

Visto che da parte azera si ostina ad insistere sulla responsabilità dell’Armenia nel massacro di Khojali, riportiamo di seguito nella nostra traduzione italiana dall’inglese un’analisi di Len Wicks, pubblicato l’anno scorso su The Blunt Post [QUI], in occasione dell’annuale riproposizione della fake news, che fa chiarezza sulla questione.

Gli Azeri hanno commesso il massacro di Aghdam Khojaly contro il loro stesso popolo? di Len Wicks, 2022

Il 26 febbraio 2022, l’Azerbajgian commemorerà i 30 anni dal massacro di Khojaly , uno degli orribili eventi che hanno avuto luogo durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh (1988-94).

Gli Armeni dovrebbero fare lo stesso, ma non per le stesse ragioni dell’Azerbajgian.

Casa azera in rovina, Khojaly, Artsakh (Nagorno-Karabakh).

Il massacro di Khojaly ha avuto tra i 50 vittime (riportati per la prima volta) e gli oltre 200 (successivamente rivendicati da Baku) principalmente civili turchi mescheti in una gelida giornata invernale ha galvanizzato il mondo turco. Il governo dittatoriale dell’Azerbajgian etichetta questo crimine di guerra come un “genocidio” . Questo opportunamente offusca il mondo su chi fosse l’aggressore durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh – l’Azerbajgian.

Etichettare il massacro come un “genocidio” è senza dubbio un contrasto con la narrazione del genocidio dell’era della Prima Guerra Mondiale contro i cristiani autoctoni, compresi gli Armeni. Ha anche contribuito a distrarre dai numerosi pogrom degli armeni da parte di Turchi e Azeri nel corso dei secoli.

Khojaly è apparso ampiamente nella propaganda ufficiale dell’Azerbajgian per demonizzare gli Armeni, come parte di un programma di razzismo sponsorizzato dallo Stato. Gran parte delle immagini coinvolte non sono state nemmeno scattate sul luogo del massacro. Ma la disinformazione non finisce qui.

Il massacro di Khojaly dovrebbe essere etichettato più accuratamente come il massacro di Aghdam, poiché si trova vicino al luogo effettivo. Tuttavia, Baku lo etichetta come avvenuto a Khojaly, per coinvolgere gli Armeni.

L’Azerbajgian ha un terribile record di diritti umani (classificato nel mondo 129 ° per corruzione e 168 ° per libertà di stampa), ed è noto per aver rappresentato falsamente eventi per scopi politici. Ad esempio, durante il conflitto del Nagorno Karabakh del 2020 e da allora, gli Azeri hanno commesso molte violazioni dei diritti umani contro Armeni etnici come decapitazioni, uso di armi chimiche e uccisioni e abusi di prigionieri di guerra.

L’Azerbajgian vieta gli Armeni in base esclusivamente alla loro etnia, indipendentemente dalla cittadinanza.

Human Rights Watch

Human Rights Watch (HRW) ha rilasciato una dichiarazione datata 23 marzo 1997 che dichiarava gli Armeni colpevoli del massacro di Khojaly, senza alcuna prova a sostegno di questa accusa. HRW presumeva che nessun popolo civile potesse uccidere il proprio, e quindi presumeva che gli Armeni dovessero aver commesso questo terribile crimine di guerra?

Se HRW ha torto, allora un’entità responsabile della difesa dei diritti umani ha vergognosamente sostenuto l’Azerbajgian, con i suoi scarsi risultati in materia di diritti umani, per demonizzare falsamente gli Armeni per decenni. Pertanto, HRW è probabilmente colpevole di essere complice di gravi violazioni dei diritti umani.

Prova

Cosa rivelano le prove del massacro di Khojaly? Alcune delle testimonianze più convincenti sul massacro sono della giornalista ceca Dana Mazalová. Ha descritto la sua interazione con il famoso giornalista azero Chingiz Mustafayev nei giorni successivi all’evento.

Il lucido ricordo di Mazalová fornisce dettagli vividi degli omicidi in un’area controllata dai soldati azeri. Ha notato come il video mostri che le vittime sono state colpite alle ginocchia e poi alcune scalpate dopo la morte, senza la presenza di Armeni. Ha anche affermato che le autorità azere hanno utilizzato l’orribile scena dei corpi in decomposizione come evento di propaganda.

Ci sono due punti critici dal punto di vista delle prove. In primo luogo, sarebbe stato praticamente impossibile che le vittime fossero state colpite all’altezza del ginocchio da Armeni a chilometri di distanza. In secondo luogo, non è plausibile che gli Armeni avrebbero potuto avvicinarsi al luogo e aver potuto sfigurare le vittime in un’area controllata dagli Azeri, quindi questo abuso deve essere stato falsificato.

