FERMA CONDANNA PER L’UCCISIONE DI TRE POLIZIOTTI ARMENI (Politicamentecorretto 05.03.23)

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” esprime la sua ferma condanna per il nuovo atto di violenza che ha colpito la popolazione armena del Nagorno Karabakh (Artsakh).

Domenica 5, intorno alle 10 ora locale, un veicolo con a bordo quattro poliziotti della repubblica di Artsakh è stato crivellato di colpi dai soldati dell’Azerbaigian. Tre agenti sono morti, un quarto ferito.

La gravissima violazione dell’accordo di tregua del novembre 2020 è l’ennesimo segnale che il regime di Aliyev non ha alcun desiderio di concludere un accordo di pace ma vuole solo la pulizia etnica della regione.

 

 

Il fatto è avvenuto lungo una sconnessa strada sterrata di montagna che costeggia la vallata dove dal 12 dicembre gli azeri bloccano l’accesso all’Artsakh isolandolo dal resto del mondo. L’agguato al pulmino degli agenti armeni è dunque un chiaro segnale che non esistono percorsi alternativi alla strada bloccata nel corridoio di Lachin. Alla faccia di coloro che sostengono che non vi è alcun blocco”. Così un portavoce del Consiglio in merito al gravissimo agguato.

Foto e video diffusi non lasciano alcun dubbio sulla dinamica dell’assalto.

Il Consiglio ritiene indispensabile una ferma condanna da parte delle istituzioni europee con l’applicazione di sanzioni all’Azerbaigian che ha violato ancora una volta l’accordo di tregua del novembre 2020.

Da alcuni giorni, dopo la sentenza di condanna della Corte Internazionale di Giustizia, i soldati dell’Azerbaigian hanno ripreso a sparare contro obiettivi civili (agricoltori nei campi, telecamere di controllo sul confine…) e stanno rialzando la tensione nella regione.

L’Azerbaigian non vuole la pace ma solo la pulizia etnica della regione.

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA
Segreteria

www.comunitaarmena.it 

Cinque persone sono state uccise in una sparatoria nel Nagorno Karabakh, il territorio per il cui controllo Armenia e Azerbaijan sono in conflitto da decenni

Nel Nagorno Karabakh, territorio interno all’Azerbaijan dove la maggioranza della popolazione è armena, cinque persone sono state uccise durante una sparatoria tra membri dell’esercito dell’Azerbaijan e agenti della polizia armena. Delle cinque persone uccise, tre sono poliziotti armeni e due sono membri dell’esercito dell’Azerbaijan: la sparatoria è avvenuta domenica dopo il fermo di un veicolo della polizia armena da parte dell’esercito dell’Azerbaijan, su una strada che secondo quest’ultimo la polizia armena non era autorizzata a percorrere.

La strada in questione si trova sul corridoio di Lachin, che collega il Nagorno Karabakh all’Armenia, e che da dicembre è bloccata da un gruppo di attivisti dell’Azerbaijian che sostengono di protestare contro quello che definiscono uno sfruttamento minerario illegale. Secondo il ministero della Difesa dell’Azerbaijan, il veicolo della polizia armena stava trasportando armi verso alcune aree periferiche del territorio: il ministero degli Esteri armeno ha definito queste accuse «assurdità» e detto che sul veicolo c’erano solo armi d’ordinanza e alcuni documenti.

Per il controllo del Nagorno Karabakh Armenia e Azerbaijan sono in conflitto da decenni, con due guerre in cui sono state uccise migliaia di persone. L’ultimo cessate il fuoco era stato concordato lo scorso settembre, ma gli episodi di violenza sono frequenti e costanti. La sparatoria di domenica è considerata uno degli episodi più gravi degli ultimi mesi.

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Ottantatreesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Gli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh vogliono vivere nella loro terra ancestrale in modo sicuro, libero e prospero (Korazym 04.03.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.03.2023 – Vik van Brantegem] – Non so se l’avete saputo, ma oggi è il 83° giorno che l’Azerbajgian tiene sotto assedio 120.000 Armeni tra cui 30.000 bambini in quello che resta della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh libera, dopo la guerra di aggressione dei 44 giorni dell’Azerbajgian alla fine del 2020. Ricordiamo che il Nagorno-Karabakh fu inaspettatamente annessa alla Repubblica Socialista Sovietica di Azerbaijan da Stalin con lo statuto di Oblast autonomo, come regalo di nozze del dittatore bolscevico. Poi, il Nagorno-Karabakh ha dichiarato l’indipendenza dall’URSS prima della RSS di Azerbajgian. Quindi, non ha mai fatto parte della Repubblica di Azerbajgian. Artsakh è Karabakh e Karabakh è Armenia de millenni.
Per far capire cosa sta succedendo nel Caucaso orientale, nell’inattività del mondo, lo diciamo in modo satirico: Karabakh è Azerbajgian! Eccetto per le parti bloccati, perché senno il blocco sarebbe la colpa nostra e eccetto per le parti controllate dalla Russia e le parti abitate dagli Armeni indigeni (che è la stessa cosa e perciò ci sono ancora), almeno finché ci rimangono ancora.

Il dittatore azero Ilham Aliyev sta promuovendo il diritto all’auto-determinazione delle Isole francesi, che hanno rifiutato l’indipendenza dalla Francia, mentre l’Azerbajgian nega questi diritti al popolo armeno dell’Artsakh, da sempre libera e indipendente. Se l’Europa permette al dittatore Aliyev di prendere in giro le nazioni europee in quel modo, è attestato il fallimento dell’Europa e segnato il collasso morale dell’Occidente. Una degna politica estera europea e statunitense consisterebbe nel colpire duramente il regime genocida di Aliyev con sanzioni (rifiutando di comprare il gas azero-russo) e costringerlo ad aprire il blocco dell’Artsakh e riconoscerne l’indipendenza.

Ruben Vardanyan, già Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, ha dichiarato: «Il mio obiettivo rimane invariato: ecco perché continuerò a lavorare per un Artsakh/Nagorno-Karabakh sicuro, libero e prospero, implementando i programmi personalmente e attraverso la nostra agenzia di sviluppo regionale “Noi siamo le nostre montagne”».

L’agenzia di sviluppo regionale “Noi siamo le nostre montagne” che cerca di lanciare e attuare programmi di sviluppo per l’Artsakh e la provincia di Syunik di Armenia, in stretta collaborazione con i governi della Repubblica di Artsakh e della Repubblica di Armenia, così come altre istituzioni locali, internazionali e private. Serve e responsabilizza le persone in Artsakh e oltre, sostenendo coloro le cui vite sono state colpite dai conflitti in corso. La missione dell’Agenzia è aiutare il popolo armeno e coloro che lo sostengono a realizzare il loro potenziale per garantire la sicurezza di Artsakh, Syunik e Armenia nel loro insieme e contribuire al loro sviluppo socio-economico e culturale. L’Agenzia sta fornendo aiuti umanitari alla popolazione dell’Artsakh in un momento di crisi, promuovendo l’indipendenza finanziaria della regione, migliorando l’assistenza sanitaria di base e sostenendo bambini e giovani. Pertanto, non solo l’Agenzia rafforza l’Artsakh, ma crea anche un’Armenia più forte e una nazione armena globale più forte. Fondata da Ruben Vardanyan e soci, l’Agenzia pratica un approccio orientato agli obiettivi basato su valori umani, rispetto, integrità e coraggio. Tutti i programmi sono implementati con compassione e cura e l’Agenzia rimane aperta al dialogo pur essendo pronta a difendere le sue convinzioni.

Ieri abbiamo riportato che «le agenzie di stampa statali azere stanno distribuendo un video che dimostra chiaramente che un cecchino dell’Azerbajgian sta “lavorando” sulle posizioni dell’Artsakh» (Ararat Petrosyan – Caporedattore di Respublica Armenia, 3 marzo 2023 – Video).

Oggi, il Nagorno Karabakh Observer ha confermato e fornito la prova come l’Azerbajgian abbia aperto il fuoco su obiettivi nell’Artsakh con armi da cecchino. Il Nagorno Karabakh Observer ha geolocalizzato la presunta area del video, lungo la linea di contatto tra Artsakh e Azerbajgian, appena fuori dal villaggio Berdashen, che dista 4 km dalla linea di contatto. È interessante notare che il video sia stato distribuito dai media statali dell’Azerbajgian. Il regime di Aliyev dimostra ogni giorno che l’eventuale malaugurata integrazione dell’Artsakh nell’Azerbajgian sarà l’inizio di un nuovo genocidio.

Mentre vengono diffuso sui social media filmati delle truppe dell’Azerbajgian che sparano contro le telecamere di sorveglianza in cima alle posizioni del Nagorno-Karabakh sulla linea di contatto, viene registrato il quarto giorno consecutivo di denunce di violazione del cessate il fuoco nell’area da parte dell’Azerbajgian. Il contingente di mantenimento della pace russo nell’Artsakh ha segnalato altre 3 violazioni del cessate il fuoco nelle regioni di Martuni e Shushi lungo la linea di contatto con l’Azerbaigian.

Tutto questo arriva dopo diversi giorni di trattative tra le due parti. Sembra un po’ strano dato che non sono state effettivamente commesse violazioni nei primi 80 giorni precedenti, mentre era in corso l’assedio dell’Artsakh. Ci chiediamo se questo sia perché l’Azerbajgian sta rafforzando la sua potenza militare e vuole capire se ci sarà qualche contraccolpo da parte della comunità internazionale dopo un nuovo offensivo che ha in preparazione. È un atto provocatorio per vedere se l’Armenia risponderà alle loro azioni? Abbiamo la sensazione che presto arriverà qualcosa di più grande. Con l’Azerbajgian che si sente tenuto sotto scacco dall’Armenia, diventerà impazienti e più avventati con i loro attacchi? Nel rafforzare la sua amicizia con la Russia mentre l’Armenia prende le distanze, l’Azerbajgian si sentirà incoraggiato ad agire?

Questo “eco-attivista” azero, Ibrahim Safarov, ha un bel curriculum. Lavora presso l’orribilmente Parco delle Trofei Militari armenofobo razzista a Baku ed è un “volontario” dell’organizzazione NON non-governativa RİİB, aiutando a intrappolare 120.000 persone nel Nagorno-Karabakh. «Mi chiedo, ti piace vedere i tuoi figli crescere con tanto odio? Nelle società normali è anormale. Questi bambini imparano a odiare le persone fin dall’infanzia. Sono futuri terroristi» (Liana Margaryan).

L’elenco si allarga ogni giorno. Il nome di Ibrahim Safarov – certamente non un semplice fante della RİİB – non appare nel documento con i dati dettagliate di intelligence sul blocco azero dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, di cui abbiamo già fornito il link nei giorni precedenti, con i partecipanti (nome, organizzazione, messaggi dalla parte bloccata del Corridoio di Berdzor (Lachin) e video/dichiarazioni anti-armene), i partecipanti con una foto in uniforme militare (nome, affiliazione e informazioni aggiuntive) e le organizzazioni coinvolti (nome, ulteriori informazioni e altro). In questo documento si può verificare che siano coinvolte nel blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) solo persone vicine al regime dittatoriale di Ilham Aliyev: membri del partito al governo, organizzazioni finanziate dallo stato e così via [QUI].

I partecipanti a queste azioni provocatorie sotto una copertura “ambientalista”, vengono inviati nei territori occupati dell’Artsakh in modo organizzato, con autobus, fanno i turni e sono sistemati in albergo, dopo aver ricevuto l’autorizzazione appropriata dal Ministero degli Interni dell’Azerbajgian. Tutti i partecipanti sono accuratamente selezionati. Tutte le persone, e i mass media, che non sono controllati dal governo, categoricamente non sono ammessi lì. Anche tutte le azioni degli “attivisti” sono accuratamente coordinate dal Consiglio per il Sostegno Statale alle Organizzazioni Non Governative sottoposto al controllo del Presidente della Repubblica dell’Azerbajgian.

Gli “eco-attivisti” della RİİB-“Regional İnkişaf” İctimai Birliyi (Unione pubblica “Sviluppo regionale”), sempre presenti ben riconoscibili sul posto di blocco. Si tratta di un’organizzazione (formalmente non) governativa azerbajgiana, che comunque non ha niente a che fare con la protezione dell’ambiente. Fu fondata su iniziativa e opera nell’ambito della Fondazione Heydar Aliyev, presieduta dalla moglie del Presidente dell’Azerbajgian e Primo Vice Presidente, Mehriban Aliyeva. Quindi, gli “eco-attivisti” della RIIB lavorano per il governo dell’Azerbajgian. Lo scopo principale dichiarato della RİİB è «partecipare attivamente alla vita socio-economica, pubblica e culturale del Paese, alla costruzione della società civile, sostenere le misure attuate dallo Stato per lo sviluppo delle regioni, è implementare il controllo pubblico, esaminare i ricorsi e le proposte dei cittadini e dialogare con le istituzioni competenti e lavorare nella direzione della risoluzione di progetti in vari campi in cooperazione».

