ROMA (attualità) – La rubrica dei Santi celebrati dalla Chiesa
ilmamilio.it
Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nell’VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio.
Il suo nome è frequente nella toponomastica italiana – in provincia di Latina, Imperia, Treviso, Agrigento, Frosinone e Chieti – e di molte nazioni, a conferma della diffusione del culto. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-03 14:07:152023-02-05 14:13:083 febbraio, il Santo del Giorno: San Biagio, vescovo e martire (Ilmamilio.it 03.02.23)
Riceviamo da Garen Nazarian, il rappresentante diplomatico dell’Armenia presso la Santa Sede.
«Oggi le popolazioni dell’Armenia e del Nagorno Karabakh si trovano ad affrontare sfide senza precedenti che continuano a minacciare la stabilità e la sicurezza della nostra regione e che sono state perfettamente sintetizzate nei recenti appelli lanciati da leader e parlamenti mondiali. In particolare Papa Francesco nei messaggi del 18 dicembre 2022 e del 9 e 29 gennaio scorsi ha chiesto il rilascio dei prigionieri di guerra armeni e dei civili detenuti in Azerbaijan e la revoca del blocco del corridoio di Lachin. Queste voci forti si sono sentite in Armenia e nel Nagorno-Karabakh e spero siano state sentite e ascoltate anche a Baku».
«In tale contesto, gli appelli forti e mirati della comunità internazionale, ivi compresi i media, sono davvero importanti. Da due anni a questa parte, l’Armenia persegue un’agenda di pace e, avendo la volontà politica di normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan, si è impegnata in buona fede nei colloqui. In risposta, l’Azerbaijan non solo ha sollevato nuove rivendicazioni territoriali ma ha anche cercato di giustificare la sua ultima aggressione con la falsa argomentazione secondo cui il confine con l’Armenia non è delimitato. A tutt’oggi l’Azerbaijan sta utilizzando ogni possibile strumento di pressione: dalla detenzione illegale di prigionieri di guerra armeni come ostaggi alla diffusione di matrice statale dell’incitamento all’odio contro gli armeni, dalla retorica guerrafondaia all’uso concreto della forza. È altrettanto chiaro che finora le azioni dell’Azerbaijan, incluso il disumano blocco del corridoio di Lachin, hanno dimostrato nuovamente l’assoluta necessità di un impegno internazionale per affrontare le questioni dei diritti e della sicurezza della popolazione del Nagorno-Karabakh».
«In questo preciso momento, la popolazione del Nagorno-Karabakh rimane sotto un assedio disumano a causa del blocco illegale del corridoio Lachin, l’ancora di salvezza, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Creando condizioni di vita insopportabili, l’Azerbaijan mira a costringere la popolazione del Nagorno-Karabakh a lasciare le case e le terre ancestrali. La recente dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan che suggerisce la deportazione di quegli armeni che non vogliono diventare cittadini dell’Azerbaijan viene a dimostrare ancora una volta la loro intenzione di pulizia etnica».
«Poiché la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh sta peggiorando di giorno in giorno, si rende necessario l’intervento immediato della comunità internazionale per garantire un accesso umanitario senza ostacoli al Nagorno-Karabakh da parte degli organi competenti delle Nazioni Unite. Non possiamo rimanere a guardare mentre una popolazione lentamente muore di fame a causa di giochi politici e forse considerazioni geopolitiche. Urge un intervento deciso e una forte pressione sull’Azerbaijan e azioni concrete da parte della comunità internazionale. Bisognerebbe spiegare all’Azerbaijan che ci sono delle precise regole internazionali alle quali tutti devono attenersi».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-03 14:00:212023-02-05 14:02:14Nagorno-Karabakh, l'ambasciatore armeno Nazarian: «La crisi umanitaria peggiora di giorno in giorno» (Il Messaggero 03.02.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.02.2023 – Vik van Brantegem] – L’Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio oggi ha aggiornato il suo Allarme Bandiera Rossa per il genocidio dell’Azerbajgian. Il blocco azero del Corridoio di Berdzor (Lacin), oggi entrato nel 54° giorno, ha creato una crisi umanitaria per gli Armeni in Artsakh poiché le risorse essenziali si stanno esaurendo e le utenze vengono interrotte dal governo azero. Riportiamo di seguito l’Aggiornamento 6 dell’Allarme bandiera rossa per genocidio – Azerbajgian [QUI] nella nostra traduzione italiana dall’inglese.
Nel 53° giorno del blocco criminale del Corridoio di Lachin da parte di pseudo-ambientalisti azeri, l’Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio emette un nuovo Allarme Bandiera Rossa per il genocidio dell’Azerbaigian. Il blocco di questo Corridoio, unica via terrestre che collega gli Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) con l’Armenia vera e propria, ha provocato una crisi umanitaria con l’isolamento di 120.000 persone, tra cui oltre 30.000 bambini, 20.000 anziani e 9.000 persone con disabilità. Gli Armeni in Artsakh stanno esaurendo il cibo, le medicine essenziali (come l’insulina), il latte artificiale, i prodotti essenziali per l’igiene femminile e altre necessità. La grave crisi umanitaria causata dal blocco si aggrava quotidianamente con i continui tagli di gas, elettricità e internet da parte dell’Azerbajgian nel mezzo del rigido inverno caucasico.
L’Istituto Lemkin ha ripetutamente avvertito che questo blocco fa parte dei più ampi obiettivi genocidi della leadership azera, sostenuta dal suo fedele alleato Turchia, nonché una continuazione degli atti di genocidio compiuti dal regime di Baku contro la comunità armena. Il blocco, quindi, non è un atto isolato ma avviene nel contesto di una guerra, a volte latente, che l’Azerbajgian ha avviato unilateralmente nel settembre 2020 e che ha come obiettivo l’acquisizione di terre storiche armene nella Repubblica di Artsakh e nella Repubblica di Armenia insieme allo spostamento forzato (“pulizia etnica”) delle popolazioni armene nel territorio acquisito dagli Azeri. L’Istituto Lemkin ritiene che tali obiettivi siano genocidi in quanto cercano di distruggere definitivamente l’identità armena in queste regioni.
La guerra del 2020, lungi dall’essere finita, si è solo aggravata nell’ultimo anno con gli attacchi azeri all’Armenia e l’ulteriore occupazione di territorio, compresi 140 km2 del territorio sovrano della Repubblica di Armenia. Nel settembre 2022 l’Azerbajgian ha violato ancora una volta l’accordo tripartito che ha posto fine alla guerra dei 44 giorni nel 2020 lanciando una guerra aggressiva contro la Repubblica di Armenia, durante la quale i prigionieri di guerra armeni sono stati nuovamente torturati, umiliati e massacrati. Le dichiarazioni del Presidente azero, Ilham Aliyev, e del Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan hanno confermato i timori che le rivendicazioni azere sulla terra non finiranno con il territorio dell’Artsakh, che è armeno per oltre il 99% ed è abitato da una maggioranza di Armeni da migliaia di anni. Gli osservatori dovrebbero aspettarsi che qualsiasi genocidio contro gli Armeni nell’Artsakh sia accompagnato o seguito da aggressioni contro l’Armenia vera e propria, in particolare la regione meridionale di Syunik, dove l’Azerbajgian e la Turchia vorrebbero costruire un “Corridoio di Zangezur”, che colleghi i due paesi ed escluda gli Armeni. Questo corridoio taglierebbe l’Armenia dal suo confine meridionale, indebolendo ulteriormente la sua posizione geopolitica e rendendola ancora più vulnerabile agli attacchi dei suoi vicini ostili.
Nei giorni scorsi, vari media hanno suggerito che l’Azerbajgian stia usando il blocco come strumento psicologico per espellere gradualmente ma costantemente gli Armeni dall’Artsakh rendendo loro la vita impossibile. Questo non ci sorprenderebbe all’Istituto Lemkin. I cosiddetti “ambientalisti” che hanno bloccato il Corridoio di Lachin si sono mostrati poco interessati all’ambientalismo. Cantano “Il Karabakh è l’Azerbajgian” e portano cartelli a sostegno di Aliyev e dell’esercito azero. Le organizzazioni per i diritti umani hanno collegato molti di loro con il governo e l’esercito azerbajgiano, e diversi manifestanti hanno mostrato il segno dell’organizzazione terroristica e anti-armena dei Lupi Grigi. Tutto questo è molto diverso da quello che si vedrebbe in una protesta ambientalista; Piuttosto, questo comportamento è in linea con le politiche ufficiali dell’Azerbajgian di negare l’indigeneità degli Armeni dell’Artsakh, di distruggere il patrimonio culturale armeno nel Caucaso meridionale e di minacciare ripetutamente l’espulsione degli Armeni dall’intera regione, anche dall’Armenia propriamente detta, perché il territorio dovrebbe appartenere all’Azerbajgian.
L’Istituto Lemkin è anche molto preoccupato per le implicazioni globali delle politiche e della retorica anti-armene dell’Azerbajgian, che sono promosse in tutto il mondo nella totale impunità. Ad esempio, la mattina del 29 gennaio 2023 sono stati affissi volantini anti-armeni in un’area di Los Angeles, in California, dove la diaspora armena stava pianificando una manifestazione contro il blocco dell’Artsakh [QUI]. Il testo dei volantini invocava il genocidio, recitando: “Azerbajgian + Turchia + Pakistan + Israele = 4 fratelli cancelleranno l’Armenia dalla mappa inshallah!!!!” I volantini hanno utilizzato simboli religiosi accanto a ciascun paese per conferire all’appello al genocidio un carattere anticristiano. Oltre a invocare il genocidio, la simbologia religiosa inclusa nei volantini denota un tentativo di trasformare la natura di un conflitto principalmente territoriale in uno di civiltà. Questi volantini vengono ora condivisi e celebrati sui social media azeri, proprio come sono stati diffusi in modo simile i video delle atrocità contro gli Armeni nelle guerre del 2020 e del 2022. Incitamento all’odio di questo tipo deve essere indagato e non ignorato dalle autorità locali e nazionali.