Assedio armeno su Khojaly che rompe il blocco di Stepanakert e il corridoio dei rifugiati.

La cosa più significativa è che c’è poca logica nel creare un corridoio umanitario per consentire a coloro che sono circondati di lasciare una zona di conflitto, ma poi ucciderli dopo che hanno lasciato le aree controllate dagli Armeni. Lo scrittore azero Eynulla Fatullayev ha riconosciuto il corridoio, affermando:  “Il Corridoio esisteva, altrimenti gli abitanti di Khojaly, completamente circondati e isolati dal mondo esterno, non sarebbero mai stati in grado di aprire una breccia nel cerchio e uscire“.

Gli Azeri sono stati senza dubbio uccisi a causa del fatto di trovarsi nel mezzo di uno scontro a fuoco attivo tra le forze azere e armene (c’erano azeri armati tra i civili in fuga). Tuttavia, non ci sono prove credibili che gli Armeni abbiano sistematicamente e deliberatamente preso di mira i civili azeri all’interno del territorio controllato dagli Armeni.

I video di Chingiz Mustafayev del luogo del massacro forniscono ulteriori prove critiche. Mustafayev era così scosso da ciò che aveva visto – soldati azeri che camminavano tranquillamente intorno ai corpi e, successivamente, vittime che erano state mutilate giorni dopo la loro morte in un’area controllata dall’Azerbajgian – che in seguito chiese risposte al suo governo.

Mazalová ha notato che Mustafayev è diventato molto preoccupato per il suo benessere in Azerbajgian in seguito, menzionando che potrebbe aver bisogno di “un’armatura” per camminare a Baku. Chingiz Mustafayev morì solo poche settimane dopo, il 15 giugno 1992, secondo quanto riferito a causa delle ferite riportate in battaglia.

Il Russian Memorial Human Rights Center ha riferito che i medici su un treno dell’ospedale ad Aghdam hanno riferito di almeno quattro corpi scalpati. Un corpo aveva una testa mozzata. Inoltre, 10 persone erano morte per colpi con un oggetto contundente. Nessuna di queste azioni omicide avrebbe potuto essere perpetrata dagli Armeni, a meno che non controllassero il luogo del massacro. Inoltre, i soldati azeri hanno mutilato e decapitato vittime in diverse occasioni in passato.

Trattamento degli Azeri catturati da parte degli Armeni

Le accuse di violazione dei diritti umani devono essere esaminate da tutte le parti. Secondo quanto riferito, gli Armeni sarebbero stati responsabili di alcuni singoli casi di illeciti. Il Consiglio supremo della Repubblica di Nagorno-Karabakh ha espresso rammarico per i casi di presunta crudeltà durante la presa di Khojaly.

Un accresciuto senso di rabbia delle persone le cui famiglie erano state uccise nei pogrom potrebbe aver portato alcuni individui a prendere in mano la situazione in atti di follia temporanea. Sfortunatamente, non sono stati fatti tentativi per indagare sui singoli crimini legati alla presa di Khojaly. Questi atti non devono essere condonati e dovrebbero comunque essere indagati.

Ci sono testimonianze contrastanti sul fatto che i [circa] 700 Azeri catturati a Khojaly e dintorni fossero ben nutriti e vestiti o meno. Alla fine, queste persone sono sopravvissute alla prigionia armena e sono state successivamente rimpatriate alle autorità azere.

Gli Armeni stessi avevano poco cibo, perché le forze azere avevano precedentemente circondato la capitale del Nagorno-Karabakh Stepanakert, bombardandola costantemente da posizioni come Khojaly .

Motivi

Notando che i rifugiati che attraversano il corridoio umanitario si sono divisi dopo aver attraversato il fiume Karkar (con alcuni che procedono a nord verso Aghdam e altri a est verso il luogo del massacro vicino a Shelli in direzione di Nakhijevanik), Eynulla Fatullayev ha osservato:  “Sembra che i battaglioni del Fronte Nazionale [controllato dall’opposizione] dell’Azerbaigian [forze irregolari] stessero lottando non per liberare i civili, ma per ottenere più sangue sulla strada per rovesciare [il presidente dell’Azerbaigian] Ayaz Mutallibov“.

Ulteriori prove indicano che i funzionari azeri legati all’opposizione hanno cercato di utilizzare questo orribile evento per deporre il loro leader. In un’intervista televisiva, il Presidente del parlamento azero Yagub Mamedov ha dichiarato di essere “ben consapevole di coloro che sono responsabili della tragedia di Khojaly. E non parlava della parte armena”.

