Genocidio Armeno. 107 Anni fa, ma il Negazionismo Turco Continua (Rassegna stampa 23, 24, 25 e 26 aprile 2022)

23 aprile 2022

24 aprile 2022

25 aprile 2022

26 aprile 2022

Nelle ombre della Turchia il genocidio degli armeni (Italiaitaly 22.04.22)

Il 24 aprile si commemora il primo genocidio del XX secolo, che ha avuto come vittime un milione e mezzo di armeni, ma la Turchia non ha mai ammesso gli orrori delle “marce della morte”. Nel 1915, in piena guerra mondiale, nell’Impero Ottomano si scatenò una spietata violenza contro gli armeni presenti in Anatolia, una comunità cristiana con aspirazioni anche indipendentiste, temuta per il pericolo che si alleasse con i russi in guerra contro i turchi. Si consumò così il primo genocidio del XX secolo con circa un milione e mezzo di vittime e una storia che la Turchia continua a negare, …

nonostante le dure reazioni internazionali anche negli ultimi anni. Il genocidio degli armeni, che nella lingua locale è chiamato “grande crimine”, è conosciuto anche come “olocausto degli armeni” o “massacro degli armeni” e rientra nella campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II.

Nella notte fra il 23 e 24 aprile 1915 si scatenò la prima ondata di repressioni. A Costantinopoli furono arrestati gli esponenti più in vista della comunità armena e nel giro di un mese oltre mille intellettuali armeni, giornalisti e scrittori, poeti e anche delegati la Parlamento furono arrestati e poi trucidati lungo la strada verso l’Anatolia. Seguirono poi massacri e “marce della morte” con innumerevoli vittime e l’eccidio si protrasse anche per tutto il 1916.

Il “caso armeno” è tornato in primo piano con le parole pronunciate da Papa Francesco nella commemorazione delle vittime un secolo dopo il grande eccidio. «La nostra umanità – ha detto – ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo, ha colpito il popolo armeno, prima nazione cristiana». Già nel 2001 papa Giovanni Paolo II e Karekin II, Catholicos della Chiesa armena, avevano parlato di genocidio a proposito del massacro di circa un milione e mezzo di cristiani armeni, ma per il governo di Ankara le parole del Pontefice «sono inaccettabili, lontane dalla realtà storica». Una realtà storica che non è possibile disconoscere, perché stragi e deportazioni di armeni ci furono davvero nei tragici anni della Prima guerra mondiale. In una ventina di Paesi, fra cui Italia, Germania, Svezia, Olanda, Russia, c’è stato un riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni; in Svizzera, Francia e Slovacchia sono previste anche pene per i negazionisti.

I fatti sono tragici e raccapriccianti, con numerosi morti per esecuzioni sommarie, fame, assideramento, malattie. In pieno clima bellico la Turchia temeva che gli armeni presenti in Anatolia, alla ricerca da tempo di indipendenza e anche perché cristiani, potessero allearsi con i nemici russi. Le persecuzioni avvennero soprattutto per iniziativa dei Giovani Turchi, che secondo molti storici miravano alla creazione di uno stato turco omogeneo etnicamente, mentre alcuni milioni di cittadini erano armeni e cristiani. Perciò anche in uno studio pubblicato nel 2012 (Völkermord an den Armeniern) lo studioso tedesco Michael Hesemann sostiene che sarebbe più esatto parlare di genocidio cristiano.

La strage del popolo armeno è storia e non può essere negata per motivazioni politico-ideologiche. L’Italia è tra i paesi europei che hanno definito il massacro un “genocidio”. Il Parlamento Europeo in una risoluzione ha riconosciuto il genocidio degli armeni, ha deplorato ogni tentativo di negazionismo, ha reso omaggio alle vittime e proposto l’istituzione di una giornata europea del ricordo. Ha anche invitato il Governo turco a “continuare nei suoi sforzi per il riconoscimento del genocidio armeno e ad aprire gli archivi per accettare il passato”. La Turchia ha però reagito con sdegno, respingendo la mozione e accusando l’Europa di complotto.

La nuova Europa, aperta al futuro e alle cui porte bussa anche la Turchia, non può rinunciare ai propri valori fondamentali, basati sulla tolleranza e sulla legalità, ma anche sul riconoscimento dei propri errori. Lo ha fatto la Germania, dopo i tragici eventi del secolo scorso; lo ha fatto l’Italia, voltando pagina dopo il ventennio fascista; lo ha fatto la Spagna dopo il lungo periodo franchista. Non sembra voglia farlo la Turchia, dopo la dura reazione del suo Governo alle dichiarazioni di Papa Francesco e le ricorrenti polemiche internazionali. La dura reazione del presidente Erdogan e la svolta autoritaria del governo turco gettano ombre anche sull’ingresso di quello stato nella nuova Europa. L’Unione Europea ha valori fondamentali condivisi e riconosce gli errori del passato proprio per costruire un futuro migliore. Anche la Turchia deve fare i conti con la storia e il riconoscimento del genocidio degli armeni è ritenuto fondamentale anche per l’ipotetico e sempre più discusso ingresso di quel Paese nell’Unione Europea. (F.d’A.)