Sebbene l’Istituto Lemkin accolga con favore la risoluzione del Parlamento Europeo del 19 gennaio 2023 [QUI] che chiede all’Azerbajgian di porre immediatamente fine al blocco, questa risoluzione non è sufficiente se non è accompagnata da misure concrete per porre fine al comportamento criminale del regime di Ilham Aliyev come riflesso dal blocco e in altri atti, come la guerra di aggressione nel 2022, le violazioni permanenti dei diritti umani degli abitanti armeni dell’Artsakh, la distruzione del patrimonio culturale armeno, i crimini atroci commessi dai soldati azeri contro civili e prigionieri di guerra armeni e l’incitamento all’odio e l’ideologia che lo Stato azero incoraggia nella sua popolazione fin dalla tenera età.
A causa della continua mancanza di azioni concrete da parte di qualsiasi Stato o istituzione multilaterale, chiediamo al Parlamento Europeo, alla comunità internazionale rappresentata nelle Nazioni Unite, alla NATO e ai diversi Stati del mondo impegnati per la pace e la sicurezza, di intervenire con forza e diplomaticamente in questo conflitto al fine di costruire la pace nella regione e proteggere l’identità armena da un secondo genocidio. L’Azerbajgian e la Turchia dovrebbero essere economicamente e diplomaticamente sanzionati e isolati se non si ritirano immediatamente e pubblicamente dalle loro minacce belligeranti contro l’Armenia e gli Armeni, la loro sponsorizzazione del terrorismo, la loro continua negazione del genocidio e il loro soffiare sulle fiamme dell’odio nella regione. Forse la cosa più importante, Stati come Israele, Stati Uniti e Ucraina, ognuno dei quali afferma di sostenere le democrazie, devono cessare immediatamente ogni sostegno militare ed economico alla dittatura in Azerbajgian. Garantendo all’Azerbajgian un abbondante sostegno militare, questi Stati stanno facendo pendere la bilancia con forza contro l’Armenia e potrebbero essere complici del genocidio. L’Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio prende molto sul serio la complicità e perseguirà qualsiasi causa legale che si proponga nel caso in cui il mondo chiudesse un occhio sulla difficile situazione del popolo armeno e sovrintendesse a un altro genocidio contro di loro, questo completamente prevenibile.
La posta in gioco è alta non solo per gli Armeni di tutto il mondo, ma anche per il futuro della democrazia, della sicurezza regionale e globale e del principio del multilateralismo. Né le Nazioni Unite né i suoi Stati membri possono ignorare i principi stabiliti nel 1945 per forgiare una comunità internazionale egualitaria e pacifica: uguale sovranità, diritto all’autodeterminazione e integrità territoriale. Il mancato rispetto di uno qualsiasi di questi principi vanifica gli scopi fondamentali per i quali è stata creata l’ONU, e pertanto la loro violazione dovrebbe comportare sanzioni immediate e ulteriori azioni per cessare le ostilità e proteggere allo stesso modo le vite ei diritti umani di tutti gli individui e i gruppi.
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.02.2023 – Vik van Brantegem] –Mentre Ursula von der Leyen afferma che l’Unione Europea “rappresenta” la democrazia/i diritti umani in Ucraina, il suo Commissario per l’Energia, Kadri Simson, e altri capi dell’Unione Europea sono a Baku lodando il partner energetico “affidabile” dell’Unione Europea, il dittatore corrotto dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, che ha privato 120.000 Armeni civili, compresi 30.000 bambini della fornitura regolare di cibo, medicine, energia e istruzione in un #ArtsakhBlockade genocida dal 12 dicembre 2022, nel mezzo del rigido inverno caucasico.
«Onorato di aprire la 9ª riunione ministeriale del Consiglio consultivo del corridoio meridionale del gas [il “Tap bis”] con il Presidente Aliyev in Azerbajgian. La nostra discussione si svolge sullo sfondo della trasformazione a livello globale dei mercati dell’energia. E la sicurezza energetica è in cima alle nostre menti» (Kadri Simson).
L’ha detto lei, non se lo sono inventati gli Armeni: alla cima delle menti dei burocrati dell’Unione Europea non ci sono la democrazia e i diritti umani, ma il gas. Si sono attaccati al tubo del gas azero-russo e il loro cervello ha finito a funzionare, stando al caldo con tanti luci accesi.
Ieri abbiamo già segnalato [QUI] la presenza – da parte del governo Meloni – di Gilberto Pichetto Fratin, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica a Baku e la preoccupazione di Huffpost per «il conflitto tra Azerbajgian e Armenia» che «potrebbe riaccendersi da un momento all’altro mettendo a repentaglio anche la nostra sicurezza energetica»: «Tap bis. Il governo punta sulla rotta azera. Armeni permettendo». Preoccupazione per il blocco del Corridoio di Lachin? Macché, incombe il pericolo del corridoio per il gas che dovrebbe passare per l’Armenia. Preoccupazione per la pulizia etnica dell’Azerbajgian in Artsakh o per le avvisaglie di un nuovo genocidio armeno? Ma stiamo scherzando? È la fornitura del gas azero (russo) che preoccupa («Armeni permettendo»… alle fine Aliyev avrà ragione di prendersi l’Armenia per far passare il suo gas e non solo l’Artsakh per le sue risorse naturali).
«Dopo aver trasportato i civili dal Karabakh all’Armenia, il CICR è tornato completamente carico di rifornimenti che ora consegnerà a Khankendi [intende Stepanakert]. E questo a seguito del grande convoglio delle forze di mantenimento della pace russe che ha anche consegnato una grande quantità di rifornimenti solo un’ora fa» (Adnan Huseyn).
Il nostro genio Adnan Huseyn non si risparmia e continua a produrre le sue video dal posto di blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) sotto la città di Sushi occupata dall’esercito dell’Azerbajgian, con cui dimostra al mondo giorno dopo giorno che il #ArtsakhBlockade c’è ancora. Fonte governativa azera, non “menzogne” armene.
«Una volta ho detto che lui confonde il Comitato Internazionale della Croce Rossa con Uber. Le mie più umili scuse. Twittando dalla Svizzera, dove è stato creato il CICR, avrei dovuto saperlo meglio, che il trasporto di forniture è ciò che fanno regolarmente, proprio come FedEx o UPS. Assolutamente non il 54° di #ArtsakhBlockade» (Elena Rshtuni, 3 febbraio 2023).
Poi, per avere un’idea come funziona la società azerbajgiana, questo è un esempio come viene raccontato la questione sui social dagli utenti azeri: «Il #ArtsakhBlockade è in “pieno svolgimento”😄 Invio i miei calorosi saluti a tutti i protettori della falsa propaganda armena che, con la bocca piena, hanno sfruttato i doni dei loro protettori armeni e hanno difeso la “falsa” campagna di blocco che denigrava l’immagine dell’Azerbaigian. Ci sono molti di queste immagini!». E poi si sprecano filmati e foto di cui riportiamo di seguito qualche campione.
Per i social dipendenti azeri è chiaro che le foto dei negozi e dei mercati vuoti a Stepanakert sono fake.
Ricordiamo i fatti dal mondo reale: ad Artsakh dura da 54 giorni il blocco dell’unica strada che consente il rifornimento di 120.000 persone. Ma, nonostante la mancanza di cibo e riscaldamento, le scuole hanno riaperto perché l’istruzione è il fondamento della società armena, insieme alla resilienza.
L’articolo “120mila armeni nella sacca dell’Artsakh”, pubblicato da Elisa Pinna nel blog Persepolis su Terrasanta.net il 23 gennaio 2023 [QUI] ha provocato il 26 gennaio 2023 la reazione dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian presso la Santa Sede, pubblicato su Terrasanta.net il 30 gennaio 2023 [QUI]. Alla sua narrazione ha risposto il 31 gennaio 2023 l’Ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede, Garen Nazarian, con un intervento che riportiamo di seguito.
in questi giorni abbiamo notato l’attenzione di Terrasanta.net alla situazione in Nagorno-Karabakh a causa del blocco illegale del Corridoio di Lachin che sta provocando una catastrofe umanitaria per la popolazione armena locale.
Apprezzerei molto se potesse mettere a disposizione dei suoi lettori il mio punto di vista, in risposta alla narrativa azera pubblicata sul suo sito lunedì 30 gennaio 2023.
Oggi le popolazioni dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh si trovano ad affrontare sfide senza precedenti che continuano a minacciare la stabilità e la sicurezza della nostra regione e che sono state perfettamente sintetizzate nei recenti appelli lanciati da leader e parlamenti mondiali. In particolare Papa Francesco nei messaggi del 18 dicembre 2022 e del 9 e 29 gennaio scorsi [il primo e il terzo pronunciati dopo la preghiera dell’Angelus domenicale con i fedeli in piazza San Pietro, il secondo nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per lo scambio d’auguri a inizio anno – ndr] ha chiesto il rilascio dei prigionieri di guerra armeni e dei civili detenuti in Azerbaijan e la revoca del blocco del Corridoio di Lachin.
Queste voci forti si sono sentite in Armenia e nel Nagorno-Karabakh e spero siano state sentite e ascoltate anche a Baku.