Rapporto della rivista Ogonyok N14-15 (1992) della dichiarazione di Yagub Mamedov.

Il Presidente Mutallibov ha incolpato i suoi oppositori politici per l’uccisione delle vittime di Khojaly vicino ad Aghdam. In seguito ha confutato questo, ma nella società totalitaria dell’Azerbajgian, questo non sorprende.

Le autorità azere sotto il Presidente Mutallibov che alla fine hanno beneficiato del massacro di Khojaly includevano Heydar Aliyev. Era stato un alto agente del servizio di spionaggio sovietico del KGB. Aliyev divenne poi leader della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian dal 1969 al 1982, dominando la politica dell’Azerbajgian. Nel 1993 prese il potere con un colpo di stato.

Heydar Aliyev si era vantato delle sue politiche razziste anti-armene , affermando: “Stavo tentando di cambiare la demografia lì…. Abbiamo trasferito lì gli Azeri dalle aree circostanti. Stavo cercando di avere più Azeri in Nagorno-Karabakh, mentre il numero di Armeni sarebbe diminuito”.

Nel 2003 il figlio di Aliyev, Ilham Aliyev, ha assunto la presidenza. Da allora è rimasto saldamente al potere e ha nominato Vicepresidente sua moglie Mehriban in modo nepotista.

Come notato da Mazalová, gli Azeri hanno utilizzato questo evento per interrompere il primo tentativo di risoluzione della guerra da parte della diplomazia. Successivamente avrebbero usato Khojaly per demonizzare gli Armeni come popolo, con false affermazioni non suffragate da prove. Non c’è mai stata un’indagine credibile, aperta e indipendente in Azerbajgian su ciò che è accaduto vicino ad Aghdam.

Stato di Artsakh (Nagorno-Karabakh)

L’Azerbajgian non è stato uno stato sovrano riconosciuto a livello internazionale fino al 26 dicembre 1991. L’ex autoproclamata Repubblica Democratica dell’Azerbaigian (1918-20) non è mai stata riconosciuta de jure da nessuno stato e la Società delle Nazioni ha respinto la sua richiesta di adesione (la Conferenza di pace di Parigi ha riconosciuto l’Azerbajgian come entità de facto ai fini della Conferenza, ma ciò non ha costituito un riconoscimento di sovranità).

L’Azerbaigian quindi non aveva motivo di invadere brutalmente e proseguire la guerra sulla base di “integrità territoriale”, poiché l’Oblast autonomo del Nagorno-Karabakh aveva dichiarato legalmente la propria indipendenza ai sensi dell’articolo 72 della Costituzione sovietica, e la SSR dell’Azerbajgian era solo una provincia. Le risoluzioni delle Nazioni Unite non autorizzavano la violenza e non sono obbligatorie, come evidenziato dalle risoluzioni delle Nazioni Unite ignorate dalla Turchia sin dalla sua invasione di Cipro nel 1974.

Conclusioni

Gli Armeni devono dire al mondo ciò che le prove mostrano che è realmente accaduto alle vittime innocenti di Khojaly. Dovrebbero partecipare ai memoriali di Khojaly per ricordare i caduti come un segnale visibile della verità – che il mondo sa che gli autori non erano Armeni.

Non c’era giustificazione per alcuna brutale invasione e crudele guerra condotta dalle forze azere nel Nagorno-Karabakh, che ha portato al conseguente spargimento di sangue ad Aghdam.

Il massacro di Khojaly [o meglio, Aghdam] ha anche contribuito all’odio razzista sponsorizzato dallo Stato da parte del governo azero, che alla fine ha portato alla morte di migliaia di Armeni. Così, anche gli Armeni sono stati vittime del massacro; un crimine di guerra che prove inconfutabili e schiaccianti indicano sia stato perpetrato dagli Azeri.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

A Lomazzo mostra fotografica sull’Armenia (Ilsaronno 27.03.23)

LOMAZZO – Dipinti murali nelle chiese cristiane armene: questo il tema della mostra fotografica di Paolo Arà Zarian a Lomazzo. Si tiene al Palazzo del municipio in piazza 4 novembre, 4. Inaugurazione ieri, domenica 26 marzo, si va avanti sino al 15 aprile. Sono intervenuti all’inaugurazione l’architetto Paolo Arà Zarian e la restauratrice Christine Lamoureux, autori e curatori della mostra, che hanno illustrato la storia, la cultura e l’arte dell’Armenia. Visita libera dal lunedì al sabato dalle 9 alle 12:30; in più, martedì e giovedì anche dalle 15 alle 17:30.

