Scandalo in Armenia: direttore del museo licenziato per aver regalato un libro al vicepresidente degli Stati Uniti (Notizie da Est 14.03.26)

La direttrice del Museo-Instituto del Genocidio Armeno, Edita Gzoyan, si è dimessa. Per diversi giorni, gli utenti dei social media hanno discusso attivamente delle possibili ragioni della sua partenza. I membri del consiglio di amministrazione del museo hanno dichiarato di ritenere che la decisione fosse collegata ai lavori di costruzione nel complesso memoriale.

In mezzo a un acceso dibattito pubblico, il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan ha detto il giorno prima che aveva personalmente chiesto a Gzoyan di presentare una lettera di dimissioni. Ha chiarito che le dimissioni non avevano alcun legame con i lavori di costruzione.

“Quando il primo ministro di un paese dice che il movimento di Karabakh non esiste più, cosa significa consegnare a un ospite straniero un libro sulla questione Artsakh? Quante persone in questo paese possono condurre la politica estera?” ha detto il primo ministro.

Edita Gzoyan ha presentato un libro al vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. Durante una visita a Yerevan, lui e sua moglie hanno visitato il museo e il memoriale dedicato alle vittime del genocidio.

L’ex direttrice del museo ha poi dichiarato ai giornalisti di aver regalato a Vance cinque libri. Uno di essi descrive ciò che definisce “l’aggressione dei Tatari Transcaucasici [Azeri] contro gli Armeni tra il 1905 e il 1921”. Gli osservatori ritengono che Pashinyan si riferisse specificamente a questo libro.

Le osservazioni del primo ministro hanno suscitato una forte reazione nella società e tra gli esperti. Un gruppo di studiosi ha emesso una dichiarazione che avverte di una “minaccia alla libertà accademica”.

Più di due dozzine di ricercatori sul genocidio provenienti da diversi paesi hanno chiesto al governo armeno di reintegrare Gzoyan nella sua posizione di direttrice del museo.

Tutti i 74 dipendenti del museo-istituto hanno inoltre fatto appello al primo ministro chiedendogli di riconsiderare la decisione di licenziare la loro direttrice. Sostengono che Edita Gzoyan sia una studiosa altamente qualificata che ha dato un contributo notevole al lavoro dell’istituto. Raymond Kevorkian, presidente del consiglio di amministrazione del museo e ricercatore sul genocidio, si è dimesso in segreto protestando insieme ad altri membri del consiglio.

Ecco cosa ha detto ancora Pashinyan about le dimissioni della direttrice del museo, insieme alla dichiarazione dei ricercatori sul genocidio e a ulteriori commenti.

  • «Armenia si libera dalla presa russo-turca»: reazione alla visita di JD Vance
  • Opinione: «Le condanne inflitte agli Armeni a Baku non si adattano all’agenda di pace»
  • Pashinyan e Aliyev ricevono il Premio Zayed per gli sforzi di pace: perché è importante

Pashinyan: «Queste sono azioni provocatorie»

Il primo ministro ha sottolineato che il governo armeno conduce la politica estera del paese.

«Un funzionario pubblico che dice o fa qualcosa in contraddizione con la politica estera perseguita dal governo dovrebbe essere rimosso», ha detto.

Nikol Pashinyan ha anche descritto le azioni della direttrice del museo come «provocatorie».

«Siamo uno Stato, o siamo un club amatoriale dove ognuno mette alla prova il proprio potenziale creativo?» ha detto.

Il primo ministro ha aggiunto che guida uno Stato che opera secondo una logica di governo ben definita.

Araratto rimosso dai timbri di confine dell’Armenia – un inchino verso la Turchia?

La decisione di rimuovere l’immagine della montagna — vista in Armenia come simbolo nazionale, sebbene si trovi nell’odierna Turchia — ha provocato una valanga di critiche non solo dall’opposizione ma da una gran parte del pubblico

I ricercatori sul genocidio descrivono la posizione del governo come “interferenza politica”

Poco dopo i commenti del primo ministro, più di una dozzina di studiosi provenienti da università e centri di ricerca negli Stati Uniti e in Europa hanno emesso una dichiarazione.

I ricercatori sul genocidio hanno espresso preoccupazione per cui Edita Gzoyan si sia dimessa “sotto pressione del governo piuttosto che di propria volontà”.

La loro dichiarazione afferma che le autorità hanno rimosso la direttrice del museo dalla sua posizione dopo la visita del vicepresidente Vance al museo. Durante quella visita, Edita Gzoyan ha parlato non solo del genocidio del 1915 ma anche dei massacri degli Armeni a Sumgait, Kirovabad e Baku. Ha sottolineato quello che la dichiarazione descrive come la continuità storica della violenza contro gli Armeni nella regione.

Gli studiosi indicano anche quella che chiamano “una tendenza preoccupante a silenziare voci accademiche indipendenti per motivi di opportunità politica”.

I ricercatori sul genocidio sottolineano che il museo è un’istituzione scientifica. Dicono che la leadership debba essere protetta dall’interferenza politica.

Essi sostengono che rimuovere Gzoyan dalla sua posizione metta a rischio il futuro dell’istituto e potrebbe danneggiare la sua reputazione nella comunità accademica internazionale.

Gli studiosi che hanno firmato la dichiarazione chiedono al governo armeno di:

  • astenersi dall’interferire nel lavoro della leadership del museo-istituto
  • rispettare l’indipendenza dell’istituzione
  • permettere alla Dott.ssa Gzoyan di continuare il suo lavoro senza pressioni o interferenze politiche.

110° anniversario del Genocidio Armeno: «Il riconoscimento internazionale non è tra le priorità del governo»

Una parte significativa della società considera inaccettabile il cambiamento di posizione del governo su questa questione. Ecco cosa è cambiato nell’approccio delle autorità — e cosa hanno da dire gli esperti.