In tale contesto, gli appelli forti e mirati della comunità internazionale, ivi compresi i media, sono davvero importanti. Da due anni a questa parte, l’Armenia persegue un’agenda di pace e, avendo la volontà politica di normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan, si è impegnata in buona fede nei colloqui. In risposta, l’Azerbaijan non solo ha sollevato nuove rivendicazioni territoriali ma ha anche cercato di giustificare la sua ultima aggressione con la falsa argomentazione secondo cui il confine con l’Armenia non è delimitato. A tutt’oggi l’Azerbaijan sta utilizzando ogni possibile strumento di pressione: dalla detenzione illegale di prigionieri di guerra armeni come ostaggi alla diffusione di matrice statale dell’incitamento all’odio contro gli armeni, dalla retorica guerrafondaia all’uso concreto della forza. È altrettanto chiaro che finora le azioni dell’Azerbaijan, incluso il disumano blocco del Corridoio di Lachin, hanno dimostrato nuovamente l’assoluta necessità di un impegno internazionale per affrontare le questioni dei diritti e della sicurezza della popolazione del Nagorno-Karabakh.
In questo preciso momento, la popolazione del Nagorno-Karabakh rimane sotto un assedio disumano a causa del blocco illegale del Corridoio di Lachin, l’ancora di salvezza, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Creando condizioni di vita insopportabili, l’Azerbaijan mira a costringere la popolazione del Nagorno-Karabakh a lasciare le case e le terre ancestrali. La recente dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan che suggerisce la deportazione di quegli armeni che non vogliono diventare cittadini dell’Azerbaijan viene a dimostrare ancora una volta la loro intenzione di pulizia etnica.
Poiché la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh sta peggiorando di giorno in giorno, si rende necessario l’intervento immediato della comunità internazionale per garantire un accesso umanitario senza ostacoli al Nagorno-Karabakh da parte degli organi competenti delle Nazioni Unite. Non possiamo rimanere a guardare mentre una popolazione lentamente muore di fame a causa di giochi politici e forse considerazioni geopolitiche. Urge un intervento deciso e una forte pressione sull’Azerbaijan e azioni concrete da parte della comunità internazionale. Bisognerebbe spiegare all’Azerbaijan che ci sono delle precise regole internazionali alle quali tutti devono attenersi.
Cordiali saluti,
Garen Nazarian
Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede
31 gennaio 2023
Riportiamo di seguito una breve interessante promemoria storica della questione dell’Artsakh/Nagorno Karabakh, pubblicato oggi da Ardisco-Centro Studi Strategici.
Artsakh, Nagorno Karabakh, Medio Nagorno sono tutti nomi che identificano lo storico oblast della regione situata tra Armenia e Azerbaijan. Negli ultimi mesi c’è stata una recrudescenza delle tensioni nell’area, sfociata in veri e propri scontri armati. È giusto precisare che attualmente nessun paese membro dell’ONU riconosce la repubblica dell’Artsakh, unici riconoscimenti ufficiali sono quelli di: Abcasia, Ossezia del Sud e Transnistria. Per capire realmente le nuove tensioni bisogna analizzare l’evoluzione storico-politica che ha vissuto la provincia nel secolo appena trascorso.
Artsakh è il nome in armeno di una delle 15 province dell’Armenia storica. Il Nagorno Karabakh, nome di origine turco-persiana che significa vigna nera delle montagne, è quell’area montuosa del Caucaso meridionale, che si sviluppa nel sud-est dell’Armenia al confine con Azerbaijan e Iran. Storicamente l’oblast ha visto varie dominazioni nei secoli, pur mantenendo sempre delle forme di autonomia. Alla fine della guerra russo-persiana, 1804-1813, conclusasi con il trattato del Gulistan del 1813, l’Artsakh-Karabakh fu annessa alla Russia, e ve ne farà parte fino al 1917. Nel 1917 a seguito della rivoluzione, la Russia arretra dalle proprie posizioni, lasciando libera l’area sub caucasica. In tale periodo la popolazione del Nagorno-Karabakh, composta per il 95% da armeni, convocò il suo primo congresso, che proclamò l’Artsakh unità politica indipendente, ed elessero il Consiglio nazionale e il governo. Tra 1918-1920 il Nagorno-Karabakh si dotò di tutti gli organi statuali, compreso un esercito.
L’instaurazione del dominio sovietico nello spazio transcaucasico fu accompagnata dalla creazione di un nuovo sistema politico. Il Nagorno-Karabakh fu riconosciuto territorio conteso tra Armenia e Azerbaijan anche dalla Russia sovietica. Secondo l’accordo firmato nell’agosto 1920 tra la Russia e la Repubblica Armena, le truppe russe furono temporaneamente dispiegate nel Nagorno-Karabakh. Azerbaijan dichiarerà il 12 giugno 1921 il Nagorno-Karabakh parte integrante dell’Armenia, e così l’Armenia dichiarò il Nagorno-Karabakh sua parte integrante.
In seguito il 4 luglio 1921, a Tbilisi capitale della Georgia, l’Ufficio caucasico del Partito comunista russo convocò una sessione plenaria, durante la quale fu riconfermato il fatto che il Nagorno-Karabakh era parte integrante dell’Armena. Tuttavia la notte del 5 luglio, pare su interessamento diretto di Stalin, fu rivista la decisione del giorno precedente e il Nagorno fu annesso all’Azerbaijan, e formato sul suo territorio un oblast autonomo.
Nel 1991, quando la Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaijan decise di uscire dall’Unione Sovietica e trasformarsi in Repubblica dell’Azerbaijan, gli armeni del Artsakh approfittarono della legislazione sovietica dell’epoca per stabilire la propria indipendenza. La decisione viene presa in forza della legge del 3 aprile 1990 dell’Unione Sovietica – Norme riguardanti la secessione di una repubblica dall’URSS – che consentiva alle regioni autonome di distaccarsi da una repubblica qualora questa avesse lasciato l’URSS.
Il 2 settembre 1991 il soviet del Nagorno Karabakh decretò la nascita del nuovo stato, decisione confermata da un referendum, tenutosi il 10 dicembre dello stesso anno, con annesse successive elezioni politiche. Tali elezioni tenutesi il 26 dicembre furono monitorate a livello internazionale. Il 6 gennaio 1992 veniva proclamata la repubblica del Karabakh Montuoso Artsakh.
Chiaramente l’Artsakh si era autodeterminato, ma nessun paese l’aveva ancora riconosciuto, era quindi una nazione solo de facto. L’Azerbaigian a tal proposito lamentava la perdita di uno dei suoi territori, rivendicando il principio d’integrità territoriale – Art. 2 par. 4 Carta ONU, contrariamente agli armeni che invocavano il principio di autodeterminazione dei popoli – Art. 1 par. 2 Carta ONU. Il 30 gennaio l’Azerbaigian non riconoscendo la dichiarazione di autonomia muoveva militarmente contro l’oblast.
Il 31 gennaio a mezzogiorno inizia ufficialmente la guerra del Nagorno Karabakh. La fanteria azera a bordo di blindati si diresse verso le montagne del Karabakh. Le operazioni militari azere compresero i bombardamenti della capitale Stepanakert. L’avanzata dell’esercito vede la conquista azera dei villaggi di Nakhicivanik, Khramort e Farruk. Violenti combattimenti si ebbero nel distretto di Askeran e nei pressi della città di Shushi. Quest’ultima risultava essere abitata anche da una importante comunità azera. Anche gli armeni ottengono risultati dalle operazioni militari che condussero, tra queste la conquista dei villaggi di Malibayli, Karadagly e Aghdaban. La guerra continuerà con risultati altalenanti, fino al 1994. All’inizio del 1994 gli azeri tentarono di riconquistare i territori che avevano perduto, ma gli armeni ormai controllavano tutti i punti chiave del territorio, rendendo vano ogni sforzo militare azero. La controffensiva azera fu vana, anzi controproducente perché gli fece perdere anche, il 18 febbraio, il presidio al passo Omar. Si ebbero nuovi tentativi di riconquista da parte dell’Azerbaijan fino a marzo. In aprile sono gli armeni a lanciare un’offensiva nel settore nord orientale che gli fa conquistare numerosi villaggi e controllare la strada da Agdam alla città azera di Barda.
Il 5 maggio in Kirghizistan, nella capitale, viene firmato tra Armenia, Azerbaigian e Nagorno Karabakh l’accordo di Biškek. Il 12 maggio i rispettivi ministri della difesa si ritrovano per firmare un accordo di cessate il fuoco in vigore dalla mezzanotte del 17 maggio. Al termine del conflitto la repubblica del Nagorno Karabakh estese il proprio territorio conquistando sette limitrofi rajon (suddivisione amministrativa di origine sovietica, paragonabile a un distretto/provincia) precedentemente amministrati dall’Azerbaigian.
In seguito ci sono state varie violazioni del cessate il fuoco, fino ad arrivare all’estate 2010 quando si moltiplicarono le violazioni della tregua e furono numerosi i soldati ad essere stati colpiti da cecchini nemici lungo la linea di confine. A marzo 2011 il ministero della difesa del Nagorno Karabakh denuncia la violazione dello spazio aereo da parte di aerei nemici, e a settembre dello stesso anno riuscirono ad abbattere un drone. In novembre le milizie armene, in seguito alla morte di due propri soldati, avviano un’operazione di frontiera.
Nel 2020 scoppiò la seconda guerra nel Nagorno-Karabakh. Le prime attività belliche ebbero inizio la mattina del 27 settembre 2020 lungo la linea di contatto dell’Artsakh. In seguito all’inizio della nuova guerra, venne proclamata la legge marziale con la rispettiva mobilitazione generale nei territori dell’Artsakh e l’Armenia. La guerra terminò quarantaquattro giorni più tardi, e precisamente il 10 novembre. Questa nuova tregua tra Armenia e Azerbaigian fu negoziata dal Presidente russo Vladimir Putin il giorno 9 novembre.
La Russia non fu sono il mediatore ma a garanzia del cessate il fuoco dispiegherà una forza di peacekeeping. L’area delle operazioni verrà suddivisa in zona sud con base a Step’anakert, che ospita anche l’headquarter delle forze impiegate, e la zona nord con sede a Martakert. La missione si sviluppa su ventitré posti d’osservazione sparsi sul territorio. Secondo l’accordo la missione avrà durata quinquennale, rinnovabile tacitamente per un altro quinquennio. L’Armenia in base all’accordo è stata obbligata a ritirare le truppe da alcune regioni del Nagorno Karabakh.