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24 aprile 1915-24 aprile 2022. 107° anniversario del genocidio del popolo armeno (Korazym 22.04.22)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di seguito il Comunicato delle organizzazioni armeni in Italia, in riferimento al 107° anniversario del genocidio del popolo armeno ad opera dell’Impero ottomano.

Il Tsitsernakaberd, monumento eretto sopra la gola di Hrazdan a Yerevan quale memoriale del genocidio armeno perpetrato dal governo dei Giovani Turchi dell’Impero Ottomano.

24 aprile. Per non dimenticare

Anche quest’anno, il 24 aprile, noi, Italiani di origine armena ed Armeni in Italia, uniti in un’unica voce con le organizzazioni che ci rappresentano, facciamo memoria del Genocidio subito dagli Armeni nel 1915 ad opera dell’Impero ottomano.

In un contesto internazionale quale quello attuale, così segnato da instabilità ed incertezza, ci rivolgiamo ai cittadini, ai media e alle Istituzioni sentendo il dovere di un impegno che si rinnova: non solo nel rievocare la tragedia che ha travolto il destino del popolo armeno 107 anni fa ma anche nel richiamare le urgenze e le sfide che quel ricordo, ancora da troppi ignorato, impone oggi sul presente.

È prima di tutto una sfida di conoscenza, per non fermarsi a un uso retorico della memoria. Occorre invece approfondire le complessità del passato per comprendere che l’annientamento di un popolo e della sua identità è un dramma che ci riguarda davvero tutti e, al contempo, ci porta a riscoprire la ricchezza che la cultura armena è ancora in grado di offrire.

È una sfida di coraggio, per leggere le conflittualità del presente ed affrontarle senza timori, avendo ben in mente la drammatica lezione del passato, coscienti che la posta in gioco è il nostro futuro, con i suoi valori di integrazione e difesa della propria identità. Per noi, che siamo orgogliosamente anche cittadini italiani, essi sono la vera eredità che proviene da chi ci ha preceduto e possono diventare un patrimonio da condividere con la nazione in cui abbiamo scelto di vivere.

È un impegno contro le spinte alla sopraffazione e alla rimozione della memoria dei fatti, che ancora oggi affiorano e minacciano l’esistenza stessa della nazione armena, soprattutto dopo l’aggressione militare dell’Azerbajgian contro la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh di un anno e mezzo fa, l’assordante silenzio della comunità internazionale che ne è seguito, i criminali tentativi di cancellare ogni traccia di cultura armena nelle zone occupate, e le recenti, gravi violazioni del cessate il fuoco ai danni degli armeni, approfittando del drammatico conflitto in corso in Ucraina.

È la vera lezione della Memoria, quella che dal passato ci apre gli occhi sul presente, ci aiuta ad essere responsabili del nostro futuro, e, soprattutto, vigili sui pericoli cui i singoli e le comunità sono esposti quando non sono riconosciuti i loro diritti fondamentali.

Ecco, allora, il nostro compito di cittadini europei: non restare schiacciati sotto il peso delle nostre paure, indifferenze, apatie e disillusioni ma diventare riferimenti credibili e concreti per prevenire nuovi odi e combattere con le armi della conoscenza e della verità i persistenti tentativi di rimozione e di manipolazione della Storia.

Unione Armeni d’Italia
Associazione Assoarmeni (Roma)
Associazione Casa di Cristallo (Padova)
Associazione Italiarmenia (Padova)
AGBU Milan
Casa Armena – Hay Dun  (Milano)
Comunità Armena – Calabria
Comunità Armena – Napoli
Consiglio per la comunità armena di Roma
Unione Talenti Armeni d’Italia

Foto di copertina: Il Tsitsernakaberd, monumento eretto sopra la gola di Hrazdan a Yerevan quale memoriale del genocidio armeno perpetrato dal governo dei Giovani Turchi dell’Impero Ottomano. Nel 1965, in occasione del 50° anniversario del genocidio, a Yerevan fu avviata una protesta di massa di 24 ore per chiedere il riconoscimento del genocidio armeno da parte delle autorità sovietiche. Il memoriale fu completato due anni dopo. La stele di 44 metri simboleggia la rinascita nazionale degli Armeni. Dodici lastre sono posizionate in cerchio, che rappresentano 12 province perdute nell’attuale Turchia. Al centro del cerchio c’è una fiamma eterna. Ogni 24 aprile, centinaia di migliaia di persone camminano verso il monumento al genocidio e depongono fiori intorno alla fiamma eterna.