 

110th anniversary of the Armenian Genocide

 

Un’ex membro del consiglio di amministrazione del museo-istituto, etnografa Hranush Kharatyan, ha detto:

«Per trenta anni abbiamo detto che la leadership dell’Azerbaigian modella narrazioni specifiche per il patrimonio accademico.

Ora sembra che il nostro primo ministro sia entrato in questo spazio e abbia iniziato a definire i limiti della libertà accademica e ciò che i centri di ricerca possono dire.

Non è chiaro cosa accadrà, ad esempio, alle opere prodotte e pubblicate negli ultimi 30 anni. Saranno anch’esse considerate azioni provocatorie o no?

Stiamo tornando al 1937 e raccoglieremo le nostre pubblicazioni dalle biblioteche, comprese quelle conservate nelle biblioteche di tutto il mondo? Oppure la letteratura contemporanea scritta in linea con le priorità politiche diventerà ‘progressiva’, mentre le figure rispettate che scrivono testi ‘non provocatori’ diventeranno gli studiosi riconosciuti? Stiamo tornando a una triste situazione dal passato.”

La analista politica ed esperta di relazioni internazionali Sossi Tatikyan ha scritto sul suo profilo Facebook:

«Edita Gzoyan non è una nazionalista radicale. Non è uno strumento di guerra ibrida. Non ha opinioni estremiste. È una studiosa equilibrata, laboriosa, onesta e modesta che conduce la ricerca e la diplomazia accademica in buona fede.

Ha anche cercato di bilanciare il revisionismo storico aggressivo, sistematico e diretto dallo stato condotto contro l’Armenia da pseudo-ricercatori azero.

La politica estera dell’Armenia oggi deve essere pragmatica. In questo tempo non c’è alternativa a ciò. Ma esiste la diplomazia accademica, e non dovrebbe essere equiparata alla politica ufficiale. Deve rimanere libera, altrimenti cesserà di essere accademica.”

‘Baku riscrive la storia e minaccia l’Armenia’ – sulla narrativa della ‘Azerbaigian Occidentale’

Tatevik Hayrapetyan, esperta dell’Azerbaigian, su se Baku si stia preparando alla pace — e sul perché stia chiamando tutto l’Armenia “Azerbaigian occidentale”

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Armenia crocevia del Caucaso: a Chioggia un incontro per capire gli equilibri internazionali (Chioggianotizie 13.03.26)

CHIOGGIA – Venerdì 13 marzo alle ore 17.30, nella sala S. Filippo Neri a Chioggia, si terrà l’incontro pubblico “Armenia crocevia del Caucaso”. L’Armenia non viene nominata spesso nei mass media italiani, ma a detta del relatore Pier Paolo Faggi, che abbiamo raggiunto telefonicamente nei giorni che hanno preceduto l’incontro, si tratta di “un esempio fondamentale dell’andamento delle relazioni internazionali soprattutto in aree di crisi”.

L’Armenia è da millenni sia est che ovest, perciò territorio strategico, in cui troviamo rapporti complessi sia a livello spaziale che temporale. Il rapporto altalenante con la Russia, i difficili rapporti con la Turchia e l’Azerbaigian. Con la Turchia si è giunti al culmine col Genocidio degli Armeni (1915-1923), mentre con l’Azerbaigian basti pensare alla recente conquista del territorio del Nagorno-Karabakh tra il 2020 e il 2023.

“Oggi la Cina, l’India, la Russia e gli Stati Uniti vedono l’Armenia e tutta la regione sub-caucasica come uno di quei gangli fondamentali chiamati hub regionali strategici per le relazioni est-ovest”, afferma Faggi, facendo riferimento alla nuova Via della Seta.

Quali sono i rapporti tra Armenia e Italia“I rapporti sono buoni, ma sono stati scavalcati in termini di importanza. L’Azerbaigian è uno dei principali fornitori di idrocarburi dopo che è venuto meno l’apporto russo. Si pensi alla TAP che arriva in Puglia. Anche l’Italia e l’UE hanno taciuto sui diritti degli armeni di fronte alla conquista dell’Azerbaigian”.

Pier Paolo Faggi l’Armenia la conosce profondamente e ne ha scritto in diversi libri. Che cosa lo ha catturato così tanto di quella nazione? “Avendo una formazione geografica certamente mi ha affascinato il suo aspetto territoriale, questa frammentazione e questa unione che la caratterizza. Inoltre l’aspetto culturale, derivato dalla diaspora, in cui si possa essere profondamente legati a un territorio ma anche parte di una idea di cittadinanza globale”.

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L’analogia con la Shoah dell’autocrate Azero Aliyev contro i prigionieri Armeni a Baku distorce la realtà storica e la strumentalizza (Korazum 13.03.26)

L’Istituto Lemkin per la prevenzione del genocidio ha espresso ieri in una Dichiarazione profonda preoccupazione per le recenti dichiarazioni del Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, il quale ha paragonato i detenuti politici e i prigionieri di guerra Armeni ai leader nazisti condannati al processo di Norimberga. Durante un’intervista del 13 febbraio con il canale televisivo France 24, Aliyev ha affermato: “Chiedere la liberazione degli ex leader del Nagorno-Karabakh è la stessa cosa, se non peggio. I loro crimini sono peggiori di quelli commessi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale”. Aliyev ha poi sostenuto che le richieste di liberazione dei detenuti Armeni equivalgono a chiedere agli Alleati di liberare i funzionari nazisti prima della loro condanna. Questa dichiarazione è particolarmente pericolosa nel contesto della guerra di aggressione israelo-americana contro l’Iran, che ha proiettato l’Azerbajgian in una posizione di alleato cruciale in tempo di guerra, garantendo al Presidente Aliyev un’impunità ancora maggiore di quella di cui ha goduto finora.

Il paragone di Aliyev non riflette la realtà storica. La distorce. La strumentalizza.