«”Regional İnkişaf” İctimai Birliyi (RİİB), un’organizzazione governativa dell’Azerbajgian, ha organizzato ieri a Shushi un evento per la “Giornata della Gioventù dell’Azerbajgian”. RİİB è stata fondata con l’aiuto della Fondazione Heydar Aliyev. Lo scopo principale dell’organizzazione, secondo il loro sito web, è partecipare alla vita socio-economica, sociale e culturale del Paese, aiutare a costruire la società civile e sostenere i programmi di sviluppo sponsorizzati dal governo nelle regioni. Gli studenti sono stati portati da Baku in autobus per continuare a bloccare il Corridoio di Lachin e hanno ricevuto sacchetti regalo e snack. Questo piccolo viaggio sul campo sembra essere stato organizzato per mostrare ai giovani Azeri come creare una crisi umanitaria e come intrappolare 120.000 Armeni nell’Artsakh. Che bella gita scolastica. Insegnare l’odio e l’ignoranza in così giovane età. Che bella organizzazione governativa e governo per consentire che azioni così ripugnanti vengano mostrate alla tua giovinezza. Che tipo di esempio stai dando per il futuro della tua nazione instillando l’odio dentro di loro?
Un corso di perfezionamento sulla pulizia etnica insegnato ai giovani non permetterà mai che questo conflitto si plachi. Come possiamo parlare di pace e di ripristinare le relazioni reciproche se l’Azerbajgian continua a diffondere l’armenofobia sponsorizzata dallo Stato in tutta la sua popolazione? Questo è solo un altro esempio di odio contro gli Armeni sponsorizzato dallo Stato che deve essere schiacciato prima che il seme continui a crescere. Credo che sia troppo tardi e trovare una soluzione ragionevole al conflitto azero-armeno sembra essere fuori portata se questo tipo di comportamento deve continuare per l’Azerbajgian, e sicuramente continuerà dato gli atti di Aliyev» (Varak Ghazarian – Medium, 1° febbraio 2023 – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

Il CICR sta trasportando civili e rifornimenti dall’Armenia al Karabakh. La strada Lachin è aperta ai civili in ambedue le direzioni, ma non hanno tentato di farlo. Non ci sono prove che i manifestanti azeri abbiano voltato respinto degli armeni. Le accuse di blocco sono prive di fondamento.

Come abbiamo segnalato già più volte, Adnan Huseyn ogni giorno pubblica filmati su Twitter in cui ripete che non esiste un #ArtsakhBlockade, invitando le persone a provare di transitare, che in realtà è due cose: una trappola/esca per provocare un altro conflitto violento; inoltre, si tratta di un corridoio di 5km, non solo una strada, che non dovrebbe essere accessibile a questi finti manifestanti nemmeno per stare in piedi e contare i veicoli del Comitato Internazionale della Croce Rossa e del contingento di mantenimento della pace russo. Il Corridoio di Berdzor (Lachin) non è territorio azero, ma dell’Artsakh e questi sono occupanti illegali, protetti dalla polizia e dalle forze speciali dell’Azerbajgian.

Un auto-ritratto di Adnan Huseyn, illegalmente sul territorio dell’Artsakh, con alle sue spalle i reparti speciali dell’Azerbajgian, all’altra parte del recinto lungo la strada, su territorio azero.

Poi, va capito bene chi è Adnan Huseyn, che sta a tempo pieno in mezzo alla “strada di Lachin” a diffondere la narrazione del dittatore Aliyev. È un blogger azero, presente permanentemente sul posto di blocco dall’inizio del #ArtsakhBlockade, fondatore del blog re:Azerbaijan. Lo sponsor principale del suo blog è l’ufficio di rappresentanza in Azerbajgian della casa automobilistica egiziana FAW Industrial Group (Cahan Holding). Il capo dell’azienda, Vugar Abbasov, è un membro del Partito del Nuovo Azerbajgian al potere, uomo d’affari, Presidente della Jahan Holding, Presidente del Consiglio della Confederazione degli imprenditori e della Federcalcio della Repubblica autonoma di Nakhchivan, deputato della 6ª convocazione dell’Assemblea Suprema della Repubblica Autonoma di Nakhchivan. Sul canale YouTube dell’azienda di Adnan Huseyn, Paha Holding funge spesso anche da sponsor di programmi che fanno capo alla famiglia del Vicepresidente dell’Azerbaigian e moglie di Ilham Aliyev, Mehriban Aliyeva (Pashayeva con il suo nome da nubile).
Questo propagandista della dittatura azera Huseyn, che parla de «la nostra pacifica protesta ecologica sulla strada di Lachin [il Corrdoio di Berdzor (Lachin), larga 5 km] della regione economica del Karabakh dell’Azerbajgian [la Repubblica di Artsakh/Karabakh, auto-dichiarata indipendente dal 1988]», il 12 gennaio ha scritto sul suo diario Facebook, mentre contribuisce con la sua azione a condannare alla fame 120.000 Armeni: «Ed è esattamente un mese che abbiamo messo piede sulla strada per proteggere la patria nel santo Shusha [Sushi, occupata dalle forze armate azere], Khankandi [Stepanakert, capitale dell’Artsakh]. Difficile descrivere in poche frasi il successo di questa azione, perché molti obiettivi sono stati raggiunti e il risultato sarà grande per il nostro paese e per il nostro popolo. Arriverà il momento e parleremo con orgoglio di questi giorni storici trascorsi qui. Ringrazio il Presidente che ci ha prestato attenzione nella sua recente intervista e ha apprezzato questo nostro passo. Ringrazio tutti coloro che hanno continuamente scritto parole di sostegno e mostrato preoccupazione quando non pubblico da molto tempo. Ringrazio ognuno dei familiari dei partecipanti a questo evento. Sono molto comprensivi e pazientemente ci aspettano mentre siamo qui. Nessuna parola può esprimere l’orgoglio che abbiamo in tutti coloro che sono qui per il lavoro che svolgiamo. Saremo qui fino alla fine, faremo la guardia alla nostra patria e non c’è niente di meglio di questa missione! Vivi, vivi il mio Azerbajgian nativo! Sei in ottime mani!».

Sui social Huseyn si pubblicizza – con poco o niente informazione o attività o storia – come co-fondatore di Clean Oil (fornisce servizi di pulizia industriale all’industria petrolifera e del gas per serbatoi di petrolio greggio), direttore di sviluppo aziendale presso Jump Marketing Agency, fondatore e amministratore Delegato di Yugen Creative Agency (branding, social media marketing, pubblicità, illustrazione, videografica, art direction e organizzazione eventi), fondatore di re:Azerbaijan (un nuovo approccio a un mondo già consolidato e sviluppato del digital marketing in cui lo sponsor diventa partner). Insomma, un giovanotto sul libro paga di Aliyev.

Una volta che avrà raggiunto l’obiettivo dell’occupazione del resto dell’Arsakh farà e dirà la stessa cosa sul territorio sovrano dell’Armenia.
Questo propagandista del regime azero in lingua inglese è un genio e va ringraziato per aver attirato l’attenzione sulla crisi umanitaria a causa del blocco a cui partecipa attivamente (negando nel contempo che non c’è nessun blocco e affermando che la strada è aperta), senza il quale non ci sarebbe stato bisogno della Croce Rossa nel 83° giorno di blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin). Non c’è limite alla sua ginnastica mentale cercando di presentare i passaggi della Croce Rossa e dei militari russi come un mero viaggio di navetta.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Artsakh – Intervista all’Ambasciatore in Italia Tsovinar Hambardzumyan (Assadakah 04.03.23)

Letizia Leonardi (Assadakah News Agency) – Nessun segnale positivo è emerso dal primo incontro tra i rappresentanti dell’Artsakh e dell’Azerbaijan che che si è svolto il 1° marzo. Gli azeri hanno solo discusso del reinserimento della popolazione armena della regione del Karabakh in Azerbaijan: gli armeni invece erano lì solo per discutere sullo sblocco del corridoio di Lachin, del ripristino della fornitura di gas ed elettricità e, come concessione, dell’organizzazione di un tour azero una tantum alle miniere di Kashen e Drombon. Non è

stato quindi raggiunto alcun accordo, nemmeno sui futuri incontri. In realtà agli azeri interessava solo una resa della popolazione armena, stremata dalla sempre più insostenibile crisi umanitaria, e la conseguente accettazione a diventare cittadini della dittatura di Baku. Intanto, giorni fa, il cancelliere tedesco Scholz ha detto in un briefing con il Primo ministro armeno Pashinyan, in visita in Germania, che è necessario raggiungere una conclusione pacifica dal punto di vista dell’integrità territoriale, nonché dell’autodeterminazione dei cittadini del Nagorno Karabakh. Sempre secondo il cancelliere tutti questi principi sono uguali e lo status quo non può durare a lungo ma deve essere raggiunta una soluzione definitiva a lungo termine a beneficio del popolo armeno. Su questa spinosa e gravissima situazione dell’Artsakh abbiamo intervistato l’Ambasciatore armeno in Italia Tsovinar Hambardzumyan

– Dopo 35 anni dai massacri di Sumgait cosa è cambiato nei rapporti tra la popolazione armena e quella azera? C’è differenza tra l’ostilità del regime azero verso gli armeni e il comportamento della popolazione civile azera nei confronti degli armeni?

Il 27-29 febbraio 1988, in risposta alla lotta pacifica e legittima del popolo del Nagorno Karabakh per esercitare i propri diritti, su istigazione delle autorità azere furono organizzati massacri della popolazione armena a Sumgait (e poi a Kirovabad, a Baku) a seguito dei quali le città un tempo brulicanti di armeni ne furono completamente spopolate, ci furono centinaia di vittime, mezzo milione di armeni divennero profughi. Invece di essere assicurati alla giustizia, i criminali di Sumgait furono trasformati in eroi, o come osservò nel 1988 il Procuratore capo della SSR dell’Azerbaijan Ilyas Ismailov, “I colpevoli che hanno incitato le persone (a Sumgait) ai pogrom, attualmente siedono nel Milli Mejlis.” (“Zerkalo” quotidiano azerbaigiano, 21.02.2003). Sfortunatamente durante i successivi 30 anni, il regime della famiglia del presidente Ilham Aliyev ha costantemente coltivato un’orrenda propaganda di nazionalismo etnico, costruito su fondamenta di armenofobia a tutti i livelli della società azera, espressa nella sua stessa dichiarazione che “Tutti gli armeni del mondo sono il nemico numero uno dell’Azerbaijan”. Sotto il suo regime un’intera generazione è cresciuta con idee razziste contro gli armeni. Fin dalle scuole dell’infanzia agli azeri è stato inculcato lo spirito dell’odio e la gente viene incoraggiata e premiata per tutte manifestazione di violenza contro gli armeni. Nel 1992 Tagiev Shahin Taliboglu, il comandante della squadra e l’autore del massacro della popolazione armena di Maragha, è diventato ufficialmente il primo eroe nazionale dell’Azerbaijan. Nel 2012, l’assassino Ramil Safarov, dopo la sua estradizione dall’Ungheria, è stato dichiarato eroe nazionale in Azerbaijan. I soldati delle forze armate dell’Azerbaijan che ad aprile 2016 durante l’ennesima aggressione, hanno ucciso e mutilato i corpi degli anziani, decapitato in modo plateale, nello stile dell’ISIS, il soldato delle Forze armate del Nagorno Karabakh Karam Sloyan e i suoi due compagni d’armi, sono stati premiati dal Presidente dell’Azerbaijan. Le forze armate azere hanno numerosi precedenti di impunibilità durante gli attacchi militari che l’Azerbaijan contro l’Artsakh, del 27 settembre 2020, e contro il territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, nel 2022. Si sono macchiati di crimini particolarmente crudeli, tra cui decapitazioni, profanazione di cadaveri, torture delle persone pacifiche, di prigionieri di guerra e militari armeni, comprese donne. Insieme a ciò, i monumenti storici e culturali armeni furono barbaramente distrutti e i santuari furono profanati. Tutti quei crimini di guerra e barbarie venivano filmati e diffusi sulle piattaforme social dagli stessi azeri. Mi dispiace notare, che nel XXI secolo questi crimini non sono stati condannati dalla società, anzi, a giudicare dalla risonanza che hanno avuto nei social, sono stati appoggiati e incoraggiati. Tali atteggiamenti rendono ancora più difficile mettere in pratica le nostre idee sulla pacifica convivenza di due popoli vicini.

Come pensa che si possa sensibilizzare la comunità internazionale per evitare il protrarsi della crisi umanitaria in Nagorno Karabakh?