All’atto dello spiegamento l’organico russo era di 1960 militari. Il personale impiegato faceva parte della 15ª Brigata di fanteria motorizzata, ed era equipaggiato per tale compito con: materiali speciali, 380 veicoli, 90 mezzi corazzati da trasporto. Il personale verrà posto alle dipendenze del Tenente Generale Rustam Muradov, di etnia Azera. I peacekeeper furono dotati sulle uniformi, di un segno distintivo, la sigla MC ovvero l’abbreviazione della dicitura cirillica Миротворческие силы – Forze di mantenimento della pace.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-03 13:13:512023-02-05 14:16:54Cinquantaquattresimo giorno del #ArtsakhBlockade. Alla cima delle menti dei burocrati dell’Unione Europea non ci sono la democrazia e i diritti umani, ma il gas azero-russo (Korazym 03.02.23)
Naira Khachatryan ha studiato e vissuto in Russia: “Troppe vittime innocenti sono state sacrificate, soprattutto giovani che chiedevano di vivere”
Naira Khachatryan
“Vivo la guerra tra russi e ucraini con rabbia e impotenza. Le mie radici mi riportano inconsciamente ad un altro genocidio, quello degli armeni in Turchia. Nessuno vuole questa guerra. Che le grandi potenze siedano al tavolo della pace, al più presto. Troppo vittime innocenti sono state già sacrificate, soprattutto giovani che chiedevano solo di vivere”. È quanto dichiara all’Adnkronos la stilista armena Naira Khachatryan che in questi giorni sta esponendo la nuova collezione di maglieria A/I 2023/ 2024, nell’ambito delle sfilate romane di Altaroma, nello showroom di Piazza Capranica.
“Questa guerra sta creando odio, rancore, acredine tra i due popoli – prosegue la stilista, che ha vissuto e studiato in Russia in Siberia nei pressi della città di Vladivostok – Un conflitto assurdo, incomprensibile. Ho deciso di non guardare più la televisione, ho un figlio di 21 anni, non riuscirei a pensarlo arruolato per combattere una guerra che giudico ingiusta e inutile”.
E sull’intervento di Volodymyr Zelensky a Sanremo Naira Khachatryan non ha dubbi: “Non lo vedrò, ne sono convinta – aggiunge – Non amo né Putin né Zelensky. Siamo all’interno di un grande gioco politico, protagonisti inconsapevoli, nostro malgrado. Con questa guerra stanno creando una sorta di blocco, di isolamento mentale nell’’umanità. È accaduto anche con il Covid – continua la stilista ucraina- Poi c’è stata la guerra. È come se ci obbligassero ad essere ‘prigionieri’ di qualcosa più grande di noi”.
E conclude ricordando: “Non riesco a capire… Volete fare la guerra? Viviamo in un mondo evoluto. Fate scendere in campo robot e automi, salveremo vite umane. Non si può continuare a morire per qualcosa che non ci appartiene. Su questa terra, in fondo, siamo tutti di passaggio”.
Il cuore batte per l’Armenia, il suo Paese d’origine, ma la collezione A/I 2023/ 2024 di Naira Khachatryan, presente nello show room di Piazza Capranica per Altaroma, è anche un omaggio a Elsa Schiaparelli, stilista italiana, vissuta a Parigi, massima signora della Moda del ‘900, celebrata nella capitale francese con una imponente mostra al Musee des Arts Decoratifs (‘Shocking! The surreal world of Elsa Schiaparelli’). In mostra 50 look di maglieria pura, un viaggio nelle fibre nobili, dalle lane merinos extrafine alle viscose fluidi e sottili come seta, con inserti in lurex che donano riflessi, come metalli preziosi capaci di trasformare ogni abito in un gioiello perfetto per ogni donna, per ogni taglia, dalle small alle large, sempre in grado di esaltare i corpi e la femminilità.
Origini armene, Naira Khachatryan ha vissuto in Siberia non lontano dalla città di Vladivostok e studiato a Mosca, da molti anni abita in Italia e da 21 anni disegna per Lineapiu’. “Amo nelle mie creazioni la tridimensionalità che inconsciamente mi riporta alle prime creazioni di Elsa Schiaparelli, pull trompe – l’oeil lavorati ai ferri da donne immigrate dall’Armenia. Ma adoro l’Italia e il cinema Neorealista, fonte di ispirazione per la mia prima collezione, linee asciutte, pulite, con cui ho vinto nel ‘99 il concorso di Mittelmoda”.
“Ho immaginato per la mia collezione A/I abiti comodi, confortevoli, quasi una seconda pelle, sempre realizzati con filati pregiati – spiega la stilista di origine armena- con particolari distintivi, come la tridimensionalità realizzabile solo attraverso capi in maglia e un gioco sofisticato di punti, intrecci, incroci, sovrapposizioni”. La maglia va di moda anche tra le grandi signore della moda, come l’autorevole e temutissima direttrice di Vogue America, Anna Wintour, fotografata durante la pandemia al lavoro dinanzi alla su scrivania, con tuta da ginnastica e pull bordeaux a righe. “Anna Wintour ha sdoganato un certo modo di vestire – prosegue la stilista ospite di Altaroma- Ma è pur vero che la pandemia ci ha cambiati anche nel confronto con l’abito. Capo primordiale, quello ‘tessuto’, è sempre esistito dagli albori dell’umanità. In fondo la maglieria – conclude – è un’alchimia scultorea, con un’anima è una ‘personalità’ mutevole e dinamica”.
Si rinnova anche per il 2023 il gemellaggio del Sudestival col cinema armeno, un’occasione unica per celebrare i cento anni della settima arte di questa straordinaria terra, insostituibile ponte culturale fra Europa e Asia. Dopo il protocollo firmato in duplice lingua nel 2019, fortemente voluto dal direttore artistico del festival Michele Suma, il Sudestival dedicherà un’attenzione particolare al mondo audiovisivo di questa terra attraverso un programma esclusivo di due giorni, espressione del gemellaggio con il GAIFF, Golden Apricot Yerevan International Film Festival, che si tiene dal 2004 ogni anno nella capitale Yerevan.
Le proiezioni e gli incontri si terranno sia a Bari, città che può narrare la storia umana, religiosa e culturale che lega l’Armenia alla Puglia, che a Polignano a Mare. In rappresentanza del GAIFF sarà presente il regista efondatore del festival, Harutyun Khachatryan, e assieme a lui interverrà una importante delegazione artistico-diplomatica formata composta da: Kristina Mehrabekyan, primo consigliere dell’ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, Karen Avetisyan, direttore artistico del Golden Apricot International Film Festival e Varvara Hovhannisyan, responsabile del dipartimento internazionale del Golden Apricot International Film Festival. Un’occasione dunque irripetibile per conoscere la più recente produzione cinematografica armena grazie a pellicole di grandissimo valore internazionale e di eccezionale testimonianza culturale.
L’Armenia è la regione più europea dell’Asia, con una grande tradizione cinematografica alle spalle che nel 2023 arriva a ben 100 anni di storia. Contaminata sia dall’influenza sovietica che da quella europea, la tecnica filmica di questa terra ha visto un continuo rinnovamento attraverso la firma di grandi maestri. L’Armenia ha anche un legame molto stretto con l’Italia e in particolare con Bari, dove da tre generazioni è presente una comunità perfettamente integrata e in contatto anche con la madrepatria. Lo grande rapporto che lega il Sudestival e il cinema armeno è stato avviato grazie all’ambasciata armena ed è stato sviluppato per il 2023 dell’Associazione Armeni Apulia, in particolare grazie al supporto del suo segretario Carlo Coppola, anche presidente del Centro Studi “Hrand Nazariantz”.
Il programma delle proiezioni dedicate ai 100 anni del cinema armeno prevede:
3 febbraio 2023
Cinema Galleria | Bari | ore 19.00
GREAT EXPECTATIONS di Sona Simonyan
Gyumri è la seconda città più grande dell’Armenia, semidistrutta da un terremoto che nel 1988 in 8 secondi ha ucciso 30.000 persone e spazzato via tutto nel raggio di 20 km. Io sono nata in questa città morta, che ha smesso di crescere ed è rimasta per sempre sotto l’ombra scura della catastrofe, nella quale ogni neonato doveva in qualche modo prendere il posto di un morto. Trent’anni dopo, la mia generazione del post-cataclisma continua a farsi la stessa domanda: restare o andarsene?
THREE GRAVES OF THE ARTIST di Harutyun Khachatryan
Il film racconta la storia della vita avventurosa e del patrimonio artistico del talentuoso pittore armeno Vahan Ananyan. Vahan, nato e cresciuto a Yerevan, ma sempre più deluso nella realtà armena (il terremoto, la guerra, il crollo dell’Unione Sovietica), si trasferisce a Tallinn, poi Kiev e Odessa a lavorare lì. Dopo la sua morte i resti di Vahan furono sepolti a Tallinn, Odessa e Yerevan. Il suo patrimonio artistico rimane in paesi lontani.
KAFKA’S DREAM di David Babayan
Miserabile me. Ho due piastre avvitate alle tempie, pensò Franz, chiudendo gli occhi. Un abisso
oscuro, il tribunale dei matti, la condanna da scontare sotto forma di insonnia perenne.