Le dichiarazioni di Aliyev sono state rilasciate pochi giorni dopo il suo incontro con il Vicepresidente statunitense JD Vance, che aveva sollevato la questione del rilascio degli ostaggi Armeni ancora detenuti a Baku. Le affermazioni di Aliyev dimostrano il suo continuo disprezzo per la leadership statunitense, le cui minime richieste a favore degli Armeni vengono sistematicamente ignorate. La sua retorica è inoltre un chiaro esempio di “imitazione”, una tattica comune utilizzata dai leader accusati di gravi violazioni del diritto internazionale. Sebbene non vi siano prove credibili che alcuno degli Armeni attualmente detenuti a Baku abbia commesso crimini, tanto meno crimini contro l’umanità e genocidio (alcuni di loro sono in realtà prigionieri di guerra che l’Azerbajgian avrebbe dovuto restituire all’Armenia nel 2020), Aliyev e il suo governo sono accusati da osservatori credibili ed esperti legali internazionali, tra cui quelli dell’Istituto Lemkin, di genocidio e crimini contro l’umanità per la loro condotta nel Nagorno-Karabakh (Artsakh).

Nel settembre 2023, l’esercito azero ha attaccato e invaso la Repubblica di Artsakh, uno stato di fatto indipendente con una popolazione composta per il 99% da Armeni, provocando lo sfollamento forzato dell’intera popolazione della regione, oltre 100.000 Armeni. Esperti indipendenti, tra cui l’ex Procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, hanno stabilito che il blocco imposto dall’Azerbajgian per 10 mesi e l’attacco militare di settembre 2023 dimostravano un intento genocida. Il rapporto di 127 pagine dell’Istituto Lemkin, Fattori di rischio e indicatori del crimine di genocidio nella Repubblica di Artsakh: applicazione del quadro di analisi delle Nazioni Unite per i crimini atroci al conflitto del Nagorno-Karabakh, pubblicato il 5 settembre 2023, analizza in dettaglio l’intento genocida dell’Azerbajgian nei confronti degli Armeni dell’Artsakh. Anche l’Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio ha successivamente concluso che l’Azerbajgian aveva commesso atti di genocidio contro gli Armeni. Nell’ambito del suo attacco, l’Azerbajgian ha preso in ostaggio numerosi funzionari del governo dell’Artsakh, che da allora sono stati sottoposti a condizioni di detenzione disumane e a processi farsa.

L’Istituto Lemkin considera il Presidente Aliyev il leader di uno stato genocida, uno stato le cui istituzioni sono permeate da un’ideologia genocida, le cui politiche sono plasmate da programmi genocidi e la cui retorica genocida funge da importante contrappeso alla legittimità interna. Il Presidente Aliyev ha istituzionalizzato l’armenofobia genocida in tutte le agenzie statali e nella vita pubblica. Prima del 2023, nei suoi discorsi pubblici si riferiva spesso agli Armeni come “cani”, “sciacalli”, “conigli” e terroristi. Dopo la guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, ha costruito un Parco dei Trofei a Baku per celebrare la presunta vittoria dell’Azerbajgian nel conflitto, che comprendeva modelli di cera disumanizzanti di soldati Armeni morti e morenti, con tratti esagerati e grotteschi che i visitatori Azeri erano incoraggiati a deridere. Essendo uno degli atti più apertamente e sfacciatamente razzisti del XXI secolo, il Parco dei Trofei ha attirato l’attenzione e le critiche del mondo occidentale, e l’Azerbajgian è stato costretto a rimuovere i modelli di cera. Tuttavia, il Parco dei Trofei è rimasto, così come l’armenofobia genocida che lo ha ispirato.

A quanto pare, in cambio del via libera della comunità internazionale all’invasione dell’Artsakh, il Presidente azero ha dovuto smorzare i toni della sua retorica armenofoba. Ora, invece di urlare insulti, persegue false accuse contro gli Armeni ancora sotto il suo controllo e giustifica le sue azioni illegali paragonandoli a criminali di guerra nazisti e artefici di un genocidio. L’unico “crimine” commesso dai rappresentanti Armeni dell’ex governo dell’Artsakh detenuti a Baku è quello di aver esercitato il loro diritto all’autodeterminazione e di aver cercato di proteggere gli abitanti Armeni dell’enclave – la cui presenza risale a quattromila anni fa – dall’aggressione azera. Purtroppo, i leader mondiali sembrano fin troppo disposti a tollerare i crimini internazionali commessi dall’autocrate genocida ormai rispettabile, la cui influenza è stata in parte resa possibile dalla loro politica di appeasement, che gli ha persino concesso l’onore di ospitare la COP29 nel 2024.

Oltre a rispecchiare la situazione, le dichiarazioni del presidente Aliyev illustrano un’altra tattica comune ed estremamente efficace impiegata dagli stati genocidi: quella che gli psicologi chiamano DARVO: Deny, Attack, and Reverse Victim and Offender (Negare, Attaccare e Invertire Vittima e Carnefice). Aliyev nega le accuse credibili di atrocità. Attacca gli Armeni definendoli presunti criminali di guerra. Poi ribalta la realtà, ritraendo l’Azerbajgian come la vera vittima e gli Armeni come una minaccia esistenziale. Tale retorica non si limita ad aumentare le tensioni, ma incoraggia a considerare il genocidio giustificato.

Le dichiarazioni di Aliyev costituiscono una pericolosa forma di negazionismo del genocidio. In poche frasi che minimizzano la Shoah, egli nega simultaneamente la distruzione della vita armena nel Nagorno-Karabakh (Artsakh). Egli nega ogni responsabilità per gli spostamenti forzati di massa orchestrati dal suo governo. E, in modo imperdonabile, minimizza la Shoah abusandone come copertura per i suoi obiettivi genocidi nel Caucaso meridionale. Bisogna ricordare che la Shoah fu un tentativo sistematico di annientare gli Ebrei europei ed è uno dei genocidi più completi e pervasivi della storia umana. Sei milioni di Ebrei furono assassinati dai nazisti e milioni di altre persone persero la vita nella guerra globale iniziata dai nazisti. È impossibile che un crimine internazionale sia “peggiore” della Shoah, o, per citare Aliyev, “peggiore di ciò che hanno fatto i nazisti”. Invocarlo per giustificare la continua detenzione di prigionieri Armeni che difendevano la loro patria sminuisce la storia unica e il peso morale della Shoah.