Purtroppo, l’Azerbaijan continua a rispondere con l’uso della forza al diritto pacifico e democratico del popolo del Nagorno Karabakh a vivere liberamente e in sicurezza nella propria patria storica. A partire dal 12 dicembre 2022, l’Azerbaijan, sfidando il mondo intero, ha isolato il Nagorno Karabakh chiudendo l’unica strada, nota come Corridoio di Lachin, che lo collega con la Repubblica d’Armenia e con il mondo esterno. Va sottolineato che il libero accesso al Corridoio di Lachin è stato inserito nella dichiarazione trilaterale firmata dal Primo Ministro della Repubblica d’Armenia, dal Presidente della Repubblica dell’Azerbaijan, dal Presidente della Federazione Russa il 9 novembre 2020, al fine di garantire il collegamento tra il Nagorno Karabakh e l’Armenia e garantire la sicurezza di persone, veicoli e merci attraverso tale Corridoio in entrambe le direzioni. Detto ciò, consentitemi, tuttavia, di descrivere la situazione sul campo con i fatti. 120.000 residenti del Nagorno Karabakh sono privati ​​della possibilità di ricevere dall’Armenia cibo, medicine e altri beni essenziali. Solo un numero limitato di pazienti, in caso di situazioni di pericolo di vita, può essere trasportato in Armenia coi mezzi del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Una persona è già morta per mancanza di cure mediche e numerose altre rischiano di avere un destino simile. Ci sono carenze di medicinali essenziali e forniture mediche, il commercio e le imprese sono completamente fermi. Il principale approvvigionamento energetico del Nagorno Karabakh è il gasdotto che parte dalla Repubblica di Armenia e attraversa il Corridoio di Lachin. A partire dal 2022, l’Azerbaijan ha tagliato a intermittenza il gasdotto per il Nagorno Karabakh, lasciando quindi case, ospedali, scuole, imprese e famiglie senza riscaldamento nelle condizioni meteorologiche avverse della stagione invernale montana. La gente è costretta a bruciare legna per riscaldarsi, il che comporterà la deforestazione. Queste azioni provocano non solo una crisi umanitaria, ma anche ambientale nel Nagorno Karabakh. Il blocco di questo collegamento vitale ha avuto un impatto irreversibile sul diritto delle persone all’istruzione, in quanto le scuole, gli istituti e altre strutture educative hanno sospeso le loro attività. 6000 bambini di istituti prescolari, 19000 scolari e 6800 studenti sono privati del proprio diritto all’istruzione. Queste azioni della parte azera sono vividi esempi della politica di odio e ostilità a livello statale nei confronti degli armeni, prendendo di mira persino i bambini. Il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, nella sua intervista (Ilham Aliyev was interviewed by local TV channels, 10 January 2023, https://president.az/en/articles/view/58555) con i media azeri, ha affermato che per tutti coloro che non vogliono vivere in Nagorno Karabakh, come cittadini dell’Azerbaijan, la strada è aperta, possono andarsene. Ha anche affermato che “il dovere principale dell’Azerbaijan è quello di espellere gli armeni dalle nostre terre” e “nessuna canzone sarà cantata nella lingua aliena dell’armeno e d’ora in poi la lingua azera dominerà questa terra”. Questa non è altro che la politica ufficiale di pulizia etnica del Nagorno Karabakh della sua popolazione nativa armena. Il comportamento descritto sopra è una grave violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario che richiede una risposta urgente e risoluta da parte della comunità internazionale in tutti i modi possibili, anche nell’ambito delle Nazioni Unite e di altri organismi internazionali e regionali, per assicurare azioni concrete derivanti dal loro mandato e dalle loro funzioni, per porre fine al blocco del Corridoio di Lachin e scongiurare la catastrofe umanitaria. Il blocco e le sue conseguenze umanitarie sono state discusse durante la riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite tenutasi il 20 dicembre 2022. Il 18 gennaio 2023, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione ( https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2023-01-18_EN.html) che denuncia con forza il blocco illegale dell’Azerbaigian del corridoio di Lachin ed esorta l’Azerbaigian a rispettare e attuare la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 e a riaprire immediatamente il corridoio di Lachin per consentire la libertà di movimento e garantire l’accesso a beni e servizi essenziali, garantendo così la sicurezza nella regione e salvaguardando il sostentamento dei residenti. Il 22 febbraio 2023, la Corte internazionale di giustizia (ICJ) ha stabilito che «La Repubblica di Azerbajgian, in attesa della decisione finale sul caso e in conformità con i suoi obblighi ai sensi della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, adotterà tutte le misure a sua disposizione per garantire il movimento senza ostacoli di persone, veicoli e merci lungo il Corridoio Lachin in entrambe le direzioni» (https://www.icj-cij.org/public/files/case-related/180/180-20230222-ORD-01-00-EN.pdf). Ci sono state anche numerose dichiarazioni di altre organizzazioni internazionali e non governative che hanno chiesto all’Azerbaijan di sbloccare il Corridoio di Lachin. L’Armenia ritiene inoltre di fondamentale importanza che gli organi competenti delle Nazioni Unite e dell’OHCHR inviino una missione conoscitiva nel Nagorno-Karabakh e nel Corridoio di Lachin per valutare la situazione umanitaria e dei diritti umani sul campo, ciò contribuirà a prevenire altri attacchi o atrocità di massa prima che si verifichino.

– Come immagina il futuro del Nagorno Karabakh?

Crediamo che, nonostante tutto il sangue e l’odio di cui la regione è stata testimone, esista una reale opportunità di pace nel Caucaso meridionale. L’Armenia ha ripetutamente ribadito la sua disponibilità ad aprire un’era di sviluppo pacifico nella regione. Allo stesso tempo, al fine di mantenere la stabilità e la pace nella regione, la risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh è di vitale importanza, il che contraddice le affermazioni dell’Azerbaijan secondo cui il conflitto del Nagorno Karabakh sarebbe terminato dopo la guerra del 2020. È ovvio che gli sforzi armeni volti a stabilire una stabilità a lungo termine non possono essere unilaterali, e ci aspettiamo un approccio altrettanto costruttivo e sinceri passi pratici da parte dell’Azerbaijan verso questa direzione. Il Nagorno Karabakh esiste con la sua popolazione armena, che continua a vivere nella sua terra ancestrale e la cui sicurezza è ora assicurata dalle forze di pace russe, in conformità con la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, che ha posto fine alla devastante guerra. Inoltre, anche le dichiarazioni ufficiali dei nostri numerosi partner e organizzazioni internazionali, compresi i Paesi mediatori, mostrano chiaramente che il conflitto del Nagorno Karabakh necessita ancora di una soluzione finale attraverso i negoziati. Una soluzione che dovrebbe fornire garanzie di sicurezza e protezione di tutti i diritti degli armeni di Artsakh.

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Quei camion di aiuti armeni ai turchi, una goccia di bene in un mare di male ( Tempi 03.03.23)

Riferisco con stupore felice e un poco tremante. Durerà? Per la prima volta in 35 anni è stato aperto un valico tra Turchia e Armenia per consegnare aiuti alle vittime del terremoto in Anatolia, dove nel 1915 terre e città furono ripulite da quel popolo di cristiani caucasici per destinarlo al massacro. I discendenti dei sopravvissuti hanno stipato di viveri 5 camion che hanno attraversato il valico di Alican.
A riferirlo è stata l’agenzia ufficiale turca Anadolu, che ha persino pubblicato una foto dei camion. E ha citato il viceministro degli Esteri armeno Vahan Kostanyan: «Gli aiuti inviati dall’Armenia hanno attraversato il ponte di Margara sul confine turco-armeno e si stanno dirigendo verso le zone colpite dal sisma». Gli ha fatto eco l’inviato speciale della Turchia per l’Armenia, Serdar Kilic: «Ricorderò sempre il generoso aiuto inviato dal popolo armeno per alleviare le sofferenze del nostro popolo». Impressiona il linguaggio identico, non entrano in gioco idee divers…

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Ottantaduesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Gli urli dei nessuno, che costano meno delle pallottole che li ammazza (Korazym 03.03.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.03.2023 – Vik van Brantegem] – I cittadini Armeni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh chiedono giustizia e autodeterminazione per poter vivere in pace nel loro Paese. Chiediamo il diritto all’autodeterminazione per gli Armeni dell’Artsakh. I cittadini dell’Artsakh hanno diritto all’autodeterminazione. L’autodeterminazione è prevenzione del genocidio.

La fiaccolata “L’Artsakh Vive” che si è svolta il 26 settembre 2021 a Stepanakert, guidata da una donna incinta con un bambino, da un soldato con la bandiera dell’Artsakh e da Padre Minas Movsisyan con la croce pettorale, che simboleggiano la vita, la forza e la fede, ad un anno dall’inizio della guerra dei 44 giorni, in memoria dei figli del popolo armeno caduti. La fiaccolata è iniziata dal cortile della chiesa di San Giacomo, dove Padre Movsisyan ha celebrato un servizio funebre per gli eroi morti difendendo la Patria un anno prima. Quindi la fiaccolata si è diretta al memoriale di Stepanakert, portando una bandiera dell’Artsakh di 100 metri.

Per il terzo giorno consecutivo, il Servizio Stampa del Ministero della Difesa della Repubblica di Arsakh/Nagorno-Karabakh segnala violazioni del cessate il fuoco da parte dell’Azerbajgian. Questa volta, nella notte tra il 2 e il 3 marzo, le unità delle forze armate azere, hanno sparato con armi leggere dai territori delle regioni di Askeran, Martakert e Martuni della Repubblica di Artsakh che hanno occupati con la forza. Le violazioni del cessate il fuoco sono state segnalate al comando delle truppe di mantenimento della pace russe di stanza in Artsakh.

Il Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh ha commentato: «Nella notte del 2 marzo e la mattina del 3 marzo, unità delle forze armate azere di stanza nei territori occupati delle regioni Askeran, Martakert e Martuni della Repubblica di Artsakh hanno violato il cessate il fuoco stabilito dalla Dichiarazione Trilaterale del 9 novembre 2020. Condanniamo fermamente le provocazioni della parte azera, che sono state effettuate immediatamente dopo l’incontro regolare dei rappresentanti della Repubblica di Artsakh e della Repubblica di Azerbaigian, che ha avuto luogo nell’Artsakh attraverso la mediazione del comandante della forza di mantenimento della pace russa. Sullo sfondo delle discussioni avvenute tra le parti su questioni umanitarie e infrastrutturali nel contesto della necessità di eliminare immediatamente il blocco illegale dell’Artsakh, le azioni dell’Azerbajgian indicano chiaramente la sua riluttanza ad adempiere incondizionatamente ai propri impegni, compresi quelli derivanti dalla decisione della Corte Internazionale di Giustizia, in merito allo sblocco del Corridoio di Lachin. A questo proposito, riteniamo necessario che la comunità internazionale continui ad attuare mezzi concreti per esercitare pressioni sull’Azerbajgian al fine di frenare le azioni e le intenzioni distruttive di quest’ultimo, che mirano a risolvere i problemi con la forza».

«Le agenzie di stampa statali azere stanno distribuendo un video che dimostra chiaramente che un cecchino dell’Azerbajgian sta “lavorando” sulle posizioni dell’Artsakh» (Ararat Petrosyan – Caporedattore di Respublica Armenia, 3 marzo 2023 – Video).

Per confermare che il Corridoio di Berdzor (Lachin) è sempre bloccato:
1. L’emittente pubblico azero Ictimai TV mostra immagini di 61 veicoli delle forze di mantenimento della pace russe hanno attraversato la “strada Lachin-Khankendi” (traduciamo: l’autostrada interstatale Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert, bloccato da sedicenti “eco-attivisti” dal 12 dicembre 2023.
2. 9 malati di cancro che necessitavano di interventi chirurgici urgenti sono stati trasferiti dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh in Armenia dal Comitato Internazionale della Croce Rossa. Dal 12 dicembre 2022, l’inizio del blocco da parte dell’Azerbajgian, la Croce Rossa ha trasferito 144 pazienti.
Soltanto veicoli delle forze di mantenimento della pace russe e del CICR possono transitare lungo il Corridoio di Berdzor (Lachin).

Alcuni partecipanti “civili pacifici” per “preoccupazioni ambientali” alla “protesta pacifica” che blocca il Corridoio di Berdzor (Lachin).

Il 1° marzo 2023 abbiamo condiviso il link al documento con i dati dettagliate di intelligence sul blocco azero dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh: i partecipanti (nome, organizzazione, messaggi dalla parte bloccata del Corridoio di Berdzor (Lachin) e video/dichiarazioni anti-armene), i partecipanti con una foto in uniforme militare (nome, affiliazione e informazioni aggiuntive) e le organizzazioni coinvolti (nome, ulteriori informazioni e altro). In questo documento si può verificare che siano coinvolte nel blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) solo persone vicine al regime dittatoriale di Ilham Aliyev: membri del partito al governo, organizzazioni finanziate dallo stato e così via [QUI].

«Succede ora. Al Parlamento di Azerbajgian si sta svolgendo un’udienza pubblica molto importante sul tema “Superare le montagne. Pacifico e giusto ritorno nell’Azerbaigian occidentale [Armenia]”. È diritto intrinseco di tutti gli Azerbajgiani tornare alle loro case (nell’odierna Armenia) in modo pacifico!» (Tural Ganjali, Membro del Parlamento della Repubblica di Azerbajgian, in rappresentanza della città di Khankendi [Stepanakert, Capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh]. Responsabile della piattaforma di esperti “Baku Network”).

Certo, “in modo pacifico”, che è un modo di fare caratteristico degli Azeri.

«L’uomo che celebra l’espulsione di 600.000 Armeni indigeni dall’Artsakh e dall’Azerbajgian negli ultimi 35 anni ha l’audacia di negare il #ArtsakhBlockade e in qualche modo chiedere il “ritorno” di 160.000 Azeri sfollati dall’Armenia durante la guerra del 1988-1994» (Christopher Khachadour).

«Ispirato dal mio incontro con Ilham Aliyev, Presidente dell’Azerbajgian, oggi. Raccomando i contributi del Movimento dei non allineati ad un’amicizia multilaterale più forte e alla ripresa da COVID-19. Insieme, possiamo spingere per politiche idriche e climatiche integrate e per il sistema globale di informazioni sull’acqua di cui il mondo ha bisogno» (Csaba Kőrösi, Presidente della 77ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite).

«Questo è ciò che non va nelle ONU. Il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Csaba Korosi, ammirando il brutale dittatore genocida dell’Azerbajgian, che sta mettendo in pericolo migliaia di vite Armene con il #ArtsakhBlockade, che finge di preoccuparsi del Covid19 solo per continuare a mantenere chiusi i suoi confini terrestri per i suoi cittadini» (Nara Matini).

