Armenia-Azerbaigian: ministero Esteri russo, a breve potrebbe essere istituita commissione per demarcazione confini (Agenzia Nova 29.12.21)

Mosca, 29 dic 2021 12:27 – (Agenzia Nova) – Una commissione sulla demarcazione dei confini tra Armenia e Azerbaigian potrebbe essere istituita presto, poiché non vi sono ostacoli insormontabili sulla strada per l’attuazione di questo accordo ai più alti livelli. Lo ha affermato il viceministro degli Esteri russo, Andrej Rudenko, in un’intervista all’agenzia di stampa “Ria Novosti”, ricordando che il 26 novembre a Sochi i leader di Russia, Azerbaigian e Armenia hanno concordato di istituire una commissione bilaterale sulla delimitazione delle frontiere tra Erevan e Baku, con l’assistenza consultiva di Mosca. Inoltre Rudenko ha osservato che, fin dall’inizio dell’aggravarsi della situazione in alcune sezioni del confine armeno-azerbaigiano a maggio, la Russia ha agito da mediatrice, offrendo la sua assistenza nell’avvio del processo di negoziazione tra l’Azerbaigian e Armenia. (Rum)

TURCHIA/ Curdi, armeni, dissidenti: l’ombra degli 007 su una lunga catena di omicidi (Ilsussidiario 28.12.21)

I servizi turchi sono sospettati di una lunga catena di omicidi mirati contro oppositori curdi, armeni e dissidenti interni

Che i paesi democratici – affiliati o meno all’Alleanza atlantica – abbiano posto in essere omicidi mirati, o come li chiamano i francesi operazioni homo, è ormai un dato di fatto acquisito in ambito storico.

A maggior ragione questo vale per la Turchia, che ha un numero assai elevato di nemici tra i curdi, gli armeni e i sostenitori di Gülen sparsi a livello globale. Il modus operandi attraverso il quale l’intelligence turca ha operato – e opera – è analogo al Mossad. Ci sono molti casi in cui il Mit (Millî İstihbarat Teşkilâtı), il servizio di intelligence turco, è stato apertamente accusato di essere coinvolto in omicidi mirati. È significativo che in almeno tre casi noti, il Mit è stato costretto a fare annunci ufficiali o a confutare le accuse.

Nei primi anni Ottanta, ad esempio, il Mit è stato accusato di aver ucciso diversi dissidenti turchi e armeni in Europa. Secondo la stampa turca, gli agenti gestiti dal Mit avrebbero assassinato Katip Saltan a Brema, in Germania, nel mese di agosto 1980. Un altro assassinio, quello di Celalettin Kesim nel gennaio del 1980 a Berlino, è stato sponsorizzato dal Mit.

I primi attacchi del Mit contro gli armeni sono avvenuti nel 1982. Il 5 dicembre di quell’anno Nubar Yalimian, direttore del giornale armeno Baikar, è stato accoltellato a morte nella sua casa di Utrecht, nei Paesi Bassi. Questo è stato il periodo in cui gli attacchi dell’Esercito segreto per la Liberazione dell’Armenia (Asala) avevano intensificato la loro attività terroristica e i turchi hanno risposto con una serie di attacchi mortali e attentati che si sono verificati con il reclutamento di membri della mafia nazionalista. L’8 dicembre 1982 ad Atene un attacco controverso ha provocato la morte dell’armeno Karnik Vahradian e gravi lesioni a Vahe Hutavertian. Il 24 dicembre 1982, l’armeno Minas Bedros Simonian è stato assassinato a Beirut, e nello stesso anno, K. Hanikian è stato ucciso in Francia. Il 12 marzo 1983 Karabet Pasabedjian è stato assassinato a Beirut. Lo stesso anno, è stato segnalato un altro incidente che conferma la collaborazione del Mit con la mafia turca.

Secondo fonti armene, l’armeno Mardiros Zamgojian, che è stato condannato in Svizzera a quindici anni di carcere per l’omicidio di un diplomatico turco, era in pericolo di essere giustiziato nella prigione di Orbi, dove stava scontando la sua pena. Un prigioniero della prigione turca nei pressi di Ginevra, che aveva ucciso due persone in un caso di droga, aveva chiesto di essere trasferito nel carcere di Orbi. Secondo le informazioni, la sua missione era di uccidere Mardiros, omicidio che è stato però scongiurato.

Nel mese di aprile del 1988, Agop Agopian, uno dei fondatori e responsabili di Asala, è stato assassinato ad Atene. Agopian, 39anni, ha vissuto in Grecia per circa sei mesi con la moglie e due bambini in un appartamento vicino alla città di Pireo. Il suo nome in codice era Abdullah Qassim. Aveva un falso passaporto diplomatico yemenita e si è presentato come un ricco uomo d’affari. Agopian è stato ucciso da due uomini armati incappucciati prima che gli assalitori fuggissero con un furgone.

Il 15 settembre 2020 un uomo di 53 anni si era recato davanti all’Ufficio di Stato per la Protezione della Costituzione a Vienna, dove aveva mostrato il suo passaporto italiano e affermato di essere stato istruito dai servizi segreti turchi per assassinare Berivan Aslan, un politico austriaco di origine curda nel mese di agosto 2020. Secondo le sue rivelazioni – e quelle raccolte in un secondo momento dall’intelligence austriaca – il Mit ha istituito una vasta rete di provocatori che si estendeva da Vienna a Bregenz. Secondo l’intelligence tedesca, il Mit ha circa 6mila agenti in Germania, mentre il loro numero in Austria è sconosciuto.