In occasione dell’inaugurazione della mostra ospitata presso il municipio di Lomazzo, l’architetto Paolo Arà Zarian e la restauratrice Christine Lamoureux, autori e curatori della mostra, ci accompagneranno in un viaggio ideale attraverso la storia, la cultura e l’arte, per portarci a farci immergere nel meraviglioso patrimonio culturale dell’Armenia.

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SCOPERTA TOMBA D’ORO IN ARMENIA (forum.comedonchisciotte.org 27.03.23)

Un team di archeologi polacco-armeni ha scoperto una “tomba d’oro” durante gli scavi a Metsamor, in Armenia.

Il team stava esplorando una tomba di due persone, probabilmente una coppia (un uomo e una donna), quando ha scoperto i resti di tre collane d’oro. La tomba risale all’epoca in cui Rames II governava l’Egitto.

Metsamor è uno dei siti archeologici più famosi dell’Armenia, situato a diverse decine di chilometri a ovest di Yerevan.

Si trattava di una tomba a cista, il che significa che i due scheletri sono stati trovati in camere scavate nel terreno e rivestite con grandi pietre. I ricercatori hanno trovato anche i resti di un letto funerario in legno.

Secondo gli archeologi, le ossa erano ben conservate. Entrambi gli scheletri avevano le gambe leggermente accovacciate. Secondo le stime preliminari, la coppia è morta all’età di 30-40 anni.

“La loro morte è per noi un mistero, non ne conosciamo la causa, ma tutto indica che sono morti nello stesso momento, perché non ci sono tracce di riapertura delle tombe”, ha detto il responsabile del progetto di ricerca, il professor Krzysztof Jakubiak della Facoltà di Archeologia dell’Università di Varsavia.

Jakubiak ritiene che si tratti di un ritrovamento unico, perché la tomba, molto riccamente addobata, non è stata depredata.

La tomba risale alla fine della tarda età del bronzo (1300-1200 a.C.). In quel periodo regnava il celbre faraone Rames II il Grande. All’interno della tomba, gli archeologi hanno trovato oltre un centinaio di perline e pendenti d’oro. Alcuni di essi assomigliano a croci celtiche. C’erano anche decine di pendenti di corniola.

“Tutti questi elementi formavano probabilmente tre collane”, ha detto il professor Jakubiak.

La tomba conteneva anche una decina di vasi di ceramica completi e una fiasca di maiolica unica nel suo genere. La fiasca non era stata prodotta localmente. Secondo i ricercatori, è stata portata dalla zona di confine tra Siria e Mesopotamia.

Finora sono state esaminate circa 100 tombe nell’enorme necropoli, la cui area copre circa 100 ettari, ma solo poche di esse non sono state saccheggiate.

Secondo i ricercatori, le tombe di questo cimitero avevano la forma di tumuli – le cisterne di pietra erano coperte da una grande quantità di terra. Quasi nessuna traccia di questi tumuli è giunta fino a noi.

Gli archeologi non sanno chi vivesse a Metsamor in quel periodo (seconda metà del II millennio a.C.). Le persone che abitavano il grande insediamento fortificato non erano alfabetizzate e non hanno lasciato testi. Questo rende difficile l’identificazione da parte degli scienziati.

Jakubiak ha detto: “Ma era un insediamento molto grande. Anche le fortificazioni fatte di enormi blocchi di pietra sono arrivate fino a noi, circondando la cosiddetta cittadella sulla collina. Alla fine del II millennio a.C., non c’era nessun altro insediamento nella regione che potesse essere paragonato in termini di importanza e dimensioni”.

Metsamor è un sito archeologico protetto con lo status di riserva archeologica. Gli scavi nella sua area sono stati condotti a partire dal 1965.

Durante il suo periodo di massimo splendore, dal IV al II millennio a.C., l’insediamento occupava oltre 10 ettari ed era circondato da mura ciclopiche. Durante la prima Età del Ferro, dall’XI al IX secolo, Metsamor crebbe fino a raggiungere quasi 100 ettari. La fortezza centrale era circondata da complessi templari con sette santuari. A quel tempo, era uno dei centri culturali e politici più importanti della valle di Araks. Il luogo fu abitato senza interruzioni fino al XVII secolo.

Dall’VIII secolo a.C., Metsamor fece parte del regno di Urartu (il regno biblico di Ararat). Fu conquistata dal re Argishti I. Durante il suo regno, i confini del regno si espansero fino alla Trans-Caucasia, l’area dell’odierna Yerevan.