«Mi sono congratulato con il Presidente Ilham Aliyev per la Presidenza di successo del Movimento dei non allineati e ho avuto un opportuno scambio sulle questioni di non proliferazione. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica continuerà a sostenere l’Azerbajgian per aumentare la sua produttività agricola e migliorare la salute attraverso le tecniche nucleari» (Rafael Mariano Grossi, Direttore Generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica).

«Apparentemente, Rafael Mariano Grossi, il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, pensa che il genocida Aliyev abbia fatto un ottimo lavoro. È vero, nessun altro dittatore può commettere orribili crimini di guerra, violazioni delle risorse umane, far morire di fame e congelare 120.000 persone in #ArtsakhBlockade e ricevere così tanti elogi dal mondo» (Nara Matini).

Ilham Aliyev – Azerbaigian – Presidente del Movimento dei Non Allineati.
L’Azerbajgian ha fornito sostegno finanziario e umanitario legato al coronavirus a più di 80 Paesi, la maggior parte dei quali della nostra famiglia del Movimento dei Non Allineati attraverso canali bilaterali o l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Salve Signor Presidente Dittatore Comandante in Capo delle Forze Armate dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, grazie che ci tiene informati che insieme alla diplomazia del caviele funzione anche la sanità del caviale. Anche oggi si è sporcata le mani con il sangue del popolo Armeno in Artsakh? A proposito, Artsakh è Armenia.

Il Primo Ministro dell’Armenia al Bundestag: l’Azerbajgian sta preparando un’aggressione su larga scala contro l’Armenia

In visita nella Repubblica Federale Tedesca, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, oggi 3 marzo 2023 ha avuto al Bundestag un incontro con i membri del Comitato per le relazioni estere presieduto da Michael Roth. Pashinyan ha tenuto un discorso, di cui seguo stralci nella nostra traduzione:

«(…) In generale la situazione rimane tesa, in primis a causa del continuo blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian. Sfortunatamente, nonostante la decisione della Corte Internazionale di Giustizia, l’Azerbajgian non ha ancora aperto il Corridoio di Lachin. Vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che la decisione della Corte Internazionale di Giustizia ha forza giuridicamente vincolante. Penso che questa sia una situazione che dovrebbe essere discussa a livello internazionale, perché è inaccettabile lasciare la decisione della Corte internazionale di Giustizia senza una reazione, in particolare, quando la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh continua e una reazione internazionale è necessario.
A proposito, cosa è molto importante in questo contesto? Sono più di 80 giorni che il Corridoio di Lachin è chiuso, e durante questo periodo l’Azerbajgian insiste affinché il Corridoio di Lachin non sia chiuso, ma aperto. La decisione della Corte internazionale di Gustizia è molto importante per chiarire questo problema, perché la corte ha dichiarato che il Corridoio di Lachin è chiuso e dovrebbe essere aperto. (…)
Penso che dovremmo lavorare insieme per evitare che la situazione sfugga al controllo.
Ma la domanda più importante è perché l’Azerbajgian lo sta facendo. Siamo sicuri che l’obiettivo dell’Azerbajgian sia effettuare la pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh e rimuovere gli Armeni dal Nagorno-Karabakh. Penso che l’ultima dichiarazione del Presidente dell’Azerbaigian Aliyev lo dimostri, perché Aliyev ha affermato che il Corridoio di Lachin è aperto agli Armeni che vogliono lasciare il Karabakh (…).
Si teme che questo sia solo l’inizio dell’escalation nel Nagorno-Karabakh, forse anche lungo il confine tra Armenia e Azerbajgian, perché l’Azerbajgian continua a esprimere pensieri aggressivi, una retorica aggressiva. Sapete che lo scorso settembre l’Azerbajgian ha avviato un’aggressione su larga scala contro l’Armenia, occupando i territori sovrani dell’Armenia. Ma, d’altra parte, abbiamo raggiunto un accordo a Praga, secondo il quale Armenia e Azerbajgian si riconoscono reciprocamente l’integrità territoriale e la sovranità, sulla base dell’Accordo di Alma Ata del 1991, il che significa che i confini amministrativi degli stati sovietici si trasformano in confini statali. La dichiarazione di Alma Ata riguardava il crollo dell’Unione Sovietica e la creazione della Comunità degli Stati Indipendenti. 13 ex stati sovietici hanno acconsentito.
A proposito, abbiamo anche raggiunto un accordo a Praga secondo cui il processo di delimitazione dei confini tra Armenia e Azerbajgian si baserà sullo stesso accordo di Alma Ata. La sorpresa è stata che in seguito il Presidente dell’Azerbajgian ha annunciato che la delimitazione dovrebbe essere basata su mappe storiche. Sapete, è molto difficile spiegare cosa significhi. Forse la nuova iniziativa del Presidente dell’Azerbajgian può chiarire questa situazione, perché recentemente abbiamo assistito alla presentazione della cosiddetta iniziativa “Azerbajgian occidentale”, e l’idea generale di questa iniziativa è che l’intero territorio della Repubblica di Armenia appartiene all’Azerbajgian e la capitale dell’Armenia è una città azera, ecc.
La nostra valutazione è che tutto questo, il blocco del Corridoio di Lachin, la cosiddetta iniziativa “Azerbajgian occidentale”, sia una preparazione per un’aggressione su larga scala contro l’Armenia.
A proposito, vorrei attirare la vostra attenzione su un’altra situazione molto importante. Ieri abbiamo avuto una discussione alla Commissione affari esteri tedesco e alcuni dei nostri colleghi hanno parlato del cosiddetto “Corridoio di Zangezur”. Ho chiesto ai nostri colleghi di stare attenti perché a volte la stessa parola può avere significati diversi in regioni diverse e in circostanze politiche e geopolitiche diverse. Solitamente in Europa per corridoio si intendono percorsi che forniscono servizi di trasporto di migliore qualità, ecc. Ma la nostra situazione è che abbiamo un punto legalmente concordato sul corridoio nel 2020. nella nostra dichiarazione tripartita del 9 novembre, che ha posto fine alla guerra in Nagorno-Karabakh.
Quindi abbiamo solo un punto in termini di corridoio lì ed è il Corridoio di Lachin, che è attualmente bloccato. Il Corridoio di Lachin è stato istituito per stabilire un collegamento tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh. Il Corridoio di Lachin non è una strada diretta, è una zona di sicurezza con una larghezza di 5 km e, secondo il punto pertinente della dichiarazione, il Corridoio di Lachin dovrebbe essere fuori dal controllo dell’Azerbajgian e dovrebbe essere sotto il controllo delle forze di mantenimento della pace russe.
Nella stessa dichiarazione abbiamo il punto 9, che riguarda l’apertura di tutte le rotte di trasporto ed economiche nella nostra regione. E sì, c’è un punto in cui l’Armenia dovrebbe fornire un collegamento tra le regioni occidentali dell’Azerbajgian e la Repubblica Autonoma di Nakhichevan, ma non ha senso che quelle rotte debbano essere al di fuori del controllo dell’Armenia. Quel percorso dovrebbe funzionare nel contesto dell’apertura di strade e ferrovie nella nostra regione. Devo dire che l’Armenia è pronta ad aprire tutte le comunicazioni anche oggi. Ma ogni volta che proviamo a farlo, l’Azerbajgian afferma che queste rotte non dovrebbero essere sotto il controllo e la legislazione dell’Armenia, il che è totalmente inaccettabile per noi. (…)
Il problema è come introdurre unilateralmente qualcosa in una dichiarazione tripartita. Questo è assolutamente assurdo. Pertanto, vorrei che questa frase non fosse usata, perché significherebbe sostenere le ambizioni territoriali dell’Azerbajgian contro l’Armenia. Ma, d’altra parte, confermo ancora una volta che siamo pronti ad aprire. Inoltre, da più di sei mesi abbiamo una bozza di decisione del governo per aprire tre posti di blocco al confine tra Armenia e Azerbajgian, ma ogni volta che proviamo ad adottare questa decisione, la parte azera fa molto rumore, dicendo perché vuole un posto di blocco da aprire vicino ai nostri confini senza essere d’accordo con noi.
Questa è la situazione generale, ma penso che dovremmo concentrarci sull’agenda di pace. Come sapete, il nostro governo si è assunto la responsabilità dell’agenda di pace, io sono personalmente impegnato nell’agenda di pace e nella democrazia, perché credo che democrazia e pace vadano di pari passo, e poiché la democrazia è una strategia per noi, siamo interessati alla pace, quindi che possiamo avere la pace nel nostro Paese per garantire il continuo sviluppo della democrazia, dell’economia e della libertà. Questa era la valutazione generale della situazione».

Le urla dei nessuno nella gola di Shushi
di Angelo Nerone
Nueva Revolución-Periodismo alternativo, 3 marzo 2023

Pubblicato originariamente il 14 ottobre 2020
(Nostra traduzione italiana dallo spagnolo)

Quel giorno gli Azeri hanno bombardato i miei ricordi, hanno strappato le immagini delle strade di Stepanakert, delle chiese di Shushi, forse, dei siti archeologici di Tigranakert.

«La memoria serve a comprendere meglio il nostro presente. Il passato ci spiega» (Olga Rodriguez).

«Noi, nella nostra finitezza umana, ancor più abituati a un’esistenza sempre più volatile, che si muove alla velocità di un click e che abbiamo la memoria effimera delle notizie, tendiamo a vedere i confini come limiti inamovibili, eterni. La maggior parte di loro è stata tracciata negli ultimi 150 anni e non smettono di rompersi negli ultimi decenni e ne emergono di nuovi» (Andres Mourenza).

Un breve tragitto ci allontana da Shusi, forse poco più di dieci minuti, e saliamo su un’ampia spianata dove alcuni grossi massi impediscono il traffico veicolare, e dove dobbiamo proseguire a piedi. Nonostante debba essere una zona abbastanza frequentata, visto che c’è un ampio parcheggio, una sbarra e persino una cabina che, supponiamo, deve appartenere a una guardia giurata che non era in servizio, non abbiamo quasi trovato nessuno in quella zona, luogo inospitale e spettacolare, dove era stata decisa, dopo le gesta del Monte Melkonian nel Corridoio di Lachín, Katchén e Martuni – dove era morto in combattimento l’eroe armeno e capo dell’ASALA-, la fine della guerra, come fu José Antonio Gurriaran racconta nel suo libro Armeni: «Shushi doveva essere conquistato, per evitare i continui bombardamenti che gli Azeri lanciavano dalla fortezza a Stepanakert. Un carro armato armeno ebbe un ruolo chiave nell’operazione militare, grazie a uno stratagemma che diede i suoi frutti. Stava camminando su questo pendio seguito da soldati armeni e karabaghiti, mentre sparava con il suo cannone a Shushi. Gli Azeri concentrarono tutte le loro forze e i colpi per fermare la sua marcia e quella delle truppe che lo accompagnavano, convinti che la grande offensiva venisse da qui. Si trattava di attirare l’attenzione sulla parte posteriore della collina, che presenta grandi precipizi e scogliere teoricamente inespugnabili. Non sapevano che un gruppo di soldati armeni, abituati alle alte montagne, armati di mani e corde, stavano in quel momento scalando il burrone».

Abbiamo anche guardato oltre quel precipizio, teatro della battaglia decisiva per l’indipendenza del Karabakh, un piccolo esercito che la fortuna ha voluto radunare in questa parte dimenticata del mondo, ognuno con i propri sogni e ideali, anche con le proprie lotte e bandiere, godendosi la quiete di quel paesaggio sereno dove, non molto tempo fa, risuonavano le detonazioni di cannoni e fucili, e i soldati di entrambe le parti innaffiavano questa terra con il loro sangue. Il paesaggio è rimasto immutabile, forse per secoli, ignaro del passaggio degli uomini, e ad accentuare la pace che quelle montagne trasmettevano, abbiamo sentito il gemito di un violino, che ha fatto volgere lo sguardo a noi cinque verso il luogo da cui proveniva la melodia: era una giovane donna solitaria, che sembrava giocare per i fantasmi che vagavano per quegli abissi.

Sparai, con la mia arma più innocua, e catturai alcuni frammenti di quelle montagne verdi, e non trovai nemmeno resistenza a sparare ai miei compagni, e me stesso tra loro, per catturare uno di quei ricordi che riassumevano, forse come nessun altro, il nostro viaggio attraverso questa repubblica ribelle, di cui aveva cercato, non sempre con successo, i confini sulle mappe. Ognuno di loro trascorse qualche minuto a guardare oltre le rocce, anche se forse erano gli occhi sognanti di Lala a brillare di più, desiderando che i giovani dell’Artsakh non dovessero mai più rischiare la vita su quelle rocce per difendere la loro terra, un desiderio che penso condividiamo tutti, anche se non l’abbiamo verbalizzato. Forse non era necessario.

Forse non siamo altro che ricordi, immagini che invecchiano con noi nella memoria, per solleticare il nostro cuore quando il grigio ci investe, o per forzare le nostre cicatrici quando appaiono sulle pagine dei giornali o sui titoli dei telegiornali, i luoghi dove eravamo felici, anche se effimera.

Dal 27 settembre non ho smesso di rivedere le pagine di quel taccuino di viaggio che ho scritto due anni fa, quando sono stato catturato dalla terra, dai profumi, dai sorrisi e dai paesaggi dell’Armenia. Quel giorno gli Azeri hanno bombardato i miei ricordi, hanno strappato le immagini delle strade di Stepanakert, delle chiese di Shushi, forse, dei siti archeologici di Tigranakert, e ancora oggi, nonostante la proclamazione di un cessate il fuoco incruento, continuano a colpire con la loro pioggia di missili Grad.