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Anjar, una terra dal grande fascino e dalla storia millenaria (Tantobuonasera 22.04.22)

Il Libano è un piccolo Paese non più grande dell’Umbria, con mille storie affascinati;, e Anjar è la città più bella del Libano, costruita dagli armeni della Diaspora. Da questo piccolo angolo di Mediterraneo i Fenici, grandi navigatori, entrarono in contatto con le maggiori potenze del tempo, commerciando il pregiato legno di Cedro, di cui il Libano era ricco. Crocevia di diverse culture e religioni provenienti da ogni angolo del Mediterraneo, ancora oggi è possibile apprezzare il carattere multiculturale e cangiante di questo luogo a cavallo tra Occidente e Oriente, Paese che ha saputo rinascere dalle sue ceneri come l’Araba Fenice. Gli armenti fanno parte della storia di questo affascinate Paese. Sono arrivati in Libano privi di tutto, ma grazie alle loro radici culturali più profonde sono andati avanti, hanno lavorato e costruito, sono la perla del progresso nel Paese dei Cedri. Una volta chiesto al direttore del quotidiano “Zartonk”, cosa il Libano e l’Armenia rappresentano per un armeno libanese.

Mi ha risposto: “Il Libano è il loro Paese, l’Armenia è la loro coscienza”. La cittadina di Anjar, nota anche come Haouch Moussa, si trova nella valle della Bekaa, non molto distante dalla strada che collega Damasco e Beirut. La cittadina è nota soprattutto per essere un centro archeologico di notevole importanza, dalla seconda metà del XX secolo Non potevo venire nella Valle della Bekaa senza visitare Anjar, oggi la città più turistica del Libano. In questo luogo la popolazione è in gran parte legata alla seconda diaspora armena. Parlo con i cittadini di Anjar, e inevitabilmente i ricordi riportano al 1938: “Tornammo nei villaggi, e i turchi li avevano consegnati ai francesi”. Gli armeni della seconda diaspora erano proprietari di terreni e di qualche capo di bestiame, erano benestanti e i turchi sequestrarono tutto: “Per tentare la salvezza scappammo a piedi in Siria e i francesi ci radunarono in un campo profughi vicino a Kessab, in Siria”.

Migliaia di loro furono annientati dalla malaria, e in Libano si temeva l’espansione dell’epidemia, per cui non vennero concessi permessi di ingresso nel territorio. Intervennero i francesi, che distribuirono dosi di chinino ed elargirono alcune terre ad Anjar, località libanese al confine con la Siria”. Harout racconta: “Abbiamo resistito come veri eroi, ma i turchi avevano mezzi potenti per le deboli forze armene: molte persone sono cadute combattendo, molti sono stati uccisi, altri trucidati, i loro cadaveri furono gettati in un fiume”. In Cilicia, nel 1909, vennero sterminate altre 30.000 persone. Racconta Aram: “La fortuna è la volontà del popolo armeno e la sua audacia. Il mondo intero chiede giustizia ed esprime la massima solidarietà con il popolo armeno”. Prima di visitare Anjar sono stato di ritorno dall’Iraq ho visitato il quartiere di Borj. Borj Hammoud, quartiere fondato dagli armeni che raggiunsero Beirut nel 1915 dopo il Genocidio, dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Ottennero il diritto di costruire accampamenti e baracche nella periferia est, vicino il fiume Beirut. Molti degli edifici costruiti in quel periodo sono ancora presenti. Le Forze Politiche Armene presenti in Libano, pur essendo molto diverse tra loro, sono unite nella verità e nell’esigenza del riconoscimento del Genocidio da parte del Governo Turco. Anjar è una città del Libano situata nella valle della Bekaa.

La popolazione è quasi interamente composta da armeni. L’area totale è di circa venti chilometri quadrati (7,7 miglia quadrate). Dopo essere stato abbandonato negli anni successivi, Anjar fu reinsediato nel 1939 con diverse migliaia di rifugiati armeni dall’area di Musa Dagh in Turchia. I suoi quartieri prendono il nome dai sei villaggi di Musa Dagh: Haji Hababli, Kabusia, Vakif, Khodr Bek, Yoghun Oluk e Bitias. La maggior parte degli armeni di Anjar sono apostolici armeni (ortodossi) che appartengono alla Chiesa apostolica armena e alla Santa Sede di Cilicia. La Chiesa Armena Apostolica di San Paolo è la seconda chiesa armena più grande del Libano. La comunità apostolica armena ha una propria scuola, Haratch Calouste Gulbenkian Secondary School. Nel 1940, il caporedattore del quotidiano armeno Haratch a Parigi, Shavarsh Missakian, organizzò una campagna di raccolta fondi tra gli armeni che vivevano in Francia che permise la costruzione della scuola elementare “Haratch” accanto alla chiesa apostolica armena di St. Paul di recente costituzione.