L’ultima stagione di ricerca si è svolta nei mesi di settembre e ottobre 2022. Gli archeologi polacchi scavano a Metsamor dal 2013 nell’ambito di un accordo con l’Istituto di archeologia ed etnografia dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia e il Ministero della cultura della Repubblica di Armenia.

Il responsabile del progetto per la parte armena è il professor Ashot Piliposian.

Fonte: https://scienceinpoland.pl/en/news/news%2C95491%2Cpolish-armenian-team-discovers-3200- year-old-golden-tomb.html

 

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Centocinquesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Russia e Azerbajgian in Artsakh, collina dopo collina, strada dopo strada, villaggio dopo villaggio… (Korazym 26.03.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.03.2023 – Vik van Brantegem] – «Sono così stufo e stanco degli Occidentali ignoranti e odiosi, che hanno una conoscenza ZERO del conflitto, non si preoccupano del destino degli Armeni, si limitano a vomitare commenti idioti, [su questioni] che ignorano, sostenendo il brutale regime genocida dell’Azerbaigian» (Nara Matini).

Oggi è il giorno 105 del #ArtsakhBlockade e nonostante che il Ministero della Difesa della Russia ha accusato l’Azerbajgian di aver violato l’accordo trilaterale di cessate il fuoco del 9 novembre 2020 e a ritirare le sue unità militari dalle posizioni, che ha occupate ieri nel settore Shushi-Lisagor in Artsakh, oltre la linea di contatto stabilita dall’accordo di cessate il fuoco [QUI], come di consueto l’Azerbajgian ha ignorato il cortese invito di Mosca.

Anzi, la continua presenza delle unità militari dell’Azerbajgian ha di fatto bloccato la strada di montagna secondaria Stepanakert-Ghaibalishen-Lisagor, utilizzata periodicamente per motivi umanitarie (per raggiungere Lisagor, Mets Shen, Hin Shen e Yeghtsahogh, i 4 insediamenti nella regione di Shushi dell’Artsakh isolati a causa del blocco), aggirando il posto di blocco dell’Azerbajgian nel tratto Shushi-Lisagor dell’autostrada Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert lungo il Corridoio di Berdzor (Lachin) che collega l’Artsakh con l’Armenia (la mappa fornita dal Nagorno-Karabakh Observer è un’approssimazione). A meno che il regime di Aliyev non paghi un prezzo elevato per i suoi crimini e per aver oltrepassato le linee rosse, non si fermerà mai e raggiungerà passo dopo passo il suo obiettivo finale di genocidio.

Dopo l’avanzata posizionale delle forze armate azere ad una delle alture sopra la strada Stepanakert-Ghaibalishen-Lisagor, le forze di mantenimento della pace russe si sono posizionate sull’altura e la stanno controllando. Allo stesso tempo, stanno negoziando con le forze armate azere per ottenere il loro ritiro nella posizione di partenza. L’esercito di difesa dell’Artsakh sta adottando misure adeguate per prevenire ulteriori possibili provocazioni da parte dell’Azerbajgian e per garantire l’uso sicuro della strada di montagna in oggetto.

105 giorni di blocco. Il diritto all’esistenza dell’Artsakh non è negoziabile. Porre fine al blocco dell’Artsakh.

Dichiarazione del Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh sulla violazione della linea di contatto da parte dell’Azerbajgian, 25 marzo 2023

Il 25 marzo le forze armate dell’Azerbajgian, violando ancora una volta gravemente gli obblighi assunti dalla dichiarazione tripartita del 9 novembre 2020, hanno varcato la linea di contatto con l’esercito di difesa della Repubblica di Artsakh e assicurato una certa avanzata posizionale nel territorio della Repubblica di Artsakh, in direzione della strada sterrata Stepanakert-Ghaibalishen-Lisagor. Con tali azioni, l’Azerbajgian cerca di rafforzare ulteriormente il blocco dell’Artsakh, tagliando l’unico collegamento tra la capitale Stepanakert e un certo numero di villaggi nella regione di Shushi della Repubblica. Allo stesso tempo, la parte azera sta cercando di giustificare le sue azioni e provocazioni illegali con dichiarazioni inventate che non hanno nulla a che fare con la realtà. Le azioni dell’Azerbajgian per stringere il cerchio attorno all’Artsakh sono una risposta cinica alla decisione della Corte Internazionale di Giustizia sullo sblocco immediato del Corridoio di Lachin che collega l’Artsakh con l’Armenia, e una sfida all’ordine legale internazionale. Ci aspettiamo che le forze di mantenimento della pace russe adottino misure pratiche per eliminare l’attacco da parte dell’Azerbaigian a seguito della reiterata violazione delle disposizioni della dichiarazione tripartita del 9 novembre 2020, nonché per prevenire nuove possibili violazioni. È imperativo che la comunità internazionale adotti una posizione unita e dura per costringere l’Azerbajgian a rientrare nel quadro legale e ad adempiere ai suoi obblighi internazionali. La comunità internazionale e, in particolare, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbero intraprendere azioni collettive concrete volte all’immediata apertura del Corridoio di Lachin e frenare la politica di genocidio dell’Azerbajgian.