«I bombardamenti sono continuati da parte dei gruppi terroristi azerbajgiani, ma fortunatamente i nostri parenti in Artsakh non sono stati feriti, si nascondono sempre sottoterra». Lala, la nostra hostess, con la quale abbiamo condiviso quell’escursione alla Gola di Shushi, mi ha scritto qualche ora fa, e non posso fare a meno di sentire il calore di quel sorriso con cui ci ha raccontato come i volontari del Karabagh sono saliti lì per liberare la città, nella guerra che ha devastato l’Alto Karabakh tra il 1988 e il 1994, e il suo desiderio di una pace duratura. Quello stesso giorno avevamo visitato la chiesa di Ghazanchetsots, la stessa che è stata un obiettivo militare delle forze azere, come mi ha detto anche Lala: «Onestamente, al momento non esiste un posto sicuro in Artsakh. La chiesa più antica di Shushi è stata distrutta poche ore fa. A proposito di questa situazione: ogni giorno diventa più orribile. I bombardamenti sono stati effettuati non solo a Stepanakert ma anche nelle città di Shushi, Hadrut, Askeran, Martakert…».

La guerra continua per Lala, per migliaia di giovani dell’Artsakh che sono stati costretti ad abbandonare la loro terra, o a difenderla, mentre lei lascia le pagine dei giornali, i titoli dei telegiornali, mentre il mondo smette di ascoltare le bombe, gli urli de “i nessuno, che costano meno della pallottola che li ammazza”, come diceva Galeano.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Il Caucaso meridionale ha un problema di fuga di cervelli (Globavoices 03.03.23)

Questo articolo si basa su di una serie di articoli pubblicati in origine da [en, come tutti i link seguenti, se non altrimenti indicato] Chaikhana Media. La presente è una versione modificata pubblicata secondo un accordo di condivisione di contenuti.

Sempre più giovani e professionisti del Caucaso meridionale cercano opportunità all’estero a causa della disoccupazione locale, la mancanza di opportunità di lavoro accettabili e la scarsità di prospettive per il futuro nel proprio paese. L’ambiente in costante declino per lo spazio civile esacerba ulteriormente la situazione. Il  CIVICUS Monitor che analizza le libertà civili posiziona l’Azerbaigian nella categoria “escluse”, l’Armenia tra le “impedite,” e la Georgia tra le “limitate.” Al contempo, il rapporto 2021 sull’avanzamento dei giovani emesso dal Forum europeo per la gioventù posiziona l’Armenia al 43esimo posto, la Georgia al 53esimo e l’Azerbaigian all’83esimo nel suo indice di avanzamento dei giovani valutando 150 paesi.

Secondo questo studio sull’indice globale di fuga dei cervelli  della Global Economy, l’Armenia si posiziona al primo posto nella “fuga di cervelli ed emigrazione umana”, seguita da  Georgia ed Azerbaigian.

Armenia

Il governo armeno ha adottato diverse misure per ostacolare la fuga di cervelli, che non hanno avuto un forte impatto. Nel maggio 2021 il governo ha approvato un piano di azione [hy] che mira a “prevenire la fuga di cervelli riducendo i flussi indesiderati di emigrazione dal punto di vista dello sviluppo umano sostenibile dell’Armenia.” Il “programma strategico 2014–2025 per lo sviluppo prospettico della Repubblica Armena” nota che la comunità scientifica armena ha particolarmente sofferto dalla caduta dell’Unione Sovietica.

Studi recenti evidenziano come il lavoro sia la maggior spinta all’emigrazione dal paese. I partecipanti allo studio “Captare la migrazione in Armenia e nei contesti regionali” del 2022 condotto dalla Caucasus Research Resource Center-Armenia Foundation (CRRC-Armenia) hanno riportato che le preoccupazioni legate alla sicurezza ed al lavoro sono le principali motivazioni dell’emigrazione. Ciononostante, uno studio del 2021 della CRRC-Armenia ha riscontrato che la maggior arte delle persone residenti in Armenia sono più interessate ad una migrazione temporanea  (57 % degli interpellati) anziché ad una ricollocazione permanente (33 %).

Uno studio dell’Organizzazione Internazionale per l’Emigrazione raccomanda diversi passi da compiere per ridurre l’emigrazione, tra cui il miglioramento dell’istruzione, maggiori possibilità di impiego, sforzi per ridurre le ineguaglianze e collaborazione con la diaspora.

Ma queste iniziative non hanno impedito ai giovani armeni di partire, come la 27enne Nora Galstyan, che ha detto a Chaikhana Media nell’intervista di “essere fuggita dalla vita e dalla realtà dell’Armenia.” Galstyan è residente in Germania ed opera come specialista nella gestione delle risorse umane. In Armenia, ha raccontato a Chaikhana Media, combatteva giornalmente per le cose basilari quali la libertà di prendere le proprie decisioni. “La richiesta costante di spiegazioni, scuse e giustificazioni era estenuante e, a un certo punto, mi sono resa conto di non poter più vivere in quella maniera”, racconta nell’intervista.

Georgia

Nella vicina Georgia la situazione non è molto migliore a causa della mancanza di una riforma dell’istruzione e pochi incentivi al lavoro.

Quattro mesi dopo la pandemia il 21enne Nika Gogitidze ha smesso di cercare lavoro in Georgia ed ha ripreso gli studi di scienze informatiche in Qatar. Era rientrato a casa all’inizio del lockdown COVID-19 ma, dopo mesi di ricerche infruttuose, ha compreso che le sue capacità non servivano nel suo paese nativo.

L’emigrazione di risorse intellettuali è un problema complesso in Georgia, che ha una crescita demografica e risorse intellettuali limitate, come fa notare Natia Gorgadze, ricercatrice specializzanda in istruzione e program manager al Centro per l’integrazione Civile e le relazioni interetniche, che racconta a Chaikhana Media:

Sfortunatamente oggi il mercato del lavoro del nostro paese è di portata limitata. Ci sono settori dove è praticamente impossibile trovare lavoro o un salario decente. Perciò gli specialisti che si trovano in altri paesi ed hanno avuto successo professionale, ovviamente, a lungo termine lasciano il proprio paese.

Altri citano problemi del sistema educativo, come l’economista ed imprenditrice Marina Pkhovelishvili. Secondo la Pkhovelishvili, è la mancanza di infrastrutture in grado di creare abilità a spingere i giovani a restare all’estero per completare gli studi. Pkhovelishvili ha detto a Chaikhana Media “Sfortunatamente, la Georgia non è caratterizzata da molte infrastrutture tecnologiche, da cui deriva il principale fattore trainante del processo di fuga dei cervelli”  .

La 25enne Teona Dolidze è solo una dei molti giovani georgiani  che è partita a causa di queste mancanze. In un’intervista a Chaikhana Media, Dolidzeha detto di non essere stata in grado di trovare un istituto in Georgia in grado di offrirle l’istruzione desiderata in viticultura. Di conseguenza ha trovato migliori opportunità in Italia, dove si trova ora.

Azerbaigian

Anche in Azerbaigian la fuga di cervelli non è nulla di nuovo. Ma, a differenza di Armenia e Georgia, qui lo stato ha deliberatamente sviluppato programmi di studio per mandare gli studenti azeri a studiare all’estero nel tentativo di far crescere il capitale umano che sarebbe poi tornato a casa a condividere le proprie conoscenze. Più di recente il governo ha varato un programma per invogliare i giovani a studiare all’estero le professioni più richieste per sviluppare questi settori in patria. Il programma promette di sovvenzionare l’istruzione di 400 studenti all’anno che siano stati accettati in programmi universitari e master all’estero. Ad oggi, su 673 richiedenti solo 80 sono stati selezionati per programmi di laurea, e 149 per master. Come nei precedenti programmi di istruzioni sponsorizzati dal governo, ci si aspetta che anche questi studenti tornino in Azerbaigian dopo la laurea e ci lavorino per cinque anni.

Ma gli esperti nell’istruzione e nella migrazione fanno presente che l’iniziativa fallisce nel risolvere la miriade di cause che sono alla base della fuga di cervelli. La principale tra esse è la mancanza di possibilità di lavoro [az] per i neolaureati e la mancanza di istruzione di qualità fornita in patria. Uno studio [az] dell’ottobre 2022 da parte del del Ministero del Lavoro e della Protezione Sociale del Popolo riporta che una persona su 25 tra i 20 ed i 25 anni non è in grado di trovare un lavoro in Azerbaigian. Di conseguenza, sebbene ci siano poche statistiche ufficiali in merito all’emigrazione dall’Azerbaigian, studi internazionali dimostrano che ci sia stato un costante aumento negli ultimi cinque anni, a seguito di un periodo di valori discendenti.

La mancanza di lavori ben retribuiti — o in generale di prospettive di lavoro — unita a norme sociali obsolete sta togliendo a molti studenti l’interesse a ritornare.

Ulkar Mammadzada, 29 anni, ha ricevuto una borsa di studio governativa sulla base di una precedente ripetizione del programma, in vigore dal 2007 al 2015. Ora lavora a Dubai come responsabile degli investimenti all’Hilton Worldwide.

Anche se il governo ha buona cura degli studenti che seguono il programma, Ulkar ha detto di non aver mai lavorato in Azerbaigian e di essersi trasferita a Dubai a seguito di una proposta di lavoro dopo la laurea. “Mi ricordo di aver fatto un colloquio con il presidente [Ilham Aliyev], che mi ha detto ‘non ci interessa se i nostri laureati restano all’estero, perché continuano a rappresentare il Paese all’estero Non ci sono troppi azeri all’estero, perciò è una buona rappresentanza’. Quindi io mi sono basata su queste parole” ha raccontato a Chaikhana Media.

“Mi piacerebbe lavorare in Azerbaigian se potessi davvero fare la differenza.. uno dei motivi per cui volevo lasciare l’Azerbaigian è stato che c’era troppa ingiustizia e ineguaglianza in troppe cose. Era così demotivante, non voglio che [l’ingiustizia] capiti a me. Non voglio restare bloccata la in cerca di un lavoro.”

Altri, come Osman Gunduz, che dirige l’Azerbaigian Internet Forum, sperano. Parlando a Chaikhana Media, Gunduz ha citato l’apertura di parchi tecnologici ed industriali e l’apertura di nuove infrastrutture energetiche verdi affinché gli studenti al momento impegnati in programmi di istruzione all’estero possano tornare in Azerbaigian e trovare posizioni idonee entro i prossimi tre-cinque anni.

Ma se i tre paesi del Caucaso meridionale riusciranno ad invertire la costante fuga di cervelli resta da vedere.

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LA RISPOSTA DEL DIRETTORE DON STEFANO STIMAMIGLIO ALLA LETTERA DI ILGAR MUKHTAROV (Famiglia Cristiana 01.03.23)

01/03/2023  Il direttore di Famiglia Cristiana, don Stefano Stimamiglio, risponde alla lettera che l’ambasciatore dell’Azerbaigian presso la Santa Sede, Ilgar Mukhtarov, ha scritto a proposito del reportage di Daniele Bellocchio sulla regione del Nagorno Karabakh

Egr. Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian

presso la Santa Sede S.

E. Ilgar Mukhtarov c/o

Addetto Stampa D.ssa Barbara Cassani bbcassani@gmail.com

 

Egregio Sig. Ilgar Mukhtarov, Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian presso la Santa Sede,

ho letto con estrema attenzione la sua lettera del 16 febbraio scorso, nella quale ci offriva la Sua replica al reportage di Daniele Bellocchio apparsa sul numero 7 di Famiglia Cristiana ed avente ad oggetto l’articolo dal titolo “L’Artsakh dimenticato”. In esso veniva rappresentata la drammatica situazione della popolazione, in maggioranza armena, residente nella regione storicamente chiamata del “Nagorno Karabakh”, che oggi è parte integrante della Repubblica dell’Azerbaigian, in seguito alla chiusura del c.d. “corridoio di Lachin”, che unisce tale regione all’Armenia. Ci preme sottolineare, in primo luogo, che tale blocco stradale, come risulta anche da numerose e documentate relazioni di Organizzazioni internazionali e Ong, sta creando grandi problemi alla popolazione ivi residente. Ci sembra, quindi, che l’articolo di Bellocchio, che ha intervistato telefonicamente alcune persone ivi residenti per raccoglierne la testimonianza diretta, documenta tale situazione oggettivamente innegabile.

In merito alla c.d. “Guerra del Nagorno Karabakh”, e alla strage di Khojaly da Lei citata, essa non poteva, per la specificità dell’argomento trattato e per il carattere divulgativo e non storico-scientifico della nostra rivista (e, di conseguenza, del pezzo) essere menzionata. Comunque, per onestà intellettuale e obiettività giornalistica, nemmeno è stata negata. Del resto l’approfondimento avrebbe richiesto di parlare anche dei contestuali pogrom di armeni a Baku, Sumgait e Kirovabad per mano azera, dei 724 mila azeri espulsi dal territorio del “Nagorno Karabakh” e dei 500 mila armeni espulsi dal Naxçivan e da altri territori dell’Azerbaigian, soprattutto dalla capitale Baku. Lo stesso conflitto del settembre-ottobre del 2020, che ha fatto registrare ancora una volta dolorose perdite umane, ha prolungato nel tempo l’instabilità di questa tormentata regione. Una, per inciso, delle più minate al mondo, con gravi conseguenze per tutti.