L’apertura ufficiale della scuola ha avuto luogo nel 1941. L’amministrazione della Fondazione Calouste Gulbenkian ha contribuito all’espansione della scuola, che è stata nominata in onore di Calouste Gulbenkian. La chiesa armena cattolica di Nostra Signora del Rosario ad Anjar funge da chiesa per i cattolici armeni, che gestiscono anche la scuola delle suore cattoliche armene. All’inizio, la scuola aveva due divisioni, St. Hovsep per gli studenti maschi e Suore dell’Immacolata Concezione per le studentesse. Nel 1954, questi dipartimenti furono uniti. Il 1973 ha visto l’apertura ufficiale della Casa degli orfani di Aghajanian, già operante come orfanotrofio cattolico armeno dal 1968. La Chiesa Armena Evangelica di Anjar è operativa per servire la piccola comunità Armena Evangelica di Anjar. La scuola della comunità protestante è stata fondata nel 1948 da suor Hedwig Aienshanslin come parte del suo lavoro missionario ad Anjar.

Talal KHRAIS

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Il romanzo epico del Genocidio Armeno, Ian Manook racconta la storia (vera) della nonna Araxie (Il Messaggero 22.04.22)

Tutto inizia nel 1915, nei dintorni di Erzerum, territorio turco dove esisteva, all’epoca, una fiorente comunità armena. Il romanzo decolla subito, potentissimo, come se fosse un film, proiettando con forza all’esterno, già nelle prime pagine, le scene strazianti e crudeli della cacciata degli armeni dalle loro case. Il destino aveva segnato la minoranza cristiana che viveva numerosa sotto l’impero ottomano ed era stata destinata al macello dal governo mediante un piano premeditato, efficace e terrificante.

«I bambini non capiscono nulla della guerra. Preferiscono stuzzicare gli scarabei dorati nell’ombra azzurra degli eucalipti». Inizia così «L’uccello blu di Erzerum» di Ian Manook, l’ultima opera dello scrittore francese di origine armena (il vero cognome è Manoukian) pubblicato da Fazi (pagine 520, euro 20,00) alla vigilia della Giornata per il ricordo del genocidio armeno che si celebra in tutto il mondo il 24 aprile.

Le protagoniste sono due bambine: Araxie (che poi è la nonna dell’autore) e Haiganouch, entrambe sopravvissute allo sterminio. Avevano appena 10 e 6 anni quando furono catapultate in cammino incredibile, denso di colpi di scena, sospeso tra l’urgenza di restare vivi e l’oppressione di un passato tragicamente spazzato via dall’oggi al domani. Il romanzo è commovente, crudo, benchè altamente documentato per accompagnare gli orrori vissuti e la diaspora dei sopravvissuti.

L’autore nella prefazione precisa di essersi basato sui racconti della nonna  decise di affidare quei ricordi ai nipoti, saltando di fatto la generazione di mezzo perché temporalmente ancora troppo vicina a quei fatti tanto dolorosi. La memoria di Araxie è la base di partenza. Nella prima scena le bimbe terrorizzate vedono la madre torturata e bruciata viva, una sorellina squartata e la stessa Haiganouch diventare cieca. I soldati che erano entrati nella loro casa per compiere il delitto «sono turchi, sono tchetè. Sono musulmani e loro sono cristiane». Sullo sfondo intanto si programma la marcia della morte di altri migliaia di armeni destinati al macello, deportati verso l’ignoto. Le bimbe ormai orfane e sole al mondo vengono affidate prima a parenti e poi vengono salvate da una signora che si spaccia per la loro nonna, insegnando alle piccole a non morire di fame lungo il percorso tracciato dai soldati ottomani, lungo zone desertiche da attraversare senza acqua e cibo. Anche loro sarebbero dovute morire così, in quel tragitto, come tutti gli altri armeni dove in effetti ne moriranno fino un milione e mezzo, benché il computo fu fatto solo alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918, quando le potenze europee iniziarono a occuparsi delle centinaia di migliaia dei piccoli orfani rimasti in vita. Araxie e Haiganouch non arrivarono mai al deserto di Deir-er-Zor (oggi territorio siriano) nè ai campi di concentramento allestiti dai turchi, ad Aleppo. Un medico le vide prima e le acquistò come schiave. A quel punto le loro vite si intrecciano con quelle di due altri bambini, anch’essi rimasti orfani, Agop e Haigaz.