Il ricorso alle torture, ma soprattutto alle esecuzioni extragiudiziali, nei confronti dei curdi dissidenti come nei confronti degli affiliati di Gülen sono pratiche abituali da parte degli agenti operativi del Mit. Inoltre il servizio segreto turco si avvale – per esempio in Austria – della collaborazione delle organizzazioni legate ai Fratelli musulmani e ad Hamas. Pensiamo alla Iggö (Islamische Glaubensge-meinschaft Österreichs), che ha stretti legami non solo con il mondo arabo-musulmano, ma anche con l’Akp.

Insomma, le autorità austriache e quelle tedesche sospettano che il finanziamento del terrorismo si svolga attraverso sub-organizzazioni legate ai Fratelli musulmani in Europa, in particolare in Austria. Gran parte del denaro viene inviato dal Qatar e poi viene instradato attraverso associazioni, fondazioni o società in Austria.

Una considerazione finale: comparando le impressionanti analogie dei diversi servizi di sicurezza – francesi, turchi, americani, russi eccetera – in relazione all’eliminazione dei nemici interni, non si può non constatare come il modus operandi dei servizi di sicurezza non solo abbia travalicato – e travalichi – ampiamente i confini della legalità, ma come gli omicidi mirati siano spesso compiuti in collaborazione con gruppi estremistici, terroristici e con la criminalità organizzata, a conferma che i legami fra lo Stato legale e lo Stato oscuro, o Deep State, sono più stretti di quanto non si creda.

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Solo il popolo di Artsakh può decidere il proprio status futuro. Nessuno al di fuori del Nagorno-Karabakh può stabilire un futuro diverso, che non sia quello dell’autodeterminazione (Korazym 27.12.21)

Durante la sua conferenza stampa online il 24 dicembre 2021, il Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan ha rilasciato la seguente dichiarazione ambigua sullo status della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, autoproclamata il 2 settembre 1991: «Quando Serzh Sargsyan diceva che Artsakh non farà mai parte dell’Azerbajgian, ora non dice che i suoi negoziati riguardavano il fatto che Artsakh doveva rimanere armeno. Continuo a dire che non sono d’accordo nemmeno su questo perché l’Artsakh non poteva essere una terra completamente armena. Cosa intendiamo per “armeno”? Sulla base di tali negoziati, era chiaro che Artsakh (Oblast’ Autonomo del Nagorno-Karabakh) avrebbe avuto popolazioni armene e azere. Ci sarebbe una legislatura nel Nagorno Karabakh? Sì, ci sarebbe una legislatura, ma non sarebbe completamente armeno. Ci sarebbero quote azere e quote armene. Ci sarebbero organi di autogoverno locale? Sì, ma non ci sarebbero solo enti di autogoverno locale armeni, ma anche azeri».

A prescindere dalla particolare polemica sul futuro dell’Artsakh, l’essenza generale della posizione espressa da Pashinyan sulla definizione dei confini e l’instaurazione della pace con l’Azerbajgian si riduce alla necessità di convivenza di Armeni con Azeri e Turchi, prima o poi.

La reazione del Presidente della Repubblica di Artsakh

Il pieno riconoscimento del diritto degli Armeni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh all’autodeterminazione non è soggetto a riserve e concessioni e gli Armeni di Artsakh ne sono i sovrani esclusivi. Pertanto, solo le autorità di Artsakh sono autorizzate a parlare a nome della popolazione di Artsakh. Lo ha affermato ieri in un post su Facebook il Presidente di Artsakh, Arayik Harutyunyan [QUI] in aperta polemica con le recenti dichiarazioni fatte dal Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan:

«Cari connazionali,
riguardo le recenti dichiarazioni del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan sul conflitto tra Azerbajgian e Karabakh e le diverse preoccupazioni degli armeni dell’Artsakh riguardo a tali dichiarazioni, vorrei sottolineare alcune disposizioni principali che ho toccato diverse volte in diversi messaggi e dichiarazioni e tali disposizioni sono le seguenti:
Il pieno riconoscimento del diritto all’autodeterminazione degli Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) non è soggetto a riserve e concessioni, e gli Armeni dell’Artsakh ne sono gli esclusivi proprietari.
L’obiettivo del riconoscimento internazionale dell’indipendenza dell’Artsakh è il nostro punto di riferimento principale e nessun governo può discostarsi da questo. Pertanto, il popolo e le autorità dell’Artsakh non accetteranno mai alcuno status all’interno della composizione dell’Azerbaigian fino a quando il nostro obiettivo non sarà raggiunto.
Non può esserci un ritorno al passato in termini non solo di status, ma anche demografico. Come possiamo parlare di convivenza quando l’Azerbajgian continua a nutrire la sua società con l’armenofobia e la prepara allo svuotamento degli armeni dell’Artsakh, non alla pace? Naturalmente, sosteniamo una soluzione pacifica del conflitto e siamo pronti a compiere sforzi per questo, ma i diritti, gli interessi e le richieste vitali del nostro popolo non possono essere negoziati.
L’integrità territoriale dell’Artsakh deve essere ripristinata almeno nei territori in cui la Repubblica di Artsakh è stata dichiarata nel 1991. Pertanto, i nostri territori sequestrati devono essere deoccupati e i residenti di quei territori devono essere in grado di tornare alle loro case
Per quanto riguarda la sicurezza di Artsakh, continueremo a compiere sforzi per rafforzare le capacità dell’esercito di difesa e il contingente di mantenimento della pace russo deve rimanere ad Artsakh fino alla soluzione definitiva e giusta del conflitto e alla disposizione di ulteriori garanzie internazionali di sicurezza.
Senza toccare i dettagli del processo negoziale in passato, dobbiamo semplicemente registrare che ora il momento è molto più responsabile e cruciale che mai. Di conseguenza, non abbiamo il diritto di commettere errori; altrimenti, quegli errori potrebbero essere fatali per Artsakh e Madre Armenia.
Se un Armeno desidera sostenere l’Artsakh, deve fare i conti con la volontà e gli obiettivi degli Armeni dell’Artsakh; in caso contrario, lui o lei semplicemente non devono interferire.
Tutte le autorità sono temporanee, ma i nostri obiettivi e le nostre posizioni devono essere mantenuti. L’unità attorno ai nostri valori e obiettivi nazionali è importante e, come ho detto, la linea guida per ogni armeno e ogni governo per una soluzione del conflitto tra Azerbajgian e Karabakh deve essere la volontà e gli obiettivi degli armeni di Artsakh.
Artsakh è stata terra armena per millenni e rimarrà una terra armena, e gli Armeni di Artsakh hanno volontà e pazienza strategica sufficienti per continuare la lotta. Sono certo che gli Armeni di Artsakh continueranno la loro giusta lotta per il riconoscimento internazionale dell’indipendenza e la difesa della Patria».