Tornando alla chiusura del corridoio di Lachin, vitale per chi vive nella zona, pare difficile credere che ragazzi di 18-20 anni possano, anche con motivate ragioni, creare e mantenere a lungo un blocco stradale in barba alle forze militari della Repubblica dell’Azerbaigian, che ha su quel territorio una sovranità internazionalmente riconosciuta, e al corpo di peacekeepers russi.

A questo proposito, e a conferma da quanto scritto da Bellocchio, Amnesty International, in un comunicato dello scorso 10 febbraio, ha (cito letteralmente) «lanciato l’allarme per la situazione di circa 120 mila abitanti del Nagorno-Karabakh di etnia armena, le cui vite sono a rischio per l’impossibilità di reperire beni essenziali, medicinali e cure mediche fondamentali per i malati cronici». La stessa Organizzazione «ha sollecitato le autorità dell’Azerbaigian e i peacekeeper della Russia a liberare il corridoio e porre fine alla crisi umanitaria», perché «il blocco sta avendo un impatto particolarmente grave su gruppi marginalizzati e discriminati come le donne, le persone anziane e le persone con disabilità. Le frequenti interruzioni nelle forniture di energia elettrica, gas e carburante stanno rendendo estremamente difficile la vita quotidiana». Sempre Amnesty sostiene che «gli aiuti umanitari forniti dal Comitato internazionale della Croce Rossa e dai peacekeeper russi non bastano: rispetto ai 1200 camion al giorno prima del blocco, ora ne passano da cinque a sei». Speriamo vivamente che da allora la situazione sia decisamente migliorata.

Ricordo anche che il Parlamento europeo, nella Risoluzione n. 2023/2504 (RSP) del 19 gennaio scorso, ha affermato che «sostenendo il blocco del corridoio di Lachin, l’Azerbaigian viola i suoi obblighi internazionali derivanti dalla dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, in base alla quale l’Azerbaigian deve garantire la sicurezza delle persone, dei veicoli e delle merci che circolano lungo il corridoio in entrambe le direzioni» e ha deplorato «le tragiche conseguenze umanitarie provocate dal blocco del corridoio di Lachin e dal conflitto del Nagorno-Karabakh», esortando il Suo paese «a rispettare e attuare la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 e a riaprire immediatamente il corridoio di Lachin».

Confidiamo, infine, sinceramente, per il bene della popolazione civile, che la recente misura provvisoria (“Provisional measure”) adottata dalla Corte Internazionale di Giustizia lo scorso 22 febbraio, nell’ambito del procedimento giudiziario “Application of the International Convention on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination – Armenia vs. Azerbaijan” in corso tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian, sia rapidamente messa in atto e possa così contribuire, come auspica anche Lei nella Sua lettera, e con il buon senso di entrambe le parti, a voltare pagina in questa dolorosa e lunga vicenda.

La guerra, come ci insegna il conflitto in corso tre Federazione russa e Ucraina, non lascia vincitori ma solo vittime da entrambe le parti. L’unica soluzione non può che essere, come sempre sottolinea il Santo Padre, la ricerca da parte di tutti di una pace giusta, nel rispetto della libertà della persona umana e delle sue tradizioni. Pubblicheremo il testo integrale del nostro carteggio sul nostro sito (www.famigliacristiana.it), facendone un rimando sul numero 11 di Famiglia Cristiana (in uscita il 9 marzo p.v.).

Grato della Sua disponibilità e per la comune ricerca del Bene comune, Le porgo i miei più cordiali saluti.

Don Stefano Stimamiglio

Direttore di Famiglia Cristiana

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NAGORNO KARABAKH, SENZA CIBO E GAS: L’ARTSAKH DIMENTICATO (Articolo di Daniele Bellochio)

ILGAR MUKHTAROV, AMBASCIATORE DELL’AZERBAIGIAN, E LA SUA REPLICA AL REPORTAGE DI DANIELE BELLOCCHIO

Commossi dagli armeni che aiutano i turchi Commossi dagli armeni che aiutano i turchi (Resto del Carlino 02.03.23)

La popolazione turca e quella siriana, nella notte fra il 5 e il 6 febbraio, hanno subito un devastante terremoto, a causa del quale decine di migliaia di persone sono morte sotto le macerie. Questa tragedia ha influenzato le nostre giornate e i nostri pensieri e ci ha fatto riflettere sull’accaduto, finché una notizia, di cui non si è quasi parlato sui giornali, ha colpito la nostra attenzione. Sabato 11 febbraio cinque Tir carichi di cibo, medicine, acqua e aiuti umanitari sono partiti dal suolo armeno e hanno attraversato il confine per raggiungere le zone della Turchia più colpite. Da 30 anni nessuno attraversava il confine tra Armenia e Turchia, nemiche tra loro sia a causa del genocidio armeno per mano dei Turchi, con il milione e mezzo di morti tra il 1915 e il 1923, che del sostegno che la Turchia dà ancora oggi all’Azerbaigian nel conflitto per il Nagorno-Karabakh. Di fronte alla catastrofe prodotta dal terremoto però, il popolo armeno non è rimasto a guardare e si è mosso per aiutare le vittime turche, superando antiche ostilità e conflitti in corso. Ci siamo chiesti: “Cosa spinge l’uomo a compiere questi gesti di solidarietà, nonostante l’odio e l’inimicizia?”.

E abbiamo ripensato alla poesia ‘Fratelli’ di Ungaretti, studiata pochi giorni prima in classe. In una notte di guerra il poeta, di fronte a degli sconosciuti, li riconosce come fratelli, accomunati a lui dalla stessa fragilità. Anche gli Armeni hanno riconosciuto le vittime del terremoto come persone, si sono immedesimati in loro e hanno sentito che non era giusto che soffrissero per la mancanza di riparo, cibo e coperte. Hanno scelto di superare le ostilità e aiutare i nemici riconoscendoli come fratelli. Perché questa notizia l’abbiamo subito individuata tra le altre notizie? Perché ci è sembrata corrispondere al nostro cuore? Il cuore è qualcosa di puro, sincero, che desidera la felicità fin dalla nascita e in momenti come questi, in cui ci sentiamo accomunati agli altri dalla stessa fragilità e dallo stesso destino, scopriamo che la solidarietà ci fa bene e ci rende felici. È per questo che anche noi ci siamo messi in moto per aiutare le vittime, organizzando una raccolta fondi.

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Ottantunesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Un giorno la giustizia prevarrà e arriverà la verità storica, oltre le menzogne azere (Korazym 02.03.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 02.03.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi siamo nel 81° giorno del blocco è iniziato il 12 dicembre 2022, quando un gruppo di Azeri che si definiscono “attivisti ambientalisti indipendenti” ma sostenuti dal governo dell’Azerbajgian si è accampato sull’autostrada interstatale Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert, vicino a Shushi. In questo modo è stato di fatto chiuso il Corridoio di Berdzor (Lachin), la via della vita dell’Artsakh verso l’Armenia e il mondo esterno, causando gravi carenze e difficoltà nell’ottenere beni di prima necessità. Adesso arrivano solo rifornimenti limitati, esclusivamente con i veicoli del Comitato Internazionale della Croce Rossa e delle forze di mantenimento della pace russe di stanza in Artsakh. La gente del posto subisce anche frequenti interruzioni di gas ed elettricità e fa fatica a riscaldarsi in inverno. Il 22 febbraio scorso la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha ordinato all’Azerbajgian di garantire il movimento senza ostacoli attraverso il corridoio in ambedue le direzioni. Ma l’ordine probabilmente non avrà alcun effetto in quanto non esiste alcun meccanismo per imporre all’Azerbaigian di obbedire all’ordine legalmente vincolante di aprire il corridoio. Mentre il governo dell’Azerbajgian continua a negare che la strada sia del tutto bloccata, la protesta che ha portato al blocco procede secondo le sue condizioni, mira a raggiungere i suoi obiettivi e, cosa sempre più preoccupante, rispetta il suo agenda.

A causa della scarsità di generi alimentari, alcuni hanno allestito serre improvvisate nelle loro case per coltivare verdure e altri ortaggi (Foto di Ani Balayan, fotografo di Stepanakert [QUI]).
I ragazzi riscaldano la loro classe con la stufa a legna (Foto di Ani Balayan, fotografo di Stepanakert [QUI]).
La carenza di carburante ha quasi bloccato il traffico nelle strade della capitale del Karabakh, Stepanakert. La gente del posto dipende in gran parte dai trasporti pubblici, che operano con orari limitati (Foto di Ani Balayan, fotografo di Stepanakert [QUI]).
Agricoltori a Kolkhozashen. I residenti rurali abituati a coltivare il proprio cibo sono in una posizione migliore per adattarsi alle carenze (Foto di Ani Balayan, fotografo di Stepanakert [QUI]).

L’Azerbajgian fuori dalle terre storiche armene.
Il Nagorno-Karabakh è Artsakh, non Azerbajgian
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Lilit Shahverdyan, giornalista di Stepanakert, ha scritto in un articolo La vita in Karabakh sotto il blocco alcuni giorni fa su Eurasianet [QUI]: «È opinione diffusa che il licenziamento di Vardanyan sia stato una concessione a Baku, che da tempo chiedeva la rimozione dell’”uomo di Mosca” dalla scena, sostenendo che stesse interrompendo i colloqui di pace seguiti alla vittoria dell’Azerbajgian nella seconda guerra del Karabakh del 2020» e domanda se questo «scossone nella leadership del Nagorno-Karabakh influenzerà il blocco di Baku del territorio». Fatto è, che appena rimosso Verdanyan, sono iniziati le riunioni formali tra rappresentanti dell’Azerbajgian e dell’Artsakh. Anche se l’Azerbajgian – secondo il copione della propria narrazione fake – presenta gli incontri come “un dialogo con i propri cittadini”, la realtà è ovviamente ben diversa, come si evince dai commenti del Ministeri degli Esteri della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Secondo una foto riportata pubblicata sui social media azeri, l’incontro di ieri 1° marzo 2023 sembra aver avuto luogo presso il quartier generale del comando del contingente di mantenimento della pace russo di stanza in Artsakh, nello scalo aeroportuale della Repubblica di Artsakh ad Ivanyan (Khojaly in azero), 10 km a nord-est dalla capitale Stepanakert.

L’Azerbajgian riferisce all’Aeroporto di Stepanakert come “Aeroporto di Khojaly in Azerbaigian”. L’aeroporto è sotto il controllo della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dal 1992. I voli cessarono con l’escalation della prima guerra del Nagorno-Karabakh nel 1990. Nel 2009 le autorità armene hanno avviato la ricostruzione delle strutture. Nel maggio 2012, il direttore dell’amministrazione dell’aviazione civile dell’Artsakh, Tigran Gabrielyan, ha annunciato che l’aeroporto sarebbe entrato in funzione a metà del 2012. Tuttavia l’aeroporto rimane chiuso per motivi di sicurezza, poiché l’Azerbajgian ha continuamente minacciato di abbattere gli eventuali voli.

Entro la fine del 1980 l’aeroporto serviva voli passeggeri regolari tra Yerevan e Stepanakert. Con l’escalation del conflitto del Karabakh, le autorità dell’SSR azero hanno bloccato l’SSR armeno e l’aeroporto dell’Oblast Autonomi di Nagorno-Karabakh era l’unica via di comunicazione con il mondo esterno del Karabakh. L’aeroporto è sotto il controllo della Repubblica del Nagorno-Karabakh dall’accordo di cessate il fuoco della prima guerra del Nagorno-Karabakh nel 1994.

Riportiamo il commento del Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh sul secondo incontro dei rappresentanti dell’Artsakh e dell’Azerbajgian di ieri: «Il 1° marzo si è tenuto un altro incontro tra i rappresentanti della Repubblica di Artsakh e della Repubblica di Azerbajgian con la mediazione del Comandante del Contingente di mantenimento della pace russo dislocato in Artsakh. Durante l’incontro, le parti hanno discusso questioni umanitarie nel contesto della necessità dell’immediato sblocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian. Tali incontri tra i rappresentanti dell’Artsakh e dell’Azerbajgian, mediati dal contingente russo di mantenimento della pace, si sono svolti ripetutamente a diversi livelli per discutere varie questioni tecniche, umanitarie e infrastrutturali. I partecipanti all’incontro non hanno discusso questioni relative allo status politico della Repubblica di Artsakh. I commenti fatti dalla parte azera sui risultati dell’incontro non corrispondono alla realtà. La Repubblica di Artsakh rimane impegnata nella scelta del suo popolo, che ha intrapreso il cammino dell’auto-determinazione e dell’indipendenza, sancito da un referendum nel 1991. Tali discussioni volte a risolvere questioni urgenti, in particolare lo sblocco dell’Artsakh, non possono sostituire i negoziati di pace a tutti gli effetti, necessari per raggiungere una soluzione globale del conflitto tra l’Azerbajgian e il Karabakh. Partiamo dalla necessità di ripristinare lo schema della mediazione internazionale come importante garanzia dell’irreversibilità del processo di pace. Ribadiamo inoltre che è invariata la posizione della Repubblica di Artsakh secondo cui i risultati dell’uso illegale o della minaccia della forza da parte dell’Azerbajgian non possono servire come punto di partenza sulla via della pace, della stabilità e della sicurezza».