Domande semplici e logiche ai geniali propagandisti azerbajgiani sulle loro false affermazioni sulle importazioni di armi da parte dell’Artsakh

Il regime autocratico di Aliyev diffonde false narrazioni – come se l’Artsakh importasse armamenti dall’Armenia – per creare un ulteriore pretesto per il #ArtsakhBlockade e ulteriori aggressioni, inclusa la violazione della linea di contatto di ieri.
1. Dove sono le prove di tali “trasferimenti”? Con il sistema di blocco e buona intelligenza, l’Azerbajgian ha mostrato solo dei veicoli che attraversano la strada, ma nessuna arma.
2. Come sarebbe possibile importare armamenti, se l’Artsakh non può importare nemmeno cibo e medicine a causa del #ArtsakhBlockade?
3. Come sarebbe possibile evitare il forte controllo russo nel Corridoio di Lachin autorizzato anche dall’Azerbajgian?
4. Perché l’Azerbajgian si oppone la missione conoscitiva internazionale, che potrebbe investigare la situazione e tutte le preoccupazioni di entrambe le parti, comprese le loro false affermazioni?
5. Perché l’Azerbajgian si oppone a ulteriori meccanismi di trasparenza nel Corridoio di Lachin senza il suo impegno diretto?
6. Cosa dicono gli Azeri della Corte di Giustizia Internazionale delle Nazioni Unite che rigetta loro domanda con false affermazioni sui “trasferimenti di mine” ad Artsakh nell’assenza di prove?
7. Chi ha detto al regime dittatoriale di Aliyev che una vittima non ha diritto all’autodifesa, soprattutto quando i meccanismi internazionali di protezione del popolo dell’Artsakh non funzionano correttamente?
8. E che dire delle azioni e dei piani aggressivi e criminali dell’Azerbajgian? Chi dovrebbe fermare le forniture illegali di armi all’Azerbajgian che vengono utilizzate per commettere crimini contro l’umanità e il popolo Artsakh e dell’Armenia? (Artak Beglaryan, Consigliere del Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh).

Ieri sera 25 marzo alle ore 22.00 circa e questa mattina 26 marzo alle ore 02.40, un drone da ricognizione dell’Azerbajgian ha volato sopra il villaggio di Taghavard nella regione di Martuni dell’Artsakh.

Poi, questa mattina il Ministero degli Interni dell’Artsakh ha comunicato che intorno alle ore 10.10 i cittadini del villaggio di Sos, Razmik Harutyunyan e Yervand Balayan, mentre svolgevano lavori di potatura e pulizia nel vigneto del zona denominata Khzazen Tak, sono stati presi di mira. Intorno alle ore 11.05, i cittadini del villaggio di Taghavard, Vova Khachatryan e Ruben Alaverdyan, mentre svolgevano lavori agricoli nel campo di grano della zona denominata Shekheri Fys sono stati presi di mira. Colpi irregolari sono stati sparati contro i cittadini dell’Artsakh dalle adiacenti posizioni di combattimento azere con varie armi da fucile. Fortunatamente nessuno è rimasto ferito. Tuttavia, ancora una volta i lavori agricoli furono interrotti. Le truppe di mantenimento della pace russe sono state informate degli attacchi.

Un posto di blocco della forza di mantenimento della pace russa nel Corridoio di Berdzor (Lachin) (Foto di Vahram Baghdasaryan/AP).

L’altro conflitto alle porte dell’Europa
di Anders Fogh Rasmussen [*]
Project-syndacate.org, 24 marzo 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

In chiara violazione dell’accordo di cessate il fuoco del 2020, l’Azerbajgian sta alimentando una crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh e minacciando ancora una volta la vicina Armenia con un’aggressione militare. Con la Russia incapace o riluttante ad aiutare, l’Unione europea deve svolgere un ruolo più importante per preservare la pace e la stabilità nel Caucaso meridionale.