La risposta del Primo Ministro dell’Armenia

A seguito delle polemiche scaturite e della dichiarazione del Presidente dell’Artsakh e di altre autorità politiche, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha risposto con due post sulla sua pagina Facebook [QUI] e [QUI]. In particolare Pashinyan sottolinea di aver parlato del contenuto di negoziati anteriori alla sua ascesa in carica nel 2018:

«In risposta a una domanda ho confutato la Dichiarazione dell’ex Presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan secondo cui il contenuto dei negoziati lasciati dalle ex autorità garantiva che il Nagorno-Karabakh sarebbe rimasto armeno. Ho confutato questo perché durante quei negoziati è stato registrato che gli Azeri che risiedevano nell’Oblast Autonomo del Nagorno-Karabakh durante l’era sovietica avevano il diritto di partecipare alla decisione sullo status del Nagorno-Karabakh come residenti del Nagorno-Karabakh. Di conseguenza, se erano residenti nel Nagorno-Karabakh secondo il contenuto dei negoziati, avrebbero dovuto risiedere nel Nagorno-Karabakh e la parte armena non ha mai contestato questo contenuto prima della rivoluzione del 2018.
Per quanto riguarda lo status che il Nagorno-Karabakh aveva prima del potenziale referendum sullo status, in questa intervista ho affermato che nel 2016 i mediatori avevano presentato tre pacchetti per i negoziati (uno prima della Guerra dell’Artsakh dei quattro giorni nell’aprile 2016 e gli altri due più tardi) dove, a differenza del documento di Kazan del 2011, mancava la frase “Il Nagorno-Karabakh otterrà uno status provvisorio”. Nel terzo di questi tre documenti, presentato nell’agosto 2016, c’era una disposizione che stabiliva che la decisione sui meccanismi legali e pratici per organizzare la vita in Nagorno-Karabakh sarebbe stata presa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, consultandosi con i Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce, Azerbajgian, Armenia e il Presidente in esercizio dell’OSCE. Questo è quello che ho considerato una catastrofe nel processo di negoziazione perché è chiaro che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avrebbe preso tutte le decisioni con la logica delle risoluzioni che aveva adottato in precedenza riguardo alla questione del Nagorno-Karabakh dove il Nagorno-Karabakh era riconosciuto come parte dell’Azerbajgian.
Prendendo in considerazione questo e molti altri importanti problemi, ho affermato dal podio dell’Assemblea nazionale che prima di diventare Primo Ministro nel 2018, con il contenuto esistente dei negoziati e delle realtà, l’Artsakh aveva perso l’opportunità di non farne parte dell’Azerbajgian, sia in teoria che in pratica.
Quando sono diventato Primo Ministro, non mi sono adattato a questo, ma ho combattuto contro di esso. Anche per questo è scoppiata la guerra.
Oggi le persone che mi dicono che non dovrei negoziare per conto del Nagorno-Karabakh sono le persone che mi hanno criticato per aver detto che non ho il mandato per negoziare per conto del Nagorno-Karabakh dal 2018.
Capisco che molte persone rispettate si stiano lamentando del contenuto dei negoziati che sono serviti come causa ed effetto della guerra nel 2016 ora. All’epoca o non erano a conoscenza o non avevano il diritto di lamentarsi. Mi sto anche lamentando di quel contenuto e ho fatto tutto il possibile per combatterlo. Mi dispiace, ma non posso nascondere la verità».

Risoluzione dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh: solo le legittime autorità dell’Artsakh, elette dal popolo, hanno il diritto di prendere decisioni sul futuro dell’Artsakh

L’Assemblea nazionale della Repubblica di Artsakh ha rilasciato una dichiarazione sui pericoli e le sfide che minacciano la sovranità e la soggettività della dell’Artsakh. Convocata in sessione straordinaria, questa mattina l’Assemblea nazionale dell’Artsakh ha votato un documento di condanna per le parole pronunciate dal premier dell’Armenia nel corso di una intervista rilasciata il 24 dicembre e ribadisce che il destino dell’Artsakh può essere deciso unicamente dai suoi cittadini:

«Riteniamo inammissibile qualsiasi dichiarazione di varie forze e figure politiche che metta in dubbio o sminuisca la soggettività della Repubblica di Artsakh e il suo futuro armeno. È sconcertante che l’ultima dichiarazione del genere sia stata fatta il 24 dicembre dal Primo Ministro della Repubblica di Armenia, rispondendo alle domande dei rappresentanti dei media e delle organizzazioni pubbliche.
Il destino dell’Artsakh non era e non sarà monopolio di alcuna forza politica. Rappresentando l’opinione e la posizione di ampi circoli pubblici e politici della Repubblica di Artsakh, esprimiamo il nostro disaccordo e indignazione per una serie di formulazioni pericolose e distorte e le idee espresse durante l’intervista.
Preoccupa anche il fatto che sullo sfondo dei risultati della lotta di liberazione nazionale del 1988 – il movimento del Karabakh – si esprimono formulazioni che mettono in dubbio l’esistenza della Repubblica i Nagorno Karabakh/Repubblica di Artsakh, proclamata il 2 settembre 1991 e che si è formata in piena conformità con le norme del diritto internazionale, e la sua lunga lotta per ottenere il riconoscimento internazionale.
Le basi giuridiche e politiche delle parti armene nel processo negoziale degli anni precedenti e la tutela dei nostri interessi nazionali in questo contesto non sono entrate in alcuna contraddizione con le posizioni delle strutture e dei mediatori internazionali.
Il fatto che la questione dello status del Nagorno-Karabakh non sia mai stata ignorata nelle proposte precedentemente presentate dai mediatori è confermato dalle spiegazioni dei Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce.
Le speculazioni sulle opzioni di lavoro discusse nel processo negoziale nel corso degli anni e un possibile cambiamento nel formato dei negoziati suscitano preoccupazione e preoccupazione.
Riteniamo inaccettabili le dichiarazioni che mettono in dubbio l’appartenenza dell’Artsakh agli Armeni e sottolineano l’importanza della presenza di possibili elementi estranei, che vengono respinti e condannati in memoria delle migliaia di Armeni che hanno sacrificato la loro vita per la libertà e l’indipendenza dell’Artsakh.
Ammirando tutte le vittime della lotta di liberazione dell’Artsakh, esprimiamo contemporaneamente la nostra gratitudine a tutti gli Armeni, in particolare ai nostri compatrioti della Repubblica di Armenia, per essere stati accanto all’Artsakh, condividendone le sofferenze e le difficoltà.
Le relazioni fraterne tra le due repubbliche armene si sono basate su una risoluzione adottata l’8 luglio 1992 dal Consiglio Supremo della Repubblica di Armenia, che ha definito chiaramente l’atteggiamento della Repubblica di Armenia, come membro a pieno titolo della comunità internazionale , alla Repubblica di Artsakh che lotta per il riconoscimento internazionale. Secondo tale risoluzione, l’Armenia si impegna a “sostenere costantemente la Repubblica del Nagorno-Karabakh e a proteggere i diritti della sua popolazione”, ed è inoltre stabilito che “qualsiasi documento internazionale o nazionale in cui la Repubblica del Nagorno-Karabakh sarà indicata come una parte dell’Azerbajgian è inaccettabile per la Repubblica di Armenia”. Questa formula è valida ancora oggi.
L’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh, ribadendo l’adesione del popolo e delle autorità dell’Artsakh alla sovranità e all’indipendenza della Repubblica di Artsakh, dichiara che è inammissibile esprimere qualsiasi posizione senza tener conto del punto di vista delle autorità dell’Artsakh, poiché solo le autorità legali formate dai cittadini della Repubblica di Artsakh attraverso le elezioni hanno il diritto di prendere decisioni in merito al futuro della Repubblica di Artsakh».

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Aleppo, la mobilitazione cristiana per i più poveri (Vaticannews 27.12.21)

Vatican News

Prima della guerra, Aleppo era la città più popolosa della Siria, anche più della capitale Damasco. Oggi non è più così: i siriani che sono partiti per cercare un futuro migliore all’estero hanno svuotato la città, che secondo una recente stima ha circa 1,8 milioni di abitanti rispetto ai 4,6 milioni del 2010. In effetti, basta guardare le finestre per vedere il numero impressionante di appartamenti vuoti e abbandonati. La guerra lascerà tracce profonde, visibili e non, nel cuore della città per gli anni a venire.

Case bombardate e completamente distrutte

Quando si arriva da sud, non si notano immediatamente gli effetti distruttivi dei bombardamenti. Durante la guerra, l’esercito siriano ha occupato la zona meridionale della città, mentre i “ribelli” e i “terroristi” hanno occupato i quartieri settentrionali. “Nel sud, non si vede la distruzione – spiega un abitante del posto che vuole rimanere anonimo – perché i terroristi erano meno equipaggiati dell’esercito regolare, avevano meno armi pesanti, quindi hanno fatto meno danni”. “Al contrario – continua – se si va al nord, si vedranno le conseguenze dei bombardamenti aerei dell’esercito russo venuti a sostegno dell’esercito siriano”. L’uomo spiega che è abbastanza facile riconoscere una casa bombardata dal cielo da un’altra danneggiata da un razzo: “Le bombe lanciate dagli aerei appiattiscono totalmente gli edifici, come una torta millefoglie”.

Colpita anche la comunità delle Carmelitane

Una piccola idea delle armi utilizzate ce la danno le religiose carmelitane di Aleppo che, la sera del 22 ottobre 2016, hanno sentito un fischio nell’aria. Suor Anne-Françoise, la superiora, ricorda ancora il missile lungo sei metri, che finì piantato nel giardino del convento senza esplodere. Non si sa da dove provenisse, gli sminatori siriani venuti ad estrarre il dispositivo non hanno rivelato nulla. Ma la religiosa assicura di essere stata protetta da San Giovanni Paolo II, la cui memoria liturgica ricorreva proprio quel giorno.

La fratellanza, antidoto alla distruzione della guerra

Ma il dramma si respira principalmente nella città vecchia, o almeno in ciò che ne rimane. Il quartiere, riconosciuto come patrimonio mondiale dell’Unesco, non esiste più. In effetti, la città vecchia è finita nel fuoco incrociato tra le diverse parti in conflitto. Nulla è stato ricostruito. Le macerie sono ancora lì, accumulate ai lati della strada per consentire il traffico. Le stradine del centro storico sono diventate sentieri fiancheggiati da cumuli di pietre e ogni tipo di spazzatura: plastica, lattine… La condizione degli abitanti di Aleppo è tale che ciò che certamente conta oggi è l’aiuto reciproco, la fratellanza. Tra cristiani, tra cristiani e musulmani, semplicemente tra le persone. La pulizia della città e dei campi circostanti può aspettare, purtroppo.