La prevenzione del genocidio richiede accuratezza. Non permette ai leader di usare falsi paragoni per distogliere l’attenzione dagli abusi presenti. La comunità internazionale deve contrastare la continua retorica genocida del Presidente Aliyev contro gli Armeni e il territorio sovrano armeno, al fine di promuovere la chiarezza nei dibattiti sul genocidio. Non deve tollerare la sua negazione del genocidio.

La continua detenzione e il perseguimento penale di prigionieri Armeni in Azerbajgian sollevano serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario. La Terza Convenzione di Ginevra richiede un trattamento umano e vieta i procedimenti giudiziari coercitivi contro i prigionieri di guerra. Durante l’intero processo, sono emerse prove di torture inflitte dalle autorità azere competenti ai prigionieri Armeni. Amnesty International e altre organizzazioni hanno espresso preoccupazione per i diritti degli ex leader dell’Artsakh catturati, in particolare per quanto riguarda il loro diritto a un giusto processo. L’Azerbajgian deve rilasciare questi detenuti o garantire procedimenti legali trasparenti, in conformità con i suoi obblighi internazionali.

La storia dimostra che gli autori di atrocità spesso si affidano a una retorica estremista per legittimare misure straordinarie. Descrivono i gruppi presi di mira come criminali, terroristi o nemici esistenziali. Invocano traumi passati per giustificare la repressione presente. Presentano la punizione collettiva come una necessità morale. Tali dinamiche fungono da segnali premonitori di ulteriori abusi.

L’Istituto Lemkin esorta il governo azero a cessare la sua retorica disumanizzante e genocida contro gli armeni, ad astenersi dall’utilizzare la Shoah per giustificare i propri crimini e a rilasciare immediatamente tutti i prigionieri armeni. Poiché lo stesso Presidente Aliyev ha dichiarato che non lo farà, la comunità internazionale deve esercitare pressioni su di lui affinché lo faccia. Una pressione coordinata deve essere esercitata in particolare sulla persona del Presidente Aliyev, che si affida in larga misura al favore del mondo occidentale per mantenere il potere. Se il mondo occidentale non agirà e continuerà a incoraggiare il Presidente azero, si troverà ad affrontare problemi ancora peggiori in futuro. Maggiore sarà l’impunità concessa al Presidente Aliyev, più egli cercherà di realizzare il suo sogno di un “Grande Azerbajgian” che includa l’attuale Repubblica di Armenia sovrana. La prevenzione del genocidio richiede chiarezza.

I leader che proiettano le proprie azioni sulle vittime promuovono atrocità di massa anziché affrontarle. Minano la giustizia anziché difenderla. La comunità internazionale non deve permettere che la memoria storica venga manipolata al servizio di programmi genocidi in corso.

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L’Artsakh era, è e sarà sempre armeno

Unione europea, l’obiettivo è di consolidare il rapporto con l’Azerbaigian (Metropolitanamagazine 13.03.26)

l presidente del Consiglio europeo António Costa, col fine di accrescere i rapporti con l’Azerbaigian, si è recato mercoledì a Baku per incontrare il presidente Ilham Aliyev. L’obiettivo di lavorare su numerosi aspetti, tra cui la sicurezza, la difesa e l’energia, si mostra importante specie nel contesto geopolitico attuale con l’escalation del conflitto in Medio Oriente. Costa ha voluto ribadire la «piena solidarietà dell’Unione europea con il popolo dell’Azerbaigian».

L’Unione europea intenzionata a rafforzare il rapporto con l’Azerbaigian

Il ruolo dell’Azerbaigian si è rivelato indispensabile dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti-Israele contro l’Iran, poiché ha contribuito all’evacuazione di circa 1.800 persone dall’Iran (tra cui alcuni cittadini europei). Il presidente del Consiglio europeo ha colto l’occasione del briefing congiunto con Aliyev per apprezzare nuovamente l’aiuto che la nazione asiatica ha fornito ai cittadini per favorirne il rimpatrio. Gli ultimi eventi sembrano porre le basi ideali per una cooperazione più stretta tra Unione europea e Azerbaigian, per questa ragione Bruxelles e Baku stanno valutando legami aggiuntivi che vadano oltre quelli energetici.

Costa ha dichiarato che il Corridoio meridionale del gas (una delle iniziative della Commissione europea) si è rivelato indispensabile per consentire la diversificazione delle fonte di approvvigionamento energetico. Ha poi ribadito che «la sicurezza energetica è una pietra miliare della cooperazione tra Ue e Azerbaigian». Successivamente sono stati inseriti altri due punti importanti. In primo luogo l’intenzione di «mobilitare investimenti e finanziamenti privati per sostenere la transazione energetica dell’Azerbaigian». In secondo luogo di incoraggiare l’inserimento di aziende europee specializzate in fonti di energia rinnovabile.

La pace tra Azerbaigian e Armenia sta rafforzando il potenziale economico della regione

Simultaneamente, anche lo sviluppo del Corridoio di Mezzo (rotta commerciale e logistica strategica) si prospetta essere un’opportunità decisiva per creare nuovi collegamenti di trasporto. «Il completamento del collegamento ferroviario Baku-Nakhchivan sarebbe essenziale a questo proposito. Migliorando la resilienza commerciale tra l’Europa e l’Asia, possiamo creare posti di lavoro, promuovere la crescita e rafforzare le nostre economie insieme» ha affermato Costa. In questo scenario subentra, dopo decenni di conflitto, anche l’accordo di pace firmato tra Azerbaigian e Armenia. Un cambiamento che, quasi nell’immediato, sta rafforzando il potenziale economico della regione. Aliyev ha sottolineato: «Dopo aver raggiunto un accordo di pace preliminare con l’Armenia, sono emerse nuove opportunità per espandere il Corridoio di Mezzo».