Un giornalista dagli Stati Uniti: Nessun blocco sulla strada di Lachin [l’autostrada interstatale Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert]. La strada di Lachin [Corridoio di Berdzor (Lachin)] non è bloccata, ha detto ai giornalisti Jake Turx corrispondente senior di Ami Magazine alla Casa Bianca, riferisce Report.az. “Non ho visto alcun blocco, ho visto i veicoli passare senza ostacoli”, ha detto. Ha aggiunto di provare persino una certa delusione perché, avendo percorso una distanza così lunga, non ha potuto vedere il “blocco” che, come afferma il mondo, sta avvenendo sulla strada di Lachin. Da 78 giorni va avanti la manifestazione di protesta sulla strada Khankandi-Lachin [l’autostrada interstatale Stepanakert-Berdzor (Lachin)-Goris] contro lo sfruttamento illegale dei giacimenti minerari nella regione economica del Karabakh in Azerbajgian [la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh] (Mirmahmud Kazimoglu, 27 febbraio 2023).
Una giornalista spagnola dice che c’è nessun blocco sulla strada Khankendi-Lachin. Non c’è blocco sulla strada Khankendi-Lachin [l’autostrada interstatale Stepanakert-Berdzor (Lachin)-Goris] dove gli eco-attivisti continuano le loro azioni di protesta e i veicoli con gli aiuti umanitari si muovono liberamente lungo la strada, ha detto un giornalista spagnolo ai giornalisti, secondo Report.az. Su questa strada, i giovani chiedono di porre fine allo sfruttamento delle risorse naturali e all’estrazione mineraria dei territori, ha affermato Dee Jimenez, aggiungendo che si tratta di un’ottima iniziativa. Ha aggiunto che questa azione è pacifica (27 febbraio 2023).
«Ho effettuato numerose visite senza preavviso al Corridoio di Lachin negli ultimi giorni e ho assistito a più convogli, inclusi camion di rifornimento e veicoli della Croce Rossa, passare con facilità. Le notizie di un blocco umanitario contro le città di etnia armena nel Karabakh appaiono infondate» (Jake K. Turx).

Turx è corrispondente senior di Ami Magazine (rivista ebraica di New York) alla Casa Bianca e di Newsmax. Collabora con BBC, CNN, Fox News, New York Times, National Public Radio, ecc

«Le false testimonianze e rozze, pagate dalla dittatura azera, dimostrano solo la volontà del tiranno Aliyev di sradicare gli Armeni. Solo l’interposizione di una forza internazionale di mantenimento della pace proteggerà le popolazioni civili armene» (Avv. François Devedjian).

Altri giornalisti stranieri in un “viaggio stampa” interamente finanziato/supervisionato dal governo azero che negano l’esistenza del blocco del Nagorno-Karabakh. Turx ha detto che era deluso, avendo viaggiato così lontano per vederlo, perché ha “visto niente”. Studiando la storia dei genocidi dovrebbe sapere meglio.

Poi, per raggiungere il luogo del blocco stradale, Turx ha dovuto attraversare le aree del Nagorno-Karabakh controllate dall’Azerbajgian, qualcosa che può essere fatto solo con il permesso ufficiale delle autorità azere, certamente non senza preavviso e non senza essere visto. Coloro che sono e non sono autorizzati a visitare il sito della “eco-protesta” rendono anche evidente che la protesta si svolge esattamente come vorrebbe Baku. Mentre i giornalisti dei media filogovernativi sono stati immancabilmente presenti alla protesta, agli attivisti e ai giornalisti indipendenti è stato impedito di partecipare. I media filogovernativi hanno affermato che ai giornalisti stranieri è stato permesso di visitare il luogo della protesta, ma ciò viene fatto solo sotto stretta supervisione dei servizi speciale dell’Azerbajgian.

Complimenti per Jimenez, che sottolinea che creare un’emergenza umanitaria per 120.000 persone, tra cui 30.000 bambini è «un’ottima iniziativa», aggiungendo che questa azione (la conduzione di una guerra e della pulizia etnica con altri mezzi), «è pacifica».

Non siamo sicuri di chi abbia bisogno di sentire questa roba, ma la presenza di veicoli della Croce Rossa che passano da un’area all’altra di continuo, generalmente significa che c’è una crisi umanitaria in atto e un disperato bisogno di aiuto.

Quale pool stampa? Ho scelto di partecipare a una conferenza a Baku, tra sopravvissuti di Khojaly e giornalisti, il 26. Sono andato a Lachin la mattina seguente e sono tornato da Lachin la sera del 1° marzo. Ora, per favore dimmi chi sta impedendo agli Armeni di lasciare Stepanakert (Jake K. Turx).
Perché gli Armeni dovrebbero lasciare Stepanakert? (@arshach).
Questo è quello che farei se ci fosse “fame di massa” e una “crisi umanitaria” nella mia città (Jake K. Turx).
Sembra un modo conveniente per migrare in massa le popolazioni, basta farle morire di fame. Immagino che la tua casa non abbia importanza per te (@arskhach).

«Pensavo che avrebbe potuto essere abbastanza intelligente da aver capito l’osservazione che stavo facendo, ma forse è davvero così inconsapevole, il che spiega l’ignoranza verso l’essere usato come strumento di propaganda» (@arshach).

Perché gli Armeni dovrebbero lasciare la loro Patria? Vuoi dire che se qualcuno ha qualche problema nel suo Paese dovrebbe andarsene invece di risolverlo? Un atteggiamento senza alcuna logica. Un esempio di un soggetto del giornalista al caviale che dimostra che lo scopo del #ArtsakhBlockade è far morire di fame gli Armeni dell’Artsakh.

Riportiamo l’articolo di Daniele Bellocchio apparso sul numero 7 di Famiglia Cristiana cartaceo del 12 febbraio 2023 (pagine 30-33), che aggiorna sulla situazione tesa nel Nagorno-Karabakh a seguito della chiusura del Corridoio di Lachin, che unisce la Repubblica di Artsakh con l’Armenia). Segue la risposta stizzita dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian presso la Santa Sede e la risposta del Direttore di Famiglia Cristiana.

Un altro diplomatico che ha venduto la sua anima al diavolo per soldi sporchi ed avere salva la testa attaccata al collo. Diplomazia immorale con zero credibilità. Vergogna per aver raccontato bugie come megafono del regime dittatoriale di Ilham Aliyev.

Nagorno-Karabakh, senza cibo e gas: l’Artsakh dimenticato
La regione ora è isolata e i beni essenziali non arrivano più
L’appello all’Occidente: “Sollevatevi per noi come per l’Ucraina”
di Daniele Bellocchio
Famiglia Cristiana, 1° marzo 2023

Julietta ha 70 anni, è armena e vive a Stepanakert, la capitale del Nagorno-Karabakh, il territorio conteso del Caucaso meridionale storicamente abitato da genti armene ma formalmente parte dell’Azerbajgian. La sua vita è la rappresentazione della pervicace volontà di vivere di un popolo la cui esistenza nella storia è stata marchiata da persecuzioni e conflitti. Julietta ha vissuto la guerra degli anni ’90 quando, a seguito del collasso dell’Unione Sovietica, sui monti del Karabakh dilagò la violenza tra le forze armene che chiedevano l’annessione con Yerevan e quelle azerbajgiane che invece rivendicavano l’appartenenza della regione a Baku.

Il conflitto provocò la morte di oltre 30 mila persone e alla fine vide la vittoria degli Armeni che proclamarono la nascita della Repubblica di Artsakh, a oggi non riconosciuta da alcuno Stato al mondo. La donna ha sofferto la guerra dei 4 giorni nel 2016 e poi quella dei 44 giorni nel 2020, causata dall’aggressione da parte delle forze dell’Azerbajgian e che ha comportato 7 mila morti e 100 mila civili sfollati. Ora Julietta sta affrontando quello che verrà ricordato come il periodo dell’isolamento, perché dal 12 dicembre centinaia di attivisti azeri hanno bloccato il Corridoio di Lachin, l’unica arteria che mette in comunicazione il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Oltre 120 mila cittadini armeni che vivono nella regione del Caucaso meridionale – che prima dell’interruzione della strada importava quotidianamente 400 tonnellate di beni di prima necessità da Yerevan sono isolati dal resto del mondo: i mercati e i negozi sono vuoti, le merci mancano, le scuole sono chiuse, gli ospedali funzionano con difficoltà, i medicinali faticano ad arrivare e pure il trasferimento degli ammalati in terapia intensiva in Armenia è stato impedito: già si annovera la prima vittima a causa del blocco stradale.

«Noi Armeni dell’Artsakh abbiamo un’immunità genetica ai soprusi sviluppata nei secoli». Raggiunta telefonicamente, Julietta inizia l’intervista con ironica acutezza e prosegue raccontando: «In queste ore siamo più uniti che mai, anche se la situazione è molto difficile». La donna spiega come manchino i prodotti di prima necessità, che l’arrivo dei beni alimentari dipende soltanto dalla Croce Rossa Internazionale e dai peacekeeper (soldati delle forze di pace) russi e che la popolazione si è dimenticata ormai del gusto del caffè, dei vegetali, della frutta e che anche i farmaci iniziano a scarseggiare nelle corsie ospedaliere. Le sue parole trovano conferma nelle immagini che inondano la Rete e che mostrano centinaia di persone in fila ad attendere la propria razione di cibo, bambini impossibilitati ad andare a scuola e famiglie che si fanno forza tra loro unendosi la sera intorno a vecchie stufe a legna a causa delle continue interruzioni di gas.

Tatevik Agajanyan, ragazza di 31 anni, descrive come è mutata la sua vita dopo il 12 dicembre: «Tutto è cambiato. Dobbiamo fare la fila per ore per ricevere il cibo, molte persone non possono più lavorare, pianifichiamo le nostre attività quotidiane in base ai blackout perché abbiamo solo sei ore di elettricità al giorno. Ma questi disagi quotidiani, seppur problematici, si affrontano. Ciò che mi impensierisce è il futuro della mia terra, perché questa situazione non sembra trovare una soluzione ed è una nuova fase dell’aggressione contro gli armeni». Secondo stampa e Governo azero i cittadini azerbajgiani starebbero manifestando a difesa dell’ambiente e contro le attività estrattive nella regione, ma i difensori dei diritti umani dell’Armenia e dell’Artsakh rivelano invece che tra i manifestanti ci sono uomini delle forze di sicurezza di Baku e «attivisti appartenenti a organizzazioni finanziate dal Governo azero».

Human Rights Watch, Ong che si occupa della difesa dei diritti umani, invece si interroga sul perché una protesta di ambientalisti debba negare ai cittadini armeni il loro diritto alla libera circolazione e l’accesso ai servizi essenziali e ai beni primari. «Il mondo non deve dimenticarci», tuona Karen Ohanjanyan, cittadino di Stepanakert e fondatore della Ong Helsinki ’92. «L’Artsakh è divenuto un carcere a cielo aperto per gli armeni, le forze di interposizione russe non stanno facendo nulla per riaprire la strada e non sappiamo quanto potremo resistere in queste condizioni».

La Russia, a causa delle recenti tensioni con il Governo di Yerevan, ed essendo il principale fornitore di armi di Baku oltreché di gas che poi viene triangolato in Europa, aggirando così le sanzioni, mantiene un atteggiamento estraneo e traccheggiante. Il Parlamento Europeo invece ha lanciato appelli per scongiurare l’imminente crisi, il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken ha chiesto al Presidente azero Ilham Aliyev l’immediata riapertura del Corridoio di Lachin e Papa Francesco ha ripetutamente espresso preoccupazione per quanto sta accadendo ai cristiani del Nagorno-Karabakh. Il Governo azero però non ha mostrato alcuna volontà di porre fine all’assedio ed eloquenti sono state le parole del leader, che il 10 gennaio, in conferenza stampa, ha definito i dimostranti «il nostro orgoglio» e ha dichiarato che gli Armeni del Nagorno-Karabakh che non vogliono vivere sotto il Governo dell’Azerbajgian (che occupa il 154° posto nel World press freedom index) sono liberi di andarsene.

«Durante la guerra degli anni ’90 ho vissuto con i miei tre figli in un rifugio sottoterra per un anno, la tomba di mia madre a Shushi è stata profanata due volte e ora, dopo che Shushi è stata occupata dagli Azeri, non so più nemmeno se esiste. Niente mi farà andare via dalla mia terra», è stata la risposta di Julietta alle parole di Aliyev. Poi la donna ha concluso dicendo: «Per il popolo dell’Artsakh i Paesi occidentali sono sempre stati simbolo di giustizia e democrazia. Abbiamo sempre cercato di costruire la nostra società ed educare i nostri figli con i valori di pace e libertà dell’Occidente. Vorrei però che oggi l’Occidente si alzasse in piedi per il Nagorno-Karabakh così come sta facendo per l’Ucraina, perché anche noi armeni siamo vittime di un’aggressione».