La testimonianza di padre Hugo Fabian Alvaniz

Nel quartiere più povero di Aleppo, che durante l’assedio era la “zona rossa” da cui nessuno poteva entrare o uscire sia a causa dei posti di blocco, sia a causa dei cecchini appostati negli edifici delle vicinanze, vive da quattro anni un sacerdote argentino. Si chiama Hugo Fabian Alvaniz, ha ricostruito la sua chiesa e sta gradualmente espandendo la sua parrocchia. Certamente padre Hugo non ha manie di grandezza, ma aiuta così tante famiglie che espandersi è una necessità. Ogni giorno, nel seminterrato convertito della parrocchia, infatti, la comunità di volontari accoglie i bambini per un servizio di tutor scolastico. Ci sono laboratori di cucito, di cucina e ogni sorta di attività utili per le 1.200 famiglie che la parrocchia del sacerdote argentino aiuta ogni giorno.

Piccoli “miracoli” quotidiani

Il laboratorio di cucina, in particolare, prepara pasti caldi che vengono anche consegnati a domicilio. La scuola di sartoria, invece, rende i vestiti riutilizzabili. Non si spreca nulla. Come fa con così poco? È quasi un miracolo quotidiano. Quattro anni fa, quando ha iniziato, padre Hugo si occupava di 24 bambini. Oggi ce ne sono più di 500. “Grazie al passaparola, le famiglie sanno che siamo qui”, dice. La parrocchia accoglie anche i sordi e gli audiolesi, è un alveare di attività dalla mattina alla sera, un vero luogo di vita e di fede.

L’associazione “Una goccia di latte”

C’è poi l’associazione “Una goccia di latte” che si trova in una piccola strada di Aleppo. È unica nel suo genere, ed è gestita dai Padri Maristi. Esternamente si vede una piccola e discreta vetrina; all’interno, due giovani in maglietta azzurra. All’apparenza, niente di speciale. Ma questa associazione fornisce, ogni mese, un kg di latte in polvere a 3mila famiglie con bambini piccoli, e latte condensato per i neonati. È l’unica in tutta la città ad offrire un tale servizio. Il latte è fuori portata per la maggior parte delle persone: a 12mila sterline siriane al kg, su un salario medio di 65-70mila sterline, il latte in polvere è decisamente troppo costoso. I giovani dell’associazione sono anche molto attenti al loro metodo di distribuzione: ogni beneficiario è registrato in modo da non ricevere più della quantità assegnata, e ogni chilogrammo donato viene aperto per evitare che venga rivenduto. A questo prezzo, il latte in polvere è praticamente “oro bianco”.

La solidarietà della Chiesa apostolica armena 

L’impegno di tutte le chiese cristiane coinvolge, ovviamente, anche la comunità apostolica armena. Davanti alla loro cattedrale, gli armeni ortodossi distribuiscono ogni giorno pasti caldi agli anziani. La maggior parte dei beneficiari appartengono alla stessa comunità armena, ma anche in questo caso, ai poveri non viene chiesta la loro religione: vengono aiutati, punto e basta. Nei locali della parrocchia, i volontari sono impegnati in cucina a preparare specialità armene, che vengono impacchettate, imbustate e distribuite davanti alla porta dove un buon numero di pensionati è in fila, anche per una chiacchierata. Tutte queste persone sono di una dignità esemplare, ben vestite, le signore hanno i capelli sistemati, nulla fa pensare che siano in una situazione di grande indigenza. “I poveri non chiedono mai”, confida un religioso. “Accettano l’aiuto, ma non vengono a mendicare”. Questo perché si tratta di persone che prima della guerra erano benestanti, come dimostrano il loro abbigliamento e il loro livello di istruzione. Ma dopo dieci anni di conflitto e cinque anni di crisi economica, non hanno più nulla.

Un orfanotrofio per bambini e ragazzi

Al primo piano della cattedrale, la comunità armena ha aperto anche un orfanotrofio per 38 ragazzi e ragazze tra gli 8 e i 22 anni. Ognuno con una storia diversa, un fardello da portare sulle spalle. Marina, 21 anni, è finita qui dopo essere fuggita da Hassaké, nel nord, dove suo padre e suo fratello sono stati uccisi dai miliziani islamisti. Ha altre due sorelle: una vive in Giordania e l’altra a Damasco, ma non sono in condizioni di accoglierla. La loro madre è morta per una grave malattia. In questo orfanotrofio si sono creati dei legami molto forti, i bambini si considerano come fratelli e sorelle, e chiamano i membri del personale “zii”. Quelli che hanno lasciato l’istituto e sono ancora in Siria, spesso tornano qui per le vacanze; gli ex residenti che sono andati a vivere all’estero, invece, mandano soldi per sostenere la struttura.