Tutti gli occhi sono giustamente puntati sulla guerra della Russia in Ucraina. Ma questa non è una scusa per ignorare un’altra crisi che si sta preparando alle porte dell’Europa. Le tensioni tra Armenia e Azerbajgian sono di nuovo in aumento, aumentando la prospettiva di un’altra guerra.
La scorsa settimana ho visitato il Corridoio di Lachin [QUI e QUI] , l’unica strada che collega la popolazione etnica armena del Nagorno-Karabakh con l’Armenia e il mondo esterno. Da dicembre l’accesso al corridoio è stato bloccato dagli Azeri con il pretesto di una protesta ambientalista. Questo sta chiaramente accadendo con il sostegno del regime di Baku.

Con i “manifestanti” che bloccano tutto il traffico civile o commerciale verso il Nagorno-Karabakh, Amnesty International avverte che circa 120.000 residenti di etnia armena sono privati di beni e servizi essenziali, compresi medicinali salvavita e assistenza sanitaria.

In base all’accordo di cessate il fuoco che ha posto fine alla guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 tra Azerbajgian e Armenia, l’Azerbajgian si è impegnato a garantire la libera circolazione lungo la strada in entrambe le direzioni. Riconoscendo che l’Azerbajgian sta violando il suo impegno rifiutandosi di revocare il blocco, il 22 febbraio la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un’ordinanza chiedendo che l’Azerbajgian prenda tutte le misure necessarie per farlo. Ma è passato un mese e non è cambiato nulla.

Sebbene le forze di mantenimento della pace russe di stanza lungo il corridoio dovrebbero proteggere il percorso, non hanno agito. A meno che l’Europa e la più ampia comunità internazionale non facciano pressioni sull’Azerbajgian per revocare il blocco, l’attuale crisi umanitaria potrebbe trasformarsi in una catastrofe umanitaria.

L’Azerbajgian sta usando il blocco e altre misure per strangolare il Nagorno-Karabakh. Ai residenti viene spesso impedito di tornare a casa e il gas e l’elettricità vengono regolarmente interrotti senza preavviso o spiegazione. L’intento, chiaramente, è quello di rendere la vita il più difficile possibile alla popolazione armena, e c’è un serio rischio di imminente pulizia etnica. Non dobbiamo distogliere lo sguardo da ciò che sta accadendo.

Da parte sua, il regime azero (e i suoi troll online) hanno continuato a minimizzare gli effetti del blocco, o addirittura la sua esistenza. Tuttavia si rifiutano anche di concedere l’accesso agli osservatori internazionali per valutare la situazione. La prima priorità per la comunità internazionale, quindi, è inviare una missione conoscitiva nel corridoio sotto l’egida delle Nazioni Unite o dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Dobbiamo chiarire che il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, dovrà affrontare le conseguenze se continua a farsi beffe dell’ordine vincolante del Tribunale Internazionale di Giustizia.

La guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 ha chiarito che l’Azerbajgian ha un vantaggio militare significativo sull’Armenia, grazie alle armi che ha acquistato da Russia, Turchia e Israele. Questo fatto è stato ribadito lo scorso settembre, quando l’Azerbajgian ha conquistato il territorio all’interno della stessa Armenia – comprese le posizioni strategiche sopra la città di Jermuk – dopo appena due giorni di rinnovati combattimenti.

Sebbene l’Armenia sia ancora membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, l’alleanza regionale che collega la Russia con cinque stati ex sovietici vicini, non ha ricevuto alcun sostegno quando ha richiesto assistenza in seguito a questo attacco al suo territorio sovrano. È stato lasciato vulnerabile e solo.

A peggiorare le cose, l’Azerbajgian ha mantenuto le sue truppe sul territorio armeno e si è rifiutato di restituire i prigionieri di guerra armeni. Con i colloqui di pace in fase di stallo, ci sono chiari segnali di avvertimento che l’Azerbajgian crede di poter ottenere di più con mezzi militari che attraverso negoziati pacifici. Non si può escludere una nuova offensiva contro l’Armenia nei prossimi mesi.

Con il tradizionale fornitore di sicurezza dell’Armenia, la Russia, incapace o riluttante ad aiutare, l’Unione europea deve svolgere un ruolo più importante per preservare la pace e la stabilità nella regione. Sia il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, che il Presidente francese, Emmanuel Macron, lo hanno riconosciuto e hanno dedicato un capitale politico significativo alla questione. In seguito al nuovo scoppio delle ostilità a settembre, l’Unione Europea ha inviato una missione civile in Armenia per monitorare il confine con l’Azerbajgian.