AURORA’S SUNRISE di Inna Sahakyan
Durante l’orrore del genocidio armeno, a soli 14 anni Aurora perse tutto. Quattro anni dopo, grazie al suo straordinario coraggio e un po’ di fortuna, Aurora riuscì scappare a New York. Lì la sua storia divenne un caso mediatico. Recitò nel ruolo di sé stessa nel blockbuster hollywoodiano Auction of Souls e divenne il volto di una delle più importanti campagne di beneficienza nella storia degli Stati Uniti. Alternando animazione, interviste dell’epoca e estratti di Auction of Souls, il film racconta una storia di sopravvivenza che era stata dimenticata.
4 febbraio 2023
Cinema Vignola | Polignano a Mare | ore 20.00
AMERIKATSI di Michael Goorjian
Da ragazzo, Charlie fuggì dal genocidio armeno diretto negli Stati Uniti. La sua famiglia non fu così fortunata. La nostra storia inizia nel 1947, quando Charlie rimpatria in Armenia solo per essere colpito dalla dura realtà del comunismo sovietico. Quasi immediatamente Charlie viene arrestato e condannato e portato in prigione. Proprio mentre sembra soccombere al terrore della sua situazione, scopre che il muro della prigione fuori dalla finestra della sua cella era stato danneggiato durante un recente terremoto. E attraverso un buco può vedere in un condominio vicino… La coppia armena che vive nell’appartamento, Tigran e Ruzan, diventano l’unica connessione di Charlie con il mondo esterno, vivendo indirettamente attraverso la loro vita privata, condividendo i pasti con loro, ridendo, piangendo, cantando e ballando con loro, mentre scopriva la cultura armena che non conosceva.
WHEN I AM SAD di Lilit Altunyan
Un sorriso viaggia attraverso il mondo della tristezza, trasformato da emozioni e pensieri ma un bacio d’amore lo riporta a casa.
5 DREAMERS AND A HORSE di Aren Malakyan e Vahagn Khachatryan
Il film ci confronta con una galleria di personaggi che cercano di imporre la loro identità al di fuori di una soffocante “normalità”. Grazie allo sguardo empatico ed esteticamente poetico dei due registi, 5 Dreamers and a Horse mette in scena tre facce dell’Armenia: quella incarnata dalla responsabile di un ascensore in un ospedale cittadino che sogna di diventare astronauta, portavoce di un sovietismo urbano dai toni esaltati, una seconda capitanata da un contadino alla ricerca della moglie perfetta confrontato con un problema di sterilità, esempio tristemente perfetto di una società rurale dominata dal patriarcato e una terza impersonata da due personaggi queer che militano per la libertà di essere semplicemente quello che sono, simbolo di un’apertura verso un occidente sognato ed idealizzato.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-02 20:25:012023-02-03 20:29:26Sudestival celebra il centenario del cinema armeno, a Bari e Polignano proiezioni e incontri (Bari Today 02.02.23)
Un onore aver incontrato Misha Wegner, figlio di Armin Wegner ed Irene Kowaliska. Due nomi importanti per la città verticale e che rappresentano un pezzo importante di storia da preservare e tramandare. Armin Wegner nacque nel 1886 e morì nel 1978 a quasi 92 anni. Giunse in Italia nel 1936, prima a Vietri sul Mare e poi a Positano, rifugio di molti intellettuali europei. Fino all’emanazione delle leggi razziali del 1938, l’Italia viveva un clima di relativa tolleranza, poi la situazione si deteriorò. Wegner, con altri intellettuali, venne arrestato, sia pure per poche settimane. Una misura precauzionale per la visita di Hitler. Fu uno dei principali testimoni del genocidio degli armeni e fino alla morte il ricordo del lager vissuto in Germania e la memoria e dell’orrore dei massacri degli armeni rimasero impressi nella sua memoria in maniera indelebile.
Era il 1916, l’anno delle marce della morte degli armeni da parte del governo turco: lui, testimone di un genocidio. Angosciato, scriveva alla madre: “Mai come in questi giorni ho sentito vicino a me distinto il frusciare della morte, il suo silenzio, il suo freddo sorriso, e spesso mi chiedo: posso io ancora vivere …quando attorno a me c’è un abisso di occhi di morti?”. Mentre l’Europa cristiana restava impassibile di fronte a tanto orrore, Wegner in una lettera al presidente USA, Woodrom Wilson, chiedeva: “Salvi lei l’onore dell’Europa”. Quando nella sua Germania si scatenò l’antisemitismo scrisse una lunga lettera a Hitler, scongiurandolo dal proseguire in quella follia: “Non come amico degli ebrei, ma come amico dei tedeschi, come rampollo di una famiglia prussiana, in questi giorni, quando tutti rimangono muti, io non voglio tacere più a lungo di fronte ai pericoli che incombono sulla Germania”. La lettera fu recapitata a “Casa Bruna” di Monaco e la ricevuta fu firmata da Martin Borman. La risposta fu il carcere: pestato, frustato, torturato a sangue, trasferito in vari lager e, infine, costretto a lasciare la Germania. Giunse a Roma con lo pseudonimo Percy Eckstein. Poi si trasferì a Positano, dopo una breve sosta a Vietri, da Irene Kowaliska: le fece omaggio di un libro con dedica: “Si sente sempre un canto bellissimo dietro a una porta chiusa, si continua la strada, ma non si sa dove condurrà”.
Wegner arrivò a Positano abitando prima una casupola isolata a Capodacqua, poi la “Casa dei sette venti” in via Pasitea, dove lo raggiunse Lola Landau, per convincerlo a seguirla in Palestina. Fu tutto inutile: Armin restava a Positano, in quello che la Landau definì “il paradiso dei pazzi”. Qui il poeta aveva ritrovato la sua dimensione di vita.
A Positano Irene Kowaliska, che nel frattempo aveva dato alla luce il loro figliolo, Misha, lo raggiunge nel 1942: era quasi il traguardo di una lunga storia d’amore, una fertile avventura che ha modellato due personalità di grande prestigio culturale. Da quando, nel 1929, si erano conosciuti nelle campagne intorno Berlino, era stato un continuo cercarsi, allontanarsi, nascondersi, ritrovarsi, confrontarsi, aiutarsi, amarsi. Su insistenza di Peter Ruta, artista loro vicino di casa, Armin e Irene andarono a Stromboli: in quell’ambiente eolico lo scrittore ritrovò il suo habitat. E per Irene, lì era la sede del genius loci della ceramica: isola, terra emersa, calda di fuoco interno, circondata da acqua, invasa dal vento. E fu l’acquisto di un vecchio, abbandonato mulino, poi ristrutturato, con una torre centrale, dove Armin murò un pannello ceramico di sei “riggiole” vietresi realizzato da Irene negli anni ’30 per la casa di Positano: rappresentava un veliero, sotto vi posero il nome di questa nuova casa: “La Torre dei sette venti”.
Nel 1967 lo Stato di Israele attribuì a Wegner il titolo di Giusto fra le Nazioni; un anno dopo, in Armenia, gli fu conferito l’Ordine di San Gregorio l’Illuminatore”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-02 20:23:172023-02-03 20:24:59A Positano l’incontro con Misha Wegner, figlio di Armin Wegner ed Irene Kowaliska (Positano News 02.02.23)
Dal 12 dicembre di quest’anno i 120.000 abitanti dei territori rimasti alla Repubblica dell’Artsakh sono isolati dal resto del mondo a causa di un blocco organizzato dall’Azerbaigian sull’unica strada rimasta a collegare la regione con l’Armenia. In questi giorni di freddo scarseggiano il cibo, le medicine, i combustibili… una popolazione con 30.000 bambini e 20.000 anziani è sull’orlo di una catastrofe umanitaria.
Nella Penisola Italiana e negli stati dell’UE si parla troppo poco della questione armena e del dramma dell’Artsakh, per motivi geopolitici molti propagandisti ucraini residenti in Italia parteggiano spudoratamente per l’Azerbaigian, che in Germania e in Francia ha trovato anche il sostegno di molti immigrati turchi e musulmani. Negli ultimi due paesi citati si sono verificati anche attacchi violenti contro manifestazioni pacifiche organizzate dalle comunità armene (ah, le meraviglie dell’invasione islamica, così cara ai progressisti europei).
Quasi tutti i politici italiani di alto livello tacciono su questi temi, poiché l’Azerbaigian, retto dalla dittatura del presidente İlham Əliyev (la cui famiglia è al potere dal 1969), è uno tra i principali partner per la fornitura di gas all’Italia. Diverso è l’atteggiamento di parecchi sindaci e comuni italiani che hanno espresso apertamente il loro sostegno alla causa armena.
Antonia Arslan
La Professoressa Antonia Arslan è sempre in prima linea per dare voce alle sofferenze del popolo armeno con libri e articoli, nel 2007 da La masseria delle allodole è stata tratta una pellicola omonima che ha avuto vasta circolazione nelle scuole. Anche l’opuscolo di Zoppellaro che abbiamo citato fa parte della collana «Frammenti di un discorso mediorientale», diretta da Antonia Arslan per la casa editrice Guerini e Associati (la stessa che ha pubblicato la traduzione italiana de Il Carlismo di Jordi Canal).
Lo studio padovano della Professoressa Arslan si chiama la Casa di Cristallo e ogni volta che ci entro percepisco emozioni simili a quelle che provo quando visito Palazzo Loredan a Venezia, dove per tanti anni ha vissuto Carlo VII. Però vi è una differenza: oggi il Loredan è completamente privo di cimeli carlisti, mentre nella Casa di Cristallo ci sono ancora dei ricordi interessanti.