Gli aiuti della Chiesa greco-ortodossa

Non lontano dalla cattedrale armena, si è organizzata anche la Chiesa greco-ortodossa. La coda di persone inizia sul marciapiede: all’interno viene distribuito del denaro per le famiglie bisognose. I volontari hanno anche appena ricevuto una consegna di scarpe calde per l’inverno. “Tutto quello che si può fare, è stato fatto”, dice un funzionario del centro mentre apre una busta contenente 47mila sterline siriane donate ad una persona anziana. Non molto, quando si sa che un chilo di carne costa di più, e che in assenza di elettricità, bisogna comprare “ampere” a 15mila sterline per ampere alla settimana dai proprietari dei generatori collettivi, appena sufficienti per accendere qualche lampadina, ma non abbastanza per il forno o la lavatrice. Ogni giorno vengono distribuiti anche 800 pasti e il 70 per cento delle persone aiutate ha più di settant’anni. I più giovani sono già andati via, gli anziani cercano di sopravvivere. Aleppo aveva 300mila cristiani prima della guerra, ora ne rimangono solo 20mila. L’aiuto delle Chiese è quindi fondamentale per la gente del posto.

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Turchia-Armenia: a Mosca incontro per ripresa rapporti (Ansamed 27.12.21)

(ANSAmed) – ISTANBUL, 27 DIC – Si terrà in Russia la prima riunione tra i rappresentanti speciali nominati da Ankara e Yerevan per guidare il processo di normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu.

“Il primo incontro si svolgerà a Mosca, c’è questa volontà da parte dell’Armenia”, ha detto il ministro, senza specificare una data, durante la conferenza stampa di fine anno al ministero degli Esteri ad Ankara. Cavusoglu ha inoltre reso noto che “presto saranno inaugurati voli tra Istanbul e Yerevan”.

Il 14 dicembre Cavusoglu aveva annunciato che Turchia e Armenia avrebbero nominato rappresentanti speciali per condurre un processo di normalizzazione tra i due Paesi e pochi giorni dopo Ankara aveva scelto l’ex ambasciatore turco a Washington, Serdar Kilic, per ricoprire il ruolo. Il confine tra Turchia e Armenia è chiuso dal 1993 a causa del sostegno di Ankara all’Azerbaigian nel conflitto con l’Armenia per la regione contesa del Nagorno-Karabakh.

Nel 2009 fu approvato un protocollo per la normalizzazione dei rapporti che però non fu mai ratificato da Ankara e Yerevan: le relazioni diplomatiche restarono complicate e il confine non venne aperto. Dopo la riconquista di alcuni territori del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian nel conflitto con l’Armenia tra settembre e novembre 2020, Ankara ha manifestato a più riprese la volontà di aprire un processo di normalizzazione con Yerevan. (ANSAmed).


Turchia – Armenia: Mosca ospiterà il primo incontro tra inviati speciali sulla normalizzazione delle relazioni. Collegamento con Mariano Giustino da Ankara (Radio Radicale)

Te Deum laudamus per questo nuovo inizio (a 72 anni) accanto all’indomito popolo armeno (Tempi 27.12.21)

Grazie per l’amicizia con Antonia Arslan e il coraggio di rispondere agli amici armeni dell’Artsakh e dare una mano ad avviare una scuola professionale

Mi è stato chiesto di scrivere il mio Te Deum e non posso che partire dalla pienezza della Gloria di Dio su tutta la terra. La Tua Gloria, che ha investito la mia vita grazie all’incontro prima, con l’esperienza del gruppo parrocchiale di Carate, in un momento confuso della mia vita, poi col movimento di Comunione e Liberazione. Mi ha raggiunto per tramite di persone che hanno favorito la scoperta dei talenti che Dio ci consegna alla nostra nascita, che altrimenti si sarebbero dispersi, restando inespressi nel giorno dopo giorno di una esistenza tranquilla e borghese. O forse, invece espressi in modo dannoso.

Sì, perché i talenti che Dio mi ha consegnato avrebbero potuto anche essere usati male. Solo un incontro affascinante e una compagnia guidata al destino hanno reso possibile scoprirli ed esprimerli in una vita intensa e davvero generosa di occasioni. Occasioni che, grazie all’incontro fatto, ho imparato a guardare con interesse e desideroso di condividerle.

La curiosità di incontrare persone e con loro avviare un lavoro, il coraggio di affrontare non da solo le avversità della vita, il desiderio condiviso con gli amici per avviare una scuola per i nostri figli, con ostacoli che apparivano insuperabili.

Grazie per l’incontro e l’amicizia con Antonia Arslan e il coraggio, a 72 anni, di rispondere, con mia moglie, agli amici armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh nel Caucaso) e dare una mano ad avviare una scuola professionale. Così mi è dato di conoscere una realtà di persone indomite e coraggiose nel difendere la loro cultura, i loro monasteri e la loro aspra e fertile terra. Grazie per questi incontri che mi permettono di sperimentare la Tua grandezza.

«Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum».

RingraziandoTi vorrei chiederTi aiuto per il popolo armeno e protezione per questi tuoi figli, e accogli tutti i giovani che hanno perso la vita in questa guerra permanente con cui si vuole eliminare i cristiani da quei territori dell’Asia prossima all’Europa. Aiuta noi e i nostri amici in questo umile tentativo affinché dove non arriva la politica, col Tuo aiuto arrivino i nostri cuori. Benediciamo e lodiamo il Tuo nome per sempre.

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Davide, dall’Armenia al Salento: una storia di salvezza e amore (Trnews 26.12.21)

LEVERANO- Questa è la storia di una famiglia che, una notte, di nascosto, dopo aver venduto tutto quello che aveva per procurarsi quattro biglietti aerei, è scappata dalla guerra. La guerra in Armenia. Perché il capofamiglia era un soldato e sarebbe stato chiamato di lì a poco a prendere parte a quella guerra, ma con la certezza che non avrebbe mai fatto ritorno a casa vivo. E avrebbe lasciato così sua moglie Armine e i suoi figli, una ragazzina di 14 anni e David, 12 anni, in sedia a rotelle perché affetto da tetraparesi spastica.

È così che si sono lasciati indietro i parenti, gli amici, la loro casa, ogni cosa, per partire alla volta dell’Italia. Volevano vivere.