La replica di Ilgar Mukhtarov, il nuovo Ambasciatore dell’Azerbaigian presso la Santa Sede, al reportage di Daniele Bellocchio
Famiglia Cristiana, 1° marzo 2023

Spett.le Direttore Don Stefano Stimamiglio,
vorrei innanzi tutto cogliere questa occasione per presentarmi. Solo poche settimane fa ho avuto l’onore di consegnare al Santo Padre Francesco le Lettere con cui sono stato accreditato come nuovo ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian presso la Santa Sede. Ciò, con l’apertura di un’ambasciata residente presso la Santa Sede, apre un nuovo capitolo e un avanzamento nelle nostre relazioni bilaterali. L’Azerbaigian è noto per essere un paese multiculturale, in cui rappresentanti di tutte le religioni convivono pacificamente e in armonia. I rapporti tra la Città del Vaticano e Baku hanno festeggiato nel 2022 i loro 30 anni dall’instaurazione, e sono stati caratterizzati sempre da grande dialogo, collaborazione e comunanza di intenti. Sono stati molti i progetti che in questi anni ci hanno visto collaborare, e spero che presto avremo l’occasione per conoscerci e parlarne più diffusamente.
Sarebbe per me un gran piacere. In questa sede vorrei offrire una breve replica al lungo reportage di Daniele Bellocchio pubblicato nella settimana in corso sulla vostra stimata rivista e relativo al Karabakh, chiedendo gentile pubblicazione di questa mia riflessione. L’articolo purtroppo riporta una versione parziale di quanto stia avvenendo in questi giorni sulla strada di Lachin e parte da una considerazione errata: non esiste più la cosiddetta unità territoriale “Nagorno Karabakh” in Azerbaigian, ma esiste la regione economica del Karabakh dell’Azerbaigian. Il Karabakh è una terra storica dell’Azerbaigian ed è riconosciuto a livello internazionale da tutti i paesi del mondo come parte integrante del mio paese. Vorrei ricordare in questa occasione che l’Armenia ha tenuto sotto occupazione militare il 20% del territorio internazionalmente riconosciuto dell’Azerbaigian per quasi trenta anni, causando distruzioni, rovine e morti, e che ha raggiunto il suo apice nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, quando le forze armate dell’Armenia sono state autrici di un atroce genocidio nella città di Khojaly dell’Azerbaigian, che ha causato la morte di 613 persone, tra cui 106 donne e 63 bambini. Un atto crudele che è stato riportato da media internazionali e condannato come atto di crimine contro l’umanità già da circa venti paesi nel mondo. Solo nel 2020 l’Azerbaigian è riuscito a ripristinare la sua integrità territoriale. Da allora il mio Paese è promotore di pace e di convivenza. L’Azerbaigian ha evidenziato in molte occasioni il mancato rispetto da parte dell’Armenia di quanto previsto dalla Dichiarazione firmata dai Leader di Azerbaigian, Armenia e Russia il 10 novembre 2020, in particolare il mancato ritiro delle forze armate armene dal territorio dell’Azerbaigian in violazione del paragrafo 4, l’abuso della strada di Lachin per provocazioni militari, nonché per attività economiche illegali, in violazione del comma 6, e l’ostacolo all’apertura di tutte le comunicazioni di trasporto nella regione, in violazione del comma 9. Si sottolinea che la strada di Lachin è utilizzata continuamente dall’Armenia per il trasporto di mine antiuomo, il cui posizionamento, proseguito anche all’indomani della fine della guerra, costituisce uno dei principali ostacoli alla normalizzazione della regione. Dall’agosto 2022, più di 2700 mine antiuomo prodotte in Armenia nel 2021 sono state rilevate in alcune parti dei distretti di Lachin e di Kalbajar dell’Azerbaigian. Evidentemente, tali mine sono state dispiegate nel territorio dell’Azerbaigian attraverso la strada Lachin, in palese violazione della citata Dichiarazione. Mi spiace molto che il vostro reportage non accenni a tutto questo. Per venire alle settimane in corso, come sottolineato più volte dal Ministero degli affari Esteri dell’Azerbaigian, la strada di Lachin non è stata chiusa dai manifestanti azerbaigiani: l’Azerbaigian non ha imposto alcuna restrizione al traffico, non esiste un blocco sugli armeni locali e non sussiste una cosiddetta catastrofe umanitaria. I manifestanti sono ragazzi tra i 18 e i 20 anni, giovani che protestano contro lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie dell’Azerbaigian. Aiuti umanitari, così come mezzi della Croce Rossa internazionale, transitano regolarmente. Ogni giorno si registra il passaggio di più di 50 veicoli. Le forze di pace della Federazione Russa, dislocate temporaneamente nell’area, sono incaricate dell’organizzazione del movimento dei cittadini, merci e veicoli lungo la strada, mentre i rappresentanti della società civile dell’Azerbaigian, che cercano di impedire il trasporto illegale di risorse minerarie saccheggiate, avvenuto regolarmente e già più volte denunciato, non interferiscono con le questioni relative al movimento di altri veicoli per scopi civili. Il Pontefice, nell’appello del 18 dicembre, citato nell’articolo, ha fatto riferimento alla “situazione creatasi nel corridoio di Lachin, nel Caucaso Meridionale”, manifestando preoccupazione per le condizioni umanitarie e chiedendo “a tutti coloro che sono coinvolti di impegnarsi a trovare soluzioni pacifiche per il bene delle persone”, e condividiamo le Sue parole. A tal proposito vorrei ricordare che 4000 azerbaigiani sono scomparsi dopo la prima guerra del Karabakh, e il mio paese continua a chiedere informazioni sulla loro sorte, restando per ora inascoltato.
L’Azerbaigian ha più volte esternato la sua volontà a voltare pagina, creare una nuova dimensione di pace e convivenza nella regione, garantendo a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni, uguali diritti e possibilità. L’Armenia dovrebbe fare altrettanto, e lavorare per la pace, invece di creare nuove tensioni, rivendicazioni, e ostacoli. Falsificazioni della realtà, diffuse dai media, non aiutano il già fragile processo negoziale. Certi della Vostra comprensione, colgo l’occasione per inviare i miei più cordiali saluti,
Ilgar Mukhtarov
Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian presso la Santa Sede

La risposta del Direttore di Famiglia Cristiana, Don Stefano Stimamiglio, alla lettera che l’Ambasciatore dell’Azerbajgian presso la Santa Sede, Ilgar Mukhtarov, ha scritto a proposito del reportage di Daniele Bellocchio sulla regione del Nagorno-Karabakh
Famiglia Cristiana, 1° marzo 2023

Egr. Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian presso la Santa Sede
S.E. Ilgar Mukhtarov c/o
Addetto Stampa D.ssa Barbara Cassani bbcassani@gmail.com

Egregio Sig. Ilgar Mukhtarov, Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian presso la Santa Sede, ho letto con estrema attenzione la sua lettera del 16 febbraio scorso, nella quale ci offriva la Sua replica al reportage di Daniele Bellocchio apparsa sul numero 7 di Famiglia Cristiana ed avente ad oggetto l’articolo dal titolo “L’Artsakh dimenticato”. In esso veniva rappresentata la drammatica situazione della popolazione, in maggioranza armena, residente nella regione storicamente chiamata del “Nagorno Karabakh”, che oggi è parte integrante della Repubblica dell’Azerbaigian, in seguito alla chiusura del c.d. “corridoio di Lachin”, che unisce tale regione all’Armenia. Ci preme sottolineare, in primo luogo, che tale blocco stradale, come risulta anche da numerose e documentate relazioni di Organizzazioni internazionali e Ong, sta creando grandi problemi alla popolazione ivi residente. Ci sembra, quindi, che l’articolo di Bellocchio, che ha intervistato telefonicamente alcune persone ivi residenti per raccoglierne la testimonianza diretta, documenta tale situazione oggettivamente innegabile.
In merito alla c.d. “Guerra del Nagorno Karabakh”, e alla strage di Khojaly [1] da Lei citata, essa non poteva, per la specificità dell’argomento trattato e per il carattere divulgativo e non storico-scientifico della nostra rivista (e, di conseguenza, del pezzo) essere menzionata. Comunque, per onestà intellettuale e obiettività giornalistica, nemmeno è stata negata. Del resto l’approfondimento avrebbe richiesto di parlare anche dei contestuali pogrom di armeni a Baku, Sumgait e Kirovabad per mano azera [2], dei 724 mila azeri espulsi dal territorio del “Nagorno Karabakh” e dei 500 mila armeni espulsi dal Naxçivan e da altri territori dell’Azerbaigian, soprattutto dalla capitale Baku. Lo stesso conflitto del settembre-ottobre del 2020, che ha fatto registrare ancora una volta dolorose perdite umane, ha prolungato nel tempo l’instabilità di questa tormentata regione. Una, per inciso, delle più minate al mondo, con gravi conseguenze per tutti.
Tornando alla chiusura del corridoio di Lachin, vitale per chi vive nella zona, pare difficile credere che ragazzi di 18-20 anni possano, anche con motivate ragioni, creare e mantenere a lungo un blocco stradale in barba alle forze militari della Repubblica dell’Azerbaigian, che ha su quel territorio una sovranità internazionalmente riconosciuta, e al corpo di peacekeepers russi.
A questo proposito, e a conferma da quanto scritto da Bellocchio, Amnesty International, in un comunicato dello scorso 10 febbraio, ha (cito letteralmente) «lanciato l’allarme per la situazione di circa 120 mila abitanti del Nagorno-Karabakh di etnia armena, le cui vite sono a rischio per l’impossibilità di reperire beni essenziali, medicinali e cure mediche fondamentali per i malati cronici». La stessa Organizzazione «ha sollecitato le autorità dell’Azerbaigian e i peacekeeper della Russia a liberare il corridoio e porre fine alla crisi umanitaria», perché «il blocco sta avendo un impatto particolarmente grave su gruppi marginalizzati e discriminati come le donne, le persone anziane e le persone con disabilità. Le frequenti interruzioni nelle forniture di energia elettrica, gas e carburante stanno rendendo estremamente difficile la vita quotidiana». Sempre Amnesty sostiene che «gli aiuti umanitari forniti dal Comitato internazionale della Croce Rossa e dai peacekeeper russi non bastano: rispetto ai 1200 camion al giorno prima del blocco, ora ne passano da cinque a sei». Speriamo vivamente che da allora la situazione sia decisamente migliorata.
Ricordo anche che il Parlamento europeo, nella Risoluzione n. 2023/2504 (RSP) del 19 gennaio scorso, ha affermato che «sostenendo il blocco del corridoio di Lachin, l’Azerbaigian viola i suoi obblighi internazionali derivanti dalla dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, in base alla quale l’Azerbaigian deve garantire la sicurezza delle persone, dei veicoli e delle merci che circolano lungo il corridoio in entrambe le direzioni» e ha deplorato «le tragiche conseguenze umanitarie provocate dal blocco del corridoio di Lachin e dal conflitto del Nagorno-Karabakh», esortando il Suo paese «a rispettare e attuare la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 e a riaprire immediatamente il corridoio di Lachin».
Confidiamo, infine, sinceramente, per il bene della popolazione civile, che la recente misura provvisoria (“Provisional measure”) adottata dalla Corte Internazionale di Giustizia lo scorso 22 febbraio, nell’ambito del procedimento giudiziario Application of the International Convention on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination – Armenia vs. Azerbaijan in corso tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian, sia rapidamente messa in atto e possa così contribuire, come auspica anche Lei nella Sua lettera, e con il buon senso di entrambe le parti, a voltare pagina in questa dolorosa e lunga vicenda.
La guerra, come ci insegna il conflitto in corso tre Federazione russa e Ucraina, non lascia vincitori ma solo vittime da entrambe le parti. L’unica soluzione non può che essere, come sempre sottolinea il Santo Padre, la ricerca da parte di tutti di una pace giusta, nel rispetto della libertà della persona umana e delle sue tradizioni. Pubblicheremo il testo integrale del nostro carteggio sul nostro sito (www.famigliacristiana.it), facendone un rimando sul numero 11 di Famiglia Cristiana (in uscita il 9 marzo p.v.).
Grato della Sua disponibilità e per la comune ricerca del Bene comune, Le porgo i miei più cordiali saluti.
Don Stefano Stimamiglio
Direttore di Famiglia Cristiana

[1] Coloro che accusano ancora gli Armeni del massacro di Kojaly, ascoltino l’ex Presidente dell’Azerbajgian, Ayaz Mütallibov, che afferma che il principale responsabile del massacro di Kojali è il Partito del Fronte Popolare dell’Azerbajgian. “Mi hanno incastrato per rovesciarmi”, dice. Nel gennaio 1992 scoppia la guerra del Nagorno Karabakh e nel febbraio seguente avviene il massacro di Kojali, con oltre 600 vittime civili e migliaia di dispersi. Mütallibov diventa il capro espiatorio e viene accusato di poca protezione nei confronti dei cittadini di Kojali e di scarsa presa nella gestione del Paese. Poco tempo dopo presentò le sue dimissioni e dichiarò che il massacro non era mai avvenuto, anzi che si trattasse di una messa in scena orchestrata per screditarlo di fronte alla comunità internazionale. In pratica sostenne la posizione dell’esercito dell’Armenia, la quale affermava che la popolazione era stata invitata da una settimana a lasciare la cittadina e che la maggior parte dei civili cadde sotto fuoco azero giacché nel corridoio umanitario aperto per farli defluire in Azerbajgian si erano infilati molti soldati disertori.

[2] La strage dimenticata. La storia sconosciuta del pogrom di Armeni in Azerbajgian nel 1988. I massacri di Sumgait sono stati la prima campagna di pulizia etnica che gli Azeri hanno commesso come una risposta brutale alle legittime esigenze del popolo dell’Artsakh per esercitare il loro fondamentale diritto all’auto-determinazione. Il brutale pogrom di Sumgait ha alimentato l’odio sponsorizzato dallo Stato azerbajgiano nei confronti degli Armeni e ha preceduto ulteriori episodi sanguinose di pulizie etiche perpetrate dalle autorità azere a Kirovabad, Mingechaur, Baku e altrove in Azerbajgian e in Nagorno-Karabakh. Gli Armeni sopravvissuti al pogrom di Sumgait hanno raccontato i dettagli delle atrocità compiute dagli Azeri: «Ho sentito i loro slogan con le mie orecchie: ‘Uccidi gli armeni’, ‘ti massacreremo’, ‘non ti daremo il #Karabakh’, – ha detto uno dei sopravvissuti.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]