Nella libreria al pianterreno del grande palazzo di Padova ci sono i volumi dei romanzi di Padre Bresciani, la raccolta della polemica rivista Letture Cattoliche, la prima edizione di Pour Don Carlos (1920) di Pierre Benoit (1886-1962) e il ritratto di Alessio De Besi (1842-1893), giornalista cattolico intransigente, volontario dell’esercito del Papa e sostenitore del Carlismo, che a Roma conobbe S.A.R. Alfonso Carlo. Antonia Arslan è infatti figlia di Vittoria Marchiori e Michele Arslan, figlio di Yerwant Arslanian e di Antonietta De Besi, figlia di Alessio, propugnatore del tradizionalismo in terra veneta. A Dio piacendo, in un giorno non lontano, vorrei pubblicare tutti i testi carlisti di Alessio De Besi (articoli, dialoghi e storielle in italiano o in lingua veneta) raccolti in un volume per la nostra Collana di Studi Carlisti…
Chi avrà letto la recente riedizione di Viaje de los señores Duques de Madrid a Egipto y Palestina (1895) avrà notato un accenno all’amicizia tra Carlo VII e i padri armeni di San Lazzaro, il loro museo ospita oggi una biblioteca di circa 200.000 volumi, oltre 4000 manoscritti armeni e innumerevoli reperti…tra cui una collezione di minerali che gli fu donata dal nostro Re. Nel 1925, il Barone Alessandro Augusto Monti della Corte (1902-1975), rappresentante in Italia di Don Jaime di Borbone e poi di Alfonso Carlo, sposò a Roma la Principessa armena Jacqueline Keutché Oglou-Guetchéiane (1903-1932), esule diciannovenne da Costantinopoli nel 1922, da cui ebbe nel 1926 la figlia Beatrice Maria. La storia dei legami tra il Carlismo e gli Armeni è ancora tutta da scrivere, affidata alla sola memoria delle antiche famiglie che ricordano ancora, ma i documenti per stenderla aspettano con pazienza chi sarà in grado di ricostruirla.
Per i Carlisti, sempre sconfitti, ma sempre tenaci, è naturale guardare con simpatia al popolo armeno, cristiano e coraggioso, che resiste e combatte anche dopo tante disfatte. Cerchiamo di tenere gli occhi puntati sul Caucaso e di seguire ciò che accade in quest’angolo del pianeta, ipocritamente dimenticato dai sedicenti «paladini del mondo occidentale» (qualsiasi cosa esso sia). Come tradizionalisti ciò che possiamo fare oggi è informarci e informare, leggere libri, prendere contatto con associazioni armene e partecipare all’invio di aiuti umanitari per chi è colpito dalle miserie della guerra e della crisi ancora in corso.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-02 20:21:462023-02-03 20:23:01Armenia: storia di un popolo coraggioso e tenace (La Esperanza 0.02.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 02.02.2023 – Vik van Brantegem] –Nel 53° giorno del #ArtsakhBlockade da parte delle autorità azere, nessun cambiamento è stato registrato in Artsakh/Nagorno Karabakh. Il blocco dell’autostrada interstatale Goris-Stepanakert continua ad essere in atto, con i veicoli delle forze di mantenimento della pace russe e del Comitato Internazionale della Croce Rossa gli unici ad essere autorizzati dall’Azerbajgian a entrare e uscire dal territorio dal 12 dicembre 2022. Prosegue il crimine umanitario alla luce del sole, che richiede non solo attenzione ma l’azione energica e risolutiva della comunità internazionale. Se gli USA, la Francia, la Russia e l’Occidente non agiscono, potremmo assistere ancora una volta ad un’altra tragedia armena e alla perdita di vite umane da cui il mondo sarà sconvolto troppo tardi. La condotta dell’Azerbajgian è del tutto inaccettabile per un mondo civilizzato, che rispetto ai crimini contro l’umanità del passato esclama: “Non lo sapevamo”. “Mai più”.
«Prima si crede ai pregiudizi sugli altri, poi si giustifica l’odio, quindi la violenza, alla fine ci si trova nel mezzo della guerra» (Papa Francesco ai giovani cattolici congolesi nello Stadio dei Martiri a Kinshasa). Vale anche per la politica di odio anti-armeno dello Stato dell’Azerbajgian.
Dopo il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, un altro membro del Governo Meloni vola a Baku. Adesso è il turno di Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica dell’Italia. E un altro giornale dimentica cosa è il giornalismo (non menzioniamo neanche la coerenza e i diritti umani).
L’Azerbajgian prevede di prendere molto di più dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. «Indicativo delle ambizioni espansionistiche dell’Azerbajgian per l’Armenia, i media statali dell’Azerbajgian hanno iniziato una nuova serie sull’”Azerbajgian occidentale”» (Lindsey Snell).
«Conoscenza dell’Azerbajgian occidentale [Armenia]: Le chiese a Gafan [Kapan] non appartengono agli Armeni, appartengono tutte all’era albanese [caucasica].
L’APA [Azeri-Press Agency] sta avviando un nuovo progetto chiamato “Conoscere l’Azerbajgian occidentale”. Lo scopo del progetto è fornire informazioni dettagliate sulla storia, la geografia, la cultura, i monumenti, lo stile di vita e la vita quotidiana delle persone della regione dell’Azerbajgian occidentale, per presentarle ai lettori, in particolare alle giovani generazioni. Il primo ospite del progetto è Jabi Bahramov, originario di Gafan, capo del “Dipartimento di storia dell’Azerbajgian occidentale” dell’Istituto di storia dell’ANAS [acronimo in inglese dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian], dottore in filosofia, professore associato» (Konkakt.az, 31 gennaio 2023).
Kapan è una città di circa 45.500 abitanti della provincia di Syunik in Armenia, ad un chilometro dal confine con la Repubblica di Artsakh (oggi territorio occupato dall’Azerbajgian con la guerra dei 44 giorni del 2020, come si vede dalla foto di APA, che dimostra la bandiera dell’Azerbajgian con due soldati azeri sullo sfondo dell’aeroporto di Kapan).
Kapan è gemellata con Glendale in California (ne abbiamo parlato in occasione della visita di Elen Asatryan, membro del Consiglio comunale di Glendale [QUI]).
Il 14 novembre 2022, alle ore 20.00, unità delle Forze Armate azere hanno aperto il fuoco con armi da fuoco di diverso calibro in direzione delle posizioni di difesa armene nella parte orientale della zona di confine armeno-azera, il Ministero della Difesa armeno ha comunicato. Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha accusato il Presidente dell’Azerbaigian di terrorizzare la popolazione civile armena. “Il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, vestito in uniforme militare e in un’udienza militare, nel suo discorso minaccioso e aggressivo dell’8 novembre scorso ha annunciato che Sisian, Goris, Kapan e altre città armene sono nel loro campo visivo e che l’Armenia capisce cosa significa. È un palese atto per terrorizzare la popolazione civile”, ha dichiarato Pashinyan in un post su Twitter il 14 novembre 2022 [QUI].
Durante il periodo sovietico, la città aveva il nome Ghapan. Kapan è la città più popolosa della provincia di Syunik e dell’intera regione dell’Armenia meridionale. L’etimologia del nome viene dal verbo armeno “kapel” che significa racchiudere, in questo caso indicando il fatto che la città è racchiusa all’interno di una catena montuosa. L’area dell’odierna Kapan viene menzionata per la prima volta nel V secolo ed è descritta come un piccolo insediamento. Storicamente questa regione era parte integrante della provincia storica di Syunik, una delle nove province (nahang) del Regno d’Armenia. Alla fine del X secolo, il sovrano di Syunik, il Principe Smbat II, si insediò a Kapan dove fondò il Regno di Syunik-Baghk proclamandosi sovrano sotto la protezione del regno bagratide d’Armenia. Nel 1103 la città venne messa a ferro e fuoco dall’invasione dei Selgiuchidi, e, tra il XII ed il XV secolo, insieme al resto del regno armeno, il territorio subì una successione di invasioni, prima da parte dei mongoli e poi dei Turcomanni della Pecora Bianca ed in ultimo dai Turcomanni della Pecora Nera. Agli inizi del XVIII secolo Kapan vide sorgere la figura del leader militare armeno Davit Bek, il condottiero armeno che, partendo proprio dalla provincia di Kapan, guidò il suo popolo nella lotta di liberazione dal dominio dell’Impero ottomano e dall’Impero Safavide.
Aeroporto di Kapan.
A seguito dell’accordo trilaterale di cessato il fuoco del 9 novembre 2020 che terminò la guerra dei 44 giorni dell’Azerbajgian in Artsakh, il 18 dicembre 2020 il Ministero della Difesa dell’Armenia ha ordinato il ritiro delle unità dell’esercito armeno dalle loro posizioni nelle città di Goris e Kapan nella provincia di Syunik. Di conseguenza, è sorta la questione della sicurezza di un certo numero di villaggi armeni. Il 7 gennaio 2021 gli Azeri hanno posizionato la loro bandiera sul territorio dell’Artsakh conquistato nei pressi dell’aeroporto di Kapan, ha dichiarato il sindaco di Kapan, Gevorg Parsyan come si vede nella foto pubblicata da Kontakt.az il 31 gennaio 2023 riportato sopra e il dettagli sotto].