Stefania Cirillo

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Riccione, la lezione del Savioli: quando la solidarietà non è un selfie (Gazzettaemiliaromagna 12.03.26)

Si sono spenti i riflettori sulla serata di gala di ieri, 11 marzo, ma resta acceso il fuoco di una comunità che sa ancora guardarsi in faccia. Tra i tavoli dell’Alberghiero, la Dott.ssa Vardanyan e “Zia Cri” hanno servito molto più di una cena: hanno restituito dignità a chi pensava di averla persa.

Di Loredana Mendicino       

RICCIONE – Chi si aspettava la solita passerella di politici in cerca di voti e tartine omaggio è rimasto deluso. Ieri sera, all’IPSSEOA “Severo Savioli”, l’aria che si respirava non era quella stantia dei protocolli e delle fasce tricolori da esibire, ma quella frizzante di una cucina che lavora per una causa vera. Il “Gala per le Famiglie” non è stato un semplice evento: è stato un manifesto politico e umano.

 

 

La Dottoressa Goar Vardanyan, criminologa, è stata l’anima dell’iniziativa. Ha saputo trasformare il suo vissuto personale — quel dramma del terremoto in Armenia che insegna sulla pelle cosa significhi perdere ogni cosa in un secondo — in un motore di rinascita per il territorio riccionese. Insieme al Dirigente Pasquale D’Andola e al Prof. Davide Bernardi, ha dimostrato che la scuola può dismettere i panni polverosi della teoria per diventare braccio armato del sociale; senza squilli di tromba, senza la pretesa di dare lezioni dal pulpito, ma mettendosi concretamente al servizio.

Il sapore della riscossa

Nelle cucine, il clima di ieri sera era elettrico. Gli studenti, sotto la guida ferrea e materna di Cristina Lunardini, hanno dimostrato che l’eccellenza non abita solo nei ristoranti stellati o nei salotti della “Riccione bene”, ma ovunque ci sia cuore. La “Zia Cri”, svestiti i panni televisivi di Rai 1, si è confermata una fuoriclasse della concretezza, coordinando i ragazzi in un servizio impeccabile che ha onorato le famiglie in difficoltà presenti.

Il supporto logistico dell’Hotel Rex e della Cooperativa Il Gesto, unito alla presenza silenziosa ma costante di CaritasCroce Rossa e Associazione Nazionale Carabinieri, ha creato quella rete di protezione che troppo spesso le istituzioni “ufficiali” dimenticano di tessere, perse come sono in sterili burocrazie. Proprio in questo contesto, la Dottoressa Vardanyan ha voluto dedicare un pensiero speciale a ogni donna che le è stata di supporto logistico, in questa come in altre occasioni, omaggiandole con una rosa rossa: un gesto di gratitudine autentica. Presente all’evento La Sindaca di Riccione Daniela Angelini la quale ha sottolineato che, come istituzione, vorrebbe poter fare di più ma non è sempre possibile, facendo trapelare in modo elegante che talvolta la macchina burocratica impedisce la libertà.

Un altro momento emozionante è stato la premiazione di un’allieva dell’istituto e del Professor Davide Bernardi che, per la loro eccellenza, hanno ricevuto in premio un soggiorno presso il prestigioso Grand Hotel Osman di Atena Lucana, in provincia di Salerno. Il premio è stato generosamente offerto dalla famiglia Cimino, nome di spicco dell’imprenditoria nell’hotellerie d’alto livello e proprietaria della catena Gruppo Cimino Hotels, una realtà che conferma ancora una volta il proprio legame con la valorizzazione del talento e della formazione professionale.

 

Il bene non ha bisogno di maschere

In un’epoca dominata dall’ipertrofia dell’Io, dove anche un gesto di carità dev’essere monetizzato in termini di “like”, ieri si è assistito alla vittoria della discrezione. Gli organizzatori hanno schivato flash e interviste, lasciando che a parlare fossero i fatti e il protagonismo delle famiglie meno abbienti.

È un contrasto stridente rispetto a certe “consorterie della beneficenza” che pullulano non lontano da qui. Parlo di quei salotti dove la solidarietà diventa un ballo in maschera, tra hotel di lusso, abiti rinascimentali e cinque giri di collane al collo. Lì, il VIP di turno è l’esca per nutrire il narcisismo di chi organizza, riempiendo i social di foto di se stessi “mentre fanno del bene”, rigorosamente agghindati come pavoni.

Ieri sera a Riccione, invece, si è seguita un’altra via: quella di chi muove le fila da dietro, quasi in segreto. Una lezione di stile che profuma di Vangelo e che ricorda ai professionisti del protagonismo una verità elementare: il bene, quando è vero, non ha bisogno di travestimenti. Si fa, e basta.

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Clero filo-russo minaccia la pace in Armenia? (Corrierepl.it 12.03.26)

Clero filo-russo – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha lanciato un allarme al Parlamento europeo: alcune figure del clero armeno, legate principalmente alla Russia, starebbero agendo come agenti di influenza straniera, cercando di ostacolare il processo di pace con l’Azerbaigian e di riaccendere il conflitto nel Nagorno-Karabakh.

Secondo Pashinyan, questi ecclesiastici avrebbero sfruttato le emozioni dei rifugiati armeni fuggiti dal Karabakh dopo la riconquista azera del 2023, diffondendo disinformazione anche a livello europeo. Alcuni di loro avrebbero inoltre ricevuto sostegno da residenti in Russia e da oligarchi filo-bielorussi.