Haigaz, una volta in Francia, anni dopo, incontrerà Araxie e la sposerà. Haiganouch, invece, si muoverà in Unione Sovietica dove diventerà scrittrice e poetessa. L’uccello blu di Erzerum si chiude nel 1939,  alla vigilia di un’altra guerra, foriera di un secondo genocidio ancora più devastante: la Shoah. Il libro è una grandiosa ed epica saga familiare, carica di umanità capace di offrire le chiavi emotive per entrare nelle dinamiche nascoste dell’odio che fu alla base del primo genocidio del 900.

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Biennale: a Palazzo Zenobio gli angeli muti di Hovnanian (Ansa 21.04.22)

(ANSA) – VENEZIA, 21 APR – Il Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena di Venezia presenta ‘Angels Listening’, un’installazione immersiva e intimista dell’artista Rachel Lee Hovnanian. Curata da Annalisa Bugliani, la mostra è un Evento Collaterale ufficiale della Biennale di Venezia 2022 e viene presentata a Palazzo Zenobio e nei suoi giardini a Dorsoduro, storico edificio veneziano del 18/o secolo, che dal 1991 è sede del Centro. L’esposizione sarà visibile dal 23 aprile al 27 novembre. ‘Angels Listening’ è concepita come uno spazio meditativo per riflettere su questioni urgenti legate all’identità, alla conoscenza, al tempo, nonché all’esperienza e alle relazioni interpersonali. (ANSA).

Prosegue a Cagliari la nuova stagione di Teatro da Camera de La Fabbrica Illuminata (sARDEGNAOGGIDOMANI 21.04.22)

Prosegue a Cagliari la nuova stagione di Teatro da Camera de La Fabbrica Illuminata. Domenica (24 aprile) nella Sala dei Ritratti della Fondazione Siotto (in via dei Genovesi 114) va in scena alle 19.00 La bastarda di Istanbul, reading tratto dall’omonimo romanzo di Elif Şhafak, con la voce recitante e l’adattamento del testo di Anna-Lou Toudjian e le musiche originali di Irma Toudjian, dal vivo al pianoforte.

Nel suo libro, la pluripremiata scrittrice turco-britannica (autrice bestseller in numerosi Paesi e tradotta in 55 lingue) racconta l’amicizia tra Armanoush, giovane armena americana, ed Asya, una giovane turca nata fuori dal matrimonio (la “bastarda”, appunto), affrontando un tema ancora scottante: quel buco nero nella coscienza del suo Paese che è la questione armena. La bastarda di Istanbul ha suscitato polemiche in Turchia, portando l’autrice ad essere accusata di “attacco all’identità turca” in base all’art. 301 del Codice penale turco. La denuncia deriva dalla dichiarazione fatta da un personaggio del suo romanzo che caratterizza il massacro degli Armeni durante la prima guerra mondiale come genocidio. L’inchiesta è stata archiviata il 21 settembre 2006.

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>> Domenica a Cagliari si ricorda il genocidio del popolo armeno

Recensione: 5 Dreamers and a Horse (Cineuropa.org 21.04.22)

Il film del duo di registi armeni Aren Malakyan e Vahagn Khachatryan ci conduce per mano nell’intimità di personaggi a fior di pelle che lottano per esistere, ognuno a modo suo

Presentato in prima mondiale a Visions du Réel 2022 nella Competizione Internazionale lungometraggi, 5 Dreamers and a Horse di Aren Malakyan e Vahagn Khachatryan ci confronta con una galleria di personaggi che cercano di imporre la loro identità al di fuori di una soffocante “normalità”. Grazie allo sguardo empatico ed esteticamente poetico dei due registi, 5 Dreamers and a Horse mette in scena tre facce dell’Armenia: quella incarnata dalla responsabile di un ascensore in un ospedale cittadino che sogna di diventare astronauta, portavoce di un sovietismo urbano dai toni esaltati, una seconda capitanata da un contadino alla ricerca della moglie perfetta confrontato con un problema di sterilità, esempio tristemente perfetto di una società rurale dominata dal patriarcato e una terza impersonata da due personaggi queer che militano per la libertà di essere semplicemente quello che sono, simbolo di un’apertura verso un occidente sognato ed idealizzato.

Con 5 Dreamers and a Horse, Aren Malakyan e Vahagn Khachatryan firmano un film sui sogni, sul desiderio di vivere un futuro ideale nel quale trasformarsi in eroi.ne.x. Attraverso la messa in scena al contempo decisa e rispettosa dei suoi personaggi, i due registi armeni ci permettono di osservare la loro nazione senza i filtri imposti da un governo che vorrebbe controllare tutto e tutti. Il loro film dipinge una nazione multisfaccettata nella quale la tradizione si scontra con l’apertura mentale di giovani che ne decostruiscono le limitazioni.