“Attualmente, l’aeroporto è sotto la sorveglianza degli Azeri”, ha aggiunto. All’inizio di gennaio 2021 il Difensore dei Diritti Umani dell’Armenia, Arman Tatoyan, e il suo staff hanno effettuato un’ispezione delle aree della pista e dell’edificio amministrativo dell’aeroporto di Kapan, nelle immediate vicinanze del dispiegamento delle forze azere. I rilievi hanno dimostrato che non solo l’aeroporto di Kapan, ma anche il traffico sull’autostrada Kapan-Yerevan e una serie di aree residenziali nella città di Kapan sono in pericolo, ha affermato Tatoyan il 9 gennaio 2021 in un post su Facebook. “Durante la visita all’aeroporto di Kapan e ad alcuni villaggi, la mappa di Google e molte altre mappe online hanno mostrato risultati diversi. In alcuni casi la strada da Kapan al villaggio di Chakaten, così come la strada per l’aeroporto di Kapan e le sezioni dell’aeroporto di Kapan dove sono di stanza le forze azere, sono state presentate come parte del territorio della Repubblica di Armenia”, ha affermato Tatoyan. “Le visite del Difensore dei Diritti Umani a Kapan e nei villaggi circostanti mostrano che, a seguito degli approcci utilizzati finora, e in particolare l’applicazione meccanica del Global Positioning System (GPS) o delle mappe di Google, rappresentano una seria minaccia al diritto alla vita e alla sicurezza di residenti di frontiera, la loro inviolabilità fisica o mentale e altri diritti di vitale importanza garantiti dalla Costituzione della Repubblica di Armenia. La sicurezza dei confini statali armeni è in pericolo”, ha affermato l’Ufficio del Difensore dei Diritti Umani dell’Armenia. “In particolare, con l’applicazione meccanica di questo principio, vari tratti della strada da Kapan a Chakaten e altri villaggi sono passati sotto il controllo dell’Azerbajgian, il che ha messo in serio pericolo il movimento dei civili. Allo stesso tempo, si deve tenere conto del fatto che questa strada è assolutamente necessaria per la sicurezza dei villaggi di Chakaten, Shikahogh, Srashen, Nerkin Hand, Tsav e per i diritti vitali degli abitanti”, ha affermato l’Ufficio del Difensore dei Diritti Umani dell’Armenia.
Tratto autostradale armeno Goris-Kapan consegnato dall’Armenia all’Azerbajgian non più transitabile (13 aprile 2022).
«Il tratto di 21 chilometri dell’autostrada Goris-Kapan, che [il Primo Ministro] Nikol Pashinyan ha consegnato agli Azeri dopo la guerra di 44 giorni [in Artsakh/Nagorno-Karabakh nell’autunno del 2020], è diventata una strada deserta. La parte azera ha installato qui filo spinato e barriere di cemento, il che dimostra che né gli Armeni né i grandi camion iraniani possono percorrere questa strada. All’inizio, alti funzionari della Repubblica di Armenia assicuravano che avremmo potuto usare anche quella strada pagando la dogana. Si è rivelata una bugia. Le guardie di frontiera armene e azere sono in piedi su entrambi i lati della strada. A giudicare da questa foto scattata due giorni fa, questa parte dell'[autostrada] Goris-Kapan non è più percorribile. A seguito del sequestro di questa strada, sono stati isolati anche gli insediamenti di Shurnukh, Vorotan e Bardzravan [dell’Armenia], che sono diventati enclavi» (Quotidiano armeno Hraparak, 13 aprile 2022).
Il complesso monastico armeno Vahanavank si trova a circa 5 chilometri a ovest della città di Kapan nella provincia armena di Syunik, ai piedi del monte Tigranasar lungo la riva destra del fiume Voghdji. Il monastero fu costruito su un cimitero dell’età del bronzo (13-11 a.C.) dal Principe Vahan Nakhashinogh, da cui prende il nome, figlio del Principe Gagik di Kapan all’inizio del X secolo. Lo storico armeno Stepanos Orbelian (circa 1250-1305) scrisse che il principe aveva assunto la veste e lo stile di vita di un monaco per curarsi dalla possessione demoniaca. Nell’anno 911, il Principe Vahan radunò 100 chierici che la pensavano allo stesso modo e costruì la chiesa di Surb Grigor Lusavorich, la più antica tra le strutture di Vahanavank. La chiesa è un edificio simile a una sala a cupola con un tempio principale e un paio di sagrestie. Presso il monastero fu aperta una scuola spirituale dove studiavano giovani ragazzi di Baghk e di altre province. Il nipote del Principe Vahan Nakhashinogh, Vahan Jevanshir II, fu educato nel monastero e divenne Vescovo di Syunik intorno al 940 e poi Catholicos intorno all’anno 960. Durante il suo regno costruì molti grandi monumenti, molti dei quali rimangono in rovina. Il vestibolo e il portico prima metà del X secolo. Quest’ultimo si estende a sud della chiesa e del nartece. Qui sono sepolti Re e Principi di Syunik. Vahanavank divenne il centro religioso dei Re di Syunik nell’XI secolo. Nel 1086, la Regina Shahandukht II di Syunik e sua sorella Katan costruirono la chiesa di Surb Astvatsatsin come luogo di sepoltura per lei e per i suoi parenti. Ci sono anche altre strutture, edifici domestici, khachkar e lapidi che risalgono al X-XI secolo.
E poi, Yagub Makhmudov, il Direttore dell’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze dell’Azerbajgian, ha affermato che anche “Keshikchidag e la Georgia orientale sono delle terre originarie dell’Azerbajgian, e Tiflis è un’antica città azerbajgiana”. Il meglio deve ancore avvenire.
Oggi, dopo le condanne quasi unanime di tutto il mondo occorre agire: sanzionare il regime criminale di Aliyev, organizzare il ponte aereo per l’aeroporto di Stepanakert, riconoscere la Repubblica di Artsakh. L’Artsakh ha una democrazia parlamentare funzionante, a differenza dell’Azerbajgian dove il Primo Vicepresidente è la moglie del Presidente e non ci sono elezioni liberi. “«Per chi non vuole diventare nostro cittadino, la strada non è chiusa, ma aperta. Possono partire. Possono andare da soli oppure possono andare in autobus. La strada [per l’Armenia] è aperta». Queste sono parole del Presidente dell’Azerbajgian. Non solo Ilham Aliyev conferma che il blocco dell’Artsakh c’è ma dimostra come funzione il suo regime. O accetteranno di essere cittadini di una dittatura come l’Azerbajgian o non esisteranno affatto. Ecco la semplice formula di Aliyev per gli Armeni dell’Artsakh. Poi, questo dittatore descritto come un “partner affidabile” da Ursula von der Leyen si oppone al ponte aereo umanitario e minaccia di abbattere qualsiasi aereo che attraversa il “suo” (secondo lui) spazio aereo per atterrare all’aeroporto di Stepanakert.
«Il camion del CICR ha consegnato medicinali e altri rifornimenti ai centri medici di Artsakh» (David Galstyan). Così Baku può dare questo come “prova” che il #ArtsakhBlockade non esiste.
Qui sopra le immagini che abbiamo ricevuto oggi da Tegh (vicino alla chiesa Surb Govorg), l’ultimo avamposto in Armenia prima della frontiera con l’Artsakh, dove inizia il Corridoio di Berdzor (Lachin), lungo l’autostrada Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert, attraverso 10 posti di blocco delle forze di mantenimento della pace russe. Questo è l’unico convoglio che fanno passare, che consegna medicinali e rifornimenti sanitari all’Artsakh e poi al ritorno porta persone che sono in pericolo di vita all’ospedale di Goris.
Ecco, i fake eco-attivisti azeri che hanno bloccato la strada della vita per l’Artsakh.
«Nella prima foto: un soldato armeno che abbraccia l’orsacchiotto che viveva vicino alla base militare di Artsakh a Karvajar, che ho visto nel 2020 quando l’ho visitato. Nella seconda foto: il barbaro azero che ha ucciso quell’orso e che mostra con orgoglio nella foto dopo l’occupazione del territorio dell’Artsakh» (Liana Margaryan, giornalista armena).
Un esempio del “rispetto per la fauna dell’Artsakh” secondo la propaganda di Baku. E ne sono pure orgogliosi.
La bellezza naturale dell’Artsakh (Foto di Varak Ghazarian).
«Nelle notizie di oggi [1° febbraio 2023] è stato pubblicato un video di un’aula a Stepanakert in cui gli studenti cantano una canzone patriottica affermando che non sono tipi da avere paura [abbiamo riportato il video ieri [QUI]]. La gente dell’Artsakh è resiliente. Non saranno sballottati e non saranno spinti via dalle attuali tattiche azere. Negli ultimi 35 anni hanno resistito a circa 6 anni di guerra, seguiti poi da un periodo di grande difficoltà e oscurità post “indipendenza”. Sono stati quindi in grado di allevare una generazione prima che scoppiasse di nuovo la guerra nel 2020 per 44 giorni. Siamo usciti sconfitti dalla guerra e abbiamo perso notevoli quantità di vite e terra. Vite che dovevano essere il futuro della terra. Vite che erano così preziose per ciascuno dei loro cari e per gli Armeni nel loro insieme. Terra che ci è stata sacra per migliaia di anni. Terra che ha ospitato decine di migliaia di persone. Ora sono tutti sfollati, la maggior parte dei quali vive ancora in ciò che resta dell’Artsakh. A due anni dalla fine della guerra, 120.000 persone sono ancora bloccate dal resto del mondo. Sono bloccati dalle loro necessità umane fondamentali per la sopravvivenza. Sono stati bloccati dal resto del mondo negli ultimi 52 giorni. Tuttavia, continuano a cantare e ballare la musica e le danze tradizionali armene perché è quello che sono ed è quello che saranno sempre indipendentemente dalle difficoltà che si troveranno sulla loro strada» (Varak Ghazarian – Medium, 2 febbraio 2023 – Nostra traduzione italiana dall’inglese).
Nagorno-Karabakh, vivere bloccati
Da più di due mesi la popolazione del Nagorno-Karabakh è isolata dal resto del mondo per il blocco azero del Corridoio di Lachin. Come vivono gli abitanti di Stepanakert
di Armine Avetisyan Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 1° febbraio 2023
La popolazione del Nagorno-Karabakh ha trascorso il Natale e il Capodanno in condizioni di blocco da parte dell’Azerbaijan, una situazione che dura ormai da quasi due mesi. L’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh all’Armenia, il cosiddetto Corridoio di Lachin, è stata infatti bloccata a partire dal 12 dicembre da manifestanti di organizzazioni azere, sedicenti ambientalisti.