Clero filo-russo minaccia la pace in Armenia

Il processo di pace, formalizzato con un accordo firmato alla Casa Bianca l’8 agosto 2025 tra Armenia e Azerbaigian, ha segnato il primo anno senza vittime negli scontri tra i due Paesi dalla indipendenza armena nel 1991.

Sono in corso anche nuove connessioni commerciali e di trasporto tra Yerevan e Baku, considerate un dividendo economico e strategico della pace.

Tuttavia, il contesto regionale resta delicato. La guerra del 2023 ha evidenziato il fallimento delle forze di pace di Mosca, mentre l’invasione dell’Ucraina da parte del Cremlino nel 2022 ha spinto Armenia, Georgia e Moldavia a cercare un avvicinamento all’Unione Europea come forma di garanzia di sicurezza.

Intanto, l’UE segue da vicino le prossime elezioni armene del 7 giugno 2026, preoccupata che forze filo-russe possano tentare di sostituire Pashinyan con candidati allineati a Mosca.

A tal fine, Bruxelles invierà osservatori elettorali, esperti in minacce ibride e stanzierà 15 milioni di euro per supportare l’Armenia nella tutela della propria sovranità e nella lotta all’influenza straniera. Parallelamente, l’UE intensifica il dialogo con Baku, considerando l’Azerbaigian centrale nella riduzione della dipendenza energetica europea dalla Russia grazie al Corridoio Meridionale del gas. L’equilibrio tra stabilità interna, pace regionale e influenza esterna rimane dunque il principale nodo politico per l’Armenia, che dovrà saper bilanciare sicurezza, sviluppo e democrazia nelle prossime sfide elettorali e diplomatiche.

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Il premier armeno a Strasburgo: come è nata la pace e cosa significa per l’adesione all’Unione europea (Notizie.it 12.03.26)

Il primo ministro armeno ha collegato la svolta del 2026 a fattori internazionali e a una nuova consapevolezza storica, rilanciando il percorso di riforme verso l’adesione all’Unione europea e segnalando ostacoli politici regionali.

Il primo ministro Nikol Pashinyan è intervenuto in seduta plenaria davanti ai deputati del Parlamento europeo, portando un quadro della recente normalizzazione con l’Azerbaigian e riaffermando le ambizioni di avvicinamento all’Unione europea. Nel suo discorso Pashinyan ha sottolineato come la pace raggiunta nel 2026 sia il frutto di fattori internazionali e di una rinnovata consapevolezza storica tra i popoli della regione. L’intervento ha toccato sia aspetti geopolitici sia le riforme interne che, a suo avviso, rendono l’Armenia più vicina agli standard europei.

Di fronte all’Aula, il presidente del governo armeno ha richiamato l’attenzione sui passaggi pratici del percorso di integrazione e sui limiti politici che permangono nel contesto regionale. Ha inoltre evidenziato la necessità di proseguire con le riforme interne per soddisfare i criteri di vicinanza all’Unione europea, pur riconoscendo che alcuni ostacoli esterni restano determinanti per l’evoluzione del processo di adesione.

Perché la pace del 2026 è stata possibile

Nel suo ragionamento Pashinyan ha attribuito a un mix di elementi la possibilità della ritrovata serenità tra Armenia e Azerbaigian. Ha citato il contributo di attori esterni e il cambiamento di approccio delle élite locali: in particolare ha indicato l’impegno personale del presidente degli Stati UnitiDonald Trump, come uno dei fattori che hanno reso praticabili negoziati fino ad allora giudicati improbabili. Accanto a questo elemento esterno, Pashinyan ha richiamato la necessità di riconoscere una storia condivisa dell’ultimo secolo che lega i destini dei due Paesi in modi spesso trascurati dalle narrative conflittuali.

La dimensione storica e strategica

Secondo il premier, la presa d’atto di una interconnessione storica ha creato le condizioni per approcci pragmatici al futuro, aprendo spazi di fiducia e riconciliazione necessari per negoziare questioni territoriali e di sicurezza. Questa lettura valorizza non solo i negoziati diplomatici ma anche un lavoro culturale e politico volto a cambiare la percezione reciproca tra le società.

Le prospettive di adesione all’Unione europea

Pashinyan ha detto chiaramente che la Repubblica di Armenia è pronta ad avvicinarsi all’Unione europea nella misura in cui l’Unione lo riterrà opportuno, indicando come priorità il consolidamento delle riforme interne. Ha però segnalato che il principale ostacolo all’avanzamento del processo di adesione è da collegare a uno stallo politico regionale: il blocco del dialogo sull’annessione della Georgia condiziona, a suo dire, le dinamiche politiche più ampie che riguardano i rapporti fra Bruxelles e il Caucaso.

Tra riforme interne e vincoli esterni

L’intervento di Pashinyan ha ribadito che la strada verso l’integrazione europea non è solo tecnica ma profondamente politica: le riforme devono procedere in modo credibile, mentre le dinamiche regionali e la posizione degli Stati membri influenzano i tempi e le modalità dell’avvicinamento. La lettura proposta dal premier invita a considerare l’adesione come un processo basato su meriti e condizioni geopolitiche.

Il contesto parlamentare e le altre priorità in discussione

L’audizione si è inserita in una settimana densa di temi nell’Aula: oltre alla querelle sull’aggiornamento del regolamento sul rimpatrio, che ha polarizzato gruppi politici e rischia di ricomporre alleanze tra popolari e forze di destra, i deputati hanno affrontato dossier sull’allargamento, sulla crisi abitativa, sulla difesa europea e su tensioni internazionali nel Medio Oriente. Questi temi erano all’ordine del giorno nelle sessioni di martedì e mercoledì, mentre il Parlamento preparava posizioni in vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo.