La comunità queer messa in scena nel film, i concerti clandestini e le discussioni apparentemente banali fatte sul tetto di un palazzo, luogo metaforico dal quale osservare con fierezza la città di Yerevan, incarna la nuova generazione armena pronta a lottare per un futuro nel quale esistere malgrado un patriarcato soffocante che si crede immutabile. Quello che vogliono è vivere liberi.e.x, senza frontiere (reali o immaginarie), ridefinendo un mondo dal quale sono esclusi.e.x, un mondo che si aggrappa con tutte le forze a granitiche tradizioni basate sul dominio dell’uomo egemonico. Emblematica in questo senso la ricerca affannosa della sposa ideale da parte di uno dei protagonisti, una donna disposta ad accettare il ruolo subordinato che vuole che interpreti. Pronto a tutto pur di conformarsi con una società patriarcale che lo vuole dominante e virile (nel senso tradizionale del termine), il futuro marito deve confrontarsi con le difficoltà di una ricerca che si rivela molto più difficile del previsto, vittima suo malgrado di una carenza di pretendenti e da un’infertilità vissuta come un fallimento. Cosa gli resta oltre la facciata, quando la maschera grottesca cede finalmente il posto alla realtà? Come farà ad accettare il suo nuovo ruolo: quello dell’uomo “ammaccato”, sterile e quindi inutile? Il suo sogno conformista sembra svanire a causa di uno scherzo del destino, proprio quando il traguardo sembrava ormai raggiunto. Uno scherzo del destino che lo spinge, nel bene o nel male, a confrontarsi con un’ “anomalia” che, a differenza della comunità queer, vive come un’ingombrante tara.

Aren Malakyan e Vahagn Khachatryan firmano un primo lungometraggio elegante e misterioso su di un paese complesso e contraddittorio dove le tradizioni arcaiche convivono con una generazione di giovani adulti che sognano la rivoluzione. Trasformare i sogni in realtà, ecco cosa i due registi sembrano augurare ai loro protagonisti. Un augurio che condividiamo anche noi.

5 Dreamers and a Horse è prodotto dalla tedesca Color of May e dall’armena OOlik Production.

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Novecento. Morte e diaspora: l’Armenia di Manook (Avvenire 21.04.22)

Lo scrittore ed editore francese di origini armene si basa sui ricordi della nonna sul genocidio e segue le sue peripezie fino a Marsiglia

La deportazione di una famiglia armena

La deportazione di una famiglia armena – Armin T. Wegner, “Una finestra sul massacro”