Ma molto altro ancora deve essere fatto. La missione dell’Unione Europea, attualmente dispiegata solo sul territorio armeno, dovrebbe essere rapidamente potenziata per monitorare l’intera lunghezza del confine tra Armenia e Azerbajgian. I leader europei devono fare pressioni sul governo di Aliyev affinché consenta al personale dell’Unione Europea di entrare nel territorio dell’Azerbajgian. Naturalmente, una missione Unione Europea disarmata non sarebbe in grado di fermare le ostilità; ma aumentare la sua presenza eserciterebbe ulteriori pressioni sull’Azerbajgian affinché scelga il negoziato piuttosto che il confronto militare.

Nell’ultimo anno, l’Unione Europea ha costruito legami economici sempre più stretti con l’Azerbajgian, a causa del suo rapido allontanamento dal gas e dal petrolio russi. Ma i leader dell’Unione Europea devono essere chiari con Aliyev sul fatto che non gli sarà permesso di agire impunemente e che gli interessi commerciali a breve termine dell’Europa non prevarranno sui suoi valori o sui suoi interessi a lungo termine nel mantenere la pace e la stabilità nel Caucaso meridionale. Se l’Azerbajgian continua a violare i suoi impegni internazionali e le ordinanze giudiziarie legalmente vincolanti del Tribunale Internazionale Giustizia, deve affrontare conseguenze politiche ed economiche.

L’Armenia è una democrazia emergente in un ambiente estremamente impegnativo. Con il declino dell’influenza della Russia, l’Europa deve svolgere un ruolo più importante nella regione. Questa non è una forma di beneficenza. Agire ora per prevenire un altro conflitto significativo – o addirittura la pulizia etnica – nel nostro cortile è nell’interesse di tutti.

[*] Segretario Generale della NATO dal 2009 al 2014, Primo Ministro di Danimarca dal 2001 al 2009, Presidente Fondatore dell’organizzazione di consulenza politica internazionale Rasmussen Global.

L’Artsakh è stato sempre un campo di battaglia nel corso della sua storia

«Poiché mi occupo di politica, la pace, la sicurezza e il riconoscimento dell’Artsakh sono state la mia lotta quotidiana. La strada dell’Artsakh verso l’indipendenza sarà un processo molto impegnativo. Dobbiamo essere sempre preparati alla guerra. Dobbiamo avere un esercito forte per garantire la nostra sicurezza, avere una forte volontà ed essere disposti a proteggere la nostra patria in qualsiasi momento affinché il nemico capisca che siamo forti. Se fossimo stati deboli durante la guerra dei 4 giorni nel 2016, l’Azerbajgian avrebbe potuto conquistare queste terre; tuttavia, eravamo volitivi e li abbiamo respinti. Condurre negoziati probabilmente non ci porterà da nessuna parte. Solo rafforzandoci saremo in grado di garantire la nostra sicurezza e che gli altri ci rispettino. Abbiamo rinunciato a molte terre durante la creazione della prima repubblica dell’Armenia perché eravamo deboli.
Dobbiamo rimanere forti perché la politica dell’Azerbajgian è quella di avere un Artsakh senza Armeni.
L’Artsakh è stato un campo di battaglia tra diversi regimi nel corso della sua storia. Questo perché l’Armenia è un’oasi nel deserto. Artsakh è ricco di bellezza e personalmente mi piacciono i monasteri di Gandzasar, Amaras e Dadivank. La natura che si trova all’interno dell’Artsakh è il paradiso. Puoi andare ovunque all’interno dell’Artsakh e trovare la pace nella sua natura selvaggia.
Il mio unico desiderio è che l’Artsakh venga riconosciuto come nazione indipendente dalla comunità internazionale. Il mio secondo desiderio è per noi di avere un’Armenia libera e indipendente che unisca l’Artsakh nella sua giurisdizione.
Voglio che le mie generazioni future passino attraverso la stessa vita che io e le generazioni precedenti abbiamo avuto. Una vita piena di patriottismo e amore e rispetto per la loro famiglia. Il mio desiderio è che i miei figli non solo continuino le nostre tradizioni, ma le facciano avanzare e le sviluppino.
Il nostro più grande risultato è avere la nazionalità dell’Armenia e dell’Artsakh. Spero che un giorno l’Armenia diventi un centro di speranza, dove tutti gli Armeni possano venire a vivere una vita molto buona. Perderemo la nostra diaspora se non avremo un’Armenia forte.
Speranza e fede per il futuro. Se la speranza e la fede sono perse per gli armeni, non rimarranno armeni. Vivi con speranza e fede, e questo ci condurrà alla vittoria» (Varak Ghazarian, 1° aprile 2018).

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]