Tra le questioni pratiche più discusse figurano proposte su centri di espulsione extra Ue, detenzioni legate al rimpatrio, e misure per rafforzare diritti dei viaggiatori e tutela dei minori online. Questi dossier illustrano come il quadro interno dell’Unione e le sue politiche migratorie restino centrali nel dibattito politico, in parallelo con le questioni esterne che Pashinyan ha portato all’attenzione dei parlamentari.

Conclusione

La testimonianza di Nikol Pashinyan davanti al Parlamento europeo ha posto in rilievo sia i fattori esterni che quelli interni che hanno contribuito alla pace del 2026, e ha rimarcato come l’Armenia intenda proseguire il percorso di riforme verso l’avvicinamento all’Unione europea. Allo stesso tempo l’intervento ha evidenziato che le sorti del processo di adesione rimangono legate a equilibri regionali e a decisioni politiche che coinvolgono più attori, nazionali e internazionali.

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Eurovision 2026: per l’Armenia SIMÓN con “Paloma Rumba” (Eurofestivalitalia 11.03.26)

Sarà SIMÓN, con il brano Paloma Rumba, a rappresentare l’Armenia all’Eurovision Song Contest 2026. L’artista è stato scelto internamente dall’emittente ARMTV.

SIMÓN ha affermato:

Per molti anni ho sognato di esibirmi sul grande palco dell’Eurovision Song Contest, e oggi il mio sogno si è finalmente avverato. Questo momento è il risultato di anni di duro lavoro e di incrollabile convinzione. Spero che la mia canzone ispiri un senso di libertà, vi riempia di energia e vi ricordi che a volte per realizzare i propri sogni basta un passo coraggioso fuori dalla propria zona di comfort. 

La canzone dell’Armenia per l’Eurovision 2026, intitolata rappresenta un inno di ribellione contro la monotonia della routine quotidiana. Il brano simboleggia la liberazione di una colomba che, dopo una lunga prigionia, ritrova finalmente la gioia del volo e il coraggio di abbandonare la propria zona di comfort.

Attraverso un testo ironico e la produzione energetica di SIMÓN, l’opera racconta la storia di chi decide di lasciare un lavoro insoddisfacente per assecondare le proprie passioni e il ritmo del proprio cuore. Il team creativo dietro questo progetto vanta nomi di rilievo come la compositrice Lilit Navasardyan e un gruppo di autori che include David TserunyanEva Voskanyan e Rosa Linn, già nota al pubblico per aver rappresentato il paese a Torino nel 2022.

L’Armenia concorrerà nella Seconda Semifinale dell’Eurovision Song Contest 2026, giovedì 14 maggio.

Chi è SIMÓN

Originario di Hrazdan, SIMÓN ha manifestato un talento precoce per le arti performative, tanto che la sua famiglia ricorda scherzosamente come abbia imparato a ballare e cantare ancor prima di parlare. Fortemente influenzato dal mito di Michael Jackson, ha scelto di seguire la propria vocazione artistica nonostante una laurea in economia, diventando in breve tempo uno dei ballerini più apprezzati della scena armena.

Negli ultimi anni la sua carriera ha virato con successo verso il canto, portandolo a esibirsi come solista nei club più prestigiosi di Yerevan e nei principali festival nazionali. Questo percorso di crescita culmina nel 2025 con la partecipazione alla selezione per l’ESC Depi Evratesil, dove ha sfiorato la vittoria classificandosi al secondo posto grazie al vasto consenso ottenuto dalle giurie nazionali e internazionali.

L’Armenia all’Eurovision Song Contest

L’Armenia ha debuttato all’Eurovision Song Contest nel 2006, partecipandovi senza interruzioni fino al 2011 per poi rientrare in gara nel 2013. Non ha mai vinto la competizione e i suoi risultati migliori sono il 4º posto ottenuto nel 2008 da Sirusho con “Qélé, qélé” e nel 2014 da Aram Mp3 con “Not Alone“.

Nel 2021, ha annunciato il ritiro dalla manifestazione citando le forti crisi governative del paese a seguito alla guerra del Nagorno Karabakh del 2020, confermando il suo ritorno per l’edizione seguente. La nazione ha mancato la finale in 3 occasioni (2011, 2018 e 2019).

A Basilea, lo scorso anno, l’Armenia è stata rappresentata da PARG con il brano “SURVIVOR”, che ha chiuso la gara al 20° posto in Finale.

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“Orizzonti” guarda a America e Armenia (ChioggiaNotizie 11.03.26)

CHIOGGIA – Prosegue la rassegna di geopolitica e attualità “Orizzonti”, appuntamento culturale di respiro internazionale che torna a riempire i pomeriggi chioggiotti con analisi approfondite dei nodi più sensibili dell’attualità mondiale. L’iniziativa, promossa dall’associazione NordEstSudOvest in collaborazione con Mfe Venezia, Ada Rete Associativa e Storia&Memoria, si svolge sotto il patrocinio della Regione del Veneto e del Comune di Chioggia, confermando il ruolo della città lagunare come centro di riflessione critica sui grandi temi della politica globale.

Giovedì 12 marzo alle 17,30, nella sala San Filippo Neri in Calle Giuseppe Veronese, l’attenzione si concentra sugli Stati Uniti d’America con l’incontro “C’era una volta l’America”.

Protagonisti saranno i giornalisti Guido Moltedo, direttore della rivista online Ytali e autore di numerose pubblicazioni sugli Stati Uniti, e Paul Rosenberg, giornalista americano e direttore di Ytali Global. I due esperti esploreranno le conseguenze del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, analizzando la radicalizzazione del dibattito politico interno, i rapporti spesso conflittuali con gli alleati europei e la ridefinizione della postura statunitense nello scacchiere globale. Attenzione particolare sarà riservata alla crescente competizione con la Cina e ad alcune delle principali crisi internazionali attuali: Iran, Gaza, Venezuela e Groenlandia, dossier che secondo gli organizzatori sono al centro della nuova politica estera americana.