«I bambini non capiscono nulla della guerra. Preferiscono stuzzicare gli scarabei dorati nell’ombra azzurra degli eucalipti». Eppure, ed è la cronaca di questi giorni a sbattercelo in faccia, sono loro a subirne le conseguenze più atroci, psicologiche e fisiche fino a perdere, con la vita, il futuro. Personale e collettivo. È fulminante l’incipit de L’uccello blu di Erzerum di Ian Manook, scrittore, editore e giornalista francese di origine armena. Esce oggi in libreria per Fazi (pagine 520, euro 20,00) in vista della Giornata per il ricordo del genocidio armeno che si celebra il 24 aprile. Lascia enza fiato la sarabanda di crudeltà che l’autore descrive, rifacendosi ai ricordi della nonna. In una sorta di ‘disclaimer’ iniziale l’autore confessa di avere eliminato le due scene più crude per timore che fossero credute un tentativo di calcare la mano. Ci si chiede cosa potessero contenere, visto l’orrore di quanto narrato. Donne violentate e squartate, cavalieri che cercano i bimbi rimasti a vagare da soli per decapitarli, cadaveri ovunque. Una strage degli innocenti, un feroce odio, anche religioso, verso gli armeni cristiani da parte di turchi e curdi musulmani. Protagoniste della storia sono due sorelline, Araxie (la nonna dell’autore) e Haïganouch, 10 e 6 anni all’inizio della storia, che coincide con il 1915 punto di partenza del biennio genocida. Nella prima scena la madre viene bruciata viva e la seconda bimba resta cieca. Vengono affidate a parenti ad Erzerum. Ma qui inizia una lunga deportazione. Una marcia della morte in cui i parenti vengono uccisi, vengono salvate da un’anziana che si finge la loro nonna e insegna loro a nutrirsi di semi raccolti dallo sterco di cavallo essiccato. E a sopravvivere alla marcia della morte. Prima che arrivino nel micidiale deserto di Deir-er-Zor o nei campi di prigionia di Aleppo, la salvezza si materializza quando un medico le acquista come schiave. Divengono amiche di sua figlia, Assina, che appena 15enne è data in sposa a un uomo molto più grande e violento. Finirà per ucciderlo dopo aver scoperto che è stato lui a denunciare e far impiccare il padre, che – di mentalità chiusa, ma uomo buono ha aiutato degli armeni. E a causare così la pazzia della madre. Alle due giovani viene tatuato sul braccio l’uccello blu del titolo, un merlo che accompagna la storia comparendo di tanto in tanto – quale segno di persistenza della speranza e della volontà di farcela – tra eccidi e ricordi d’infanzia, come quello legato agli scarabei dorati. In nome della voglia di resistere, alla storia delle due bimbe si alterna quella di Haïgaz e Agop, due ragazzi armeni che vivono di furtarelli e, di notte, vanno a uccidere soldati turchi per vendetta. Dopo una serie di peripezie tra Medio Oriente ed Europa, in anni decisivi che vedono il crollo dell’Impero ottomano alla fine della Grande guerra, Haïgaz in Francia incontrerà e sposerà Araxie. Mentre la sorellina cieca finirà in Unione Sovietica, dove diventerà poetessa, dono che ha coltivato già dall’infanzia martoriata. Il romanzo si chiude nel 1939 alla vigilia di una nuova guerra. L’intento di Manook è di realizzare una narrazione corale in modo da abbracciare quattro generazioni e tre continenti. Lo spiega in un video reperibile on-line sul canale YouTube dell’editore francese Albin Michel, presso il quale L’Oiseau bleu d’Erzeroum è uscito come primo volume, lasciando intendere che ve sarà un secondo. La sua, dice Manook, «è soprattutto una dichiarazione d’amore alla diaspora. Io sono molto interessato alle culture nomadi, più che alla rivendicazione del genocidio, al bisogno di giustizia e di riconoscimento. Più che di questo voglio arrivare a parlare di come nasce, si sviluppa e si consolida una diaspora». Di Manook, pseudonimo di Patrick Manoukian, classe 1949, ha avuto successo la trilogia dedicata al commissario mongolo Yeruldelgger, pubblicata in Italia sempre da Fazi che ha in catalogo anche altre opere di questo autore. Il romanzo armeno di Manook si situa nel filone della riscoperta della radici, anche quelle più dolorose, da parte dei figli e nipoti dei sopravvissuti sparsi nel mondo. Con uno sguardo, però, ampio e aperto. Infatti, il libro è dedicato «ai bambini di tutte le diaspore, che arricchiscono con la loro cultura quella che li accoglie. Che le loro differenze si uniscano, invece di escludersi». In Italia è stata Antonia Arslan con La Masseria delle allodole (Rizzoli, 2004) e altre sue opere a far prendere coscienza (e conoscenza) sul tema. Mentre Aline Ohanesian, nata in Kuwait e residente negli Usa, che aveva letto del genocidio solo sui libri, ha scoperto l’importanza di quell’evento per la sua famiglia, trasponendo i ricordi dolorosi della bisnonna in Raccontani dei fiori di gelso (Garzanti 2016). Senza contare i numerosi volumi che si situano più sul piano della memorialistica. E senza dimenticare il grande monumento letterario al genocidio armeno costituito dai Quaranta giorni del Mussa Daghdi Franz Werfel (Corbaccio), uscito nel 1933, anno della presa del potere da parte di Adolf Hitler al quale viene attribuita la celebre frase per spronare i suoi a eliminare gli ebrei: «Chi si ricorda oggi dello sterminio degli armeni?». Il caporale austriaco compare nel libro di Manook in una specie di cameo, quando va a fare visita alla figlia del diplomatico tedesco ricoverata in Germania perché rimasta paralizzata dallo shock subito alla vista della massa di cadaveri trascinati dal fiume (scene rivissute non moltissimi anni fa in Rwanda). Scena che fa parte della ricostruzione storica minuziosa che Manook fornisce nelle sue pagine e fa da contrappunto alle peripezie dei personaggi. Ma i due piani sembrano non arrivare mai ad allinearsi. La politica segue le sue logiche e decide brutalmente delle sorti dei civili. A questi resta la sofferenza.

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Armenia: stretta sul tabacco (Osservatorio Balcani e Caucaso 21.04.22)

Attraverso recenti provvedimenti, il governo armeno sta tentando di contrastare la dipendenza da tabacco. Niente più sigarette al bar e ai ristoranti

21/04/2022 –  Armine Avetisyan

Il primo gennaio di quest’anno sono entrate in vigore in Armenia alcune importanti disposizioni relative alla legge “Sulla riduzione e prevenzione dei danni alla salute causati dall’uso di prodotti del tabacco e loro sostituti” adottata nel 2020.

Secondo tali disposizioni, è vietata l’esposizione pubblica di qualsiasi prodotto relativo al tabacco – come sigarette tradizionali, sigarette elettroniche, prodotti a base di nicotina a base liquida (vapes) – sia attraverso distributori elettronici nei punti vendita sia negli esercizi di ristorazione pubblica.

Negli esercizi commerciali destinati alla loro vendita è vietato collocare questi prodotti o i loro marchi e simboli – comprese le relative scatole vuote o fuori misura – in luoghi visibili al consumatore.