Dopo due anni a Venezia, grazie al Progetto Rinascita, la famiglia Karapetian è approdata a Leverano. David ora ha 17 anni, parla l’italiano bene come la sua lingua madre. Si sono rivolti a CuoreAmico pregando nel “miracolo”, come lo definiscono loro: quello di avere un’auto attrezzata al trasporto sicuro e comodo di David con la sua sedia a rotelle. C’è un altro appello che lancia mamma Armine: devono immediatamente lasciare la casa che li ha finora ospitati e ne cercano con urgenza un’altra, che sia ovviamente al piano terra e senza barriere all’interno, né scale né gradini.

Siamo certi che il Salento non li deluderà neanche stavolta.

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Santa Susanna, ecco quanti anni ha trascorso in carcere (Interris 25.12.21)

Santa Susanna, martire m. Armenia, 458. Figlia di san Verdan, è educata dai genitori a una grande religiosità. Sposa Vasken, governatore della Georgia armena, che rinnega la fede cristiana quando si reca presso la corte persiana, prende come seconda moglie la madre della regina e si impegna a convertire alla religione persiana la moglie e i figli.

Susanna, saputo che il marito ha rinnegato la vera fede, porta via i figli e prende alloggio in una modesta casa vicino alla chiesa. Quando Vasken, al ritorno, trova la casa vuota, manda il vescovo da Susanna per convincerla a tornare; lei rimprovera il prelato per essersi prestato a fare questo tentativo di riconciliazione con un apostata. Il vescovo le dice allora che, tornando a casa, può calmare il violento marito, che altrimenti riverserà sui fedeli la propria ira.

Susanna vi fa ritorno, ma si rifiuta decisamente di partecipare al banchetto organizzato per festeggiare il rientro di Vasken. Il principe porta Susanna nella sala e la picchia cosi selvaggiamente da crederla morta. Il giorno seguente, quando viene informato che la donna è ancora viva, la fa incatenare e incarcerare. Durante il periodo della carcerazione la Santa viene a sapere che i tre figli sono periti in un’imboscata: ringrazia allora il Signore per averli salvati dall’influsso del loro padre, che ha tradito la vera fede. Passa sei anni in carcere, tutta assorta nella preghiera. Assistono alla sua santa morte autorevoli prelati.

Tratto dal libro “I santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire” di Luigi Luzi

Dal disgelo con l’Armenia al default. Il racconto da Istanbul di padre Monge (Formiche 25.12.21)

Conversazione con padre Claudio Monge, che vive a Istanbul dove è Superiore della comunità domenicana, oltre ad essere consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Un dialogo che aiuta a entrare nelle pieghe di una situazione che dovrebbe preoccupare più di quanto non appaia, dal momento che la Turchia è uno dei gangli decisivi per tutto il blocco eurasiatico

Potrà sembrare strano, ma quello natalizio per la Turchia è un tempo importante in questo 2021, visto il bisogno che ha il Paese di sperare, adesso. Dai tempi del fallito golpe si parla di Turchia per dare ragguagli sulla virata autocratica, sulle interminabili e inquinanti purghe erdoganiane. Ma oggi purtroppo non c’è solo questo sul piatto turco. Non sempre lo si legge, ma è evidente che la Turchia è ormai un Paese a forte rischio default. La pandemia ovviamente ha avuto il suo ruolo, ma i problemi recenti si sono aggravati davanti alla cura economica voluta da Erdogan, che nonostante la svalutazione galoppante della lira turca impone una riduzione dei tassi di interesse anche al costo di rimuovere quattro direttori della Banca centrale in due anni e che sta portando il Paese su un crinale a dir poco spaventoso che neanche gli ultimi interventi sono riusciti a mutare. Parlarne con padre Claudio Monge, che vive a Istanbul dove è Superiore della comunità domenicana, oltre ad essere consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, aiuta a entrare nelle pieghe di una situazione che dovrebbe preoccupare più di quanto non appaia, visto che la Turchia non è una Repubblica delle banane, ma uno dei gangli decisivi per tutto il blocco eurasiatico.

Il suo discorso non può che partire da quelli che definisce gli errori del passato, quando l’Europa, respinta di fatto la Turchia per le manchevolezze in materia di rispetto dei diritti umani, le ha affidato la gestione del fronte più grave e ampio dell’enorme questione migratoria, che riguarda milioni di profughi. Siria, Iraq, Afghanistan attraverso i campi iraniani, sono tutti teatri di crisi che si riverberano direttamente sulla Turchia. Dai dati che padre Monge snocciola a memoria si evince che questo sub-appalto dei nostri confini non è stato neanche gestito male da Ankara, che ha speso realmente gran parte dei fondi europei per i migranti, ma ha creato nel mondo turco una percezione di “ipocrisia” europea, che più o meno suonerà così: “Ma come, noi non saremmo rispettosi dei diritti umani e poi ci subappaltate il capitolo migratorio più scottante, per milioni di profughi?”.

Questo il sentire che possiamo immaginare diffuso e che deve aver avuto presa in anni ancora recenti. Ma ora il “grande fratello turco” è in ginocchio, e quindi sono subentrate altre priorità e quindi altre urgenze. Tra queste padre Monge vede “il nuovo disgelo con l’Armenia”, che torna in primo piano. Rileggendo i termini storici della chiusura della frontiera deve risalire fino al 1993, ma anche qui, ascoltando, emerge che fu l’Armenia a fermare il negoziato avviato nel 2008 e arenatosi definitivamente recentemente. Ora molti vedono l’offerta turca di riaprire il tavolo negoziale, accolta dall’Armenia, come un segnale di attenzione verso gli Stati Uniti. Ma è la grammatica economica di Ankara quella che a lui sembra prevalente.