La rassegna proseguirà venerdì 13 marzo, sempre alle 17,30 nella sala San Filippo Neri, con l’incontro “Armenia crocevia del Caucaso”. Relatore dell’appuntamento sarà Pierpaolo Faggi, già professore ordinario di Geografia umana all’Università degli Studi di Padova. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con l’associazione Italia Armenia, offrirà al pubblico una lettura attenta e documentata delle dinamiche storiche e geopolitiche che caratterizzano l’Armenia, stato situato in un’area di grande importanza strategica al confine tra Europa e Asia. Fondata nel 1991 da cittadini italiani di origine armena, l’associazione si dedica da decenni a far conoscere la storia e la cultura del popolo armeno impegnandosi nella diffusione e preservazione della memoria del Metz Yeghern, il genocidio degli Armeni avvenuto nel 1915.

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Armenia: canyon selvaggi, foreste millenarie e sapori che sorprendono (Stilemargherita 11.03.26)

In Armenia ogni spostamento sembra una scena nuova: in poche ore si passa da città vibranti a gole silenziose, da altopiani deserti a foreste umide. Questa varietà rende il paese particolarmente interessante oggi, mentre aumentano le possibilità di viaggio e cresce l’attenzione per destinazioni ricche di storia ma ancora poco affollate.

Appena fuori dalla capitale, la prima sorpresa è una valle scavata nella roccia: il complesso di Geghard si cela in una gola ombrosa, con stanze e cappelle parzialmente intagliate nella montagna. L’atmosfera è densa di quiete — l’aria ha un sentore di pietra umida e cera; una sorgente sottile scorre in una nicchia, e molti viaggiatori si fermano solo per ascoltarne il flusso.

Rocce rosse e monasteri isolati

Più a sud, il paesaggio muta: le fenditure del Vayots Dzor sfoggiano tonalità rosse e stratificate. Qui emerge Noravank, arroccato alla fine di una gola stretta, con edifici dal colore miele che sembrano nascere dalla stessa pietra. La luce filtra attraverso finestrelle alte, creando contrasti duri; il vento solleva polvere e ripulisce l’orizzonte fino a farlo apparire essenziale.

Per raggiungere Tatev serve un tratto di strada scosceso, poi la sorpresa della funivia Wings of Tatev: la cabina attraversa il canyon del Vorotan per quasi sei chilometri, lasciando sotto un mosaico di foreste e villaggi che sembrano in miniatura. Il monastero, visto dal pianoro, somiglia a una fortezza: il suono della campana in quel vuoto ha un peso inaspettato.

Terme, vini e sapori antichi

A 2.000 metri, Jermuk cambia il ritmo del viaggio: grandi strutture termali e sanatori dal gusto sovietico accolgono chi cerca cure o relax. Nelle fonti locali si assaggiano acque dalle note ferruginose, percepibili già al terzo sorso.

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La valle di Areni apre un capitolo gastronomico: nella grotta Areni‑1 sono stati ritrovati resti della più antica produzione di vino conosciuta. Oggi piccole cantine familiari propongono degustazioni informali — vini intensi, formaggi locali e il pane sottile lavash, cotto nel forno interrato e arrotolato con erbe e formaggi freschi.

Sul passo Selim spicca il caravanserraglio Orbelian, costruzione massiccia e buia che ricorda i tempi della Via della Seta: qui si avverte la dimensione commerciale e di transito di terre attraversate secoli fa.

Il “mare” e i prodotti della costa

All’improvviso, dopo una curva, appare il Lago Sevan — una distesa d’acqua così ampia che gli abitanti la chiamano semplicemente “il mare”. Sulla penisola sorgono le chiese di Sevanavank, sempre battute da un vento costante. Lungo le rive si trova l’arbusto d’oro dell’olivello spinoso, i cui frutti danno succhi e oli molto apprezzati per le proprietà nutrienti.

    • Lavash: pane tradizionale, sottile e arrotolato con ripieni semplici.
    • Pakhlava: dolce ricco di noci e miele, tipico nei caffè locali.
    • Melagrane: presenti ovunque, diventano sciroppi, salse e simboli decorativi.

Lungo le strade e nei mercati si vedono tappeti stesi ad asciugare, con motivi geometrici dai rossi intensi e blu profondi: non sono semplici souvenir ma manufatti pensati per durare. Le melagrane, invece, non sono solo alimento: compaiono nei ricami e nelle ceramiche come augurio di abbondanza.

Boschi e sentieri

Dilijan cambia ancora tono: qui il paesaggio somiglia a quello centroeuropeo, con boschi fitti, sentieri ben segnalati e un’offerta viva per il trekking. I monasteri minori come Matosavank si incontrano lungo i percorsi, più come tappe di cammino che mete isolate.

Il viaggio si conclude a Echmiadzin, centro spirituale dell’Armenia: la cattedrale e i giardini ordinati offrono un congedo raccolto. Nelle giornate limpide, lo sguardo si perde fino al profilo del monte Ararat, icona presente nell’immaginario nazionale nonostante la collocazione oltre confine.

Dopo pochi giorni diventa evidente il tratto distintivo del paese: non si tratta di una singola cartolina, ma di una successione di ambienti netti e diversi — canyon, altipiani, foreste, terme, vigneti millenari e tavole generose — che rendono il viaggio continuo e sorprendente.

Periodo consigliato Maggio‑ottobre: temperature miti e strade percorribili
Luoghi da non perdere GeghardNoravankTatevJermukSevanDilijanEchmiadzin
Suggerimento pratico Le distanze possono sembrare brevi ma le strade montane rallentano; pianificate tempi di percorrenza più lunghi.

Consigli rapidi per chi parte: preferire tappe brevi ma numerose, considerare un autista locale per tratti complicati e assaggiare i prodotti tipici sul posto — dal vino di Areni al succo d’olivello spinoso: sono piccoli dettagli che raccontano molto della vita quotidiana armena.

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