Nel quadro della stessa legge, dal 15 marzo è entrato in vigore il divieto di utilizzare tutti i tipi di prodotti del tabacco sia all’interno che all’esterno di ristoranti, bar, altri punti vendita alimentari, hotel, centri commerciali e altri luoghi di lavoro al chiuso.

Secondo gli autori della legge, la piena applicazione di queste disposizioni nel tempo ridurrà notevolmente il consumo di tabacco in Armenia, migliorando la salute della popolazione.

Secondo un rapporto congiunto dell’ONU, del ministero della Salute e di alcune organizzazioni internazionali, in Armenia si registrano circa 5.500 decessi ogni anno  per malattie causate dal fumo. Secondo lo stesso rapporto, più di un quarto della popolazione – il 28%, di età compresa tra i 18 e i 69 anni in Armenia – usa un qualsiasi tipo di tabacco (la media UE relativa al 2019 si attestava sul 18,4% della popolazione dell’UE di età pari o superiore a 15 anni).

Alzare il prezzo

Per ridurre il numero dei fumatori era già stato disposto un aumento dei prezzi ma – come hanno poi dimostrato le statistiche – invano.

Infatti, nel periodo 2012-2016, il prezzo delle sigarette è aumentato di circa il 18%, ma nello stesso periodo il numero dei fumatori uomini è aumentato del 5%, dal 51% al 56%, e il numero delle donne fumatrici è raddoppiato dall’1,5% al 3%. Nei primi sei mesi del 2017 erano disponibili sul mercato armeno 2,3 miliardi di sigarette, metà delle quali prodotte in Armenia e metà importate.

Sempre relativamente al 2017 i dati dell’Istituto statistico nazionale dell’Armenia riportano che nella prima metà dell’anno il volume delle vendite di sigarette prodotte nella sola Armenia è stato di 14,3 miliardi di dram, equivalenti a 8,5 milioni di euro.

Nuove restrizioni importanti?

Gli esperti sono concordi nel ritenere che queste nuove restrizioni avranno successo nel contrastare il consumo di tabacco tra i cittadini armeni.

Mariam Mnatsakanyan, responsabile del Dipartimento di salute pubblica del ministero della Salute armeno, ha comunicato ai giornalisti che l’obiettivo del ministero non è solo quello di indurre gli attuali fumatori a smettere, ma anche di non avere nuovi fumatori, in modo che le nuove generazioni non subiscano i danni della dipendenza dal tabacco.

Immediatamente dopo l’adozione della legge, il governo ha informato i proprietari di bar e ristoranti in merito ai cambiamenti in atto, in modo da metterli nelle condizioni di potersi preparare prima della sua entrata in vigore.

Gli estensori della normativa hanno sottolineato di aver studiato l’esperienza internazionale e, su tale base, affermano che dopo l’applicazione di simili leggi in altri paesi non solo il numero dei clienti nei luoghi di ristorazione non è diminuito, ma è addirittura aumentato: si può stare seduti più a lungo e frequentare i locali anche in famiglia.

Lo specialista di salute pubblica Davit Melik-Nubaryan valuta positivamente l’adozione della legge, notando come vi sono restrizioni simili in Russia e nei paesi dell’Unione europea e risultano particolarmente efficaci: “È molto importante fare in modo che adolescenti e giovani non fumino e, in secondo luogo, aiutare le persone che già fumano a smettere”. Ed ha poi sottolineato come sarebbe importante aumentare drasticamente i prezzi delle sigarette. “L’aumento rilevante dei prezzi è lo strumento più efficace nella lotta al tabacco. I prezzi delle sigarette sono troppo bassi in Armenia”.

Il parere degli esperti, tuttavia, non viene accettato univocamente da tutti i consumatori. Le persone a cui piace godersi una tazza di caffè insieme ad una sigaretta al bar si stanno lamentando di venir private della loro abitudine preferita: “Il mondo intero parla dei diritti dei non fumatori, vengono adottate leggi speciali per vietarci di fumare qua e là, e chi proteggerà gli interessi di noi fumatori, visto che siamo ostacolati anche dai non fumatori?” Così si esprime, in parte serio e in parte scherzoso, Samvel, un uomo d’affari di Yerevan che non intende più recarsi in luoghi pubblici a causa della nuova legge. “Non posso né mangiare né bere caffè senza una sigaretta. Non mi sento completo. Mi sento in salute quando fumo”.

Analoghi reclami sono espressi anche da alcuni imprenditori, sostenendo che è difficile dire al cliente che non è consentito fumare.

Lamentele di questo genere sono ampiamente diffuse. Tuttavia, gli specialisti del settore sono sicuri che si tratti di una fase transitoria. Rimangono convinti che col tempo passerà anche questa fase, perché la base della legge è esclusivamente la salute dei cittadini.

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