“Per un Paese che conta di recuperare terreno in economia con le esportazioni, la vitale riapertura del confine orientale con l’Armenia è un tassello decisivo”, e per questo si è indotti a pensare che conti molto di più delle possibili attenzioni per questo o per quell’attore internazionale. Padre Monge sottolinea i perduranti elementi di incomprensione con Washington sulla questione-terrorismo. Il discorso è tanto intricato quanto delicato, riguarda il nord della Siria, dove Ankara vede gli alleati di Washington come “bracci operativi” del PKK, da entrambi ritenuti un gruppo terrorista. Eppure questi gruppi, in particolare le odierne SDF, sono sostenuti da Washington, dai tempi dell’Isis, e questo ostacola la reciproca comprensione. Ascoltando la rappresentazione puntuale dei due punti di vista, evidentemente distanti anche per via del disappunto espresso dalla Turchia dopo il recente rapporto del dipartimento di Stato sul tema, viene naturale pensare che ad Ankara prema l’apertura del confine per motivi commerciali e sapere che Mosca ha mediato il cessato il fuoco tra Armenia e Azerbaijan sarà il punto di ricaduta di “alleanza internazionale” che sembra emergere,  più di quello con Washington.

Ma i tempi dell’importantissimo disgelo con Yerevan non saranno rapidissimi, sebbene padre Monge dica che è di queste ore la reciproca comunicazione dei team negoziali e la stessa comunicazione della riapertura dei voli turchi verso la capitale armena. Ma è la sola prospettiva nuova: basterà a rimettere in piedi la Turchia che dovrebbe votare nel 2023? Il racconto di Istanbul, città vetrina ma anche cassaforte, fa emergere in chi ascolta l’idea di un fallimento politico che accompagna quello economico. Erdogan abbassa i tassi di interesse mentre la lira precipita, confidando nell’export con una ricetta che va contro ogni regola economica ed a fine mese, con un deficit di cassa considerevole, dovrebbe pagare più di dieci miliardi di dollari di debiti e molti di più nel semestre seguente. Ce la farà?

Ecco allora che il racconto di come appaia poco curata Santa Sofia (in foto), dove non si vedono cantieri operativi, induce a domandarsi: avrà fatto bene a Santa Sofia, a Istanbul e alla Turchia la trasformazione in moschea che ha fatto perdere 8 milioni di biglietti annui al prezzo di 25 euro l’uno? Era quanto pagavano i visitatori quando era un museo. Oggi per entrare in moschea non paga nessuno, ovviamente. Così Santa Sofia diviene il simbolo di un fallimento politico, di una prova di forza che ascoltando il racconto di come si viva oggi a Istanbul diviene un test che andava capito soprattutto come prova di debolezza.

Tutto questo nel proseguire del racconto si connette nella mente di chi ascolta con altre prove di forza-debolezza. Lo si evince dalla ricostruzione che fa dell’attenzione che in Francia viene data in queste ore alla questione armena. Ci sono infatti candidati presidenziali che compiono in Armenia il loro primo viaggio all’estero, anche con ricevimenti ufficiali. La questione armena è ovviamente importante, ma non sembrano gli armeni al centro delle preoccupazioni elettorali. Piuttosto una visione forte di una questione religiosa che in realtà è “debole”, perché si appella alle radici comuni non per aiutare ma per aiutarsi indicando i problemi degli altri. In fin dei conti non sarà un discorso analogo al trionfalismo della photo opportunity di Santa Sofia?

Oggi il racconto da Istanbul la descrive come poco fruibile anche per il visitatore, la crisi economica riduce tutti i servizi; e poi, non era stata appena inaugurata a poca distanza la più grande moschea del mondo, almeno secondo le stime ufficiali? Così la gloria trionfalista fa sentire inni di debolezze che chiamano a raccolta non per risolvere, ma pochi racconti sanno aprire orizzonti come quelli di chi non giudica, ma collega i vari elementi. E il quadro che emerge è di estremo allarme: potrà la Turchia davvero procedere così fino alle elezioni del 2023? È un’illusione che Erdogan abbia in mente una exit strategy? O sono le costanti della storia passata quelle che possiamo vedere come nuvole che si addensano su un Paese così importante, o per meglio dire cruciale?

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Prigionieri armeni rilasciati – Un importante risultato ! (Ilnuovoterraglio 25.12.21)

Pubblichiamo comunicato imviato alla nostra redazione dalla Senatrice Orietta Vanin Movimento 5 Stelle:

“Lo scorso 10 dicembre ho aderito con altri 25 parlamentari italiani ad un appello affinché si favorisse il rilascio dei prigionieri di guerra e civili  detenuti a seguito del conflitto nel Nagorno-Karabakh e sul confine tra Armenia e Arzerbaigian.

L’Ambasciatrice Armena in Italia, Tsovinar Hambardzumyan, con una nota ufficiale di ieri, ci ha informati che una parte dei prigionieri armeni sono stati liberati, risultato importante e condiviso.

Noi tutti ci auguriamo che tutti i prigionieri possano presto ritornare dalle loro famiglie, ma sappiamo che la situazione è delicata: tra Arzerbaigian ed Armenia ci sono controversie territoriali che spesso si cerca di risolvere con la forza armata.

Auspico che Governo italiano ed Europa si attivino ulteriormente e che si giunga ad una soluzione negoziata della questione del Nagorno-Karabakh e ad una condizione di pace per la popolazione.

Continueremo a vigliare e a sostenere l’unico importante obiettivo che è la pace e il riconoscimento dei diritti umani di ogni popolazione.

Orietta Vanin
Senatrice del M5s
Commissione Istruzione e Cultura del Senato”