La crisi umanitaria a cui è sottoposta la popolazione di 120.000 abitanti del Nagorno-Karabakh è ormai evidente ed in continuo peggioramento: mancanza di alimenti per bambini e di medicinali essenziali, negozi vuoti, mancanza totale di verdura e frutta, tagli periodici alla fornitura di elettricità e gas.
I manifestanti azeri hanno bloccato la strada su base di istanze ambientali ma di fatto sono teleguidati da Baku e le loro richieste hanno connotati del tutto politici: tra queste la richiesta dell’istituzione di un posto di blocco azero nel Corridoio di Lachin, la nomina di rappresentanti degli organi statali azeri nel Nagorno Karabakh, e via dicendo.
Il Corridoio di Lachin collega Stepanakert, la capitale del Nagorno-Karabakh, con la città di Goris in Armenia e, come sancito dalla dichiarazione trilaterale Armenia-Russia-Azerbaijan firmata il 9 novembre 2020, è sottoposta al controllo delle forze di pace russe. Questa strada è l’unica che collega il Nagorno-Karabakh con il mondo esterno, strada attraverso la quale vengono trasportati tutti i tipi di beni necessari alla vita della popolazione armena.
“Non c’è nessun prodotto, niente. Sa in quanti negozi ho cercato un pezzo di formaggio? Mio nipote ha chiesto del formaggio, era a casa malato. Per non parlare della frutta e dei dolci. Abbiamo grandi difficoltà a procurarci il cibo, cosa faremo?”, racconta Gayane Poghosyan, residente a Stepanakert.
Tonya Muradyan, dipendente di un negozio di alimentari, conferma che dall’inizio di gennaio nel suo negozio non c’è quasi più cibo, solo succhi e alcolici. A Stepanakert, il numero di negozi chiusi è aumentato dopo le feste natalizie, anche se molti di essi erano già chiusi alla fine del 2022. Anche chi entra in farmacia spesso esce a mani vuote.
“Mancano antipiretici, pannolini, alimenti per bambini, antibiotici e antidolorifici. Non sappiamo per quanto tempo la strada rimarrà chiusa”, afferma Alyona Ghulyan, dipendente di una delle farmacie di Stepanakert.
41 asili e 56 gruppi pre-scolastici sono stati chiusi completamente o parzialmente dal 9 gennaio a causa dell’aggravarsi della carenza di cibo sotto il blocco. 6.828 bambini non possono più frequentare l’asilo e la scuola materna, essendo privati dell’opportunità di ricevere cure, cibo e istruzione adeguati.
Dal 18 gennaio poi tutte le 118 scuole del Nagorno Karabakh sono state chiuse a causa di problemi di riscaldamento e di fornitura di elettricità, privando più di 20.000 bambini del loro diritto all’istruzione. Negli ultimi giorni si stanno distribuendo stufe a legna, altrimenti anche il riscaldamento diventa un problema molto serio.
“Ho due bambini a casa. Vogliono giocare, correre, ma non possono uscire dal letto caldo. A casa fa terribilmente freddo. Se in casa ci sono più di 10 gradi, siamo felici. Ora stiamo per installare una stufa a legna, naturalmente non so come si risolverà il problema del combustibile. Ci hanno dato la legna, ma non è inesauribile. Presto non avremo più nulla da bruciare…”, racconta la 35enne Lilit Sahakyan.
“Nel Nagorno-Karabakh si verificano frequenti interruzioni di corrente elettrica, perché l’Azerbaijan interrompe le linee elettriche che forniscono elettricità alla regione e la popolazione riceve elettricità solo a seconda della capacità produttiva delle centrali elettriche locali, che non è sufficiente. I beni di prima necessità vengono forniti alla popolazione attraverso un sistema di voucher.
“Il governo dell’Azerbaijan persegue un unico obiettivo: spezzare la volontà degli Armeni del Nagorno-Karabakh di vivere nella loro patria. Inoltre, secondo le informazioni in nostro possesso, il piano di Baku è il seguente: portare la pressione economica e psicologica nel Nagorno-Karabakh a un certo punto culminante, dopodiché aprire il corridoio per alcuni giorni con l’aspettativa che gli Armeni del Nagorno Karabakh lascino in massa le loro case, chiudere di nuovo il corridoio e poi riaprirlo per alcuni giorni e così via fino a quando l’ultimo Armeno lascerà il Nagorno-Karabakh”, ha affermato il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan durante una riunione di Gabinetto dello scorso 26 gennaio. Per poi aggiungere: “Si tratta, ovviamente, di una palese politica di pulizia etnica. E devo constatare che se finora la comunità internazionale era scettica riguardo ai nostri allarmi sulle intenzioni dell’Azerbaijan, ora questa consapevolezza si sta lentamente ma costantemente rafforzando tra la comunità internazionale.
Al fine di prevenire l’imminente disastro umanitario nelle condizioni di blocco della strada vitale del Nagorno-Karabakh, il Parlamento del Nagorno-Karabakh ha invitato il mondo civile a intraprendere azioni concrete in direzione dell’apertura del corridoio o della promozione di un ponte aereo con Stepanakert, per attutire l’allarmante crisi umanitaria in atto.
Dall’inizio del blocco, molti paesi e organizzazioni internazionali hanno condannato le azioni dell’Azerbaijan e chiesto la revoca del blocco. La questione è stata discussa anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ingiunto l’Azerbaijan a prendere tutte le misure necessarie e sufficienti per rimuovere il blocco. La questione sarà inoltre presto discussa anche presso la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite (L’Aia) nell’ambito dei lavori del Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-02 20:16:082023-02-03 20:16:45Cinquantatreesimo giorno del #ArtsakhBlockade. L’Azerbajgian intende prendere molto di più oltre l’Artsakh/Nagorno-Karabakh (Korazym 02.02.23)
Dopo l’intervento dell’ambasciatore dell’Azerbaigian presso la Santa Sede, anche il rappresentante diplomatico dell’Armenia, l’ambasciatore Garen Nazarian, illustra ai lettori di Terrasanta.net il punto di vista del suo Paese.
Diamo volentieri la parola all’ambasciatore Garen Nazarian, ringraziandolo per l’attenzione. Ecco il testo che ci ha inviato il 31 gennaio 2023:
—
Egregio Direttore Caffulli,
in questi giorni abbiamo notato l’attenzione di Terrasanta.net alla situazione in Nagorno-Karabakh a causa del blocco illegale del corridoio di Lachin che sta provocando una catastrofe umanitaria per la popolazione armena locale.
Apprezzerei molto se potesse mettere a disposizione dei suoi lettori il mio punto di vista, in risposta alla narrativa azera pubblicata sul suo sito lunedì 30 gennaio 2023.
Oggi le popolazioni dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh si trovano ad affrontare sfide senza precedenti che continuano a minacciare la stabilità e la sicurezza della nostra regione e che sono state perfettamente sintetizzate nei recenti appelli lanciati da leader e parlamenti mondiali. In particolare Papa Francesco nei messaggi del 18 dicembre 2022 e del 9 e 29 gennaio scorsi [il primo e il terzo pronunciati dopo la preghiera dell’Angelus domenicale con i fedeli in piazza San Pietro, il secondo nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per lo scambio d’auguri a inizio anno – ndr] ha chiesto il rilascio dei prigionieri di guerra armeni e dei civili detenuti in Azerbaijan e la revoca del blocco del corridoio di Lachin.
Queste voci forti si sono sentite in Armenia e nel Nagorno-Karabakh e spero siano state sentite e ascoltate anche a Baku.
In tale contesto, gli appelli forti e mirati della comunità internazionale, ivi compresi i media, sono davvero importanti. Da due anni a questa parte, l’Armenia persegue un’agenda di pace e, avendo la volontà politica di normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan, si è impegnata in buona fede nei colloqui. In risposta, l’Azerbaijan non solo ha sollevato nuove rivendicazioni territoriali ma ha anche cercato di giustificare la sua ultima aggressione con la falsa argomentazione secondo cui il confine con l’Armenia non è delimitato. A tutt’oggi l’Azerbaijan sta utilizzando ogni possibile strumento di pressione: dalla detenzione illegale di prigionieri di guerra armeni come ostaggi alla diffusione di matrice statale dell’incitamento all’odio contro gli armeni, dalla retorica guerrafondaia all’uso concreto della forza. È altrettanto chiaro che finora le azioni dell’Azerbaijan, incluso il disumano blocco del corridoio di Lachin, hanno dimostrato nuovamente l’assoluta necessità di un impegno internazionale per affrontare le questioni dei diritti e della sicurezza della popolazione del Nagorno-Karabakh.
In questo preciso momento, la popolazione del Nagorno-Karabakh rimane sotto un assedio disumano a causa del blocco illegale del corridoio di Lachin, l’ancora di salvezza, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Creando condizioni di vita insopportabili, l’Azerbaijan mira a costringere la popolazione del Nagorno-Karabakh a lasciare le case e le terre ancestrali. La recente dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan che suggerisce la deportazione di quegli armeni che non vogliono diventare cittadini dell’Azerbaijan viene a dimostrare ancora una volta la loro intenzione di pulizia etnica.
Poiché la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh sta peggiorando di giorno in giorno, si rende necessario l’intervento immediato della comunità internazionale per garantire un accesso umanitario senza ostacoli al Nagorno-Karabakh da parte degli organi competenti delle Nazioni Unite. Non possiamo rimanere a guardare mentre una popolazione lentamente muore di fame a causa di giochi politici e forse considerazioni geopolitiche. Urge un intervento deciso e una forte pressione sull’Azerbaijan e azioni concrete da parte della comunità internazionale. Bisognerebbe spiegare all’Azerbaijan che ci sono delle precise regole internazionali alle quali tutti devono attenersi.
Cordiali saluti,
Garen Nazarian
Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-02-02 20:13:462023-02-03 20:15:30L’ambasciatore armeno Nazarian interviene su Lachin (Terra Santa 02.02.23)
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.Ok